03 novembre 2008

Fuori del tempo

Vivere fuori del proprio tempo è un lusso che spesso ci concediamo: nella fiction dei sogni, della cinematografia, talvolta della letteratura. Chi non ricorda i vari “Ritorni al futuro”, oppure il meraviglioso “Non ci resta che piangere”, nel quale Benigni e Troisi cercavano di costruire il primo sciacquone della storia?
Abbiamo definito quel volo pindarico – che talvolta spicchiamo nella nostra mente, e che difficilmente saremmo disposti a riconoscere – un “lusso”, giacché è veramente un grosso regalo, per la mente affollata del quotidiano, trovare un’oasi di sosta che corrisponde ad un sogno ad occhi aperti. Che non lascerà nulla, salvo una sensazione dolce di sogno, di riposo: chissà cosa provò Dante nell’immersione fuori del tempo e dello spazio della Divina Commedia, o Verne nel descrivere macchine del futuro che appena intuiva.

Il sogno ad occhi aperti – il gestalt[1], catalizzato da un’impressione esterna convogliata dai sensi, oppure da un semplice pensiero vagante – è dunque un formidabile strumento per calmierare angosce e timori, per riportare la mente in uno stato di maggior quiete ed affrontare, magari, la quotidianità con più ragionevolezza.

L’uso del gestalt, di uno strumento così raffinato, è molto studiato nella comunicazione, laddove chi riesce a comprenderne le potenzialità, ed a gestirle oculatamente (od occultamente), ha a disposizione un mezzo infinitamente potente.
Nei suoi aspetti minimali, la pubblicità sfrutta il corpo femminile per scatenare brevi associazioni del piacere sessuale con l’oggetto da proporre: notiamo che, con il trascorrere del tempo, appaiono sempre di più anche corpi maschili, a testimoniare che il messaggio è rivolto, oramai, ad entrambi i sessi.
Siamo ancora, però, ad un livello bassissimo rispetto a quello che può scatenare il gestalt a livello sociale: salendo di un gradino, ricordiamo quale colossale “sogno collettivo” fu la partenza della nave Vlore dall’Albania, stracarica d’albanesi che s’avviavano (nel loro gestalt) verso la terra promessa d’Italia. Non a caso, rimane l’icona più suggestiva del film “Lamerica” di Gianni Amelio.

Lo scatenarsi dei gestalt collettivi dipende da alcuni fattori.
Il primo, è che esistano delle condizioni per proporlo: se l’Albania fosse stata il paese del Bengodi, nessun “sogno italiano” avrebbe attecchito.
Il secondo è la disponibilità dei canali di comunicazione: se gli albanesi non avessero seguito la TV italiana, nessuno si sarebbe mosso.
Il terzo è la capacità di gestire attentamente il messaggio: se gli albanesi non avessero visto, in TV, gli italiani vincere cifre stratosferiche per delle risposte a mediocri quiz, non si sarebbero mossi di un centimetro.

Quei quiz – che continuano ad imperversare nei palinsesti televisivi – non erano però diretti a loro, o solo parzialmente, perché erano principalmente per noi italiani.
Di conseguenza, anche noi italiani siamo sottoposti all’attenta gestione dei media, non tanto per informarci/disinformarci, quanto per inviarci migliaia, milioni di messaggi – all’apparenza “comuni” – i quali sono altrettanti pensieri, stimoli di riflessione: bandoli di matassa per scatenare gestalt. Quei gestalt: non altri.
Per prima cosa, mettiamoci nei panni di quegli albanesi che non trovavano più via d’uscita al crollo del loro sedicente sistema comunista: ci sono similitudini?

Noi non percepiamo “crolli” politici imminenti, e nemmeno catastrofi economiche estreme – del tipo: domani non avrò nulla da mangiare – eppure siamo la nazione che fa meno figli al mondo. Se non ci fossero quelli generati dagli immigrati, il saldo demografico – secondo tutti gli istituti di statistica – sarebbe negativo. Strano modo di comportarsi, per una popolazione che non sembrerebbe avere, nell’immediato, il problema della sopravvivenza.
Ci vengono in aiuto, allora, le recenti dichiarazioni dell’OCSE (Fonte: ASCA, 22/10/2008) sulle disparità di ricchezza nel pianeta.

Un divario sempre più ampio, dove i ricchi hanno rafforzato i propri redditi allontanandosi sempre più dalle condizioni estremamente difficili sofferte dai poveri. In questo scenario, tra i 30 stati membri dell'OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l'Italia e' tra quelli che mostrano più disparità economiche e sociali.

Questo divario iniziò (sempre secondo l’OCSE) intorno al 1985: furono gli anni nei quali s’affermarono le riforme iper-liberiste di Reagan e della Thatcher, e nei quali – in Italia – mosse i primi passi Silvio Berlusconi. Acquistò il Milan Calcio per acquisire visibilità mediatica, mentre finanziava il PSI (la vicenda è fosca, ed affonda le radici nei presunti finanziamenti illeciti Fininvest al Congresso del PSI di Bari del 1991. Uno dei protagonisti di quelle vicende – ovviamente ex condannato per Mani Pulite – è Aldo Brancher, attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).
A margine, notiamo quanti ex PSI ci sono o sono passati per Forza Italia: Cicchitto, Sacconi, Brunetta, De Michelis, Stefania Craxi, ecc.
Negli stessi anni, Craxi proponeva l’abolizione della “scala mobile”, primo assalto alle retribuzioni ed ai diritti dei lavoratori, con il quale s’ottenne un importante risultato: qualsiasi “tempesta” economica avesse condotto ad alti tassi d’inflazione, sarebbe stata pagata dai lavoratori dipendenti. Completarono poi il quadro, nel 1993, gli accordi-capestro con i sindacati che introdussero il concetto di “inflazione programmata” al posto di quella reale. Gli effetti, sono tutt’ora “all’attenzione” di coloro che devono campare con meno di mille euro il mese.

La disuguaglianza è maggiore di quella riscontrata in Italia solo in cinque paesi come in Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia.

“L’Italia non è sola” s’affrettarono a dichiarare i ministri, per la querelle con l’UE sulle direttive ambientali (20-20-20): anche nelle disuguaglianze sociali non siamo soli. A parte il Paese più indebitato del Pianeta, che ha fatto oramai della sua finanza uno strumento di truffa planetaria, siamo sempre con la Polonia e con pochi altri Paesi, palesemente di “prima grandezza”. La nostra vocazione a giocare sempre in serie C è notoria: quando c’è, però, da tagliare qualche diritto, guarda a caso i Paesi da prendere come esempio sono sempre la Germania e la Francia. Chissà perché.

Per quanto riguarda l'Italia l'OCSE ritiene che il gap di reddito è molto evidente: estremamente ridotti i salari di livello basso mentre gli standard socio-economici dei ricchi sono elevatissimi.

Non avevamo certo bisogno che l’OCSE venisse a raccontarcelo, perché l’abbiamo capito da soli: basta girare un po’ per hard discount e, all’opposto, sapere che le vendite delle “barche da sogno” non sono mai in crisi[2].

Le stime, basate sul coefficiente chiamato “Gini” (che rileva la differenza del reddito con un numero compreso tra 0 e 1, eguaglianza perfetta nel primo caso e completa disuguaglianza nel secondo), mette ai primi posti Paesi come la Danimarca, la Svezia e il Lussemburgo con un bassissimo livello di disuguaglianza (fino allo 0,25). In questo schema l'Italia, al sest'ultimo posto, ha un coefficiente intorno allo 0,35 a fronte dello 0,38 circa degli Usa e dello 0,48 del Messico, al primo posto per la disequità sociale tra i paesi membri.

Insomma, solo i poveri peones messicani se la cavano parecchio peggio, mentre noi possiamo confortarci di stare accanto agli USA, dove il 30% della popolazione è tagliata fuori da qualsiasi welfare. E, domani, chissà quanti saranno.

L'unica strada sostenibile per ridurre le disuguaglianze all'interno di un Paese rimane – conclude l'OCSE – l'opportunità di lavoro e di un'occupazione sicura.

Quindi, stando all’OCSE, tutta la paccottiglia dei contratti a termine, di quelli a progetto e la panoplia di sfolgoranti novità nel mondo del lavoro – spacciate per il sancta sanctorum del III Millennio – sono orpelli da gettare nel cesso. Meno male, adesso – dopo aver saputo che quando una banca è in difficoltà la si statalizza – sappiamo che un altro cardine del liberismo è definitivamente crollato. Dunque, il primo passo dovrebbe essere l’abrogazione della Legge 30/Biagi ed il ritorno ai consueti contratti senza limiti di tempo. Lo dice l’OCSE, mica noi.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è circa 5.000 dollari (tenuto conto della parità del potere di acquisto) quindi sotto la media OCSE di 7.000 dollari. Il reddito medio del 10% più ricco è circa 55.000 dollari, sopra la media OCSE. I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media.

E veniamo ai denari, a quanto ci lasciano. 5.000 dollari (pressappoco 4.000 euro l’anno) non sono solo “sotto” la media OCSE – come afferma la stessa organizzazione – sono “ben” sotto. Perché? Poiché, se quel 10% a 4.000 euro rappresenta grosso modo i pensionati al minimo, salire alla media, ossia 5.600 euro circa (7.000 $) rappresenterebbero 150 euro il mese in più. Le nonnine pensionate al minimo, saprebbero cosa farne di quei 150 euro il mese in più: oh, come saprebbero usarli!
Si noti che l’OCSE non comunica, nel suo bollettino, qual è la media per i redditi alti. Comprendiamo: la decenza pone dei limiti, anche se quei 55.000 dollari (pressappoco 44.000 euro) ci sembrano ancora un po’ pochini. Si tratta, ovviamente, di redditi dichiarati: il che, in Italia, è tutto dire.

Infine, il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale. In confronto (nei paesi con bassa sperequazione N. d A.), il 10% più ricco possiede circa il 28% del totale del reddito disponibile.

Sapevamo che il 10% della popolazione italiana possedeva quasi la metà della ricchezza nazionale, e veniamo a sapere che nei paesi più ricchi, con minore debito pubblico e maggior welfare, il 10% più ricco si “accontenta” del 28% della ricchezza nazionale. Un dato ben strano, visto che il nostro Paese si trova, da molti anni, a combattere con emergenze chiamate disoccupazione o sotto-occupazione, scarso welfare ed alti prelievi soprattutto per le imposte (acqua, luce, gas, benzina, ecc) che colpiscono più indistintamente rispetto alle fredde cifre dell’OCSE.

Se ci fermiamo a questo quadro globale, la situazione italiana dovrebbe essere pre-rivoluzionaria: la gente dovrebbe scendere in piazza e sbattere casseruole. Oppure altro. Invece, niente: tutto tranquillo. Massicce dosi d’anestetico sono quotidianamente elargite dai sindacati di regime, l’opposizione si volta dall’altra parte e finge che il maggior problema sia la nomina di questo o quel nome per la tale commissione. La sinistra extra-parlamentare celebra congressi e s’interroga sul come diventare, nuovamente, parlamentare.

Ci dev’essere qualcosa che interviene, che s’oppone al riconoscere la propria condizione d’esclusi (la metà degli italiani, praticamente, non è ammessa al desco! Mentre il 10% sbafa a tutto spiano!) e dev’essere qualcosa di molto potente ed elargito quotidianamente. Come una dose di morfina, spacciata a destra ed a sinistra.
Dov’è il misterioso pusher che addormenta ogni pulsione, che dirige l’orchestra dei sentimenti, che impedisce di rimirarsi allo specchio e di riconoscersi per quel misero poco che è rimasto?

Torniamo, allora, a quel 1985 o giù di lì. L’Italia era ancora turgida per la vittoria dei mondiali di Spagna: la sera, nelle birrerie, si suonava e si parlava. Di tutto. Di politica, poco.
Lui aveva già confezionato con il Milan il suo primo bandolo di matassa, il primo amo per il primo gestalt: la squadra invincibile, la corazzata degli olandesi, nulla poteva fermarla. Dietro, un “costruttore edile” che s’iniziava a chiamare presidente. Del Milan, ma “presidente”. Chi non crede al potere della parola, rifletta.
Poi la storia la conosciamo e non sarò certo io a tediarvi un’altra volta: i miliardi che non si sa da dove spuntano, le televisioni…no…superficialità inconsistenti, il gioco era altro.
Ogni giorno una novità, un nuovo modo per bucare il teleschermo con una fresca irriverenza, osando ogni minuto un millimetro più in là, a poco a poco, giorno dopo giorno.
Così, il denaro ha iniziato ad impazzare e ad impazzire sugli slot, sui monitor degli italiani: quanti anni aveva Modugno a 40 anni? 40. Risposta esatta! Bravissimo: passiamo alla domanda da 50 milioni…
E fosse stato solo questo.

C’erano sentimenti privati, un mondo che resisteva: cocciuto, riservato, nascosto. Erano emozioni: amore, gelosia, batticuore.
Ecco spuntare allora nuovi prestigiatori, i quali presero ad affiggere bandi d’amore nella paccottiglia plastichevole degli studios: quel sentimento, l’amore – segreto, ammiccante, trasgressivo, stravolgente – era affisso sugli schermi da banditori in cilindro e paillettes, per carpire fino all’ultima goccia di riserbo, quella conservata per il batticuore di una panchina al parco.
No, tutto doveva essere, diventare, trionfare nella pubblicità degli eventi: nulla dovrà più appartenervi! Tutto vi sarà dato, senza più cercare né l’amore e né il denaro, che io saprò propalare all’infinito. Dai teleschermi di Canale5.

Un presidente francese – gollista, uomo di destra, tale Chirac – comprese il rischio e preferì un coriaceo Le Pen, come disgrazia che il Ciel ti manda, alle lusinghe di Le Cinq. Gli negò l’etere francese appellandolo “Un vendeur de soupe”, un venditore di minestre. Le Alpi salvarono la Gallia Transalpina, dal cancro nato in quella Cisalpina.
I milioni di bandoli di matassa, pervicaci ami stesi dal cielo dopo la stagione del taglio di tutti i gestalt caserecci, tradizionali, nostrani, iniziarono a propagarsi – da quelle torri che nessuno considera obbrobrio al paesaggio – come innocenti ed assassine spadare, per catturare fino all’ultima preda, per condurla nella camera della morte. Della morte di tutti i sogni non targati, parcellizzati, griffati. Col marchio del Signore, “Unto” dal Signore stesso.

Ed eccoci, oggi, a domandarci il perché. Perché una nazione di derelitti appoggia al 60% chi propone soltanto di tagliare. Tagliare risorse, togliere diritti, annullare speranze. Lo fa con una squadra di ministri che potrebbe stare soltanto in un teatro d’avanspettacolo – all’estero ce lo sussurrano piano, con garbo, per non ferirci troppo – ma in un teatro d’ennesima serie.
Gli esempi si sprecano, e li citerò solo brevemente, associandoli al corrispondente gestalt.

Una insipiente ragazzina siciliana, nominata ministro dell’Ambiente, strombazza ai quattro venti che farà la guerra all’Europa “che conta” per le nuove direttive ambientali, ponendosi alla testa dei poveracci dell’est, quelli precipitati dallo stalinismo al liberismo. Lo annuncia, e dunque la sua parola è legge. Perché? Poiché, se lo riportano le TV, i giornali ed Internet, la verità è quella.
Quando, poi, deve entrare nella “stanza dei bottoni” europea dove siedono i suoi pari, tutti s’attendono l’ “Avanti Savoia!” e la carica. Invece, non succede niente. La ragazza potrebbe presentare una “clausola di revisione” – uno strumento giuridico consueto a Bruxelles – ma non lo fa. Tace per tutta la riunione salvo poi, all’uscita, tornare a tuonare.

Ironicamente, il ministro svedese Andreas Carlgren, interrogato sulla dura opposizione italiana, ha spiegato che “da quel che capisco, alcuni ministri sono stati chiaramente più critici nelle dichiarazioni che hanno rilasciato ai loro media nazionali che nel corso della discussione tenutasi al Consiglio”. (Repubblica, 21/10/2008)

Il risultato, commissionato da Roma e subito immesso nel circo mediatico, è però raggiunto: il pensionato di Novara, l’agricoltore di Perugia e l’impiegato di Cosenza – che scorrono distrattamente i giornali o sbirciano la TV – saranno pienamente convinti che l’Italia abbia vinto una battaglia di gran rispetto. Sono preparati, da anni, a ricevere quel tipo di input ed a far partire il corrispondente gestalt. Come i cani di Pavlov.
Elementi del gestalt: una fragrante Giovanna d’Arco, dal dolce sguardo di fuoco, che incenerisce i perfidi angli – i quali sono configurati nelle burocrazie europee – e salva i “cattolicissimi” regni del Sud e dell’Est. Nella realtà, non è accaduto nulla.

Brunetta ha dichiarato “conclusa” la battaglia contro i “fannulloni”, affermando che l’assenteismo è calato del 44,6%. Ecco il “bandolo” per scatenare il gestalt.
Ciascuno di noi riconoscerà nel “fannullone” accanto, nel proprio dirimpettaio perché più fortunato, capace, chissà… – il gestalt non si nutre di sapori raziocinanti – l’obiettivo del piccolo ministro veneziano. E lo sposerà: ecco l’elemento essenziale del gestalt.
Se, però, si vanno a “grattare” un poco i dati esposti (pubblicati sul sito del suo Ministero), iniziano le precisazioni: non sono conteggiati i dipendenti di scuola, università, ricerca e pubblica sicurezza. Pazienza per il settore scolastico (le vacanze estive, che potrebbero falsare la rilevazione) ma la Polizia non si comprende perché. I dati non erano in linea con il Brunetta-pensiero? Poi s’afferma che si tratta di una “stima” su dati parziali, ottenuti “grazie al contributo fornito dall’ISTAT”, ma l’ISTAT aveva da poco concluso un lungo lavoro[3] sull’argomento, ed ecco cosa precisava:

“…assenze dal lavoro per ferie e malattie che, in particolare per i lavoratori dipendenti, risultano piuttosto stabili nel tempo.”

Infine, Brunetta non comunica nessun dato grezzo – ossia quali sono i valori di partenza sui quali ha calcolato quel fantomatico 44,6%, non cita documenti, studi, le fonti della rilevazione – e, se i dati sono di fonte ISTAT, dovrebbe spiegare come mai l’ISTAT stesso lo smentisce in un suo documento ufficiale.

Ancora una volta, l’importante è scatenare il gestalt, corroborato – per chi si ritiene più astuto – da un paio di grafici e tabelle “sparati” su diapositive di Power Point. Così ci cascano anche i più furbi.
Anche i “furbissimi”, però, dovrebbero sapere che una rilevazione statistica di questo livello richiede tempi lunghi – almeno un anno, ma è ancora poco – ma ciò cozzava con il bandolo del gestalt da propalare: un governo efficiente, per Dio! Che in quattro e quattr’otto risolve tutto! Difatti, Brunetta parla oggi di “premi ai più capaci”, poiché sa che continuare su quella strada lo sbugiarderebbe.
Qual era l’obiettivo di bilancio? Introdurre, sotto mentite spoglie, una nuova “tassa sulla malattia” (con la riduzione del salario accessorio): non si possono fare, queste cose, in modo aperto e chiaro. Definiamolo, allora, un gestalt “di supporto”?

E la scuola?
Li abbiamo ascoltati tutti affermare che “non comprendono” perché la scuola e l’università sono in subbuglio: noi non abbiamo fatto niente – sorridono come ingenui – non ci sono tagli, solo “razionalizzazioni”, “risparmi”, “sprechi”…
Peccato che, nella Legge 133, art. 64, si legga:

“…devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012.”

E da dove verranno presi i soldi?

a) razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso…
b) ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola…
c) revisione dei criteri vigenti in materia di formazione delle classi;
d) rimodulazione dell'attuale organizzazione didattica della scuola primaria…
e) revisione dei criteri e dei parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del personale docente ed ATA…
f) ridefinizione dell'assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti…

Tutte queste belle parole – “ridefinizione”, “razionalizzazione”, ecc, se correlate ai risparmi citati – significano solo una cosa: tagli indiscriminati sul personale, chiusura di scuole e d’istituti di ricerca. Perché, far saltar fuori quasi 8 miliardi in quattro anni senza incidere sulla qualità del servizio, sarebbe un miracolo. Ma i miracoli – nella fantasmagoria del gestalt – sono la norma, il tranquillo incedere di un sogno.

Per nascondere i veri fini, servono allora messaggi semplici, capaci di scatenare il gestalt partendo da ricordi piacevoli: ed ecco il “grembiulino” – che ricorda tanto fiocchetti, carezze della mamma, prime apprensioni, gioie lontane – ed il maestro unico, che rammenta un placido e rassicurante libro “Cuore”.
Il “maestro unico”, nell’iconografia tramandata, è il maestro Perboni del “Cuore”, che sprizza perbenismo (quasi onomatopeico!) ed eroici ideali risorgimentali da tutti i pori. Mica per caso, Umberto Eco scrisse “L’elogio di Franti”.
C’è bisogno, però, della Fata Turchina per far partire il gestalt, con un tocco di bacchetta magica.
Spiacenti: le Fate Turchine sono migrate tutte su Aldebaran, Gaia è oramai un postaccio per loro.
Che problema c’è? Potenza degli studi televisivi!

Mariastella Gelmini conosce la scuola come il sottoscritto un’astronave, questo tutti lo hanno compreso: “egìda” al posto di “égida”, sarebbe poco se non significasse che la ragazza legge comunicati che – plausibilmente – altri hanno scritto per lei. Avete, però, notato l’abbigliamento?
Sola la mancanza delle penna sul cappello la distingue dalla “Maestrina della Penna Rossa”, di deamicisiana memoria: altra icona che trascina verso gestalt dolci e rassicuranti, sogni di merletti e profumo di lavanda, un mondo placido e senza stridore. Proprio l’opposto della realtà che viviamo. Dovremmo complimentarci con i creatori d’immagine Mediaset: con il lavoro svolto sulla Gelmini, dovrebbero vincere un Oscar.

Il prezzo del petrolio, nel Marzo 2006, s’aggirava intorno a 60 $/barile[4] – come oggi – e la benzina intorno a 1,20 euro/litro[5]: non come oggi. Il consumo mensile di carburanti per autotrazione s’aggira intorno ai 3 milioni di tonnellate[6], sono dunque 3,75 miliardi di litri di carburante[7]. Un misero centesimo, su una simile massa, genera un “gruzzolo” di 37,5 milioni di euro il mese. Siccome, oggi, i prezzi non sono scesi a 1,20 (ossia al prezzo che dovrebbe avere la benzina per un costo del petrolio di 60 $/barile), mentre “oscillano” intorno a 1,25-1,27, sono come minimo 5 centesimi di ladrocinio, che corrispondono a quasi 190 milioni di euro il mese. Espandete un simile andazzo per un intero anno, ed avrete scoperto da dove prenderanno i soldi della “Robin Tax”: dalle nostra tasche, al distributore!

Qual è, invece, il gestalt? L’eroico Ministro delle Finanze che si lancia, spada sguainata, contro le compagnie petrolifere facendo loro restituire il maltolto, per placare i gemiti dei derelitti. Distribuirà quei soldi tramite carte di credito ai pensionati (che nessuno ha ancora visto, perché aspettano che arrivino i soldi dai distributori di benzina), i quali lo acclameranno sorridendo. Icone scelte: Robin Hood il Ministro, lo Sceriffo di Nottingham nelle vesti dell’ENI, i pensionati con la tessera magnetica i senza terra delle Midland.
Per i più “furbi”, invece, Rob…pardon, Tremonthood scrive – prima delle elezioni – un bel libro nel quale dichiara d’essere, praticamente, un no-global, cacciando nella parte del perfido difensore dei banchieri il malvagio Padoa Schioppa, con il quale, probabilmente, va a braccetto e se la ridono.

Possiamo qui anticipare quale sarà il prossimo gestalt che stanno preparando: si chiama federalismo fiscale.
Ci metteranno più tempo perché dovranno mettere d’accordo Bossi e Lombardo? Il Diavolo e l’Acqua Santa? No…la ragione è un’altra.
Le promesse elettorali sono acqua che scivola sulla roccia – lo sappiamo – ma lasciano un imprinting, che perdura per qualche tempo: uno scoglio, per un fluido e scorrevole gestalt.
E, nelle promesse elettorali, si è parlato troppo d’abolizione delle Province e delle Comunità Montane, un po’ troppo, e qualche sedimento potrebbe essere rimasto nelle menti. Il prossimo anno – dannazione – non ci saranno neppure Europei e Mondiali, che sono vere e proprie spugne per cancellare le lavagne.
I banditori di piazza potranno fare qualcosa – ed i vari Filippo de Maria e Bruno Piaggio saranno certamente allertati, ciascuno per il suo ambito di competenza – ma più di tanto non riusciranno: il loro compito è quello di cancellare i gestalt indesiderati o di sorreggere e riproporre quelli lanciati, ma il primo passo spetta ad altri.

Ci vuole più tempo…niente da fare…perché bisogna rassicurare il circo della politica: Calderoli, nella sua bozza di federalismo, ha chiarito che nessuno sarà lasciato col sedere a terra, nemmeno quei maledetti delle regioni rosse. Troppo pericoloso partire all’arrembaggio, anche avendo contro solo questa pallida opposizione.
Saranno semplicemente moltiplicati i balzelli – per le Province, ad esempio, è già nero su bianco un’apposita imposta sull’automobile (ancora da “perfezionare”) – anche perché i “divorzi” fra PD, Di Pietro e Sinistra promettono bene, di mettere le mani su nuovi, succosi posti per gli amici degli amici.
Bisognerà studiare una strategia: manderanno in giro il Gabibbo a scoprire qualche nuova magagna, oppure le Iene, chissà…l’importante, quando sarà lanciato il gestalt, è che le menti siano pronte, “ricettive”.
Gli elementi del gestalt potranno essere il “taurino” ministro Calderoli, come icona della travolgente bestialità italiota, contrapposto ai succiasangue meridionali – quelli cattivi – perché ce ne saranno anche di “buoni”, ossia quelli che accetteranno la nuova dominazione nordista. Consiglierei, se posso esser d’aiuto, la piena riabilitazione politica del cardinale Ruffo di Calabria: uno sceneggiato, con Barbareschi nei panni dell’indomito defensor fidei, potrebbe andare.

All’opposto schieramento, assommano la pochezza politica con l’incapacità di comprendere cos’è oggi la comunicazione. S’affannano a spiegare, dimenticando che Clinton “cancellò” Bush padre con una battuta in diretta: “Is the economy, stupid!”.
Anche se fossero in grado di replicare (o non fossero collusi, ecc) non ne avrebbero i mezzi, perché – per prima cosa – bisogna avere disponibilità dei mezzi di comunicazione. E, qui, non intendiamo soltanto i direttori di testata, bensì il gran circo Mediaset, con le centinaia d’esperti in ogni settore: dalla pubblicità televisiva – direttamente – alla “costruzione” di un personaggio politico, alla conoscenza dei metodi per contrastare e ribaltare gli avversari.
Prima i panzer – Gasparri o Sgarbi – che hanno il compito di non lasciar parlare nessuno, poi i “filosofi” – Cicchitto o Sacconi – i quali devono trasformare, con calma, la scoperta dell’acqua calda nella pietra filosofale, infine le macchiette – Brunetta o Bondi – per fornire l’identificazione dell’italiano medio con il personaggio politico/televisivo. Qualche bella ficotta, poi, non guasta mai: nell’ombra, i deus ex machina – Berlusconi, Tremonti o Bossi – che parlano poco ed inviano solo messaggi in codice.
Voilà, signori: il piatto della politica italiana è servito!

Dove possono andare in crisi?
Anzitutto, con altri, potenti gestalt collettivi, come “L’Onda” studentesca ha dimostrato: è bastato quello slogan – “Noi non pagheremo la vostra crisi” – per far cadere di venti punti la fiducia nel governo[8]. Perché? Poiché quelle parole sono andate ben oltre il loro significato letterale, e forse anche alle intenzioni di chi le urlava.
Gli slogan sono quasi dei mantra, mediante i quali si cerca d’esorcizzare una paura: quale? Il timore – ragionevole – d’andare incontro ad un futuro buio, per la crisi economica incombente, per la testardaggine dei governanti nel non voler cambiare strada. Per aver assimilato che la strada del capitalismo globalizzato è una via colma di macerie chiamate precarietà, ritmi di lavoro ossessivi, fino allo spropositato numero d’incidenti, mortali e non, che testimoniano ben altro che il non rispetto delle normative. E poi: incertezza, timore di dover emigrare, di non poter avere una casa, una famiglia…
In questo contesto, ha addirittura riduttivo citare come risultanza il crollo della fiducia nel governo: siamo in presenza di fenomeni che vanno ben oltre.

Il secondo tranello potrebbe essere proprio il messaggio televisivo, della serie: chi di TV ferisce, di TV perisce.
Il fenomeno è recente, ma sempre più testate e blog sul Web utilizzano filmati di breve durata d’informazione politica, sociale, oppure – come per i fatti di Piazza Navona – per smascherare le bugie di regime.
Sempre più persone hanno l’abitudine di seguire l’informazione sul Web, ed oggi lo possono fare tramite un mezzo del tutto simile alla TV, ma con alcuni vantaggi: possono scegliere fra molte fonti, quando lo desiderano, quando hanno tempo.
Una delle ragioni della lentezza con la quale s’espande la banda larga in Italia è questa, l’ennesimo conflitto d’interessi: il principale imprenditore televisivo ha anche il potere di stendere leggi e regolamenti che influenzano quel settore. A lui, di certo non conveniente, dopo esser riuscito faticosamente a diventare monopolista nel mercato italiano.
Nonostante le resistenze, la diffusione dell’informazione via Web – a mio parere – non è più possibile negarla: cercheranno di rallentarla, ma più di tanto non potranno fare. Ricordiamo la misera fine del Decreto Levi, cancellato dalla rivolta del Web: sono battaglie che costano troppo a livello d’immagine, e che alla fine sono sconvenienti.

Per ora, però, innumerevoli ami – propositivi di milioni di gestalt – ruotano intorno a noi per farci vivere fuori del tempo, del nostro tempo. A noi svegliarci.
Se pensate che tutto ciò sia soltanto rinverdire Orwell, probabilmente avete ragione, ma anche Orwell può essere triturato a dovere per creare un nuovo gestalt. I prestigiatori della comunicazione, non si pongono limiti. Non ci credete?
Poche sere or sono, facevo lo zapping prima d’andare a letto. Su Rete4, subito dopo una pubblicità, apparve un testo, graziosamente incorniciato ed accompagnato da una mielosa musichetta. Lessi.
Questa mi pare proprio ‘na strunz…chi avrà mai scritto una roba del genere? Non può essere certo Tolstoi e nemmeno Shakespeare, no…neanche Flaubert e neppure Wilde…
Lessi, al termine, l’autrice di cotanto “aforisma”: Marina Berlusconi.
Buon gestalt a tutti.

[1] Gestalt (ted. letterale: Forma) è un termine usato per definire la scuola di Psicologia strutturalista tedesca d’inizio ‘900. In sintesi, la Scuola di Berlino sosteneva – nella comprensione di un insieme d’elementi – la supremazia della percezione sensoriale globale su quella dei singoli elementi, poiché tale percezione (la gestalt, appunto) proponeva una sintesi che maturava ben oltre i singoli elementi. Un fenomeno comparabile alla gestalt può essere identificato nella “scena” che ciascuno di noi crea nella propria mente tramite la lettura, oppure la visione di uno spettacolo, di un insieme d’icone, di personaggi, ecc. Non è questa la sede per approfondire simili, complessi argomenti, bensì per sottolineare come la proposizione di gestalt, in qualche modo “pilotati”, è forse il più potente mezzo a disposizione delle oligarchie dominanti.

[2] Al recente Salone della Nautica di Genova, il leitmotiv era che le vendite dei lussuosi yachts andava a gonfie vele, mentre quelle delle imbarcazioni sotto i 10 metri (appannaggio della cosiddetta “classe media”) erano fortemente in calo.

[3] Fonte: ISTAT, Le ore lavorate per la produzione del PIL, 9 luglio 2008.

[4] Fonte: The Oil Drum.

[5] Fonte: Metanoauto.com.

[6] Fonte: Unione Petrolifera.

[7] Calcolando una densità media fra benzina e gasolio pari a 0,8 kg/l.

[8] Fonte: Corriere della Sera, sondaggio eseguito da Renato Mannehimer, 26 ottobre 2008.

01 novembre 2008

Il grande convoglio, sul binario morto

Avevamo avvertito più volte, da queste pagine, del rischio che la “grande” CGIL correva se avesse continuato a braccetto con le oligarchie del turbo-capitalismo: perdere, con un’inarrestabile emorragia, il contatto ed il sostegno dei lavoratori.
Il più importante campanello d’allarme – il primo avvertimento “pesante” – furono le elezioni del 2008: l’accordo di Luglio 2007, approvato dai lavoratori con un referendum-truffa, fu uno dei più importanti discrimini che aprirono la via al governo di Silvio Berlusconi. Ma – direte voi – questa è politica, mica sindacalismo!

Se considerassimo il sindacalismo slegato dalla politica saremmo degli ingenui: il profondo legame fra il PCI-PDS-DS-PD di Guglielmo Epifani non si nasconde nemmeno dietro ad una quercia, mentre la segretaria dell’UGL – Renata Polverini – fra un incontro e l’altro dell’infinita querelle di Alitalia, si recava in Umbria, per partecipare ai lavori dei giovani quadri di Forza Italia. Più di così…
L’accordo di Luglio 2007 riuscì, in un sol colpo, a riunire le generazioni ed a scongiurare una guerra fra padri e figli: sì, ci riuscì come qualsiasi compromesso al ribasso, “offrendo” ai padri la catena per legarli al lavoro ben oltre i 60 anni, ed ai figli la certezza di un precariato a vita.

I figli, i nostri figli – i quali sono tutt’altro che quella pletora di deficienti telefonino-dipendenti che ci vorrebbero far credere – hanno compreso che, se non si mandano in pensione i padri, non ci saranno occasioni di lavoro per i figli.
Abbiamo – per fare un solo esempio – la classe docente più vecchia d’Europa: il 55% degli insegnanti ha più di 50 anni! Nella maggior parte dei paesi europei, sono circa il 30%. Un abisso, che rende la scuola italiana senza prospettive.
A fronte, il mercato del lavoro italiano – per i giovani – non si può nemmeno più definire tale: è ancora “lavoro”? Oppure “favore”, “occasione”, “caporalato”…
Se scorriamo la triste conta dei morti sul lavoro, scopriamo che rientrano prevalentemente in tre categorie: molto giovani (inesperienza), extracomunitari (i più esposti al rischio, la nuova schiavitù) e persone ben oltre i 50 anni (stanchezza, che spalanca le porte alla “fatalità”).

Quel penoso referendum, nel quale votarono quasi solo e più volte gli apparatcik sindacali (come dimostrò ampiamente Marco Rizzo, con fotografie, ecc), coprì forse il Re con una foglia di fico, che in questi giorni – con due vicende apparentemente slegate, “L’Onda studentesca” ed Alitalia – si sta trasformando in un esile filo d’erba.
La protervia sindacale di sposare senza remore – anche grazie a favori e protezioni personali – questo capitalismo (a mio avviso, in fase terminale, il che non vuol dire che ci saranno radiose “albe”), genera inevitabilmente una contraddizione fra chi sopporta il peso del nuovo mercato del lavoro – pochi soldi, meno diritti e tutele, maggior carico di lavoro – e le organizzazioni che dovrebbero (!) tutelarli. Come puoi tutelare un lavoratore, se sposi l’ideologia che ne vuol fare uno schiavo?

Le due vicende di questi giorni richiamano al medesimo crocevia, quello dove s’incontrano la strada del sacrosanto diritto ad una vita decente e quella dell’accumulo (anche truffaldino, vedi subprime) di capitali. E’ un crocicchio zeppo di macerie: una sorta di Beirut bombardata, una desolata via irachena od afgana.

Cosa chiedevano gli studenti in piazza?
Sì, c’erano i problemi della scuola…la Gelmini e tutto il resto…ma il vero problema era altro: lentamente, questi ragazzi – ed io l’ho potuto toccare con mano – iniziano a prendere coscienza che, una scuola sempre più “bombardata”, è fatta apposta per prepararli soltanto ad un futuro da esuli o da sottoproletari. E si ribellano.
Non solo alla Gelmini, a Tremonti, a Brunetta – ciò non spiegherebbe la grande partecipazione di studenti che non sono certo di “sinistra” (lasciamo perdere la pietosa balla dei centri sociali…) – poiché questi ragazzi si sono rivoltati contro un futuro cancellato, e lo hanno fatto per lo più in accordo con le loro famiglie e con i loro insegnanti. Un segnale dirompente, ma – vivaddio – finalmente un buon segnale!

A quel punto, la triplice sindacale ha convenuto che era meglio tentare di “cavalcare l’Onda” – per meri scopi di “bottega” sindacal/elettorale – ed il fatto che l’abbiano soltanto “cavalcata” è dimostrato dai retorici discorsi tenuti in piazza, a fronte – nei medesimi giorni – di scelte di fondo ben diverse.
Per prima cosa, la “Triplice” si è scissa sulla vicenda del futuro contratto del pubblico impiego: come possano pensare – CISL ed UIL (l’UGL è solo una carriola “aggregata” al carro) – che 70 euro lordi per coprire un biennio (più la pietosa una tantum per la “vacanza contrattuale”, roba da ridere, che solo Brunetta può strombazzare) possano mantenere un minimo di potere d’acquisto? 40 euro netti mensili, per un biennio, non sono un accordo: sono un altro tipo di “taglio”.

La CGIL non c’è stata, ma qui dobbiamo riflettere che il sindacato di Epifani è quello che rischia di più: cifre gonfiate a parte, l’UNICOBAS, i COBAS e l’SdL – i cosiddetti “autonomi” – avevano portato in piazza il 17 Ottobre un fiume di persone. Il primo sciopero degli “autonomi” pienamente riuscito in Italia: visibile, nei posti di lavoro, nelle città e nelle piazze.
Il “segnale” non è certo sfuggito alla CGIL: lo “scavalcamento” a sinistra (vedi Rinaldini e la FIOM) è la iattura peggiore per chi, a parole, difende i diritti dei lavoratori mentre, nei fatti, li usa come massa di manovra per scopi politici, di “bottega” sindacale e, purtroppo, anche personali.
La rottura dell’alleanza con le altre sigle (per altro, poco significative in termini numerici) era perciò obbligata per il sindacato di Corso Italia: obbligata sì, ma obtorto collo.

L’ultimo atto è quasi penoso – comunque finisca la vicenda – poiché lo spettacolo di quattro sindacati che firmano le forche caudine della nuova Alitalia – quando sanno benissimo di rappresentare poco o nulla – ci fa venire in mente solo il generale Jaruzelskj, nella Polonia che digradava dal socialismo reale, il quale firmava anch’egli accordi con i sindacati di regime, ma la piazza era di Solidarnosc.
Ci sono, ovviamente, delle differenze: il sindacato autonomo polacco era sorretto e finanziato dal Vaticano e dagli USA – era una vicenda strategica che incrociava questioni interne – e per questa ragione la strada italiana è più in salita.

In ogni modo, la “rivolta” dei sindacati autonomi – lo sciopero riuscito, la grande manifestazione, la resistenza dei dipendenti dell’Alitalia – sono segni che vanno tutti nella medesima direzione, e sono “accompagnati” dal risveglio degli studenti.
Chi fa paragoni con il ’68 può essere solo un mestatore nel torbido od uno sciocco: la situazione è altra, e questi ragazzi hanno gridato slogan che dovrebbero far meditare. “Noi non pagheremo la vostra crisi”: la crisi, evidente, di un sistema economico che non regge più, osannato soltanto dalle caste gaudenti del grande privilegio e dai pretoriani di palazzo. E, purtroppo, dai miseri lacché sindacali della Triplice.

Come andrà a finire? Non lo so: mica sono un mago, come i tanti che strombazzano sui giornali del sistema destro/sinistro.
Qualsiasi “risveglio”, però, non può che essere buon segno, e non lascia mai le cose come il giorno precedente: se n’è accorta anche la “corazzata” di governo, che imputa ad “errori di comunicazione” il crollo dei consensi e la brutta figura rimediata.

Posso solo ricordare che avvertii Epifani parecchio tempo fa dei rischi che correva – l’articolo era “Colpirne 10 per educarne 1000” del Maggio 2008 – laddove spiegavo i madornali errori commessi dalla cosiddetta “sinistra” italiana, inviata dai suoi stessi elettori alle “isole degli ignavi”. E concludevo:
“Sono le stesse persone che hanno inviato, senza biglietto di ritorno, chi le ha tradite nelle isole degli ignavi: Epifanio ci mediti, perché le isole non mancano. Oggi a me, domani a te.”

28 ottobre 2008

La guerra prossima ventura

“Ogni satira è cieca verso le forze che si liberano nello sfacelo.”
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno, Minima Moralia, (1951)

Ho appena terminato di leggere l’ultimo articolo di Giulietto Chiesa, “Fine corsa” – interessante, un’analisi spietata – e mi sto chiedendo se non ci sia ancora troppa pietas, troppo ottimismo. Se anche la ragione sia impotente nel volgere inquieto di un disastro.
Intendiamoci: gli argomenti esposti da Chiesa sono da meditare con attenzione; solo, mi chiedo, se avremo ancora il tempo per farlo.

Dalle parole di Chiesa emergono due fratture, evidenti: la prima, quella fra economia reale ed economia virtuale, monetaristica, borsistica…o come desideriamo chiamarla e la seconda, ovvero l’oramai completa incoerenza fra il percorso dell’uomo e quello della natura.
Quest’ultima divergenza è facilmente avvertibile: gli aspetti più evidenti li possiamo trovare nell’esasperazione disordinata e criminale del consumo di risorse. Dappertutto, dai metalli all’energia, dalle derrate alimentari al patrimonio vegetale e marittimo, stiamo schiantando le oramai smunte potenzialità naturali. Sono anni che in tanti mettiamo in guardia contro questi rischi ma, si sa, il destino riservato alle Cassandre non è mai stato benigno, salvo ricordare – ancora una volta – che Cassandra aveva ragione.

Se approfondiamo un poco il problema, ossia se ne sondiamo gli aspetti metodologici, epistemologici – e finalmente osassimo pronunciare la parola “olistica”, rivolta ad una scienza che dovrebbe ammettere i suoi limiti e si guarda bene dal farlo – dovremmo accettare la nostra completa ignoranza nel non aver compreso la fondamentale essenzialità della natura, il suo volgere da miliardi di anni in complessi cicli, mentre la Storia umana si protende verso un cammino lineare. Qui, veramente, c’è da riflettere che siamo probabilmente già fottuti.
L’altra frattura – quel rimbalzare schizoide dei listini azionari, sembra d’essere sulle montagne russe – è forse meno importante, però entrerà in simbiosi con la grande bestemmia sopra citata, e ne vedremo presto i frutti avvelenati.

Da un lato l’ignoranza mai ammessa, la protervia di voler incedere, nunc et semper, su una via segnata da un destino amaro: come si può ragionevolmente credere che, senza concedere alla natura il tempo della rigenerazione – del completamento dei suoi cicli – si possa sopravvivere? Siamo, oramai, un indesiderato virus.
Dall’altra un truffaldino mestar nel torbido per truccare le carte: creare ricchezza fittizia e spacciarla per vera. Ho già affrontato l’argomento in un altro articolo, “Il crepuscolo degli Dei”, e sarebbe inutile ripetersi.
I due aspetti interdipendenti – il primo di largo respiro, il secondo solo miseria umana di menti offuscate – stanno per creare una miscela esplosiva, come lo stesso Chiesa sospetta.

Proprio oggi, Greenpeace pubblica il suo Energy Outlook e sostiene che nel 2015 le cose dovrebbero cambiare: le fonti rinnovabili inizierebbero a diventare “di peso” nel panorama planetario e ci consentirebbero di scapolare le secche della penuria energetica e del mutamento climatico.
Sagge parole, ma quel 2015 – se interpolato con il panorama economico – mi sembra terribilmente distante, come se ad un ebreo scacciato dall’Andalusia, per opera di Isabella, fossero andati a proporre, come speranza, l’indipendenza delle Fiandre.
Qui, microcosmo e macrocosmo s’intrecciano e, nell’immediato, è il microcosmo ad imporsi: inutile raccontarci frottole. Miserrimo minimo, la tentazione italiana di non ottemperare più agli accordi presi in sede europea sul clima, a causa della crisi economia. Della serie: ho il mal di testa, del cancro che mi sta corrodendo m’occuperò domani.
Questa, però, è e sarà la realtà, perché non si può lavorare per anni al solo scopo di creare ricchezza fittizia, e dunque cercare di salvare dal baratro la malata economia statunitense, per poi ritirarsi in buon ordine e dire “c’eravamo sbagliati, scusate”.
No, signori miei, Greenpeace non troverà tempo, noi non avremo tempo, nessuno avrà più tempo prima dell’eclissi.

Questa fantomatica ricchezza creata dal nulla, chiederà pegno e già l’ha ottenuto: servizievoli, le oligarchie mondiali hanno chinato il capo ed hanno sottoscritto demoniaci patti per sostenere le volontà dei tanti Faustus, di coloro che hanno scambiato l’anima di Gaia per ottenere infinite e labili cornucopie.
Così, oggi già sappiamo che l’unica via che ci sarà concessa sarà quella dell’acquiescenza ai paradigmi dell’economico, del tecnicismo economico, e non ci sarà simposio né dialettica.
La via indicata è segnata ad ogni passo da una diversa pietra miliare: oggi ci proteggeranno i future, domani si disserterà sugli spread, dopodomani ci salveranno i tassi. All’ultima scena, però, saranno i lupi a dire la loro.
I lupi sono animali discreti e terribili, soprattutto quando s’uniscono in branchi.
Oggi, ancora vagano, annusando l’aria che odora d’Inverno per capire quando giungerà l’ora d’addolcirla col sangue: no, nessuno ne avrà sentore. Tutto, sarà addolcito da una “pace terrificante”, come il poeta/profeta De André annunciò: il Quarto Reich non farà sconti.

Ci potremo divertire con le previsioni, questo ci sarà concesso, ma nessuno riuscirà a predire quando il branco scenderà dalla collina: ci siamo svegliati dall’inganno di Piazza Fontana un anno dopo, da quello dell’11 Settembre anni dopo. Non avremo il tempo, non ci lasceranno il tempo per capire: potremo, al massimo, elucubrare.
Già qualcuno azzarda previsioni sui futuri blocchi: USA – Cina – Giappone, saldate dall’abisso del debito, contro il resto del Mondo? Russia ed Europa avvinghiate per la simbiosi energetica? Può essere, ma mancano altri attori: l’India rimarrà a guardare? E l’America Latina? L’inganno mondiale esigerà una catarsi planetaria.

Le armi atomiche ci salveranno! Nessuno oserà premere il bottone!
Non ci sarà bisogno d’armi atomiche, batteriologiche e chimiche perché l’obiettivo è altra cosa: è validare, con la grande distruzione bellica, le false cornucopie spacciate dai banchieri. La sola rigenerazione possibile per far ripartire la “locomotiva” economica, questa bestia immonda che si nutre di sangue per generare capitali.

Una distruzione di breve termine – come quella conseguente alla guerra nucleare/chimica/batteriologica – non darebbe il tempo, il “fiato”, per far ripartire le presse dei cannoni. Nell’economia globalizzata, inoltre, poco senso avrebbe la conquista territoriale: l’Iraq insegna.
D’altro canto, l’arma assoluta fu creata già durante la Prima Guerra Mondiale, ma nessuno osò un bombardamento a gas su Londra o su Berlino. Provarono lo Sturmfeuer su una Dresda già piagata, e le atomiche sul Giappone sconfitto, non prima.
Prima, tutta la ricchezza artificialmente generata dai prestigiatori di Wall Street dovrà sostanziarsi, perché non accetteranno che i listini azionari “veleggino” sui valori di dieci anni fa. Abbiamo lavorato per niente?

Perciò, mi piacerebbe sognare riedizioni keynesiane – ma, l’indebitamento, era di questa grandezza? Cosa rimane di Keynes senza il deficit spending? – mentre, la gelida realtà che una guerra sia il mezzo più semplice per risolvere il problema, m’appare come la tragica sequenzialità degli eventi.
Gli USA si salveranno? Neanche per idea. Il capitalismo globalizzato sì, passerà di mano come avvenne dopo la Seconda Guerra Mondiale – da Londra a Washington – ed ora, dal “Nuovo Mediterraneo”, l’Oceano Pacifico, trasmigrerà a Pechino. L’importante è salvare la borsa, non la vita.
Spero, ardentemente, che qualcuno trovi argomenti così pregnanti da farmi cambiare idea. Non è una domanda retorica: lo spero per davvero.

20 ottobre 2008

Questionario per l’auto-valutazione

In questi giorni, ferve la protesta contro la politica del Governo per la scuola e, tantissimi siti e blog, hanno preso di mira il Ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini. Alcuni spropositati hanno persino coniato alcuni “santini”, raffigurando la malcapitata nelle vesti di una nuova beata, “Beata Ignoranza”.
Siccome non ce la sentiamo d’appoggiare queste posizioni estreme – ma in democrazia è sempre auspicabile trasparenza e pubblicità delle opinioni – invitiamo il Ministro alla riscossa, proponendole di dimostrare – urbi et orbis – che non è affatto poco competente come altri sostengono.
Perciò, il nostro invito è quello di scuotersi: suvvia, Gelmini, ci faccia vedere chi è!
All’uopo, abbiamo preparato un apposito questionario, cosicché la Suprema Guida dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca potrà dimostrare quel che vale, e far precipitare all’Inferno quegli indecorosi santini, in un apposito rogo da erigere a Campo dé Fiori.

Ecco il questionario:

1) L’istruzione italiana è ancora figlia della riforma “Gentile”, datata 1923: il candidato ritiene, dopo attenta riflessione sulle mutate condizioni socioeconomiche e strutturali della società italiana, che questo modello andrebbe soltanto rivisto oppure cancellato, per riformare da capo il sistema d’istruzione?

a) La riforma “Gentile” abbisogna solo d’essere rivista.
b) La riforma “Gentile” è oramai obsoleta è si deve ripartire da capo, con un nuovo modello.
c) Non sa/Non risponde.

2) Nel dibattito sulle finalità dell’istruzione, si tende oggi a premiare un modello che certifichi le specifiche competenze acquisite, a scapito della più generale conoscenza che implica maggior interdipendenza ed inter-disciplinarietà nell’apprendimento. Quale modello, il candidato ritiene più consono alle attuali esigenze?

a) La certificazione per competenze acquisite.
b) La conoscenza interdipendente.
c) Non sa/Non risponde.

3) Il D.M. n. 139, conseguente agli accordi internazionali facenti capo alla cosiddetta “Strategia di Lisbona”, comprende un allegato – definito “tecnico” – nel quale sono contenuti gli “Assi culturali” sui quali dovrà poggiare la futura scuola europea. Il candidato, quale parere esprime in merito?

a) Si dovranno, in prospettiva, rendere omogenei i percorsi.
b) Ogni Paese, pur nel rispetto di minimi vincoli, dovrà pianificare la scuola secondo le sue esigenze.
c) Non sa/Non risponde.

4) Precedenti tentativi di riforma, affidavano l’Istruzione Professionale alle Regioni. Si considerano le specificità degli ambiti regionali, per quanto attiene all’istruzione, così importanti – sempre che il candidato ne ravvisi l’esistenza – da essere prevalenti rispetto alle principio di preminenza dello Stato? Il candidato scelga fra le opzioni proposte:

a) La specificità degli ambiti locali deve essere preminente.
b) Non esistono motivazioni così importanti per affidare il segmento professionale alle Regioni.
c) Non sa/Non risponde.

5) Nel dibattito sulla pedagogia, le principali scuole si dividono sulle metodologie, fra chi propone di considerare principalmente l’essere come interdipendente con l’ambiente (prospettiva fenomenologica), oppure di centrare più l’attenzione sugli aspetti biografici dell’individuo (prospettiva personalista), astraendolo, sostanzialmente, dal suo habitat. Da quale, delle due posizioni, il candidato si sente più attratto?

a) Prospettiva fenomenologica.
b) Prospettiva personalista.
c) Non sa/Non risponde.

6) Il rapidissimo mutare del mondo della comunicazione fornisce sempre maggiori strumenti di conoscenza, su più livelli, che comprendono oramai l’intero scibile umano. Tutto ciò, comporta però l’affidabilità delle fonti ed un diritto/dovere di critica da parte del legislatore (nell’ambito dell’istruzione). Nell’ottica di fornire strumenti didattici (principalmente, i libri di testo) in forma elettronica, il candidato ritiene che sia necessaria preventivamente la fornitura di una “rosa” di testi da proporre – che comprenda, ovviamente, posizioni dissimili fra loro – oppure optare per una completa libertà di scelta da parte dei docenti, degli allievi e delle famiglie?

a) E’ necessario individuare una “rosa” di testi.
b) Lasciare completa libertà di scelta.
c) Non sa/Non risponde.

7) Nella prospettiva di trasformare le università italiane in altrettante fondazioni, il rischio è di circoscrivere gli ambiti di ricerca ai soli proposti dai finanziatori: il che, condurrebbe ad una restrizione dello scibile oggetto d’analisi e di studio. Nell’assenza di strutture pubbliche di ricerca, un secondo rischio sarebbe quello di veder partire per l’estero i migliori ricercatori, ancor più di quanto avviene oggi. All’interno di questa scelta, ritiene il candidato che le future fondazioni debbano essere bilanciate con altrettanti investimenti pubblici nella ricerca?

a) No, non servono strutture pubbliche, bastano le fondazioni.
b) Sì, è necessario bilanciare il processo fra pubblico e privato.
c) Non sa/Non risponde.

8) In Europa, si tende oggi a fissare il limite minimo d’istruzione all’età di 18 anni, giacché si sostiene che una maggior scolarità renderà, in futuro, migliori cittadini, più informati e responsabili. In alcuni casi, si ritiene sufficiente una formazione esterna all’ambito scolastico, per la quale è necessario (trattandosi di formazione e non di apprendistato) un controllo della formazione fornita, degli strumenti, dei metodi, ecc. Secondo il candidato, il percorso formativo deve essere compiuto all’interno dell’istituzione scolastica, oppure possono essere ritenuti validi anche percorsi esterni?

a) Solo all’interno dell’istituzione scolastica.
b) No, anche altri percorsi.
c) Non sa/Non risponde.

9) Nel caso fosse individuata in classi separate la formazione linguistica degli allievi extracomunitari, sarebbe necessario intervenire per evitare la formazione di “sottogruppi” etnici i quali, fra loro, continuerebbero a comunicare nella lingua d’origine. Quali, fra le soluzioni esposte, il candidato ritiene la più opportuna, sempre che ritenga necessario separarli dagli allievi italiani?

a) Formare classi per singoli gruppi etnici, bacchettando sulle dita chi parla nella lingua d’origine.
b) Formare classi di extracomunitari “misti”, bacchettando sulle dita chi parla nella lingua d’origine.
c) Non sa/Non risponde.

10) Nell’ambito della legislazione scolastica, sempre più spesso i decreti sono controfirmati dai Ministri dell’Economia e della Funzione Pubblica. Ritiene, il candidato, che sarebbe necessario stabilire un principio di reciprocità (ovvero che il Ministro dell’Istruzione controfirmi i decreti economici, ecc) oppure che si stabilisca definitivamente un principio gerarchico, per il quale il Ministro dell’Istruzione ha solo il potere di controfirmare ciò che altri hanno decretato?

a) Va tutto bene così.
b) No, vorrei controfirmare, ma non mi lasciano!
c) Non sa/Non risponde.

Legenda per l’auto-valutazione: 1 punto per ogni risposta di categoria a) e b) e nessuno, ovviamente, per quelle di categoria c).

Si consiglia il candidato di non rispondere frettolosamente, giacché le risposte fornite saranno più ampiamente sondate nell’esame orale, che si terrà – in data da stabilirsi – nel piazzale antistante il Ministero della Pubblica Istruzione. Sarebbe meglio una sala od un auditorium, ma temiamo che Brunetta e Tremonti non le metteranno i soldini nel borsellino: sicché, decida lei se affrontare – finalmente – le tante critiche pubblicamente (Viale Trastevere), oppure rompere con una martellata il suo salvadanaio.
La invitiamo, infine, a fornirci l’indirizzo dei suoi genitori poiché – qualora non raggiungesse i 6/10 nella prova scritta – sarebbe nostro dovere comunicarlo sia all’interessata (anche se maggiorenne), sia alla famiglia, affinché lei possa partecipare ai corsi estivi di recupero (altrimenti, potrebbe ciurlare nel manico, raccontando ai suoi che ha incontrato esaminatori “comunisti”, ecc).
Se non potrà partecipare per “inderogabili impegni”, non accettiamo giustificazioni: potrà, sempre, farsi fare una legge ad personam dal Ministro della Giustizia ad interim Ghedini, che è uno specialista.

Le inviamo i nostri migliori auguri; pensi alle altre “ministre”: la Prestigiacomo che sentenzia sull’ambiente, la Carfagna sulla prostituzione, la Brambilla sul turismo…e anche i “maschietti”, Bondi che fa cultura…si faccia valere, perbacco, non è mica tanto peggio degli altri Ministri!

14 ottobre 2008

Le peregrinazioni di San Toro

Sinceramente, non pensavo che si potesse giungere così in basso: mi riferisco alla puntata di “Anno zero” del 10 Ottobre del 2008, Venerdì scorso. Ne parliamo non tanto per lanciare strali contro l’informazione di sistema – ce ne mancherebbe, lo sappiamo da tempo – ma per analizzare meglio i rapporti fra il media in declino, la TV, e quello in ascesa, il Web.
Ricordiamo, a margine, che la raccolta pubblicitaria nel 2007 ha subito un’inversione di tendenza[1], ossia è diminuita sui media tradizionali (TV, giornali, ecc) ed è aumentata – ancora a livelli bassi, per l’esiguo costo della pubblicità sul Web, che fa “poco PIL” – per Internet. Questa nota, per capire che qualcosa “eppur si muove”, anche se si tende notoriamente a negarlo.
Perché è aumentata?
Da un lato – saremmo stolti a non riconoscerlo – per gli iperbolici costi della pubblicità tradizionale, a fronte dei risultati, ma non possiamo nascondere che, se Internet viene (modestamente, in valori assoluti) premiato per la raccolta pubblicitaria, è perché il mondo del Web comincia a proporre una modalità di circolazione dell’informazione – e dunque della cultura, del consenso e del dissenso, ecc – che inizia a far breccia.

Questa situazione è per lo più indotta da una enorme mole di lavoro volontario che tanti scrittori dedicano al Web – privilegiando, spesso, la circolazione dell’informazione gratuita ai contratti editoriali – perché, in fin dei conti, reputano questa loro attività quasi come un dovere sociale.
Non neghiamo che gli scrittori del Web (siti o blog, poco importa) non ne ricevano delle ricadute individuali, ma riflettiamo che – senza il loro apporto – il Web italiano si ridurrebbe a delle semplici traduzioni da siti esteri – che sono certamente importanti – le quali, però, finiscono per fornire un’informazione poco adatta ad essere interiorizzata (non “compresa”, attenzione!) da un pubblico latino.
Conosciamo anche le ragioni della grande espansione dell’informazione di radice anglosassone: una delle più estese pratiche per evitare gli incrementi di tassazione – in quei paesi – è la donazione alle fondazioni. In altre parole, chi supera certi livelli di reddito, può decidere di devolvere una parte dei suoi guadagni ad una fondazione – dove lavorano, ben protetti – scrittori e giornalisti.

Domandiamoci, date le premesse: possiamo attenderci da queste persone indipendenza di giudizio ed una limpida etica professionale? In alcuni casi sì, in altri…in ogni modo, ciò comporta l’inevitabile innalzamento delle capacità critiche del lettore, perché quelle analisi giungono da un mondo assai diverso dal nostro. E, i traduttori, sono anch’essi in gran parte dei volontari che compiono un lavoro encomiabile.
L’informazione di sistema, invece, propone “pacchetti” informativi già preformati (i cosiddetti “format”, appunto) nei quali la certezza dei dati e la correttezza delle analisi viene fornita dai titoli di chi è invitato a partecipare alle “kermesse” televisive.
Anche qui, però, possiamo rilevare un vulnus: quanti di questi “esperti” affidano parte delle loro fortune in campo accademico al successo che ricavano da queste “partecipazioni”? Ed è ovvio che non desiderino essere intralciati da concorrenti, ancor più se non santificati dal crisma dell’informazione di sistema.

La vicenda di questa puntata di “Anno zero” assume maggiore importanza per l’argomento trattato – la crisi finanziaria internazionale – la quale rischia seriamente d’incidere, in futuro, non su marginali spostamenti di reddito, bensì di far precipitare sulle nostre spalle (ossia sull’economia reale, sui redditi, sul lavoro, sul welfare…) i frutti delle alchimie finanziarie di un sistema marcio fino al midollo.
Era quindi importante – a nostro avviso – fornire la più ampia informazione sull’argomento – a “vasto spettro” – poiché è oramai chiaro a tutti che le istituzioni internazionali preposte stanno balbettando sull’argomento, ed anche i tanto conclamati “piani di salvataggio” non sembrano cancellare il dubbio che stiamo utilizzando strumenti spuntati per una crisi che va oltre le emergenze dei listini di Borsa.

Se la politica annaspa, e l’informazione fatica a reggere oramai il confronto con il Web, non mi stupì la comunicazione – che ricevetti dalla mailing listi di Arianna Editrice – che Eugenio Benettazzo sarebbe stato fra gli ospiti della puntata.
Finalmente, mi dissi! Vuoi vedere che, a fronte oramai della loro conclamata incapacità a spiegare agli italiani cosa sta succedendo, invitano uno che è in grado di farlo?
Potevano essere Benettazzo o Saba, oppure Della Luna o altri ancora: poco importa – mi dissi – perché la cosa importante è che parli qualcuno che – finalmente! – adoperi un nuovo linguaggio, che dipinga un quadro partendo da presupposti radicalmente diversi.
Ovviamente – come gli utenti del Web ben sanno – non avevo certo bisogno d’ascoltare Eugenio ad “Anno zero”, poiché basta cercarlo su Youtube per trovare tutto ciò che si desidera. L’importante, per me, era lo “sdoganamento” di Benettazzo, il riconoscere (almeno!) che esistono altre forme e nuovi modi per spiegare alla gente come sia possibile che, a forza di “creatività” in economia, si giunga a creare un apocalisse.
Sicché, inforcai gli occhiali e mi sedetti di fronte al video, che frequento oramai di rado.

Il primo stupore (la trasmissione era già iniziata) fu constatare che il “parterre” era occupato dai soliti “analisti” dell’informazione ufficiale: ogni tanto un collegamento esterno con altrettanti “esperti”. Dov’era Eugenio?
Passano i minuti, le interruzioni pubblicitarie, e tutto tace.
Finalmente, verso il termine della trasmissione – introdotto dalla “new entry” Margherita Granbassi – viene presentato un “analista e saggista” che “opera su Internet e fa conferenze”: poco è mancato che lo definissero un povero orfanello. Io non l’ho udito, ma non mi è parso che sia stato nemmeno presentato con il suo nome, né esso è comparso in sovrimpressione.
Date le premesse, a questo punto Benettazzo doveva spiegare il “mondo” in circa un minuto: ci ha provato, poveraccio, ma era impossibile farlo in così breve tempo. Il commento di Santoro – caustico e di sufficienza – è stato: “Ci ha fatto il riassunto della trasmissione”.
Vogliamo sottolineare che stessa sorte era precedentemente toccata ad una giovane economista (o studentessa d’economia) islamica, la quale avrebbe dovuto spiegare i fondamenti della finanza islamica. La ragazza – niente veli, buona pronuncia italiana, evidente competenza sull’argomento, ecc – ha tentato di farlo ma, a quel punto, sono intervenuti più volte i soliti tromboni del parterre per dire qui, ricordare là…ma, era chiedere troppo lasciare che spiegasse? Dopo, ciascuno avrebbe potuto fare i rilievi ed i commenti che desiderava.

Cercando d’andare un po’ più a fondo nella questione, potremo suddividere le nostre impressioni in due estese categorie: chi ha da tempo messo una pietra sopra all’informazione di sistema – e ritiene che la cosa non lo riguardi più – e chi la segue, anche saltuariamente.
Nel primo caso, ci troveremo di fronte a persone che, per lo più, si affidano al Web ed utilizzano perciò un media di tipo bi-direzionale, senz’altro più flessibile, ampio ed esaustivo della TV. Queste persone giudicheranno irrilevante ciò che è accaduto, ma sottovalutano che – se loro riescono a “nutrirsi” con fonti più esaurienti – per tanti così non è. Gli altri, siccome ogni media dovrebbe fornire il più ampio spettro d’informazione, vengono semplicemente scippati di un loro diritto, quello d’essere informati con una vasta gamma d’espressioni.
Ovviamente, il frutto di questa pratica saranno opinioni create avendo a disposizione poco materiale e, spesso, inquinato da pareri spacciati per dogmi: vorrei sapere, a fronte della copiosa informazione che c’è sul Web, quanti sanno che la moneta non ha più relazione con l’oro. Se potessimo fare una rilevazione, sarebbe sicuramente una sorpresa: per questa ragione il problema tocca anche quelli che dell’informazione di sistema fanno a meno. Quando si va “alla conta” – oppure per la semplice formazione d’opinioni – lo scenario è completamente falsato.

Il pericolo è grave soprattutto per i “format” che si definiscono “alternativi” di “opposizione” di “libera informazione” e via discorrendo: non si può certo applicare il paragone ai teatrini di Bruno Vespa, laddove il “format” – spiccatamente nazional-popolare – è costruito apposta per accalappiare coloro i quali credono nei miracoli di San Silvio e di San Romano, ma anche per escludere a priori tutti gli altri.
Ho voluto fare una prova su me stesso, per verificare la mia “tenuta” a “Porta a porta”: i risultati sono stati deludenti, 7 minuti una sera, ben 11 un’altra (c’era però una tizia con un bel paio di cosce al vento, il che falsa la rilevazione), mentre non riesco a sopportare la vista di Mannheimer, come per le scene troppo violente di sangue ed orrore. Dovrebbero vietarlo ai minori.
Tutto sommato, speravo di riuscire a far di meglio: fidavo sulla mia antica predisposizione per l’immersione in apnea, ma con “Porta a porta” nemmeno il grande Maiorca ce la potrebbe fare.

Invece, il “format” modello Santoro è più pericoloso, perché accattiva con una sorta di presentazione “in jeans”, mentre – gratta gratta – salta fuori la medesima impostazione. Cambierà il colore delle sedie, la simpatia dei giornalisti (ed anche la bravura, pensiamo a Jacona) ma se non ci lasciano ascoltare cos’è la finanza islamica o perché Benettazzo aveva previsto con largo anticipo quel che sta accadendo, di tutto quel carrozzone non sappiamo che farcene.
Viene allora da chiedersi quale sia il gioco di Santoro.
Il “personaggio” Santoro fa parte di un sistema politico incentrato su un unico assioma “Berlusconi sì, Berlusconi no”. Non ce la sentiamo nemmeno di concedere un “Berlusconi forse”: insomma, il solito giochetto del berlusconismo/anti-berlusconismo. Fu premiato – a fronte di uno squallido intervento di censura da parte di Berlusconi, una sorta di diktat in pieno stile staliniano, quando fu estromesso dalla RAI – con un posto da parlamentare europeo, non dimentichiamolo. Si tratta quindi, pur riconoscendo le sue ottime qualità professionali, di un giornalista organico al sistema.

Vorrei ricordare che fui fra i primi a denunciare questo limite nella partecipazione di bravi giornalisti – Travaglio ne è un esempio, nessuno lo mette in dubbio – ai programmi televisivi. Hanno forse il pregio di farli conoscere al grande pubblico ma, se questa “presentazione” avviene con tanti crismi, c’è da insospettirsi.
Lo denunciai ad una delle prime puntate di “Anno zero”: come si può ridurre la vicenda afgana con una semplice “Letterina al mullah Omar”?
Comprendiamo che la satira possa aprire qualche breccia, che la parola tagliente ma calata con garbo possa valicare le inevitabili censure del video ma, in fin dei conti, qual è il discrimine?
Che si riesca, mediante la satira od altro, a non concedere nessuna ritrattazione, anche marginale, rispetto alle argomentazioni che si desiderano esporre. Possono oggi, gli italiani, sentirsi soddisfatti di simili spiegazioni?
Perché – liberi o prigionieri siano il mullah Omar o Ayman al Zavahiri, morto o vivo Saddam, altrettanto Osama bin Laden – la “guerra infinita” in Oriente continua a mietere vittime ed a non mostrare nessuna soluzione?

Sarà, forse, perché le motivazioni di quella guerra sono di natura geopolitica, e coinvolgono dunque le strategie delle grandi potenze e poco o nulla quelle di questi minuscoli attori?
E se, a fronte di questa constatazione – della quale tutti dovrebbero riconoscere l’evidenza – si usa la satira non per mostrare le vere ragioni di quelle guerre, bensì si opera una “reductio ad minimum” – trattando questi scenari come se fossero l’avanspettacolo del “Bagaglino”, che finisce per fuorviare completamente la natura stessa del messaggio – si compie il proprio dovere d’informare?
Qualcuno ribatte: le capacità di comprensione e d’elaborazione del vasto pubblico non giungono a queste “vette”. Premesso che non ci credo, possiamo rispondere: continuiamo, allora, a raccontare favole e metafore?
Ancora ricordo la “fulgida” spiegazione di un giornalista italiano per la guerra in Iraq del 1991: l’Iraq aveva scippato il Kuwait come uno zingarello ruba una mela da un banco del mercato. Non è forse giusto farsela restituire?
Osserviamo, oggi, il credere a queste veloci “semplificazioni” dove ci ha condotti: la metafora è utile, ma – suvvia – chi scrive dovrebbe conoscerne i limiti. Ovviamente, chi scrive con onestà intellettuale.

Il “format” televisivo, quindi, ha una duplice funzione: carpire dal Web un mare d’informazione a costo zero (lo fanno, lo fanno…) per poi riappropriarsi del primato “massacrando” in diretta gli antagonisti. Chi ricorda la trasmissione (se ben ricordo, Matrix) nella quale furono invitati Blondet e Chiesa per parlare dei “misteri” dell11 Settembre, rammenterà bene quale fu il “canovaccio” della serata.
Mentre sul Web il dibattito andava avanti oramai da mesi – e, qui, ci sarebbe da approfondire anche la diversa scansione temporale dei due media – i due “malcapitati” furono precipitati in uno studio televisivo come due gladiatori al Colosseo.
Bastarono due “scartini” della politica italiana per rendere all’ascoltatore un semplice messaggio: osservate quanto siamo democratici…invitiamo anche questi due sognatori irresponsabili e li ascoltiamo, siamo noi stessi a proporveli! Come siamo magnanimi! E li facciamo a pezzi senza che nemmeno ve ne rendiate conto.

Identica sorte sarebbe capitata al sottoscritto, se avesse accettato di partecipare in diretta ad una trasmissione del canale satellitare RAI sul traffico d’organi: essendo stato il primo scrittore italiano che ha trattato l’argomento in un libro, giunsero a me con una semplice ricerca su Google.
A quel punto, in studio, era pronto lo Stato Maggiore della Sanità italiana per farmi a pezzi! Accettai soltanto di fare un breve intervento in audio, poi li lasciai ai loro soliloqui.
Non conta quanto tu sia bravo, corretto nella verifica delle fonti, attento alle “bufale”: per l’informazione di sistema, esiste il solo parametro della fedeltà al sistema stesso.

Perciò…lasciate ogni speranza voi ch’entrate…verrebbe da dire perché, a fronte di qualche rara buona pagina di giornalismo, il resto è soltanto un teatrino che entra nelle nostre case per sostenere il sistema.
Fatto più grave, quando si è nel bel mezzo di una crisi finanziaria che mette in discussione le stesse basi dell’economia – di questa economia, dell’unica che ci presentano come scienza economia esistente – ridurla ad un mero teatrino del déjà vu, triturando citazioni e sentenze per riempire il tempo, senza concedere ad altri la possibilità di spiegare e d’esplorare nuovi scenari.
Di certo – cambiano i tempi e le modalità espressive – la RAI pare aver trovato, per il futuro, un buon rimpiazzo per Bruno Vespa: come sono lontani i tempi di Samarcanda, quando la gente poteva ancora parlare in televisione!
Con buona pace di chi ancora prega San Toro.

[1] Dati Nielsen comunicati dall’ANSA il 28 aprile 2007.

08 ottobre 2008

Tre meditazioni sulla Morte, e un Epilogo

Prima meditazione
Il funerale è alle 15. Arrivo con un po’ di ritardo: il carro funebre è vuoto, la bara è già al centro della navata e la chiesa è piena, con tanta gente in piedi ed altrettanta fuori, che parla del più e del meno.
Qualcuno, fuori, ride e scherza.
Prendo posto al fondo, cercando uno spazietto ancora vuoto e lo trovo appoggiandomi ad una colonna.
Nella penombra, inizio ad osservare la carrellata dei presenti: pochi visi noti, una marea di sconosciuti. E’ così quando vai ad un funerale per la sola amicizia con un parente; il tuo mondo si specchia nei visi conosciuti e puoi incasellarli nel tempo e nello spazio: luoghi, situazioni, anni.
Scorre, intanto, il nastro di quei volti per te grigi, che non rappresentano nulla. Come tu sei grigio per loro.
Il prete sta parlando, sta esortando i presenti alla fede nella vita eterna, nella quale anche l’estinto avrà un posto, come tutti l’avremo. Di certo. Credeteci, sembra affermare.
Poi, ricorda che verrà per tutti la resurrezione della carne, ed usciremo tutti dalle tombe un giorno lontano: sepolcri nel frattempo scomparsi – non ha nessuna importanza – corpi disgregati che giacciono sotto le fondamenta di un ipermercato. Vi prego, sembra affermare, ve lo dico io che lo so.
Da zero a dieci, tutti votano nella loro mente le parole del prete: osservo qualche 7, un po’ di 6, poi si scende. Qui, in fondo, nessuno alza la paletta.
I 7 ed i 6 rispondono alla liturgia, biascicano qualche risposta incomprensibile: quelle in Latino erano altrettanto oscure, ma erano almeno belle, musicali, evocative. Evocative di che? Niente, nulla da dichiarare – rispondono centinaia di visi cerei, all’officiante in divisa della Finanza – non ho preghiere né richieste da fare, nemmeno di contrabbando.
L’iconografia è desueta: un mondo, povero d’immagini, si scontra con lo strapotere dei mille network, della comunicazione planetaria. Nonostante un “fu” Papa gran comunicatore, la partita è persa senza nemmeno dare il calcio d’inizio a centrocampo. Figuriamoci con un teologo tedesco: chi, ancora, si chiede cosa fosse l’Illuminazione per Agostino?
L’Oberst-Kommandant di St. Peter Platz si rivolge agli italiani e al mondo: “niente preservativo, ricordate, castità”. Ma non ci “seguono” – lamenta – anche le palette con 7 e 6 glissano, si voltano dall’altra parte, perché nessuno ha il coraggio di dire ai propri figli: «Vai, sii fedele alla dottrina: se ti prendi l’AIDS, ci sarà sempre il Buon Pastore a confortarti».
Così trascina la sua stanca vita – fra una polemica per l’uso del preservativo e l’ennesima rassicurazione di non interessarsi alla politica italiana – una religione morente, al tramonto del suo tempo. Crediamo bene che sia contro l’eutanasia: sarebbe la prima candidata.
L’unico istante nel quale la liturgia sembra ravvivarsi, è quando l’officiante chiede di scambiarsi un segno di pace. A quel punto, anche le palette abbassate tendono una mano, sorridono timidamente, fanno almeno un cenno: quasi per voler rassicurare d’esser ancora presenti gli uni per gli altri. Per, poco dopo, dimenticarlo appena saliranno in auto.

Seconda meditazione
Oggi è un altro giorno: viene sempre un nuovo giorno, e i pensieri s’azzerano per ripartire da capo. Non potremmo sopportare un continuum mentale, senza pause, che dura per l’intera vita.
Oggi, si va a trovare un’amica che non sta tanto bene: è tanto che non c’incontriamo, da quando ci s’immergeva insieme nelle acque blu di Liguria, nei “buoni” posti che gli indigeni sanno ancora preservare dall’assalto degli Achei che calano da Nord ogni Domenica.
Sull’Appennino ligure regna una pace bucolica, mentre il sole gioca a nascondino fra le querce ed i faggi: addirittura, ci dobbiamo arrestare per lasciar passare una cinghialessa con i suoi piccoli. L’ultimo è in ritardo: aspettiamo pazienti che scenda dal bosco ed attraversi la strada, quasi urlando «Mamma, aspettami!». Non sono certo di tradurre a perfezione il cinghialese, ma posso assicurare al lettore, almeno, il senso approssimativo della frase.
La sorpresa che ci attende, però, è d’altra natura.
Sì, “non sta tanto bene” e vive sola, in una casa abbarbicata a mezza costa su un monte, come sanno essere impervi e grifagni solo i monti di Liguria.
L’astro, ora, tocca il mezzodì solare e lei c’attende in giardino. La prima cosa che noto, accanto alla sdraio, è la stampella.
Quando si alza – cioè, tenta di alzarsi – chiede dove sia finita l’altra stampella: finalmente, quel corpo sinuoso che osservavo danzare fra le onde, si solleva. Curvo, affaticato, dolente.
Ci trasciniamo in cucina – lei per la fatica, noi per lo sconforto – ed ascoltiamo il lungo racconto: le diagnosi, il peregrinare fra un ospedale e l’altro, poi la speranza – in Germania – ed ora la cura.
Si pranza: anche il pranzo, come il sonno, è un conforto che gli Dei regalano agli umani per consentire loro una cesura.
Dopo pranzo, mi chiede se so fare le iniezioni. Sì, ho imparato da mia madre.
E facciamo questa iniezione: no, sono quattro perché, anche se si tratta di una cura naturale, il nemico è il cancro, e quelle medicine sono una sorta di chemioterapia naturale.
Per carità, nulla di paragonabile alle sofferenze della “chemio” tradizionale, ma soffro nel vederla prona, incapace di muoversi per una buona mezzora, sudata, dolorante.
Allora esco in giardino a fumarmi una sigaretta. E’ l’imbrunire: l’aria stanca del dì di festa, carica d’umidità, scende dai boschi dove la cinghialessa ed i suoi piccini cercavano ghiande e castagne, nel caldo mezzodì della loro vita selvatica.
Lo schiocco di una fucilata rammenta che è giorno di caccia: odo trambusto in lontananza, rumori attutiti dal dialogare del vento. Poi, su tutto, ravviso chiaramente qualcosa che ben conosco.
Non c’è stata la seconda fucilata, ma l’urlo di morte del cinghiale – quel grugnito acido e disperato, lanciato all’inutilità del cielo plumbeo – indica con precisione l’istante nel quale il coltello gli ha reciso la gola. Perché il sangue deve lasciare il corpo, altrimenti la carne non frollerebbe bene: ebrei o goim, per il cinghiale non cambia. Sempre cibo cacer deve diventare.
Intanto s’è fatto buio, e ricordo che è Domenica: gli autotreni carichi di vitelli saranno già dentro al recinto del macello comunale, e non so se una fucilata sia più o meno pietosa. Nemmeno l’esser vegetariani ci salverebbe, poiché quei cinghiali che si moltiplicano divorerebbero fino all’ultima patata.
Rientro in casa. Ora, l'amica è seduta al tavolo della cucina: è avvolta da una coperta, ma il viso è sofferente e trema. Non sono certo io a chiederlo, ma è lei stessa a presagire la domanda celata nella mia espressione, forzatamente neutra; confessa che ci ha già meditato: se tutto dovesse andare male, ha già pensato alla soluzione. Definitiva.
Per non dare fastidio a nessuno, non creare problemi e, infine, per concedere ancora un brandello di dignità a se stessa. Non trovo niente da rispondere: un cenno con il capo basta, per non mettere inutilmente in dubbio il suo onore.

Terza meditazione
Il terzo giorno è il capitalismo a morire. Cioè, non è ancora morto: si tratta soltanto di un triplice infarto, nulla di definitivo. I medici al capezzale del malato somministrano medicamenti antichi: nascondere la viltà dei patrizi, per calarne gli inevitabili danni sulle spalle della plebe. Niente di nuovo sotto il sole.
Alessandro salì a Delfi per consultare la Pizia: poi, confortato, giunse fino all’Indo. Una favola – per la maggior parte di noi – una leggenda sfiorita nei margini del mito.
Solida realtà, invece, credere che la spirale dei consumi a credito potesse crescere senza fine, solo per comprovare nella prassi quotidiana un pensiero di rimozione collettiva della vita e dei suoi limiti, della morte e del suo sancire una fine ad ogni cosa.
Così, assistiamo ad un pessimo teatrino dei Pupi, nemmeno lontanamente paragonabile al potente vento della tragedia: con fare di commedianti, salgono sul proscenio, calcano l’agorà televisiva personaggi che promettono salvifiche pozioni, rassicuranti alcove, caldi e perpetui focolari per riscaldare, senza tremore alcuno, le dubbiose membra.
E c’è del vero, in quel vorticar di suoni nell’aria!
Il Senato sarà salvato – se non altro, perché a scrivere le leggi sono soltanto Cesare ed i suoi senatori – e dunque il mondo potrà proseguire nel suo eterno corso: al più, sarà necessario inviare qualche centuria di Pretoriani sulle vie consolari. Che già hanno preso posto, con la scusa di qualche errabondo brigante.
La ruina sarà scapolata facendo credere che quelle false monete d’argilla, create dal nulla per decenni, finiranno come ogni vaso rotto al Mons Testaceus, la collina dei cocci al Testaccio. Ma, in questo modo, i senatori non sarebbero garantiti!
Allora, si provvederà a consegnare vere monete auree a tutti coloro che consegneranno i falsi simulacri d’argilla. Chi mai, possiede in tal copia si tante monete?
Se ne farà carico l’Erario: parola di Cesare.
La consegna di tanto oro da parte dell’Erario, significherà che non ci saranno più monete per acquistare vino e granaglie per la plebe. Sarà la morte, dopo l’infarto, che verrà ingentilita con preziosi vaticini i quali – nel loro criptico linguaggio – sapranno calmierare con ambigui presagi che tutto non va proprio a catafascio. Solo “quasi”.
Giungeranno a ricordare la solidità di La Palisse: un uomo, un quarto d’ora prima di morire, è ancora vivo.
Le cassandre saranno giustiziate o comprate con pochi sesterzi: ancora una volta, dimenticando che la vera Cassandra aveva ragione. Al termine, dopo che l’oro sarà trasportato nelle ville patrizie, sarà data “mano libera” alla Guardia Pretoria.
Così muoiono gli imperi: nel sangue versato in una sola, grande battaglia oppure centellinando l’amaro calice della sconfitta per lustri e decenni, in un’agonia dolorosa, che deturpa e succhia – come vampiro – le estreme forze.

Epilogo
Una civiltà muore quando smarrisce la frontiera, il limite della Morte come confine ciclico nel volgere degli eventi: lo perde nelle vuote cerimonie funebri, nelle rassicurazioni dei prestigiatori farmaceutici, nella follia dei broker saccenti. Tanto sapienti, da lasciare il loro mondo con una scatola di cartone in mano.
Ratzinger ha ragione quando ricorda che il denaro non è tutto: dovrebbe però spiegare perché, sin dai tempi dei Conventuali e degli Spirituali, la Chiesa Cattolica non abbia quasi pensato ad altro. Oppure dobbiamo ricordare il commercio delle Indulgenze? E le “attività” dello IOR? Da quale pulpito viene la predica.
L’affermazione, quindi, non gli può appartenere – pur verissima – poiché contraddetta in termini dalle opere.
Eppure, in questi giorni di timori e pessimi presagi, è l’unica (o fra le poche) sentenze che meritano attenzione.
Potremo cercare rimedi, per la disgrazia che verrà da quello che oggi è soltanto l’agitarsi di numeri sui monitor: perché, quando si passerà dalla Morte virtuale a quelle reali, il dolore sarà tangibile, sostanziato.
Non conosciamo i termini e gli aggettivi che lo dipingeranno: disoccupazione di massa, welfare da Quarto Mondo, forse una grande guerra per riportare a zero il denominatore e far ripartire una novella, perfida equazione.
Non li conoscono nemmeno i prestigiatori dell’economia i quali, nel bel mezzo di un evento del quale non riusciamo nemmeno a percepire la portata, si permettono l’azzardo – vera ignoranza e presunzione! – di comunicare a quanto ammonterà il deficit USA nel 2013! Ma, quando la finiranno di prenderci per i fondelli? L’Oracolo di Delfi era più serio ed attento!
Il denaro non sarà più “tutto” quando “altro” prenderà il suo posto: ciò che manca oramai da secoli, nella civiltà mercantile, è “l’altro”. Per questa ragione sotterriamo in fretta la Morte: poiché ci richiamerebbe al limite del nostro essere, a qualche domanda più seria e (forse) realmente confortante.
Così, nel vuoto pneumatico di qualsiasi valore pregnante e condiviso – gradualmente, ma inesorabilmente abbattuto dalla necessità espansiva del capitale – la civiltà mercantile muore quando perde l’ultima ancora rimasta: il denaro.
Si ha un bel dire che è necessaria una nuova teoria del valore, che ci vuol un rinnovato socialismo, che dovremo riscoprire i nostri legami comunitari: senza la ricerca interiore di ciò che siamo – l’antico peregrinare della mente alla ricerca del vero, di là delle religioni da ipermercato e da hard discount – l’ansia ci renderà nuovamente schiavi di questo o quel arruffapopoli, sia esso uomo, Dio, semidio o vil denaro.
Gli antichi fidavano su una cosmogonia che rifletteva, su più alti livelli, le pulsioni e i dubbi dell’animo umano. L’uomo medievale, pur vivendo nel terrore di una religione imposta più con la forza che con la conoscenza, credeva o si sforzava di credere in un compendio di certezze. Noi, siamo oramai viandanti nel deserto: sotto il denaro, nulla.

30 settembre 2008

Un po’ di dignità, per Dio!

Mentre tutto il pianeta sta con il fiato sospeso per sapere se gli USA si trasformeranno nella URSA (Unione delle Repubbliche Socialiste Americane), ossia se verranno cacciati nel didietro degli americani 1.000 miliardi di dollari, le “perdite” delle banche americane e dei giochetti dei broker, si fa viva Infostrada/Wind.
Non compare nel fantasmagorico mondo delle animazioni tridimensionali, non ci sono la solita cosciotta nuda e le inflazionate tette al vento ad accompagnarla: si presenta in modo tradizionale, quasi in doppiopetto. Dalla normalissima buca delle lettere.
Lo fa per ricordarmi che devo loro 24,60 euro. Per il periodo 11/7-19/9 del 2008.
Ma, già nello scorso Marzo, avevo inviato disdetta del contratto con lettera raccomandata, sotto dettatura di una gentile vocina di un call centre, nella quale chiedevo la rescissione.
Errore di forma, non avevo indicato chiaramente “anche i servizi Internet”. Provo ad argomentare che l’errore di forma è stato loro, ma non c’è niente da fare.
La rabbia rode, ma facciamo finta che abbiano ragione. La prima volta pago e riscrivo il 9/6/2008:

“…chiedo che siano disattivati tutti i servizi (telefonia ed Internet) che Wind Telecomunicazioni s.p.a. mi ha fornito e fornisce, compreso Internet, abbonamenti vari, ecc. per il numero telefonico 0174/xxxxxxx. In altre parole: tutto.”

Adesso, dopo la raccomandata con ricevuta di ritorno, sembra che sia tutto a posto.
No, non è cambiato nulla: per loro, sei un clientes ad libitum, perpetuo, legato al carro per sempre. Paga 24,60 euro fino al giorno del Giudizio, e taci. Anche se hai dato disdetta un mese prima del periodo in oggetto!

Inutile parlare con i poveri ragazzi del call centre: «Ci auguriamo che riesca a risolvere i suoi problemi…»
Poveracci: li pagano un tanto a contratto – credete che non lo sappiamo? – e se ne “staccano” uno chissà cosa rischiano. Di stare in ginocchio sui ceci per sei mesi?
Negli uffici legali, invece, giovani avvocati con il sangue mescolato al veleno di vipera (probabilmente pagati un po’ di più dei loro colleghi dei call centre), s’inventano arzigogoli giuridici per incastrare la gente. Pecore da tosare, in barba al Diritto Romano ed all’Habeas Corpus.

Così, squallidi personaggi che copriranno con i loro visi “alla lampada” i rotocalchi, s’arricchiranno senza disturbo, senza nemmeno averne sentore. Ci pensa la gerarchia.
24 euro a me, 20 a te, 50 all’altro: che si chiamino Infostrada, Telecom, Tele2, Wind o chissà chi altro, se ne strabattono delle comuni regole del commercio. Ogni tanto pagano qualche misera multa all’Antitrust od all’Autorità per le Comunicazioni, ma sono quisquilie rispetto a quello che riescono a carpirci.

Sono gli stessi che il potere “richiama all’ordine” quando c’è da risolvere un problemucolo da nulla come Alitalia: gente! – tuonano dall’Empireo romano – vi concediamo ogni sorta di prebenda da riscuotere, vi lasciamo liberi di tosare gli italiani come meglio ritenete, vi diamo licenza d’interpretare le norme valicando le norme stesse. Ora, serrate i ranghi della centuria e portate il vostro obolo al signore, al Chigi del nostro tempo.
Ordinati, si mettono in fila – anzi, in cordata! – per eseguire gli ordini del signore di Nottingham. Che, per prenderci per i fondelli, emana decreti a nome di Robin Hood! In cambio, completa libertà di saccheggiare le campagne: un film già visto.
Oh, intendiamoci, per realizzare lo stesso piano “salvifico” di Bush: la privatizzazione dei profitti e la socializzazione delle perdite, Alitalia o Lehman, poco cambia. I soldi li prendono a noi: anzi, siccome violano la legge, li rapinano.

E che dovremmo dire, allora, delle autostrade “private” e sempre più scassate, nelle quali il tributo si paga in egual modo, anche se su 200 km di percorso si viaggia per 50 km su un’unica corsia? A nessuno viene in mente che il servizio viene pagato – se è un servizio privato! – per l’intero percorso? E, quando, ci facessero percorrere 150 km ad una sola corsia? Oppure, l’incubo della tangenziale di Mestre, è una nostra fantasia?
Poi, i treni “fucilati” sul campo: “Si avvertono i passeggeri che il treno 1717 è stato soppresso. I viaggiatori potranno…”. Potranno attaccarsi al tram, se c’è. Perché il treno è stato soppresso, fucilato, impiccato: come Saddam.
Chi se ne frega dei lavoratori che torneranno a notte fonda, degli studenti che telefoneranno «Mamma, vieni a prendermi: hanno soppresso il treno…» Tutto normale: soppresso. Come un cane in fin di vita.
Se arriverete a casa a notte fonda, in ogni modo, potrete sempre seguire la puntata numero 9734 del processo di Cogne. Va in onda nell’Alveare 1.

Ora, tiriamo un po’ le somme: non sono certo ricco, ma 24 euro sono ancora alla portata del mio budget familiare.
Penso invece ai pensionati a 700 euro il mese (che sono i più a cascare in queste vere e proprie truffe legalizzate), ai disoccupati (+ 300.000 in un anno!), ai tanti lavoratori interinali che non sanno se il mese prossimo avranno ancora di che vivere. Ma anche agli operai che guadagnano 1.000 euro il mese, ai precari, agli stessi ragazzi dei call centre, che fanno un lavoro infame per 500 euro il mese.
Per molte di queste persone, 24 euro sono già un problema: non saranno la fame ma, la rinuncia ad una misera pizza con gli amici, sì. Lor signori, imperterriti, tosano tutti.

La gente di Chiaiano lotta ed affronta la militarizzazione “sudamericana” del suo territorio, per non far morire di cancro i suoi figli, quella di Vicenza si ribella all’imposizione – da parte di uno Stato estero che non ha manco più i soldi per mettersi le pezze al sedere – di una cementificazione selvaggia, per fare dei loro prati un nuovo strumento di morte da esportare nel pianeta.

I nostri politici – servili, collusi, corrotti, incapaci, imbelli, incompetenti – si piegano oramai a tutto e mostrano d’avere, al posto della colonna vertebrale, una lisca d’acciuga. Il Presidente, il Presidente… il Presidente tace: manco, più, “fuma la pipa”.
Potremo andare avanti a postare commenti qui a là, a “quotare” oppure no un articolo: l’unica risposa sarebbe creare una nuova formazione politica partendo da noi, dalle tanta persone che ancora sanno usare il cervello. Cosa facile a dirsi, un po’ meno a farsi, perché sarebbe proprio una traversata del deserto.
Possiamo postare commenti al vetriolo sul blog di Grillo – non m’interessa sapere chi è veramente Grillo e tutte le dietrologie che si trascina sul groppone – ma, alla fine, non sortiremo nessun effetto.

Allora, iniziamo da quel che abbiamo: il Web. E non si venga a dire che bloccheranno anche quello: non possono, perché l’economia, oggi, non può fare a meno di Internet.
In tempi lontani, avrebbero preferito sopprimere la stampa, ma non ci riuscirono. Galileo, per chi ricorda un po’ di Storia, chinò la testa ma inviò i suoi manoscritti ad Amsterdam per la pubblicazione, nelle Zeven Provinzen. “Libere” Province.

Abbiamo solo il Web? E, allora, per Dio: usiamolo!
Se abbiamo ancora un cuore, se abbiamo ancora dignità di noi stessi e ci riconosciamo nel tanto dolore degli altri, degli italiani che non trovano più voce, gridiamolo! Non precipitiamo noi stessi nel silenzio, non chiudiamoci nella viltà degli ignavi!
Gridiamo loro in faccia che c’è gente la quale non ha ancora perduto del tutto il cervello, che sa riconoscere una truffa: non tutti gli italiani sono fuggiti all’Isola dei Penosi!
Io, invierò lettera raccomandata a chi di dovere, ma facciamolo in tanti con un semplice gesto: per la nostra, residua dignità, per quella dei pensionati al minimo, per gli stessi lavoratori dei call centre, schiavi senza memoria, vocine vuote, paraventi – loro malgrado – di questo potere corrotto, del più basso impero che si possa immaginare. E tocca loro farlo per 500 euro il mese.

Chi desidera far sapere a lor signori che ci truffano a centinaia di migliaia, può inviare questo articolo alle due caselle di posta elettronica sotto indicate. Tanto per far loro capire che esistiamo ancora.
La procedura è questa:
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PS: intasate le loro caselle, non la mia!

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23 settembre 2008

Il crepuscolo degli Dei

“…e gli uomini…
col sangue dei concittadini ingrossano le proprie sostanze
e avidi raddoppiano le ricchezze, accumulando strage su strage;
crudeli si rallegrano del triste funerale di un fratello…”

Lucrezio Caro, De rerum natura, Libro Terzo.

Che il vento stesse per cambiare, me lo raccontò il vento stesso: iniziò a spirare da Tramontana, freddo, tagliente, come per annunciare che il tempo dell’espiazione stava giungendo.
Sono pochi chilometri da casa a scuola, venti minuti di strada, ed è il momento della giornata nel quale i pensieri m’assalgono a frotte, mi subissano, disordinati.
Perché mai il vento sussurra ch’è tempo d’espiare?
Quando la barriera razionale nella mente pare insuperabile, meglio affidarsi alle parole, poiché le parole non sono soltanto pietre: sono anche petali, senza i quali non si giunge a racchiudere nessun fiore.
Potremmo nutrirci con il termine israelita salakh, ma dovremmo associargli – allora – il peccato: vale la pena, in una mattina di fine estate, d’impegolarsi con secoli di filosofia scolastica?
No, meglio lasciare Yom Kippur – con il suo bagaglio di terrori ed ossequi per un Dio patrigno – ed abbeverarci alla fonte greco-romana, laddove l’espiazione non era un processo penitente, bensì un atto positivo, per ingraziarsi una divinità e portarla al nostro fianco. In sostanza: non chiedere perdono, bensì aiuto, benevolenza.
E perché mai dovremmo farlo? A dire il vero non lo so con precisione: me lo ha sussurrato il vento e basta, proprio mentre aprivo la portiera dell’auto. Come la piuma di Forrest Gump.

La prima persona che incontro, nel tragitto, è un attacchino che gratta con il raschietto un manifesto pubblicitario: l’icona di una potente catena distributiva se ne va, scivola lentamente nel secchio dove galleggiano motti di carta, sopra l’acqua sporca di colla e solventi.
Sic transit gloria mundi…no, troppo semplice…però, il manifestarsi degli eventi non può trascendere i sensi…e l’impressione che ho colto è stata proprio quella dell’annullamento, dell’inarrestabile lisi.
Basta, Bertani, piantala con queste elucubrazioni da scemo: a quel messaggio se ne sostituirà un altro, l’attacchino tornerà con nuova carta, altra colla, e così per sempre, nei secoli dei secoli. A dire il vero, “in saecula saeculorum”, riferito al business pubblicitario, mi fa sorridere, ma c’è una rotonda da doppiare e devo stare attento a non sbattere. Istanti, altro che secoli.
In fin dei conti è solo economia: l’economia sancisce l’ascesa e la caduta di quei rettangoli di carta sulle piattaforme di metallo, e l’attacchino esegue e basta. Fine.

Già, ma il termine “economia” significava originariamente “conduzione della casa” e, se l’economia diventa un fatto planetario, essa assume il significato (per ora, solo etimologico) di “conduzione del pianeta”.
Fin troppo facile conclusione: per come lo stiamo “conducendo”…
La seconda, ed ultima icona che osservo prima di giungere a scuola, è il prato dell’antica tenuta che confina con l’altrettanto antico liceo: diligentemente, ai primi sentori d’Autunno, un contadino ha collocato, ad intervalli regolari, mucchi di letame per concimare il prato. Ovvio, terminata la fienagione, è tempo di preparare la terra per una nuova stagione di raccolti. In saecula saeculorum.
Ciascuno partecipa come può e come deve: Brahma, Vishnu e Shiva s’infondono nell’attacchino che incolla, controlla e poi stacca i manifesti. O nel contadino che concima, accarezza l’erba con il rastrello ed infine la falcia. Tutto ha un senso, economico.

Giunto a scuola, precipito nei riti d’inizio anno: dai giovani da conoscere ai “vecchi”, che ti vorrebbero far sentire giovane come loro e, invece, ti ricordano solo il peso di una nuova Primavera sulle spalle.
Ho però un’ora libera (evento oramai raro…) e leggo il giornale sul Web.
Credevo che la notizia di testa fosse Alitalia, che è invece scesa nella classifica: in alto, c’è la novità che Lehman Brothers è fallita. Mi chiedo cosa possa significare.
Si tratta di una banca: una banca che fallisce, vuol dire che non ha più soldi, altrimenti non fallirebbe. Lo raccontava già Mary Poppins…

La banca Lehman Brothers ha “bruciato in Borsa” 900 miliardi di dollari (Repubblica, 15/9/08): sembra una quantità impressionante di beni, se corrispondessero a qualcosa. 900 miliardi di dollari corrispondono, all’incirca, a 45 milioni d’autovetture di media cilindrata, a 900 milioni di computer, a 3 miliardi di sacchi di patate da un quintale.
Da oggi in avanti, “mancheranno” beni corrispondenti al mercato europeo dell’auto, a quello USA dei PC, a decine di navi cariche di patate?
Non sono un economista – e, per cos’è diventata l’economia, ringrazio il Cielo di non esserlo – ma non penso che, da oggi in poi, non ci saranno più auto in Europa e computer negli USA, ed ho anche la ragionevole speranza di non dovermi privare, dopodomani, delle amate patatine fritte.
Semplicemente perché, un contadino che ben conosco, continuerà a seminarle ed a rifornire il negozio sotto casa.

Poi, c’è la vicenda Alitalia. Ma, Alitalia – se non sbaglio – non è quella “cosa” composta da aerei, piloti, hostess e personale di terra che porta la gente a spasso per il cielo? Se, poniamo, domani o fra cinque anni, Alitalia si dovesse chiamare Alinostra, Alipizza od Alicozza, se avesse gli stessi dipendenti ed aerei e continuasse a fare il suo mestiere, non sarebbe la stessa cosa?
Ora, qualcuno più “furbetto” dirà che manca il piano industriale, ci sono i debiti, eccetera eccetera…
Qualunque sia il futuro dell’universale imputato oggi come “Alitalia”, scommettiamo che – dopodomani, oppure il mese prossimo – ci sarà gente che rileverà quegli aerei, farà nuovi contratti con il personale e porterà gli italiani in cielo? Chiariamo: è una scommessa da bar, mica roba seria, da Lehman Brothers.
In realtà, il problema non è il destino di Alitalia, ma solo del piatto di poker che i “cordatari” hanno deciso di giocare. Sulle spalle dei lavoratori? E dai, non fare il menagramo…chi se ne frega di quelli…rilancio di 20 milioni…

Il dilemma, cui pochi sembrano interessarsi perché siamo oramai subissati di cattiva informazione, è che un conto è l’economia reale, un altro quella virtuale. Le quali sono, attualmente, in rotta di collisione.
In lontani tempi storici, vi furono avvenimenti almeno un poco paragonabili, ma l’oggi è qualcosa di veramente diverso e nuovo: non dal punto di vista concettuale, bensì per le forze dei numeri in gioco.
I Romani, imposero all’Egitto la canalizzazione delle acque e di smetterla con il tradizionale allagamento che il Nilo operava sulla pianura egiziana: fu una presa di posizione ideologica e dogmatica, ed il crollo della produzione di cereali in Egitto fu uno dei prodromi della successiva caduta di Roma. Siamo però, ancora, nel mondo reale: meno navi di grano per Roma, meno legioni in giro per l’Europa.

Un altro esempio fu l’immissione dell’oro americano in Europa nel XVI secolo, che causò il primo “terremoto” nel prezzo delle derrate alimentari: le conseguenze furono forse (storicamente) meno traumatiche, ma si protrassero per molto tempo, e fu probabilmente il primo “campanello” d’allarme.
In sostanza: quando s’interviene con mezzi finanziari e monetari, non sono le perdite od i guadagni finanziari ad essere “interiorizzati” nella storia del pianeta, ma solo i riflessi sull’economia reale. I “grandi”, sembrano non imparare nulla dagli errori del passato: solo quando una devastante guerra od una carestia li obbliga – timorosi dei forconi dietro la porta dei poveracci – a prenderne coscienza della realtà, abbandonano per un istante i loro giochetti. Pronti, però, a riprenderli alla minima disattenzione del popolino: pronti a fare “orecchie da mercante”, appunto.

Cosa rappresentano, allora, quei 900 miliardi di dollari “lasciati sul terreno” da Lehman Brothers?
E’ bene dire “lasciati sul terreno” poiché – non trattandosi ovviamente del terreno di una battaglia – si tratta di un terreno di gioco. Una confraternita di banchieri e di loro lacché – i broker – decisero d’iniziare a giocare una partita a Monopoli, oppure – se preferite – come Robin Williams aprirono il più pericoloso Jumanji, e lanciarono i dadi. Dopo, non ci si può più ritirare.
Le regole del gioco sono complesse e variano continuamente, ma è soltanto un gioco: ci sono autorevoli esperti, sul Web, che lo spiegano compiutamente.
In sintesi, i giocatori che siedono al tavolo iniziano una catena di scommesse su tutto, dall’estrazione di petrolio al consumo di preservativi. Poi, assegnano un valore ad una scommessa e la rivendono ad altri – se si correrà di meno in macchina o si scoperà di più, oppure se si scoperà in macchina (nel caso, un mercato “incrociato”, più scommesse!) – scommettendo che il valore di quella scommessa lieviterà fra sei mesi, e via con la catena delle scommesse e dei cosiddetti “derivati”, o scommesse sulle scommesse delle scommesse.
Non si tratta, ovviamente, di una cosa seria: quando mai, il Totocalcio è stato ritenuto un fondamentale dell’economia? E’ solo una scommessa…un piccolo divertimento del sabato…

Tutto questo frullar per l’aria di timori, catastrofi imminenti, cassandre ed ottimisti – da quelli che considerano il pianeta oramai definitivamente fottuto a causa di Lehman Brothers e compagnia varia, a coloro i quali tranquillizzano, affermando che l’Europa è protetta da un preservativo di bronzo contro le avventure americane – nasconde e quasi mai affronta i problemi dell’economia reale.
Ad esempio, nessuno – di qua e di là dell’Atlantico – ha preso in seria considerazione gli effetti della produzione di biocarburanti.

I calcoli eseguiti dall’Università di Berkeley (Altieri) mostrano una realtà desolante: mettendo a coltura tutti i terreni coltivabili a soia e granturco degli USA, si giungerebbe a soddisfare l’attuale richiesta statunitense per il solo 12% della benzina e del 6% per il gasolio. Trasformando l’intero consumo di cereali europeo (e, dopo, cosa mangeremmo?), giungeremmo pressappoco a soddisfare la metà del fabbisogno energetico per autotrazione (Coldiretti). Nonostante gli avvertimenti di serissimi istituti, la “bufala” dei biocarburanti deve proseguire, giacché alcuni grandi petrolieri, uniti a potenti lobby agrarie ed ai produttori di sementi OGM, hanno decretato che domani si dovranno chiamare “bio-petrolieri”. “Fa fine”, e nuovi guadagni, sui quali intessere nuove scommesse.

Conosciamo da tempo la motivazione di queste scelte: trattandosi di un pianeta con dimensioni finite, le quantità prodotte sarebbero finite, come per gli idrocarburi, e quindi ci sarebbe un mercato finito sul quale giocare, per poi scommettere sulla scommessa…
Sull’infinito delle energie rinnovabili, chi potrebbe scommettere qualcosa?
Eppure, la perversa meretrice dei biocarburanti ha causato effetti nell’economia reale ben più gravi di cosa potranno combinare quattro miliardari che scommettono se, domani, avranno un miliardo in più od in meno.
Quanti poveracci sono già morti, o moriranno a breve, per l’aumento dei prezzi dei cereali? 75 milioni in più dello scorso anno (FAO, 17/9/2008), testimoniano che siamo diventati bravissimi nel prevedere addirittura quanti moriranno di fame nel breve, medio e lungo periodo. Chi va in giro per hard discount, avrà notato che, anche qui da noi, i pensionati a “pane e latte” non stanno tanto bene.
Ovviamente, qualche pretoriano statunitense della Lehman Brothers – un povero broker – tirerà fuori dal cassetto la Smith & Wesson, la accarezzerà, bacerà la foto con la moglie ed i figli e si sparerà un colpo alla tempia, per incassare per tempo il premio dell’assicurazione sulla vita. Per loro, non è Monopoli: è Jumanji.

D’altro canto, anche i pretoriani di Roma morirono a causa delle mancate inondazioni del Nilo, ma gli antichi erano più attenti nell’osservare la natura, i suoi cicli, le sue bizzarrie, i pericoli.
Avevano l’ossessione di conoscerla per comprenderla – pensiamo (soltanto) al De Rerum Natura di Lucrezio Caro ed ai mille commentari che ne sono discesi – e, quando decidevano di giocare d’azzardo, lo facevano allegramente alle terme, mica pretendevano di governare l’impero con un lancio di dadi!
I cinesi, a loro volta, furono i più raffinati scrutatori del cielo e redassero il più antico compendio – tuttora molto consultato – che cerca d’interpretare la natura mediante il calcolo binario, ossia l’I Ching.
Di là degli aspetti divinatori, la raffinatezza di un testo come l’I Ching ci pone di fronte ad una riflessione metodologica: quanto può essere benefico, per l’uomo, comprendere la natura nel suo sfaccettato mutare, oppure chiudersi in un microcosmo al trentesimo piano di un grattacielo, cercando d’interpretare – e di piegare! – la natura per delle semplici scommesse?
Inoltre, snobbare l’essenza della natura, ci conduce a non comprenderne i fondamentali aspetti ciclici: tutto, in natura, ha una fine ed un inizio. Ma, la fine, è un nuovo inizio, ed allora non c’è più nascita e morte, ma solo ri-nascita e ri-morte.
Come agiamo, invece, noi – esseri intrisi di certezze intonse – che non osserviamo più niente e pontifichiamo? Sotterriamo rifiuti, celandoli alla vista, e crediamo così che la nostra azione li sottragga al volgere naturale degli eventi. Solo dopo aver trovato diossina nelle mozzarelle ci domandiamo qualcosa, ma la domanda è spesso retorica, perché immediatamente ricoperta da una rinnovata glassa di certezze, sbobinate all’istante dal funambolico clown dell’informazione.
Possiamo dunque affermare, così come per la merda nascosta e dunque per noi inesistente, che il denaro possa impennarsi in un pazzo salire al cielo, per riflettersi in dorati echi di cornucopie, fino a divenire un’iperbole senza limiti? Dalla quale ricavare ricchezza infinita per sempre, per eoni, per interi universi?
Tutto ciò, per dirla in termini giudaico-cristiani, è “privo di peccato”?

Ciò che il vento tentava di narrarmi – il bisogno di un’espiazione – sorge forse dalla violenza che operiamo sulla natura e su noi stessi, perché abbiamo ridotto le nostre attività di creazione a lavoro parcellizzato e spersonalizzante. Per reggere questa primitiva violenza, siamo dovuti ricorrere ad una seconda mistificazione: “aggiustare” una serie di mediocri principi per costruire intorno ad essi una inconcludente teoria del valore, delle monete e delle merci, la quale ci ha condotti a considerare creazione di ricchezza una semplice serie di scommesse. Una partita ai dadi, un tempo semplice divertimento, ha rubato il proscenio alla riflessione analitica, ipnotizzando le platee con un perfido inganno.

Oggi, lo scenario tecnologico è rapidamente mutato e, per la prima volta nella nostra Storia, non siamo soltanto in grado d’assegnare a muscoli meccanici le attività più faticose, bensì possiamo anche contare su affidabili sistemi d’intelligenza artificiale.
Una nuova alba potrebbe quindi apparire all’orizzonte dell’umanità, ma si frappone ad un futuro – che potrebbe essere senz’altro migliore – la mistificazione, e finiamo sempre nei trabocchetti senza ritorno, negli angoli più oscuri di un orizzonte evanescente.
E’ possibile trovare soluzioni? Una nuova teoria del valore e, di conseguenza, forme di lavoro più appaganti e, soprattutto, più elastiche e meno affaticanti?
Non si tratta certo di un percorso facile: per questa ragione, ho introdotto la trattazione iniziando dal tema dell’espiazione. Senza rimuovere prima le macerie, è impossibile ricostruire.

Non saranno certo queste poche righe a modificare il maleodorante scenario che c’accompagna: è però altrettanto vero – per l’infallibile interdipendenza dei fenomeni – che qualsiasi azione (karman) gettata nell’evolversi degli eventi è destinata a modificare l’orizzonte degli stessi, ovvero la catena di cause ed effetti che ne discendono. Impercettibilmente, ma inesorabilmente.
Immaginiamo, per pochi attimi, d’aver espiato questo tempo della cancrena e dell’inganno – nel positivo approccio greco/romano, non come inconcludente “mea culpa” – ed osserviamo se possiamo almeno porre limitate basi.

Anzitutto, è del tutto evidente che una nuova teoria del valore deve tornare ad assegnare alle monete un valore che sia quanto meno coerente con la realtà: l’oro è oramai improponibile, le conchiglie nemmeno.
Il gruppo “Etleboro” – che già si occupò di questi problemi – ritiene che si potrebbe assegnare ad una futura moneta un valore reale, calcolato sulla base della ricchezza effettivamente prodotta in un’ora di lavoro da un lavoratore medio.
Il tentativo è lodevole, saltano però agli occhi alcune difficoltà che sembrano difficilmente superabili: “ricchezza” può dar adito a diverse interpretazioni, mentre “lavoratore” (per di più, “medio”…) sembra un universale troppo ampio, e quindi di laboriosa definizione.

Un secondo approccio potrebbe nascere dalle necessità primarie dell’uomo: la prima, è nutrirsi.
Una nuova moneta, potrebbe essere valutata partendo dall’alimento base prevalente nell’alimentazione umana, ossia i cereali (ovviamente, “depurati” dalla “bestemmia” di trasformarli in energia): una media fra i valori dei principali cereali, potrebbe condurre – questo vuol essere solo un semplice esempio – ad assegnare ad un ipotetico “Grano” il valore di un kg di frumento, oppure di 800 grammi di riso, orzo, sorgo, mais…utilizzando fattori di conversione su base scientifica, tratti dal potere nutrizionale, ecc.
Ovviamente, non si tratterebbe di un valore stabilissimo, poiché differenti annate agricole provocano diversi raccolti, ma – se consideriamo almeno il medio periodo – la produzione cerealicola è abbastanza costante, con un trend in leggera crescita, progressivo da molti anni.
Sarebbe una moneta forse un po’ “naif” – e vedo già qualcuno storcere il naso – ma il suo valore sarebbe ancorato a qualcosa di tangibile, reale e diffuso: non come l’oro che è raro, e dunque catalizzatore dei monopoli. Meno che mai, l’assurda credenza (dopo la fine di Bretton Wood) che il “metro” con il quale misuriamo gli scambi economici possa essere oggetto – anch’esso! – di scommesse. Scommettiamo che il metro di platino di Sèvres è più lungo di due centimetri? Che la mia bilancia, domani, peserà due etti in più della tua? Un po’ di serietà.

L’aumento costante della produzione cerealicola, che avviene da parecchi decenni, per mantenersi avrebbe bisogno di due presupposti: il primo, già citato, è la preclusione alla conversione energetica delle derrate alimentari. Il secondo – meno dibattuto – è la riconversione alle energie rinnovabili poiché, senza nuovi carburanti in grado di muovere le macchine agricole del futuro, non sarà possibile – quando il petrolio scarseggerà – mantenere l’attuale produttività in campo agricolo.
Inoltre, la variazione della massa monetaria, corrisponderebbe esattamente alla quantità del bene primario necessario alla sopravvivenza: non è certo la perfezione, ma è già qualcosa.
Può apparire una soluzione puerile, ma sarebbe una moneta più stabile (nonostante le variazioni della produttività agricola) di tutto il bailamme che ci ammansiscono come un compendio di “cose” e “valori” “stabili ed incontrovertibili”. Cosa c’è di più “serio”, fra un campo di frumento che occhieggia al sole ed una banca che vive di scommesse?

Se volessimo strafare, ossia compiere un volo pindarico, potremmo ipotizzare che l’aumento costante di produttività, generato dall’incremento tecnologico, vada a costituire parte del fondo per un reddito di cittadinanza, affidando la quantità di sopravvivenza di “Grano” a chi non desidera lavorare. Una seconda, importantissima fonte per redditi di cittadinanza, sarebbe lo smantellamento dell’inutile apparato di controllo burocratico: oggi, costa di più controllare se hai diritto ad un servizio piuttosto che fornire il servizio stesso. Mi viene alla mente quante persone devo interpellare – le quali devono a loro volta controllare! – per ottenere un’ecografia quando, l’atto in sé, si risolve in una decina di minuti.
La via verso il reddito di cittadinanza trova subito un ostacolo nel pensiero: oh, mio Dio, e tutta questa gente che non lavorerà più, chi la manterrà?

La perversione degli “scommettitori” istituzionali è accompagnata – grazie alla quisquilia che “occupano” le istituzioni ed i media – dal messaggio, palese o subliminale, che l’uomo sia un animale perverso, incapace d’evolvere le sue pulsioni in attività creative.
La Storia, c’insegna invece che gran parte del sapere (e dunque della conoscenza, della competenza, della tecnologia…) è stato conquistato da persone che non avevano nessun legame economico o finanziario con le attività che svolgevano: o erano benestanti perché nobili, oppure erano sorretti da qualche mecenate. Due esempi: Volta ed Edison.
L’inversione, catastrofica, avvenne intorno al 1930 quando – per la prima volta nella storia dell’umanità (J.D. Bernal, Storia della scienza) – gli investimenti per la ricerca militare superarono quelli per la ricerca civile: fu l’effetto del riarmo americano, tedesco, britannico, ecc.
Durante la guerra fredda, il rapporto giunse ad essere di dieci ad uno in favore delle armi, e non ci vengano a raccontare pretesi e felici “fall out” nel comparto civile, che esistono, ma sono briciole al confronto di quel che si spende per le armi.

Questo mondo oramai iper-militarizzato, ha condotto all’estinzione della figura del mecenate – sia esso un munifico protettore oppure lo Stato – prosciugando proprio le risorse per chi voleva semplicemente studiare per conoscere. E, dalla pura conoscenza, è nata l’interpretazione del mondo naturale. Sempre cicli che s’intersecano, in un solo, infinito logos.
Dimenticando il legame con il mondo naturale, non interiorizzando più i suoi messaggi, allontanando il piacere di conoscere semplicemente per curiosità, abbiamo costruito intorno a noi una gabbia nella quale, l’unico divertimento rimasto, sembra essere quello di scommettere su come si muoveranno delle montagne di biglietti di banca. Oltretutto, virtuali, poiché sono soltanto tracce elettroniche sui monitor: almeno, lo zio Paperone provava la gioia del tuffo nel famoso deposito! Noi, manco quella.
La tendenza ad ignorare il vero piacere della conoscenza – per come trattiamo la scuola appare evidente – non ci regala “tempo libero”: ci assegna solo un posto in una gabbia d’allevamento. E, tutte le istituzioni, sono lì apposta per ricordarcelo.
Possiamo trovare esempi spiccioli di questa miserrima tendenza negli impianti giuridici ed economici: la proibizione (UE) dei cosiddetti “aiuti di Stato” (e che la ricerca si fotta), oppure le potenti campagne (dis)informative attuate dalle influenti lobby dei combustibili fossili e dell’Uranio contro le energie rinnovabili. Possiamo spiegare altrimenti perché, nel Paese che ha inventato il solare termodinamico con Rubbia, non esiste una sola centrale?

Chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto, si chiederà quale sia la morale, la soluzione, la riscossa dopo tante chiacchiere. La risposta non può esistere, per ora, perché abbiamo scordato l’assioma di partenza: l’espiazione.
E’ già qualcosa, però, immaginare d’aver scapolato gli scogli dell’espiazione per gettare lo sguardo oltre l’ostacolo: per ora, solo per tracciare qualche timida ipotesi.
Senza le quali, però, rimarremo ancorati a cose serissime, come le scommesse delle banche, i piatti di poker chiamati Alitalia, le esternazioni senza contraddittorio di Berlusconi nell’alveare dell’Insetto, le sfiorite obiezioni di ex ministri veltroniani, le fiorettiste che affermano di “lasciarsi toccare”, le ministre che, invece…

A scelta: io, preferisco oramai ascoltare le rime del vento. Lui, non annoia mai.