Carlo Bertani blog: un piccolo spazio aperto sul mondo, qui e sul sul mio sito, www.carlobertani.it..e adesso http://italianzihuatanejo.blogspot.com/
27 giugno 2014
Quelli che “...sono contro la caccia...”
Si fa presto a dire sono “contro la caccia”: a prima vista lo siamo tutti. Ma.
Sarebbe più logico diventare vegetariani – c’è poca differenza fra la fucilata nel bosco o lo “sterilissimo” colpo con la pistola a molla che domattina (oggi è Domenica) sfonderà il cranio di una mucca in un qualsiasi macello – ma anche il vegetarianesimo (o veganesimo) comportano dei problemi, come vedremo.
Gli animali sono i nostri compagni di viaggio, anche quelli che mangiamo: che paradosso, vero? La mia gatta non si cura delle acciughe morte che le do da mangiare...ma se fosse un coniglio? Per alcuni è un animale da compagnia, per altri uno splendido sugo per le tagliatelle. Osservo le lumachine sull’insalata e le sposto in un posto fresco, mio fratello le raccoglie, le mette a spurgare nell’acqua e se le mangia.
Io, da parte mia, potrei anche fare a meno della carne, ma del pesce sarebbe un vero tormento: tonni e tonnetti (bonitos), acciughe fresche, salate o in carpione col limone, moscardini e gronghi...non mangio pesce “nobile” ma quello popolare, anche se so benissimo che non fa differenza.
Siamo partiti dalla caccia, ed alla caccia torniamo.
Molti anni fa – siamo intorno al 1960 – la caccia era, quasi ovunque, praticata nei confronti della lepre, del fagiano, della quaglia e di pochi altri animali.
Il cinghiale? Il cinghiale era solo in Sardegna ed in qualche riserva naturale della Toscana: i salamini di cinghiale sott’olio erano una vera rarità, che trovavi solo in Sardegna ed a Grosseto & dintorni. Poi, avvenne il cambio della fauna: ecco come avvenne.
Il cinghiale è un animale potente, ma poco prolifico: ti può aprire la pancia senza tante storie con le sue zanne se capiti male (femmine con i piccoli) e so di gente che s’è arrampicata sugli alberi per sfuggirgli. La sua scarsa diffusione era causata dal fatto che più di un paio, al massimo tre piccoli non metteva al mondo: l’equilibrio della popolazione era quindi perfetto, scarsa prolificità e caccia praticamente assente.
Qualcuno – bisognerebbe cercarlo nelle associazioni venatorie? – ebbe un’idea: perché non li incrociamo con maiali di certe sottospecie (come il maiale sardo od altri di razze inglesi), che hanno una livrea praticamente identica? Ecco fatto: nacque un cinghiale che conservò le zanne ma che, in compenso, sfornava 8-12 cuccioli per ogni nidiata.
E l’equilibrio saltò.
Ci vollero decenni: nel 1980 in Liguria già esistevano le “squadre” per la caccia al cinghiale mentre nell’alto Piemonte erano praticamente sconosciute. Ora, quando vado nella casa di famiglia sulla Serra d’Ivrea, li sento grugnire – la notte – a due passi.
Poi c’è il capriolo: “Bambi” che tutti i bambini imparano a conoscere nei cartoni animati. Animale mansueto, docile, che s’affeziona addirittura all’uomo: il problema è che – come tutti i caprini – preferisce cibarsi di gemme piuttosto che d’erba. Cosicché, non solo qualsiasi coltura è a rischio, bensì anche ogni taglio di bosco ceduo stenta a ricrescere, poiché i caprioli fanno razzia di gemme.
Alcuni dati: lo scorso anno, nella provincia di Savona, fu autorizzato un “prelievo” – eufemismo: hanno ammazzato – circa 3.000 cinghiali. Immaginate un po’ che razza di fauna c’è nei boschi d’Italia: una sorta d’allevamento sul territorio, a disposizione dei cacciatori. Purtroppo, non ho dati sui caprioli: so soltanto che sono stati introdotti i primi daini (il daino è un animale piuttosto grande, il maschio rasenta il quintale, a differenza del capriolo) poiché il capriolo non incontra molto il gusto dei consumatori...si spera nel daino.
Perché questo affaccendarsi in razze ed incroci?
Poiché la caccia non è soltanto uno sport, è un’attività redditizia.
Stabiliti in circa 1.000 euro le spese fisse (tasse, licenze, cartucce, ecc) ogni componente di una squadra (sono circa una decina di persone) può arrivare a mettere insieme 5.000 euro l’anno, considerando sia il quantitativo di carne per auto-consumo, sia gli introiti derivanti dalla vendita.
La legge proibisce di fare commercio con i proventi della caccia, ma – capirete bene – quanto siano facili da superare questi divieti: per un ristoratore basta avere una fattura o due di cinghiali allevati per sfornarne venti “abusivi”.
Rimedi?
L’unico rimedio è la caccia oppure il ripopolamento con i predatori che un tempo erano comuni sui nostri rilievi: lupi, linci ed orsi.
Eviterei qualche marchingegno genetico per risolvere la questione con “l’alta ingegneria” delle specie, perché – dopo – non sapremmo più veramente a quale santo votarci: meglio stare con i piedi per terra, nel senso che di unicorni e draghi volanti non abbiamo proprio bisogno. Lasciamo stare Jurassic Park. E nemmeno provare con qualche microbo che, dopo, magari provoca l’invasione delle vipere o la morte di tutti i faggi.
Vediamo le specie conosciute.
L’orso, ad essere precisi, non è un vero e proprio predatore nei confronti del cinghiale o del capriolo: può essere considerato un competitore, in ogni modo c’è un progetto per diffonderlo nelle Alpi Centrali (1). Non si tratta dell’orso marsicano, ma dell’ursus arctos, dal quale il marsicano differisce solo per dimensioni (300 kg max contro 700). Insomma, il “cuginetto” del grizzli. In Croazia, ogni anno, ci sono circa tre morti a causa degli orsi: si tratta per lo più di ristoratori od albergatori di zone impervie. Mi spiegarono in loco che, al termine del letargo, le bestie affamate s’introducono nelle dispense di queste strutture e, incontrando qualcuno, lo “scostano” un po’ troppo rudemente...insomma, nessuna volontà d’ucciderlo per farne preda, però...
I lupi sono i principali candidati per questa “disfida”, ma ci dimentichiamo di una cosa: già ci sono, e mica pochi. Fonti attendibili affermano che, fra Genova ed il confine francese, siano attivi una decine di branchi per un totale di un centinaio d’esemplari. E non hanno certo scalfito la popolazione dei cinghiali.
A complicare la cosa, ci sono anche branchi di cani selvatici i quali si sono accoppiati con i lupi, determinando degli ibridi: si tratta di cani da pastore, molto vicini geneticamente ai loro cugini selvatici, mentre i molossoidi (alani, mastini, ecc) hanno repulsione per i lupi.
Questi nuovi “lupoidi” temono l’uomo molto meno dei lupi e, paradossalmente, sono più pericolosi, perché hanno meno remore ad avvicinarsi agli abitati.
Personalmente, vidi una coppia di lupi fuggire da un incendio boschivo di grandi dimensioni: passarono a qualche decina di metri da me e tirarono dritto, senza curarsi degli umani. Si notava “a pelle” che cercavano un rifugio, una forra od il folto del bosco per nascondersi e non pensavano affatto ad attaccare: in effetti, tutta la scena durò al massimo 10 secondi.
Il terzo, possibile predatore è la Lince: un “gattone” che pesa circa 30 chili ed è alto 55 centimetri alla spalla, 70 con la testa. Le dimensioni sono quelle di un cane di mezza taglia, però si tratta del “cuginetto” della tigre.
Non ha un buon carattere: non attacca l’uomo ed i suoi insediamenti solo fin quando ha abbondanza di prede, poi, s’avvicina alle case. E’ un felino: comportamento completamente diverso dai lupi, insomma...è un “gattone” che non fa piacere incontrare in un bosco perché salta sugli alberi, è silenzioso, e ti può “atterrare” sulla testa quando meno te lo aspetti.
La Lince è già presente in Francia, Svizzera ed Austria: in Italia, è stata fotografata sull’Appennino tosco-emiliano nei pressi di Forlì, mentre un mio conoscente (cacciatore) ne ha scorto le orme sulla neve sul Monte Beigua (alle spalle di Varazze).
Non c’è da stupirsi della sua presenza, come di quella dei lupi: gli animali tendono a disporsi sul territorio sempre in cerca d’aree esclusive di caccia, gioco forza questo comportamento genera, prima o dopo, una diffusione a macchia d’olio.
La fauna disdegna le aree pianeggianti e coltivate (salvo fare incursioni notturne) ma l’Italia – esclusa la pianura Padana e poche pianure costiere – è una sola area montagnosa, partendo da Trieste per finire a Reggio Calabria, senza soluzione di continuità.
Se si opta per questa scelta, bisogna avere almeno una legislazione per le armi simile a quelle francesi, svizzere o austriache – ossia libertà nell’acquisto per le armi da caccia (canna liscia) – poiché se la gente non può spaventare – e all’occorrenza uccidere – queste bestie, prima o dopo scatterà un pogrom silenzioso ed omertoso.
Inizieranno ad essere trovate carcasse di lupi, di linci o di orsi nei boschi senza – ovviamente – che ci sia la firma di nessuno. Al primo bambino o cercatore di funghi dilaniato, come reagirà la popolazione?
Come potrete notare, qui non si tratta di un problema etico, bensì politico il quale somiglia molto alla legislazione sull’aborto: un male, ma un male necessario per non avere mali peggiori.
Le forze dell’ordine? Inutili.
Al primo rombo di una camionetta che s’avvicina la lince scompare nel folto del bosco, dal quale ti tiene d’occhio – è una piccola tigre, per carattere, non scordiamolo – e si ripresenta qualche giorno dopo. Pazienza se viene predata qualche gallina, ma se attacca tuo figlio mentre gioca nel prato?
E’ un equilibrio difficile da mantenere: l’equilibrio fra le popolazioni animali (uomo compreso) necessita di nervi saldi e sangue freddo, soprattutto da parte dell’uomo, che riveste il ruolo di gestore di questi equilibri.
Gli animali, a loro volta, hanno l’arma della prolificità: nessuno schioderà mai più dall’Italia i cinghiali, per la semplice ragione che non sono più cinghiali, bensì maiali mascherati.
Quindi, la scelta: o la caccia – ancor più determinata di oggi – oppure i predatori, ma in buon numero. Le armi? In “Bowling at Columbine” Michael Moore ha dimostrato senza ombra di dubbio che gli omicidi non hanno nessun rapporto con la diffusione delle armi – ricordiamo il confronto fra la sponda canadese e quella USA del lago Michigan – mentre la vera ragione sono le menti malate e disperate, che uccidono anche con un coltello da cucina.
Chi è rimasto sconfitto in questa strana guerra sono gli agricoltori periferici, ossia quelli che coltivavano le aree appenniniche e prealpine: oggi, non è più possibile coltivare pressoché nulla in quelle aree, ed i risarcimenti per i danni causati alle coltivazioni (è un compito affidato alle Province) seguono il corso delle finanze pubbliche, sempre più rari ed esangui.
Ho visto personalmente campi di patate (quasi sotto casa) ridotti ad un terreno arato, e una coltivazione di fagiolini a rama alta, a non più di qualche decina di metri dalle case, “potata” fino all’altezza di un uomo dai caprioli.
Bene: possiamo fare a meno degli agricoltori di collina/montagna? Certo!
Fra un po’ faremo a meno degli agricoltori in toto, visto che il tasso di sostituzione italiano è di un solo agricoltore sotto i 30 anni per 8 anziani, mentre in Francia è di circa 7,9 ad 8 ed in Germania, addirittura, di 8,1 ad 8. E’ facile capire quali sono gli Stati che preservano e finanziano l’agricoltura, anche di nicchia, perché (ad esempio per i vini) certe cultivar crescono solo in certi posti, e non si può sostituire il Barbarossa con il Sangiovese: così, interi “pezzi” di tradizione vinicola se ne vanno.
Domandiamoci: è stato una sorta di “complotto” per desertificare le aree di collina e di mezza montagna? Non lo so e dunque non lo sostengo.
Però, c’è tutta una serie di segni che parrebbero indicarlo, i quali hanno probabilmente origini e cause molto differenti.
Una è, appunto, il “ripopolamento” ad uso venatorio d’aree che erano, in origine, agricole: facciamo notare che non si tratta di cocuzzoli di montagne o di luoghi impervi, bensì di terreni o in leggero declivio o, addirittura, in piano. Aree coltivabili con le macchine, tanto per intenderci.
Un’altra causa è stata il ritiro della ferrovia da ogni valle che non prevedesse il collegamento fra grandi città, preferibilmente in alta velocità: con il traffico passeggeri se n’è andato anche quello delle merci, ed in ogni stazione secondaria – se aguzzate gli occhi – vedrete capannoni (anni ’30 – anni ’60) in disuso oppure fatiscenti. Senza il collegamento ferroviario, le aree periferiche non possono sopravvivere: per il trasporto delle merci e per un veloce trasferimento dei passeggeri. Non dimentichiamo che, le risorse (agricole, forestali, energetiche, ecc) sono sul territorio, non nel centro delle grandi città.
L’altra causa è stata l’inaridirsi dei finanziamenti agli agricoltori: ancora negli anni ’60-’70 se eri contadino avevi una serie d’assistenze per l’acquisto dei macchinari, per edificare stalle, ecc. Oggi, con i chiari di luna che ci sono, è ancora grazia se mandano un elicottero a salvarti quando un fiume straripa.
Infine, se immaginiamo un’agricoltura ed una silvicoltura moderne – come quelle dei paesi del Nord Europa – dobbiamo chiederci come si fa a sopravvivere avendo come accesso al Web reti fatiscenti, lentissime, oppure “chiavette” ancor più lente: questa è la situazione appena t’allontani dalla città.
Così, abbiamo boschi cedui immensi (che aumentano ogni anno che passa per massa boschiva) ed importiamo dalla Romania e dalla Lituania il pellet per riscaldarci: siamo il primo Paese europeo per coltivazione e commercio d’alimenti biologici...già...ancora per quanto?
Metti un giovane in un posto senza ferrovia, dove per andare ad una festa estiva deve fare 50 km in macchina e, ovviamente, non può bere un goccio altrimenti...via la patente! Non dargli la possibilità di commerciare e socializzare su Internet, non proporgli un progetto di vita (che comporti anche finanziamenti) e vedrete quanti rimangono.
Qui, in Langa, uno su dieci.
Resteremo a ballare coi lupi sulla neve, nelle notti di luna piena: li osserveremo riprendersi il territorio che una specie dominante non ha saputo gestire. Un altro fallimento, come se non bastasse il resto.
(1) http://www.pnab.it/natura-e-territorio/orso/life-ursus.html
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16 giugno 2014
La strategia del gambero
Francamente, tutto ci saremmo attesi di questi tempi – che la Bosnia vinca il Mondiale, che un astronauta Maori scenda su Marte, che la Santanché prenda il velo... – ma mai, dico proprio mai avremmo immaginato due penitenti – tali Giuseppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – impegnati a salire, col fiatone, la ripida via che conduce al castello di Canossa dove li attendeva una rinnovella Matilde, ossia un certa Boschi, che fa da chaperon(esse) all’imperatore LoRenzo I dei Medici Improvvisati.
La sorpresa è stata tanta, quasi come le cinque pappine incamerate dalla Spagna dall'Olanda: cos’avranno pensato, di cosa avranno discusso i due mentre l’acqua li tormentava dal cielo, sciacquava loro i piedi nelle pozze della strada ed il castello era sempre lassù, grigio e imperterrito come un finanziere di guardia alle porte dell’Impero? E sapere che, dalle finestre, più occhi scrutavano e li osservavano avanzare nella bufera, nell’attesa del penitente inchino che li avrebbe liberati da chissà qual tormento?
Difficile penetrare nella mente e nell’animo di un penitente: cosa lo spinge al gesto purificatore? Proveremo ad indagarlo, anche se il compito è assai grave.
L’Imperatore – da Augusta, dove s’è recato a colloquio con la regina, Angela Elisabetta di Baviera e Sassonia – ha risposto con un’alzata di spalle: questo Grillo vuole accodarsi con le sue armate? Faccia pure, la coalizione è così potente da annichilire qualsiasi Lega di Smalcalda. Basta che stia agli ordini, come un buon comandante di plotone.
I due – quasi si trattasse di novelli frà Dolcino e Savonarola – intanto salivano, consci della responsabilità del voto on-line sulla loro decisione...ma...c’è stato un voto on-line per assieparsi con i vari piddini & Co...quelli che vanno in galera per il Mose...oppure no? Che dimenticanza.
No, pare che non ci sia stato: il solito colpo da guitti rampanti dei due satrapi del mondo mediatico/digital-buffonesco. Una parentesi: ho votato Grillo nel 2013 e l’ho rivoltato alle Europee...perché? E chi altro si poteva votare, uno qualunque dei tanti saltimbanchi della tangente? Certo, si poteva non andare a votare.
E qui, ci vuole l’anamnesi dei saltimbanchi della tangente.
Siccome sono ladri li facciamo anche stupidi, ma così non è: per rubare a botte di miliardi di euro, e non pagare quasi mai lo scotto, mica bisogna essere stupidi. Anzi.
Il nostro errore è chiedere loro conto del loro comportamento come politici ed amministratori, ma essi non sanno nulla di politica: sono dei ladri e basta, ben organizzati.
Questo è ciò che Grillo non capì all’indomani delle elezioni del 2013: è vero che bisogna essere onesti, ma un buon investigatore – quando deve beccare un ladro – non usa la logica di un sant’uomo per cercarlo, si cala – invece – nella parte del ladro ragionando come ragionerebbe un ladro e, da lì, prova ad incastrare i vari tasselli. Usando la logica del ladro, pur non essendo ladro.
Faccio un esempio, e non si tratta di tirar fuori storie d’altri tempi: quando andarono all’incontro con Bersani e Letta, i due grillini si comportarono da persone oneste, pur avendo di fronte due ladroni professionisti.
Se, invece di schiamazzare cose senza senso (che i due non capivano e non volevano capire) perché non gli spiattellarono una richiesta chiara, che i ladri comprendono benissimo: per entrare nel governo vogliamo tre ministeri – Interni, Economia e Giustizia – più 12 sottosegretari. Abbiamo programmi in parte comuni, come voi sostenete? Dovremo avere anche gli uomini per realizzarli.
Ve li immaginate, che so io...Di Maio agli Interni, Di Battista alla Giustizia, Loretta Napoleoni all’Economia?
“Irricevibile” sarebbe stata l’ovvia risposta: beh, allora fate pure il governo con chi vi pare. Ma il M5S sarebbe uscito senza macchia dalla trattativa. Hanno fatto il governo con Berlusconi? Eh...probabilmente si trovavano meglio...
Questo per spiegare la débacle elettorale che – tuttora – non ha ancora visto una risposta chiara, un’analisi politica convincente...la risposta sarebbe...scusate...andare a sostenere Renzi per un fumoso ed antidemocratico progetto di riforma Costituzionale...nel momento del suo massimo potere?
In questi frangenti, non si fa assolutamente nulla perché qualsiasi scelta politica sarebbe subito cooptata e macinata nel tritacarne dell’informazione, dando poi tutti i meriti dell’iniziativa a Renzi e tutte le colpe (dove non funzionerà) a Grillo. It’s politic, baby.
Renzi ha dichiarato che, stante il numero dei sindaci conquistati ed altre computi elettorali visti in progressione, il M5S ci metterebbe 100 anni ad andare al potere.
Può essere: di rimbalzo – ma senza correre a reggergli la coda – chiedetegli come sarà messo, lui, fra un anno, con il solito conto presentato da Francoforte: 9 miliardi. Per ora.
Nel frattempo – cari ragazzi del M5S – rilassatevi e godetevi l’Estate. Libro di lettura consigliato: Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo.
Tanto per cominciare a capire come funziona questo stramaledetto Paese.
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08 maggio 2014
Madonna crocifissa?
Era solo una puttana Cristina Zamfir, solo una puttana rumena. Non era nemmeno ascesa al rango di “forza lavoro”, “capitale umano”, “risorse umane”…ma lo era lo stesso: era un “capitale sessuale” disponibile nell’area fiorentina per chiunque avesse un gonfiore sopra le palle e cinquanta euro da spendere.
Sorridente, comprensiva, solo un po’ in ansia per la storia del preservativo, che nessuno vuole mai mettere: fare la puttana…mica facile…da una parte i desideri dei clienti, passino anche i più strani – le puttane lo sanno bene – basta che non si superi il segno del pericolo, e dall’altra la faccia truce dell’organizzazione, che non ci pensa un secondo a gettarti a mare in una valigia, tagliata a pezzetti.
Così trascorre le sue sere Cristina, fra una innocente fellatio, uno sfogo vaginale zeppo d’insulti – ma si sa, è la fica di una puttana ed è come, per il cliente, sfogarsi in un cesso anonimo – e qualcuno che ti tenta, che ti fa vedere mazzette di soldi in cambio del “dietro” magari condito come gioco erotico.
Di fronte all’offerta, cospicua, che magari le risparmia tre o quattro marchette normali, Cristina cede e si fa legare a quella sbarra che non sa ancora essere maledetta, ancora non sa che sarà la compagna della sua agonia, l’ultima cosa che vedrà insieme a cartacce, preservativi usati, sporcizia e rifiuti d’ogni genere.
Anche lei è un rifiuto, un agglomerato di cellule che non è diventato “capitale umano” – degno di rispetto, solo se è in tailleur e gonna sopra il ginocchio, tacco 12 e calze a rete, per farti invaghire e sconvolgerti gli ormoni fino al parossismo per poi lasciarti all’asciutto – ed allora ecco, per chi può, il surrogato, la cloaca vivente, la puttana.
Il cliente si fa prendere dal gioco, la perversione, il suo odio per le donne lo trascina ed infigge un bastone dentro l’ano di Cristina – che, probabilmente, urla per il dolore e lo prega, lo implora di smettere – ma lui non ascolta, così preso dalla sua foia malsana e – trascinato dalla sua violenza verso una donna (la madre? non c’importa, perché ora c’è Cristina) non la donna che causò quel male – affonda più forte, al punto (probabilmente) di sfondarle l’intestino.
E’ la spiegazione che forse darà il medico legale, perché non si può morire “crocifissi” ad 80 cm da terra ed inginocchiati: qualcosa come un’emorragia interna sarà successo, tanto che la povera Cristina viene udita da un’altra donna che non riesce a prender sonno. Ma la possibile salvatrice ha paura, non se la sente d’uscire: è sola, la zona è infestata dai magnaccia e, se ne incontri uno, non sai come va a finire.
L’anno precedente un’altra puttana ha subito il medesimo trattamento e s’è salvata per miracolo: le sue grida sono state avvertite da qualcuno che se l’è sentita d’uscire.
Così, in un gelido silenzio rotto solo dall’abbaiare di qualche cane, sola, lontana dal suo Paese e da chiunque l’amasse o l’avesse amata – perché anche una puttana ha avuto una madre che almeno l’ha amata, che magari poi l’ha abbandonata in un brefotrofio, ma qualcuno avrà senz’altro invocato nella sua agonia, qualcuno che sapeva volerle bene e che non c’era in quel momento, quando sentiva il bisogno di sciogliere quei nodi e di un’ambulanza – così, Cristina si sente andare, gli occhi si chiudono, uno strano sonno sopraggiunge, le fauci bruciano, la sete la tormenta, cala il buio. Silenzio. Amen.
E lui? Di lui non c’importa, ma dobbiamo occuparcene. Temono si tratti un killer seriale: può essere. “Seriale” forse perché questi delitti vengono commessi “in serie” ma non necessariamente dalla stessa persona: sono sordidi prodotti di una non-cultura, di un non-amore, di un non-sesso, di un non-perdersi. In definitiva, di un non-vivere.
La “società civile” osserva, legge l’articolo sul giornale (come quello – anni fa – del russo che uccise con un pugno una sconosciuta nel centro di Milano) e poi scuote la testa: non ha i mezzi e nemmeno poi la voglia di capire come mai si crocifigga una donna con una sbarra stradale e poi le si sfondi l’intestino con un bastone.
Ci sono già tante grane da affrontare: la bolletta del gas, pagare l’IMU, il figlio che non è passato a scuola, l’altro figlio al quale non hanno rinnovato il contratto…
E i vertici? Comprendono quel che sta capitando? No, non se ne rendono conto.
Storicamente, sono sempre avvenuti – nei secoli precedenti – fatti del genere ma erano dettati da due, essenziali esigenze: la rapina o la gelosia. Dammi i soldi: no, coltellata. Ti amo, devi essere solo mia: no, sparisci, altra coltellata. I delitti “seriali” dell’Ottocento erano rarissimi, e quasi sempre opera di raffinati individui i quali, per loro oscure ragioni, si vendicavano sulle puttane: qualcuno afferma anche un erede al trono inglese.
In compenso – almeno fino alla regina Vittoria – c’era un mondo gaudente, fatto da donne un poco “allegre” nelle stazioni di posta, da “cortigiane” assai rispettate per le loro raffinatezze sessuali, “gheishe” quasi venerate come dee e dalla puttana del quartiere, dalla quale ci si recava per sfogarsi un poco o, a volte, per piangere in libertà. Lei rimediava, dando gioia al corpo, contro i dolori dello spirito.
Nell’epoca dei “gentili” la donna divenne una Madonna, ma solo se di sangue nobile: le altre erano considerate buone per calmare i bollenti spiriti, ma le donne s’adattavano a quel ruolo. Molte pagine di letteratura dipingono un mondo godereccio e gigione, fatto di corteggiamenti ammiccanti, calici di vino e letti caldi e morbidi, dove sguazzare nudi sotto le coltri.
La disgrazia si chiamava guerra: in tempo di guerra la società si trasformava e ogni diritto era valido nel saccheggio, che strappava ai contadini armenti e cibo. E le donne, al termine del sabba, erano godute come animali.
La lotta al femminicidio – termine orripilante, ma in italiano è difficile trovare un sinonimo che comprenda tutte le donne, non solo nella loro funzione di mogli, compagne, fidanzate, ecc. – ci trova ovviamente d’accordo: come potrebbe essere altrimenti? La Boldrini ha più volte richiamato il problema, ma siamo certi che l’abbia analizzato attentamente?
Il termine è sì infelice, ma congruo: ci disturba perché sa d’antico, di tribù, d’epoche selvagge quando la femmina era solo la soddisfazione di un istinto e la riproduttrice del gruppo. A volte, soprattutto nelle tribù nomadi, la funzione riproduttiva sottostava alle necessità primarie del gruppo, e per questo non sempre era gradita. E tollerata.
E’ congruo perché per la donna, dopo aver scalato nei secoli molti scalini – in parte, riconosciamolo, per quella cosina che tiene fra le cosce – oggi si trova a dover nuovamente esser preda. Gioco erotico stupendo se praticato da menti sane, certe di saper rispettare i limiti, gioiose, magari profondamente innamorate. Terribile perversione all’opposto: qui sta la difficoltà di cogliere il sapore più segreto e complice del sesso senza scadere nell’inferno della violenza, del possesso a tutti i costi, che ancora una volta fa valere la forza del maschio.
Perché – in questa soglia pericolosa, la semantica non è acqua fresca e dunque – se è la femmina la preda, è il maschio il cacciatore. Per questa ragione indicavo i rischi di una terminologia troppo cruda, ma congrua al fenomeno, che – indicando una terminologia essenziale ma evocativa – aumenta i rischi che i fenomeni si verifichino.
Additare i rischi, le ragioni…in altre parole la genesi di questo mutamento – iniziato con le guerre del Novecento – poi divenuto usuale e, anzi, rincrudito negli ultimi lustri è molto difficile.
Prima alcuni dati.
I matrimoni durano sempre di meno: in alcune aree d’Italia, 9 su 10 terminano con una separazione. Ma questo è solo il primo dato.
Le aspettative di questi sposi sono, spesso, eccessive: sognano la luna nel pozzo e poi, quando la luna non arriva appesa all’amo, tutto crolla. Ci sono, quindi, delle aspettative che questa società non può soddisfare – a volte anche desideri più normali – quali la casa ed il lavoro.
Questo è un punto che non genera direttamente assassini (anche se la maggior parte delle violenze sulle donne avviene fra le mura di casa, per fortuna sono spesso “solo” botte) bensì un enorme “plafond” di sofferenze le quali, a volte, soggiacciono alla forza centrifuga che conduce a perdere i limiti della ragione.
E giungono le distruzioni con l’assassinio di mogli e prole, quasi l’uomo volesse cancellare la propria discendenza per mascherare un (presunto) fallimento.
Alcuni, oggi, propongono la riapertura delle case chiuse: soluzione del tutto secondaria – che non cancella assolutamente la vera e propria malattia dello spirito antecedente – bensì fatto semplicemente tecnico: se conduce ad una protezione della prostituta, ben venga. Ma senza che lo Stato si sostituisca ai magnaccia, incamerando i proventi come avveniva in passato: una quota può bastare.
E poi: auto-gestito dalle donne. Già: ma delle nostre polizie ci si può fidare?
Un altro aspetto riguarda l’immigrazione: selvaggia, senza la minima pianificazione ma solo dettata dalle condizioni del mare. Gente giovane alla quale – sempre per la mancanza della minima organizzazione – non viene concessa la riunificazione familiare.
In più, frotte di ragazze che giungono in cerca di fortuna dall’Est e finiscono sappiamo dove: un cocktail esplosivo.
I lamenti contro il femminicidio della Boldrini finiscono, in mancanza d’analisi, per essere dei vuoti richiami nel nulla, mentre le donne continuano ad essere ammazzate da mariti, fidanzati, clienti…addirittura per incontri casuali.
Gli uomini uccisi dalle varie polizie senza motivo, le donne fatte fuori per coercizioni sociali che fanno esplodere i “raptus”, ed ecco il risultato: una società sempre più violenta, che sfoga in mille modi il proprio dolore.
Che fare, signora Boldrini? Lei ha risolto il problema con la scorta per tutti i suoi familiari: e noi? E la povera Cristina? Non mi dica che se l’è cercata perché, allora…era solo una “femmina” o era una donna?
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27 aprile 2014
Piccola storia ignobile...
“Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante,
che non merita nemmeno due colonne su un giornale o una musica o parole un po' rimate,
che non merita nemmeno l'attenzione della gente, quante cose più importanti hanno da fare...”
Così cantava Francesco Guccini nel lontanissimo 1976, quando ancora eravamo poco di più che ragazzi: “Chi se n’è andato per età, chi perché già dottore...” Ricordate? Erano gli anni della nostra giovinezza, dei primi amori “seri”, dello studio...già...
Avremmo mai immaginato che questo sarebbe stato il finale (almeno, per adesso)?
Spicchiamo un salto proprio nel 1976 – l’anno dell’Icmesa e di Seveso – ed immaginiamo d’incontrare una zingara che ci legge la mano, che ci racconta il futuro.
“Tu vivrai a lungo ma, quando cercherai di lasciare il lavoro, te lo impediranno e dovrai faticare fino a tarda età, tirando avanti con le poche forze che ti rimangono...”
Già l’avresti guardata di storto. Ma la zingara continua:
“Non più pensione a 60 anni, no...nemmeno le donne a 55...ma a 67...70...non capisco bene...aspetta, lascia mano, due spiccioli per bambini chiedo, niente di più...una donna, una contadina...sì, contadina ma professoressa...decide lei, non si va più in pensione...”
Sì, e la lasciano fare: una bifolca che s’inventa di lavorare fino a 70 anni...ci sarà tanto lavoro!
“No lavoro, poco. Giovani lavorano per pochi soldi, spesso licenziati...non mettere su famiglia, troppo insicuri...vecchi al lavoro perché Stato non vuole pagare liquidazioni, tenere per loro, per vivere da Re...”
Eh già, e alle elezioni noi siamo così fessi da votarli, vero?
“Niente più elezioni...cioè no, elezioni ci sono ma truccate: tu voti chiunque ed è lo stesso, nessun nome puoi scrivere...legge non valida dicono i giudici...ma loro se ne fregano, il presidente se ne frega, capo di governo se ne frega, parlamentari se ne fregano...tutti, anche sindaci...tutti pronti solo ad arraffare, niente più lavoro, fabbrica chiude, ufficio chiude, niente pensioni...”
Si fa tardi – dice la mia compagna, dai...dobbiamo andare alla manifestazione per Seveso – e allora prendo cinquanta lire e le metto nella mano della zingara, la ringrazio e la saluto (almeno, la smetterà di tormentarmi...) e così è. Solo urla da lontano: “stai attento, non ti fidare!”
E a me tornano alla mente i versi di De Gregori in “Rimmel”:
“Chi mi ha fatto le carte,
mi ha chiamato vincente
ma uno zingaro è un trucco...”
Ma pensa te quella pazza...una società dove voti senza scegliere chi vuoi eleggere e tutti i partiti d’accordo per gestire il potere...roba da matti...
C’è uno scrittore che sto studiando per l’esame di Letteratura inglese...un certo Orwell – ribatte Lara – uno che aveva della fantasia...immaginava proprio una società così strutturata, lo ha scritto con una grande allegoria in un libro, “La fattoria degli animali”...sembrava, a leggerlo, quasi un veggente, come la zingara...
Ma smettila...dai che arriva il 34 barrato, manca poco che inizia la manifestazione...gliela diamo noi una bella lezioni a questi bastardi di democristi, socialisti e, già che ci siamo, anche a qualche comunista venduto ai padroni...sai come immaginava la rivoluzione un amico di mio padre, ex-partigiano? Tanti lampioni con gente impiccata: un padrone ed un comunista, un padrone ed un comunista...dai, sali che c’è l’autobus...
Così era, se vi piaceva e così è, se non vi piace.
Pochi giorni or sono, sono stato invitato ad un matrimonio: fantastica serata, con un compagno d’eccezioni, ossia il mal di denti. In mezzo ad una simil-discoteca.
Così (eravamo in un ristorante dentro ad un porto turistico) salivo spesso sulla torre dei piloti, dalla quale si godeva uno spettacolo grandioso: c’era vento – ed il dente godeva – ma almeno non c’era il fracasso.
Lo spettacolo era sì magnifico, ma c’era qualcosa che non andava: barche “popolari” a vela – ossia quelle sotto i 10 metri – ce n’erano pochissime, e questa non era soltanto la prova lampante che la cosiddetta “classe media” non esiste più in questo Paese. D’altro canto, ai saloni della nautica, vendono più solo qualche gommone e poi...via con le “barche da sogno”!
Per contrappasso, decine di metri di banchina erano riservati a veri e propri “incrociatori” del mare: tutta roba sopra i 20-30 metri di lunghezza, si riconosceva una nave militare “ricostruita” (una ex corvetta) ed una di questa navi aveva anche un piccolo ponte a poppa, per l’eventuale atterraggio di un elicottero. Ovviamente, su quasi tutte spiccava la bandiera delle Cayman.
E ce n’erano tante, troppe per un porto – tutto sommato – di provincia! E quante ce ne sono nei porti italiani? Migliaia?
Se il Ministro della Guerra delle Isole Cayman (ammesso che esista) decidesse – un giorno qualunque – di requisirle (come il Regno Unito nella 2° G.M.), per poi piazzarci sopra un cannone, un lanciamissili contraereo ed un paio di lanciasiluri, diventerebbe la prima Marina del Pianeta, potrebbero risalire il Mississipi e mettere a ferro e fuoco gli USA!
Pur ammettendo che l’Italia sia un Paese di ladri, truffatori e mafiosi – questo lo sappiamo – e che le raffinerie di droga pullulano in certe isole del Belpaese, quelle navi sono comunque troppe anche per i mafiosi, per i trafficanti di armi, di schiavi...i quali, peraltro, preferiscono starsene ai Carabi.
La bandiera? Le “esorbitanti” tasse sui natanti oltre i 14 metri (prima erano 10, ma si sa...cambiano i tempi...)?
Fatta la legge, trovato l’inganno.
“La tassa non è dovuta, inoltre, sulle unità a disposizione dei soggetti portatori di handicap, affetti da patologie che richiedono l’utilizzo permanente delle stesse unità.”
Cosa vuol dire? Che devono recarsi in barca all’ospedale? E chi non ha – soprattutto fra i signori ai quali nessun certificato medico viene negato – una bronchite cronica, male ad una gamba...qualcosa per cui il clima marino giovi?
Ecco dove s’annida il marcio di questo Paese, nel sangue infetto della sua gente: recenti inchieste hanno evidenziato che per “compensare” chi partecipava, a vario titolo, ad operazioni finanziarie poco pulite, oppure nere come il carbone, spesso si ricorreva alla nautica. Così, una tangente di qualche milione di euro si trasforma in ferraglia da diporto immatricolata alle Cayman. E tu, giudice, indaga le solite scatole cinesi.
Chi è questa gente?
Sono quelli che veramente ci governano.
Dalla torre dei piloti del porto turistico ho fatto un conto a spanne: in quelle acque ristrette, c’erano almeno 300 milioni di euro, mal contati. Da dove vengono?
Mani Pulite fu un’operazione che spazzò via una vecchia classe dirigente per sostituirla con una nuova, e l’unica specie che è sopravvissuta è stata quella di squali famelici, che si gettano su tutto quel che si muove. Al punto che in Italia, oggi, se sei un imprenditore e non hai le “coperture”, stai proprio fermo e galleggi appena.
E i lavoratori?
Abbandonati a loro stessi, in un tormento che può essere oggi l’incertezza d’essere pagati o di conservare il posto di lavoro, domani l’incertezza del giorno della pensione, dopodomani quello di trovare – all’occorrenza – una sanità che sappia curarti e non spedirti al Creatore così ce n’è uno di meno da mantenere.
Cosa dire ai colleghi della scuola, che ancora non hanno ben compreso come va l’andazzo, qual è l’atteggiamento da assumere?
Quando giungi ai 60 anni (ed oltre) non sei più in grado di reggere una classe (come guidare un camion, lavorare ad una macchina, ecc) e l’unico “scoglio” che è stato creato – ossia le belle leggi della Fornero (lavoro e pensioni, oggi “arricchite dal “job act” di Renzi) – serve solo per mantenere quella ferraglia che ho sotto gli occhi, le puttane che ci vanno sopra (più che consenzienti) e i loro magnaccia/compari/uomini d’affari che trattano ogni sorta di cosa su quei ponti lucidati con l’olio di tek.
Noi siamo solo gli schiavi: chi si preoccupa della vita di uno schiavo? Perché mai dovremmo occuparci di loro, svolgere bene il nostro lavoro, essere sempre “all’altezza della situazione”?
19 aprile 2014
Hasta siempre, colonnello!
Il colonnello Aureliano Buendia dev’essersi sentito stanco, stufo: ha ripiegato la sdraio e l’ha appoggiata al maestoso fusto della quercia dalla quale, per decenni, aveva osservato Macondo, che fa rima con Mondo.
Oh, quali meraviglie erano capitate da quando stava seduto sotto la quercia!
Quando era ancora giovane – ma si fa per dire, perché un colonnello non è mai giovane – era capitato lì e il posto gli era piaciuto: sotto la quercia scorreva quel mondo sempre uguale, le haciende prosperavano, ed i campesinos erano sempre stanchi, sempre affamati, spesso denutriti.
Poi era arrivata a Macondo una coppia: lui altero, lei conturbante, lui gentile, lei sfuggente, lui pronto per la sfida dell’Eros. Che lei aveva accettato prontamente.
Fu così che Macondo fiorì come il deserto di Atacama: finché durò l’ardore dei due amanti...poi, tutto tornò lentamente all’usuale grigiore – che il colonnello Buendia annotò diligentemente nel diario dei suoi occhi – finché, un giorno come un altro, ripiegata la sdraio è scomparso in una macchia lì presso.
Nessuno l’ha più visto, e nessuno mai più lo rivedrà: a meno che – è questo è il grande vantaggio degli scrittori – fra cinquanta o cent’anni un ragazzino svogliato riprenda in mano “Cent’anni di solitudine”, e lo faccia rivivere.
In Italia la notizia è arrivata scontata, come se ci fosse da qualche parte un file (e v’assicuro, c’è), nelle grandi redazioni per la gente famosa “over 70”, per i quali il “coccodrillo” deve essere sempre pronto: guai a farsi cogliere impreparati...la notizia si nota diversa – per come è comunicata – se era una morte “attesa” oppure una sciagura improvvisa che ha colto un giovane ereditiere.
Così, sul Fatto Quotidiano – non me lo sarei mai aspettato, mi ha colto di sorpresa – la notizia della morte di Gabriel Garcia Marquez era già pronta e confezionata, pronta al consumo immediato – che può durare anche una settimana – per poi precipitare nel limbo delle retrospettive, dei convegni, delle tavole rotonde.
Fin qui tutto normale, anche per il Fatto.
Poi, il giornalista cita il commento di Obama: “Era un visionario”.
Lì per lì sono rimasto basito: possibile che Obama, nell’occasione della morte, si prenda la briga di dare a Marquez del “visionario”?
Poi, passato l’iniziale stupore, la verità m’è apparsa chiara: il giornalista conosceva probabilmente benissimo l’inglese – come s’impara oggi, “in fretta e bene” (a ben vedere, un ossimoro) – ma non sapeva nemmeno dove inizia l’indagine semantica.
Come quando l’insegnante di Latino non s’accontentava della traduzione letterale, ma la voleva in italiano, anzi: “in buon italiano”. Perché la traduzione da qualsiasi lingua non può essere tecnicamente perfetta e, dal punto di vista di chi deve fruirla, diventare un inganno.
Mi sono allora preso la briga di buttare giù due sinonimi, per la lingua inglese e per quella italiana:
Visionary, prophet, creative thinker, futurist…
Visionario, mistico, idealista, utopista, allucinato, vaneggiatore e, addirittura, paranoico.
Il Vecchio ed il Nuovo Mondo (anche se di filiazione inglese) a confronto: in parte anche il mondo latino e quello sassone a confronto...eppure, eppure...seppur nelle lingue sassoni ci sia più un’accezione positiva nel termine – e in quella d’origine latina prevalgano, invece, quelle negative – l’Europa mostra tutto il suo carico di secoli, come un peso sulle spalle.
Si possono cercare nelle varie lingue più significati, però appare evidente che nel Nuovo Mondo un “visionario” è una persona che ha un’idea, un credo, una visione che porta avanti ostinatamente: mi salta alla mente Elon Musk (il creatore di Paypal) e la sua Tesla Motors il quale – testardamente – continua la sua lotta per vendere un’auto elettrica senza passare per la “tagliola” dei concessionari.
Nel Vecchio Mondo, invece – e particolarmente nei Paesi latini – avere una visione è considerato troppo pericoloso, inquietante per gli equilibri consolidati del potere. Anche la Cina e l’India – per differenti ragioni – scontano il medesimo problema: società controllate dal partito, oppure dall’ideologia religiosa.
Ma i Paesi latini del Sudamerica hanno solo la lingua in comune con la penisola-madre: il resto è nuovo, il melting-pot è accaduto anche là, tralasciando il doloroso destino degli indigeni. Ma la Storia è così: mentre piangi per i bambini trafitti dalle lame dei conquistadores (o dalle malattie) ecco che, le stesse lacrime, bagnano una nuova piantina. Che cresce.
Qualcosa sta cambiando a Sud del Rio Grande? Marquez ci credeva poco – lo sperava, certo – ma non riusciva a farsi convincere: forse le delusioni della generazione precedente – quella dei Bolivar e di Pancho Villa, tanto per capirci – lo invitavano alla prudenza.
Per questa ragione il colonnello Aureliano Buendia stava ad osservare, attento ad ogni segno, ma disincantato dal capatz di turno: non abbiamo risposte da dare, solo il tempo ci darà un vaticinio.
E la vecchia Europa?
Chi uccide le idee assassina il proprio futuro – verrebbe da dire – e forse mai titolo fu più azzeccato di “Ammazziamo il Gattopardo” (che non ho letto), ma nessuno ce la farà ad uccidere il Gattopardo perché mutevole, poliedrico, complesso. Non è come per il Minotauro e, d’altro canto, non s’intravede un Teseo all’orizzonte.
Ne abbiamo lasciati passare troppi senza curarcene – Pasolini, Sciascia, De André...solo per citarne alcuni – e ci sono rimasti, come affermava Tullio de Piscopo in una vecchia canzone, “i trentatrè canali” della televisione.
Che bastano ed avanzano per uccidere qualsiasi Mito: accesso obbligato al sogno, madre delle idee.
07 aprile 2014
La Pasqua dello scrittore
E’ un po’ di tempo che, quando mi viene in mente un pezzo da scrivere – chissà perché – giro lo sguardo e mi salta alla mente qualcos’altro da fare: scrivere sulle follie di Renzi? Che palle...oppure sul futuro dell’Ucraina? Oh certo, viene da ridere...
Allora, mi diverto a leggere quello che scrivono i bravi analisti americani i quali, con il sedere al caldo piazzato in una Fondazione – e l’assegno che arriva, puntuale, ogni fine mese dal politico/imprenditore/finanziere ecc...per scalare un po’ di tasse – fra un Big Mac ed una fetta di torta di mele ingentilita con lo sciroppo d’acero, s’inventano qualcosa (che viene riportato come una cosa serissima, qui in Italia) per concretizzare l’assegno del prossimo mese. Ed altri Big Mac e torte di mele: chissà se Maggie – quella bruna che ho conosciuto l’altra sera, con quella scollatura mozzafiato – me la darà? Mi sembrava d’essergli simpatico...
Così, si trova di tutto, ma proprio di tutto: l’Ucraina dell’ovest infarcita di missili NATO come una torta di mirtilli e la Russia che sbraita dalla Piazza Rossa mostrando centinaia di lanciatori pronti, la Bielorussa invasa prima da una perfida manovra “false flag” che punta, dopo aver ucciso Luckashenko con un drone che si schianta proprio sulla sua dacia (con relative scuse ufficiali: era un drone difettoso, come gli F-35), ad una successiva invasione che porterà al nord della Russia. Per il petrolio dell’Artico, ovvio.
Ce n’è per tutti i gusti: il lettore americano è convinto che, sotto sotto, esista ancora l’URSS e che tutte queste ammuine di Putin siano solo una manfrina. Diamogli sotto! Forza! Piazzeremo i Mac Donald sulla Piazza Rossa. Ma c’è già.
Della Seconda Guerra Mondiale ricordano la spiaggia di Omaha Beach e piangono: già...laggiù ci ha lasciato la pelle il nonno...e non hanno la minima idea di cosa fosse l’accordo Ribbentrop-Molotov per la spartizione della Polonia, che oggi si rinnovella.
E’ sparito quello che annunciava l’invasione dell’Iran per il giorno dopo, con cadenza settimanale: è andato avanti per anni “le portaerei Vinson e Nimitz sono già schierate all’imbocco dello stretto di Hormuz, i B-2 pronti a partire dal Kansas...” mah, avrà cambiato Fondazione...oppure ha sposato Maggie, che era ricca per via di una fabbrica di preservativi del padre. E se avesse aperto un fast food?
Lontano dagli USA, qui da noi, Domenica prossima è già la Domenica delle Palme...oh-sanna, ei-sanna, sanna sanna oh...e lo scrittore italiano si prepara, si prepara...a cosa si prepara? A nulla, perché manca la notizia.
A dire il vero, le notizie non mancherebbero, ad esempio: la Comunità Ebraica è scioccata dagli ammanchi nelle casse milanesi e per la “frittata” dell’Ospedale Israelitico di Roma e dei suoi rimborsi milionari, presi a ufo dalla Sanità pubblica. Mastrapasqua ci ha lasciato le penne, ma...Gad Lerner si meraviglia, s’offende, s’inalbera con i suoi correligionari... possibile che non ci sia un fermento d’orgoglio fra barbe e kippà? Possibile che tutto vada bene così?
Caro Gad...non so come tu possa essere ancora così ingenuo...passata la settimana di Pesach, con le azzime e tutto il resto, qualche primario italiano (ebreo) con altri primari italiani (cattolici) se ne andranno a mangiare l’abbacchio fuori porta, e rideranno di quei soldi...quel Mastrapasqua, che cretino (nel miglior stile dei romanzi di Sciascia)...e affonderanno il coltello nella coscia d’agnello. Rigorosamente kasher.
Fra pochi giorni saranno ventitre anni dal rogo del Moby Prince ed è saltato fuori che le perizie furono eseguite da uno studio legato all’ENI – per l’Agip Abruzzo (la nave colpita dal traghetto) ci può stare, ma per la compagnia del Moby Prince? – e, negli stessi giorni, Renzi, bello bello, confessa in pubblico il segreto di Pulcinella numero uno dell’energia italiota: l’ENI è infarcita di uomini dei servizi. Ma va? Noi credevamo che ci fossero ingegneri, crocerossine e Gesuiti per la cura di corpo ed anima dei poveri neri ai quali soffiavamo il petrolio per due lire.
Ma non è solo l’anniversario del Moby Prince, perché dodici ore dopo, a Genova, prende fuoco la Haven, superpetroliera scassatissima – è vero – ma che, pochi mesi prima, aveva ricevuto il benestare alla navigazione (la revisione) dal registro navale italiano (RINA), mica da quello del Madagascar.
Mi sono sempre chiesto quale probabilità ci sia che due incidenti di tale gravità avvengano a distanza di poche ore, in due porti lontani una manciata di miglia, nello stesso mare ed entrambi in circostanze così strane. Eh sì...perché un traghetto che sperona una petroliera carica – la prima rimane quasi intatta, il secondo brucia come un cerino – non è un fatto un po’ strano? E la Haven?
Oggi meta del turismo subacqueo – dopo aver distrutto i fondali del Mar Ligure, ed i soldi che dovevano servire per il risanamento dei fondali sono serviti per costruire le passeggiate a mare, mamma mia che pozzo di San Patrizio per i politici...i pescatori? I pescatori vadano affan...gli facciamo una bella legge di rottamazione, al punto che c’è gente che ha “rottamato” pescherecci in buono stato (roba di 20 e più metri), prendendo un sacco di soldi... – ebbene, oggi la Haven (meno la prua) giace su un fondale di 60 metri circa.
E cosa si nota a poppa, proprio sotto il fumaiolo? – dove mirerebbe anche l’ultimo comandante di Doenitz, entrato in servizio ad Aprile ’45 – uno squarcio di 6 metri di diametro, che tutte le perizie – ovvio – hanno certificato che si è creato per lo scoppio di una pompa. Mmazza o’, che pompa! Nemmeno se a manovrarla ci fosse stata Rita Hayworth! Oooops! Sono diventato scurrile, non lo ero mai stato, scusate, scusate...
Una nave è un solido immerso per tre lati in un fluido (acqua) e per uno in un altro (aria), dei quali il primo è più denso di 1000 volte (circa) rispetto al secondo: secondo voi, dove si scarica un’esplosione interna? Verso il lato meno “compresso” – ossia il ponte, le sovrastrutture – oppure in acqua?
Non fa nulla, non importa – se ho rotto le scatole venite ad ammazzarmi, tanto non me ne frega nulla...come ci avete provato con Fabio Piselli, ma vi è andata male... – prendetelo come un divertissement letterario/tecnologico di una bella mattina di Primavera...fra poco è Pasqua...
Ah, dimenticavo: se cercate le foto del relitto, troverete solo disegni della poppa, nessuna foto compromettente. Nei primi anni c’erano, poi sono sparite...saranno invecchiate...
Intanto, il nostro baldo premier ne studia una nuova tutti i giorni: non è un po’ in ritardo con la tabella di marcia? Dopo la legge elettorale, la riforma costituzionale, la riforma fiscale, la riforma amministrativa...oddio, ne dimentico qualcuna? Non dovevano essere una al mese?
Così m’era parso di sentire...una al mese, schiena dritta e di corsa, per concludersi – ad Aprile 2018 – con lo sbarco del primo italiano sulla Luna. Che potrà solo essere Corrado Guzzanti: è già stato su Marte...
La nostra balda segretaria della CGIL, invece – grande difensora dei diritti degli umili – si è scagliata contro il progetto di Marianna Madia (la ex fidanzata del figlio di Napolitano) di pre-pensionare nella Pubblica Amministrazione. Forse non sa che ENEL ha pre-pensionato 3.500 addetti su un totale di 30.000 – il 10% della forza lavoro! – ma ENEL è la cugina di ENI, si capisce...
Peccato che, nemmeno due anni fa (il 2 Settembre del 2012) dichiarava (1):
Susanna Camusso dà «per scontato» che chiederà, in caso di vittoria del centrosinistra alle elezioni, la revisione della riforma delle pensioni. «Per noi il tema è già aperto oggi, chiederemo che la riforma vada cambiata, a Bersani come ad altri»
Ah, ah, ah...però afferma, oggi, che è una questione di giustizia: se si fa, si fa per tutti. Giusto. Peccato che, per qualcuno, la giustizia sia più giusta, per altri un po’ meno.
La barzelletta più divertente, però, è la storia di Tanko, che ha scatenato la sana ironia degli italiani su Facebbok. Il nome, però, è azzeccato: sembra quasi il titolo di un romanzo di Ivo Andric, ambientato nella Bosnia più interna e buia, al tempo degli ottomani.
Se fossi il giudice che li dovrà giudicare, li condannerei a qualche anno di lavoro presso uno stabilimento della FIAT macchine agricole: hanno mostrato del talento. Lascerei, però, stare le costruzioni militari: abbiamo capito che erano “quattro amici al bar”, appassionati di meccanica e di Lega, ma lascino perdere i carri armati: c’è da farsi male.
Un Leopard non è una draga camuffata ed i mezzi dei “repubblicani” spagnoli del ’35 erano più seri: forse intendevano scavare un buco nella nuova tangenziale di Mestre? Per protesta, ovvio. Cosa si prende per danneggiamento stradale? Una multa oppure l’arresto?
E dopo questa chiacchierata, nella quale ho elencato un millesimo dei fatti, fatterelli e fattacci italiani, perché dovrei ancora scrivere?
In Italia, oggi, scrivi (e sei retribuito) se:
1) hai santi in Paradiso;
2) l’hai data/o via a qualcuno che conta;
3) sei parente/amico di un politico;
4) sei veramente bravo e sei disposto a chinare il capo di fronte al direttore (lo 0,001%).
Per quanto riguarda la narrativa siamo fottuti in partenza dal basso numero di lettori della lingua italiana: fra pochi anni, rimarranno solo gli scrittori di madrelingua spagnola ed inglese, più qualche russo. Vedremo cosa faranno i cinesi e gli indiani.
In Italia, ce ne sarebbero a bizzeffe di cose da raccontare e la fantasia non c’è mai mancata: il problema è che – anche grazie al cui prodest – il lettore sa già tutto! Cosa dobbiamo raccontare: che Renzi è un altro anello di una catena infinita di grembiulini? Ma lo sapete già: è amico di Verdini!
Che il treno scoppiato a Viareggio aveva un asse segato? Ma c’erano le foto sul Web!
Il problema è che, a fronte di questo scenario, nessuno s’indigna – come fanno in Spagna, ad esempio – perché l’indignazione è un sentimento serio, che mostra la propria contrarietà con fierezza e con fermezza. Ma a cosa serve, contro i panzer di Goldman Sachs?
Oggi, se rinascesse un Pirandello nessuno se ne accorgerebbe, dubito anche che un Pasolini verrebbe notato – al massimo un trafiletto di poche righe in cronaca “Retata di omosessuali e prostitute ad Ostia” – e Sciascia se n’è andato lasciandoci un’eredità pesante: “Siamo un popolo senza memoria e senza verità”. Amen.
Auguri a tutti di buone mangiate: vado a rincalzare le patate, che è meglio.
(1) http://lacittadisalerno.gelocal.it/cronaca/2012/09/02/news/camusso-guadagna-3800-euro-al-mese-1.5633523
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26 marzo 2014
In morte di Silvio
No, non si tratta di una boutade sul Silvio nazionale: qui è morto davvero un Silvio – lo abbiamo seppellito Domenica scorsa – ma non c’entra niente con la politica (almeno, quella che è definita tale) né col teatrino dei Pupi di tutti i giorni. La sua è una storia seria, di quelle che ci consentono – ricordandolo – d’aggiornare un poco ciò che sta succedendo alla centrale Tirreno Power di Vado Ligure, quella di Suez e De Benedetti. Quella di Sorgenia, dalla quale avrete ricevuto senz’altro le telefonate che vi parlavano di “energia pulita”.
E ci consentono anche di porre un parallelo fra le tesi di Jared Diamond nel suo magistrale “Armi, acciaio e malattie” – il quale, insieme ai libri di Huitzinga o di Carlo Maria Cipolla, tanto per citare due storici che hanno affrontato sotto l’aspetto storiografico, più settorialmente, cultura e tecnologia è diventato una pietra miliare della ricerca storica – ed i nostri tempi. Ma torniamo a Silvio.
Silvio aveva 58 anni, di professione saldatore e tubista: per tutta la vita ha lavorato sotto impresa, ossia quelle imprese di manutenzione che si occupano di tutto il “marcio”, di tutto il peggio che c’è da fare nelle aziende. E’ morto per un cancro alla laringe: fumava, si dirà, ma dopo aver descritto gli ambienti di lavoro nei quali visse quel “fumava” rispediamolo pure ad Enrico Bondi, che incolpava delle tragedie successe non l’ILVA, bensì a Taranto, rea d’essere una città di beoni e fumatori.
Qui parliamo d’aziende chimiche e dell’energia: settori che non hanno molti dipendenti per unità di prodotto, giacché il sistema deve essere automatizzato per ragioni di costi, mica per chi ci vive dentro. Di quel “particolare” – a lor signori – non frega una mazza: tanto, hanno soldi per bravi avvocati ed i giudici sono sempre indulgenti quando si tratta di “produrre”.
Mettiamo subito in chiaro un punto, prima di procedere: gli imprenditori sapevano e sanno benissimo quali sono i rischi per i lavoratori, non ignorano mai. Solo ai processi si discolpano: “a loro insaputa”, sempre così.
Tanto che alla famigerata IPCA di Ciriè – forse la prima fabbrica di coloranti (nata nel 1922) dove, nel dopoguerra, si riuscì ad imbastire un processo – saltò fuori che il figlio del padrone s’era avvicinato ad un bollitore (un semplice pentolone) dove un operaio rimestava chissà quale schifezza. Il padre lo notò e gli urlò “Sta via da lì, che quella roba ti fa venire il cancro”. E’ agli atti del processo.
Silvio lavorò nel “peggio” che si possa immaginare: l’ACNA di Cengio (SV), la Stoppani (nulla a che vedere con l’attuale colorificio) di Cogoleto (GE) e molte raffinerie che sorgono alle spalle di Genova, nell’area di Busalla.
All’ACNA di Cengio – raccontava – t’accorgevi che c’era necessità di riparare un tubo perché gocciolava a terra: peccato che, in quel tubo, scorresse acido solforico concentrato e caldo. Stava a te scansare le gocce, altrimenti...un bel buco in testa. Pardon, lì c’era il casco (!): sulle braccia, su una coscia...e chi aveva le tute antiacido?
Ma i veri killer silenziosi erano le naftil-ammine, le quali (è provato) provocano il cancro alla vescica: ancora oggi, dopo una bonifica durata anni, a 17 metri nel sottosuolo si trovano “strati” (esattamente come quelli geologici) di giallo, rosso, blu...
La Stoppani era, invece, un’industria che aveva un merito: l’acqua di mare di fronte a Cogoleto era batteriologicamente pura, come un laghetto di montagna. Non un misero Escherichia Coli che riuscisse a sopravvivere. La fabbrica produceva sali di Cromo esavalente partendo dal Cromo trivalente: vi lascio immaginare i colori degli scarichi a mare...a volte verdi, altre gialli, altre ancora di un bel arancione carico.
Gli operai? Riparavano, saldavano, smontavano e montavano tubi e raccordi in mezzo a quella melma colorata. Ah già, ma Silvio fumava...
A Busalla, c’erano sempre torri di distillazione da riparare: le cosiddette “torri a piatti”, le quali si consumano e si rompono. Aperto un portello, toccava a Silvio entrare in quel ambiente buio e cercare la perdita, la flangia...e saldare senza, ovviamente, tute di protezione ad alta resistenza.
Non voglio andare oltre: immagino che il lettore si sia già reso conto del contesto lavorativo di Silvio.
Le vicende della Eternit di Casale Monferrato, dell’ILVA di Taranto, dell’ACNA di Cengio e di Cesano Maderno (MI), ecc – dove vidi personalmente insaccare i terribili coloranti a base di acido solfanilico e beta-naftilammina con le pale: il colorante scendeva in polvere dal soffitto! Manco un’insacchettatrice automatica! L’anno dopo, saremmo scesi sulla Luna ed a Cesano Maderno non sapevano che esistevano i sistemi automatici? – conducono ad una sola conclusione: sanno benissimo che lì ammazzano la gente, e lo fanno scientemente.
Con l’industria energetica, invece, i veleni valicano i confini del “lager” e si spandono fra la popolazione: è il caso di Vado Ligure e di Porto Tolle. Ma anche di Civitavecchia, con la sua centrale “modernizzata” per il carbone.
Qui a Savona, l’azienda si difende (trovando un po’ di “spalla” nei sindacati) affermando che tutto è già stato fatto (rinnovati i controlli delle emissioni? Così in fretta? Tutto a posto?) ma, per ora, l’impianto resta fermo: i magistrati non ci credono. Lupus in fabula, negli stessi giorni il consiglio regionale ligure nega l’autorizzazione alla costruzione di alcune torri eoliche: impatto ambientale, niente da fare. La centrale va riaperta, tutti sussurrano a telecamere spente: e i morti? Continueranno come prima.
Mi riprometto di scrivere qualcosa di più specifico su questa ed altre vicende accadute in Liguria in questi anni – vicende che mi hanno visto testimone ed anche attore – ma oggi è un altro punto che desidero toccare.
E se queste morti fossero pianificate?
Mi ha molto colpito la notizia che ai macchinisti delle ferrovie è stato revocato il “privilegio” d’essere messi in pensione a 58 anni: andranno a 67, come tutti gli altri. Peccato che l’aspettativa di vita della categoria sia di 65 anni (1): un altro omicidio di massa. Intanto, Moretti blatera che potrebbe andarsene all’estero: ma chi lo tiene? In ogni modo, non è questo il problema.
In Italia ci sono circa 3-4 morti per il lavoro il giorno (2), questo lo sappiamo, ma non tutti sanno il dato degli invalidi permanenti: 25.000 l’anno. Un esercito.
E le malattie professionali?
Di certo si sa che l’asbestosi e la silicosi compaiono anche dopo 40 anni, ma sono tutte le nuove tecnopatie la vera “ultima Thule”, la frontiera della quale sappiamo pochissimo. Sappiamo solo che la gente sta male, di corpo e di mente.
Nell’agricoltura – ad esempio – aumentano molto i tumori: a causa dei sempre più specializzati fitofarmaci? Un caro amico è morto, molto tempo fa, con la pelle a brandelli a 33 anni: lavorava nelle serre.
Perché tanto silenzio intorno a questi fattori che ci decimano? All’estero, le aziende fanno a gara nell’esporre cartelli con scritto “Qui non avviene più un incidente sul lavoro dal...”: ne fanno un punto d’onore.
Con la riforma Fornero è stata spostata molto in là l’età della pensione: in effetti, un tempo c’era la quasi certezza d’arrivarci. Oggi, è solo una probabilità.
Il secondo passo è proprio fare in modo che meno persone possibile c’arrivino. Il terzo (nelle mire odierne di Cottarelli) è la diminuzione o la dismissione delle pensioni di reversibilità.
Operiamo un parallelo fra la situazione di circa vent’anni fa: pensione a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, reversibilità dell’assegno per la quasi totalità in caso di morte del coniuge, pagamento del TFR/TFS dopo pochi mesi.
Oggi: pensione a 65-67 anni, reversibilità dell’assegno (sempre in caso di morte) per circa il 60% massimo (ma dipende dai redditi ed è già nelle mire di Cottarelli colpirle), pagamento del TFR/TFS dopo 2 anni e mezzo. Per chi riesce a prenderlo: cosa prenderanno i lavoratori d’aziende fallite che hanno perso il lavoro?
Questo per chi ancora ha/aveva un contratto a tempo indeterminato: per chi è precario (di varia natura) tutti i condizionali sono d’obbligo.
Sintesi: questo significa ammazzare un Paese, anzi, i suoi abitanti.
Nel 1990 la popolazione italiana era ancora in crescita: è un indicatore importante, misura la fiducia nel futuro di un popolo. Oggi, viene mantenuta artificiosamente intorno ai 60 milioni immettendo immigrati, ma la realtà è cruda: storicamente parlando, il popolo italiano è in via d’estinzione.
Così è per Spagna, Portogallo, Italia e Grecia: Paesi decretati inutili, da eliminare. Anzi, no: popoli da eliminare.
Jared Diamond racconta la verità quando afferma che il 95% degli indigeni americani ammazzati non fu massacrata con le armi da fuoco: furono le malattie ad ucciderle. Gli europei erano più avvezzi, e da più lungo tempo, a convivere con molti animali domestici (che avevano “passato” le malattie all’uomo): il contatto fu, ovviamente, fatale per popolazioni sprovviste di anticorpi.
Quali sono gli anticorpi che ci mancano per vivere in questa Europa? Come ben sappiamo, i popoli del Nord ci disprezzano per il nostro (a loro dire) lassismo.
Non si tratta di anticorpi biologici, bensì culturali: andiamo a cercarli.
Il primo è la riforma protestante (difatti, le aree cattoliche, nel Nord, arrancano) poiché santifica la ricchezza, la considera un dono di Dio. Il cattolicesimo ha avuto, in questo senso, un atteggiamento ambiguo: ha lasciato correre la ricchezza per qualcuno (e continua a farlo) ma, sostanzialmente, è rimasto radicato al detto che “dei poveri è il Regno dei Cieli”, più ammennicoli vari che parlavano di canapi e di aghi.
La vittoria culturale in economia del Protestantesimo (si pensi alla Amsterdam del XVII secolo, alla Lega Anseatica oppure, più vicini a noi, ai WASP statunitensi), e poi dell’ebraismo – molto simile sui temi economici – era ed è scontata: chi li ferma più?
Il secondo è rappresentato dall’enorme ritardo delle banche d’affari: mentre nel Nord erano presenti da secoli, qui da noi esisteva solo Mediobanca e poco altro. Quando anche le altre banche furono trasformate in S.p.A., concepirono il “nuovo” come un rapporto stretto e durevole con il potere: insomma, si passò dal “salotto buono” milanese con gli Agnelli, i Pirelli e poco altro ad un allargamento, ma solo qualitativo, mai quantitativo. Ciò spiega perché la piccola industria italiana sia sempre nei triboli per cercare finanziamenti, mentre i boiardi di Stato od i privati che si associano navighino nella finanza a gonfie vele. Cosa sono, le banche d’affari dello Stato Pontificio? Chi ha una buona idea, difatti, non si rivolge ad una banca d’affari italiana: va all’estero. Notiamo che l’andazzo non è solo d’oggi: lo scandalo della Banca Romana è datato 1892.
Il terzo è il sistema giuridico: l’habeas corpus entrò a far parte del sistema giuridico anglosassone nel 1215 con la Magna Charta: in Italia, s’imprigiona Cucchi e lo si ammazza, per poi affermare che la legge – sulla base della quale era stato arrestato – era incostituzionale.
Il quarto è la negazione del progresso, quando questo cammino significhi maggior democrazia: è il caso della Rete, dove scontiamo ritardi epocali. Mentre nel Nord si pensa ad incrementare e diversificare le potenzialità della Rete, qui da noi si continuano a studiare leggi per tappare la bocca ai blog.
Il quinto è la sottovalutazione della cultura e della lingua: da noi, un celebre ministro dell’economia affermò che “con la cultura non si mangia”. E’ assolutamente falso. Operiamo un parallelo fra l’attività del Goethe Institut e la parallela istituzione italiana, la “Dante Alighieri”: il primo è, dal dopoguerra, veicolo d’espansione culturale (e non solo) germanica nel pianeta ed i tedeschi non badano a finanziamenti. Le due lingue (tedesco ed italiano) per bacino d’utenza sono quasi equipollenti, l’effettiva espansione della lingua nel mondo è, però, molto diversa. Già, ma è notizia di questi giorni che alla “Dante Alighieri” s’assumeva in nero (cosa risaputa da anni), ed a volte l’istituzione diventava solo terra di conquista di voti (soprattutto dopo la legge sul voto degli italiani all’estero, che ci ha regalato fior di politici come Razzi), con i fondi per gli insegnanti “mangiati” sotto varie forme, nepotismi, ecc.
Riassumendo, un abitante del Nord è rafforzato dalla sua religione, che non gli genera sensi di colpa se s’arricchisce, da secoli sa di poter contare su un sistema finanziario dinamico e sicuro, sposa il progresso ogni volta che lo ritiene conveniente, sa di vivere in un sistema di regole certe ed è accettato ovunque come portatore di cultura.
Un abitante del Sud Europa, invece, se pratica il prestito a tasso d’interesse (in teoria) sa di perdere la vita eterna, se non ha un nome od un blasone non riceve finanziamenti per le sue idee, viene bastonato alla prima occasione sfortunata da una giustizia (?) a volte incomprensibile e sempre di parte, se si lamenta sul Web può essere perseguitato e, quando va all’estero, lo chiamano “pizza e mandolino”, oppure “berlusconi”.
Attenzione: in questi pochi punti non si dà nessun giudizio d’ordine etico e, soprattutto, morale. E’ semplicemente una questione evolutiva per accertare chi sia più “adatto” ad affrontare la modernità. E non si dà nemmeno un giudizio sulla modernità: i perdenti Oglala ebbero centomila volte più “moralità” degli schifosi Washicu, ma finirono nelle riserve.
Questo ci spiega perché in Italia esistano “i” Silvio, che muoiono di cancro perché “è il Fato” e, ogni giorno che passa, in tre/quattro famiglie si piange la morte per lavoro del padre, spesso unica fonte di reddito, oppure si crede che quella di Cucchi sia stata una “terribile fatalità”, o ancora che noi siamo “razzialmente inferiori” ai nordici...tutte storie senza fondamento...in realtà, dobbiamo prendercela solo con la nostra incapacità di guardare con onestà il nostro modo di vivere e di chiederci: è meglio vivere “all’italiana”? E come si può riuscire? Già, ma per un simile dibattito servirebbero dei veri intellettuali: quelli che si ritengono tali, in Italia, vanno ai talk show, ridacchiano e cercano solo visibilità e soldi.
Jared Diamond pone un curioso discrimine per la schiavitù: non presente nelle società più primitive. poiché tutti i componenti erano legati da rapporti familiari o di conoscenza (come nella tribù), ma già presente nei piccoli regni (quelli che definiamo “re pastori”, oppure chefferie in francese). La non-conoscenza dell’altro – ed i vantaggi che lo schiavo procura – fanno passare in secondo piano le remore sulla “proprietà” di un essere umano.
Immaginiamo ora un grande stato sopranazionale, dove le singole parti – per secoli – non hanno fatto altro che combattersi per la supremazia: secondo voi, hanno remore a rendere schiave altre popolazioni?
Non le renderanno schiave nel senso tradizionale del termine, ma ciò che è avvenuto ed avviene in Grecia denota già un potere schiavista: nessuno è stato mosso da pietà per le migliaia di suicidi greci, per la fame dilagante, per la mancanza della più elementare protezione sociale.
Furio Colombo, dalle pagine de “Il Fatto Quotidiano” (3), si domanda come mai la Francia stia “precipitando” nel voto alla destra di Marine le Pen senza trovare altre soluzioni. Riesce a darsela da solo la risposta oppure dobbiamo fargli un disegnino? Chi crede ancora in questa Europa? Poi, ciascuno farà le proprie scelte e, quando ci sarà un Parlamento europeo spaccato in due parti, saranno cavoli amari per Barroso & Co.
Siamo d’accordo che è un voto “tanto peggio, tanto meglio” (in Francia, il Fronte Nazionale ha dimostrato in passato di non saper governare le realtà locali e fu punito col voto, ma la disperazione cresce e l’odio per l’Europa non trova altri sfoghi): ciò indica quanto i francesi desiderino inviare un messaggio di disapprovazione al governo. Marine le Pen non vincerà le elezioni europee, però lascerà una situazione d’ingovernabilità nel Paese: inizia la china discendente anche per la Francia (Paese in realtà ateo, ma ufficialmente “cattolico”), mentre la Germania pensa già all’Ucraina.
Insomma: possiamo rimanere od uscire dall’euro, ma il futuro riposa nel passato, non scordiamolo.
Eppure, fummo dei veri e propri precursori, in molti campi. I banchieri fiorentini, nel 1300, finanziarono la Guerra dei Cent’anni (dalla parte inglese) e presero una batosta economica terribile: il re Enrico II promise molto (come sempre, “sarà una guerra breve”) ma i suoi successori non resero un soldo. Ebbene, già nel 1492 i banchieri fiorentini finanziarono l’acquisto (tramite Amerigo Vespucci) della Santa Maria di Colombo, che non era di proprietà del Re di Spagna, ma la Spagna ebbe l’impero. Sfortuna?
No, la mancanza di uno stato unitario quando ci si poteva ancora imporre nello scenario mondiale e, infine, una pessima (è ancora poco...) gestione dell’Unità, che non andrebbe ricordata, bensì criticata e – se possibile – corretta. Dopo l’Unità, acquisita militarmente – a differenza dello Zollverein tedesco – l’incapacità di gestire uno stato: le gerarchie cattoliche tornarono ad imporsi nel 1929, e fu la fine.
A fronte di queste, poche riflessioni la questione dell’Europa appare sullo sfondo: minuscola, miserrima se confrontata al coacervo di cause storiche che ci circondano. Restiamo? Faremo i servi. Ce ne andiamo? Ci massacreranno economicamente. La Storia non ammette errori, questa è la triste sentenza.
(1) http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=7199
(2) http://www.jobtel.it/infortuni-sul-lavoro/
(3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/25/elezioni-francia-il-disastro-calmo/925453/
17 marzo 2014
Der neue Lebensraum
«Senza considerazione per le tradizioni e i pregiudizi, il nostro popolo deve trovare il coraggio di unire il proprio popolo e la sua forza per avanzare lungo la strada che porterà il nostro popolo dall'attuale ristretto spazio vitale verso il possesso di nuove terre e orizzonti, e così lo porterà a liberarsi dal pericolo di scomparire dal mondo o di servire gli altri come una nazione schiava.»
Adolf Hitler – Mein Kampf
“Due compiti dobbiamo forzarci di dominare in parallelo: interno, dobbiamo tornare ad essere una nazione, verso l’esterno è di realizzare qualcosa che abbiamo fallito due volte: coerentemente con i nostri vicini (sic!), per trovare un ruolo che si adatta alle nostre esigenze ed al nostro potenziale. Il ritorno alla normalità in casa e fuori corrisponde a un desiderio profondo del nostro popolo dopo la fine della guerra. Ora è necessario, se vogliamo essere rispettati nella comunità internazionale…”
Klaus Kinkel – Ministro degli Esteri tedesco dal 1993 al 1998
Eppure, nonostante i due agghiaccianti e belluini incipit che aprono l’articolo, prima vi voglio parlare di un Paese dimenticato la cui Storia è stata sempre scritta, sui tratturi di campagna, dagli zoccoli della Cavalleria. Più tardi, la grafia migliorò e – ordinatamente – i cingoli dei panzer e le ruote gommate degli 88 mm antiaerei disegnarono nuove geometrie sulla pianura ucraina. Infine, la pagina finale della Storia fu vergata dai panzer T-34 russi e, dall’alto, dai crateri disegnati con le bombe dagli Sturmovich.
La storiografia ucraina è basata sulle ossa e sulle ceneri che riposano sotto il suo fertile terreno: è quasi impossibile citarli tutti. Svedesi, lituani, polacchi, ungheresi, francesi, italiani, tedeschi, russi...e chissà quali altre terre hanno dato i natali a chi riposa là, sotto i campi di girasoli: oggi, inizia un altro giro della giostra e nessuno sa come andrà a finire.
Un’ultima annotazione – tanto per mostrare quanto la storia di questo Paese sia un continuo pendolo, a volte quasi fermo, altre vorticosamente parossistico – riguarda Venezia, sì, proprio Venezia.
Ad Aprile del 1945, il poderoso sistema di difesa della città lagunare (comprendente le batterie da 381 mm del Cavallino) era servito da militari ucraini (ex prigionieri di guerra) che avevano sposato il III Reich, mentre i soli ufficiali erano tedeschi: un reparto di artiglieria da fortezza.
I primi accordi per la resa furono redatti da un Tenente inglese che si avvicinò con una motobarca e incontrò sulla spiaggia, proprio sotto le volate dei mostruosi cannoni, gli ufficiali tedeschi. I quali, non avevano nessuna remora ad arrendersi: c’era, però, il problema degli ucraini.
Se non si prendevano accordi con loro – e si garantiva che non sarebbero stati consegnati ai sovietici (erano ex prigionieri che avevano tradito, e dunque sarebbero stati fucilati) – gli ucraini minacciavano di sparare sulla città lagunare e di morire fino all’ultimo uomo.
La cosa finì bene: intervennero gli americani che garantirono la prigionia (e il successivo pass per l’emigrazione) negli USA.
Una annotazione più recente è del 2011 quando mio figlio, appena terminato il liceo, chiede il “regalo per la promozione”: un viaggio in Ucraina con il suo miglior amico, un ucraino che chiameremo Ivan. La famiglia è “buona” e mi fido a lasciarlo andare (la madre, che fa la badante, è ingegnere): mio figlio parte con 500 euro, una fortuna per un ucraino.
I due partono su un furgone di quelli che trasportano merci da e per l’Ucraina, da e per l’Italia, in un antico commercio che ricorda i tempi della Lega Anseatica, le aringhe, i cetrioli nei barili, la vodka.
Dopo un paio di giorni di peregrinazioni fra le frontiere europee “aperte”, ma lente a causa delle dilagante corruzione delle varie polizie, arriva la telefonata: sono giunti finalmente nel piccolo paese dove abitano i nonni, dalle parti di Ivano-Frankisk, nell’occidente del Paese: Lviv (quasi al confine polacco) non è lontana, mentre Kiev richiede un giorno di treno. Odessa (che mio figlio vorrebbe vedere) è troppo lontana e la madre di Ivan non consente pernottamenti fuori casa: troppo pericoloso, afferma.
Per tutto il soggiorno le notizie sono poche e frammentarie e, anche quando i due tornano, non raccontano molto: come sempre, è nelle settimane e nei mesi seguenti che si parlerà del viaggio, di quella terra lontana.
Il racconto di mio figlio avviene “a rate” e racconta di una terra che gli è piaciuta: una terra povera, dove le strade sono orribili e loro due viaggiavano sicuri, sobbalzando fra le buche, con la robustissima Moskvich di memoria sovietica del nonno, perché Ivan – in Ucraina – può guidare. Mio figlio non ha nemmeno la patente.
Ogni tanto, un pezzo di strada normale: “è perché ci abita un politico” afferma, sicuro, Ivan.
L’Ucraina è oggi, terra d’emigranti: addirittura, incontrano un pizzaiolo ucraino (in vacanza) che lavora a Napoli e parla solo ucraino e dialetto napulitane strett strett, che mio figlio riesce a stento a capire. Nu napulitane ucraine: vabbuò, so’ finiti i tempi della Tammurriata nera.
Innumerevoli gli scambi “culturali” con la gente del luogo e le migliaia d’emigranti che tornano in vacanza nella loro terra: ripartono carichi di pezzi “firmati” che costano la decima parte (e che rivenderanno in Italia), ma che non sono made in China. Miracolo? Mah...
Ho domandato a mio figlio se questa gente sia armata o disposta ad armarsi e, soprattutto, se fortemente nazionalista (anti-russa). Le risposte sono state:
Sono anti-russi in gran maggioranza;
Non ha visto armi, anche se c’è da presumere che qualcosa in giro ci sia (certamente non lo dicono ad un italiano, però non c’è la situazione che fu in Bosnia o in Croazia, per capirci);
Sembrano più disposti al “armiamoci e partite”, all’italiana.
Per questa serie di ragioni, concordo – non so fino a quale punto – con chi sostiene un intervento esterno (sul modello libico): v’immaginate cosa succede ad offrire migliaia di euro da quelle parti? A guidare le rivolte, i soliti noti: specialisti delle varie armi europee.
Non concordo, invece, con chi spiega tutto con la “dottrina Brezinskj” e con l’imperituro attacco della NATO alla Russia. Potrà imbonire qualcuno di là dell’Atlantico, ma di certo non l’attuale amministrazione USA (che è stata molto cauta): questa, è una faccenda europea, soprattutto economica.
La strategia militare non c’entra niente: se qualcuno pensa d’indebolire la Russia in questo modo, rifletta su quanto dista Vladivostok. Oppure cambi mestiere, che è meglio.
Ma torniamo alla vita di tutti i giorni.
La gente, lassù, guadagna circa 100 euro il mese: è lo stipendio medio e più normale, perciò mangiare al ristorante costa meno di 5 euro in due, vodka compresa. La “gestione” delle sbronze è in “chiave” nordica: meglio farlo in casa, altrimenti sono botte. D’altro canto, la vodka viene servita a più gradazioni – anche a 90°, da diluire con l’acqua come più aggrada – solo che c’è sempre qualche deficiente che non trova la bottiglia dell’acqua: i poliziotti, però, se ti beccano in strada trovano sempre il manganello.
Kiev è invece un’isola a sé: i prezzi – almeno nella zona centrale – sono esattamente quelli italiani, od europei in genere. Durante la visita di un giorno a Kiev, al ristorante mio figlio pagò – per due persone – l’equivalente di 50 euro, rimanendo incredulo: in un Paese dove la gente guadagna 100 euro?!?
Sarebbe come se in Italia, per un pranzo normalissimo, ti chiedessero mille euro.
La cosa si spiega (vedremo meglio più avanti) un po’ con il solito andazzo turistico delle capitali (Kiev, non ha molto da offrire, a parte le cupole d’oro delle chiese) ma, soprattutto, perché la Casta locale non vuole troppa gente “normale” da quelle parti, al punto che non vedi parcheggiate le solite Audi, Mercedes, ecc dei politici, giacché per andare “al lavoro” in Parlamento usano vecchie carcasse per non dare nell’occhio.
La Casta locale è più corrotta di quella italiana – Ivan puntualizza: “Almeno avessimo i vostri!” (sic!) – e quella santarellina di Julia Timoschenko, con le sue treccine e l’aria da ragazzina in vacanza, era in prigione perché aveva aumentato il prezzo del gas agli ucraini, mettendosi in tasca una fortuna.
Sull’esercito ucraino non farei troppo affidamento: proprio a Kiev, i due videro (poi furono allontanati) un po’ di “najoni” che marciavano all’interno di una caserma. Il problema è che i coscritti ucraini provengono dai quattro angoli dell’Ucraina, ed il sergente che mandò via mio figlio ed Ivan parlava russo schietto!
Già che ci siamo, chiariamo che “l’ucraino”, in sé, non è niente di più di un dialetto del russo come ce ne sono mille da lì a Vladivostok: qualsiasi ucraino comprende benissimo un russo, al più ci sono termini più usati in una delle due lingue piuttosto che nell’altra.
Una domanda che feci a mio figlio riguardava lo stato dell’agricoltura: una terra fertile e ricca...
I campi? Mah...anzitutto – risponde – ci sono molti appezzamenti abbandonati. Trattori? Pochissimi, qualcuno ha un cavallo, ma la gran massa dei piccoli proprietari non ha nulla: i cavalli sono così, nell’Europa del XXI secolo, ciò che unisce queste lande dimenticate.
Nel senso che chi possiede la bestia va in giro ad arare in cambio di soldi o di una parte del raccolto, come si faceva una volta anche qui da noi. Non manca mai, poi, la mangiata (e bevuta) serale alla fine dei lavori.
Un mondo abbastanza tranquillo: durante la raccolta delle patate, mio figlio s’accorse con orrore che i sacchi erano da un quintale: allora strinse i denti e cercò di non recare pregiudizio alla Patria, anche a costo di portare un quintale sulla schiena per un percorso di un centinaio di metri, fino alla rimessa.
Eppure, anche in Ucraina in epoca sovietica, ci saranno state le fattorie collettive con mezzi meccanici: ciò che si capisce dal suo racconto è che, all’indomani del crollo dell’URSS, nelle campagne chi guidava un trattore divenne subito il proprietario del trattore. Siccome, poi, la Belarus (grande fabbrica di trattori sovietica) era, ovviamente, in Bielorussia e la Zetor in Cecoslovacchia, gli ucraini non avevano una fabbrica nazionale di macchine agricole e importare un Ursus polacco non è cosa agevole, in un Paese dove guadagni 100 euro il mese.
Ciò spiega, in parte, l’emigrazione ucraina, anche se i dati in mio possesso riguardano solo la parte occidentale.
Lo stesso andazzo ha colto le ex fabbriche sovietiche: in alcuni casi (pochi) rimodernate, in altri depredate dapprima per i macchinari, poi (la cosa prosegue ancora oggi) per pezzi vari o, semplicemente, metallo.
Insomma, nell’Ucraina odierna è difficile comprendere “cosa fa” una persona, se si eccettua l’apparato pubblico (polizia, esercito, burocrati vari, ecc) poiché spesso si tratta di qualche lavoro alla luce del sole, accompagnato da un altro ancora viziato dalla piccola corruzione di stampo sovietico.
Alla corruzione politica sono già abituati, gli stipendi sono da fame sono la regola...in più, non dimentichiamo che hanno una buona scuola e possono sfornare tecnici di grande valore. Moltissimi ingegneri, che oggi s’arrabattano in Italia, potrebbero tornare con stipendi molto diversi nella loro terra.
Per questa ragione – all’ovest – l’appoggio all’Europa è quasi totale: esattamente il contrario di ciò che avviene nel Sud e nell’Est, dove è l’orso russo a farla da padrone.
Già, ma chi è questo “occidente” che si papperà Kiev e la parte ovest?
La Germania, ovvio...pardon...”l’Europa”...il “nuovo spazio vitale”.
La Germania non ha certo bisogno di terra per gestire la sua emigrazione (come ai tempi di Hitler), ma il boccone di una nazione quasi “a terra”, con stipendi ridicoli ed una classe di buoni tecnici fa gola, oh come fa gola!
Stasera la Russia si annetterà la parte Sud, e questo poteva far parte dei giochi, così come la parte Est – alla fine – difficilmente rimarrà insieme all’Ovest.
Per la Germania un buon affare, per la Russia anche: insomma, una divisione “alla polacca” dei tempi di Ribbentrop/Molotov.
Qualcuno cerca altri interessi, di tipo energetico: perché mai la Russia dovrebbe piangere per l’Ucraina perduta quando ha già in funzione il North Stream (1), che va direttamente dalla Russia alla Germania passando sul fondo del Baltico?
Domani, ci potrebbe essere il South Stream (2): basta che noi europei non c’intestardiamo col Nabucco (3), che non tratta gas russo. Il padrone dei rubinetti è Putin: vogliamo capirlo? E se gira il rubinetto tutto dalla parte di Pechino?
E poi: vogliamo capire che, per Putin, è meglio avere a Kiev una controparte tedesca seria, e non gli arruffapopoli ucraini?
Anche altre opzioni – quali la presenza di scisti ricchi di petrolio, come ricordava Ugo Bardi (non credendoci, in fondo, nemmeno lui) – possono essere i canditi sulla torta, ma il dato essenziale è una poderosa avanzata del capitale tedesco in Ucraina, dove applicherà all’industria locale (da costruire? Non importa) gli standard di tecnologia tedesca che danno così buoni risultati in Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, ecc.
Chi ci perde e chi ci guadagna?
La Russia, la quale s’annette il Sud e così finisce la pantomima dei “porti in affitto” per la sua Flotta del Mar Nero: fra l’altro, così facendo, s’avvicina al confine rumeno (per quel che conta...). Inoltre, Gazprom avrà qualcuno che pagherà le bollette cash, senza più – ogni tot anni – una crisi che minaccia la guerra: bisognerà vedere come s’accorderanno per la zona di Donetsk (Est), dove ci sono i bacini carboniferi.
La Germania “accenderà le caldaie in Ucraina” e, tutto ciò, porterà dei vantaggi anche alla Russia. E l’Europa?
Questo è un passo, della Germania, che previene ricatti sull’euro: qualora (ed è molto probabile) che nel nuovo Parlamento Europeo ci sia una forte componente anti-euro, la contromossa è già lì. Euro1 od Euro2, Euro alla Germania, Euro a chi resta...di fatto, un passo di simile importanza previene una separazione (anche consensuale) europea, della quale la Merkel s’è già detta favorevole.
La missione dell’euro è compiuta: ha arricchito le aree centrali ed impoverito quelle periferiche, come spiega molto bene questo articolo (4).
O come sentenzia “Voci dall’Estero” (5):
“Quanto alla guerra civile che si profila all'interno dell'unione economica e monetaria (l'Euro ) sulla politica monetaria, esiste una facile soluzione. La Germania può recedere educatamente dall'euro e il Sud può essere educatamente d'accordo, ognuno sforzandosi di dimostrare al mondo che è tutto sotto controllo.”
Insomma: ce ne andiamo noi o te ne vai prima tu? Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Chi potrebbe avere un danno, anche considerevole, dallo spostamento ad Est del baricentro “europeo”?
Non l’Italia, la Spagna, la Grecia, ecc...questi sono già “bolliti”...la Francia. Sì, la Francia – quando mancherà il tradizionale “asse” con Berlino – si troverà in una posizione di isolazionismo: sola in Prima Classe (difficile) od in compagnia, come capofila della Seconda Classe?
Meglio non andare oltre: per ora aspettiamo che si stabilizzi la situazione all’Est (non ci metterà molto) poi ci sarà da occuparsi dei contraccolpi europei, che si faranno sentire...oh come si faranno sentire!
(1) http://it.wikipedia.org/wiki/Nord_Stream
(2) http://it.wikipedia.org/wiki/South_Stream
(3) http://it.wikipedia.org/wiki/Nabucco_(gasdotto)
(4) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-09-22/perche-merkel-vince-germania-140808.shtml?uuid=AbavkWZI
(5) http://vocidallestero.blogspot.it/2013/11/la-germania-sara-la-prima-uscire.html
04 marzo 2014
Dodici stazioni
Già alla prima stazione m’accorsi che qualcosa non andava.
Per il momento decisi d’aspettare e non ciucciai quel latte che la tetta di mia madre, generosamente, offriva.
Finché ero ancora in contatto con i Superiori li informai: controllarono.
Sì, c’era stato uno sbaglio: dovevo andare in un altro posto, ma non c’era modo di rimediare e così tirai un sospiro: bevvi lo stesso latte che mia madre, incredula, tirava dalla tetta e metteva nel biberon. Bisogna portare pazienza, pensai.
Alla seconda Stazione ero all’asilo e ricordo che mi piaceva esplorare il sottopalco del teatro: c’erano mille cianfrusaglie e, da una piccola botola, si riuscivano a vedere le gambe delle bambine.
Mia nonna, intanto, parlava con la suora che insisteva...è così bravo, facciamo che metterlo in prima solo come osservatore, poi si vedrà...ma ha compiuto cinque anni da poco...non fa niente, solo osservatore, poi si vedrà...
Sì, ci fu uno sbaglio.
Così, mi ritrovai ad andare in bici quando i miei compagni di scuola trafficavano con i motorini, col motorino quando andavano in moto, con la moto quando prendevano la patente...mi stufai di rincorrere, e presi la patente a 23 anni. Fanculo agli sbagli degli altri.
Alla terza stazione attendevo i risultati degli esami: terza media, col cuore in gola. Chissà com’è andata.
Nove di Latino e nove d’Italiano: solo sette in Matematica.
Con quella pagella – pensai – il mio sogno di studiare anche il greco e poi chissà...forse l’aramaico e l’egizio...era a portata di mano.
Ma ci fu uno sbaglio, anzi, un’interferenza.
Non considerai che mio padre, finalmente, aveva deciso di esercitare la sua patria potestà e s’impose con mio nonno, che voleva farmi fare il Classico per avere un nipote medico.
Così, il 1° Ottobre del 1964 mi ritrovai al secondo piano dell’Istituto tecnico, aula 207, ad osservare il cielo ed il fabbricato – nel quale era passato mio padre quand’era nuovo – inaugurato proprio da lui, Benito Mussolini in persona.
Il cielo era terso, azzurro, senza una nuvola: che ci facevo lì? Ci doveva essere stato uno sbaglio, non c’era altra risposta.
Alla quarta stazione conobbi l’amore.
Sfrenato, infinito come il cielo, ricchissimo d’ogni bene come il mare.
Navigai sui suoi seni come sull’onda lunga dell’Atlantico, poi mi rifugiai fra le sue cosce come nel porto con l’entrata più angusta ma sicuro, protetto da ogni quadrante dai venti della vita.
Assaporai le sue labbra carnose mille e poi altre mille volte...ma la volta che fu mille e una lei disse che non poteva continuare.
Come? Perché?
Suo padre non mi voleva: avevo la testa troppo nelle nuvole, non ero concreto.
Meglio un Geometra del Comune che conosceva: persona quadrata, che già guidava la macchina e sapeva quel che voleva della vita.
Per una seconda volta qualcuno sbagliò e mi coinvolse nel suo errore: se n’accorse.
Tornò, anni dopo, e mi offrì tutta se stessa in cambio di quell’amore che era oramai trascorso ma che lei diceva poteva tornare...saremo di nuovo noi...
Non s’accorse che avevo cambiato oramai stazione: ero diventato cinico senza saperlo.
Lei tornò alla sua città e sposò il geometra: la incontrai anni dopo e mi mostrò due marmocchi, i suoi figli, ma c’era sempre un’ombra di tristezza nel suo sguardo.
Alla quinta stazione gli sbagli iniziarono a pesare e mi ritrovai a dover rendere un pezzo di fegato.
Siccome era strana una colecistectomia a vent’anni, i professori portavano i loro allievi ad osservare il caso: senz’altro un brutto scherzo della genetica, concludevano sempre.
Ero sempre circondato da camici bianchi.
Uno mi chiese: cosa fai? Biologia, risposi. Auguri, ciao.
A dire il vero, nei miei desideri, sarei dovuto essere anch’io fra quegli studenti: che ci fosse stato uno sbaglio?
Mi chiesi se alla seconda stazione qualcuno non avesse sbagliato a farmi fare la Primina: l’anno seguente ci fu la liberalizzazione dell’ingresso alle facoltà universitarie, e sarei riuscito a realizzare ugualmente il mio sogno.
Alla sesta stazione sperimentai la vita del tombeur de femmes.
Strana vita, che assapori per caso, perché quello è il momento storico della liberazione sessuale, come lo fu per Casanova nella Venezia del ‘700. Corsi e ricorsi storici.
Così, trascorsi notti rubate al sonno e regalate al sesso, ma mai appariva la parola “amore”: nessuno voleva permetterselo perché rischiosa.
Meglio accontentarsi di fugaci sguardi, d’allusioni, che duravano fin quando lei si infilava nuovamente mutandine e reggiseno, quasi strappati via nella foga del desiderio, dell’amplesso liberatore.
Oppure pomeriggi passati nei luoghi più impensati...in una piovosa Alassio, in un casotto della Ferrovia in mezzo alle risaie del vercellese...ma il più delle volte nell’alcova di qualcun altro.
Fu uno sbaglio? Forse, ma dettato dalla Storia: eravamo gli attori dell’incedere dei tempi.
Alla settima stazione ci fu un altro sbaglio: meditai che era ora di mettere la testa a posto, e mi sposai.
Così, nacque una figlia e continuai a fare la mia vita di “mordi e fuggi” con le donne.
A dire il vero, il giorno del matrimonio, mia madre se n’accorse e mi disse che ero ancora in tempo per cambiare idea. Sì, con il cortile zeppo d’invitati, fra le quali la mia “fidanzata” del momento.
Come sempre, in questi casi, pone rimedio un divorzio nemmeno poi tanto combattuto: lei lo sa, tu lo sai...ciascuno per la sua strada. Uno sbaglio cosciente.
All’ottava stazione vinsi un concorso ed entrai di ruolo a scuola a spron battuto: finalmente una boccata d’ossigeno!
La persona che mi fece firmare decine e decine di fogli, però, mi raccontò d’essere un ex docente che aveva, di sua volontà, scelto d’essere immesso nei ruoli amministrativi. Come mai? Non disse nulla ma, di sottecchi, mi fece capire che la scuola, come luogo di lavoro, non brillava proprio di luce cristallina.
Me ne sarei accorto col trascorrere del tempo, quando mi fecero trascorrere diciassette anni in uno sgabuzzino: come tutti i prigionieri della letteratura, da Edmond Dantès Silvio Pellico, divenni scrittore mio malgrado, perché quando sei recluso immagini mondi impossibili e favolosi. Devi pur sopportare gli sbagli degli altri.
Alla nona stazione, in un giorno di Maggio e col ritardo di un “fidanzamento oramai d’argento”, mi (ri)sposai, anzi, ci sposammo e facemmo festa a modo nostro, in una società operaia che c’affittò la sala. C’erano piatti liguri e piemontesi ma semplici, tutto all’insegna di premiare l’amicizia al posto dello stomaco, e la damigiana del vino faceva bella mostra di sé proprio dietro al tavolo degli sposi. I figli ci guardavano un po’ stupiti ma anche allegri per quella festa che, oramai, non s’attendevano più. L’officiante, un assessore, lesse una bellissima storia sull’amore coniugale, tratta da uno dei mille Talmud apocrifi, creazioni di gente strana che, come me, non aveva mai sentito una terra come la “sua”, ma solo un posto dove, temporaneamente, posava i piedi. Non ci furono sbagli quel giorno, nemmeno uno, e salutammo gli amici con qualche lacrima fuggevole, che sono le più vere.
Alla decima stazione ero abbastanza sollevato: di lì a poco sarei andato in pensione e il pallido ricordo di cosa fosse la libertà m’inebriava. Quasi non ricordavo più cosa fosse gestire il proprio tempo come più ti piace, non avere orari, impegni, doveri. La Gretel era lì ad aspettarmi: per ora stava ferma sullo scalo, ma il suo scafo già fremeva al pensiero dell’onda.
Invece, arrivò una professoressa come me, esperta di pensioni, la quale affermò sicura che, per salvare l’Italia dal baratro, era necessario che io lavorassi altri cinque anni.
Avevo sentito quelle frasi, o roba simile, centinaia di volta...il Paese non può aspettare, dobbiamo sacrificarci, la Patria ha bisogno di uno sforzo supremo...eppure l’Italia era sempre quella, un posto dove non si sta mai bene perché i tuoi diritti sono sempre aleatori, ma anche i doveri non li controlla nessuno. Passarono anni, ma la situazione non migliorò affatto: probabilmente ci fu uno sbaglio. Pazienza: avrei rivisto la libertà a fine pena, a 67 anni.
All’undicesima stazione morii.
Chiamai mia moglie, che oramai era diventata sorda, ma non mi sentì: stava chiacchierando al telefono con un’amica. Parlavano di creme, ricordo, creme per le smagliature.
Scivolai in una sorta di sonno, poi in una situazione ovattata dove appena percepivo la vita come la mia, appartenente a me: una luce chiara quasi m’abbagliò e mi trovai nuovamente al cospetto dei Superiori.
Qui, non c’erano stati sbagli: la morte è l’unica situazione nella quale non puoi sbagliare.
Alla dodicesima stazione ero in un anfratto, qualcosa del genere...solo rocce intorno a me, ed una luce che calava dall’alto.
Si passava dalla veglia ad una specie di trance che assomigliava al sonno, dove tutto vorticava con una velocità pazzesca: la storia del nostro e d’altri mondi transitavano alla velocità della luce e, mentre osservavi, ti sembrava di conoscere ogni singola persona, ogni singolo essere e ti pareva di partecipare alla vita d’ogni singola molecola.
Solo una cosa non mi piaceva: in quel labirinto c’era poca luce, solo diffusa...quanto mi sarebbe piaciuta una finestra sul mare!
Interpellai un Superiore, il quale chiuse gli occhi e controllò: ma sì, è vero...qui c’è stato uno sbaglio...dovevi andare al livello superiore, dove ci sono le finestre...ma com’è stato possibile...
Grazie, dissi, ho capito: non si può rimediare...eccetera...ne riparleremo al prossimo eone...
Dedicato ad Elisabetta (Eli) e Luigi Tedeschi i quali – ironia della sorte – sono ambedue romani, non si conoscono personalmente, ma hanno perso, entrambi, i genitori a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. Il padre di Eli pochi giorni fa. Spero che questa “amicizia elettronica” si faccia sentire e porgo ad entrambi ed a nome di tutti le nostre condoglianze.
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