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22 settembre 2018

Economia o finanza?




In tempi di Legge Finanziaria, ogni arma è valida – verrebbe da dire – perché lì si decide chi vivrà meglio nel prossimo anno e chi pagherà. E chi raccoglierà consensi: tutto qui. Casalino ha lanciato un segnale pesante come un macigno, ma vero fino al midollo: il MEF è infarcito di Troll delle lobby economiche, di uomini che sono lì soltanto per controllare che i soldi vadano da una certa parte e non dall’altra, di certo non verso il RdC del M5S. Ma c’è dell’altro.

Il governo è chiamato, ogni Autunno, a redigere un documento Finanziario. E chi lo redige? Il Parlamento, sotto l’attenta osservazione del Ministero dell’Economia, ossia il MEF. I parlamentari, che sono dei politici – ossia i governatori della Polis – sono chiamati semplicemente a cambiare, controllare o stornare dei flussi di cassa. Mentre, un politico, per sue formazione dovrebbe segnare col dito alcune direttrici verso le quali si dovrà muovere l’Economia, che – ricordo sempre – è letteralmente Ekos-Nomos, ossia norma (governo) della casa.
In altre parole, l’Economia comprende di gran lunga i termini della pura Finanza, che ne risulta essere solo una sua componente: cambiano direzione e soggetti i denari stanziati, ma se non c’è un obiettivo economico da perseguire, ogni anno si rischia solo che qualcuno, oggi, sia più o meno ricco, e domani lo sia un altro. Vi sembra Economia questa?

Se vogliamo espandere un poco il termine originario, il compito dell’Economia è quello di stabilire i settori o gli ambiti d’importanza primaria per una nazione: accertati i quali, ecco che la Finanza diventa il mezzo per intervenire. Ma nulla più.
Chi è ancora ipnotizzato dai “miracoli” della Finanza, ricordi che l’Economia mondiale sta ancora leccandosi le ferite dal “crollo” del 2008, mentre i soliti attori stanno preparando nuove trappole per il futuro. Perché – e tutti dovremmo averlo capito – le cosiddette e ricorrenti “crisi finanziarie” assomigliano a delle “prese di beneficio”. Ossia, appena c’è nuovamente un poco di ricchezza diffusa, si procede al “taglio”: ieri furono i subprime, domani altro…non è questo il problema. E’ il concetto ad avere importanza.

Lo Stato mantiene alcuni apparati produttivi in sua proprietà (parziale o totale) come l’ENI, ENEL  Italcantieri, e poco altro. Ma, se se ne ravvisa la necessità, può farlo quando vuole. E nessuno può dire nulla: questo sarebbe un modo per essere – orgogliosamente e con vantaggio – “sovranisti”.
 Vi citerò un esempio, così la faccenda sarà meglio comprensibile.

Quest’anno, chi usa il pellet per il riscaldamento domestico, ha avuto una brutta sorpresa: dopo anni che si sosteneva un uso di prodotti “riciclabili”, il prezzo è schizzato alle stelle: aumenti dell’ordine del 20%.
Le ragioni?

La prima è d’origine finanziaria e la dobbiamo a Renzi, che ha portato l’IVA sul pellet dal 10 al 22% (un regalo per ENI? Grazie Matteuccio! Sempre a rovistare nelle nostre tasche) ma c’è una seconda ragione: il pellet è quasi tutto d’importazione, cosicché la forte domanda in alcuni Paesi esteri (che sono anche produttori) ha avuto come conseguenza il “pellet a peso d’oro”.
Perché lo importiamo? Non abbiamo boschi? Andiamo a vedere.

Secondo Rete Rurale (1) la superficie boschiva italiana è aumentata di circa 600.000 ettari negli ultimi 10 anni e raggiunge, oramai, un terzo della superficie italiana, come potrete osservare in figura:



Come la usiamo?
In Europa, la media di prelievo della biomassa forestale è, annualmente, del 60% della crescita annua: in altre parole, il bosco continua ad espandersi per circa il 40% annuo. In Italia, invece, ci si ferma al 30-35% annuo, prelevando solo 12 milioni di m3 dei 30 milioni disponibili. Va detto subito che, questi prelievi, non intaccano minimamente la specificità del bosco – trattandosi di boschi cedui – di trattenere il terreno dal punto di vista idrogeologico.
Potremmo prelevare, quindi, altri 18 milioni di m3 sempre rimanendo ben sotto la crescita annua: quanto fanno, in miseri euro, 18 milioni di m3 di pellet, al prezzo di 350 euro la tonnellata(2)?
Tenetevi forte: 6,3 miliardi di euro.

C’è un antefatto, che voglio ricordare.
Cercando sul Web, troverete (soprattutto su youtube) molti filmati dove si osservano macchine “stellari” per il taglio e la triturazione del legno, direttamente nel bosco, che rimane pulito, giacché viene triturato tutto, anche le ramaglie.
Anni fa – in epoca Prodi/Berlusconi, non ricordo chi regnava dei due – l’associazione dei produttori di macchine agricole si rivolse al Governo per sapere che tipo di macchine avrebbero dovuto progettare e produrre in futuro, visto che il mercato si stava orientando verso le biomasse – giustamente – una fonte rinnovabile.
Il silenzio fu fragoroso.

Così, adesso – a parte qualche piccolo impianto – importiamo dalla Romania, dalla Polonia, Lituania, Canada…ovunque, e siamo così più esposti alle variazioni del mercato.
Ci voleva tanto?

Eppure, il fatterello che ho citato, corrisponde in pieno alla visione guercia dei politici italiani, che sanno contare benissimo i voti, gli 0,qualcosa di perdita o d’aumento, ma non sanno programmare nulla per migliorare la vita dei loro cittadini, limitandosi a questo sport autunnale della Finanziaria – tutto basato sulle risorse esistenti – senza meditare su come ampliarle.
Ci devono pensare i privati! E se non ci pensano? Se de-localizzano le produzioni in un amen?
Lo Stato ha i mezzi per farlo – può usare la leva fiscale, ad esempio – per invitare i capitali ad entrare in un mercato. Oppure può farlo lo Stato stesso: a ben vedere, nessuno glielo impedisce.

Direte: ma chi ci va a tagliare i boschi…
Certo, avete ragione.
Io ho dei boschi: mio nonno, mio padre ed io li abbiamo tagliati, anche in epoca pre-motosega. Ma non mi sogno minimamente di chiederlo a mio figlio. Sarebbe inutile.

Però, guarda a caso, abbiamo in Italia circa 500.000 immigrati irregolari i quali, vuoi per le difficoltà interne (leggi farraginose) o esterne (e chi se li prende?) per ora siamo riusciti a rimpatriarne circa 6.000. Gli altri? Li manteniamo: male, da poveracci, magari a raccogliere uva e pomodori, ma li manteniamo. Prima di procedere, vediamo come si comportavano i Latini, e cerchiamo d’imparare qualcosa.

L’Impero Romano fu il primo grande impero veramente multietnico della Storia: rispettavano tradizioni, usi e costumi, ma chiedevano il pieno rispetto delle leggi.
Nel primo secolo dell’Impero, a difendere le frontiere – dal Portogallo all’Armenia, dalla Germania all’Africa – erano in servizio 250.000 effettivi. Pochi? Tanti? Fate voi: l’attuale Esercito Italiano – che non ha certo da difendere quelle estensioni ed è un esercito tecnologico – ha in servizio (escludendo i Carabinieri) circa 190.000 effettivi.
Come facevano i Romani?

Semplicemente, di quei 250.000 uomini solo la metà erano cittadini romani, mentre l’altra metà era composta da ausiliari (ossia ex barbari “romanizzati”), che ricevevano una paga pari a circa 2/3 rispetto ad un legionario romano ed erano schierati, in battaglia, in prima linea.
Qual era la “spinta” per farli marciare e rimanere nei ranghi a fronte del nemico? La promessa della cittadinanza romana, dopo anni ed anni di servizio.
La cosa funzionò sempre e, se cercate la causa della fine dell’Impero, cercatela pure da altre parti: nella gestione finanziaria, nella corruzione, negli errori strategici compiuti da uomini che non erano più un Tiberio, un Vespasiano, un Traiano od un Marco Aurelio.
E, adesso, torniamo all’oggi.

Che ne facciamo di quel mezzo milione d’immigrati?
Non mi raccontate storielle che se li prenderà l’Europa o che saranno rimpatriati: dai, su, siamo uomini e non caporali, non stiamo a credere alle promesse elettorali. Appena aperta la trattativa, la Tunisia ha subito chiuso i battenti e, attenzione, finora era stata l’unica a riprendersi qualcuno.

C’è un particolare che non ho evidenziato nella figura sopra esposta: il “verde” – che indica le foreste – corrisponde in pieno ad aree disabitate, o che stanno per essere abbandonate. Decine di chilometri senza una casa abitata, ovunque, dall’Appennino Ligure all’Aspromonte. Comuni che, a parte qualche ritorno estivo, si riducono a 50-100 abitanti. Fra un decennio non ci sarà quasi più nessuno. E non parliamo dell’arco alpino, all’infuori delle aree turistiche “quattro stagioni”: un deserto.

Io ritengo che un salario pari ai due terzi rispetto a quello degli italiani sarebbe giusto, perché – se cerchi una nuova patria – te la devi guadagnare, devi dimostrare di meritarla. E di rispettarla.

Tecnicamente come si fa?
Non è compito mio. Chi è al governo ci deve pensare: oltre alle foreste, c’è tutto il complesso agro-pastorale che, fra pochi anni, rimarrà deserto per mancanza di personale. Per avere il pecorino devi allevare le pecore, e mungerle, ogni giorno.

Se non siete d’accordo non importa, ma ricordate che non possiamo permetterci il lusso d’ignorare un terzo del nostro territorio, poiché se non è abitato, pagheremo lo stesso – e con gli interessi – per le alluvioni che, puntuali, stanno per arrivare con l’Autunno. Se nessuno regola i flussi in alto, cosa può fare chi è in basso?

Chi è al Governo, però, deve imparare la differenza fra programmare l’economia di un Paese e la semplice gestione finanziaria dei flussi perché quello, anche un semplice ragioniere, sa farlo. Essere degli economisti è tutt’altra cosa: bisogna avere una visione storica di lungo periodo. E molta immaginazione.

Ci riusciranno? Mah…

(2) Il peso specifico adottato (m3 > tonnellata) è stato una media fra i vari legnami, pari a 0,85.

10 giugno 2017

Due conti della serva


Una sera qualunque, a casa d’amici: senza saperlo, sto per accedere ai veri conti dell’economia spicciola, quelli che gli italiani fanno tutti i giorni. In questo caso, i conti dei padroni. Sono conti della serva fatti a spanne, però ci danno il “polso” di come s’è trasformata l’economia della produzione dei comuni beni di consumo, quelli che troverete nelle grandi catene commerciali, nei franchising, negli ipermercati.
Sono le 22,30: arriva, visibilmente stanco, il figlio che ha terminato il turno in fabbrica. Si siede, assaggia una torta, beve un bicchiere di vino. Ha gli occhi fissi su qualcosa di lontano, come quelli di una persona che non riesce a staccarsi da un sogno. O da un incubo.
Domanda banale: come va il lavoro?

Risposta scontata: bene, ho finito il secondo turno, quello dalle 14 alle 22, la prossima settimana farò la notte.
Sgranocchia la torta, sorseggia il vino: non riesce a staccarsi da qualcosa che gli ronza in testa, come un’ipnosi che ancora lo pervade.
Lavora in una fabbrica dove si fanno oggetti abbastanza costosi, di largo consumo: due macchine automatiche le quali necessitano solo d’essere alimentate manualmente.
Ossia, si prende un pezzo, lo si sistema sulla macchina, si preme un pulsante ed una resina calda scende nello stampo: 15 secondi, la resina è solida, si stacca e si ricomincia. Il pezzo finito esce già pronto per la vendita.

Come avrete compreso, mi tengo sul vago per non rendere riconoscibile il bene prodotto o la fabbrica di produzione, ma si tratta di qualcosa che milioni di persone usano quotidianamente.
Quanti pezzi riesci a produrre in un turno? 1.400 circa.
Tre turni, due macchine: 8.400 pezzi il giorno. Ogni tanto, capita un piccolo intoppo (il pezzo non si stacca subito, oppure il pezzo superiore ha un difetto, ecc): scendiamo ad 8.000 per fare cifra tonda.
Quanto costano questi beni?
Sono di ottima qualità – racconta – e, alla vendita, il costo d’acquisto s’aggira sui 140 euro. Mi fa vedere un esemplare: veramente bello e robusto.

I conti sono presto fatti: ipotizzando che i pezzi siano venduti al grossista (od alla grande distribuzione) alla metà del prezzo di vendita (una stima abbastanza realistica), fanno 70 euro x 8000: 560.000 euro il giorno. Sì, avete letto bene: incassano più di mezzo milione di euro il giorno. 15 milioni di euro il mese, perché – ovviamente – la produzione è continua e non ci sono Domeniche, Pasque o Natali che tengano.
Approfondiamo l’analisi, tenendo conto che sono conti della serva: utili, però, per comprendere – a grandi linee – qual è la ripartizione fra capitale e salario.
I pezzi che assemblate, li fate voi?

No, li comprano in un piccolo Paese dell’estremo Oriente: li pagano pochi spiccioli.
Li osservo e non ho difficoltà a crederlo: ben fatti, precisi, Immagino mani di donne o di bambini che cuciono, legano, rivettano…e poi una grande portacontainer che giunge a Porto Vado (praticamente, Savona) dove vomita i suoi container dai quali schizzano fuori migliaia, milioni di pezzi.
Cosa vuoi dire con “pochi spiccioli”? Scuote la testa: “proprio pochi, un’inezia”.
Non riesco a sapere di più: pochi spiccioli vorrà dire 5 o 10 euro? Mettiamo 10, tanto per strafare.
E la resina?
Qui, ne so più io di lui.

La resina che utilizzano è comunissima: deriva – ovviamente – dagli intermedi di reazione i quali, altrettanto chiaramente, si ricavano dal petrolio, mediante processi di cracking e di reforming. Come giocare con il Lego: ho una molecola grande? La rompo in due, od in quattro…poi la unisco ad un pezzo da sei, ci attacco un pezzo da tre e…voilà, la resina è pronta.
Si può venderla solida per comodità di trasporto, oppure mantenuta fluida mediante autobotti riscaldate…dipende dal tipo di produzione e dal tipo di resina.

Il 5% del petrolio che importiamo va all’industria petrolchimica, che si distingue per il bassissimo apporto di manodopera rispetto al capitale investito in tubi, cisterne, refrigeratori, riscaldatori…perché quel gioco del “rompi e incolla” avviene semplicemente tramite temperature, pressioni e catalizzatori. E si producono – veramente a fiumi – gli intermedi, che poi prenderanno la via delle vernici, dei medicinali, delle materie plastiche, ecc.
Tanto per capirci, i medicinali dal costo contenuto – diciamo la fascia da 0 a 20 euro – sono tutti prodotti da intermedi del petrolio. Idem le vernici, e tutto il resto.
Un chilogrammo di resina per pezzo è un costo che è addirittura difficile stimare: più centesimi che euro, tanto per intenderci.
Quindi, per le materie prime, possiamo ipotizzare 12 euro: 10 per il pezzo che è importato, qualche centesimo di resina ed un euro per la confezione.
Veniamo al personale.

Le macchine sono due e lavorano su tre turni: 6 persone. Ovviamente, dobbiamo calcolare anche eventuali rimpiazzi. Facciamo 8? Poi, tre addetti per l’impianto delle resine (uno per turno), qualche meccanico, elettricista, magazziniere, confezionatore, e poi due impiegati, un paio di dirigenti…quanto fa? 25 persone? Ma facciamo 30, dai…ad abundantiam…
30 persone che non ricevono identico salario: per gli operai stimiamo un costo di 3.000 euro il mese ciascuno, e fanno circa 70.000 euro, poi ci sono i dirigenti…100.000 euro in tutto? Ma sì, dai, non lesiniamo. Sono paghe mensili, non dimentichiamo.
Energia: certo, di corrente elettrica, acqua, spazzatura e tutto il resto ne fanno andare…stimiamo 10.000 euro il mese? Proviamo.
Infine, ci sono i costi d’ammortamento del capitale investito, provenienti – di norma – dalle banche.

Qui le ipotesi sono più difficili: ricordo che una macchina che assemblava – da sola, bastava alimentarla con le componenti – le porte blindate, in anni lontani, costava due miliardi di lire. Un impianto per produrre pellet si aggira (secondo le dimensioni) fra il milione ed i 10 milioni di euro.
Con due macchine per l’estrusione della resina, più l’impianto di alimentazione della resina stessa, quadri elettrici, tubature, e poi il magazzino con l’immancabile furgone e l’elevatore per le merci…beh…ritengo che l’investimento sia stato di 5 milioni di euro, forse meno che più.
Le banche cosa chiedono?
Per un investimento di 5.000.000 di euro, restituibile in 5 anni, la rata mensile s’aggira intorno ai 70.000 euro.

Infine, c’è il socio occulto: lo Stato. Quanto saranno le tasse? Qui ci sono le mille alchimie dei bilanci…proviamo con la massima, ovvero il 43%?
Possiamo, a questo punto, scrivere un conto economico che ci darà, a grandi linee, la “fotografia” di una piccola azienda.

INCASSO ANNUO: 204.400.000 euro

SPESE ANNUE:

Materiali (pezzi, resine, energia, ecc): 35.160.000

Spese per il personale (13 mensilità): 1.300.000 euro

Spese finanziarie (banche, mutui, ecc): 840.000 euro

TOTALE SPESE: 37.300.000 euro

AVANZO (al lordo delle tasse): 167.100.000 euro

Tassazione (43%, massima): 71.853.000 euro

GUADAGNO (al netto di spese e tasse): 95.247.000 euro.

Non pretendiamo d’aver definito con precisione la “vita” di quell’azienda, ma d’aver tracciato almeno gli ordini di grandezza all’interno dei quali opera.
Come noterete, non è stata considerata l’IVA, perché l’IVA è una partita di giro, ma non a risultato zero: sarebbe troppo difficile calcolare, per ogni singolo passaggio, il dare/avere dell’IVA. Così come non sono state considerate le tasse d’importazione ed i trasporti. Oppure le agevolazioni che l’azienda incassa dallo Stato per l’assunzione di personale. Ci sono una miriade d’altre variabili, ma sono soltanto un corollario che non muta il quadro generale.

Un dato, però, è chiaro: le retribuzioni – soprattutto quelle degli operai – sono una frazione infinitesima del guadagno netto: circa il 2%. In altre parole, se l’orario di lavoro fosse di 20 ore settimanali (la metà, a parità di salario) per l’azienda i costi per il personale salirebbero soltanto al 4%. Un po’ la vecchia idea di “lavorare meno e lavorare tutti”.
Ma i costi per il personale sono comprimibili, mentre non lo sono la tassazione (che fa la parte del leone), le banche, che sono praticamente un “cartello”  ed i costi di produzione, l’energia, le tasse comunali, ecc.

Come si è arrivati a questa situazione?
Il grande colpevole è stato il sindacato: venduto è ancora dire poco. Connivente, partecipativo con il capitale.
Questo ha condotto alla crescita dell’indice di Gini, e dunque alla sperequazione nella ripartizione della ricchezza.

Lo vediamo tutti: per un imprenditore, acquistare un’automobile da 80.000 euro è come, per noi, comprare una bicicletta usata. Se non ci credete, recatevi al porto di Varazze ed osservate. I cantieri navali sfornano a ripetizione yacht – i cosiddetti “ferri da stiro” – di 20-30 metri, con motori di migliaia di Cv. Costo: 2-3 milioni di euro.
Una parte di questi mastodonti viene usata per le tangenti: giri e rigiri di denaro per far impazzire i magistrati che indagano, quando non sono anch’essi conniventi. Oppure sono destinati alla vendita, ma qui avviene un paradosso: si vende più facilmente un colosso del genere (iscritto alla Cayman, ovviamente) che una piccola barca per uso familiare. La classe media è sparita, fagocitata dai grandi capitalisti, mentre la classe operaia vive condizioni al limite della schiavitù.

Del resto, la classe politica – e questo è un leitmotiv che dura dall’Unificazione – preferisce prendere poco a tanti, piuttosto che tanto a pochi.
Se osserviamo come vanno le cose in Germania, notiamo che – grazie alla cogestione – il sistema, seppur parzialmente, si riequilibra, poiché 4-6000 euro l’anno di premio di produzione, oltre al salario, fanno la differenza fra una vita di stenti ed una da cittadini.
Inoltre, la facilità del “far soldi” non stimola a produrre beni innovativi, non incentiva la ricerca: se guadagno tanto fabbricando scarpe, pneumatici o pentole a pressione, perché devo impegnarmi a studiare soluzioni innovative sul fronte energetico o nei trasporti?

La nostra classe politica potrebbe mettere in Costituzione (come fece la Germania) la partecipazione agli utili dell’azienda, ma se ne guarda bene: riceve troppe pressioni (leggi: soldi) per applicarsi in questo campo e nessuno ne parla mai.
Loro, discutono di legge elettorale, perché è il mezzo mediante il quale definiranno gli equilibri interni alle forze politiche per i prossimi decenni: che gliene frega di noi?

Beh, se le cose stanno così…non vado più a metter crocette su delle schede elettorali fasulle, almeno mi risparmio la rottura di scatole. Almeno, all’orizzonte, ci fosse qualche prospettiva, ma così no, non ne vale la pena.

26 giugno 2015

Addestrare alla precarietà








La prima cosa che notai, nella grande libreria del centro, fu il prezzo. Un solo euro. Siccome conosco un poco il mercato dei libri “buttati” – ed avevo letto per soli 6 euro le vicende relative all’invasione inglese di Lhasa d’inizio ‘900, praticamente introvabili – ne acquistai due, il libro di Gatti ed un altro, che narrava la vicenda di un cattolico altoatesino che s’era opposto al servizio militare sotto Hitler, con finale scontato.
Lo lasciai dormire un po’ sullo scaffale, poi decisi d’aprirlo: l’Africa m’attira, senza esserci mai stato devo avere un po’ di mal d’Africa, insieme al mal di Balcani che ho interiorizzato da decenni. Lì, almeno, ci sono stato in lungo ed in largo.
Il libro di Fabrizio Gatti – Bilal – però è una chicca di vero giornalismo: (che buttiamo per un euro nel panorama dell’editoria), farò un abstract di un solo paragrafo e chi l’avrà letto potrà tranquillamente saltarlo.

Fabrizio Gatti è un giornalista de “L’Espresso” che decide di compiere il viaggio dei disperati insieme a loro: scende in aereo a Dakar, poi – senza mai rivelare la sua vera identità – attraversa Senegal, Mali, Burkina-Faso e Niger, in treno o sulle vecchie carrette dei migranti. S’arresta a Madama, sul confine libico – dopo 4000 chilometri di savana e deserto – perché comprende che i libici hanno fiutato l’inganno e, se attraversa il confine, lo fanno fuori. E’ ancora la Libia di Gheddafi, qualcuno da Roma ha inviato un “pizzino”? Può darsi. Torna indietro, prende un aereo per l’Algeria, passa in Tunisia, ma non riesce a salire sul barcone che lo condurrà a Lampedusa, troppo bianco, troppi sospetti. Si getterà da una scogliera di Lampedusa e finirà nel famigerato CPT dell’isola: si fingerà curdo e rivelerà la sua vera identità solo alla biglietteria ferroviaria della stazione di Palermo, dopo essere stato un “curdo” espulso con decreto.

Il libro di Gatti è stupendo e terribile, non solo perché è una fotografia della miseria umana, della povertà endemica di quel mondo e della violenza atavica di chi può permetterselo solo perché ha una qualsiasi divisa addosso. E’ stupendo, soprattutto, perché non dimentica mai l’empatia, l’afflato d’umanità verso tutti e, in questa disperata umanità, ricorda Vittorio Arrigoni “Restiamo umani”. Già.

Mi sono permesso di scrivere un articolo su quel libro perché è un pezzo di pesce crudo servito su un piatto di latta, sotto una tettoia tropicale: deve restare sullo stomaco, questo è il suo scopo. Digerirlo meglio può servire – soprattutto di questi tempi – ma allora servono quattro notizie in più, il contorno, che non può che giungere dalla Storia, quella recente della cronaca e quella sepolta nei libri. Comunque Storia è. Che non si vuol conoscere per rimanere agnostici, per non doversi fare delle domande, per non capire le risposte: troppo ingombranti, troppo comodo restare nella vulgata imperante.

Nel 2014 i migranti giunti sulle coste italiane sono stati circa 170.000; nel 2015, è attesa un’ondata migratoria pari a 400.000 unità: per questa ragione l’Europa è entrata in fibrillazione, Francia, Svizzera e Danimarca hanno chiuso le frontiere (infischiandosene del Trattato di Shengen) ed altri meditano di farlo.
Eppure, non era difficile prevederlo.
Cos’è diventata l’Africa? Conosciamo a menadito la storia europea, i trattati, le guerre, gli armistizi...eccetera...un po’ di meno quella americana, per niente quella africana. Eppure, di cose ne sono successe a Sud di Tunisi, solo che è la Storia di un Dio minore. Gli dei diventano maior et minus al salire e scendere delle azioni, dell’economia dei loro Paesi: oggi, s’inizia – guarda a caso – a parlare di Storia cinese.

L’Africa ha avuto il maggiore splendore quando l’Europa ha toccato i suoi minimi, ossia nell’Alto Medioevo, quando fiorirono culture dei “gentili” simili a quelle dei trovatori: l’Alto Volta fu la culla di quelle gesta. L’Europa – impossibilitata ad intromettersi per mancanza di forze, ed impegnata nelle crociate per difendere le vie della seta e delle spezie – s’inventò la storia del “Prete Gianni”.
A ben pensarci, la prima false flag della Storia: interessante leggere il contributo di Wikipedia, sembra proprio l’enciclopedia dei sogni scritta per l’uomo medievale. Anche l’Ariosto se ne servì ed i portoghesi – siamo ancora nel 1400 –  che “scalavano” lentamente la costa occidentale africana per giungere al Cabo Tormentoso (poi ribattezzato di “Buona Speranza”), non disdegnarono brevi puntate nell’interno del continente. Per cercare oro, diamanti, metalli preziosi e ricchezze? Ma no! Cercavano il Prete Gianni, ovvio.
Poche notizie, invece, sul millenario (e reale) Regno di Songhai (690 – 1591): anche all’epoca, la leggenda era preferita alla Storia, poiché la leggenda nutrirà (e nutre tuttora) le menti d’avventurieri, asceti e Re, una miscela esplosiva che si manifesterà, secoli dopo, ai danni degli indio amerindi.

Ma c’è bisogno di realismo, soprattutto per l’Africa. Dopo il 1600 gli europei occupano saldamente entrambe le sponde dell’Atlantico e, terminata la caccia all’oro, devono far rendere le conquiste territoriali. Le case regnanti d’Europa lo chiedono, lo intimano, lo ordinano: bisogna incrementare le ricchezze delle monarchie, le loro possibilità d’accedere a truppe mercenarie, Dio non voglia che la Rivoluzione Inglese si ripeta. Cromwell deve rimanere un fantasma, uno spauracchio per bambini impertinenti.

L’alfabeto della schiavitù è lungo...ananas, cacao, caffè...fino alla zeta di zucchero sono la maledizione che sta per abbattersi sull’Africa: nasce la moderna economia, prende vita e prospera con il Triangolo degli Schiavi.
Materie prime dalle coltivazioni delle Americhe, elaborate in manufatti nelle fabbriche europee (soprattutto inglesi), vendute (anche) agli arabi a caro prezzo, i quali s’occupano di provvedere per la mano d’opera da inviare nelle Americhe: ecco il triangolo perfetto, la quadratura del cerchio.
Ciò che dagli imperi antichi fino a quel momento era rimasta più che altro una curiosità – il nero che regge l’ombrellino a milady sul London Bridge oppure a madame a Montparnasse – diventa un’industria. Rombano le macchine nelle Midland, rimbombano le cantilene dalle schiene nere che perdono la libertà, che attraversano il mare per terminare la loro vita nei campi, spremuti fino all’ultima goccia di sudore. Spesso, diluito nel sangue.

Non pensate a vicende così lontane: ancora agli inizi del ‘900, i mercanti arabi assalivano i villaggi all’alba per procurarsi schiave, ed ai maschi tagliavano semplicemente una gamba, morivano dissanguati. Nel 1949, l’ispettore portoghese per il Mozambico invia una protesta ai governatori locali: non si può chiedere continuamente schiavi poiché si sfruttano fino alla morte per consunzione quelli già presenti!

Questa è stata l’Africa per tre secoli, questa è stata la nostra economia negli stessi secoli: ci siamo arricchiti al costo delle loro schiene, delle loro vite prosciugate e cancellate. La schiavitù divide le famiglie e rompe i matrimoni, anche quelli celebrati dai primi missionari cattolici? Ma figuriamoci...dopo la balla del Prete Gianni ecco la seria elucubrazione sancita dal Concilio di Trento: il matrimonio è valido solo se ci sono state le pubblicazioni. Avete notato uno straccio di pubblicazione affisso ad un albero della savana? No? Allora via, il marito in Brasile, la moglie in Virginia ed i figli venduti all’asta al miglior offerente.

Tutto ciò basterebbe per far sobbalzare le coscienze, se questo fosse un tempo nel quale le coscienze s’interrogano e dialogano: nulla di tutto questo avviene fra una dozzina di canali televisivi, un centinaio di Tv-Sat e migliaia di siti internet. Nei caffè, si parla di calcio oppure si beve, soli ed in silenzio.

La parola chiave è “realismo”, e l’accettiamo di buon grado, anche se ci va un po’ per traverso: abituati come siamo più alle “ragion teoretiche” che agli empirismi vari, camuffati sotto le spoglie più diverse, dalle urla degli xenofobi nei parlamenti e sulle piazze per terminare coi buonismi esasperati da decenni d’addestramento al Vangelo. Mi scusino i cattolici ma, prima di lanciare l’ostracismo, riflettano un attimo.

Il realismo ci racconta che, in questo anno che fra pochi giorni virerà la boa della metà percorso, giungeranno 400.000 immigrati. Dovranno giungere, dovrebbero giungere: bisogna sottrarre quelli che moriranno in mare o fra le sabbie del deserto. Gli xenofobi gioiranno, i cattolici lacrimeranno ed entrambi si distanzieranno miglia e miglia dal punto del naufragio. Perché la storia di queste migrazioni inizia in Africa, mentre noi tentiamo di giudicare col nostro metro distante migliaia di miglia e centinaia d’anni.

Il Ciad è uno stato maledetto, perché ha minerali d’Uranio. Ci pensa Areva. L’energia nucleare francese si nutre dell’Uranio ciadiano, lo mangiano le sue fameliche centrali. La raffinazione? Avviene in loco, spandendo le scorie (che emanano ancora un elevato livello di radiazioni) ai bordi delle strade: i bambini del Ciad sono i più “tossici” del pianeta, se la giocano con i loro coetanei in Iraq, “infarinati” con le munizioni all’Uranio impoverito. Ma non basta. Serve petrolio, serve a tutti: agli USA ed ai famelici cinesi.
Ecco allora il delta del Niger trasformato nell’inferno dantesco, girone zero, con le lanche del fiume dove s’accumula petrolio greggio, con la gente del luogo che non ha combustibile per cucinare e va a rubarlo, con qualche sbadato che accende fuochi, con le torce umane che finiscono per crepare nel fiume, portate via dalla corrente oramai rattrappite, mangiate nelle carni fino all’osso dal fuoco.

Due soli esempi: poi, ci sono le guerre per i diamanti, per l’Oro, per i minerali rari...ogni contrada ha la sua guerra innescata dalle corrispondenti compagnie minerarie. L’Africa, oggi, è un inferno dove aleggiano solo miseria ed AIDS: ci meravigliamo se scappano? Provate a parlare con qualche immigrato africano, chiedetegli della sua terra: vi dirà che tutto è “good”, che tutto è “Ok”, perché non se la sente d’iniziare nemmeno il discorso, non vuole più sentirne parlare.

Parlai a lungo, molti anni fa, con un nero musulmano centellinando whisky. Aveva una laurea in economia e parlava quattro lingue, una formazione molto utile per fare il guardiano di capre. Domanda: come vivevi in Senegal?
Risposta: Bene, la mia famiglia era composta da padre, madre, io e mia sorella. Avevamo una coltivazione d’arachidi. La mente fugge: subito immagina una capanna dello zio Tom, canti tribali, lunghe file di zappe che sventagliano l’aria.
Ma le sue parole incalzano e distruggono le tue immagini mentali: avevamo due trattori, un Fiat ed un Renault, io e mia sorella aiutavamo nei campi e, nel mentre, studiavamo all’Università. Tutto andava bene, fino a quando ad un presidente USA (dedito anch’egli alle noccioline per fare olio e derivati vari – Jimmy Carter) non venne in mente che coltivare in Africa era “risparmioso” per la sua azienda, così non doveva più pagare operai americani. E l’appetito vien mangiando. Ogni anno che passava, il prezzo delle arachidi diminuiva, fin quando non rese più nulla, ci pagavi a malapena il gasolio.
Venni in Europa a cercare lavoro, forte della mia laurea, della mia cultura e delle lingue parlate correntemente...scusami...adesso devo andare, devo mungere e poi ricoverare le capre, e sono stato fortunato. Ho una stanza per dormire, un gabinetto ed un padrone che non fa storie: basta che tutto vada bene e che il guadagno, per lui, non cambi. A me, le briciole: però con quelle briciole riesco a campare, mica come gli schiavi dei campi di pomodori.

Qual è la mossa politica che ha portato alla nuova edizione del cosiddetto neocolonialismo?
In ogni capitale africana c’è un palazzo dei sogni, con parco abbondantemente irrigato, alberi d’ogni tipo, frescura, cocktail, pranzi raffinati e puttane bionde, per lo più europee dei paesi dell’Est. A volte anche inglesi, francesi ed italiane. E’ il palazzo presidenziale.
Alla diplomazia USA basta giungere lì, al cuore del problema, ed esporre i desideri USA per quel Paese: tot d’Uranio, tot di Petrolio, Tot di diamanti...eccetera, eccetera. Si racconta che, alla prima visita di un nuovo ambasciatore, oppure inviato della Segreteria di Stato o della CIA (se la situazione è più complicata) l’inviato si presenti con due valigette, una piccola ed una grande. Nella grande ci sono dollari, dollari a profusione. In quella piccola c’è una pistola.

I presidenti africani sono dei capibanda che hanno ammazzato tutti i pretendenti al trono, dei malfattori. Anzi: i più furbi fra i malfattori, fino ai prossimi, i tempi di Shengor, il “presidente poeta” sono lontani. Capiscono subito. In paesi del genere, fare fuori un presidente è come da noi ammazzare una mosca.
Così si depredano le ricchezze dell’Africa, dal petrolio ai diamanti, dall’Oro al Tungsteno, al Molibdeno, al Rodio, al Vanadio, al Nichel, al Rutenio...a tutto ciò che necessita alla macchina Occidentale/Orientale. Le popolazioni? Si fottano, se ne vadano, emigrino, muoiano. Ecco, meglio: forza AIDS! Forza Mediterraneo! Forza Deserto!
Ecco da dove arrivano i disperati delle carrette del mare. E dove arrivano?
Qui è la sorpresa.

Non giungono in terre felici, arrivano in posti – ecco il paradosso! – che per loro rappresentano la felicità (giacché la mera sopravvivenza è già felicità): sono luoghi nei quali le popolazioni stanno subendo l’attacco alle loro condizioni di vita più subdolo e terribile della Storia. Si tratta di un attacco coordinato e silente, spacciato per una faccia della modernità: si tratta dell’addestramento alla precarietà, che varia da Paese a Paese, secondo le potenzialità di “assorbimento” delle popolazioni. Ovvio che è molto diverso dalla Grecia alla Germania, dalla Francia alla Spagna o all’Italia, ma la matrice è la stessa.

Senz’altro le strutture di coordinamento sono la Trilaterale od il Bildenberg, per giungere fino ai piccoli tirapiedi come Renzi o la Merkel, ma basta rivolgersi per un attimo a Carletto Marx per capirlo.

Il saggio di profitto totale è crollato: in altre parole, il totale che il capitalista ricava dall’investimento del suo capitale è enormemente sceso. Ci sono però dei distinguo: ciò avviene nella vecchia Europa e negli USA, mentre in Cina, India e Sudamerica la situazione è molto diversa.
E non avviene per tutti i “capitalisti” – comprendendo in questo termine tutti i fornitori di capitali (da Soros alla vecchietta che ha un buono da 100 euro alle Poste) – giacché i grandi capitalisti possono disporre di mezzi d’indagine più evoluti della vecchietta, la quale non può far altro che guadagnare ciò che Poste e Banche consentono (ossia quasi nulla). Ecco, allora, che la vecchietta chiede all’impiegata quanto renderanno i buoni, mentre il capitalista caccia il broker che gli ha fatto guadagnare solo il 5% su un determinato investimento in Cina. Tecnicamente, però, sono entrambi capitalisti.

Se, invece, consideriamo il saggio di profitto sul singolo bene, tutto dipende dal tipo di bene: se si tratta di un’automobile sarà bassissimo, se invece è un nuovo sistema energetico o medicale, ecco che il profitto per singolo bene è alto. Da qui discende l’enfasi sul sistema scolastico: non più luogo dove si creano cittadini consapevoli e coscienti – anzi, meglio l’opposto! – bensì cervelli all’ammasso, che se non sono in grado di progettare la grande “pensata” per i capitalisti, non servono a niente.
Ecco, allora, la logica dei 700 euro mensili: la pura sopravvivenza, tanto per fare la commessa o il giardiniere basta qualche immigrato, oppure un italiano che non ha altra scelta. Il tempo dei contratti di lavoro è finito: basta un Job Act l’anno per demolirne ogni giorno un pezzo.

L’Africa deve spopolarsi: è solo una grande miniera ed una ragnatela d’oleodotti, basta pochissima popolazione da pagare un’inezia per la manutenzione o la costruzione di questi “servizi”, gli altri si fottano.
L’Europa (o gli USA, ma lì c’è anche la “centrale” militare dell’impero capitalista) serve soltanto come testa pensante per il sistema, anche qui – però – basta meno gente e, soprattutto, che non abbia pretese. Renzi docet.

In un recente articolo ho indicato come, in vent’anni, sia stato distrutto il sistema ferroviario: non si tratta soltanto di risparmi o di guerra fra aereo e treno sulle medie tratte, bensì di cancellare dalle menti dei cittadini il concetto di un mezzo di trasporto popolare ed a disposizione di tutti.
Con la logica delle cancellazioni dei convogli, non si è più sicuri di nulla: un passo importante verso la precarietà. Come nel Teneré, in Libia od in Nigeria non si sa mai quando partirà il prossimo camion per il Mediterraneo, così anche in Italia non sai se riuscirai a fare un Genova-Bologna in giornata, senza intoppi o sorprese. A che ora arriverai? Non si sa, dipende dai ritardi e dalle cancellazioni: tutto diventa precario.

Anche il sistema autostradale inizia ad adeguarsi, avrete notato i cartelli: dalle 22 alle 7 chiuso tratto...eccetera. Ieri, poi, chiuso un lungo tratto della Torino-Savona (per incidente). Centinaia di camion ed auto hanno invaso Fossano in giorno di mercato...l’apocalisse. Infine, ad Ivrea – senza nessun avvertimento – chiusa la “bretella” per Milano. Ed i casi sono oramai molti, in tutta Italia. Come mai?

Fino ad una decina d’anni or sono, era rarissima la chiusura di un’autostrada, roba da segnare sul calendario come la caduta di un meteorite: la prima che vidi fu in Liguria “per vento”. Ufficialmente, le ragioni dipendono dai mutamenti delle norme in fatto di sicurezza: difatti, quando ho detto al casellante “Ve le inventate tutte, vero?”, m’è arrivata una mitragliata di leggi ed una valanga d’improperi. Ma ciò è consentito per altri motivi.
E’ vero che molte cose sono cambiate, ad iniziare dagli autisti dei camion che sono tutti rumeni e, quando ritirano loro la patente, vanno in Romania e se ne fanno stampare un’altra. Ma il concetto che solo le menti più “eccelse” sanno cogliere è sempre il solito: aumentiamo la precarietà, abituiamoli al fatto che nulla più è certo!

Una persona che non si sente più tutelata dalla legge, diventa più fragile: dopo, si può far passar di tutto, anche che il sindaco di Firenze – tanto per citarne una – diventi capo del governo senza essere mai stato eletto. Lo so che è costituzionale...il trucco c’è sempre...però quel che conta sono le “risposte” – direi quasi subliminali – che si ottengono dalla popolazione.
Quando t’abituano a vivere in un ambiente d’incertezza – il treno non parte, l’autostrada è chiusa, la macchina per le ecografie s’è improvvisamente rotta, l’ufficio è stranamente chiuso per “emergenza”... – la gente non reagisce più incavolandosi, bensì con un sentimento a metà fra la depressione e lo sconforto. Ed è esattamente quello che vogliono: fare in modo che non ci sia partecipazione, opposizione, consapevolezza.

Le vie dell’incertezza finiscono nella precarietà, esattamente come i camion dei migranti s’insabbiano negli uadi del deserto...e s’innesca la guerra dei poveri, fra proletariato e sotto-proletariato...l’um Proletariat del quale già parlava Marx.

Credo, almeno per quel che riguarda il M5S (gli altri sono solo vuoto a perdere), che ci vorrebbe maggiore attenzione e riflessione su questi temi, non una misera oscillazione fra la Lega Nord e l’Estrema Sinistra.
Come si sarà capito, le ragioni di questa situazione sono legate al capitalismo internazionale e non alla volontà dei migranti o dei nostri giovani a 700 euro il mese. Cosa si può fare? Per ora, smetterla di gridare “al lupo”, poi si vedrà.

Il sistema Tolemaico era semplice ed intuitivo, la gravitazione universale un po’ più difficile da capire: il mondo dei satelliti, però, ha dovuto fare a meno di Tolomeo...troppe sfere celesti di vetro da frantumare...e non si può immaginare un “dopo” se si rimane prigionieri e non si frantuma il “prima”.

26 marzo 2014

In morte di Silvio


No, non si tratta di una boutade sul Silvio nazionale: qui è morto davvero un Silvio – lo abbiamo seppellito Domenica scorsa – ma non c’entra niente con la politica (almeno, quella che è definita tale) né col teatrino dei Pupi di tutti i giorni. La sua è una storia seria, di quelle che ci consentono – ricordandolo – d’aggiornare un poco ciò che sta succedendo alla centrale Tirreno Power di Vado Ligure, quella di Suez e De Benedetti. Quella di Sorgenia, dalla quale avrete ricevuto senz’altro le telefonate che vi parlavano di “energia pulita”.


E ci consentono anche di porre un parallelo fra le tesi di Jared Diamond nel suo magistrale “Armi, acciaio e malattie” – il quale, insieme ai libri di Huitzinga o di Carlo Maria Cipolla, tanto per citare due storici che hanno affrontato sotto l’aspetto storiografico, più settorialmente, cultura e tecnologia è diventato una pietra miliare della ricerca storica – ed i nostri tempi. Ma torniamo a Silvio.



Silvio aveva 58 anni, di professione saldatore e tubista: per tutta la vita ha lavorato sotto impresa, ossia quelle imprese di manutenzione che si occupano di tutto il “marcio”, di tutto il peggio che c’è da fare nelle aziende. E’ morto per un cancro alla laringe: fumava, si dirà, ma dopo aver descritto gli ambienti di lavoro nei quali visse quel “fumava” rispediamolo pure ad Enrico Bondi, che incolpava delle tragedie successe non l’ILVA, bensì a Taranto, rea d’essere una città di beoni e fumatori.

Qui parliamo d’aziende chimiche e dell’energia: settori che non hanno molti dipendenti per unità di prodotto, giacché il sistema deve essere automatizzato per ragioni di costi, mica per chi ci vive dentro. Di quel “particolare” – a lor signori – non frega una mazza: tanto, hanno soldi per bravi avvocati ed i giudici sono sempre indulgenti quando si tratta di “produrre”.



Mettiamo subito in chiaro un punto, prima di procedere: gli imprenditori sapevano e sanno benissimo quali sono i rischi per i lavoratori, non ignorano mai. Solo ai processi si discolpano: “a loro insaputa”, sempre così.

Tanto che alla famigerata IPCA di Ciriè – forse la prima fabbrica di coloranti (nata nel 1922) dove, nel dopoguerra, si riuscì ad imbastire un processo – saltò fuori che il figlio del padrone s’era avvicinato ad un bollitore (un semplice pentolone) dove un operaio rimestava chissà quale schifezza. Il padre lo notò e gli urlò “Sta via da lì, che quella roba ti fa venire il cancro”. E’ agli atti del processo.



Silvio lavorò nel “peggio” che si possa immaginare: l’ACNA di Cengio (SV), la Stoppani (nulla a che vedere con l’attuale colorificio) di Cogoleto (GE) e molte raffinerie che sorgono alle spalle di Genova, nell’area di Busalla.

All’ACNA di Cengio – raccontava – t’accorgevi che c’era necessità di riparare un tubo perché gocciolava a terra: peccato che, in quel tubo, scorresse acido solforico concentrato e caldo. Stava a te scansare le gocce, altrimenti...un bel buco in testa. Pardon, lì c’era il casco (!): sulle braccia, su una coscia...e chi aveva le tute antiacido?

Ma i veri killer silenziosi erano le naftil-ammine, le quali (è provato) provocano il cancro alla vescica: ancora oggi, dopo una bonifica durata anni, a 17 metri nel sottosuolo si trovano “strati” (esattamente come quelli geologici) di giallo, rosso, blu...



La Stoppani era, invece, un’industria che aveva un merito: l’acqua di mare di fronte a Cogoleto era batteriologicamente pura, come un laghetto di montagna. Non un misero Escherichia Coli che riuscisse a sopravvivere. La fabbrica produceva sali di Cromo esavalente partendo dal Cromo trivalente: vi lascio immaginare i colori degli scarichi a mare...a volte verdi, altre gialli, altre ancora di un bel arancione carico.

Gli operai? Riparavano, saldavano, smontavano e montavano tubi e raccordi in mezzo a quella melma colorata. Ah già, ma Silvio fumava...



A Busalla, c’erano sempre torri di distillazione da riparare: le cosiddette “torri a piatti”, le quali si consumano e si rompono. Aperto un portello, toccava a Silvio entrare in quel ambiente buio e cercare la perdita, la flangia...e saldare senza, ovviamente, tute di protezione ad alta resistenza.

Non voglio andare oltre: immagino che il lettore si sia già reso conto del contesto lavorativo di Silvio.



Le vicende della Eternit di Casale Monferrato, dell’ILVA di Taranto, dell’ACNA di Cengio e di Cesano Maderno (MI), ecc – dove vidi personalmente insaccare i terribili coloranti a base di acido solfanilico e beta-naftilammina con le pale: il colorante scendeva in polvere dal soffitto! Manco un’insacchettatrice automatica! L’anno dopo, saremmo scesi sulla Luna ed a Cesano Maderno non sapevano che esistevano i sistemi automatici? – conducono ad una sola conclusione: sanno benissimo che lì ammazzano la gente, e lo fanno scientemente.



Con l’industria energetica, invece, i veleni valicano i confini del “lager” e si spandono fra la popolazione: è il caso di Vado Ligure e di Porto Tolle. Ma anche di Civitavecchia, con la sua centrale “modernizzata” per il carbone.

Qui a Savona, l’azienda si difende (trovando un po’ di “spalla” nei sindacati) affermando che tutto è già stato fatto (rinnovati i controlli delle emissioni? Così in fretta? Tutto a posto?) ma, per ora, l’impianto resta fermo: i magistrati non ci credono. Lupus in fabula, negli stessi giorni il consiglio regionale ligure nega l’autorizzazione alla costruzione di alcune torri eoliche: impatto ambientale, niente da fare. La centrale va riaperta, tutti sussurrano a telecamere spente: e i morti? Continueranno come prima.



Mi riprometto di scrivere qualcosa di più specifico su questa ed altre vicende accadute in Liguria in questi anni – vicende che mi hanno visto testimone ed anche attore – ma oggi è un altro punto che desidero toccare.

E se queste morti fossero pianificate?



Mi ha molto colpito la notizia che ai macchinisti delle ferrovie è stato revocato il “privilegio” d’essere messi in pensione a 58 anni: andranno a 67, come tutti gli altri. Peccato che l’aspettativa di vita della categoria sia di 65 anni (1): un altro omicidio di massa. Intanto, Moretti blatera che potrebbe andarsene all’estero: ma chi lo tiene? In ogni modo, non è questo il problema.



In Italia ci sono circa 3-4 morti per il lavoro il giorno (2), questo lo sappiamo, ma non tutti sanno il dato degli invalidi permanenti: 25.000 l’anno. Un esercito.

E le malattie professionali?



Di certo si sa che l’asbestosi e la silicosi compaiono anche dopo 40 anni, ma sono tutte le nuove tecnopatie la vera “ultima Thule”, la frontiera della quale sappiamo pochissimo. Sappiamo solo che la gente sta male, di corpo e di mente.

Nell’agricoltura – ad esempio – aumentano molto i tumori: a causa dei sempre più specializzati fitofarmaci? Un caro amico è morto, molto tempo fa, con la pelle a brandelli a 33 anni: lavorava nelle serre.



Perché tanto silenzio intorno a questi fattori che ci decimano? All’estero, le aziende fanno a gara nell’esporre cartelli con scritto “Qui non avviene più un incidente sul lavoro dal...”: ne fanno un punto d’onore.

Con la riforma Fornero è stata spostata molto in là l’età della pensione: in effetti, un tempo c’era la quasi certezza d’arrivarci. Oggi, è solo una probabilità.

Il secondo passo è proprio fare in modo che meno persone possibile c’arrivino. Il terzo (nelle mire odierne di Cottarelli) è la diminuzione o la dismissione delle pensioni di reversibilità.



Operiamo un parallelo fra la situazione di circa vent’anni fa: pensione a 60 anni per gli uomini e 55 per le donne, reversibilità dell’assegno per la quasi totalità in caso di morte del coniuge, pagamento del TFR/TFS dopo pochi mesi.

Oggi: pensione a 65-67 anni, reversibilità dell’assegno (sempre in caso di morte) per circa il 60% massimo (ma dipende dai redditi ed è già nelle mire di Cottarelli colpirle), pagamento del TFR/TFS dopo 2 anni e mezzo. Per chi riesce a prenderlo: cosa prenderanno i lavoratori d’aziende fallite che hanno perso il lavoro?

Questo per chi ancora ha/aveva un contratto a tempo indeterminato: per chi è precario (di varia natura) tutti i condizionali sono d’obbligo.

Sintesi: questo significa ammazzare un Paese, anzi, i suoi abitanti.



Nel 1990 la popolazione italiana era ancora in crescita: è un indicatore importante, misura la fiducia nel futuro di un popolo. Oggi, viene mantenuta artificiosamente intorno ai 60 milioni immettendo immigrati, ma la realtà è cruda: storicamente parlando, il popolo italiano è in via d’estinzione.

Così è per Spagna, Portogallo, Italia e Grecia: Paesi decretati inutili, da eliminare. Anzi, no: popoli da eliminare.



Jared Diamond racconta la verità quando afferma che il 95% degli indigeni americani ammazzati non fu massacrata con le armi da fuoco: furono le malattie ad ucciderle. Gli europei erano più avvezzi, e da più lungo tempo, a convivere con molti animali domestici (che avevano “passato” le malattie all’uomo): il contatto fu, ovviamente, fatale per popolazioni sprovviste di anticorpi.

Quali sono gli anticorpi che ci mancano per vivere in questa Europa? Come ben sappiamo, i popoli del Nord ci disprezzano per il nostro (a loro dire) lassismo.

Non si tratta di anticorpi biologici, bensì culturali: andiamo a cercarli.



Il primo è la riforma protestante (difatti, le aree cattoliche, nel Nord, arrancano) poiché santifica la ricchezza, la considera un dono di Dio. Il cattolicesimo ha avuto, in questo senso, un atteggiamento ambiguo: ha lasciato correre la ricchezza per qualcuno (e continua a farlo) ma, sostanzialmente, è rimasto radicato al detto che “dei poveri è il Regno dei Cieli”, più ammennicoli vari che parlavano di canapi e di aghi.

La vittoria culturale in economia del Protestantesimo (si pensi alla Amsterdam del XVII secolo, alla Lega Anseatica oppure, più vicini a noi, ai WASP statunitensi), e poi dell’ebraismo – molto simile sui temi economici – era ed è scontata: chi li ferma più?



Il secondo è rappresentato dall’enorme ritardo delle banche d’affari: mentre nel Nord erano presenti da secoli, qui da noi esisteva solo Mediobanca e poco altro. Quando anche le altre banche furono trasformate in S.p.A., concepirono il “nuovo” come un rapporto stretto e durevole con il potere: insomma, si passò dal “salotto buono” milanese con gli Agnelli, i Pirelli e poco altro ad un allargamento, ma solo qualitativo, mai quantitativo. Ciò spiega perché la piccola industria italiana sia sempre nei triboli per cercare finanziamenti, mentre i boiardi di Stato od i privati che si associano navighino nella finanza a gonfie vele. Cosa sono, le banche d’affari dello Stato Pontificio? Chi ha una buona idea, difatti, non si rivolge ad una banca d’affari italiana: va all’estero. Notiamo che l’andazzo non è solo d’oggi: lo scandalo della Banca Romana è datato 1892.



Il terzo è il sistema giuridico: l’habeas corpus entrò a far parte del sistema giuridico anglosassone nel 1215 con la Magna Charta: in Italia, s’imprigiona Cucchi e lo si ammazza, per poi affermare che la legge – sulla base della quale era stato arrestato – era incostituzionale.



Il quarto è la negazione del progresso, quando questo cammino significhi maggior democrazia: è il caso della Rete, dove scontiamo ritardi epocali. Mentre nel Nord si pensa ad incrementare e diversificare le potenzialità della Rete, qui da noi si continuano a studiare leggi per tappare la bocca ai blog.



Il quinto è la sottovalutazione della cultura e della lingua: da noi, un celebre ministro dell’economia affermò che “con la cultura non si mangia”. E’ assolutamente falso. Operiamo un parallelo fra l’attività del Goethe Institut e la parallela istituzione italiana, la “Dante Alighieri”: il primo è, dal dopoguerra, veicolo d’espansione culturale (e non solo) germanica nel pianeta ed i tedeschi non badano a finanziamenti. Le due lingue (tedesco ed italiano) per bacino d’utenza sono quasi equipollenti, l’effettiva espansione della lingua nel mondo è, però, molto diversa. Già, ma è notizia di questi giorni che alla “Dante Alighieri” s’assumeva in nero (cosa risaputa da anni), ed a volte l’istituzione diventava solo terra di conquista di voti (soprattutto dopo la legge sul voto degli italiani all’estero, che ci ha regalato fior di politici come Razzi), con i fondi per gli insegnanti “mangiati” sotto varie forme, nepotismi, ecc.



Riassumendo, un abitante del Nord è rafforzato dalla sua religione, che non gli genera sensi di colpa se s’arricchisce, da secoli sa di poter contare su un sistema finanziario dinamico e sicuro, sposa il progresso ogni volta che lo ritiene conveniente, sa di vivere in un sistema di regole certe ed è accettato ovunque come portatore di cultura.



Un abitante del Sud Europa, invece, se pratica il prestito a tasso d’interesse (in teoria) sa di perdere la vita eterna, se non ha un nome od un blasone non riceve finanziamenti per le sue idee, viene bastonato alla prima occasione sfortunata da una giustizia (?) a volte incomprensibile e sempre di parte, se si lamenta sul Web può essere perseguitato e, quando va all’estero, lo chiamano “pizza e mandolino”, oppure “berlusconi”.



Attenzione: in questi pochi punti non si dà nessun giudizio d’ordine etico e, soprattutto, morale. E’ semplicemente una questione evolutiva per accertare chi sia più “adatto” ad affrontare la modernità. E non si dà nemmeno un giudizio sulla modernità: i perdenti Oglala ebbero centomila volte più “moralità” degli schifosi Washicu, ma finirono nelle riserve.



Questo ci spiega perché in Italia esistano “i” Silvio, che muoiono di cancro perché “è il Fato” e, ogni giorno che passa, in tre/quattro famiglie si piange la morte per lavoro del padre, spesso unica fonte di reddito, oppure si crede che quella di Cucchi sia stata una “terribile fatalità”, o ancora che noi siamo “razzialmente inferiori” ai nordici...tutte storie senza fondamento...in realtà, dobbiamo prendercela solo con la nostra incapacità di guardare con onestà il nostro modo di vivere e di chiederci: è meglio vivere “all’italiana”? E come si può riuscire? Già, ma per un simile dibattito servirebbero dei veri intellettuali: quelli che si ritengono tali, in Italia, vanno ai talk show, ridacchiano e cercano solo visibilità e soldi.



Jared Diamond pone un curioso discrimine per la schiavitù: non presente nelle società più primitive. poiché tutti i componenti erano legati da rapporti familiari o di conoscenza (come nella tribù), ma già presente nei piccoli regni (quelli che definiamo “re pastori”, oppure chefferie in francese). La non-conoscenza dell’altro – ed i vantaggi che lo schiavo procura – fanno passare in secondo piano le remore sulla “proprietà” di un essere umano.

Immaginiamo ora un grande stato sopranazionale, dove le singole parti – per secoli – non hanno fatto altro che combattersi per la supremazia: secondo voi, hanno remore a rendere schiave altre popolazioni?

Non le renderanno schiave nel senso tradizionale del termine, ma ciò che è avvenuto ed avviene in Grecia denota già un potere schiavista: nessuno è stato mosso da pietà per le migliaia di suicidi greci, per la fame dilagante, per la mancanza della più elementare protezione sociale.



Furio Colombo, dalle pagine de “Il Fatto Quotidiano” (3), si domanda come mai la Francia stia “precipitando” nel voto alla destra di Marine le Pen senza trovare altre soluzioni. Riesce a darsela da solo la risposta oppure dobbiamo fargli un disegnino? Chi crede ancora in questa Europa? Poi, ciascuno farà le proprie scelte e, quando ci sarà un Parlamento europeo spaccato in due parti, saranno cavoli amari per Barroso & Co.

Siamo d’accordo che è un voto “tanto peggio, tanto meglio” (in Francia, il Fronte Nazionale ha dimostrato in passato di non saper governare le realtà locali e fu punito col voto, ma la disperazione cresce e l’odio per l’Europa non trova altri sfoghi): ciò indica quanto i francesi desiderino inviare un messaggio di disapprovazione al governo. Marine le Pen non vincerà le elezioni europee, però lascerà una situazione d’ingovernabilità nel Paese: inizia la china discendente anche per la Francia (Paese in realtà ateo, ma ufficialmente “cattolico”), mentre la Germania pensa già all’Ucraina.

Insomma: possiamo rimanere od uscire dall’euro, ma il futuro riposa nel passato, non scordiamolo.



Eppure, fummo dei veri e propri precursori, in molti campi. I banchieri fiorentini, nel 1300, finanziarono la Guerra dei Cent’anni (dalla parte inglese) e presero una batosta economica terribile: il re Enrico II promise molto (come sempre, “sarà una guerra breve”) ma i suoi successori non resero un soldo. Ebbene, già nel 1492 i banchieri fiorentini finanziarono l’acquisto (tramite Amerigo Vespucci) della Santa Maria di Colombo, che non era di proprietà del Re di Spagna, ma la Spagna ebbe l’impero. Sfortuna?

No, la mancanza di uno stato unitario quando ci si poteva ancora imporre nello scenario mondiale e, infine, una pessima (è ancora poco...) gestione dell’Unità, che non andrebbe ricordata, bensì criticata e – se possibile – corretta. Dopo l’Unità, acquisita militarmente – a differenza dello Zollverein tedesco – l’incapacità di gestire uno stato: le gerarchie cattoliche tornarono ad imporsi nel 1929, e fu la fine.



A fronte di queste, poche riflessioni la questione dell’Europa appare sullo sfondo: minuscola, miserrima se confrontata al coacervo di cause storiche che ci circondano. Restiamo? Faremo i servi. Ce ne andiamo? Ci massacreranno economicamente. La Storia non ammette errori, questa è la triste sentenza.



(1) http://www.zappingrivista.it/primo/articolo.php?nn=7199

(2) http://www.jobtel.it/infortuni-sul-lavoro/

(3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/25/elezioni-francia-il-disastro-calmo/925453/

26 febbraio 2013

Caro elettore del PD



Mi sa che t’hanno fottuto un’altra volta. Lo so, sei un moderato…credi a tutto…all’Europa che ci punisce perché siamo delle cicale, agli indispensabili sacrifici per riequilibrare il debito pubblico, alla necessità di lavorare fino a settant’anni per fare “cassa” così, i giovani, saranno precari “solo” fino a 50 anni. Vieni poi colto dal sacro timor panico quando, in Tv, aprono la pagina economica con lo spread: ti senti giudicato in prima persona. Sarà mica perché ieri ho pagato tre caffè al bar?

Monti è un po’ arcigno – con quella bocca da Bancomat – ma è quel che ci vuole per mettere in riga i parlamentari famelici di tangenti, la Fornero è stata un po’ dura – lo ammetti anche tu – ma ci voleva per farla finita con le pensioni a 57 anni. Così t’hanno raccontato e tu ci hai creduto, perché quello che dice il Partito è come l’acqua santa per il cristiano: basta che ti tocchi e sei salvo.


No, stamattina non eri contento, perché in fondo all’animo persisteva un malessere…cos’ho mangiato ieri sera? La minestrina con la pastina…no, non può essere quello.

Non eri forte in Matematica a scuola ma, quando hai sentito Bersani dire che gli “spetta l’onere di governare”, ti sei fatto due conti…sì, va bene…ma con chi? E perché, se il primo partito italiano è il M5S, l’onere sta a te?

Già, per la manciata di voti presi da Vendola, che hanno salvato la frittata. Il Senato? Terra di nessuno.


Sparito Monti, fra i papabili per un’alleanza “responsabile” (a parte l’impresentabile Cavaliere), non rimane che il M5S: “faremo scouting”, ovverosia cercheremo di comprarli. Questo leitmotiv campeggiava fino all’altro ieri: oggi, dopo un paio di giorni di silenzio, è stata messo in soffitta.

Ti capisco, elettore del PD: sei un po’ frastornato. Ehm, scusa…il partito te lo sei scelto tu…come mai due giorni fa lo chiamavate “antipolitico”, “fascista” o “comunista” (a scelta), “incapace”, “sognatore”, “barbaro”, “incivile”…ed ora parlate di governare con lui? Alla faccia dei giri di valzer!


Però, ti devo confessare che l’atteggiamento di Bersani – intendo la dichiarazione filmata che è stata distribuita – non mi è piaciuta per niente: no, no e poi no. Non ci siamo mica: ci vuole più rispetto per il primo partito italiano! (1)

Impariamo, per prima cosa, il rispetto ed a chiedere le cose con garbo. La “manina”, ringraziare sempre, essere educati, salutare: sì, quelle cose che mammina c’ha insegnato da piccoli, che Pier Luigi sembra aver dimenticato.

Insomma, quel tono duro (2), la sorta di mezze minacce velate nel discorso, quel “insomma, o vanno a casa anche loro oppure ci dicono cosa vogliono fare” sono proprio da maleducato.

Vedi, caro elettore del PD, il fatto è che Grillo queste cose le dice da tanto tempo, solo che il Partito – mettendoti a forza della cera nelle orecchie – t’ha impedito d’ascoltarle o, al più, le ha snobbate.


Vogliamo parlare del reddito di cittadinanza? Il professor Fumagalli (Università di Pavia) sostiene da anni (3) che basta tassare dello 0,05% i movimenti sui capitali finanziari per realizzarlo. Ed in modo più ampio ed inclusivo della proposta del M5S!

Vogliamo parlare di F-35?

Ma chi se lo prende un simile fallimento volante! Gli USA hanno ridotto le quote d’acquisto da parte USAF del primo fallimento (F-22, il cui sistema di combattimento veniva “disturbato” dalle chiamate dei cellulari (!)) a poche centinaia d’esemplari e adesso ci vogliono rifilare un aereo che scoppia se colpito da un fulmine e, se il fulmine non c’è, si “trita” da solo la turbina?

E poi: non sarebbe il caso di ripensare il nostro modello di difesa come – appunto – di “difesa” (art. 11, Costituzione) e non come contractors per conto USA in mezzo mondo? Vogliamo tirare fuori un poco i c…ni?

Quando ci ritiriamo dall’Afghanistan?


Eppure, il tuo segretario, fino a 10 giorni fa non faceva che ripetere: Monti, Monti, Monti…pareva si fosse “incantato” il disco o che odiasse il mare.

Anche Casini però è “serio” e Fini non è più fascista, è un adorabile interlocutore.

Non ci sono più – sveglia elettore del PD – Casini ha rimediato un posto per il rotto della cuffia e Fini…poveraccio…speriamo che la pensione da Presidente della Camera gli basti…la vita a Montecarlo è così cara…

Monti puzza di morto, ma puzzava già di morto prima (furbo Berlusconi a prendere le distanze): scusa, caro frequentatore dei festival dell’Unità di un tempo, ma se n’è mai visto uno peggio?

Ha tolto le poche garanzie che ancora rimanevano per i lavoratori, ha mantenuto in pieno il precariato, ha sbattuto la gente in pensione verso i 70 anni, ha tassato come un ossesso le prime case…devo continuare?
Lo capisci – almeno tu – che chi tirava in ballo Monti si scavava la fossa da solo?


Adesso chiedete aiuto, nemmeno poi troppo umilmente.

Perché Grillo dovrebbe sacrificare il tanto lavoro fatto per essere “scoutizzato” in toto? Perché fa comodo a te (Bersani) che non sai che pesci pigliare? Per riuscire a mantenere il tuo partito coeso, Grillo dovrebbe fare quel poco che gli concederesti mentre telefoneresti a Monti tutte le sere. Ti sembra serio?

Grillo, che ha il coltello dalla parte del manico, al massimo ti concederà un appoggio esterno, come in Sicilia, e fattelo bastare ma senza sgarrare. Perché dovrebbe suicidarsi per te?

Altrimenti, torna con il Cavaliere e percorri il tuo cammino fino alla nemesi finale: la sparizione totale.


Mi sa che Moretti questa volta ha sbagliato a salire su quel palco: meglio quella originale del 2002 “con questi uomini non vinceremo mai”. Sarà un portasfiga ed una Cassandra, ma aveva ragione e guai non ascoltare le Cassandre.
A Troia ne sanno qualcosa.



(1) Vedi: http://video.repubblica.it/dossier/movimento-5-stelle-beppe-grillo/elezioni-2013-bersani-presidenza-camere-m5s-e-il-primo-partito/120704/119186?ref=HREA-1


(2) Vedi: http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-politiche-2013/elezioni-2013-bersani-al-m5s-o-ci-dicono-cosa-vogliono-fare-o-a-casa/120713?video  


(3) Vedi: http://www.ecn.org/andrea.fumagalli/10tesi.htm