10 marzo 2018

La speranza perduta

Ho preso a prestito parte del titolo di un bel libro di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, che ben si presta per dare qualche risposta ai giorni che stiamo vivendo: se il responso degli elettori è stato chiaro – l’unica vera maggioranza politica è quella fra il M5S e la Lega, le altre profumano d’inciucio lontano un miglio – perché, negli ambienti di “palazzo” e sui giornali, si ha così paura a pronunciarla?

La risposta non è così semplice come pensiamo, e nemmeno riposa in una generica (anche se ovvia) “opposizione” dell’UE ad una simile soluzione della crisi politica italiana, poiché quando i birilli saltano è inutile cianciare – come fa Draghi – che “l’euro è una via senza ritorno” (o roba del genere), poiché le istituzioni comunitarie stanno in piedi finché le oligarchie delle singole nazioni ne hanno beneficio e, a loro volta, le oligarchie devono fare i conti con la volontà popolare. Possono cercare di dirigerla, ma mai possono negarla.
Ne sono un esempio lampante la vicenda greca: la quale, probabilmente, sfocerà nell’ennesima guerricciola fra Grecia e Turchia, tanto per “distrarre” il popolo greco dalla tragedia che sta vivendo. E per passare sotto silenzio la prova lampante del fallimento europeo.
Oppure, quella britannica: quando, per questioni geostrategiche, si ha la necessità di rendere più laschi certi legami (si noti la vicenda della ex spia russa avvelenata) con l’Europa Centrale, si fa un bel referendum in modo che s’accomodi tutto. Del resto, gli USA hanno tolto le castagne dal fuoco per due guerre mondiali a Sua Maestà Britannica, e la riconoscenza (interessata) è d’obbligo in diplomazia.

Questo, solo per dire che le oligarchie hanno sì molto potere, muovono denaro e servizi segreti, ma in casi come l’Italia hanno un certo riserbo ad intervenire, poiché la situazione è seria. Difatti, come noterete, la vicenda italiana viene quasi “sottovalutata” sui media europei (lo spread non s’è mosso, le fonti ufficiali tacciono) mentre in realtà preoccupa, e molto. Prima di procedere nell’analisi, diamo un rapido sguardo alle possibili soluzioni, che sono soltanto due.

Bisogna ancora, però, fare due conti in casa PD.
Il PD è un partito allo sbando, non in preda ad una crisi di nervi, bensì assalito dalle terribili convulsioni agoniche di un partito che, letteralmente, muore. La responsabilità è di Renzi, che ha tirato troppo la corda del suo elettorato, al punto da inficiare anche il pallido tentativo di Grasso & soci, ma anche di chi glielo ha permesso e, fino a ieri, lo osannava. Oggi, i 150 parlamentari del PD s’aggirano in un teatro vuoto, senza avere coesione interna né una guida autorevole che indichi la strada: 150 personaggi “in cerca d’autore”. L’unico, assiduo dilemma che intasa loro la digestione è come non far saltare per aria la legislatura, che per molti di loro significherebbe la fine della carriera parlamentare. Per questa ragione – passata la “colica” delle elezioni e preso un buon calmante – saranno a disposizione di chi promette di più, almeno in termini immediati (soldi, cariche, ecc), poiché di gettare lo sguardo oltre, ossia garantirsi una rielezione, è uno scenario non più attuale. Vedremo se ritroveranno la forza per presentarsi compatti – in questo caso potrebbe starci un accordo politico con altre forze – oppure se sarà dato il “rompete le righe” e finirà con un “ognuno per sé e Dio per tutti”. In ogni caso, la sorte della cosiddetta “sinistra” italiana è segnata.
Veniamo subito alle alchimie politiche:

1 – Il centro destra “assomma” una quota di ex parlamentari PD (più qualche “perduto”) e tira avanti come può: questa è la visione di Berlusconi, inutile ricordarlo, è il suo “pezzo forte” comprare e vendere braccia da lavoro. Chi avrebbe dei “mal di pancia” sarebbe ovviamente Salvini, al quale – per salvare la Lega e proiettarla nel futuro – non rimarrebbe che una scissione. Intendiamoci: una scissione simbolica, una decina di persone, tanto per poter fare un gruppo parlamentare e “salvare l’anima”. In questo, sarebbe facilitato dalle risultanze delle analisi del voto: solo il 20% degli attuali voti della Lega proviene dalla vecchia Lega Nord, ossia i “duri e puri” della Padania Libera, ecc. Come avevo già sostenuto in un precedente articolo, il premier potrebbe essere Maroni, uomo “non sgradito” al PD e gradito alla Lega, precedentemente (e stranamente) “ritirato” dalla corsa (vincente) per la Regione Lombardia.
Politicamente, questa soluzione è assai gravosa per tutti: per Forza Italia, che proseguirà verso un ulteriore degrado (potremmo azzardare “geriatrico”), per la Meloni e la sua pattuglia di “Italiani” che non si capirà più a chi e per cosa si rivolgeranno, ma soprattutto per la Lega la quale, a differenza dei due compari, ha un leader, ha portato qualche idea nuova ed ha superato la barriera del confinamento regionale al Nord.
Ciò che colpisce, e mi fa pensare che sarebbe lo scenario più gradito dalle oligarchie, è che questo accordo non prevede un coinvolgimento politico del PD (che sarebbe difficilmente digerito dall’elettorato di destra e, contemporaneamente, più debole e controllabile): insomma, “responsabili” e nient’altro, in pieno accordo col lobbismo in auge nel Parlamento Europeo.

2 – Il M5S scende dal piedistallo e fa un accordo politico, di legislatura, con il PD. Non è una strada facile per due ragioni: per prima cosa ci sarebbero molte resistenze interne (che verrebbero “sanate” con una velocissima consultazione “on line”) ma, soprattutto, bisognerebbe trovare una controparte, ossia qualcuno che, nel PD, possa garantire solidità e serietà d’intenti. La differenza fra il centro-destra ed il M5S è tutta qui: mentre per la prima soluzione basterebbe un “accordicchio” senza tante pretese, nel secondo caso il M5S si gioca futuro e sopravvivenza politica, tutto sulle spalle di un Di Maio qualunque. Personalmente, la vedo molto dura e rischiosa proprio per i pentastellati, oltre che difficilmente praticabile: fino a ieri volavano insulti ed ora, tutti “responsabilmente”, assieme? Bisognerebbe che la fortuna (ciclo economico favorevole, accettazione del programma grillino, sfoltimento delle clientele elettorali, ecc)  li assistesse fino alle prossime elezioni, altrimenti la fine che è oggi del PD, domani sarebbe del M5S.

La Lega merita un breve approfondimento. Oggi, forse, Salvini morde il freno nell’alleanza di centro destra perché è un fattore limitante per la “Nuova Lega”: basta riflettere su come la pensano, FI e Lega, sulla riforma Fornero e sui rapporti con L’Europa. Vorrebbe tornare al voto, e comprendiamo il suo desiderio: andare avanti da solo, senza gli impicci del vecchio ciarpame.
Ma, se Salvini fosse andato da solo – per come è stata congegnata questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord (con Lega e FI divisi), in molti casi, avrebbe vinto il M5S ed avrebbe fatto veramente cappotto.
Se per il M5S è necessario un “bagno di realtà” per comprendere cosa significa governare un Paese, per la Lega è urgente un segnale di “novità”, ossia: fai parte anche tu del vecchio sistema oppure hai deciso di mollare gli ormeggi?

Come prima ricordavamo, c’è da chiedersi se l’impossibilità di un accordo M5S-Lega sia soltanto legato all’ostracismo delle oligarchie, preoccupate dalla quantità di “novità” messe in campo dalle due formazioni.
Io credo di no.

Non sottovalutiamo la portata di questa tornata elettorale, perché la novità non sta tanto nei numeri, quanto nel complesso numeri/idee: in nessuna tornata elettorale europea c’è stato un plebiscito così chiaro contro la gestione europea (Podemos non ha mai “potuto”) soprattutto se ciò avviene nella terza economia europea.
La calma, solo apparente, di Bruxelles – il fastidio mostrato da Juncker ad un giornalista che domandava lumi – tradiscono una sensazione di timore: la paura, in futuro, di non riuscire più a controllare l’Italia come stanno facendo con la Grecia.
In questo – dobbiamo dire – le burocrazie europee hanno commesso lo stesso errore di Renzi: hanno tirato troppo la corda, e se ne sono accorti. Possiamo attenderci un miglioramento delle condizioni economiche? Vedremo, dipende se sceglieranno il bastone o la carota, o se il mix farà pendere più la bilancia verso quest’ultima.
Perché, nonostante gli sberleffi che rivolgono alla nostra Nazione, siamo così importanti?

Oltre ad essere la terza economia europea, l’Italia è la via più breve fra la penisola iberica, il meridione francese e l’Est europeo. Sono questioni strategiche, legate alla delocalizzazione della produzione: sono soldi.
Provate a pensare ad un autotreno catalano che debba recarsi a Bucarest (tratta molto comune) e debba scegliere un altro percorso: dovrebbe salire fino a Basilea e, da lì, scendere in Baviera per proseguire attraversando l’Austria e un pezzo d’Ungheria.
Ma, nel caso l’Italia uscisse dall’UE, non ci sarebbe mica la chiusura delle frontiere! Dirà qualcuno.

Certo che non ci sarebbe.
Ma una nazione sovrana dovrebbe, per forza, controllare nuovamente le frontiere, magari imporre dei dazi doganali, ispezioni, controlli, limiti di velocità (da rispettare!)…insomma, inevitabile burocrazia. E i porti? Sapete cosa significa la burocrazia nei porti, se presa alla lettera?
Non per nulla i tedeschi hanno costruito (dopo il 1999, guerra del Kosovo) – a loro spese – la nuovissima autostrada Fiume – Dubrovnik, che arriva praticamente in Montenegro. Si sono creati una possibile alternativa (i porti della costa dalmata), per ovviare alla misera faccenda che dopo la 1° GM avevano perso (Austria-Ungheria) quei territori, poracci…

Insomma, per il Nord Europa che ci qualifica come PIIGS, è giunto il momento d’iniziare a riflettere: può darsi che questa volta riescano a sfangarla con le ipotesi 1 e 2 ma, alla prossima, calerebbe sicura la mannaia.
Ma noi, siamo pronti?

La risposta e no, senza nessun dubbio.

La vulgata imperante ci propone due forze, il M5S e la Lega, che non possono andare a braccetto per vari motivi: attenzione, è vero.
Tutto questo rimarrà vero fin quando guarderemo alle forze politiche con la vecchia ottica destra/sinistra, e le stesse forze politiche saranno condizionate da questo schema, un cane che si morde la coda. Volete qualche esempio?

Si narra che il M5S sia una forza “assistenzialista” – osservate: sembra proprio una critica che viene da “destra” – e la Lega un raggruppamento “forcaiolo”, specularmente una critica di matrice “sinistra”.

Si omette, invece, un altro dato: la Lega ha portato in Parlamento due economisti non certo ortodossi come Borghi e Bagnai, mentre il M5S ha portato Fioramonti e Roventini, entrambi su posizioni keynesiane. Insomma, la linea economica dei due partiti converge su una linea di “deficit spending” (proibita dall’UE, schiava dei dettami della cosiddetta “scuola di Chicago”, ossia Friedman) e sulla ri-definizione degli accordi di Maastricht, ossia su posizioni di serrata contrattazione, contrapposta alle varie proposte fallimentari di Bruxelles, il potere salvifico dell’austerità, ad esempio.
Vorrei far notare la differente natura del problema italiano: a differenza della Gran Bretagna – nell’ultimo secolo, la “perfida Albione” ha compiuto più di un “giro di walzer” con l’Europa Centrale, ed altrettante volte se n’è staccata – noi non discutiamo la nostra appartenenza alla Comunità Europea: semplicemente, non ci stanno bene le modalità scelte. O discutiamo seriamente ed alla pari, oppure ce ne andiamo.
Qui, il “sentire” dei due movimenti è abbastanza comune, completamente all’opposto del resto del parlamento.

Sul Reddito di Cittadinanza del M5S – che vero RdC non è, ma un semplice assegno di disoccupazione – bisogna riflettere che l’Italia è l’unico Paese industriale dell’Europa a non avere un sistema di protezione sociale, un assegno di disoccupazione che non lasci nel vortice della tragedia le famiglie italiane. E’ civiltà averlo, è sicurezza averlo, è progresso averlo.
Poi, modalità e bilanci li lasciamo agli economisti: sta a loro decidere se avallare i sempre più alti (e sempre più inutili, perché mal fatti) investimenti per la Guerra oppure deviare il flusso sulla sicurezza sociale. Queste elezioni, mi sembra abbiano parlato chiaro: nessuno vuole del semplice “assistenzialismo”, ma ricordiamo che Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti qualcosa del genere ce l’hanno da decenni.

Così è per la questione dei migranti: identiche contrapposizioni da campagna elettorale, perlopiù appoggiate su dati fuorvianti: vorrei sapere quanti, fra quelli che hanno votato Lega, li conoscono. Sono l’esatto contrappunto di quelli che si sono recati ai CAF per ricevere – subito! – il RdC grillino.
Vediamo i dati (fonte: UNhcr): nell’intero 2017 sono sbarcati in Italia 111.247 persone, 29.718 sono sbarcate in Grecia e circa 22.000 in Spagna. Considerando l’intera Europa, sono giunte 171.332 persone, 5022 sono annegate nel Mediterraneo.
Non mi sembra proprio un’invasione: nel frattempo, nel 2017 abbiamo avuto un saldo demografico negativo di ben 183.000 persone (fonte: Wikipedia).

Dov’è il problema?
Il problema, molto semplice, è che quelle 111.247 persone rappresentano circa il 65% delle persone sbarcate in Europa, e sono rimaste in Italia! Se fossero state distribuite sull’intera popolazione dell’UE, ne sarebbero rimaste circa un decimo, e nessuno se ne sarebbe accorto, poiché diecimila persone sono funzionali alle dinamiche occupazionali italiane. Non nascondiamoci che i giovani italiani certi lavori non li vogliono proprio più fare.

Così, abbiamo dovuto goderci pure il sarcasmo di Macron: “Eh, se gli italiani non sono capaci di proteggere le loro frontiere…” Cos’abbiamo risposto? Abbiamo chinato il capo ed abbiamo inviato 500 soldati in Niger – questa dovrebbero proprio spiegarcela – forse per sorvegliare meglio le miniere francesi di Uranio? Lavoriamo per Areva? Quanto costerà la missione?

“Le missioni in Niger, Tunisia, Libia…costeranno 125 milioni per il 2017…tuttavia, occorrerà reperire entro il 30 settembre 2018, con un ulteriore apposito provvedimento normativo, ulteriori 491 milioni di euro…” Fonte: Today).

Come notate, nessuno fiata per inviare soldati in Africa per avere una fetta di torta, salvo poi stracciarsi le vesti se gli abitanti se ne vanno. Ah, la Lega si astenne su questo provvedimento, il M5S e LeU votarono contro.
E nessuno si meraviglia e s’incazza se spendiamo mezzo miliardo di euro per mandare i soldati in Niger, no: soltanto per i migranti.
Quel mezzo miliardo, lo pagheremo noi: vedete dove non siamo uniti? Vedete dove la vecchie abitudini destra/sinistra ci calano addosso?

Per essere più realisti del Re, possiamo notare che quel mezzo miliardo sarà, probabilmente, un investimento per l’ENI o magari per ricevere appalti, altro ancora…ma non lamentiamoci, dopo, se arriva della gente, perché siamo là per saccheggiare risorse africane! Gheddafi s’opponeva a tutto ciò: com’è finito?

Varouflakis, ex ministro dell’Economia greco, ha un’opinione drastica sul futuro italiano:

“…grillini e leghisti sono destinati a ripetere lo stesso errore di Renzi. La fine possibile, insomma, è che una volta al governo i partiti “anti-sistema” si ripieghino nel sistema, come accadde a Tsipras…è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta”.

Facciamo pure la tara a Varouflakis (qui generalizza, come se l’esperienza greca fosse la maledizione di Giove che colpisce urbi et orbi), però indica proprio il rischio che corriamo (alleanze a destra o sinistra, poco importa), ed il rischio è proporzionale alla mancanza di consapevolezza della popolazione su cosa vogliamo, e su come desideriamo venga attuato. A Varouflakis potremmo, però, ricordare che l’Italia non è la Grecia: siamo la terza economia europea, il secondo apparato industriale, abbiamo decine di porti e commerciamo con tutto il Mediterraneo ed oltre.

Il concetto “qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte” mi sembra un poco eccessivo: qualsiasi progetto nasce da precedenti accordi, ed ogni accordo è generato da lunghi incontri e confronti. Proprio quello che non avvenne per la nascita dell’UE: decenni al passo di tartaruga, poi l’improvvisa accelerazione dovuta al crollo dell’URSS, infine il raffazzonato “allargamento” per sfruttare il “sonno” ex sovietico, l’era di Eltsin. Anche per nuove politiche, nuovi accordi, nuovi scenari…ci vuole tempo. Ma ci vogliono nuove politiche, nuovi accordi e nuovi scenari.

E domandiamoci, infine, com’è stato possibile un tale rivolgimento.
Tentano di dipingerlo con i colori del “Ancien Régime”, ma da ogni parte c’è un pezzo che non collima più, qualcosa che non funziona…in fondo, le prima parole pronunciate da Di Battista sono le più vere “Oggi è nata la Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini”. Punto e basta.

Come è riuscita a nascere? Quali sono stati i prodromi?
Tutto è nato circa una quindicina di anni fa, con l’accesso di molte persone a nuove piattaforme d’informazione, piattaforme che sono state accettate con alzate di spalle dall’informazione “paludata”: loro, con i loro direttori responsabili, con le loro “gavette” per arrivare a scrivere i necrologi, con i loro giochi al vertice per le direzioni dei quotidiani…ascoltavo Calabresi e mi pareva di sentire un Papa…tutto al macero: oggi, se la carta stampata sopravvive, lo deve alle edizioni Web.

Una marea d’informazione incontrollata ed incontrollabile – solo, purtroppo, limitata dalle diverse lingue – e, oggi, abbiamo accesso ad un colossale “doposcuola” che ci racconta tutto di tutto, che ci può informare, presto e bene, ed è una comunicazione a due sensi: si legge, si ragiona, si commenta. Certo, le nostre capacità critiche sono messe a dura prova, ma…i risultati si vedono!
Forse, oggi, i nuovi partiti hanno bisogno di strutture più agili per percepire i bisogni – ma anche le proteste o le idee – dell’elettorato, perché fatto di cittadini, prima che elettori.
Queste strutture dovranno per forza nascere, poiché sono l’anello mancante, nel nostro Paese, fra la fase decisionale (la Politica, il governo, ecc) e la base che non accetta più di ricevere per “gentilezza divina”.
Esistono sì delle “fondazioni” ma hanno l’unico scopo di fare lobbismo, oppure di fungere da strutture “coperte” per ricevere fondi: mai nulla di veramente utile, nel senso di cultura, idee, proposte, esce da quei luoghi.
Potranno essere nella forma dei “Think Tank” americani, ma non legati alle lobbies con il collante fiscale, bensì libere da ogni imposizione: magari sovvenzionate, sulla base della cultura (utile, vera, praticabile) e “raffinate” dal Parlamento per farle diventare leggi.
Hanno finanziato la stampa per decenni, al solo scopo d’imbrigliare il Paese in una rete di menzogne ben congegnate, nulla vieterebbe di sovvenzionare chi produce cultura, innovazione, in tutti i campi: oggi è ancora troppo presto per parlarne. O no?

Di certo, migliaia, milioni di siti e blog hanno generato questo fenomeno: di questo sono arcisicuro. Per questo sono poco interessato alle mille alchimie che i giornali intessono per far ri-precipitare il nuovo nel consueto, nell’ovvio, nel “responsabile”. Roba vecchia, non più attuale.

Conoscere, informare, è la base del progresso: il solo progresso tecnologico non basta, poiché se l’innovazione tecnologica ci cambia, produce dei mutamenti sociologici e tali cambiamenti è possibile governarli, al meglio, solo con la conoscenza ed il confronto.

Per concludere, mi torna alla mente la Rivoluzione Francese, laddove l’Illuminismo “bruciò” in pochi decenni secoli d’oscurantismo: in questo, aiutato da Luigi XVI, che investì parecchio nell’istruzione. Paradossale, vero?
Contraddizioni del capitalismo: ha avuto bisogno della rivoluzione informatica per controllare meglio il Pianeta e, proprio da quella rivoluzione, nasce l’istanza che chiede più diritti, per semplice diritto di nascita. Curioso, vero?

05 marzo 2018

Dead Men Walking

Ho spento la Tv ed ho fermato il collegamento Internet: mai, come in questo momento, c’è bisogno di ragionare su quanto è capitato in una notte – onomatopeico – molto “stellata”. Il successo del M5S non è una novità, non sappiamo ancora quanti parlamentari avrà con precisione, ma il dato è certo: nessuna maggioranza (coerente) ci potrà essere senza di loro, e questo sarà un problema per Di Maio & soci, ma diamo tempo al tempo.
L’altro dato è l’affermazione della Lega, che vede ora Salvini – un ottimo capopopolo – alle prese con una partita difficile, poiché dovrà pensare come uno statista.
Non dimentichiamo una prece per i due scomparsi dalla scena politica: padre e figlio – seduti su scranni solo apparentemente opposti – sono stati cancellati dall’abbecedario della politica italiana. Sparisce la P2 di Silvio Berlusconi e la Massoneria di Matteo Renzi, anche se, nella roccaforte fiorentina, riescono almeno a mandarlo in Parlamento. Paradosso: Renzi entra finalmente in Parlamento soltanto per spazzare i cocci e gettarli nella pattumiera.

Altra domanda: la Mafia ha votato?
La Mafia vota sempre, ma ha puntato – in una complessa trattativa con il potere politico, nella quale è oramai difficile tracciare il confine fra cooptati e cooptanti – sul cavallo sbagliato, perché uomini cresciuti alla scuola dei Riina e Provenzano non hanno potuto comprendere la portata del mutamento in atto, si sono sentiti “coperti” dalle mille proficue “collaborazioni” con gli ultimi scagnozzi del potere e non sono stati in grado di capire che erano soltanto più vuoti simulacri.

E’ giusto parlare di rivoluzione, perché il popolo ha premiato le uniche forze che introducevano nel discorso politico termini nuovi: il reddito di cittadinanza, l’Europa e l’Euro, la fine delle varie “austerità”…insomma, un percorso di uscita per un’Italia – la terza economia europea – che non ci sta a scendere nell’Averno dei vinti senza combattere.
E’ lì da vedere: l’unica maggioranza politicamente coerente è una costosa, per entrambe le forze politiche, franca consultazione fra il M5S e la Lega. Costosa perché?

Poiché entrambe le forze politiche dovranno concentrarsi sui punti salienti che le accomunano – la questione europea in primis – ed abbandonare le frange più estreme dei loro schieramenti (razzismo o pietismo, supremazia del Nord o visione unitaria del Paese, ecc). Questioni, a ben vedere, che nascono entrambe da un’assurda costruzione europea: i migranti giungono in Italia, ma gli altri Paesi “fratelli” chiudono le frontiere e non li vogliono. “Concedono” all’Italia d’indebitarsi per sopperire al problema.
Anche la questione settentrionale nacque da un’idea del sen. Miglio (poi di Bossi): sganciare il Lombardo-Veneto dalla Nazione. Fallita poi perché nessuno in Italia voleva imbracciare le armi per difendere la secessione. Oggi, all’interno della Lega, sono soltanto più 1/5 gli “irriducibili” legati a quegli scenari: i tempi cambiano, le generazioni passano.

Il M5S ha commesso, a mio modo di vedere, un errore presentando anzitempo la squadra di governo ed affermando che potevano accettare soltanto appoggi esterni, senza ministri altrui: uno scenario ben difficile da immaginare. Con Bagnai e Borghi lasciati fuori della porta?

La vera novità di queste elezioni non è tanto la caduta agli Inferi del PD (ampiamente prevedibile), bensì il modificarsi dei rapporti di forza all’interno della “destra” italiana: voglio precisare che userò ancora i termini “destra” e “sinistra” in modo strumentale, laddove occorrerà precisare alcuni passaggi.

Qualcuno, in un articolo, pavesava il rischio che il 99% degli elettori finisse per votare l’1% delle oligarchie: precisiamo, se seguiamo la distribuzione dei redditi in Italia secondo l’indice di Gini, dobbiamo parlare di 10% che possiede il 50% della ricchezza, e del restante 90% al quale resta il rimanente 50%.
Ebbene, fra Forza Italia e la Lega s’è visto chiaramente come la dicotomia di un’alleanza innaturale (secondo le istanze populiste) è franata: con Forza Italia sono rimasti (grosso modo) quei 10 italiani su 100 che desideravano mantenere la propria ricchezza, mentre chi non aveva quei redditi si è spostato verso Salvini. Il quale, a sua volta, aveva tolto quel ingombrante “Nord” dal simbolo e ne ha tratto, inevitabilmente, frutti.

Se seguiamo i flussi elettorali, notiamo che il M5S ha guadagnato molti consensi in aree prima del PD, mentre la Lega ha fatto lo stesso con Forza Italia.
Oggi, 5 Marzo 2018, possiamo verificare il fallimento d’entrambe le aree interclassiste: una legata al potere finanziario ed industriale del Nord, l’altra più radicata nel mondo delle amministrazioni pubbliche. Ma, entrambe – seppur con valori diversi – garantite, in un panorama di grande incertezza economica sociale.
“It’s economy, stupid!”: con questa frase, sappiamo, Clinton vinse su Bush padre, e non va dimenticata.

All’interno del PD – grande “bestione metaforico” (come definì il compianto Preve l’allora PCI) – la “tenuta” è venuta meno, perché soprattutto i giovani hanno provato sulla loro pelle le ferite del liberismo imperante, liberismo che i vertici del partito avevano sposato.
Così, molti ex votanti di Forza Italia hanno ritenuto più “rassicurante” gettarsi su Salvini, che prometteva l’abolizione della Fornero (che corrisponderebbe a maggiori ingressi dei giovani nei posti di lavoro lasciati dai padri).

Ma, inutile girarci attorno, le due forze sono legate soprattutto dal comune approccio verso politiche keynesiane di deficit spending, che consentirebbero al volano dell’economia di riprendere a girare, con valori ben più alti rispetto ai soliti 1,qualcosa ai quali siamo abituati. Ma l’Europa è contraria, questo è una dato assodato.

Fare un governo M5S-Lega? E’ probabilmente l’unico possibile, ma sarebbe un governo fuori controllo rispetto ai paradigmi esistenti: un governo che potrebbe chiedere un referendum consultivo sulla questione europea per poi, magari, aprire un franco (senza tante manfrine) confronto per la revisione dei trattati di Maastricht. Se fallisse questo approccio, l’uscita dall’UE e dall’Euro sarebbe inevitabile.

Entrambe le forze politiche hanno, però, al loro interno forti resistenze dovute a diffidenze reciproche, dovute ad un passato che pesa, a tradizioni molto diverse: in altre parole, questo risultato sembra essere arrivato troppo presto ma, d’altro canto, rappresenta la misura di quanto gli italiani sono stufi.

Altre soluzioni?
Un’ammucchiata generale – una convention ad escludendum contro il M5S – la vedo molto peregrina: forse il M5S gradirebbe tornare al voto fra un anno e, allora, fare veramente cappotto. Ma gli altri non sono così scemi: oggi, Renzi e Berlusconi hanno puzza di morto addosso mentre conservano una discreta spocchia, alla quale pochi credono ancora.
Meglio, allora, andare all’opposizione e cercare di frantumare i due nuovi partiti coalizzati facendo leva sulle loro contraddizioni interne.

Un sostegno di tutti al governo Gentiloni?
A cosa servirebbe? A mostrare ancor più la condizione dell’Italia, non più in grado di gestire le proprie difficoltà interne? Un bel biglietto da visita!

Sul tavolo del Presidente della Repubblica s’accumulano carte su carte, e sono tutte poco gradite da quel vecchio democristiano che è Mattarella. Un Presidente che si è mostrato assai debole, oggi, si trova fra le mani una delle patate bollenti più scomode del dopoguerra. Cosa s’inventerà?

Difficile dirlo, ma una cosa è certa: Mattarella dovrà lasciare i sicuri ormeggi di una politica segnata da un tran-tran quotidiano prevedibile e facilmente gestibile. Il “nuovo” è giunto, improvvisamente, come, in tempi antichi, il cavaliere che bussa alla tua porta per chiederti se sei pronto a metterti alla testa dell’esercito, pronto a partire.
Ne avrà la forza?

27 febbraio 2018

Populismo, magica parola

“La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità.”
Emile Zola

Tutti la usano, tutti la acclamano oppure la avversano, tirando per la giacchetta un termine difficile da definire poiché foriero dei tanti significati che la Storia, via scorrendo, gli ha assegnato. Non stiamo ad enumerarli – dai Populisti rurali della Russia zarista a quelli americani del primo Novecento, passando per Mussolini e, oggi, il M5S… – perché le molte interpretazioni hanno reso il termine talmente neutro che necessita di una sua ri-definizione semantica. Oltretutto, tradotto nelle lingue più usate, assume ancor più un “ventaglio” di significati. La radice è ovviamente “populus”, ossia “ascoltare” il volere del popolo, ma su come “ascoltarlo” ci sono così tante interpretazioni da impastare una bella polpetta inzuppata col Diavolo e con l’Acqua Santa. Visto che dovremo andare a votare (chi vorrà), vediamo di capire meglio a chi si rivolge il termine. Ossia: “chi” ci ascolta?

Nella Storia, milioni, miliardi di persone sono state “ascoltate” per meglio comprendere come governarle, come esaltarle, come fotterle senza che n’accorgano, come adularle, come “lisciare” loro il pelo per poi, magari, andare contropelo con una bella mobilitazione generale, e sbatterli a morire in una trincea puzzolente di piscio, di vomito, di merda e di paura.

In Età Moderna (dal 1500 in avanti) erano i nobili ad “ascoltare” il popolo, così Carlo V non volle impedire che i luterani, “infiammati” dal sacro fuoco della nuova fede, calassero su Roma – e facessero prendere una gran paura al Papa – perché aveva dei conti in sospeso con il Duca di Borgogna, e voleva “picchiare la pecora per farlo capire alla capra” (proverbio tibetano).
Quando tornò a Roma, per una pacifica visita al nuovo Papa Paolo III, i romani – il popolo – non capirono bene come stesse la faccenda: dalla gran paura che s’erano presi dieci anni prima, fuggirono sui colli e verso l’Abruzzo.
Infine, Federico II Gonzaga fece costruire lo splendido Palazzo Tè (si racconta per ricevere un’amante) e in una grande sala del palazzo fu eseguito uno splendido affresco dal tema “La caduta dei Titani”, destinato proprio a Carlo V (che fu ospitato proprio in quel salone)…per fargli capire, beh…oggi diremmo che “anche i ricchi piangono”. O possono piangere. Lo fece dormire in quel salone prima che scendesse a Roma dal Papa.
Dov’era il popolo?

Popolo erano i Lanzichenecchi, popolo erano i romani – che da 50.000 abitanti si ridussero, dopo il sacco della Città Eterna, a 20.000 – e popolo erano i poveracci che faticarono per gelidi Inverni e torride Estati per costruire il sontuoso Palazzo Tè, perché il loro duca s’era incaponito di una squinzia dell’epoca…e popolo erano anche i contadini padani, che osservarono in silenzio le stalle devastate e le figlie violentate dal “sacro fuoco” che giungeva dal Nord.

Così i nobili si comportarono con i loro “popoli” almeno fine alla metà dell’Ottocento, quando – a gran voce – il “popolo” rispose a chiare lettere: “Va bene che ci ascolti, va bene che dobbiamo amarti, ma mettiamo nero su bianco le condizioni da rispettare, firmato e controfirmato”. Erano nate le costituzioni.

Perché nacquero?
Poiché nei decenni precedenti erano circolate nuove idee, nuove prospettive: i naturalisti e gli enciclopedisti francesi e poi i “grandi”, Rousseau, Voltaire, Montesquieu…in Germania era la filosofia a tenere banco, e da lì giunsero i pre-marxisti, poi Marx ed Engels…
Le idee, le prospettive, tutto ciò che può risolvere dei problemi s’afferma, a patto che sempre più persone ne vengano a conoscenza. Appena queste idee consolidate e generalizzate si scontrano con un ostacolo, col tempo finiscono per travolgerlo, e l’umanità fa un passo avanti.   

Questo periodo, la seconda metà dell’Ottocento, fu una delle stagioni più fertili dell’umanità: nel volgere di una cinquantina d’anni le condizioni di lavoro migliorarono, le abitazioni finirono d’essere dei tuguri, il pane quotidiano divenne più certo e, cosa di una certa importanza, nessun Lanzichenecco passò più a depredare le case perché s’era inventato un Dio un po’ diverso.
Anche le Arti e le Scienze progredirono e la velocità del cammino divenne prodigiosa: i treni passarono dai 40 Km/h a superare i 100! Già, i treni. Proprio i treni. Perché i treni? Poiché i treni furono una delle pietre miliari di cosa successe dopo, di chi sostituì i nobili.

Intanto, l’informazione divenne capillare: nelle grandi città, le edizioni del mattino non erano ancora state diffuse che già giungevano quelle del pomeriggio e poi la sera, al caffè, potevi comprare l’ultima edizione!
E che fior di giornalisti c’erano!
Un certo Emile Zola, con i suoi articoli sull’affaire Dreyfus, fece tremare governi e Stati Maggiori…e in tutti i Paesi del mondo s’attendeva un articolo, una firma per discutere, per gettare una nuova tesi nel fiume delle parole…oggi si Travaglia, si travaglia tanto e non succede mai niente!
Dove avevamo lasciato i treni? Sul binario morto, certo. Riprendiamoli.

Con la grande diffusione dei treni, dicevamo, tutto fu sospinto a velocità iperboliche…già…ma con il grande affare ferroviario iniziarono a moltiplicarsi anche gli investimenti, e dagli investimenti giunsero enormi profitti, ma per ottenere quei profitti bisognava pagare gli interessi sui capitali…
Una famiglia ebrea tedesca – gente della zona di Amburgo, tali Meyer o Mayer – quattro o cinque generazioni prima aveva iniziato a prestar soldi ai nobili dissoluti,  quelli che perdevano fortune in una notte giocando a carte e che avrete visto in scena in “Barry Lyndon”… e, forti dei capitali ammassati sulle spalle dei debosciati conti e marchesi, s’inventarono – un certo giorno – d’affiggere sulla porta della loro abitazione uno scudo rosso. Come si dice “scudo rosso” in tedesco? Rothschild. Già.

I Rothschild prestarono soldi a tutte le nazioni europee per costruire l’enorme rete ferroviaria, poi finanziarono lo “sforzo” bellico britannico per due guerre mondiali: da una parte loro, dall’altra i Krupp, dall’altra ancora i Rockfeller…voilà! Erano nati i nuovi nobili. Non più il borghese o il mercante, con le sue organizzazioni e la sua cultura, bensì la nuova aristocrazia del denaro. Priva d’ogni connotazione di pensiero sociologico: ammassare denaro, basta. Dobbiamo osservare che questa cultura fu una liaison fra la cultura ebraica askenazita e quella luterana: non ci stupiamo troppo se chiamano PIIGS i Paesi latini, intrisi di cultura cattolica.

Oggi qualcuno si meraviglia che esista una organizzazione come il Bilderberg…ma, signori miei, un tempo le aristocrazie di tutta Europa andavano, in Estate, a “passar le acque” a Baden Baden, in Germania. Credete che parlassero solo delle loro vesciche?
Oggi, fanno le medesime cose, senza più impicci chiamati “costituzioni”, “accordi sul lavoro”, od altre, simili facezie…quelle sono cose delle quali si devono impicciare quegli stupidi dei nostri politici, i nostri giornalisti…se proprio serve i nostri militari…noi lavoriamo solo col denaro…mica ci occupiamo di come si governano le nazioni! Se la sbrighino loro!

Fine del romanzo o, se volete, della Storia buttata un po’ in caciara.

Non tutto il male viene per nuocere, dobbiamo ammetterlo.
Con il crollo dell’URSS, il capitalismo internazionale ha moltiplicato le sue possibilità di crescere: i soliti nomi, alla guida di enormi trust finanziari, decidono dove, quanto e come investire. In questo marasma, dall’anarchia capitalista – dobbiamo riconoscerlo – è stato possibile per molti Paesi sottrarsi alla schiavitù della fame: l’India, il Brasile, la Cina…e così via. D’altro canto, come ha spiegato Deng Xiao Ping, “non tutto il capitalismo è anarchia, e non tutte le economie centralizzate sono il rigore”.

I denari per investire in quei posti – lo disse a chiare lettere Rocco Buttiglione ad una serata RAI per “celebrare” il crollo dell’URSS nel 1992 – sarebbero volati in nuovi luoghi che “nemmeno immaginate”. Dove li hanno presi? Tagliando i salari, non rispettando gli accordi, falciando il welfare…tanto…mica ci sono più 160 divisioni sovietiche ammassate alla frontiera orientale!
Non che i sovietici volessero difendere i nostri salari, bensì i nostri (alti) salari erano causati da una concentrazione di capitali in metà Pianeta, perché nessuno andava a creare fabbriche dove c’era il rischio che una mezza rivoluzione od un capetto da niente ti nazionalizzasse tutto!

La ricchezza complessiva del Pianeta è senz’altro aumentata, ma Gaia soffre e non credo che potrà sopravvivere quando 2 o 3 miliardi di persone si metteranno a consumare come uno statunitense. Già oggi ci sono vaste aree di oceani dove non c’è plancton. La ragione? Nessuno la conosce, anche se il dibattito è apertissimo e concitato. Si dà la colpa alle “trash-island”, all’aumento della temperatura, alle correnti marine che sembrano impazzite…nessuno lo sa per certo…dove non c’è plancton, la vita scompare. Enormi chiazze d’acqua salata biologicamente pure, perché morte. L’epopea di “capitani coraggiosi” è terminata: non ci sono più merluzzi nei banchi di Terranova.

Il meccanismo, però, sta impazzendo: non c’è manovratore al comando del treno, sono tutti a bere champagne nel vagone ristorante.
Nessuna valuta ha più una base solida: le valute sono merci come tutte le altre. Si ammassano, si usano, si distruggono. Ci sono, addirittura, speciali Paesi dotati di statuti dove tutto si può fare con le valute. Oppure credete che la presenza dei “paradisi fiscali” sia una scheggia impazzita?

In mezzo a questo sfasciume, siamo chiamati a votare, con la speranza di rimettere un po’ d’ordine nel casino che hanno creato.
Qualcuno di loro ci ascolta? Assolutamente no. Mandano solo un servo, tale Juncker, a comunicarci che una cosa che si chiama UE è “molto preoccupata” per come andranno le elezioni in Italia. Anch’io sono “molto preoccupato” quando sento arrivare una scorreggia, perché non sono sicuro al 100% che sia una scorreggia e basta, ma non vado a raccontarlo al mondo intero.

Siccome il mio posto sul treno è su un carro-bestiame (coperto, poi ci sono quelli scoperti, che è peggio) non me ne frega un cazzo se loro confessano ad un servo d’essere un po’ preoccupati per come andranno le cose negli anni a venire. Io dico soltanto che non possono continuare così. Mi ascoltano? Manco per idea, al massimo m’ascolta il mio vicino di posto sul carro-bestiame, che è contento perché ha una spider superfiga e trecento rate da pagare, più il mutuo della casa. Intanto che paga le rate, picchia in testa il suo vicino che ha solo una 500 ma, soprattutto, perché è nero. E si sfoga. Faccia pure: alla prossima fermata scendo, a volte mi dico, perché stare fra i poveracci ci sta, in mezzo ai folli no.

Eppure, quando rinsavisco dalla malinconia, riconosco che tutto questo lavoro, questo scambiarci informazioni, questo “crescere” insieme ci porterà, o porterà qualcun altro, chissà quando, a spaccare col martello il vetro del vagone ristorante, e fare loro andare di traverso tutti i gamberoni in un nanosecondo.
Oppure, gli eventi scorreranno in modo “soft” perché ci saranno le condizioni adatte: l’importante è ascoltare le mille voci del popolo e, soprattutto, non tradirle. E costruire, giorno per giorno, l’ambiente adatto per le nuove idee che, lentissimamente, maturano.
E’ già successo. Succederà. E’ la Storia, baby, dai, non frignare e datti una mossa: Sapere è Potere, soprattutto se loro sanno che tu sai.

19 febbraio 2018

Perché voterò il M5S


Non è poi molto importante sapere per chi voterò io, ma è l’occasione per fare quattro chiacchiere e, magari, per chiarirci meglio qualcosa che ancora non è proprio del tutto ben compreso. Le elezioni saranno una noia mortale – già lo percepiamo – tutti cercheranno di sputtanare tutti – già lo vediamo – dopo, tutti avranno vinto, ed anche questo lo sappiamo da decenni. Fin qui, niente di nuovo.
Queste elezioni, però, qualcosa d’importante lo riservano: osserviamo, ogni giorno che passa, la disperazione di una classe dirigente che non riesce più a “bucare” il teleschermo, oppure ad impressionare con le “veline” delle agenzie. Ogni notizia è già un deja vu, ogni commento è la solita lagna, ad ogni attacco corrisponde, dall’altra parte, la solita gazzarra o la battuta pungente. A volte sono addirittura divertenti, nella loro insulsaggine. Da dove vengono?

Vi stupirà, ma la storia delle classi dirigenti italiane sta tutta in un trafiletto, senza occultare quasi nulla di veramente importante.
Dapprima vi fu la classe dirigente risorgimentale, che aveva l’obiettivo di unire il Paese e che s’espresse fino alla Prima Guerra Mondiale (fine degli obiettivi del Risorgimento). Con gli ultimi aneliti di Giolitti abdicò, lasciando un Paese vittorioso che, però, non se n’era accorto. Salì al potere la classe dirigente fascista, nel bene e nel male, e finì molto male: quella volta gli italiani s’accorsero sulla loro pelle che non avevano vinto. Si fece avanti la classe politica cattolica, sponsorizzata dal Vaticano, e ancora oggi, almeno credo, ogni settimana i politici d’ispirazione cattolica (anche d’opposti schieramenti) s’incontrano per una breve colazione (il Giovedì?) in un discreto convento di monache, a Roma. L’hanno sempre fatto, quando c’erano Togliatti e Nenni, Craxi ed Almirante, Prodi e Berlusconi, mentre imperava il Gauleiter Monti…e penso che continuino anche oggi, è la tradizione. Come abbiamo letto nella riga sopra, con Monti era iniziata la stagione dei Gauleiter, ossia dei Governatori coloniali inviati dal grande Nord, che portano tutti – è d’obbligo! – una faccia italiana. Magari rifatta col bisturi, oppure imbrattata di cerone. Fine della brevissima storia.

Denominatore comune di tutte le classi dirigenti italiane è stato di rivolgersi a noi, tutti, zappatori od impiegati, tornitori o medici, pensandoci un branco di cafoni incapaci di comprendere cosa volesse dire “governare”: anche i migliori (per esempio le classi dirigenti dell’ultimo dopoguerra) non abbandonarono mai quella spocchia tipica di chi si crede “mandato da Dio” per “sopportare” questa massa di rompicoglioni, che bisogna comunque blandire perché il loro voto ci è necessario. Per farci dopo, ovviamente, tutti i fatti nostri.

Difatti, dal 5 Marzo 2018 – a sentire loro – sarà abolita la Riforma Fornero, chi non ha reddito riceverà un bel reddito di cittadinanza, col quale, magari, riprendere gli studi universitari mai conclusi senza pagare tasse…e via discorrendo. I cafoni bisogna farli sognare: fanno castelli in aria e continuano a campare, sgobbando. E, con loro, pure noi. Senza sgobbare, ovvio.

Dobbiamo riconoscere che mentre gli altri, nel 1200, sancivano i grandi principi del Diritto (Habeas Corpus), noi ci divertivamo a condannarli all’Inferno in alcuni libelli, poi assunti a Grande Saga Nazionale dell’Empireo & dintorni. Ben scritta, per carità: a dire le cose siamo sempre stati bravi. Quando altri davano la caccia all’oro nelle appena scoperte Americhe, noi riposavamo con Durlindana e le ultime saghe cavalleresche del tempo. Quando, infine, le cose si fecero serie: della serie che c’era un Parlamento (Inghilterra), oppure un’Assemblea dei tre stati (Francia), quelli che potevano andavano a Londra ed a Parigi per respirare le “arie di liberà”, per poi tornare a fare il solito Marchese del Grillo di tutti i giorni. E, qui, parte la stagione risorgimentale di cui sopra.

Certo…“poeti, santi e navigatori”, ma oltre a questo…niente…e, oggi, un vago sapore d’amaro ed incompiuto sale dallo stomaco, dai visceri, dove riposano le memorie dell’imperfezione mai scalfita.

Qualcuno ritiene che “l’Italia collasserà” anche come forma statuale. Può darsi, ma ci credo poco: gli Stati Nazionali tirano avanti alla belle e meglio, un po’ acciaccati ma vivi e vegeti, l’UE è solo una prosecuzione, con qualche novità, del trattato di Versailles del 1919. L’impianto è sempre il medesimo. La “nuova” Europa li ha perdonati per secoli di nequizie e li ha benedetti: su, correte, andate incontro al Mondo 2.0 che avanza…

Noi, ci andiamo con una sorta di manager che, nel 2018, ritiene che l’auto elettrica sia una panzana colossale, con la quale non perdere tempo: la residua industria automobilista nazionale s’allega, in colonna, al seguito di cotanto leader. Certo: ai tempi di Stevenson c’era anche chi continuava a credere nei cavalli. E’ normale che ci sia un dissidio fra innovatori e conservatori: noi, però – guarda a caso – scegliamo sempre i secondi. Quando entrammo in guerra, nel 1915, c’accorgemmo che nessuno, in Italia, era in grado di costruire un aeroplano: avevamo, però, splendide anticipazioni, fantasiosi disegni, opera di Leonardo. Arrivammo al frullatore “Balilla” dell’Ansaldo nel 1916.

Eppure, gli italiani lavoravano, da Torino a Napoli, non solo nei campi ma nelle officine, nei cantieri, luoghi dove il pensiero empirico incontrava la tradizione idealista, e qualcosa ne scaturiva, come le prime navi a vapore del Regno delle Due Sicilie, anticipatrici, anche nel confronto con le altrui realizzazioni. All’avanguardia, ma senza crederci, come se la cosa non ci riguardasse.

E’ un andazzo che si perde nella notte dei tempi: ad Augusto fu condotto un artigiano che aveva inventato un tipo di vetro infrangibile. Gettò il vetro per terra e non si ruppe. Pensò un attimo, poi disse due parole all’orecchio di un pretoriano: due minuti dopo era già stato sgozzato. E se questo vetro “miracoloso” diventa più prezioso dell’oro?
Non importa se il futuro imperatore Tiberio – allora giovane generale – gli raccontava che era inutile continuare ad avanzare in Germania verso L’Elba per razziare oro: il sistema non reggeva più, meglio fermarsi sul Reno e commerciare. Vizio antico, sul quale continuiamo ad interrogarci ed indugiare.

Dunque, dopo questi esempi – e molti altri che tutti conoscono – qual è la sentenza che ne scaturisce?
Che la nostra classe politica non riesce a comprendere – e di conseguenza ad aiutare – le nostra imprese: sono viste come pecore da tosare dando, in cambio, quattro spiccioli con leggi ad hoc, sempre che ci sia un preventivo accordo. Ossia, una parte dei soldi che ti do devono tornare nelle mie tasche: basta sfogliare un giornale per imbattersi in centinaia di queste notizie.
Di conseguenza, l’unico mezzo che hanno le imprese è spremere sempre di più i lavoratori, e lo Stato – da Treu in poi – fornisce rapidamente apposite leggi sul lavoro per taglieggiarli meglio: la competitività! I mercati ci osservano!

Questa vecchia classe politica – come si arroccarono gli ultimi epigoni della destra/sinistra storica – s’aggrappa al potere con le unghie e con i denti: inoltre, l’UE non trova altri che facciano i Gauleiter per lei, perché l’offerta deve essere fedele e “qualificata”.

Qual è, allora, l’obiettivo da raggiungere con il minimo impegno della scheda elettorale? Votare contro Berlusconi perché è patetico? Contro Renzi perché è uno sbruffone? Contro Salvini, Grasso e tutti gli altri? Non serve, sono la corazzata Potemkin del malaffare, aggravata da una considerevole dose d’ignoranza.

Gli unici ad essere ancora “votabili” sono i 5Stelle, c’è poco da cincischiare.
Sono gli unici ad avere una parvenza – con tutte le loro ingenuità e gli errori commessi – di buona volontà, di voler interpretare (e correggere) questo mondo difficile da capire, dove si scommette sulla salute dell’azienda di Tizio fra cinque anni. Chi dice scende, chi dice sale. Non c’è nulla di male a scommettere però, che le banche conteggino queste scommesse nei loro bilanci, è pura follia. Non è nulla di economico: è solo una follia.

Comprendo tutte le prudenze ed i sospetti di tanti. Se avessero voluto creare un “contenitore” per gli scontenti, per chi si ribella, per chi è schifato da questo modo d’interpretare la politica, avrebbero inventato qualcosa di molto simile al partito di Grillo. Ma non ne abbiamo le prove.
Se, all’opposto, il fenomeno è genuino, ecco che sarebbe stato una pletora di ragazzotti un po’ sperduti e, fra di loro, i soliti approfittatori e venduti o, ancora, disposti a vendersi per i rituali trenta denari. I 5Stelle, però – faccio notare – non vogliono massoni nelle loro liste: scegliere, fra le stelle e il grembiule.
Non andare a votare? Possibile, ma a loro non frega un accidente, a meno che l’astensione non raggiunga l’80%, ma anche in quel caso s’inventerebbero qualcosa di strabiliante: la Commissione Parlamentare per Sondare le Tendenze Astensioniste dell’Elettorato.

Cosa potranno fare i giovani parlamentari grillini?
Non potranno fare molto – il sistema è ancora blindato, e faranno muro contro di loro: ci aspetta l’ennesima copia di Renzusconi, o qualcosa di simile (personalmente, prevedo Maroni a capo del governo) – nel senso di varare nuove leggi o cambiare l’andazzo imperante, però una cosa potranno farla.
Con la loro presenza, dovranno testimoniare, ogni giorno che passa, che i cittadini italiani non sono più cafoni, villici, zotici, bifolchi, villani…ma cittadini di uno Stato, dove hanno doveri (da esigere) e diritti (da rispettare).
E’ un passo che sembra scontato, ma così non è: il Conte di Macerata Paolo Gentiloni non è molto diverso dal suo avo Vincenzo Ottorino, che operò nel Regno d’Italia e convinse i cattolici ad entrare in politica.
Nulla è cambiato in questa landa italica, dove il diritto del censo (imprenditoriale, politico, finanziario) opprime come un tempo. Mancano i cannoni di Bava Beccaris, ma l’aria che si respira è la stessa, ci pensa mamma Tv a spruzzare il deodorante. Sì, quell’odore di m…che ben conoscete.

Prima di lasciarvi, vi voglio raccontare un fatterello che, spesso, mi ha fatto riflettere sulle umane, italiche sventure.

Primi anni ’90, mi trovavo a Roma per un matrimonio e non mancai d’andare a salutare il mio editore, il compianto Angelo Quattrocchi, di Malatempora.
La serata era fresca e, dalle finestre, s’udivano appena le mille voci di una Trastevere d’altri tempi: seduti al buio, bevevamo qualcosa. All’improvviso, parlò.
“La vedi quella panca?” mi disse, indicando di fronte a sé. 
“Molti anni fa, proprio su quella panca, era seduto tutto lo “stato maggiore” del Partito Radicale…c’erano Spadaccia, Pannella, la Faccio…e c’era anche un giovane di belle speranze, che rispondeva al nome di Francesco Rutelli. Visto che era belloccio ed educato, decidemmo che sarebbe stato lui ad essere il capolista…cercammo, anche noi, di sfruttare un po’ i voti delle sempre “tanto buone” mamme italiane…e passò, fu eletto…”
Già, passò. Quanta acqua è passata, e quanti ne sono passati senza che cambiasse niente.

Voglio puntualizzare che non ricordo a quale carica fu eletto Rutelli: la riunione avvenne intorno alla fine degli anni ’70. Il Partito Radicale, all’epoca, lottava su temi d’importanza culturale e sociale – il divorzio, l’aborto (che già esisteva, ma era sempre clandestino e rischioso per le donne), la carcerazione preventiva (ricordate il film di Sordi?) e tanti altri. Per chi era “asfissiato” dal perbenismo comunista e dall’edonismo socialista, pareva una buona causa: soprattutto, si sottolineava sempre l’importanza d’essere considerati cittadini.
Lo votai parecchie volte: smisi quando m’accorsi che s’allontanavano troppo dai temi sociali – che erano, invece, parte dei vecchi programmi del Partito Radicale storico (quello fondato da Felice Cavallotti ed Agostino Bertani) – e che, con la ri-fondazione del 1989, divenne una quinta colonna del potere europeo. Guardate, proprio in questi mesi, cosa fa la Bonino.

Oggi, alcune di quelle antiche istanze compaiono nei 5 Stelle: si pensi al reddito di cittadinanza, alla specchiata onestà, insomma, a come dovrebbe comportarsi un vero governo. Così, li voterò.

Provare?
E cosa costa?
Basta non crederci del tutto, beninteso, non gridare “al lupo” prima del tempo, ma nemmeno avere un approccio fideista senza la minima critica.

05 febbraio 2018

Una faccenda della quale nessuno parla

Già, tutti zitti, muti come pesci. Questa volta, mi tocca fare le congratulazioni (meritatissime) a Peter Gomez ed allo staff del Fatto Quotidiano per avere sollevato il problema e, soprattutto, per come lo hanno fatto. Hanno dimostrato (se vogliono) d’essere in grado di praticare, con mezzi moderni, il giornalismo d’investigazione – una pratica oramai relegata a pochi, veri dinosauri d’antan – mentre gli altri, la gran maggioranza, pratica quello più moderno, l’embedded.
Non sono stato tenero, in altre occasioni, con la redazione del Fatto Quotidiano – particolarmente sulla “pratica” redazionale di mandare in scena i “Sostenitori” sulla pagina on-line, senza verificare cosa avevano da dire, con quali fonti lo sostenevano e, non dimentichiamo, come lo raccontavano – ma quando c’è una buona pratica bisogna congratularsi, è d’obbligo, perché il vero giornalismo è fatto di stroncature, ma anche di complimenti.

Rapidamente: hanno chiamato un paio di giornalisti, li hanno muniti di tutto il necessario (credenziali, sito web, prodotti, ecc) e li hanno mandati in Parlamento a fare i lobbisti per una fantomatica azienda che voleva entrare nel mercato italiano con le sue sigarette elettroniche. Ovviamente, era tutto un falso. Qui l’articolo originale (1).

Naturalmente, appena odorato il profumo dei soldi, i nostri “rappresentanti” si sono buttati a pesce per garantire il successo dell’azienda, senza dimenticarsi d’informare qual era la prassi per by-passare le legge sul finanziamento ai partiti. C’è da meravigliarsi?

Fin qui l’iniziativa del giornale, ma il problema non è soltanto una faccenda di regolamentazione (che fa acqua da tutte le parti, e l’inchiesta lo ha dimostrato) ma di democrazia.
Vediamo un altro esempio, dal programma elettorale di +Europa (Bonino):

Allo stesso tempo va rimosso il bando alla ricerca in campo aperto sulle biotecnologie agrarie.”

Tradotto per il volgo, significa +OGM.
Non c’è nulla di strano se una forza politica inserisce nel suo programma un punto nel quale afferma di desiderare più ricerca nel campo della sperimentazione in campo aperto degli OGM, a patto di scriverlo in modo che tutti capiscano – lo so, non è ostrogoto, ma vorrei sapere quanti italiani hanno veramente capito la portata di quel punto – e poi di sottoporsi al giudizio degli elettori.
Si potrebbe anche affermare che domani, quando un lobbista che vende OGM si presenterà in Parlamento, saprà a chi rivolgersi, ma non si può impedirlo: è molto diverso dal compra/vendi/dammi i soldi che ha evidenziato l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

Ora, vi pregherei di dimenticare il giornale, gli OGM, la Bonino e tutto il resto per concentrarvi sulla domanda: è una pratica democratica, permettere che le aziende forniscano denaro ai politici in cambio di favori? E non dite che “tanto lo faceva già il Senato Romano”, perché c’è una differenza: i Latini non avevano il capitalismo e, dunque, nemmeno le aziende.

Sull’altro versante, non si può proibire il contatto fra il mondo industriale/commerciale con la classe politica, perché un politico deve sapere cosa “bolle in pentola” nel mondo della tecnologia e dell’impresa.
Ma giungere, come siamo giunti oggi, al punto che a Bruxelles sono iscritti nel registro dei lobbisti 25.000 lobbisti (altre fonti dicono 10.000, ma non è il numero che conta) – a parte chi dovrà poi fornire viaggi, arredamenti, puttane, barche da sogno, ecc – non vi sembra che dissertare di democrazia, a questi punti, sia solo un divertissement per filosofi falliti?
Eppure, se non vogliamo esplorare vie “nuove” come il dictator, oppure la democrazia “digitale”, una soluzione bisogna trovarla.

In realtà, la soluzione c’è ed è semplice.
Concediamo pure tutti i contatti che desiderano, però se un solo euro passa dalle mani di chicchessia ad un politico, si va in galera, con processo per direttissima. I 5 Stelle hanno dimostrato che gli stipendi dei parlamentari sono ampi e sufficienti per garantire la sopravvivenza di una forza politica: praticano un prelievo che finisce in un fondo di finanziamento per le imprese, tutti lo sanno.
Il vecchio PCI faceva qualcosa di analogo: prelevava una quota sugli stipendi per finanziare il partito.

Da quei tempi, sono stati aggiunti allo stipendio una quota per chi risiede lontano (che percepiscono anche i romani!) e la disponibilità di uno studio in appositi palazzi, che lo Stato affitta per loro: non si comprende di cosa, oltre a tutto ciò, abbiano bisogno.
La spesa per i soli stipendi dei parlamentari (sola Camera) ammonta, annualmente, a 784 milioni di euro (2): vogliamo dire che con la metà – visto che per il resto (viaggi, telefono, ecc) sono spesati – potrebbero autofinanziare la loro forza politica? Considerando anche il Senato, quasi 600 milioni non bastano?

Non pensate – oh, mio Dio! Con tutti i gravi problemi dell’immigrazione e della guerra imminente che ci stanno addosso… – questo viene a scrivere di “tagliare le unghie” ai parlamentari!
Se la pensate così, scusate, ma non avete capito nulla dell’articolo.
Se un lobbista propone delle finestre sghimbesce, ma lo propone al parlamentare con una robusta mazzetta, state certi che quelle finestre avranno diritto a delle detrazioni, se poi lasciano passare vento e tempesta…beh…io i soldi li ho presi!

In realtà, se hanno bisogno di così tanti soldi, significa che i voti li comprano attraverso le mafie e allora…tutto l’ambaradan della democrazia va a farsi benedire!

Volete un esempio?
Se abitate in luoghi dove nevica, avrete senz’altro notato gli spartineve passare con la lama anteriore alzata di una decina di centimetri. Perché? Poiché, se passano con la lama contro il fondo della strada la rovinano: per questa ragione, le lame degli spartineve sono dotate di una guarnizione di gomma dura. Già…ma la guarnizione si consuma…e costano circa 50 euro l’una…in più, per prendere l’appalto, siamo stati costretti ad “ungere” chi di dovere…la soluzione? Passate, così i cittadini ci vedono, ma…alzate la pala in modo che non tocchi terra, altrimenti siamo rovinati! Così, lasciano uno strato di qualche centimetro, che di notte gela: se siete finiti contro un palo – e dovete dare 5.000 euro al carrozziere – adesso conoscete la ragione di quei comportamenti assurdi.

Come in questi modesti esempi, si comportano per le grandi scelte strategiche: ci sarebbe convenuto – ma di molto! – comprare i Mig-29K per la nostra portaerei (modificando il ponte di volo) a 16 milioni di dollari il pezzo (come ha fatto l’India) piuttosto che aspettare l’F-35B, ad un costo di 122,8 l’uno! Quattro volte tanto per un solo aereo! Notate che il Mig-29K è stato modificato con avionica moderna! Ed armamento di prim’ordine…ma…qualcuno ha pagato di più, e allora…è la legge delle lobby, baby, su, non piangere…
L’India è veramente la più grande democrazia del mondo.

In democrazia, il parlamento deve decidere quali siano le migliori scelte per la nazione, ossia devono parlare, dimostrare, confrontarsi anche in modo acceso…ma…se lo fanno soltanto per meri motivi di cassa, quale garanzia abbiamo noi che le scelte operate siano le migliori?

Avanti così: ci rivediamo la prossima estate, con i parlamentari a zonzo per il Mediterraneo coi loro favolosi yachts – che i cantieri sfornano sulle banchine già iscritti alle Cayman, pronti per diventare tangenti – e finire sui rotocalchi “rosa”, con attrici al seguito e champagne a fiumi. Viva la democrazia!

15 gennaio 2018

Buffonate, furbizie da poco e tanta, tanta ignoranza




A sei settimane dal voto, tutto ciò che la classe politica vomita sono soltanto buffonate: questo è ciò che pensa la maggioranza degli italiani. Non si può dare loro torto, vista la “resurrezione” di un Berlusconi ad occhio e croce cinquantenne o quella di un Renzi che doveva andarsene il giorno dopo la batosta del referendum. Non scordiamo che il governo Gentiloni doveva solo traghettarci, il più velocemente possibile, verso le elezioni…e che Renzi sarebbe tornato a fare l’avvocato. Così raccontava.
Non sono tanto importanti le bufale che ci raccontano: ad esempio, tutti promettono il reddito di cittadinanza, di inclusione o di dignità. Potrete scegliere, per famiglie di quattro persone, fra i 460 euro di Renzi, i 1638 euro dei 5 Stelle o i 1200 euro di Berlusconi. Quale vi piace di più? Sì, se restiamo su questo livello sono proprio buffonate, anche se – ad onor del vero – i 5 Stelle hanno presentato un disegno di legge organico, abbastanza ben fatto ed in tempi non sospetti. Non pagheremo più il canone RAI (Renzi), il bollo auto (Berlusconi), le tasse universitarie (Grasso), eccetera, eccetera.



Molto più importanti sono, invece, le manovre più o meno occulte, ossia quelle che ci fanno capire dove vogliono andare a parare: notiamo che sono solo mosse di avvicinamento, perché nessuno è certo di un risultato che cambia diametralmente con un +/- 3%.
Sulla carta esistono parecchie alleanze possibili (5Stelle-Lega, 5 Stelle-Liberi e Uguali) ma la più gettonata è senz’altro PD-Berlusconi: è collaudata, funziona, ha l’imprimatur europeo. Però non è un’alleanza fra la coalizione di Berlusconi e quella di Renzi, ma di cosa resterà delle due alleanze dopo il voto.
Partiamo dalla Lega.

La Lega ha puntato molto su tre temi: lotta all’immigrazione, abolizione della Riforma Fornero e l’uscita dall’euro.



Sul primo punto non c’è tanto da dire: fa il pari con la lotta all’evasione fiscale, tutti la citano e poi nessuno la attua. L’UE se ne frega se mezza Africa viene in Italia, ma in cambio ci ha dato la possibilità di “sforare” di più sul bilancio, cioè d’indebitarci: i politici si fregano le mani (in un anno elettorale!), i neri bighellonano da una strada all’altra (non c’è lavoro nemmeno per gli italiani!), ma fare più debiti piace, oh, quale bellezza!

Tanto per capirci, il debito pubblico italiano (1), dal 2010 ad oggi, è passato da circa 1.400.000 milioni di euro a circa 2.000.000 di milioni di euro, con un rapporto debito/PIL intorno al 130%: alla faccia della Fornero che, con la sua riforma, “ha salvato l’Italia!”. Ancora un paio di “salvataggi” di quel genere e salterà il tappo, quello che ci tiene a galla. Se non è già saltato e già siamo con l’acqua alle ginocchia, ma nessuno ce lo dice: mantenere la calma è l’imperativo categorico.

Gli altri due punti della Lega, invece, (Fornero ed euro) saltano immediatamente nel momento stesso che si stringe l’alleanza con Berlusconi, lo hanno capito anche molti elettori della Lega, che la stanno abbandonando, ma questo non impressiona la Lega, quella di lotta e quella di governo. Prontamente è stato richiamato in servizio permanente ed effettivo Roberto Maroni, il quale si prepara (alleanza Berlusconi – Renzi) ad essere l’uomo “cerniera” fra la Lega (quella di governo) e l’alleanza di centro destra che gestirà i voti dell’altra Lega, quella di lotta. Come? Berlusconi non è più in grado di governare, lo avete sentito? Biascica, non capisce…insomma…ha 80 anni ed è copiosamente rincitrullito. Mai più si aspettava di dover tornare in campo: ha persino venduto il Milan!
Si tratta proprio di un’armata Brancaleone, tenuta insieme con lo scotch e con promesse di soldi a volontà per tutti, perché anche l’altro “puntello” non sta proprio bene.

Credo che Renzi, all’indomani della batosta referendaria, non ritenesse più di avere un ruolo politico: d’altro canto, con la diaspora interna al partito, unita ad una mancanza totale d’idee che non siano solo vuoti slogan (Job Act, Buonascuola, Salva Italia, Italiariparte, ecc) c’era veramente poca trippa per gatti. Ma anche a lui è arrivata la cartolina-precetto da Bruxelles. Ma sei scemo?!? Torna subito dov’eri e rimettiti a macinare tweet per ogni giorno dell’anno! Ti costruiremo noi l’alleanza giusta, non ti preoccupare!
Il giorno dopo le elezioni, tutti avranno vinto meno Renzi…oddio, non gli costerà niente stappare lo champagne…glielo mandano da Bruxelles, tutto compreso nel prezzo…però non ci crederà nemmeno lui, come dire: abbozzo, vabbè…
Con una maggioranza sbilanciata verso destra, dovrà fare non il protagonista, ma la comparsa: di lusso, certo, ma pur sempre comparsa, come del resto sarà lo stesso Berlusconi, che tengono per le palle con le mille inchieste e con i guai giudiziari nei quali è da sempre impegolato.

Roberto Maroni è la persona giusta per infinocchiare per altri cinque anni gli italiani: pensate, è un ex militante di Democrazia Proletaria ed ex appartenente all’ufficio legale del Banco Ambrosiano, quello di Roberto Calvi!
Ha un ottimo pedigree!
Non vi ha meravigliato che, lanciato com’era per un secondo mandato alla Regione Lombardia (uno dei “piatti” più ricchi d’Italia), abbia precipitosamente mandato all’aria tutto per rispondere “Presente!”? La chiamata deve essere stata una di quelle importanti, alle quali non si può che conformarsi. Una chiamata da Roma? Può essere…a Roma c’è lo IOR, quello in cui Roberto Calvi aveva molti contatti…ma io la vedo più probabile dall’estero, Germania, USA, la city di Londra…chi lo saprà mai? Mica ci mettono la firma!

Potrà governare con una solida (nell’accezione italiana) alleanza fra ciò che resterà del PD, ciò che resterà di Forza Italia, più i soliti illusi da decenni della Lega (è uno dei nostri, eh?) più varie ed eventuali: qui si distinguerà la grande capacità di Berlusconi nel trattare, comprare, perdonare, mettere in riga i riottosi…c’è sempre un Verdini o un De Gregorio che risponde all’appello…ci sono avanzi della P2, resti di Gladio, figli di qualcuno e di brave donne…non è un problema…qui ci sono i soldi, ragazzi, fatevi sotto…

Due parole sui “resti”.
Il “resto” più importante sarà il primo partito italiano, il M5S, fuor di dubbio. E’ un partito che campa sul semplice concetto della “conventio ad excludendum”, ossia sull’isolamento totale da parte degli altri partiti.

Potrà, forse, stipulare una debole alleanza con Liberi ed Uguali, o forse con coloro che fuggiranno dalla Lega, se ci saranno (la corrente di Salvini, ad esempio, se deciderà di restare fra i “duri e puri”, con una riappacificazione con Tosi, ecc), ma sono scenari marginali, senza speranza e senza costrutto.

Liberi e Uguali sconta l’eterna lotta interna ad una sinistra che, in anni lontani, scelse il neo-liberismo come nuova ragion d’essere, e non se n’è più distaccata. Propone d’azzerare le tasse universitarie (cosa di per sé giusta, per carità) senza riflettere che sfornare laureati a tonnellate serve soltanto a fornire una patente per l’emigrazione: nulla che possa cambiare il nostro Paese. Cosa diversa se, insieme alle tasse, ci fosse un piano d’industrializzazione in settori promettenti, ma qui ci si scontra con i diktat delle oligarchie europee e, siccome l’Europa per loro è un “sancta sanctorum”, non c’è nulla da sperare.

Il discorso sull’Europa chiama, inevitabilmente, in causa il primo partito italiano, ossia il M5S.



Da sempre contrario all’euro (e, per molti aspetti, anche all’UE) nelle ultime settimane ha compiuto una “rincorsa al centro” senza precedenti, dal viaggio di Di Maio negli USA alle sue dichiarazioni di fronte all’Insetto. Una rincorsa disperata e senza senso, che è servita solo a confondere i suoi elettori: che senso ha dire che l’euro non è più un problema “giacché l’asse franco-tedesco si è molto indebolito”?
Non riusciamo a comprendere dove Di Maio abbia pescato questa frottola…ma…Di Maio sa dove poggia l’asse franco-tedesco e da quali accordi nacque?
Rinfreschiamogli la memoria.

L’asse franco-tedesco nacque fra Kohl e Miterrand, sul finire degli anni ’80. Le ragioni erano ovvie e convenienti per entrambi: la Francia avrebbe chiuso un occhio sulle enormi spese della Germania per assorbire la ex DDR, mentre la Germania avrebbe accordato alla Francia un cambio molto vantaggioso (cosa che non ebbe l’Italia) nella futura transizione all’euro. Un obiettivo che univa, ulteriormente, le due nazioni fu quello della deindustrializzazione del secondo polo industriale europeo: quello italiano, soprattutto il Nord-Est.
Dopo aver cercato inutilmente una soluzione “jugoslava” – ossia staccarlo dal resto d’Italia (ci lavorò il sen. Miglio con la prima “Lega”) – l’accordo ci fu, tramite un parametro di cambio a noi sfavorevole e l’ingresso, da parte francese, nel grande mercato della distribuzione alimentare. Di chi è oggi Parmalat? Ma non basta: la Vestas (azienda danese) produce pale eoliche, che poi vende in tutto il mondo, nello stabilimento di Taranto (2). La Fiat è anglo-americana (il settore siderurgico è stato assorbito da Thyssen-Krupp), molti oleifici sono diventati spagnoli (con capitali tedeschi), e via discorrendo. Molte di queste cessioni dipendono proprio dal tasso di cambio dell’epoca con l’euro.

Ciliegina sulla torta, Miterrand calò ai tedeschi la famosa spada di Brenno sulla bilancia: come state ad armi nucleari? Guerra persa, vero? Che peccato…noi abbiamo bombe, missili e sottomarini atomici…quando i francesi – sempre negli anni ’80 e ’90 – fecero esperimenti nucleari a Mururoa, nessuno in Europa alzò più di tanto la voce.
Oggi, Di Maio – dopo l’addio inglese all’UE – la Francia è l’unica nazione dell’Unione a possedere armi nucleari. Ancora convinto che l’accordo franco-tedesco è “più debole”? Macron s’è fatto fuori la Le Pen, la Merkel ha fatto una nuova Grosse Koalition con i socialisti…debolissimi, vero?
Se così è, almeno se lei li ritiene “debolissimi”, può fare una prova: andare in Europa e prendere a calcinculo sia la Merkel e sia Macron. Le consiglierei, prima, di leggere con attenzione “L’arte della guerra” di Sun-tzu: sa, è meglio prevenire che dopo leccarsi le ferite…

Inoltre, sta passando una bufala colossale, ossia che non sia possibile indire referendum in materia di politica estera. E’ una stupidaggine smentita dai fatti. Da leggi ben precise (3).
Con la legge costituzionale 3 aprile 1989 n. 2 (4), fu istituito il referendum consultivo o di indirizzo, e gli italiani votarono sul seguente quesito:

“Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità”

Votammo il 18 giugno 1989, e gli italiani si espressero per circa l’88% con un Sì e per circa il 12% con un No. Rivendico, con onore e preveggenza, d’aver fatto parte di quel 12%.
E’ sufficiente che la maggioranza parlamentare (in quel caso il parlamento votò all’unanimità) esprima al Governo l’esigenza di un referendum consultivo (o di indirizzo) e questo lo comunichi al Presidente della Repubblica.

Ora, evidentemente, una parte del Parlamento vede come il fumo negli occhi il solo pensiero di privarsi dell’accozzaglia di mangiapane a tradimento che vanno a fare i parlamentari europei, per una sola ragione: poiché furono trombati alle elezioni italiane. Sono 73 posti d’oro, pagati 24.164 euro, senza contare i rimborsi per viaggi ed affini. Si dovrà lottare: ma, se il primo partito italiano è d’accordo…

Inoltre, ci sono ragioni di ordine giuridico per intavolare una trattativa in tal senso: ciò che approvarono gli italiani, non fu attuato.

Un “Governo responsabile di fronte al Parlamento” non è mai esistito, poiché le posizioni di Commissari (i Ministri) furono avocate dalle Nazioni per nomina separata. In altre parole: i commissari s’accordano sui provvedimenti di legge, e non è richiesta la necessaria approvazione parlamentare.

“Il Parlamento europeo esercita la funzione legislativa dell'Unione europea assieme al Consiglio dell'Unione Europea. Inoltre in alcuni casi stabiliti dai trattati, ha il potere di iniziativa legislativa che generalmente spetta alla Commissione europea.” (5)

Il secondo punto che mai fu realizzato fu “affidare allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea…”: avete mai sentito parlare di una Costituzione Europea? Il Trattato di Lisbona, certo, che non è una Costituzione: perché? Poiché la stesura della Costituzione si scontrò con l’evidenza che le popolazioni (fecero dei sondaggi in vari Paesi) non l’avrebbero approvata. Così, stesero un Trattato e se lo approvarono, se lo giocarono e se lo ballarono da soli.

Ma c’è ancora un vulnus, che inficia completamente quella richiesta referendaria: il Trattato di Maastricht – il vero accordo fondante dell’UE – fu firmato il 7 febbraio 1992, a quasi tre anni dalla pronunziazione referendaria! In pratica, ci fecero votare “al buio”!

Il precedente di quel referendum – e, soprattutto, la legge istitutiva di quel referendum, che è tuttora vigente – dimostra che chiedere alla popolazione una consultazione è pienamente legale e democratico. Detto fra noi, non s’aspettavano che le vicende successive ci avrebbero condotto nella situazione di volercene andare dalla gabbia truffaldina dell’Europa: fecero un clamoroso errore (mai più ripetuto) ma, ripeto, è un precedente importantissimo ed è tuttora vigente, sul quale si può imbastire una trattativa e…perché no? Una protesta popolare.

Perciò, caro Di Maio, come vede d’idee per contrastare le oligarchie imperanti ce ne sono, però…se la sua mossa desiderava richiamare voti dai “moderati” verso il suo partito, avrà effetti veramente minimi e diciamo…di pessimo gusto: a cosa serve “normalizzare” un movimento nato per combattere il malaffare, la corruzione, le energie fossili, il potere dei partiti…quando lo si è ben bene “normalizzato” cosa rimane?

Un contenitore di bon ton e d’idee muffite: se vogliamo veramente salvare (sempre che sia ancora possibile) questo Paese, abbiamo bisogno d’idee fantasiose, rivoluzionarie, al limite della follia. Mai letto Erasmo da Rotterdam?
  

03 gennaio 2018

L’universale degli i....i è in costante aumento. E scrivono pure


(Nel titolo) Sostantivo plurale, 6 lettere: al singolare è il titolo di una notissima opera di Dostoevskij.

Come altro si potrebbe definire un certo Massimo Famularo – che, in realtà, si dovrebbe appellare Fabularo, ossia affabulatore, ma passi se ha scelto un nick come giornalista… – dove scrive? Sul Fatto Quotidiano: che sia stato raccomandato dal “grande” Scacciavillani? Non ci sarebbe da stupirsi perché il Fatto, da qualche tempo, è tutto uno spasso, un giardino dove si nutrono quelle bufale che il Governo racconta di dover estirpare alla radice, cosicché la mala pianta scompaia dai nostri pascoli, lasciandovi incontrastate praterie della Verità.

Il travagliato parto del nostro affabulatore ha un titolo: “I super ricchi sono sempre esistiti. Con la differenza che ora possiamo diventarlo tutti” (1).
Detto così, parrebbe uno spassionato elogio verso l’American Way of Life: purtroppo, non è così, ed il seguito arranca su sponde mai visitate da autori degni di un minimo di saggezza letteraria. Ed economica.
Chi è Massimo Famularo?

Le scarne notizie che abbiamo di lui ci narrano che è un “esperto di crediti bancari in sofferenza”. Curioso: un tizio che vive a contatto con i nuovi poveri, o comunque con gente indebitata con le banche, ci racconta che la ricchezza è a portata di mano. Sarebbe arrischiata l’inferenza “sofferenza bancaria = maggior ricchezza dei singoli”?
Non la esploriamo, poiché lui non cita nulla del genere.
Il buon Massimo fa un temino, un temino buono per prendere un 6- durante l’anno scolastico ma che – alla maturità – sarebbe stato un flop completo, soprattutto in Storia.

In sostanza, il buon Massimo c’indottrina con una teoria semplice e di nessuna utilità: in epoche storiche lontane, la sperequazione della ricchezza era maggiore di oggi.
Non ho nessun dubbio nel credere che Alessandro Magno fosse il greco più ricco oltre ogni limite. Che il duca di Wellington e re Giorgio IV fossero in testa alla “hit parade” dell’epoca, come gli hidalgo spagnoli, gli aristocratici russi, eccetera, eccetera…

Ma, fra quel tempo e noi, sono intervenuti due fattori molto importanti:
1) Le rivoluzioni francese e russa;
2) La fine degli stati assolutisti, ossia la concessione (forzata) delle Costituzioni.

Per non parlare dell’affermazione della borghesia sulla nobiltà…poi le organizzazioni sindacali e politiche dei  lavoratori, i fascismi, il socialismo reale…ma dove ha studiato la Storia il buon Massimo? Alla Scuola Radio Elettra? E lo fanno scrivere su un giornale?!?

Oggi, un economista che vuole indagare in tal senso, va a cercare l’indice di Gini (2), poiché dalla classifica (3) si evince che l’Italia è al 52° posto, però con ultima rilevazione nell’anno 2000. Già con questo dato, sopra di noi (cioè con meno disuguaglianze) troviamo Francia, Svizzera, Austria, Danimarca…sotto di noi, decine di repubbliche delle banane, ma anche Portogallo, Brasile, Uruguay e…Stati Uniti.

Se desidera ampliare le sue conoscenze nel campo, caro Massimo, studi: perché l’indice di Gini ha parecchie peculiarità, che lo rendono sì duttile, ma che richiedono molta attenzione. Soprattutto, non basarsi su rilevazioni di 18 anni fa ed imparare ad evitare i trucchi contabili dei governi.

Però, se si trattava solo di capire che il Re Sole era il più ricco fra i francesi ha ragione lei: non serve scomodare Gini. Peccato che il suo articolo, parimenti, non serva a nessuno: lo sapevamo già, tutti. Saluti