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04 giugno 2021

La conferenza postbellica di Jalta (prima parte)

 

Voglio raccontarvi una vicenda di tempi lontani, così lontani che pochi degli attuali viventi possono ancora ricordare ma, se vi stupite dei due golpe istituzionali accaduti in Italia – Monti e Draghi – vi aiuterà a capire qualcosa sulla diplomazia internazionale e di come le nostre democrazie siano soltanto delle abili rappresentazioni della realtà: dei veri e propri falsi, sorretti soltanto dal bombardamento mediatico.

Insomma, dopo aver letto i tre articoli, vi verrà da dire semplicemente “Ma quelle di oggi sono soltanto frittelle…al confronto…”

 

Anzitutto l’errore nel titolo era cercato e voluto, giacché la Conferenza di Jalta andò in scena nel Febbraio del 1945, e dunque a guerra ancora in corso ma, per i tempi della diplomazia, oramai la guerra era conclusa: era l’ora di pensare al dopo.

Mentre i sovietici erano ad 80 km da Berlino e gli angloamericani più distanti, perché avevano dovuto superare la Battaglia delle Ardenne – l’ultima carta di Hitler – sul Mar Nero s’incontrarono Stalin, Roosevelt e Churchill.

Erano gli stessi della Conferenza di Teheran svoltasi un anno e mezzo prima? Fisicamente è indubbio, ma possiamo affermare che i loro intendimenti fossero i medesimi? Ne dubito.

 

Churchill doveva e voleva salvare quello che rimaneva dell’Impero Britannico, ma con poche carte da giocare, mentre Stalin era quello più avvantaggiato: l’Europa orientale era di fatto già sua e poteva sperare di giungere fin dove giunsero (dall’altro versante) Druso e Germanico quasi due millenni prima, ossia sul fiume Elba, e ci riuscì. Roosevelt era molto malato (sarebbe morto poco dopo) e, probabilmente, le leve della diplomazia americana gli sfuggivano già di mano: durante la Conferenza fu accusato di essere stato troppo “morbido” con Stalin…ma gli Stati Uniti si preparavano a diventare potenza mondiale, con l’eclissi della potenza inglese, ed avevano già gli occhi da altre parti.

Per questa ragione, la diplomazia era già al lavoro: sapevano che il loro futuro nemico sarebbe stato l’URSS, ma in quel momento potevano fare ben poco – sul piano militare – per impedirlo. L’Europa era a pezzi e nessuno che avesse un minimo di sale in zucca pensava ad una nuova guerra imminente contro l’URSS: Churchill accarezzò l’idea, ma fu costretto a rimangiarsela in fretta e, poco dopo, fu addirittura (e stranamente) obbligato a lasciare Downing Street avendo perso non tanto le elezioni (vinte dai laburisti), bensì l’appoggio del suo partito.

 

E i tedeschi?

Erano a pezzi: non c’era più nessuno che credesse in una soluzione se non la resa, ma Hitler manteneva ancora potere nella struttura piramidale del Nazismo. All’Ovest, oramai, si fucilavano gli ufficiali per scarso mordente nei combattimenti, mentre ad Est si moriva ammazzati dai russi oppure da altri tedeschi se si abbandonavano le posizioni: era solo una questione di tempo.

Il tempo giunse e, secondo la Storia ufficiale, Hitler si suicidò…anche se il prezioso reperto del suo cranio, conservato a Mosca, alle analisi del DNA ha mostrato d’essere di sesso femminile.

Personalmente, ritengo che Hitler sia fuggito, ma non è questa la cosa importante, ben più importante è analizzare cosa successe dopo la sua presunta morte.

Il successore designato da Hitler (nel suo testamento politico) non era né Goering, né Bormann e neppure Himmler: era Karl Doenitz, comandante supremo della Marina, che era sempre stato ai margini delle alte sfere del Nazismo. Una stranezza, a meno di voler ammettere che una persona meno coinvolta sarebbe stata più accettabile per gli Alleati (Stalin non si poneva questi problemi ed a Jalta presentò le sue idee in merito: fucilare immediatamente almeno 50.000 ufficiali tedeschi, così da recidere il male alla radice) ma gli Alleati, cosa avrebbero chiesto al successore di Hitler? Se fosse stato Himmler nulla, ma con Doenitz si poteva trattare, soprattutto da posizioni di forza assolute.

 

Preso atto della nomina, Doenitz si trasferì a Flensburg – sul Baltico, vicino al confine danese – e, protetto da un reparto di Fanteria di Marina, cominciò a governare.

“Cosa” governava? Difficile rispondere, però “quanto” sì: dalla presunta morte di Hitler il governo di Flensburg rimase indisturbato fino al 23 Maggio 1945, quando l’intero governo si consegnò in mani americane.

Cosa fece Doenitz in quei venti giorni? Perché una colonna americana non salì subito a fermarlo?

Si sa poco del governo di Flensburg e – a parte il colloquio nel quale Doenitz si confrontò con Himmler “sempre con la pistola puntata sotto la scrivania”, riferì – non pare che ci sia altro di notevole da raccontare. Almeno, di “altro” che si potesse raccontare.

 

I confini fra la storia ufficiale, però, la contro-storia oppure il complottismo sono molto labili, soprattutto se una nazione s’arrende dopo quasi sei anni di lotta apocalittica e, alla fine, un governo di quella nazione viene lasciato indisturbato per venti giorni senza colpo ferire. Qualcosa di strano s’insinua fra i nostri gangli cerebrali, e chiede risposte: e poi, perché Flensburg?

 

In una immaginaria rotta fra Kiel, sul Baltico, ed Oslo, Flensburg pare proprio il baricentro. A dire il vero Oslo si trova al termine del suo fiordo, mentre Horten è il vero porto della città norvegese e Kristiansand si trova allo sbocco del fiordo nello Skagerrak, da dove ci si può immettere nel Mare del Nord e, da lì, in Atlantico.

Ebbene, una lunga e paziente analisi delle rotte e delle missioni fra queste città (principalmente Kristiansand e Kiel) su documenti dell’epoca, mostra che nei giorni a cavallo fra la fine della guerra e la pace, il mare di fronte a Flensburg era più congestionato di Piccadilly Circus all’ora di punta.

Chi erano a muoversi?

Dato che gli Alleati, oramai, sorvegliavano tutte le rotte con i primi aerei-radar, erano principalmente sommergibili i quali, data la vicinanza fra le due località, potevano percorrere il tragitto quasi soltanto in immersione, senza dare nell’occhio.

Cosa trasportavano?

Non tanto marinai che fuggivano – senz’altro rimanere in porto ed arrendersi era più comodo – bensì merci e persone, di tutti i tipi: nel Reich c’erano ancora ricchezze incredibili, razziate in tutta Europa, e tanta gente che sapeva bene di rischiare grosso se cadeva prigioniera. Poi merci rare come il Plutonio prodotto dai centri di ricerca tedeschi: la bomba di Hiroshima era all’Uranio, ma quella di Nagasaki era al Plutonio ed al nuovo presidente Truman sfuggì “dobbiamo ringraziare i nostri amici tedeschi…”

Inoltre, c’era la tecnologia tedesca, della quale tutti erano disperatamente alla ricerca: per quale motivo? Per giungere più in fretta possibile alle prime posizioni nel pianeta post-bellico e dare la scalata al potere mondiale.

 

Su questa vicenda c’è una traccia anche nei documenti sovietici: Stalin, quando si trattò di dare l’assalto a Berlino, stranamente, tenne fuori il noto Maresciallo Zukov, comandante dell’Armata Rossa, dalla vicenda.  Incaricò il generale Cujkov – comandante delle armate del Nord – di assalire la città la quale, dopo furiosi combattimenti, si arrese. E Zukov? Ricevette un altro compito.

Nella zona di Sud-Ovest di Berlino i russi sapevano che esisteva un centro di Fisica Nucleare in mano ai militari, necessario ai tedeschi per tentare di giungere per primi all’arma atomica. Alla testa di un veloce reparto corazzato, Zukov travolse tutte la difese tedesche della periferia Sud come una furia e si precipitò verso l’Istituto ma, quando vi giunse, lo trovò “svuotato” di fresco: solo alcuni sacchi che Zukov prelevò. Ma si rivelarono, per i sovietici, una delusione: erano soltanto il materiale di scarto delle centrifughe, con un tenore d’Uranio irrilevante. Il materiale utilizzabile aveva già preso il volo (probabilmente dal vicino aeroporto di Tempelhof) verso la Norvegia o chissà per dove. Insomma: il danno e la beffa.

E c’è una prova evidente su queste vicende: l’ultima missione del sommergibile U-234, un grande sommergibile posamine, con elevata autonomia, molto capiente ed in grado di raggiungere facilmente la costa americana.

 

Fa addirittura sorridere come la filmografia dia una mano alla falsificazione della Storia: il film U-234 l’ultimo sommergibile è una fandonia incredibile. Si pensi soltanto che il sommergibile del film doveva raggiungere il Giappone, per consegnare armi tedesche agli alleati nipponici: Plutonio, 2 caccia a reazione smontati, un missile e vari siluri fra i più moderni della tecnologia tedesca. L’equipaggio comprendeva una panoplia di alti ufficiali tedeschi e vari ingegneri e studiosi d’alto livello: peccato che l’unico a conoscere il contenuto delle casse nelle quali era stivato il carico fosse un ufficiale americano (ex) prigioniero di guerra. Lo affiancava un uomo dei servizi segreti della Marina Tedesca: a comandare il battello era un comandante di navi che mai aveva comandato un sommergibile ed il vero U-234 si arrese, dopo 50 giorni nei quali aveva compiuto la traversata. Fino al Giappone?

Ah, ah! No, si arrese nei pressi dell’isola di Terranova (di fronte al Canada) ad un cacciatorpediniere americano. Dove si erano già arresi altri tre sommergibili tedeschi. Cosa trasportavano gli altri sommergibili? Beh, chiedetelo a loro: la resa tedesca è il condensato più incredibile che si possa immaginare, zeppo di contraddizioni e di silenzi.

C’erano a bordo anche due ufficiali nipponici, probabilmente imbarcati per dare credito alla colossale fandonia, i quali – si dice – si suicidarono col veleno. Perché non lasciarli su un canotto nelle vicinanze delle Azzorre, territorio portoghese e dunque neutrale? Non sappiamo niente della fine dei Tenenti Colonnelli Tomonaga e Shoji…eh, furono sepolti in mare insieme alle loro cose…sempre che siano realmente esistiti.

 

Per capire come mai un Paese si arrende dopo sei anni di guerra e viene lasciato operare, ancora per 20 giorni, un governo legittimo, perché il suo capo (Doenitz) verrà condannato a Norimberga a 10 anni di carcere ma ne sconterà solo 5 – e perché il Ministro per gli Armamenti del governo Doenitz fu lo stesso Speer che lo era stato per Hitler, non essendo scevro da coinvolgimenti nella Shoa (condannato a 20 anni a Norimberga, poi scontati a 15) – e perché prendono il via sottomarini tedeschi per consegnare al nemico, ben prima della fine delle ostilità, il meglio che la Germania aveva saputo produrre, ci vuole un po’ di pazienza.

Abbiamo raccontato solo la parte centrale della vicenda, tralasciando il prima (ossia come alcuni tedeschi si premunirono per giungere alla fine della guerra con qualche carta ancora da giocare) ed il dopo, ossia tutte le vicende che, inevitabilmente, scaturirono da quel “perdono” dispensato con grande magnanimità dagli Alleati, pagato a Norimberga con sole 11 impiccagioni. Curiosità: il boia di Norimberga morì anni dopo negli USA in un incidente stradale, strangolato dalla sua cintura di sicurezza: eh, il karma…o la vendetta?

 

L’articolo è suddiviso in tre parti e non ho voluto, scientemente, inserire note: sono convinto che le prove, se cercate, le potrete trovare tranquillamente da soli, basta un poco d’intuito.

Vi lascio, però, una breve intervista a Paolo Mieli (1) il quale, non potendo dire chiaramente quel che pensa, si limita a porre “forti dubbi”: io (ed altri), che invece le raccontiamo chiaramente non abbiamo, ovviamente, la direzione dei grandi giornali. E ti pareva.

 

(1) https://www.youtube.com/watch?v=Fo3eRgPsPQY  

08 febbraio 2019

Un po’ di Giustizia? Sarebbe ora…


E’ passata la Finanziaria, migranti ne arrivano pochissimi, le elezioni europee sono ancora lontane…non sarebbe ora di metter mano ai tanti problemi che una pletora d’incompetenti corrotti ha seminato, per decenni, nel Paese? Ci riferiamo alle varie “riforme” che furono emanate dagli stessi parlamentari che si riunirono, in seduta ufficiale, per decidere se Ruby Rubacuori fosse la nipote del Faraone.
L’attuale governo ha promesso una revisione dell’impianto della giustizia penale…certo, va bene…ma non vi pare che tutto il “pianeta” Giustizia richieda urgenti misure? Possiamo permetterci il lusso di tre stadi decisionali, quando lo scotto da pagare è la vita umana? Ossia, a volte la giustizia civile supera la vita umana? Proporrò tre casi, uno civile e due penali, poi decidete voi, esprimendo quel che pensate.

Calende greche
Nel 2000 ci fu una riforma della scuola, la riforma Berlinguer. Nella riforma, erano previsti accorpamenti di personale: c’era ancora personale scolastico delle Province e dei Comuni, che passarono nei ruoli statali. La riforma, come qualsiasi riforma scritta dai politici, non va a spiluccare su particolari che sembrano ovvi e, soprattutto, dopo se ne dimentica. Nel caso, ritennero ovvio che quel personale conservasse l’anzianità di servizio e fosse inquadrato nei ruoli statali. E’ una questione secondaria, se vogliamo, ma utile per comprendere cosa può essere la Giustizia se lasciata libera di pascolare.

Qualcuno interpretò i vari commi in modo diverso… un capoverso non chiaro una virgola che sembra affermare o negare…ibis, redibis non morietur in bello…(ricordate?) e quelle persone si videro sparire, ai fini della retribuzione, decine d’anni d’anzianità. C’erano anche altre questioni normative aperte (per il personale docente) ma non voglio complicare troppo le cose.
Dopo un paio d’anni, nei quali lasciarono la cosa nella mani dei sindacati, quei disgraziati capirono cos’era il sindacato ed iniziarono i ricorsi per via giudiziaria. Credendo che fosse facile.
Pur essendo tutto personale scolastico, furono costretti ad altrettanti procedimenti individuali, perché le norme chiarivano che il “lavoratore” si rivolgeva Giudice del Lavoro, magari in associazione con altri, ma sempre al giudice naturale, ossia per competenza territoriale. Le cose stavano e stanno così: fidatevi (la class action è un’altra cosa).

Migliaia di cause, decine d’avvocati, altrettanti magistrati, l’Avvocatura dello Stato…un costo per la collettività che non so nemmeno quantificare…i risultati? Semplice: secondo l’interpretazione del singolo giudice, il segretario  di Milano vinceva, mentre il bidello di Bergamo perdeva…e quindi ricostruzioni di carriere, altre tonnellate di carta, migliaia di ore di discussioni…poi i ricorsi in Appello, anche qui chi vince e chi perde, infine la Cassazione, che sembra dare ragione ai dipendenti, ma in modo non tanto chiaro, un cerchiobottismo sbiadito? Sì, qualcosa del genere. Rimandano le sentenze in Corte d’Appello, che devono correggere le precedenti sentenze, ma qualcuna di esse s’oppone, e dunque la Cassazione dovrà nuovamente pronunciarsi. Nel 2019. A quasi vent’anni dall’inizio del procedimento.

Ora, vi chiedo di sgombrare per un attimo la mente da quello che avete letto e di porvi la domanda: si tratta di una questione di giustizia o di uno psicodramma andato a male? La gran maggioranza parte di quelle persone è andata in pensione, tanti sono già deceduti, eppure la giustizia continua, imperterrita, a sfornare sentenze che saranno appellate…rimandi in sede europea – dove si sono pronunciati in modo chiaro, dando ragione ai lavoratori, ed in modo più sfumato verso la Magistratura italiana con un: ma siete matti?!? – eppure i vari governi hanno continuato a biascicare di capitoli di bilancio, di ricorsi, sentenze passate in giudicato…
E chissà quante di queste situazioni sono tuttora in discussione nelle sedi giudiziarie! Per un incidente stradale, un muro crollato, un licenziamento, un’invalidità, un mancato pagamento, eccetera, eccetera…

Il delitto Calabresi
Il giorno dopo quel delitto – e lo ricordo bene – lessi il Corriere della Sera che chiariva “…l’omicida era presumibilmente un professionista, giacché aveva sparato nel momento nel quale il commissario infilava le chiavi nel cruscotto per avviare l’autovettura: circostanza ben conosciuta dai killer professionisti, perché in quell’attimo la concentrazione è “attratta” completamente dal gesto”.
Non sono un criminologo né un killer, perciò lascio la responsabilità di quell’articolo al giornalista.

Sapete come andò a finire: 4 a 3, ossia 7 pronunciamenti con 4 verdetti di colpevolezza e 3 assoluzioni, l’ultimo di colpevolezza: possiamo essere certi che i fatti si sono svolti proprio come la corte ha poi deciso? 4 a 3, come Italia-Germania? Non è una partita di calcio, ci sono delle vite, delle persone che si vedono la vita distrutta…possiamo tirare un sospiro di sollievo e dire: sì, è stata fatta giustizia?

Vigeva già il nuovo codice di procedura penale, nel quale non era più prevista l’assoluzione per insufficienza di prove.
Un procedimento che vide “risvegli” di “gole profonde”, addirittura sentenze generate su piani viari non più in vigore (le piantine stradali, i sensi unici, ecc)…ma così fu.
Senza farsi fuorviare da sentimenti di parte, la domanda che pongo è: l’uomo (ossia il giudice) è sempre in grado di fornire una risposta a queste vicende, “oltre ogni ragionevole dubbio” (come nel diritto anglosassone)? Senza girarci tanto attorno: siamo sempre in grado d’interpretare nel modo esattamente coerente alla realtà dei fatti, tramite le procedure processuali, un sequenza di atti?

Oh, certo: la pubblicistica ci ha mostrato che è possibile. Il commissario Maigret, Sherlock Holmes, Hercules Poirot e miss Marple ci riescono sempre…però la pena di morte, lo sappiamo per certo dalle confessioni in punto di morte dei veri assassini, è stato eseguita almeno una decina di volte su persone innocenti negli USA. Così è stato anche in Italia, con scarcerazioni molto tardive d’ergastolani innocenti.

Carlo Lucarelli, in una trasmissione televisiva di molti anni fa, presentò – in compagnia di un suo (presumo) amico commissario di Polizia – una serie di casi insoluti e, il commissario, ripercorse le indagini evidenziando gli errori commessi nelle procedure d’indagine: leggerezze, convinzioni affrettate, semplici dimenticanze.
Anche in questo caso, c’è un parallelismo con la pubblicistica: un conto è svolgere indagini “a caldo” – magari con un questore alle spalle che ha fretta e ti accende la miccia sul sederino – un altro con tutta la calma necessaria. Simenon costruiva in parallelo la vicenda, e Maigret – si può dire – era già “presente” al momento dello sparo.

Poi, se volete uno spassionato parere personale, ritengo che nei corpi di polizia italiana regni un’assoluta dabbenaggine, leggerezza, panciafichismo e menefreghismo all’ennesima potenza: di più, riflettiamo che siamo la sola nazione europea ad avere dei militari con compito di polizia giudiziaria sul territorio.

Per questa ragione, le procedure investigative andrebbero meglio studiate e precisate, ed anche la procedura penale andrebbe rivista e, soprattutto, velocizzata nei tempi, che non possono essere più accettati come quelli di Matusalemme: a dirla tutta, anche i magistrati dovrebbero essere messi di fronte a tempistiche precise, da rispettare.
E’ inutile che blaterino tanto sui femminicidi, se fra gli atti di violenza e la data d’inizio del processo passano tre anni (capitato ad una mia conoscente)!

Marco Vannini
L’omicidio di questo ragazzo, anche se è profondamente diverso, m’ha ricordato il caso Cucchi. Perché?
Poiché negli atti c’è la medesima volontà di non voler guardare una realtà distorta, incongruente, e tuttavia lapalissiana.
Nessuno – ancora oggi, dopo il pronunciamento della Corte d’Appello – ha mai affrontato il vero problema di questo caso: chi sparò? Perché furono trovate dalla Polizia Scientifica più tracce di polvere da sparo combusta sul figlio di Antonio Ciontoli, Federico? Il quale ha negato persino (nella ridda di dichiarazioni “ad momentum” della famiglia Ciontoli) d’essere stato in bagno al momento dello sparo. Sparo? Ci fu uno sparo? Lo sentirono tutti, nel palazzo, ma per la famiglia Ciontoli era caduto solo qualcosa, forse un pettine…perché non chiamare il 118 subito e salvare il ragazzo? Se si vuole ammazzare una persona nella vasca da bagno, si spara alla spalla? Quei giudici hanno sentenziato sul nulla, inutile girarci attorno.

Lasciamo le mille contraddizioni di questo caso, per concentrarci sulla sentenza d’Appello: i giudici non hanno sbagliato, hanno semplicemente accertato che non c’era dolo eventuale, di nessun tipo, perché non hanno trovato un movente serio per il quale si uccide una persona. Non avendolo trovato, hanno concluso che s’è trattato di una fatalità, uno scherzo finito male…chissà che cosa…ma che Ciontoli (quale?) non aveva assolutamente voluto uccidere Vannini.
Omicidio colposo commesso da un incensurato: fatevi i conti, e la condanna è quella, compresa l’omissione di soccorso.
Ripeto: se andiamo a cercare le contraddizioni, in questo caso, non ne troviamo solo una, il caso Vannini è la fiera delle contraddizioni, dei falsi, delle confessioni fasulle e quant’altro. Al punto che – ci scommetto mezza corona inglese – la Cassazione farà rifare il processo da capo, se non altro perché, così, prendono tempo. E sperano che la gente dimentichi.

C’è poi la (presunta) appartenenza di Ciontoli ai servizi segreti: qualcuno dice che lo era, altri raccontano che faceva solo le pulizie. In un modo o nell’altro, se viene loro comodo dirti che faceva le pulizie, ti faranno vedere anche lo straccio e lo scopettone.

La questione, però è un’altra: abbiamo assistito ad un’iperbole di casi nei quali, a sparare, è sempre un “tutore” dell’ordine. Poi, ci sono coloro che sparano perché hanno un permesso per detenere un’arma (quasi) da guerra con la scusa del tiro sportivo. E ci sono, poi, quelli che hanno un’arma non dichiarata e la tengono nascosta.

Questi ultimi, quando sparano, si prendono pure il possesso d’arma abusivo, che se è da guerra giunge a 9 anni di reclusione. E quelli che l’hanno regolarmente denunciata?
Qui, Houston, abbiamo un problema.

Chi possiede un’arma con regolare licenza, deve dimostrare d’avere dimestichezza con le armi ed una situazione psichica equilibrata. Cosa, che, nel tempo, può cambiare: Houston, abbiamo un secondo problema. Non avessi visto con i miei occhi un istruttore di tiro a segno del poligono, portato via in fretta e furia dai Carabinieri mentre tentava di “interloquire” con la ex moglie di fronte alla scuola del figlio: subito dopo un bel ricovero in psichiatria ed una perquisizione con un camioncino di armi sequestrate. Meno male che era un istruttore, chissà gli “allievi”!

In qualche modo, chi usa in modo dissennato un’arma che gli è stata concessa “sulla fiducia” in uso, tradisce un impegno preso con la collettività. Chi, invece, veste una divisa ne tradisce due: il primo per il dissennato uso dell’arma – che può essere anche la semplice leggerezza o sbadataggine – e il secondo verso la collettività che l’ha istruito, addestrato ed ha avuto fiducia in lui.

Perciò – caro ministro Bonafede – in sede di riforma della legge penale, non vedrei male se fossero aggiunti un paio di commi nei reati di sangue commessi con armi da fuoco.

Xy) Nel caso che il soggetto abbia usato un’arma regolarmente denunciata per delinquere, la pena è aumentata di 1/3.
Xybis) Nel caso che il soggetto, il quale abbia usato l’arma per delinquere sia un militare, un appartenente ai corpi di Polizia (tutti) o una guardia giurata, la pena è aumentata di 2/3.

Vediamo quanti giocano ancora a fare il G-man nel bagno di casa farfugliando fra una pistola e un’altra?

Piccola o Grande Giustizia?
Forse sono vecchio, e non capisco più la logica di certe riforme.
La Giustizia è “intasata” da milioni di procedimenti minori, per i quali si procede fino alla Cassazione come se fossero tutti delitti come la strage di Piazza Fontana.
La figura del pretore è stata abolita per far posto al Giudice di Pace, che – nonostante il titolo aggraziato – non sembra che riesca a pacificare molto.
Osservate di cosa si occupava il vecchio pretore, giudice (parzialmente) monocratico fino al 1989:
-Cause civili (diritto civile) di valore limitato (via via aumentato nel tempo sino a 50.000.000 di lire, che oggi corrisponderebbero a poco più di 25.000 euro)
-Processo del lavoro (diritto civile) per qualsiasi importo;
-Procedimenti per convalida di licenza o sfratto (diritto civile);
-Azioni possessorie (diritto civile);
-Provvedimenti d'urgenza (diritto civile);
-Tutela ambientale (diritto penale);
-Tutela della salute (diritto penale);
-Reati puniti con la pena della reclusione sino a tre anni, oppure con le pene della multa, dell'arresto o della contravvenzione
-Infortuni sul lavoro;
-Infortuni stradali.

Il giudice monocratico dava origine a dei problemi: se sbagliava?
Sull’altro versante, toglieva alla Magistratura la miriade di piccoli procedimenti (gli incidenti stradali, ad esempio) che, purtroppo, sono ancora tanti, più le mille liti di condominio che finiscono con una denuncia. Gli italiani sono veramente perversi in questo frangente: anni fa, un giudice fu “eversore” quando – trovandosi a giudicare un furto di tre trappole per topi – s’offerse di chiudere la faccenda pagando, di tasca propria, il danno: tremila lire, 1,5 euro.

Una revisione del concetto del Pretore – magari togliendogli la possibilità di comminare pene corporali – ed ammodernando il concetto, con un giudice monocratico di grado superiore per dirimere i ricorsi, potrebbe funzionare.
La Magistratura potrebbe così funzionare più celermente, e non si può – come oggi avviene – archiviare tantissimi eventi non considerandoli “degni” d’avere giustizia, perché così avviene. Il primo filtro lo fanno i Carabinieri, sconsigliando la denuncia – andrà per le lunghe, non otterrà niente, il magistrato archivierà, è solo una perdita di tempo, ecc – ed il secondo lo opera il magistrato stesso, archiviando in serie migliaia di ricorsi.
Magari erano cose di poco conto, ma da una cosa di poco conto trascurata nascono altre questioni, di ben altra gravità: se il tizio che si vede rubare serialmente le trappole per topi, non avendo riscontro, s’incazza e prende a bastonate il ladro? E se questo, per vendetta, tira fuori la doppietta? Si va fino in Cassazione.

Sorprende il numero di reati, molti di sangue, contro le donne nei casi di divorzio et similia: moltissimi vengono archiviate per la pochezza degli indizi. Le forze di polizia non hanno quasi peso, e soprattutto è la Magistratura a non consentirlo, pena l’imputazione di “lesa maestà”. Così le situazioni degenerano, senza che nessuno se ne interessi.

Forse, la figura del giudice-califfo del diritto islamico non è così campata in aria, basta – ovviamente – cambiare il corpus giuridico di riferimento. Eppure, a mio avviso, una figura intermedia fra la “grande” Magistratura ed i piccoli reati andrebbe riconsiderata, altrimenti si crea una palude di non-giustizia dalla quale, per forza di cose, nascono poi i reati gravi.

Ci sono molte forme di questo diritto “minore”, in Europa – in Svizzera, ad esempio – ed in Gran Bretagna, dove sono addirittura dei giudici onorari (semplici avvocati) a dirimere gli incidenti stradali senza vittime. Rivedere la figura del Giudice di Pace? Può essere, ma qualcosa bisogna pur fare.

Armi? E quali?
Vuoi sparare? Oh, bene. Vuoi un’arma da guerra? Ok: basta rimuovere il funzionamento automatico (cioè la raffica) e ti diamo tutto quello che desideri, anche un Kalashnikov, anche il fucile che usarono quelli della Uno Bianca. Tutto in vendita: basta garantire “sanità mentale”, ovvia competenza sulle armi, e sono tuoi!
Forse, bisognerebbe darsi una calmata, ma gli “sparatori” sono voti, e dunque…

Bisogna altresì riconoscere – e, questo, Michael Moore mi pare che l’abbia abbondantemente dimostrato nel suo “Bowling to Columbine” – che l’uso improprio delle armi per uccidere non dipende tanto dalla facilità del premere il grilletto, quanto sulle condizioni sociali, psichiche ed ambientali della persona che ha l’arma in mano. Nel film, si dimostrava che a Chicago c’erano non so quanti morti sparati il giorno, mentre sull’altra sponda del lago Michigan (canadese) avveniva un fatto di sangue ogni tot anni. Una voragine di differenza. Ma erano le condizioni sociali ad essere una seconda voragine di differenza.

Detto questo, qualche provvedimento bisogna pur prenderlo. Anche qui, mi rivolgo al tempo che fu.
Nelle case di un secolo fa, era quasi normale avere, appesa al muro, una doppietta da caccia: era un fatto normale, e nessuno se ne meravigliava. Quando l’UE decise d’uniformare le leggi comunitarie in fatto di armi, trovò molte resistenze nell’area francofona – Francia e Belgio, soprattutto – perché l’abitudine ad avere l’arma da caccia in casa era quasi una tradizione. Oggi, hanno anch’essi una bella legge europea che gli ha lasciato solo il fucile ad elastici.

Si accoppia, spesso, il concetto di “arma” con quello di “difesa”, mentre nella realtà le armi che vengono concesse in uso con l’apposita licenza, sono armi da “offesa”. Ossia, si concede qualcosa che renda possibile uccidere qualsiasi aggressore si faccia avanti: la sfida deve finire con un morto, comunque vada. Sfida all’OK Corral oppure niente.
E così, le armi corte sono tutte in calibro 7,65 oppure 9 (non Parabellum): armi fatte per uccidere. Insomma, nel confronto fra il ladro e la vittima uno dei due deve morire, non ci sono alternative.
Con l’aggravante che, se la vittima spara ed uccide colpendo il ladro alla schiena, la Magistratura può incolparlo di eccesso di legittima difesa: a pensarci bene, non è poi tanto campato in aria. Mi sta sull’anima il mio vicino, lo invito in casa mia per discutere, poi…

Il problema è allora quello di fermare l’aggressore possibilmente senza ucciderlo: ferirlo? Meglio due feriti che un morto, recita il proverbio. Già, ma le armi uccidono. Non tutte.
Senza andare a cercare armi futuristiche, nel nostro passato troviamo un’arma che è perfetta per la difesa, con scarsissime possibilità (vedremo dopo) di uccidere. Un’arma che era comune fino a qualche decennio or sono, e che oggi è praticamente sparita.

Si tratta del fucile Flobert, dal nome del suo inventore, Nicolas Flobert. Si tratta di un fucile da caccia “in miniatura”, ossia con canna da 9 mm liscia (invece di 12) ed un munizionamento poco potente, in grado di fornire una scarica di pallini (o una palla) nel raggio di 15-20 metri. Veniva usato per il tiro “delle signore” o per sparare al tiro a segno in ambienti chiusi.
Era il fucile da caccia per i ragazzi – da non confondere con l’aria compressa – e veniva usato per sparare ai tordi, ai passeri…anche perché più in là non arrivava: poca distanza, pochi pallini, bersagli piccoli…
Usando il solo munizionamento a pallini, uccidere una persona è praticamente impossibile: solo per gli occhi è veramente pericoloso, ma negli occhi anche un proiettile delle carabine ad aria compressa (quelle consentite) è fatale, anche un sasso lanciato con una fionda, una freccia…e poi…se proprio qualcuno entra di notte in casa vostra, mi pare che qualche rischio se lo deva prendere.

Sotto l’aspetto della difesa, invece, quest’arma fornisce quello che serve: una rosa di pallini che penetrano la pelle, ma non vanno oltre. E’ poco di più di una scarica a sale, ma di quelle che fanno un male cane e fanno subito passare la voglia di giocare al Far West.
Limitando le cartucce ai soli pallini da caccia, magari con funzionamento semiautomatico ed un caricatore a 5 colpi, com’era per i “sovrapposti” da caccia, quest’arma sarebbe utilissima per la difesa personale e potrebbe essere concessa in libera vendita. Con quell’arma e quel munizionamento, si creerebbe un deterrente per i “ladri della grondaia”, gli scassinatori di villette, ecc, che saprebbero di dover affrontare sicuramente una persona armata. Dite voi: così vanno sicuramente con una 357 Magnum. Perché, non ci vanno lo stesso? Tenete presente che il vecchio Flobert, con la sua scarica di pallini da caccia, nei 10-15 metri è micidiale. L’unico a bestemmiare, dopo, sarebbe il chirurgo, con tutti quei pallini da togliere…

Vi potrà sembrare una filippica sterile: però, l’alternativa?
- Lasciare le persone completamente indifese;
- Dotarle di armi potenti e pericolose, soprattutto per se stessi e per i loro familiari.

Insomma, ci sono molti capitoli da rivedere nel sistema giudiziario italiano, ed il più importante non sono forse le armi, ma la rapidità della giustizia: ne uccide più il tempo che la spada! Vero Bonafede?

25 marzo 2011

Non se ne poteva più…



21 Aprile
A malincuore, alla fine, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è stato costretto ad approvare la Risoluzione 1973bis: sono stati giorni d’attesa e di batticuori, ma la decisione era oramai nell’aria, inevitabile.
Fino all’ultimo, l’ambasciatore italiano all’ONU ha sperato in un veto da parte degli Stati Uniti, ma le ultime notizie sull’ammontare del debito americano – e, soprattutto, l’irritazione di Pechino per la dichiarata insolvibilità di quel debito, che la vede principale creditrice – hanno condotto all’astensione il rappresentante statunitense, che ha lasciato il Palazzo di Vetro senza rilasciare dichiarazioni. La risoluzione ha visto dunque 13 voti favorevoli, 1 astenuto ed un voto contrario (Trinidad &Tobago).
A Roma, nei palazzi della politica, la consegna è di non rilasciare dichiarazioni: lo stesso rais Berlusconi è asserragliato con i suoi fedelissimi nel bunker antiatomico di Palazzo Grazioli.
La risoluzione istituisce una no fly zone sui cieli italiani, fin quando il rais Berlusconi non lascerà il potere: questo è, sostanzialmente, il succo della decisione.
D’altro canto, dopo il rifiuto di lasciare la poltrona di Presidente del Consiglio a seguito della condanna per sfruttamento della prostituzione, la decisione era nell’aria e, la politica italiana – totalmente asservita al capataz di Arcore – non era più in grado di reagire autonomamente. Da qui, l’intervento dell’ONU.
Nella risoluzione, sono circostanziate le ragioni della decisione e, soprattutto, i timori: si ricorda la brutale repressione del dissenso interno (cita espressamente Genova e la Caserma Diaz) con l’aggravante della giustizia mai applicata nei confronti dei colpevoli, per quella che viene definita dall’ONU “macelleria di stampo nazista”.
I timori, invece, riguardano la “chiamata alle armi” del Ministro Bossi: ai primi movimenti di valligiani, che hanno cominciato a scendere dalla Val Camonica e dalla Val Brembana armati di fucili da caccia, l’ONU ha preferito non porre più indugi.
La Risoluzione 1973bis è molto elastica – hanno dichiarato la Cina e il Brasile, che sembrano i Paesi più determinati a farla rispettare – ed il comando delle operazioni è stato concordato nell’isola di Aruba, nel territorio del Venezuela. Gli aerei della coalizione, che useranno le basi francesi, tunisine, libiche e nell’ex Jugoslavia, saranno forniti da 29 Nazioni, dall’Algeria alla lontana Nuova Zelanda. La Francia – obtorto collo – è stata costretta ad aprire le sue basi agli aerei della coalizione.
La domanda che si pongono gli italiani, attoniti, è: il rais di Arcore, se ne andrà spontaneamente oppure resisterà?

22 Aprile
La giornata s’è aperta con una notizia che ha lasciato attonite le massaie italiane, le tante che – di prima mattina – avevano appena acceso la Tv per il meteo: due aerei hanno lanciato dei missili su un convoglio di resistenti che scendevano dalla Val Brembana verso Bergamo. Nel tratto fra Branzi e San Pellegrino Terme, due (forse tre, ma c’è incertezza sul terzo missile) missili hanno centrato un convoglio di resistenti, appartenenti ad un’etnia molto vicina al Ministro Tremonti. I danno sono rilevanti: alcune BMW dei tipi X4, X5 ed X6 sono state completamente distrutte, insieme ad una Porsche Cayenne ed alcune AUDI. Non ci sono, per ora, notizie di vittime, giacché – fortunatamente – il convoglio era in sosta per fare rifornimento.
Qualcuno s’è stupito che gli aerei della coalizione, partiti da Marsiglia – due Sukhoi cinesi – si siano spinti così in profondità ed abbiano rilevato il bersaglio con gran precisione: altri affermano che, il fumo dei barbecue accesi dai resistenti, sia stato notato oppure rilevato dai sensori di bordo. Alcuni degli insurgents sono stati, in ogni modo, accompagnati all’ospedale di Bergamo per il grave shock subito.
Da parte del rais, nessun commento, mentre la seduta per un voto di fiducia al governo è stata rimandata a data da destinarsi, “causa eventi bellici”. Il portavoce Bonaiuti non ha aggiunto altro.
Il portavoce del Partito del Governo – Capezzone – ha invece inveito contro “la vigliacca aggressione subita dai cittadini della Val Brembana, che stavano recandosi a Roma per difendere il legittimo Governo uscito dalle urne e voluto dagli italiani.”
Nel pomeriggio, il fatto più grave.
Alle ore 15.23, otto miglia nautiche al largo di Ancona, la motonave “Maurizia” – iscritta al Registro Navale di Taranto – è stata centrata da un missile antinave lanciato da un velivolo e si è incendiata. Non ci sono ancora notizie precise, ma pare che vi siano delle vittime. In ogni modo, la coalizione ha autorizzato la partenza di mezzi di soccorso da Ancona per soccorrere i naufraghi, ma non l’invio di elicotteri: su questo punto, la risoluzione è chiara, “nessuna attività aerea”.
Il Governo Italiano – per bocca del Ministro La Russa – ha denunciato la “vile aggressione, che travalica il mandato della risoluzione”, aggiungendo che l’Italia “non si piegherà alle inconsistenti richieste dell’ONU”, ritenendole “un’indebita intromissione negli affari interni di uno Stato sovrano”.
Fonti della coalizioni hanno invece sostenuto – mostrando fotografie scattate da velivoli e mappe satellitari – che la motonave aveva imbarcato armi portatili, missili spalleggiabili antiaerei ed anticarro nel porto di Brindisi ed era diretta a Venezia, per consegnarle al concentramento di “Veneto Libero” – la formazione paramilitare comandata da Mario Borghezio – in partenza per Roma, per soccorrere il “governo del fare”.

23Aprile
Già nella notte, i decolli si sono susseguiti dagli aeroporti della Corsica, della Provenza e del litorale croato: destinazione, bombardare le milizie che assicurano, dal Nord, la sopravvivenza politica del rais.
Sono state colpite le aree di concentramento dei “Volontari della Libertà” a Varese, Bergamo, Brescia, Treviso, Vicenza e Mestre. I danni sono ingenti.
Non è stato confermato il ferimento (qualcuno avanzava, addirittura, l’uccisione) del “generale” Salvini, comandante del raggruppamento “Madunina”, mentre il leader Bossi è già segnalato in Svizzera: pare che abbia passato il confine già nella notte.
A Roma, fonti vicine al rais hanno riferito risposte spavalde, della serie: “non saranno certo quattro missili a fermare il Governo voluto dagli italiani e sorretto dalla volontà delle riforme, il Governo del fare”.
Ma, nel pomeriggio, una forza anfibia s’è presentata di fronte ad Anzio ed ha sbarcato una divisione corazzata, la quale sta già dirigendosi verso Roma, senza incontrare resistenza.

24 Aprile
Dopo i bombardamenti sulle aree di concentramento delle milizie lealiste nel Nord, la coalizione ha preso di mira un’area che nessuno riteneva d’importanza militare: la zona di Ansedonia e di Capalbio.
Velivoli decollati dalla Corsica hanno colpito alcune abitazioni – tutte, al momento, disabitate – nell’area: sono andate completamente distrutte le lussuose ville[1] del presidente della Repubblica Napolitano, di Pancho Pardi, Giuliano Amato, Piero Fassino, Claudio Petruccioli…
Un gruppo di velivoli s’è poi diretto a Sud, dove ha distrutto altre abitazioni dei VIP a S. Severa (Ciampi), Martinafranca (Violante), Ravello (Brunetta)…
Contemporaneamente, altri velivoli decollati dalla portaerei Vikrant hanno colpito le ville del Sud, dalla Puglia a Pantelleria, fino al massiccio attacco che ha completamente distrutto la più famosa villa del rais italiano: Villa Certosa, in Sardegna.
Stranamente, per questi attacchi non c’è stata nessuna veemente reazione del Governo e del rais, che rimane asserragliato nei sotterranei di Palazzo Grazioli.
Voci non confermate, però, affermano che – dopo la distruzione di un patrimonio immobiliare valutato oltre un miliardo di euro – il rais abbia deciso di trattare, anche perché il mandato delle coalizione non concede limiti territoriali per colpire le sue proprietà immobiliari. Pare che il suo avvocato, Al-Ghedini, lo abbia informato dei rischi che corrono le sue ville nei Caraibi.

25 Aprile
Ogni attività di governo, da parte del rais Berlusconi, è cessata: lo shock per la perdita di gran parte del patrimonio immobiliare dei politici italiani – di destra e di sinistra – ha condotto, nella notte, a febbrili incontri, che hanno condotto alla resa.
Lo stesso conducator è probabilmente fuggito a bordo prima di un’auto, poi sul panfilo del figlio Piersilvio. Molto probabilmente, nella notte ci sono stati incontri fra l’infaticabile sottosegretario Gianni Letta ed il generale Nalandam Raijv Khan – comandante della 4° divisione indiana sbarcata ad Anzio – per stipulare un accordo che ponesse fine alle attività militari e, quasi certamente, contenesse una clausola per consentire la fuga del rais. Il quale, sembra scomparso nel nulla, ne ha dato notizia Enrico Letta, che accompagnava lo zio Gianni all’incontro.
Indiscrezioni, sembrano indicare che sarà instaurato un governo di coalizione che preluderà a nuove elezioni: in soli quattro giorni, l’Italia è stata finalmente liberata dal rais che la opprimeva da almeno vent’anni.
Il popolo italiano, da oggi, può guardare al futuro con nuova (!) fiducia.


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