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08 febbraio 2019

Un po’ di Giustizia? Sarebbe ora…


E’ passata la Finanziaria, migranti ne arrivano pochissimi, le elezioni europee sono ancora lontane…non sarebbe ora di metter mano ai tanti problemi che una pletora d’incompetenti corrotti ha seminato, per decenni, nel Paese? Ci riferiamo alle varie “riforme” che furono emanate dagli stessi parlamentari che si riunirono, in seduta ufficiale, per decidere se Ruby Rubacuori fosse la nipote del Faraone.
L’attuale governo ha promesso una revisione dell’impianto della giustizia penale…certo, va bene…ma non vi pare che tutto il “pianeta” Giustizia richieda urgenti misure? Possiamo permetterci il lusso di tre stadi decisionali, quando lo scotto da pagare è la vita umana? Ossia, a volte la giustizia civile supera la vita umana? Proporrò tre casi, uno civile e due penali, poi decidete voi, esprimendo quel che pensate.

Calende greche
Nel 2000 ci fu una riforma della scuola, la riforma Berlinguer. Nella riforma, erano previsti accorpamenti di personale: c’era ancora personale scolastico delle Province e dei Comuni, che passarono nei ruoli statali. La riforma, come qualsiasi riforma scritta dai politici, non va a spiluccare su particolari che sembrano ovvi e, soprattutto, dopo se ne dimentica. Nel caso, ritennero ovvio che quel personale conservasse l’anzianità di servizio e fosse inquadrato nei ruoli statali. E’ una questione secondaria, se vogliamo, ma utile per comprendere cosa può essere la Giustizia se lasciata libera di pascolare.

Qualcuno interpretò i vari commi in modo diverso… un capoverso non chiaro una virgola che sembra affermare o negare…ibis, redibis non morietur in bello…(ricordate?) e quelle persone si videro sparire, ai fini della retribuzione, decine d’anni d’anzianità. C’erano anche altre questioni normative aperte (per il personale docente) ma non voglio complicare troppo le cose.
Dopo un paio d’anni, nei quali lasciarono la cosa nella mani dei sindacati, quei disgraziati capirono cos’era il sindacato ed iniziarono i ricorsi per via giudiziaria. Credendo che fosse facile.
Pur essendo tutto personale scolastico, furono costretti ad altrettanti procedimenti individuali, perché le norme chiarivano che il “lavoratore” si rivolgeva Giudice del Lavoro, magari in associazione con altri, ma sempre al giudice naturale, ossia per competenza territoriale. Le cose stavano e stanno così: fidatevi (la class action è un’altra cosa).

Migliaia di cause, decine d’avvocati, altrettanti magistrati, l’Avvocatura dello Stato…un costo per la collettività che non so nemmeno quantificare…i risultati? Semplice: secondo l’interpretazione del singolo giudice, il segretario  di Milano vinceva, mentre il bidello di Bergamo perdeva…e quindi ricostruzioni di carriere, altre tonnellate di carta, migliaia di ore di discussioni…poi i ricorsi in Appello, anche qui chi vince e chi perde, infine la Cassazione, che sembra dare ragione ai dipendenti, ma in modo non tanto chiaro, un cerchiobottismo sbiadito? Sì, qualcosa del genere. Rimandano le sentenze in Corte d’Appello, che devono correggere le precedenti sentenze, ma qualcuna di esse s’oppone, e dunque la Cassazione dovrà nuovamente pronunciarsi. Nel 2019. A quasi vent’anni dall’inizio del procedimento.

Ora, vi chiedo di sgombrare per un attimo la mente da quello che avete letto e di porvi la domanda: si tratta di una questione di giustizia o di uno psicodramma andato a male? La gran maggioranza parte di quelle persone è andata in pensione, tanti sono già deceduti, eppure la giustizia continua, imperterrita, a sfornare sentenze che saranno appellate…rimandi in sede europea – dove si sono pronunciati in modo chiaro, dando ragione ai lavoratori, ed in modo più sfumato verso la Magistratura italiana con un: ma siete matti?!? – eppure i vari governi hanno continuato a biascicare di capitoli di bilancio, di ricorsi, sentenze passate in giudicato…
E chissà quante di queste situazioni sono tuttora in discussione nelle sedi giudiziarie! Per un incidente stradale, un muro crollato, un licenziamento, un’invalidità, un mancato pagamento, eccetera, eccetera…

Il delitto Calabresi
Il giorno dopo quel delitto – e lo ricordo bene – lessi il Corriere della Sera che chiariva “…l’omicida era presumibilmente un professionista, giacché aveva sparato nel momento nel quale il commissario infilava le chiavi nel cruscotto per avviare l’autovettura: circostanza ben conosciuta dai killer professionisti, perché in quell’attimo la concentrazione è “attratta” completamente dal gesto”.
Non sono un criminologo né un killer, perciò lascio la responsabilità di quell’articolo al giornalista.

Sapete come andò a finire: 4 a 3, ossia 7 pronunciamenti con 4 verdetti di colpevolezza e 3 assoluzioni, l’ultimo di colpevolezza: possiamo essere certi che i fatti si sono svolti proprio come la corte ha poi deciso? 4 a 3, come Italia-Germania? Non è una partita di calcio, ci sono delle vite, delle persone che si vedono la vita distrutta…possiamo tirare un sospiro di sollievo e dire: sì, è stata fatta giustizia?

Vigeva già il nuovo codice di procedura penale, nel quale non era più prevista l’assoluzione per insufficienza di prove.
Un procedimento che vide “risvegli” di “gole profonde”, addirittura sentenze generate su piani viari non più in vigore (le piantine stradali, i sensi unici, ecc)…ma così fu.
Senza farsi fuorviare da sentimenti di parte, la domanda che pongo è: l’uomo (ossia il giudice) è sempre in grado di fornire una risposta a queste vicende, “oltre ogni ragionevole dubbio” (come nel diritto anglosassone)? Senza girarci tanto attorno: siamo sempre in grado d’interpretare nel modo esattamente coerente alla realtà dei fatti, tramite le procedure processuali, un sequenza di atti?

Oh, certo: la pubblicistica ci ha mostrato che è possibile. Il commissario Maigret, Sherlock Holmes, Hercules Poirot e miss Marple ci riescono sempre…però la pena di morte, lo sappiamo per certo dalle confessioni in punto di morte dei veri assassini, è stato eseguita almeno una decina di volte su persone innocenti negli USA. Così è stato anche in Italia, con scarcerazioni molto tardive d’ergastolani innocenti.

Carlo Lucarelli, in una trasmissione televisiva di molti anni fa, presentò – in compagnia di un suo (presumo) amico commissario di Polizia – una serie di casi insoluti e, il commissario, ripercorse le indagini evidenziando gli errori commessi nelle procedure d’indagine: leggerezze, convinzioni affrettate, semplici dimenticanze.
Anche in questo caso, c’è un parallelismo con la pubblicistica: un conto è svolgere indagini “a caldo” – magari con un questore alle spalle che ha fretta e ti accende la miccia sul sederino – un altro con tutta la calma necessaria. Simenon costruiva in parallelo la vicenda, e Maigret – si può dire – era già “presente” al momento dello sparo.

Poi, se volete uno spassionato parere personale, ritengo che nei corpi di polizia italiana regni un’assoluta dabbenaggine, leggerezza, panciafichismo e menefreghismo all’ennesima potenza: di più, riflettiamo che siamo la sola nazione europea ad avere dei militari con compito di polizia giudiziaria sul territorio.

Per questa ragione, le procedure investigative andrebbero meglio studiate e precisate, ed anche la procedura penale andrebbe rivista e, soprattutto, velocizzata nei tempi, che non possono essere più accettati come quelli di Matusalemme: a dirla tutta, anche i magistrati dovrebbero essere messi di fronte a tempistiche precise, da rispettare.
E’ inutile che blaterino tanto sui femminicidi, se fra gli atti di violenza e la data d’inizio del processo passano tre anni (capitato ad una mia conoscente)!

Marco Vannini
L’omicidio di questo ragazzo, anche se è profondamente diverso, m’ha ricordato il caso Cucchi. Perché?
Poiché negli atti c’è la medesima volontà di non voler guardare una realtà distorta, incongruente, e tuttavia lapalissiana.
Nessuno – ancora oggi, dopo il pronunciamento della Corte d’Appello – ha mai affrontato il vero problema di questo caso: chi sparò? Perché furono trovate dalla Polizia Scientifica più tracce di polvere da sparo combusta sul figlio di Antonio Ciontoli, Federico? Il quale ha negato persino (nella ridda di dichiarazioni “ad momentum” della famiglia Ciontoli) d’essere stato in bagno al momento dello sparo. Sparo? Ci fu uno sparo? Lo sentirono tutti, nel palazzo, ma per la famiglia Ciontoli era caduto solo qualcosa, forse un pettine…perché non chiamare il 118 subito e salvare il ragazzo? Se si vuole ammazzare una persona nella vasca da bagno, si spara alla spalla? Quei giudici hanno sentenziato sul nulla, inutile girarci attorno.

Lasciamo le mille contraddizioni di questo caso, per concentrarci sulla sentenza d’Appello: i giudici non hanno sbagliato, hanno semplicemente accertato che non c’era dolo eventuale, di nessun tipo, perché non hanno trovato un movente serio per il quale si uccide una persona. Non avendolo trovato, hanno concluso che s’è trattato di una fatalità, uno scherzo finito male…chissà che cosa…ma che Ciontoli (quale?) non aveva assolutamente voluto uccidere Vannini.
Omicidio colposo commesso da un incensurato: fatevi i conti, e la condanna è quella, compresa l’omissione di soccorso.
Ripeto: se andiamo a cercare le contraddizioni, in questo caso, non ne troviamo solo una, il caso Vannini è la fiera delle contraddizioni, dei falsi, delle confessioni fasulle e quant’altro. Al punto che – ci scommetto mezza corona inglese – la Cassazione farà rifare il processo da capo, se non altro perché, così, prendono tempo. E sperano che la gente dimentichi.

C’è poi la (presunta) appartenenza di Ciontoli ai servizi segreti: qualcuno dice che lo era, altri raccontano che faceva solo le pulizie. In un modo o nell’altro, se viene loro comodo dirti che faceva le pulizie, ti faranno vedere anche lo straccio e lo scopettone.

La questione, però è un’altra: abbiamo assistito ad un’iperbole di casi nei quali, a sparare, è sempre un “tutore” dell’ordine. Poi, ci sono coloro che sparano perché hanno un permesso per detenere un’arma (quasi) da guerra con la scusa del tiro sportivo. E ci sono, poi, quelli che hanno un’arma non dichiarata e la tengono nascosta.

Questi ultimi, quando sparano, si prendono pure il possesso d’arma abusivo, che se è da guerra giunge a 9 anni di reclusione. E quelli che l’hanno regolarmente denunciata?
Qui, Houston, abbiamo un problema.

Chi possiede un’arma con regolare licenza, deve dimostrare d’avere dimestichezza con le armi ed una situazione psichica equilibrata. Cosa, che, nel tempo, può cambiare: Houston, abbiamo un secondo problema. Non avessi visto con i miei occhi un istruttore di tiro a segno del poligono, portato via in fretta e furia dai Carabinieri mentre tentava di “interloquire” con la ex moglie di fronte alla scuola del figlio: subito dopo un bel ricovero in psichiatria ed una perquisizione con un camioncino di armi sequestrate. Meno male che era un istruttore, chissà gli “allievi”!

In qualche modo, chi usa in modo dissennato un’arma che gli è stata concessa “sulla fiducia” in uso, tradisce un impegno preso con la collettività. Chi, invece, veste una divisa ne tradisce due: il primo per il dissennato uso dell’arma – che può essere anche la semplice leggerezza o sbadataggine – e il secondo verso la collettività che l’ha istruito, addestrato ed ha avuto fiducia in lui.

Perciò – caro ministro Bonafede – in sede di riforma della legge penale, non vedrei male se fossero aggiunti un paio di commi nei reati di sangue commessi con armi da fuoco.

Xy) Nel caso che il soggetto abbia usato un’arma regolarmente denunciata per delinquere, la pena è aumentata di 1/3.
Xybis) Nel caso che il soggetto, il quale abbia usato l’arma per delinquere sia un militare, un appartenente ai corpi di Polizia (tutti) o una guardia giurata, la pena è aumentata di 2/3.

Vediamo quanti giocano ancora a fare il G-man nel bagno di casa farfugliando fra una pistola e un’altra?

Piccola o Grande Giustizia?
Forse sono vecchio, e non capisco più la logica di certe riforme.
La Giustizia è “intasata” da milioni di procedimenti minori, per i quali si procede fino alla Cassazione come se fossero tutti delitti come la strage di Piazza Fontana.
La figura del pretore è stata abolita per far posto al Giudice di Pace, che – nonostante il titolo aggraziato – non sembra che riesca a pacificare molto.
Osservate di cosa si occupava il vecchio pretore, giudice (parzialmente) monocratico fino al 1989:
-Cause civili (diritto civile) di valore limitato (via via aumentato nel tempo sino a 50.000.000 di lire, che oggi corrisponderebbero a poco più di 25.000 euro)
-Processo del lavoro (diritto civile) per qualsiasi importo;
-Procedimenti per convalida di licenza o sfratto (diritto civile);
-Azioni possessorie (diritto civile);
-Provvedimenti d'urgenza (diritto civile);
-Tutela ambientale (diritto penale);
-Tutela della salute (diritto penale);
-Reati puniti con la pena della reclusione sino a tre anni, oppure con le pene della multa, dell'arresto o della contravvenzione
-Infortuni sul lavoro;
-Infortuni stradali.

Il giudice monocratico dava origine a dei problemi: se sbagliava?
Sull’altro versante, toglieva alla Magistratura la miriade di piccoli procedimenti (gli incidenti stradali, ad esempio) che, purtroppo, sono ancora tanti, più le mille liti di condominio che finiscono con una denuncia. Gli italiani sono veramente perversi in questo frangente: anni fa, un giudice fu “eversore” quando – trovandosi a giudicare un furto di tre trappole per topi – s’offerse di chiudere la faccenda pagando, di tasca propria, il danno: tremila lire, 1,5 euro.

Una revisione del concetto del Pretore – magari togliendogli la possibilità di comminare pene corporali – ed ammodernando il concetto, con un giudice monocratico di grado superiore per dirimere i ricorsi, potrebbe funzionare.
La Magistratura potrebbe così funzionare più celermente, e non si può – come oggi avviene – archiviare tantissimi eventi non considerandoli “degni” d’avere giustizia, perché così avviene. Il primo filtro lo fanno i Carabinieri, sconsigliando la denuncia – andrà per le lunghe, non otterrà niente, il magistrato archivierà, è solo una perdita di tempo, ecc – ed il secondo lo opera il magistrato stesso, archiviando in serie migliaia di ricorsi.
Magari erano cose di poco conto, ma da una cosa di poco conto trascurata nascono altre questioni, di ben altra gravità: se il tizio che si vede rubare serialmente le trappole per topi, non avendo riscontro, s’incazza e prende a bastonate il ladro? E se questo, per vendetta, tira fuori la doppietta? Si va fino in Cassazione.

Sorprende il numero di reati, molti di sangue, contro le donne nei casi di divorzio et similia: moltissimi vengono archiviate per la pochezza degli indizi. Le forze di polizia non hanno quasi peso, e soprattutto è la Magistratura a non consentirlo, pena l’imputazione di “lesa maestà”. Così le situazioni degenerano, senza che nessuno se ne interessi.

Forse, la figura del giudice-califfo del diritto islamico non è così campata in aria, basta – ovviamente – cambiare il corpus giuridico di riferimento. Eppure, a mio avviso, una figura intermedia fra la “grande” Magistratura ed i piccoli reati andrebbe riconsiderata, altrimenti si crea una palude di non-giustizia dalla quale, per forza di cose, nascono poi i reati gravi.

Ci sono molte forme di questo diritto “minore”, in Europa – in Svizzera, ad esempio – ed in Gran Bretagna, dove sono addirittura dei giudici onorari (semplici avvocati) a dirimere gli incidenti stradali senza vittime. Rivedere la figura del Giudice di Pace? Può essere, ma qualcosa bisogna pur fare.

Armi? E quali?
Vuoi sparare? Oh, bene. Vuoi un’arma da guerra? Ok: basta rimuovere il funzionamento automatico (cioè la raffica) e ti diamo tutto quello che desideri, anche un Kalashnikov, anche il fucile che usarono quelli della Uno Bianca. Tutto in vendita: basta garantire “sanità mentale”, ovvia competenza sulle armi, e sono tuoi!
Forse, bisognerebbe darsi una calmata, ma gli “sparatori” sono voti, e dunque…

Bisogna altresì riconoscere – e, questo, Michael Moore mi pare che l’abbia abbondantemente dimostrato nel suo “Bowling to Columbine” – che l’uso improprio delle armi per uccidere non dipende tanto dalla facilità del premere il grilletto, quanto sulle condizioni sociali, psichiche ed ambientali della persona che ha l’arma in mano. Nel film, si dimostrava che a Chicago c’erano non so quanti morti sparati il giorno, mentre sull’altra sponda del lago Michigan (canadese) avveniva un fatto di sangue ogni tot anni. Una voragine di differenza. Ma erano le condizioni sociali ad essere una seconda voragine di differenza.

Detto questo, qualche provvedimento bisogna pur prenderlo. Anche qui, mi rivolgo al tempo che fu.
Nelle case di un secolo fa, era quasi normale avere, appesa al muro, una doppietta da caccia: era un fatto normale, e nessuno se ne meravigliava. Quando l’UE decise d’uniformare le leggi comunitarie in fatto di armi, trovò molte resistenze nell’area francofona – Francia e Belgio, soprattutto – perché l’abitudine ad avere l’arma da caccia in casa era quasi una tradizione. Oggi, hanno anch’essi una bella legge europea che gli ha lasciato solo il fucile ad elastici.

Si accoppia, spesso, il concetto di “arma” con quello di “difesa”, mentre nella realtà le armi che vengono concesse in uso con l’apposita licenza, sono armi da “offesa”. Ossia, si concede qualcosa che renda possibile uccidere qualsiasi aggressore si faccia avanti: la sfida deve finire con un morto, comunque vada. Sfida all’OK Corral oppure niente.
E così, le armi corte sono tutte in calibro 7,65 oppure 9 (non Parabellum): armi fatte per uccidere. Insomma, nel confronto fra il ladro e la vittima uno dei due deve morire, non ci sono alternative.
Con l’aggravante che, se la vittima spara ed uccide colpendo il ladro alla schiena, la Magistratura può incolparlo di eccesso di legittima difesa: a pensarci bene, non è poi tanto campato in aria. Mi sta sull’anima il mio vicino, lo invito in casa mia per discutere, poi…

Il problema è allora quello di fermare l’aggressore possibilmente senza ucciderlo: ferirlo? Meglio due feriti che un morto, recita il proverbio. Già, ma le armi uccidono. Non tutte.
Senza andare a cercare armi futuristiche, nel nostro passato troviamo un’arma che è perfetta per la difesa, con scarsissime possibilità (vedremo dopo) di uccidere. Un’arma che era comune fino a qualche decennio or sono, e che oggi è praticamente sparita.

Si tratta del fucile Flobert, dal nome del suo inventore, Nicolas Flobert. Si tratta di un fucile da caccia “in miniatura”, ossia con canna da 9 mm liscia (invece di 12) ed un munizionamento poco potente, in grado di fornire una scarica di pallini (o una palla) nel raggio di 15-20 metri. Veniva usato per il tiro “delle signore” o per sparare al tiro a segno in ambienti chiusi.
Era il fucile da caccia per i ragazzi – da non confondere con l’aria compressa – e veniva usato per sparare ai tordi, ai passeri…anche perché più in là non arrivava: poca distanza, pochi pallini, bersagli piccoli…
Usando il solo munizionamento a pallini, uccidere una persona è praticamente impossibile: solo per gli occhi è veramente pericoloso, ma negli occhi anche un proiettile delle carabine ad aria compressa (quelle consentite) è fatale, anche un sasso lanciato con una fionda, una freccia…e poi…se proprio qualcuno entra di notte in casa vostra, mi pare che qualche rischio se lo deva prendere.

Sotto l’aspetto della difesa, invece, quest’arma fornisce quello che serve: una rosa di pallini che penetrano la pelle, ma non vanno oltre. E’ poco di più di una scarica a sale, ma di quelle che fanno un male cane e fanno subito passare la voglia di giocare al Far West.
Limitando le cartucce ai soli pallini da caccia, magari con funzionamento semiautomatico ed un caricatore a 5 colpi, com’era per i “sovrapposti” da caccia, quest’arma sarebbe utilissima per la difesa personale e potrebbe essere concessa in libera vendita. Con quell’arma e quel munizionamento, si creerebbe un deterrente per i “ladri della grondaia”, gli scassinatori di villette, ecc, che saprebbero di dover affrontare sicuramente una persona armata. Dite voi: così vanno sicuramente con una 357 Magnum. Perché, non ci vanno lo stesso? Tenete presente che il vecchio Flobert, con la sua scarica di pallini da caccia, nei 10-15 metri è micidiale. L’unico a bestemmiare, dopo, sarebbe il chirurgo, con tutti quei pallini da togliere…

Vi potrà sembrare una filippica sterile: però, l’alternativa?
- Lasciare le persone completamente indifese;
- Dotarle di armi potenti e pericolose, soprattutto per se stessi e per i loro familiari.

Insomma, ci sono molti capitoli da rivedere nel sistema giudiziario italiano, ed il più importante non sono forse le armi, ma la rapidità della giustizia: ne uccide più il tempo che la spada! Vero Bonafede?

13 ottobre 2018

Il caso Cucchi: uno scoglio per il governo

L'arresto di Roberto Savi (Uno bianca)

Dopo tante lotte, dopo aver sopportato ogni sorta d’ingiurie, il caso Cucchi s’avvia a conclusione con (si spera) una punizione esemplare per i colpevoli. Ciò non esaurisce, né sconfessa, il comportamento dei vari attori politici della vicenda i quali, nel corso degli anni, hanno sempre teso a minimizzare la portata di quella morte, come se il “corpus” di Stefano Cucchi, giacché tossicodipendente, non appartenesse all’universale umano degli “Habeas Corpus”, come recita il noto principio giuridico inglese che data all’oramai lontano 1215, con alterne “interpretazioni”, ma presente da secoli nel Diritto degli Stati democratici.
Perché la cosa coinvolge il governo?

Perché, se da un lato c’è stato pieno appoggio ad Ilaria Cucchi – “con questo governo”, ha dichiarato – dall’altra le dichiarazioni di Salvini sembrano quelle di una persona stitica, che non ce la fa a riconoscere la realtà degli eventi. E si sforza, pur imbellettando le sue dichiarazioni di confessioni retoriche – “un’esigua minoranza dei tanti donne e uomini che vestono una divisa…” – quando un atto di coraggio sarebbe senz’altro più consono per rimediare ciò che disse in passato: “in ogni caso, io sto sempre dalla parte di Polizia e Carabinieri”.

Non voglio sobillare frizioni nel governo, né me lo auguro, però quando di mezzo c’è la vicenda – e la vita stroncata in malo modo – di una persona, bisognerebbe avere più coraggio, come quello che si dimostra nei “litigi” internazionali. Ma, domandiamoci, perché – dopo innumerevoli ammazzamenti “in divisa” mai puniti – proprio oggi si giunge ad un risultato?
Perché l’aria è cambiata? E da cosa è cambiata?

Dall’inveterato, sempre presente, andazzo italiota: è un “burino”, un “cafone”, un “pezzente”, “villano”…oggi si aggiunge “drogato”, “perduto”, “borderline”…e l’affare è fatto, ossia li possiamo ammazzare impunemente.
Non starò a raccontare le mille malefatte degli “uomini in divisa” – che non sono proprio un’esigua minoranza – e mi soffermerò un momento sul fatto più eclatante, più terribile di questa storiacce: la Uno Bianca. Perché?

Poiché quella vicenda mostra la sufficienza, la sottovalutazione, fino alla quasi complicità in quegli atti che – è bene ricordare – durarono dal 1987 al 1994: sette anni di sangue costati come una piccola “battaglia”, con un bilancio di 24 morti e 102 feriti. Nessuno s’accorse di niente di quel che capitava fra l’Emilia e la Romagna? Eppure, c’erano – sin dall’inizio – indizi che saltavano agli occhi anche ad un cieco.

Ma quando mai, nelle vicende di malavita nostrana, si nota che il calibro usato è il 5,56 Nato? E’ come metterci una firma. E nessuno se n’accorge, per ben 7 anni!
Perché vi racconto tutto questo?
Poiché i calibri consentiti dalla legge per l’uso civile sono, generalmente, il 7,62 il 6,35, il 22 (short e long range) e poco altro.
I calibri “riservati” ai militari erano invece il 9 “lungo”, il 7,62 e, oggi, il 5,56: perché questa differenza?


Per mantenere “divisi” i due mondi: quello di chi uccide per mestiere da quello di chi deve giustificare, di fronte ad un giudice, i suoi atti.

Ma, Roberto Savi possiede ben due Beretta AR 70/90, che ha avuto un po’ di difficoltà a comprare poiché la Polizia non è più una Forza Armata da molto tempo ed anche perché la Beretta non vende sul mercato civile il suo fucile mitragliatore, se non in una versione semi-automatica (cioè non può sparare a mitraglia) con soli 5 colpi nel caricatore. Questa arma era in dotazione alla Polizia, ma Roberto Savi riesce ad acquistarle come privato proprio perché è un poliziotto.
Chi acquista un’arma del genere deve riempire moduli su moduli, ed erano comunque poche le armi in circolazione di questo tipo: oggi, invece, da Gennaio 2018 è possibile acquistarla, così non ci sarà più la linea di demarcazione sancita dal calibro, fra mondo militare e mondo civile (si fa per dire…)
Potrete comprarvi un bel fucile d’assalto e…farci il tiro a segno. Con quell’affare, costruito per ammazzare persone nel modo più rapido possibile.

Perché salta l’omertà che circonda la banda? Perché qualcuno s’incazza giacché dei poliziotti rapinano le banche, ammazzando senza pietà?
No, perché commettono l’errore di uccidere dei “colleghi”, i tre Carabinieri di ronda al Pilastro.

Cosa sarà successo? I Carabinieri si saranno un po’ incazzati…e avranno minacciato d’indagare senza troppe pastoie…e allora…si fa un accordo.
Noi non indaghiamo e voi ce li prendete.
Detto fatto: un giovane magistrato di Rimini incarica due graduati (Polizia di Stato) di provata fedeltà e capacità, i quali consultano gli elenchi dei possessori di un Beretta AR 70/90 e…il “gioco” finisce. Dopo ben 7 anni.
Ultima notizia: un appartenente alla banda, Marino Occhipinti, colpevole d’omicidio, è stato scarcerato nello scorso Gennaio perché il direttore del carcere l’ha giudicato “pentito”. I parenti delle vittime hanno storto il naso, e non solo quello.

Dopo questa vicenda, e dopo Uva, Rasman, Aldrovandi…e tutti gli altri…oggi scoppia la pentola ed i Carabinieri parlano.
Pare, quasi, un percorso inverso rispetto ad altre nazioni.

Come tutti sapranno, i “bobbies” – i famosi agenti di quartiere inglesi – per decenni hanno girato disarmati. Solo un manganello. Oggi, non più: la giustificazione è il terrorismo, mentre la vera questione è un taglio di bilancio. I bobbies, quando capitava qualcosa di più di un ubriaco od una semplice lite, chiamavano via radio la squadra armata che stazionava in questura. Troppo spreco: pigliati ‘sta pistola e vai.
Ciò avveniva, in Italia, anche per i vigili urbani, che erano armati solo se ne facevano richiesta, e molti non si prendevano la responsabilità di un’arma. Ne conobbi parecchi negli anni ’70: qualcuno disarmato, altri con una piccola 6,35 in un taschino della giacca.
Poi, per “armarli” si usò un metodo tutto italiano: negli anni ’80, diedero un “bonus” mensile di 60.000 lire a chi girava armato. Chiaro che tutti si comprarono una pistola.

E scomparve, anche da noi, la separazione fra chi si dedicava a compiti d’ordine pubblico “soft” (vigili urbani) e chi invece era un “uomo con la pistola” conclamato e, dalle BR in poi, anche una mitraglietta.
Oggi, ci ritroviamo con un milione di “tutori dell’ordine” sul modello americano: la cosa stupefacente è che, ad esempio negli ospedali e nelle stazioni, il servizio viene sempre di più affidato a “vigilantes” esterni con compiti di ordine pubblico. I quali sovrintendono alla sicurezza del personale (la cosiddetta “sicurezza interna”), mentre non c’è più tutela e lavoro investigativo nei luoghi dove è più facile intercettare reati: negli ospedali, sui treni, ecc.

In parole povere, abbiamo nuovamente una “guardia pretoriana” che deve rispondere, in primis, ai suoi datori di lavoro, che non sono i cittadini, bensì il potere dominante. Nulla che non sapevamo.
Per questa ragione c’è lo spregio delle leggi: poiché si sa che, comunque, qualcuno coprirà le tue malefatte. In cambio della solita formula: “Fedeltà: pronta, cieca ed assoluta”.

Ne è un esempio lampante quello della Lunigiana (1), dove alcune caserme vissero per anni in un regime di pieno spregio delle istituzioni repubblicane, laddove dei magistrati che li indagavano si diceva: “Il pm Iacopini deve morire. E male anche”.

Per queste, ed altre ragioni, è importante dare un segnale forte, del tipo:

“Per i reati di minacce, violenza e tortura è previsto, se commesso da personale dei servizi di tutela dell’ordine (Polizia, Carabinieri, Agenti di Custodia), oltre che la sospensione dal servizio ed il licenziamento se accertato il dolo, l’aumento della pena di un terzo.”

Se non riusciamo a riportare all’interno dei limiti costituzionali il personale delle Forze dell’Ordine, avremo mancato ad un preciso principio costituzionale, ossia che l’indagato non è colpevole fino all’emissione di precisi atti dell’autorità giudiziaria nei suoi confronti e, anche in quel caso, la sua incolumità personale deve essere tutelata.

Solo così la morte di Stefano Cucchi non sarà avvenuta invano: non sono d’accordo per intitolare una via a Stefano Cucchi: meglio un provvedimento legislativo, che sarà ricordato per sempre come “Legge Cucchi”. Avremo così pagato un debito, per la sua breve e tormentata vita.

Non scordiamolo mai: uno stato di diritto non può comprendere atti di giustizia al di fuori di quelli emanati da una sentenza, con tutte le riserve per l’errore umano ma, comunque, sempre meglio delle botte o delle pistole ficcate in bocca per spaventare.
Non siamo la Gestapo e non vogliamo diventarlo: chi ha orecchie per intendere, intenda, e scriva il comma che abbiamo proposto. Se ne ha il coraggio.

22 dicembre 2016

Anis Amri: Berlino, camion, pistolettate, coltellate ed ammennicoli vari...

Tutti i corsivi sono fedelmente riportati dal “Fatto Quotidiano” di oggi, 21 Dicembre: ho soltanto inserito i puntini di sospensione laddove ho tolto il superfluo.
Fatevi un’idea se questo non è il “perfetto attentatore” che uccide a pistolettate il povero camionista polacco dopo averlo ampiamente accoltellato (ma, se ha una pistola, perché accoltellarlo?!?) per poi lanciarsi sulla folla col grido di “Allah Akbar” sulle labbra e poi fuggire, gabbando la Reichpolizei e tutti i “cittadini volontari” che danno una mano così, tanto per giocare a Sherlock Holmes. Mentre un pakistano qualunque fungeva da “bandiera ombra” e prendeva in giro tutti: Polizei, Interpol e cittadini onesti.
Il 1° Reggimento della Reichpolizei “Standarte” – adesso – lo arresterà dopo furiosi combattimenti sulla Unter den Linden, sottraendolo quindi al linciaggio da parte di 5.000 tedeschi alti, biondi e ariani che intonavano lo “Horst Wessel Lied” brandendo martelli ed accette.
Ah, dimenticavo: prima di scendere dal camion, Anis infila il proprio certificato di espulsione sotto il sedile del camion. Non si sa mai: e se avesse incocciato in un poliziotto stupido?
E’ una storia incredibile, dalle fondamenta al tetto: giudicate voi.

Amri è arrivato in Italia a febbraio del 2011...Quando venne identificato, dichiarò di essere minorenne e dunque fu trasferito in un centro di accoglienza...Dopo qualche mese di permanenza...il tunisino ha partecipato a danneggiamenti nel centro...Diventato nel frattempo maggiorenne, è stato processato e condannato a 4 anni, scontati prima a Catania, poi nel carcere Ucciardone di Palermo dove si è contraddistinto per comportamenti violenti...

Eh, il buon giorno si vede dal mattino...si vede subito quando uno è preparato a diventare il “massacratore dei mercatini”...

Dal carcere è uscito nella primavera del 2015, ma non è tornato libero: nei suoi confronti è infatti scattato un provvedimento di espulsione. Anis Amri è stato così portato in un Centro di identificazione ed espulsione in attesa del riconoscimento da parte delle autorità tunisine, obbligatorio per poter procedere al rimpatrio. Il riconoscimento, però, non è mai arrivato e, trascorsi i termini di legge, al ragazzo è stato notificato un provvedimento di allontanamento dall’Italia. A quel punto Amri avrebbe effettivamente lasciato il paese per andare in Germania. L’Italia comunque inserì nella banca dati Sis, il Sistema di informazione Schengen...

Acciderbolina! Temevamo che l’appuntato Iaruzzizzi avesse dimenticato d’inserirlo nel sistema informativo...se si era dimenticato...azzi suoi!

Lo sottolineano fonti investigative qualificate ricordando che sia la notizia della condanna sia il provvedimento di espulsione sia le note relative ai comportamenti tenuti in carcere dal tunisino sono state condivise nel sistema europeo.

Meno male: se non c’era la condivisione, le vittime di Berlino sarebbero rimaste per sempre degli zombie...ma se è condiviso, beh, allora...

Una volta in Germania, il tunisino non poteva essere espulso perché non erano mai arrivati dalla Tunisia i documenti per il riconoscimento...

Già: violenti e ammazzi...ma se non arrivano i documenti per il riconoscimento...nessuno ci può fare niente...eh, così vanno le cose nel Grosse Reich, mica siamo in Italia...

Solo oggi, sono arrivati i documenti che servivano per la pratica di espulsione dal Paese.

Meno male, temevamo che non gli potessero ritirare la carta d’identità.

Era stato indagato perché sospettato di preparare attentati contro lo stato, ha aggiunto il ministro dell’Interno...

Bruscolini, bruscolini...su, non fate i complottisti, credete alla Reichpolizei...non c’erano i documenti che dovevano arrivare dalla Tunisia: avete capito?

In Germania...era stato fermato per la prima volta il 30 luglio a Friedrichshafen con un falso documento d’identità italiano...e dall’aprile 2016 risulta “tollerato”. Dopo...due giorni in carcere a Ravensburg, era stato rilasciato e aveva dichiarato di vivere nel centro di accoglienza di Emmerich, vicino alla cittadina Kleve, nella regione del Nord-Reno Westfalia. Prima, aveva fatto domanda di asilo, ma la sua richiesta era rimasta in sospeso perché già conosciuto dalla polizia.

Beh, se la polizei lo conosce...è tutto più facile, no? Uno che è conosciuto per “preparare attentati contro lo stato” viene rilasciato sulla parola, così, come un ragazzotto che ha rotto un vetro...convincente, no?

...a Berlino, la polizia inizia a sorvegliarlo “da marzo a settembre”...sospetto dei servizi federali che Amri stesse preparando “un furto per finanziare l’acquisto di armi automatiche” da usare in “un attentato”... suo coinvolgimento “in piccolo traffico di droga”... senza rintracciare elementi che potessero “sostanziare” l’allarme... Per questo a settembre la sorveglianza venne sospesa...

Bello quel “da marzo a settembre”...si sorveglia in primavera e in estate, perché in autunno e in inverno si va in letargo...

Insomma, il nostro è sospettato di attentati contro la sicurezza dello stato, traffico d’armi, spaccio di droga, d’appartenere a reti internazionali di terrorismo, preparazione di attentati...ma non si può arrestarlo, perché non si sa chi è.
Certo, bisogna riconoscere che la Reichpolizei è scaduta di brutto: se ben ricordo, a Stammheim le cose andarono un po’ diversamente...qualcuno ricorda Andreas Baader ed Ulrike Meinhorf?
L’unica cosa che mi viene in mente, tornando a quegli anni, è la figura di Pietro Valpreda – perfetto nella parte di chi seminava bombe – condannato (poi liberato, poiché riconosciuto innocente) per la strage di Piazza Fontana.
Che i tedeschi, per una volta, abbiano imparato da noi?

11 luglio 2016

Brutta storia



I cinque poliziotti uccisi a Dallas – Dallas? Curioso, vero? – rappresentano uno spartiacque da molto tempo mai più oltrepassato. Dai tempi delle Pantere Nere? O dalla rivolta di Sand Creek? Forse. Il presidente nero si limita a commentare “Tutte le persone imparziali dovrebbero essere preoccupate”, e non ci sentiamo di dargli torto, ma riecheggiano ancora, nelle nostre orecchie, le parole di Malcolm X pronunciate all’indomani dell’assassinio di John F. Kennedy: “La violenza che i Kennedy non sono riusciti a calmare ha finito per rivolgersi loro contro”. Purtroppo, nemmeno a questa riflessione riusciamo a dar torto. E si torna a Dallas.

Eppure, qualche segnale, qualche sforzo per cambiare c’era stato, come quando la Guardia Nazionale accompagnò fra i banchi della recalcitrante università dell’Alabama gli studenti neri: la scena è riportata nel film “Forrest Gump”, e molti altri film come “La calda notte dell’ispettore Tibbs” cercarono di “rieducare” un popolo che non vuole e non riesce a comprendere dove finisce la propria libertà ed inizia quella altrui.
Le pistole sono solo il triste epilogo di un pensiero mai evoluto, mai interiorizzato completamente: pur essendo presente un vigoroso patriottismo, l’americano medio, nei suoi sogni proibiti, desidererebbe ogni giorno una bella prateria, solo per lui, con relativi indiani da prendere a fucilate.
La vicinanza lo urta, le mode lo condizionano – se fumate in una strada di una qualsiasi città degli USA, la gente si scansa – soffrono il prato del vicino di casa perché meglio rasato, la macchina nuova del cognato…sono un popolo prigioniero dei media – che devono veicolare consumi – i quali sono decisi dalle lobbies, alle quali basta corrompere poche centinaia di parlamentari per raggiungere i loro obiettivi.

Non volevo parlare di armi, ma togliamoci il sassolino dalla scarpa. I due ingredienti: una costituzione del ‘700 – vergata quando la gente portava naturalmente la spada al fianco – e la fortissima American Rifle Association la quale, ogni volta che si deve votare sulle armi, paga qualche parlamentare e la legge va nel cestino. Cosa cambia se una pistola te la consegnano solo dopo una settimana (Stato di New York)? La moglie l’ammazzi dopo.

Il problema non è qui, come ha spiegato esaurientemente Michael Moore. Il problema è accettare il “diverso” da te, impedire che nascano plotoni di “giusti” e di “diversi”, “Ragazzi della via Pal” che si sparano.
I neri, in America, li hanno portati gli americani stessi: qui c’è una enorme differenza con l’Europa. Per noi si tratta di un fenomeno nuovo: se seminassimo un po’ di bombe in meno, se non distruggessimo gli habitat naturali (le strade, in Ciad, sono disseminate di residui della raffinazione dell’Uranio: leggi AREVA, capisci FRANCIA), se non riducessimo i fiumi a delle cloache ove gettare gli scarti del petrolio (vedi Nigeria, compagnie petrolifere, ENI in testa) forse, la gente non scapperebbe.
Finché non abbiamo realizzato un bel gioco a “RISIKO” in Siria, i siriani stavano a casa loro, in Libia (sotto “il despota” Gheddafi) nascevi con la pensione (o reddito di cittadinanza che dir si voglia) ed era, per reddito pro-capite, la seconda nazione africana, dietro il Sudafrica.
Quindi, chi è senza colpe scagli la prima pietra.

Gli americani, di colpe, ne hanno un intero mazzo. Prendetevene una vista, ma è solo l’antipasto: di queste foto, ce ne sono a decine, e tanto è successo prima dell’invenzione della  fotografia:





Come si uscì da quell’abisso di turpitudine?
Con la promessa, in parte esaudita dal 1960 in poi, d’aprire le porte dell’American Dream anche ai neri. Perché?
Poiché l’alternativa sarebbe stata un ruzzolone non verso una guerra civile, bensì verso la guerriglia senza quartiere fra il KKK ed i Black Panthers. Per questa ragione i neri entrarono nelle Università americane, finì la discriminazione razziale nell’istruzione e nel welfare: per non passare ai massacri a 2, 3, poi 4 cifre. Per giunta endemici: come disse Mao-Tse-Dong, “Il potere passa nella canna del fucile”, e Dio sa quanto è vero!
Cos’è successo oggi?

Il neo-liberismo imperante ha richiesto la chiusura dell’American Style of Life: troppo costoso, che si adattino alla paga minima sindacale, 6 dollari e pochi centesimi l’ora, così i profitti delle Major crescono, le azioni pure ed esporremo in pianta stabile il toro a Wall Street.
I risvolti sociali? Cavoli dei governi, e della Guardia Nazionale. Se vogliamo trovare riscontri in Europa, cavoli dei governi nazionali, l’Europa tira dritto e non si tocca.
Così avvenne: la famosa middle class, la spina dorsale degli USA, iniziò ad essere intaccata dal basso: sempre più americani lasciarono le casette col prato, con la scritta “For sale”. Crollo del mercato immobiliare, come in Italia.

Dopo tanti anni di corsa verso l’integrazione, però, non furono solo più i neri degli slums a pagare il prezzo: una bella fetta di bianchi fini sulla strada, bianchi certificati, WASP in piena regola che campavano coi sussidi statali o le Charities delle fondazioni.
Al contrario, neri “rampanti” s’erano arricchiti ed erano saltati oltre la siepe: Obama ne è una prova, avvocato di grido prima di diventare presidente.
Risultato: io, bianco purissimo, discendente dei Padri Pellegrini, faccio il poliziotto con una paga da fame, che non mi consente certo il reddito del commerciante nero, del medico nero, dell’avvocato nero. Eppure, quello è nero. Giuro che il primo bastardo nero che mi capita sotto, e muove solo un’unghia, lo ammazzo.
Altrimenti, non si spiega la mattanza di neri da parte della polizia americana: c’è il solito odio sotto, quella del mio prato perduto, della mia prateria svanita, della vita di merda che faccio al posto di quella che m’avevano promesso, che hanno avuto i miei genitori.

Qui c’è un parallelo con l’Europa: il tizio che ha ammazzato il nero perché aveva reagito all’insulto (scimmia!) non era certo un banchiere od un capitano d’industria. Viveva in mezzo ai campi in una baracca, e non conosceva i motivi della fuga di Emanuel dall’Africa – ed era inutile spiegarglieli, perché non li voleva capire! – dato che la percezione del sottoproletario è questa, già Marx scriveva dell’incapacità di essere “classe” (o gruppo, unione, ecc) dell’Umproletariat. Il limite dei sottoproletario è proprio quello di non saper riconoscere altri sottoproletari come lui: questioni di razza, religione e colore della pelle lo confondono.

Un altro aspetto, comune alle due sponde dell’Atlantico, è la sostanziale impunità della quale godono le forze cosiddette dell’ordine. In America, pistola elettrica per immobilizzare: quindi, colpo da 357 Magnum in testa per finire il lavoro. In Italia, niente armi da fuoco: bastano le botte ad ammazzare la gente, come nei casi Uva, Cucchi, Aldrovandi…poi la caserma Diaz, chiaro esempio di depistaggio e di insabbiamento.
Per i politici è necessità primaria mantenere la fedeltà delle forze cosiddette dell’ordine: stralciati dalle riforme pensionistiche, favoriti nell’assegnazione delle case popolari e perdonati se alzano troppo le mani. Quando ci scappa il morto, partono i depistaggi e gli attacchi contro magistrati “persecutori”.
Insomma, basta che non rompano i maroni e ci difendano, poi, se ammazzano qualche “tossico” (così definito dal loro alfiere Giovanardi), si perdonano…i nostri padroni non vogliono grane.  
E i padroni del vapore, come la pensano?

I grandi capi (ovunque siano, fate voi) hanno, fra di loro, un dissidio permanente – se riesco a fregarti un pezzo di prato, di banca, di fabbrica, di mercato o d’Ucraina quello è mio, e ci godo – ma una percezione della vita univoca: inizia con il gonfiore alla natica destra, dove tengono il portafogli, e termina con il culo della escort, che hanno pagato, e dunque è merce anch’esso. Una conferma.
Gli altri?

Sono soltanto i destinatari della merce, quella cosa che ti fa guadagnare soldi per il prato, la Ferrari e tutto il resto. A ben vedere, non c’è gran differenza di pensiero fra un sottoproletario ed un iper-capitalista: entrambi reagiscono ad istinti primari, che devono semplicemente soddisfare i loro bisogni. Non hanno alcuna percezione di spazi comuni, perché il mondo termina all’esterno del loro corpo (al più la famiglia, naturale o mafiosa) e dunque sono portati a disinteressarsene.

Ammazzano i neri? E chissenefrega! Ammazzano i bianchi? E chissenefrega! Ammazzano gli Utu? E chi cazzo sono ‘sti Utu?
Il mestiere della politica – che entrambi non riescono a comprendere – è quello, paradossale, di far sopravvivere il loro mondo, che permette il grande Monopoli di un euro il pezzo di profitto. E’ il capitalismo bonario dei Kennedy, di Obama, di Prodi e Berlusconi, di papa Francesco…e di tutti i “buonisti” della terra.
I quali riescono a spacciare questo sistema come “accettabile” fin quando si ammazzano 100.000 persone. Abbastanza lontane che nessuno possa accorgersene, se non di striscio. Dai, c’è la finale degli Europei, c’è il motomondiale, zitto e mosca.

Poi, un giorno qualsiasi, spunta un Micah Xavier Johnson qualunque con il suo fucile d’assalto di ex combattente in Afghanistan ed ammazza 5 poliziotti bianchi. La polizia lo ammazza e, nei giorni seguenti, uccide altri neri.
Per gli uomini di Wall Street non cambia nulla: e chi è mai Micah Xavier Johnson? Come va il titolo di Unilever? E quello della Mac Donnel Douglas? E allora…dammi cinque!
Non sono addestrati a capire, solo ad eseguire.
Gli uomini di governo, in versione “pompiere”, si danno un gran daffare a spedire messaggi nell’etere. Era uno sbandato! Non era legato a nessuna organizzazione! Un cane sciolto! Già, vero.

Non si rendono conto che, in una società come quella americana, Micah Xavier Johnson è già un idolo per i disperati neri, per i quali trovare un ferrovecchio che spara è più facile che, per noi, trovare una bottiglia di birra vuota ai lati di una strada. Quanti decideranno di non farsi più ammazzare in silenzio, per soddisfare le turbe psichiche dei poliziotti frustrati?

I politici?
Non hanno più il potere di far spendere qualche spicciolo in più per mostrare che esistono, per fare in modo d’allargare le maglie, e permettere che un poco di ricchezza in più calmi le acque. Non c’è più la ricchezza di un tempo (per ragioni geopolitiche) e nemmeno la speranza di procurarsela limando le unghie ai profitti: Wall Street nega. In questo, c’è un parallelismo inquietante fra USA ed Europa: il liberismo detta l’agenda, gli altri obbediscano.

Quindi?
In entrambe le sponde dell’Atlantico, il vero problema si chiama liberismo. Non è possibile che, in questa grave situazione, l’indice di Gini (che misura la disparità di ricchezza all’interno delle popolazioni) continui ad aumentare nella direzione di ancor maggiore disparità: ricchi ancora più ricchi e poveri ancora più poveri.
Negli USA, per un fatto singolare – la gran diffusione di armi – tale processo può condurre a mattanze senza fine, ad una situazione di scontro latente: molto dipenderà dal nuovo presidente, perché la Clinton o Trump hanno ricette molto diverse, ed è inutile fare previsioni. Anche se, come scrivevamo poco sopra, il margine di manovra della politica è veramente esiguo.
In Europa è la dissoluzione dell’UE il segnale precipuo: una dissoluzione oramai conclamata che porterà Olanda, Grecia, Svezia…poi tutti gli altri in coda. Ma non risolverà il problema, perché attinente ad altre cause. I vecchi stati nazionali sono ancora più deboli.

Solo una redistribuzione della ricchezza, ed una bella “calmata” sulle velleità imperiali, potrà far virare la nave verso nuovi lidi. In un caso o nell’altro, il capitalismo è spacciato: può scegliere fra una lunga agonia (in mano ai “buonisti”), oppure un colpo alla testa (con le ricette degli iper-liberisti). Altre alchimie non esistono.
Ci vorrebbero teste pensanti per immaginare il futuro, ma non ne esistono più, o molto rare e zittite. I passi da fare sarebbero di portata epocale, e la Storia non si ferma ad attendere chi rimugina senza scegliere.
Semplicemente, lo macina: servirà come concime per nuove società. Così è sempre stato, e così sarà.

26 gennaio 2016

Meno male che non è Supercar!


Capisco che, nel tritacarne dell’informazione, tutto fa brodo: domani crollerà una torre in Valacchia proprio sopra un supermercato e dopodomani un caimano si mangerà un bambino in Florida, di notizie per stupire ce ne sono sempre. Anche l’ultimo amore di Belen, oppure un gol fantasmagorico che ci farà rimpiangere Maradona...però...che un’Audi gialla scorrazzi per una settimana sulle strade (anche contromano in autostrada!) del Nord-Est è una notizia, non una bufala inventata per chissà quali scopi. La prossima volta, i banditi useranno una Lotus viola a pallini gialli: chissà se riusciranno ad individuarla? Magari anche una cinquecento a scacchi rosa e blu...ma lo sono o lo fanno? Nessuno dei due: semplicemente, non è una “priorità” prenderli, tutto qui.

Le forze di polizia italiane sono anni luce avanti rispetto ai loro colleghi europei: non stanno a correre dietro a questa stupidaggini...e va beh, è solo andata contromano per 150 km (causando, indirettamente, un incidente mortale), poi è sparita...saranno stati alieni in visita...non fateci caso...
Sono molto europeisti: avete letto il Trattato di Lisbona? Il nostro compito è stato chiarito – sottoscritto e vidimato dal parlamento italiano – ossia il controllo della popolazione. Se ci resta tempo – ci hanno detto – fate qualche abboccamento con i mafiosi per dire loro di star bravi che tutto va bene, che non si preoccupino – piuttosto, pensino al eventuali prossime elezioni, a star pronti – e poi date la caccia ai ragazzi che hanno uno 0,01% di alcol in più nel sangue: i genitori pagano le salatissime multe (Lo Stato ha sempre bisogno...) e poi, di corsa alle autoscuole a rifare tutto, così i proprietari delle autoscuole sono tranquilli e ci votano (confidenza raccolta personalmente da un proprietario di autoscuola nel 2001: “Berlusconi ci ha promesso qualcosa, lo voteremo tutti”). Difatti, venne la patente a punti, i controlli a tappeto...e tutto il resto.
Ma la pochezza delle forze dell’ordine italiane ha altre ragioni, più vecchie e ferocemente radicate.

Fino agli anni ’70, le metodologie del crimine quasi non esistevano: tutto funzionava grazie alla bravura o meno (più spesso) di qualche commissario – ricordiamo i casi Fenaroli/Ghiani, il caso Molteni, ecc –ovviamente pronto a cancellare tutto se arrivava una telefonata “importante”. La famosa telefonata a Milano, per dire che Ruby era la nipote di Mubarak, faceva parte di quel copione: anzi, Berlusconi fu “beccato” perché usò un copione desueto, fuori tempo massimo.
Poi, vennero gli anni di piombo.

La polizia italiana – anche perché si trattò di questioni interne, nelle quali s’inserirono il fior fiore dei servizi segreti d’ogni parte del mondo (Mossad, CIA, M6, KGB, ecc), ciascuno perseguendo i propri scopi – brancolava nel buio. Clamoroso il caso del borgo di Gradoli: nessuno pensò a “via Gradoli”, poiché via Gradoli era gestito dai servizi italiani – che “oscurarono” qualsiasi indagine verso quel luogo – non a caso si tornò in quella via per incastrare Marrazzo. Nel gran palcoscenico di via Gradoli vanno in scena rappresentazioni a comando: l’altro ieri le BR, ieri i trans e Marrazzo...insomma, una dependance del Bagaglino.
Ma andiamo oltre, queste sono quisquilie.

Vuoi per l’organizzazione delle BR (ma non dimentichiamo le organizzazioni neofasciste), vuoi per il rimestare dei servizi, vuoi per lo stragismo che era lapalissiano che non si dovesse scoprire nessuno... ebbene...le forze di polizia italiane, praticamente, brancolavano nel buio. La Magistratura, invece, annaspava.
Pressati dai politici e da una larga parte dell’opinione pubblica, non sapendo a cosa attaccarsi,  tornarono alla vecchia moda della delazione “premiata”: una pratica che può essere accettata in tempo di guerra, ma che in tempi normali finisce per sconvolgere due cardini importantissimi: la certezza della pena in relazione al reato commesso ed i metodi d’indagine, solamente rivolti ad estorcere confessioni.

La polizia italiana è abituata a risolvere qualsiasi caso con una confessione da parte di un imputato – osservate quanti casi dubbi circolano suo giornali, gente colpevole, poi scagionata, che torna ad essere colpevole per una “soffiata” vera o falsa... –nel caso la confessione non arrivi, si aprono due vie: o l’estorsione coatta o la costruzione ex novo delle prove per un impianto accusatorio.
Tipico di questa, seconda procedura è il caso Barillà (1): l’imprenditore lombardo scambiato per un trafficante di droga. Avere una Fiat Tipo amaranto con tre numeri di targa che coincidevano con quelli di un noto spacciatore gli costò 7 anni, 5 mesi e 25 giorni di carcere. Le prove? Fabbricate, mediante partite di droga “passate” ai confidenti dal Ten. Col. Gritti (poi condannato), mentre il cosiddetto “Cap. Ultimo” arrestava Barillà. Sulla base delle false prove, il magistrato Italo Ghitti confermò l’arresto, ed il resto fu conseguente.

L’estorsione di confessioni con la violenza, invece, è la perversa pratica che ha portato ad innalzare il livello di violenza e d’impunità all’interno degli apparati di Polizia. La scomparsa di ogni freno – giuridico e morale – è quello che ha condotto ai vari casi Cucchi & seguenti & precedenti. Non perché Cucchi (od una altro dei tanti morti ammazzati di botte) dovesse confessare qualcosa, ma perché l’abitudine ad usare la violenza dilaga nelle menti oramai senza freni, dal CPT che diventa un violento luogo di detenzione, dove si usano mezzi di coercizione da Terzo Reich alla sperduta caserma di campagna dei Carabinieri, dove ad una risposta non formulata correttamente secondo la percezione (distorta) di un agente, può arrivarti un pugno.

Le prostitute (ma non solo) fermate per controlli, ad esempio, vengono tranquillamente violentate senza che nessuno perda il posto e senza che vi siano indagini: altro aspetto che fa straripare il senso d’onnipotenza. Se le donne denunciano (2), gli atti vengono secretati: le notizie, sul Web, rimangono per pochi giorni poi, le strutture informatiche delle forze dell’ordine, provvedono a “ripulire”.

In questo quadro di devianza istituzionale, come volete che siano impostate le indagini? D’altro canto, il potere non vuole persone che sappiano indagare, bensì sono graditi quelli che sanno solo picchiare.
Ecco perché un’Audi gialla può scorrazzare per giorni nel Nord-Est della penisola, senza che nessuno trovi il modo di fermarla: s’aspetta la “soffiata”, la delazione, la confessione. Altrimenti? Nulla.

I mezzi? Mancano i mezzi? Tutte balle. Recentemente è stato abolito il 15° raggruppamento elicotteristi di stanza ad Alberga, all’aeroporto Panero (3). Si risparmia! Racconta la Pinotti. Sì...peccato però che l’elicottero è andato a Volpiano (TO) – sede ideale per operare in Liguria, lunga 250 chilometri, con mezzi veloci (sic!) – ma gli uomini...beh qualche carabiniere semplice è stato trasferito...ma il grosso, diciamo una ventina, sono piloti, specialisti, meccanici...sono rimasti al “Panero”. Senza elicottero. Bel risparmio.

La prossima volta arriverà una colonna cammellata dell’ISIS, che partirà da Trieste, passerà per Venezia e poi farà tre volte il giro attorno a Bologna, per quindi scomparire nell’Appennino. Se qualcuno di voi la vede, non pensi che sia un circo in trasferimento, mi raccomando: telefoni al 113 o al 112, sperando che ci sia qualcuno che vi risponda. E che passi l’informazione “a chi di dovere”.