Sinceramente, speravamo che tanto disgusto ci venisse risparmiato. Non entriamo nel merito delle indagini che la Magistratura di Milano sta effettuando sulla vicenda della minorenne marocchina, così prontamente “soccorsa” dal premier e salvata da una probabile accusa di furto. Anche perché la Questura di Milano dovrà, in primis, salvare se stessa da reati quali l’abuso d’ufficio, l’omissione d’atti d’ufficio et similia.
E non basteranno certo le rassicurazioni di un Ministro dell’Interno che sembra sempre di più quello dell’isola di Bananas: anche se telefonasse Dio sceso in terra, ci sono delle procedure da rispettare, e la Questura di Milano ha oggi il fianco scoperto.
La vicenda segue di poco un’altra storia poco chiara: il tentato (furto?altro?) nella casa di Maurizio Belpietro, il direttore di Libero, della quale rimangono solo una marea di dubbi, una serie di colpi sparati non si sa a chi e a che cosa ed un agente trasferito d’ufficio. Mah.
Ciò che invece interessa la cronaca politica di queste settimane è l’attacco – oramai concentrico e sferrato da più parti – a Silvio Berlusconi ed al suo Governo: attacchi, bisogna riconoscere, che non sono certo basati sul nulla, né sono illazioni e neppure montature giornalistiche.
Una vicenda come quella della giovane marocchina – in arte Ruby – che riceve costosi doni in cambio…di…lascia perplessi, anche perché sono coinvolti i soliti noti: Emilio Fede, Lele Mora, la solita ex show girl, ex igienista dentale, attualmente consigliere regionale Nicole Minetti.
Ma chi è mai, questa consigliere regionale ex “velina” della reti Mediaset, per ricevere l’affidamento di una ragazza a dir poco “difficile”, per non dire altro, e sorpresa a rubare?
Una vicenda tutta “familiare” – nella oramai stralunata concezione di “famiglia allargata” della quale Berlusconi s’è circondato – nella quale tutto si risolve con una telefonata all’amico, oppure lasciando fare a personaggi come Bertolaso o Scajola. Pensiamo un po’: il primo doveva ricostruire L’Aquila, il secondo dotare l’Italia di un sistema di produzione elettro-nucleare (sic!). E la monnezza continua ad avanzare.
Potremmo chiudere qui: se la faccenda fosse capitata in Gran Bretagna, il Primo Ministro avrebbe lasciato Downing Street il mattino dopo. Lo stesso sarebbe accaduto in Francia od in Germania: in Germania, un parlamentare si dimise spontaneamente perché riconosciuto colpevole della morte di un automobilista in un incidente stradale da lui provocato. In Italia, gli avrebbero offerto “solidarietà e conforto”.
Ciò che colpisce è che, tutte le vicende che toccano il premier, hanno sempre a che fare con donne, donnine, ragazze e ragazzine. Persino l’inchiesta su Bertolaso – che lo coinvolge solo di striscio – ha il suo strascico nei famosi “massaggi” del Salaria Sport Village. E poi la D’Addario, Noemi Letizia, la stessa “assistente del cavo orale”. Mah.
Qui – di là della propensione all’amore mercenario della classe politica, fatto assodato già ai tempi di Cesare – ci sono alcuni aspetti che meritano qualche approfondimento.
Il primo riguarda le dichiarazioni della ex moglie, Veronica Lario, la quale affermò chiaramente che l’ex marito era una persona malata. Ora, alcuni suoi comportamenti, alcune sue esternazioni sono veramente strane, soprattutto se si considera che è il Capo del Governo.
Ricordo che mi colpì la sera nella quale scese in strada, sotto Palazzo Grazioli, e s’intrattenne a battute e barzellette con un gruppo di giovani (ovviamente, selezionati e “preconfezionati” dal suo entourage) che – nel suo delirio – dovevano rappresentare l’Italia che lo amava, i giovani che lo osannavano. All’opposto di quelli che lo odiavano e gli tiravano statuette del Duomo in faccia.
Nel secondo caso, l’attentatore fu subito presentato come il classico fallito, la barca senza più ancora né ormeggio che vaga, condotta dalla corrente: nel secondo, invece, quei giovani dovevano rappresentare l’Italia “forte ed ottimista”, la quale incontrava, gioiosa, la sua “Guida” che – come ogni sultano illuminato – concede un giorno l’anno per le suppliche dei sudditi.
Fin qui, saremmo nel classico teatro di posa berlusconiano, una depéndance di Mediaset, una troupe esterna per ogni situazione: business is usual. Il problema è capire chi organizza questi eventi.
Storie che oramai rasentano la follia: qui non si tratta di preferenze sessuali, ma d’accompagnarsi a delle minorenni. Sono reati.
Viene il sospetto che personaggi come Emilio Fede e Lele Mora – ma anche la Santanché (ultimamente “molto intima”: gliel’avrà “data”?) oppure il serissimo Letta senior – siano oramai soltanto degli assistenti sociali che circondano il capezzale di un tizio che dà i numeri.
Un uomo che non sembra gradire la compagnia di persone sue pari, bensì intrattenersi con gli elicotteristi per raccontare barzellette blasfeme, oppure invitare per ben due volte in Italia il circo mediatico della “Quarta Sponda” con tanto di cavalli, soldatesse pettorute, sfoggio d’uniformi da circo Barnum e penose cerimonie “d’iniziazione coranica" rivolte a stuoli di giovani hostess reclutate dalle solite agenzie, le quali suscitano più lo sconforto che l’ilarità. Osservando la visita di Gheddafi e tutto l’ambaradan, mi tornava alla mente “Aladin”, il cartone della Disney: “…sono d’oro i suoi mille cammelli…”
Silvio Berlusconi, poi, ogni tanto vola a Mosca e si rifugia nella dacia del “amico” Putin, dal quale ha ricevuto un giaccone ritenuto “scaramantico”, che indossa nelle occasioni ritenute “difficili”. E, tutto sommato – a parte misteriosi “accordi” internazionali (il Ministro degli Esteri sa qualcosa? Esiste?) – di quel che va a fare Berlusconi in Russia poco si sa. Bisognerà chiedere lumi a Scaroni: se lo sa, anche perché il rais dell’ENI – che guadagna milioni di euro l’anno – ha rilasciato una dichiarazione nella quale si domandava che senso avesse tanto brigare per diventare “il più ricco del cimitero”. Forse, l’analista di Scaroni sta facendo un buon lavoro.
Per certi versi la situazione, di Berlusconi e del suo regime da operetta, parrebbe avvicinarsi a quella di un Mussolini (ed al teatrino fascista) al quale presentavano sempre giovani gagliardi e combattive milizie, con una differenza: Mussolini era tutt’altro che rincoglionito. Anche se, quelle lunghe “ipnosi” alle quali, consenziente, si sottoponeva, lo condussero a sottovalutare l’allarme di Badoglio del 1940 (al tempo, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate) – “Eccellenza: non siamo assolutamente pronti per affrontare una guerra” – ed i risultati furono quelli che ben sappiamo.
La condizione attuale di Silvio Berlusconi pare sempre di più quella tratteggiata dalla ex moglie: un uomo che teme il confronto nell’universo maschile e si rifugia nelle mogli/madri/sorelle prezzolate. L’uomo che teme il Parlamento, al punto da non metterci quasi mai piede, che vede nel Presidente della Repubblica il nemico (“padre cattivo”?) pronto a limitarlo, a ferirlo, e allora affitta un castello per portarvi a cena le parlamentari del suo partito.
Donne scelte con cura già all’atto della nomina – l’attuale legge elettorale nomina solo “senatori del Re”, è bene ricordarlo – che mai lo contraddiranno: salvo pochissime eccezioni, non ci sono voci femminili critiche all’interno del PdL.
Un harem od una caserma? In entrambi i casi, ci sembra un problema sempre di più psichiatrico piuttosto che politico.
Se caserma è, non è certo lui il colonnello che riunisce lo stato maggiore: al massimo si “confessa” con i fidi Letta e Bonaiuti, con il servizievole Bondi, col mellifluo Verdini, con il sans papier (poiché oramai senza più ponti alle spalle) La Russa. Oppure s’informa presso i suoi avvocati – Alfano e Ghedini – su come stanno andando le sue infinite vicende processuali.
Il partito, il governo, sono abbandonati a loro stessi: come nel miglior “stile Mediaset", il gran capo non s’interessa a chi acquista le stampanti per gli uffici. L’importante è che, al suo passaggio negli uffici, ogni stampante generi un foglio con la sua immagine sorridente.
E, qui, c’è un secondo punto che merita attenzione.
La querelle che tiene banco in Parlamento riguarda il cosiddetto “lodo Alfano”, ovvero lo “scudo” per proteggere il premier dalle sue mille vicende giudiziarie. Una partita difficile, che in parte lo assorbe ed in parte lo deprime, poiché ogni vicenda dovrebbe essere – nel suo immaginario – fonte di gioia e dovrebbe scaturire naturalmente, come un gentile dono del Cielo per l’Eletto. Siamo alle soglie di un raptus che oscilla, come un pendolo, fra esaltazione e depressione: roba per strizzacervelli, mica per analisti politici.
Ciò che sfugge a Berlusconi – mentre ascolta, annoiato, i resoconti degli avvocati – è che nell’ordinamento italiano non esiste una procedura d’impeachment per il Primo Ministro (esiste qualcosa del genere per il Presidente della Repubblica), poiché la sua destituzione avviene mediate il voto parlamentare. Ma non è detto che, il medesimo risultato, non si possa ottenere per altra via.
Un Berlusconi colpito ogni giorno proprio nella sua sfera privata, risulta un Capo di Governo che non viene più giudicato per il suo operato – lui è bravissimo nel sottrarsi ai giudizi ed a “lasciar parlare” solo l’apparato mediatico – bensì per la sua persona, per quel che rivela d’essere. Dopo anni di tentativi “presidenzialisti”, gli sfugge un particolare: in quei Paesi – visti i loro impianti costituzionale (giusti o sbagliati che siano) – il giudizio sul premier non distingue il politico dalla sfera personale.
Lentamente, giorno dopo giorno, la percezione di Silvio Berlusconi come uomo sta virando dall’imprenditore capace del 1994 verso l’immagine di un vecchio rinfanciullito che racconta favole alle quali, oramai, pochi credono. Il gradimento del suo governo e del suo partito sono in caduta libera, ed il suo partito sta perdendo i pezzi.
Le difficoltà, della situazione interna del PdL, è aggravata da alcuni fattori poco valutati. Da sempre, il partito berlusconiano non ha mai avuto un Delfino: è nel DNA del partito personale, peronista, del sultanato repubblicano che non può essere ereditario.
All’interno del PdL, però, c’erano personaggi influenti, che controllavano consistenti “quote” di voti provenienti dalle precedenti esperienze politiche, la DC in primis. Uno dei “rais” del PdL era proprio Scajola il quale, durante le “turbolenze” interne del 2004-2005, si vantava di controllare circa 80 parlamentari di Forza Italia. L’altra “tegola” si chiama Fini e non è il caso di dilungarsi. Micciché ed i siciliani, Pisanu ed i sardi: l’impressione che si ricava è che i cosiddetti coordinatori – Bondi, Verdini e La Russa – non “coordinino” più nulla, se non lo sfascio.
Ad aggravare la situazione, le liste bloccate dal “Porcellum”: i potenziali, nuovi parlamentari della prossima legislatura del PdL già sanno che non ci sarà più la “vigna” del 2008. Le previsioni indicano una riduzione dei posti disponibili quantificabile in circa 80 unità: una Caporetto.
Va da sé che tutti cerchino accasamenti, senza guardare troppo in faccia a chi li offre ed a che cosa offre: paradossalmente, Berlusconi è quello che – in prospettiva – può offrire di meno.
Anche la “favola” che Berlusconi sia invincibile alle elezioni sta perdendo pezzi: colpo dopo colpo, inchiesta dopo inchiesta – soprattutto le vicende che lo coinvolgono in storie di sesso, festini e minorenni – gli stanno sottraendo quello che da sempre è stato il suo punto di forza: l’elettorato femminile cattolico o, comunque, legato alla tradizione.
Ma le elezioni potrebbero non essere la tappa obbligata, perché i dissapori con il Colle sono oramai la regola e non l’eccezione: chi, per tanto tempo, ha criticato Napolitano (e, in questo, c’è una mia parziale autocritica) dovrebbe rammentare che Napolitano ha saputo ben soppesare le sue forze, senza mai concedere troppo sotto l’aspetto della forma che discende dal ruolo che ricopre.
All’opposto, un Carlo Azeglio Ciampi – che invita, con appelli che sanno proprio d’autocritica, Napolitano a “non firmare” – fu colui che firmò il “Porcellum” quando eminenti costituzionalisti gli indicavano parecchi vulnus di quella legge. Che, oggi, ha mostrato tutti i suoi nefasti frutti sulla democrazia italiana.
L’impressione che si ricava, da questa intricata situazione, è che – mentre l’attacco a Berlusconi è concentrico e continuo – le trattative fervono.
Avevamo già indicato che nell’Autunno non ci sarebbero state sorprese: c’è da “rifinire” la Legge Finanziaria e, soprattutto, ci sono da collocare sui mercati internazionali centinai di miliardi di titoli del debito pubblico. Del Paese con il maggior rapporto debito/PIL europeo. Ma verrà Natale, ed entreremo nel nuovo anno.
Voci di corridoio – che, ovviamente, non possono trovare conferma – narrano che, per varare un governo di transizione (istituzionale, ammucchiata, ecc), il Presidente Napolitano pretenda la firma di tutti i responsabili dei principali partiti su una bozza condivisa di nuova legge elettorale, sia essa un “Mattarellum” originale, modificato od un altro sistema misto proporzionale/maggioritario. Ed ha tutte le ragioni – dalla sua posizione – nel pretenderlo: all’opposto, una crisi politica “al buio” condurrebbe a scenari difficilmente ipotizzabili.
Molto probabilmente, tutto ciò al quale – annoiati – assistiamo non è altro che prender tempo, un periodo nel quale tutti cercano di guadagnare posizioni favorevoli per il futuro, alleanze presentabili ed efficaci per il “dopo” governo istituzionale. Il quale, però, potrebbe durare più del previsto per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, giacché è oramai evidente che, sul piano internazionale, la figura di Berlusconi sarebbe un colpo terribile, per l’Italia, qualora l’uomo salisse al Quirinale o nominasse al Colle un suo dipendente.
Ciò che conforta queste ipotesi non è tanto la querelle di Fini – oramai vecchia di molti mesi – ma le posizioni di “distinguo” (quando non sono d’aperta contrapposizione) d’alcuni veri “notabili” del PdL che prima ricordavamo: Biondi, Pisanu, Micciché ed altri i quali, per ora, mandano avanti le seconde linee, i parlamentari che controllano, i quali o passano con Fini o s’iscrivono al Gruppo Misto. E la fronda inizia ad interessare anche il Senato.
Tutti però sanno che, nei primissimi mesi del prossimo anno, scadranno i termini: lo sa in prima persona Berlusconi, il quale non può continuare ad osservare l’emorragia del suo partito e, parallelamente, il deteriorarsi della sua figura di gran “combattente” politico. Lo sa la Lega Nord, la quale non riesce più a giustificare al suo elettorato come mai, una maggioranza “bulgara”, non sia stata in grado di varare l’unico provvedimento che sta loro a cuore: il tormentone federalista. In cambio della (mancata) approvazione di quel provvedimento, potrebbe montare la rabbia per le molte leggi ad personam che i parlamentari leghisti – molti obtorto collo – sono stati costretti a votare. E potrebbe essere proprio Bossi a ripetere il copione del 1994.
Ma lo sanno anche i Bersani – che vedono il loro partito afflosciarsi lentamente ma costantemente – i Fini, per i quali la novità della sorpresa potrebbe rapidamente degenerare, come un panetto di burro rancido, ed i Casini, per i quali la classica tattica attendista potrebbe non bastare più, a fronte di un elettorato che domanda decisione e coraggio. Altri, come Di Pietro o Vendola, poco potranno contrattare, di là di qualche sparata verbale.
Dopo le molte (alcune fantasiose) congetture su chi guiderà il governo di transizione, la scelta sembrerebbe cadere su Beppe Pisanu – un’ipotesi quasi “istituzionale” – per come seppe, come Ministro dell’Interno, rimediare ai pasticci di Scajola, fino alla (probabile) decisione di non concedere la vittoria a Berlusconi nella famosa notte elettorale, da “hard discount”, del 2006. Altrimenti, è difficile spiegare come mai Pisanu, dopo, non abbia più ricevuto incarichi di Governo.
La Casta, dunque, riuscirà ancora una volta a gabbare per bene gli italiani: la diafana ed oramai ridicola figura di Berlusconi è perfetta, per fornire l’impressione di un nuovo “CLN” che libera lo Stivale dalle brutture di una sorta di regime da operetta.
C’è, in questo percorso, l’impronta – sia chiaro, stiamo analizzando la questione sotto il solo profilo mediatico dell’apparenza – di un “sussulto” della “vera politica” contro i fantasmi di una fumosa “antipolitica”. Tutto serve.
Ciò significa – di là del “punto” che ogni tanto è utile fare sull’incedere del teatrino politico italiano – che la Casta avrà un lasso di tempo (1-2 anni) nei quali tenterà di fornire un’immagine “depurata” dai miasmi del berlusconismo, e per qualche tempo l’italiano medio ci cascherà come un grullo.
Bisogna chiarire che l’allontanamento del Cavaliere è pur sempre un fatto positivo – anche perché, con la sua ingombrante ombra, sempre ha nascosto la pochezza altrui – ma crederlo un risultato politico, quasi una vittoria, sarebbe ingannevole.
La realtà, che condurrà ad un nuovo deterioramento del quadro politico, sarà constatare che la situazione economica non migliorerà di un’unghia, sempre che non peggiori: ciò è inevitabile, date le “basi” liberiste comuni a tutte le forze politiche oggi presenti in Parlamento. E, il liberismo, non concede altro che nuovi salassi e sempre maggior accentramento della ricchezza verso l’oligarchia dominante.
Il compito di chi, oggi, intende distinguersi dalla vulgata liberista per proporre, domani, un diverso modo di prospettare soluzioni politiche, economiche e sociali, è quello di partire da ciò che in anni di lavoro – in modo confuso, disarticolato, da più fonti – è stato dibattuto sul Web, quasi unica fonte di nuovo “sapere” politico.
Per poterlo fare, serve del tempo (e, quello, sarà proprio l’ennesimo tentativo di riciclo della Casta a concederlo), la volontà di farlo che nasca da una meditata analisi dell’ineluttabilità del passo e qualche strumento per attuarlo.
La rivista, proposta a suo tempo da “Faremondo”, è lo strumento perfetto, giacché non potrebbe essere confusa con uno dei tanti siti d’informazione Web: un conto è – giustamente – informare, un altro chiarire da subito che lo scopo non è soltanto informare, bensì promuovere aggregazione ed organizzazione sulla base di contenuti politici condivisi.
I contenuti?
Mettere il carro davanti ai buoi non è mai buona abitudine: a cosa servirebbe, allora, una rivista?
Si può ipotizzare che il nostro Paese dovrà ri-meditare – al minimo – il percorso degli ultimi 35 anni, grosso modo dagli anni ’70 ad oggi.
In questi anni, ci sono state parecchie cosiddette “riforme”: ordinamentali (la legge che istituì le Regioni nel 1970), salariali (l’abolizione della “Scala Mobile” del 1975), del lavoro (tutta la deriva del precariato, da Treu in poi), dell’istruzione (da Bassanini in poi), previdenziali (Dini-Damiano-Sacconi/Tremonti), macroeconomiche (passaggio all’euro), politiche (leggi elettorali), geopolitiche (Unione Europea), finanziarie (sistema bancario, da Enti ad S.p.A.).
Si vive meglio? Non dimentichiamo che la produttività del sistema industriale è aumentata meno che in altri Paesi, ma è pur sempre aumentata di circa l’1% l’anno: dove sono finiti quei frutti?
Per contrappasso, ci sono state molte omissioni: la più evidente è che l’Italia, ancora oggi, non riesce a pianificare il proprio futuro energetico e nemmeno riesce a copiare da altri per la gestione dei rifiuti. Ma ce ne sono altre, meno conosciute: l’abbandono totale del sistema agricolo, dell’allevamento e forestale, il quale ha condotto ad avere un solo agricoltore giovane contro 12,5 agricoltori anziani, mentre in Francia e Germania il rapporto è prossimo ad 1 : 1. Un sistema di trasporto abbandonato a se stesso, con il mezzo meno economico (il camion) a farla da padrone. Nessuna legge (come quella che impose a suo tempo, quando era Ministro dell’Ambiente, l’attuale premier tedesco Angela Merkel) che impone un “tetto” alla cementificazione del territorio: cementifichiamo, ogni anno, quattro volte rispetto a ciò che viene concesso in Germania, che ha un territorio ben più ampio rispetto al nostro.
Gli spunti, come si può notare, non mancano e ne avrò certamente dimenticati altri. In questi anni, pur con il lodevole lavoro svolto da tanti scrittori, analisti, tecnici…non siamo andati oltre la denuncia, l’esposizione, qualche timida proposta.
In altre parole, come dei ruminanti, abbiamo riempito lo stomaco di materiale parzialmente elaborato e pochissimo coerentemente organizzato: per questa ragione è necessario riproporre, in un apposito contenitore (rivista), gli stessi contenuti affinché siano raffinati ed organizzati. Solo a quel punto potranno diventare proposta politica.
Qualcuno potrà affermare che un simile percorso, in un solo Paese, potrebbe risultare inutile, giacché la transnazionalità del potere delle Caste è ovunque opprimente. Si può ribattere a questa obiezione con due riflessioni: la prima è che, con l’aumentare della repressione in tutte le nazioni europee, probabilmente soluzioni “parallele” sorgeranno anche altrove. La seconda è più semplice: abbiamo altre possibilità? Qualcosa da perdere?
Questo, per la seconda volta, è un messaggio lanciato nella corrente a chi si ritiene un intellettuale.
Essere un intellettuale non significa conoscere i classici o l’analisi matematica: vuol dire, partendo da un quadro avvincente ma confuso, saper elaborare una prospettiva coerente, comprensibile, efficacie e credibile per il maggior numero di persone. Possibilmente – questo sarebbe il massimo – saperla esporre con eleganza. Non cadiamo, ancora una volta, nella trappola che ci tesero Croce e, soprattutto, Gentile.
La ricostruzione del nostro Paese ha bisogno, in primis, proprio di un quadro di proposte coerenti, saggiamente meditate e discusse: c’è veramente bisogno di cultura, che nella vulgata imperante sembra quasi diventata un peso. Tutto passa per la Tv, tutto è già sul Web, tutto va su Facebook…non è vero: in quei luoghi passa soltanto un frullato di notizie e di nozioni, perché le persone in grado di razionalizzare, rendere fruibile quel quadro, sono drasticamente allontanate. Altrimenti, le armi di distrazione di massa verrebbero meno.
La Casta avrà modo d’impegnare gli italiani nella “demolizione controllata” del berlusconismo, ed avremo tempo: chi ritiene di saperlo fare e d’esser utile, faccia un passo avanti.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
E non basteranno certo le rassicurazioni di un Ministro dell’Interno che sembra sempre di più quello dell’isola di Bananas: anche se telefonasse Dio sceso in terra, ci sono delle procedure da rispettare, e la Questura di Milano ha oggi il fianco scoperto.
La vicenda segue di poco un’altra storia poco chiara: il tentato (furto?altro?) nella casa di Maurizio Belpietro, il direttore di Libero, della quale rimangono solo una marea di dubbi, una serie di colpi sparati non si sa a chi e a che cosa ed un agente trasferito d’ufficio. Mah.
Ciò che invece interessa la cronaca politica di queste settimane è l’attacco – oramai concentrico e sferrato da più parti – a Silvio Berlusconi ed al suo Governo: attacchi, bisogna riconoscere, che non sono certo basati sul nulla, né sono illazioni e neppure montature giornalistiche.
Una vicenda come quella della giovane marocchina – in arte Ruby – che riceve costosi doni in cambio…di…lascia perplessi, anche perché sono coinvolti i soliti noti: Emilio Fede, Lele Mora, la solita ex show girl, ex igienista dentale, attualmente consigliere regionale Nicole Minetti.
Ma chi è mai, questa consigliere regionale ex “velina” della reti Mediaset, per ricevere l’affidamento di una ragazza a dir poco “difficile”, per non dire altro, e sorpresa a rubare?
Una vicenda tutta “familiare” – nella oramai stralunata concezione di “famiglia allargata” della quale Berlusconi s’è circondato – nella quale tutto si risolve con una telefonata all’amico, oppure lasciando fare a personaggi come Bertolaso o Scajola. Pensiamo un po’: il primo doveva ricostruire L’Aquila, il secondo dotare l’Italia di un sistema di produzione elettro-nucleare (sic!). E la monnezza continua ad avanzare.
Potremmo chiudere qui: se la faccenda fosse capitata in Gran Bretagna, il Primo Ministro avrebbe lasciato Downing Street il mattino dopo. Lo stesso sarebbe accaduto in Francia od in Germania: in Germania, un parlamentare si dimise spontaneamente perché riconosciuto colpevole della morte di un automobilista in un incidente stradale da lui provocato. In Italia, gli avrebbero offerto “solidarietà e conforto”.
Ciò che colpisce è che, tutte le vicende che toccano il premier, hanno sempre a che fare con donne, donnine, ragazze e ragazzine. Persino l’inchiesta su Bertolaso – che lo coinvolge solo di striscio – ha il suo strascico nei famosi “massaggi” del Salaria Sport Village. E poi la D’Addario, Noemi Letizia, la stessa “assistente del cavo orale”. Mah.
Qui – di là della propensione all’amore mercenario della classe politica, fatto assodato già ai tempi di Cesare – ci sono alcuni aspetti che meritano qualche approfondimento.
Il primo riguarda le dichiarazioni della ex moglie, Veronica Lario, la quale affermò chiaramente che l’ex marito era una persona malata. Ora, alcuni suoi comportamenti, alcune sue esternazioni sono veramente strane, soprattutto se si considera che è il Capo del Governo.
Ricordo che mi colpì la sera nella quale scese in strada, sotto Palazzo Grazioli, e s’intrattenne a battute e barzellette con un gruppo di giovani (ovviamente, selezionati e “preconfezionati” dal suo entourage) che – nel suo delirio – dovevano rappresentare l’Italia che lo amava, i giovani che lo osannavano. All’opposto di quelli che lo odiavano e gli tiravano statuette del Duomo in faccia.
Nel secondo caso, l’attentatore fu subito presentato come il classico fallito, la barca senza più ancora né ormeggio che vaga, condotta dalla corrente: nel secondo, invece, quei giovani dovevano rappresentare l’Italia “forte ed ottimista”, la quale incontrava, gioiosa, la sua “Guida” che – come ogni sultano illuminato – concede un giorno l’anno per le suppliche dei sudditi.
Fin qui, saremmo nel classico teatro di posa berlusconiano, una depéndance di Mediaset, una troupe esterna per ogni situazione: business is usual. Il problema è capire chi organizza questi eventi.
Storie che oramai rasentano la follia: qui non si tratta di preferenze sessuali, ma d’accompagnarsi a delle minorenni. Sono reati.
Viene il sospetto che personaggi come Emilio Fede e Lele Mora – ma anche la Santanché (ultimamente “molto intima”: gliel’avrà “data”?) oppure il serissimo Letta senior – siano oramai soltanto degli assistenti sociali che circondano il capezzale di un tizio che dà i numeri.
Un uomo che non sembra gradire la compagnia di persone sue pari, bensì intrattenersi con gli elicotteristi per raccontare barzellette blasfeme, oppure invitare per ben due volte in Italia il circo mediatico della “Quarta Sponda” con tanto di cavalli, soldatesse pettorute, sfoggio d’uniformi da circo Barnum e penose cerimonie “d’iniziazione coranica" rivolte a stuoli di giovani hostess reclutate dalle solite agenzie, le quali suscitano più lo sconforto che l’ilarità. Osservando la visita di Gheddafi e tutto l’ambaradan, mi tornava alla mente “Aladin”, il cartone della Disney: “…sono d’oro i suoi mille cammelli…”
Silvio Berlusconi, poi, ogni tanto vola a Mosca e si rifugia nella dacia del “amico” Putin, dal quale ha ricevuto un giaccone ritenuto “scaramantico”, che indossa nelle occasioni ritenute “difficili”. E, tutto sommato – a parte misteriosi “accordi” internazionali (il Ministro degli Esteri sa qualcosa? Esiste?) – di quel che va a fare Berlusconi in Russia poco si sa. Bisognerà chiedere lumi a Scaroni: se lo sa, anche perché il rais dell’ENI – che guadagna milioni di euro l’anno – ha rilasciato una dichiarazione nella quale si domandava che senso avesse tanto brigare per diventare “il più ricco del cimitero”. Forse, l’analista di Scaroni sta facendo un buon lavoro.
Per certi versi la situazione, di Berlusconi e del suo regime da operetta, parrebbe avvicinarsi a quella di un Mussolini (ed al teatrino fascista) al quale presentavano sempre giovani gagliardi e combattive milizie, con una differenza: Mussolini era tutt’altro che rincoglionito. Anche se, quelle lunghe “ipnosi” alle quali, consenziente, si sottoponeva, lo condussero a sottovalutare l’allarme di Badoglio del 1940 (al tempo, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate) – “Eccellenza: non siamo assolutamente pronti per affrontare una guerra” – ed i risultati furono quelli che ben sappiamo.
La condizione attuale di Silvio Berlusconi pare sempre di più quella tratteggiata dalla ex moglie: un uomo che teme il confronto nell’universo maschile e si rifugia nelle mogli/madri/sorelle prezzolate. L’uomo che teme il Parlamento, al punto da non metterci quasi mai piede, che vede nel Presidente della Repubblica il nemico (“padre cattivo”?) pronto a limitarlo, a ferirlo, e allora affitta un castello per portarvi a cena le parlamentari del suo partito.
Donne scelte con cura già all’atto della nomina – l’attuale legge elettorale nomina solo “senatori del Re”, è bene ricordarlo – che mai lo contraddiranno: salvo pochissime eccezioni, non ci sono voci femminili critiche all’interno del PdL.
Un harem od una caserma? In entrambi i casi, ci sembra un problema sempre di più psichiatrico piuttosto che politico.
Se caserma è, non è certo lui il colonnello che riunisce lo stato maggiore: al massimo si “confessa” con i fidi Letta e Bonaiuti, con il servizievole Bondi, col mellifluo Verdini, con il sans papier (poiché oramai senza più ponti alle spalle) La Russa. Oppure s’informa presso i suoi avvocati – Alfano e Ghedini – su come stanno andando le sue infinite vicende processuali.
Il partito, il governo, sono abbandonati a loro stessi: come nel miglior “stile Mediaset", il gran capo non s’interessa a chi acquista le stampanti per gli uffici. L’importante è che, al suo passaggio negli uffici, ogni stampante generi un foglio con la sua immagine sorridente.
E, qui, c’è un secondo punto che merita attenzione.
La querelle che tiene banco in Parlamento riguarda il cosiddetto “lodo Alfano”, ovvero lo “scudo” per proteggere il premier dalle sue mille vicende giudiziarie. Una partita difficile, che in parte lo assorbe ed in parte lo deprime, poiché ogni vicenda dovrebbe essere – nel suo immaginario – fonte di gioia e dovrebbe scaturire naturalmente, come un gentile dono del Cielo per l’Eletto. Siamo alle soglie di un raptus che oscilla, come un pendolo, fra esaltazione e depressione: roba per strizzacervelli, mica per analisti politici.
Ciò che sfugge a Berlusconi – mentre ascolta, annoiato, i resoconti degli avvocati – è che nell’ordinamento italiano non esiste una procedura d’impeachment per il Primo Ministro (esiste qualcosa del genere per il Presidente della Repubblica), poiché la sua destituzione avviene mediate il voto parlamentare. Ma non è detto che, il medesimo risultato, non si possa ottenere per altra via.
Un Berlusconi colpito ogni giorno proprio nella sua sfera privata, risulta un Capo di Governo che non viene più giudicato per il suo operato – lui è bravissimo nel sottrarsi ai giudizi ed a “lasciar parlare” solo l’apparato mediatico – bensì per la sua persona, per quel che rivela d’essere. Dopo anni di tentativi “presidenzialisti”, gli sfugge un particolare: in quei Paesi – visti i loro impianti costituzionale (giusti o sbagliati che siano) – il giudizio sul premier non distingue il politico dalla sfera personale.
Lentamente, giorno dopo giorno, la percezione di Silvio Berlusconi come uomo sta virando dall’imprenditore capace del 1994 verso l’immagine di un vecchio rinfanciullito che racconta favole alle quali, oramai, pochi credono. Il gradimento del suo governo e del suo partito sono in caduta libera, ed il suo partito sta perdendo i pezzi.
Le difficoltà, della situazione interna del PdL, è aggravata da alcuni fattori poco valutati. Da sempre, il partito berlusconiano non ha mai avuto un Delfino: è nel DNA del partito personale, peronista, del sultanato repubblicano che non può essere ereditario.
All’interno del PdL, però, c’erano personaggi influenti, che controllavano consistenti “quote” di voti provenienti dalle precedenti esperienze politiche, la DC in primis. Uno dei “rais” del PdL era proprio Scajola il quale, durante le “turbolenze” interne del 2004-2005, si vantava di controllare circa 80 parlamentari di Forza Italia. L’altra “tegola” si chiama Fini e non è il caso di dilungarsi. Micciché ed i siciliani, Pisanu ed i sardi: l’impressione che si ricava è che i cosiddetti coordinatori – Bondi, Verdini e La Russa – non “coordinino” più nulla, se non lo sfascio.
Ad aggravare la situazione, le liste bloccate dal “Porcellum”: i potenziali, nuovi parlamentari della prossima legislatura del PdL già sanno che non ci sarà più la “vigna” del 2008. Le previsioni indicano una riduzione dei posti disponibili quantificabile in circa 80 unità: una Caporetto.
Va da sé che tutti cerchino accasamenti, senza guardare troppo in faccia a chi li offre ed a che cosa offre: paradossalmente, Berlusconi è quello che – in prospettiva – può offrire di meno.
Anche la “favola” che Berlusconi sia invincibile alle elezioni sta perdendo pezzi: colpo dopo colpo, inchiesta dopo inchiesta – soprattutto le vicende che lo coinvolgono in storie di sesso, festini e minorenni – gli stanno sottraendo quello che da sempre è stato il suo punto di forza: l’elettorato femminile cattolico o, comunque, legato alla tradizione.
Ma le elezioni potrebbero non essere la tappa obbligata, perché i dissapori con il Colle sono oramai la regola e non l’eccezione: chi, per tanto tempo, ha criticato Napolitano (e, in questo, c’è una mia parziale autocritica) dovrebbe rammentare che Napolitano ha saputo ben soppesare le sue forze, senza mai concedere troppo sotto l’aspetto della forma che discende dal ruolo che ricopre.
All’opposto, un Carlo Azeglio Ciampi – che invita, con appelli che sanno proprio d’autocritica, Napolitano a “non firmare” – fu colui che firmò il “Porcellum” quando eminenti costituzionalisti gli indicavano parecchi vulnus di quella legge. Che, oggi, ha mostrato tutti i suoi nefasti frutti sulla democrazia italiana.
L’impressione che si ricava, da questa intricata situazione, è che – mentre l’attacco a Berlusconi è concentrico e continuo – le trattative fervono.
Avevamo già indicato che nell’Autunno non ci sarebbero state sorprese: c’è da “rifinire” la Legge Finanziaria e, soprattutto, ci sono da collocare sui mercati internazionali centinai di miliardi di titoli del debito pubblico. Del Paese con il maggior rapporto debito/PIL europeo. Ma verrà Natale, ed entreremo nel nuovo anno.
Voci di corridoio – che, ovviamente, non possono trovare conferma – narrano che, per varare un governo di transizione (istituzionale, ammucchiata, ecc), il Presidente Napolitano pretenda la firma di tutti i responsabili dei principali partiti su una bozza condivisa di nuova legge elettorale, sia essa un “Mattarellum” originale, modificato od un altro sistema misto proporzionale/maggioritario. Ed ha tutte le ragioni – dalla sua posizione – nel pretenderlo: all’opposto, una crisi politica “al buio” condurrebbe a scenari difficilmente ipotizzabili.
Molto probabilmente, tutto ciò al quale – annoiati – assistiamo non è altro che prender tempo, un periodo nel quale tutti cercano di guadagnare posizioni favorevoli per il futuro, alleanze presentabili ed efficaci per il “dopo” governo istituzionale. Il quale, però, potrebbe durare più del previsto per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica, giacché è oramai evidente che, sul piano internazionale, la figura di Berlusconi sarebbe un colpo terribile, per l’Italia, qualora l’uomo salisse al Quirinale o nominasse al Colle un suo dipendente.
Ciò che conforta queste ipotesi non è tanto la querelle di Fini – oramai vecchia di molti mesi – ma le posizioni di “distinguo” (quando non sono d’aperta contrapposizione) d’alcuni veri “notabili” del PdL che prima ricordavamo: Biondi, Pisanu, Micciché ed altri i quali, per ora, mandano avanti le seconde linee, i parlamentari che controllano, i quali o passano con Fini o s’iscrivono al Gruppo Misto. E la fronda inizia ad interessare anche il Senato.
Tutti però sanno che, nei primissimi mesi del prossimo anno, scadranno i termini: lo sa in prima persona Berlusconi, il quale non può continuare ad osservare l’emorragia del suo partito e, parallelamente, il deteriorarsi della sua figura di gran “combattente” politico. Lo sa la Lega Nord, la quale non riesce più a giustificare al suo elettorato come mai, una maggioranza “bulgara”, non sia stata in grado di varare l’unico provvedimento che sta loro a cuore: il tormentone federalista. In cambio della (mancata) approvazione di quel provvedimento, potrebbe montare la rabbia per le molte leggi ad personam che i parlamentari leghisti – molti obtorto collo – sono stati costretti a votare. E potrebbe essere proprio Bossi a ripetere il copione del 1994.
Ma lo sanno anche i Bersani – che vedono il loro partito afflosciarsi lentamente ma costantemente – i Fini, per i quali la novità della sorpresa potrebbe rapidamente degenerare, come un panetto di burro rancido, ed i Casini, per i quali la classica tattica attendista potrebbe non bastare più, a fronte di un elettorato che domanda decisione e coraggio. Altri, come Di Pietro o Vendola, poco potranno contrattare, di là di qualche sparata verbale.
Dopo le molte (alcune fantasiose) congetture su chi guiderà il governo di transizione, la scelta sembrerebbe cadere su Beppe Pisanu – un’ipotesi quasi “istituzionale” – per come seppe, come Ministro dell’Interno, rimediare ai pasticci di Scajola, fino alla (probabile) decisione di non concedere la vittoria a Berlusconi nella famosa notte elettorale, da “hard discount”, del 2006. Altrimenti, è difficile spiegare come mai Pisanu, dopo, non abbia più ricevuto incarichi di Governo.
La Casta, dunque, riuscirà ancora una volta a gabbare per bene gli italiani: la diafana ed oramai ridicola figura di Berlusconi è perfetta, per fornire l’impressione di un nuovo “CLN” che libera lo Stivale dalle brutture di una sorta di regime da operetta.
C’è, in questo percorso, l’impronta – sia chiaro, stiamo analizzando la questione sotto il solo profilo mediatico dell’apparenza – di un “sussulto” della “vera politica” contro i fantasmi di una fumosa “antipolitica”. Tutto serve.
Ciò significa – di là del “punto” che ogni tanto è utile fare sull’incedere del teatrino politico italiano – che la Casta avrà un lasso di tempo (1-2 anni) nei quali tenterà di fornire un’immagine “depurata” dai miasmi del berlusconismo, e per qualche tempo l’italiano medio ci cascherà come un grullo.
Bisogna chiarire che l’allontanamento del Cavaliere è pur sempre un fatto positivo – anche perché, con la sua ingombrante ombra, sempre ha nascosto la pochezza altrui – ma crederlo un risultato politico, quasi una vittoria, sarebbe ingannevole.
La realtà, che condurrà ad un nuovo deterioramento del quadro politico, sarà constatare che la situazione economica non migliorerà di un’unghia, sempre che non peggiori: ciò è inevitabile, date le “basi” liberiste comuni a tutte le forze politiche oggi presenti in Parlamento. E, il liberismo, non concede altro che nuovi salassi e sempre maggior accentramento della ricchezza verso l’oligarchia dominante.
Il compito di chi, oggi, intende distinguersi dalla vulgata liberista per proporre, domani, un diverso modo di prospettare soluzioni politiche, economiche e sociali, è quello di partire da ciò che in anni di lavoro – in modo confuso, disarticolato, da più fonti – è stato dibattuto sul Web, quasi unica fonte di nuovo “sapere” politico.
Per poterlo fare, serve del tempo (e, quello, sarà proprio l’ennesimo tentativo di riciclo della Casta a concederlo), la volontà di farlo che nasca da una meditata analisi dell’ineluttabilità del passo e qualche strumento per attuarlo.
La rivista, proposta a suo tempo da “Faremondo”, è lo strumento perfetto, giacché non potrebbe essere confusa con uno dei tanti siti d’informazione Web: un conto è – giustamente – informare, un altro chiarire da subito che lo scopo non è soltanto informare, bensì promuovere aggregazione ed organizzazione sulla base di contenuti politici condivisi.
I contenuti?
Mettere il carro davanti ai buoi non è mai buona abitudine: a cosa servirebbe, allora, una rivista?
Si può ipotizzare che il nostro Paese dovrà ri-meditare – al minimo – il percorso degli ultimi 35 anni, grosso modo dagli anni ’70 ad oggi.
In questi anni, ci sono state parecchie cosiddette “riforme”: ordinamentali (la legge che istituì le Regioni nel 1970), salariali (l’abolizione della “Scala Mobile” del 1975), del lavoro (tutta la deriva del precariato, da Treu in poi), dell’istruzione (da Bassanini in poi), previdenziali (Dini-Damiano-Sacconi/Tremonti), macroeconomiche (passaggio all’euro), politiche (leggi elettorali), geopolitiche (Unione Europea), finanziarie (sistema bancario, da Enti ad S.p.A.).
Si vive meglio? Non dimentichiamo che la produttività del sistema industriale è aumentata meno che in altri Paesi, ma è pur sempre aumentata di circa l’1% l’anno: dove sono finiti quei frutti?
Per contrappasso, ci sono state molte omissioni: la più evidente è che l’Italia, ancora oggi, non riesce a pianificare il proprio futuro energetico e nemmeno riesce a copiare da altri per la gestione dei rifiuti. Ma ce ne sono altre, meno conosciute: l’abbandono totale del sistema agricolo, dell’allevamento e forestale, il quale ha condotto ad avere un solo agricoltore giovane contro 12,5 agricoltori anziani, mentre in Francia e Germania il rapporto è prossimo ad 1 : 1. Un sistema di trasporto abbandonato a se stesso, con il mezzo meno economico (il camion) a farla da padrone. Nessuna legge (come quella che impose a suo tempo, quando era Ministro dell’Ambiente, l’attuale premier tedesco Angela Merkel) che impone un “tetto” alla cementificazione del territorio: cementifichiamo, ogni anno, quattro volte rispetto a ciò che viene concesso in Germania, che ha un territorio ben più ampio rispetto al nostro.
Gli spunti, come si può notare, non mancano e ne avrò certamente dimenticati altri. In questi anni, pur con il lodevole lavoro svolto da tanti scrittori, analisti, tecnici…non siamo andati oltre la denuncia, l’esposizione, qualche timida proposta.
In altre parole, come dei ruminanti, abbiamo riempito lo stomaco di materiale parzialmente elaborato e pochissimo coerentemente organizzato: per questa ragione è necessario riproporre, in un apposito contenitore (rivista), gli stessi contenuti affinché siano raffinati ed organizzati. Solo a quel punto potranno diventare proposta politica.
Qualcuno potrà affermare che un simile percorso, in un solo Paese, potrebbe risultare inutile, giacché la transnazionalità del potere delle Caste è ovunque opprimente. Si può ribattere a questa obiezione con due riflessioni: la prima è che, con l’aumentare della repressione in tutte le nazioni europee, probabilmente soluzioni “parallele” sorgeranno anche altrove. La seconda è più semplice: abbiamo altre possibilità? Qualcosa da perdere?
Questo, per la seconda volta, è un messaggio lanciato nella corrente a chi si ritiene un intellettuale.
Essere un intellettuale non significa conoscere i classici o l’analisi matematica: vuol dire, partendo da un quadro avvincente ma confuso, saper elaborare una prospettiva coerente, comprensibile, efficacie e credibile per il maggior numero di persone. Possibilmente – questo sarebbe il massimo – saperla esporre con eleganza. Non cadiamo, ancora una volta, nella trappola che ci tesero Croce e, soprattutto, Gentile.
La ricostruzione del nostro Paese ha bisogno, in primis, proprio di un quadro di proposte coerenti, saggiamente meditate e discusse: c’è veramente bisogno di cultura, che nella vulgata imperante sembra quasi diventata un peso. Tutto passa per la Tv, tutto è già sul Web, tutto va su Facebook…non è vero: in quei luoghi passa soltanto un frullato di notizie e di nozioni, perché le persone in grado di razionalizzare, rendere fruibile quel quadro, sono drasticamente allontanate. Altrimenti, le armi di distrazione di massa verrebbero meno.
La Casta avrà modo d’impegnare gli italiani nella “demolizione controllata” del berlusconismo, ed avremo tempo: chi ritiene di saperlo fare e d’esser utile, faccia un passo avanti.
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