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18 ottobre 2010

Cronaca: il solito rumeno assassino





La notizia che per l’assassino di Roma – Mariu Hahaianu, il rumeno che ha brutalmente ucciso l’infermiera romana Alessia Burtone, sposata e madre di un bimbo di tre anni – è stata chiesta la detenzione in stato di completo isolamento fino al giorno del processo, non ha stupito nessuno.
E’ stata invece respinta dai magistrati di sorveglianza la richiesta d’applicare al carcerato il regime restrittivo dell’articolo 41 bis, giacché l’omicida non sembra far parte della criminalità organizzata: qualora, nel prosieguo dell’indagine, venissero alla luce eventuali affiliazioni del Hahaianu ai clan della mafia rumena, la sua condizione carceraria sarà immediatamente ripresa in esame.

Nel frattempo, a casa della povera Alessia Burtone – nel popolare quartiere romano di Cinecittà – continuano le manifestazioni di solidarietà nei confronti della famiglia: mentre i familiari sono stretti nel dolore e nel riserbo, parlano le amiche, gli amici, i conoscenti della povera infermiera assassinata.
“Era una brava ragazza” – dicono di sfuggita – scuotono la testa e si nota che stentano a trattenere le lacrime: un giovane, ripensando a quando fu ricoverato per un incidente stradale, la ricorda come un “angelo della corsia”.

La Polizia sorveglia, ma non interviene, nei confronti di un gruppo legato ad ambienti dell’estrema destra romana che ha eretto un gazebo non lontano dall’abitazione della sfortunata ragazza: raccolgono firme a favore della pena di morte.
Intervistati da un cronista di una testata giornalistica romana, hanno riferito che le persone “quasi arrivano a frotte”, chiedendo d’apporre la propria firma per una legge d’iniziativa popolare che operi una revisione del Codice Penale. In sintesi, nei casi d’omicidi efferati – proprio com’è avvenuto per la povera Alessia – si chiede il procedimento per direttissima e la conclusione dell’intero iter, i tre gradi di giudizio, entro un anno.
Al pronunciamento della Cassazione, la sentenza diverrebbe immediatamente operativa e l’esecuzione – mediante fucilazione – seguirebbe di poche ore. Secondo la bozza presentata dal gruppo, non sarebbe da prevedere la possibilità della grazia per i cittadini stranieri, trattandosi – per loro – del Capo di uno Stato estero.

Le forze politiche tacciono e nessuno esprime giudizi, salvo un generico: “la giustizia faccia il suo corso”.
A microfono spento, però, alcuni esponenti della destra parlamentare ed extraparlamentare – compresi alcuni esponenti della Lega Nord – si sono dichiarati d’accordo per l’iniziativa a favore della pena di morte, soprattutto se il crimine – come nel caso della povera Alessia – sia stato commesso da uno straniero.
Gli unici atti ufficiali sono stati le decisioni di presentarsi come parti civili da parte del Comune, della Provincia di Roma e della regione Lazio. Uno scarno comunicato congiunto, afferma: “Di più, non è possibile fare.”

Sul fronte delle indagini, non ci sono novità: il filmato ripreso dalla telecamera della metropolitana ha evidenziato non solo il violento pugno sferrato alla povera Alessia dal Hahaianu, ma la sua fuga senza il minimo tentativo di soccorrere la povera infermiera.
Il GIP, commentando quelle immagini, ha affermato che l’immediato arresto – vista l’imputazione d’omicidio volontario – era quasi “un atto dovuto”: a microfono spento, ha dichiarato che spera per l’assassino il massimo della pena, ossia l’ergastolo.

L’assassino, rinchiuso in una cella d’isolamento a Regina Coeli, viene definito “in stato confusionale”: piange, si dispera e chiede continuamente scusa per l’accaduto.
Dalla Romania partirà probabilmente una richiesta d’estradizione ma il GIP, interrogato al riguardo, ha solo risposto con una smorfia del viso. Più che eloquente.
Possiamo dunque prevedere il processo in tempi brevi – vista la linearità della vicenda e le scarse prove documentali necessarie – che tutti sperano conduca ad una condanna esemplare.

Durante la conferenza stampa, ironia della sorte, dedicata alla riforma della Giustizia, il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non ha voluto parlare del caso.
Sollecitato, però, da una giornalista ad esprimere un parere del tutto personale, ha affermato: «Questa vicenda c’insegna che la Giustizia deve essere rapida ed inesorabile, soprattutto nei confronti di chi viene nel nostro grande Paese non per lavorare onestamente, bensì per delinquere ed attentare alla vita d’inermi cittadini italiani. Spero, e voglio credere, che i giudici saranno all’altezza dei compiti loro assegnati.»

Esegesi

E’ sin troppo facile ribaltare una vicenda, per come sarebbe probabilmente andata a parti invertite: bisogna fornire una spiegazione.
La disparità di giudizi, nei due casi, non attiene – superficialmente così potrebbe apparire – allo scontro fra due culture, due etnie o due civiltà, poiché le culture, le etnie e le civiltà posseggono tutte un codice d’onore che si applica erga omnes, proprio perché viene universalmente riconosciuto all’interno di quella cultura, civiltà od etnia.
Le uniche affiliazioni, che possono spiegare una simile disparità di giudizi, sono quelle che attengono alle organizzazioni mafiose le quali, pronte a difendere alla morte un loro affiliato, non sprecano un centesimo per quello del clan vicino.

Come potrebbe essere altrimenti, per un Paese nato da genuini sussulti risorgimentali, che furono dapprima tutti annegati nel sangue – affinché anche la minima goccia di sangue giacobino fosse distrutta – per poi ripresentarli in forma riveduta e corretta con la conquista, da parte di un reuccio indebitato, dell’intero malloppo? Crediamo bene che stentino a trovare valori, veri intellettuali e più di qualche comparsa per festeggiare i 150 anni dell’Unificazione.
Così fu anche per le nostre avventure coloniali.

Mentre la Gran Bretagna lasciava in India uno dei migliori sistemi scolastici del pianeta – ed oggi se ne vedono i frutti – e la Francia lasciava, almeno, l’impronta di una cultura (benché più volte calpestata nei fatti), l’Italia ha lasciato a Mogadiscio l’incapacità totale d’esprimere una classe dirigente. E’ lì da vedere.
Ha lasciato nei Balcani conati di vomito nei nostri confronti, peggiori persino di quelli dei nazisti, perché gli italiani erano sempre pronti a vendersi al miglior offerente. I tedeschi, almeno – crudeli fin che si vuole – erano (e sono) percepiti come persone con una parola sola.
Abbiamo ricevuto in pompa magna un capataz come Gheddafi, ma nessuno ha raccontato agli italiani quali furono le terribili nequizie commesse ai danni di quel popolo: Gheddafi, da buon italiano “adottivo”, ha svenduto la dignità del suo popolo in cambio di qualche fetta di ENI e di banche lombarde.
In compenso, possiamo andare orgogliosi d’aver esportato negli USA il miglior (!) sistema mafioso che esista e che nessuno, finora, è riuscito ad eguagliare.

Per questa serie di ragioni d’ordine storico (è solo un breve sunto), non possiamo reagire in base a principi quali il Diritto, la Cultura e la Civiltà: afferriamo come ancora di salvezza una lontana civiltà latina, ma i più poco sanno – di là della retorica imperante – cosa fu veramente.

Andiamone fieri: siamo i gran detentori dei valori mafiosi del Pianeta. Nessuno può starci accanto: siamo forti.

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