27 febbraio 2018

Populismo, magica parola

“La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità.”
Emile Zola

Tutti la usano, tutti la acclamano oppure la avversano, tirando per la giacchetta un termine difficile da definire poiché foriero dei tanti significati che la Storia, via scorrendo, gli ha assegnato. Non stiamo ad enumerarli – dai Populisti rurali della Russia zarista a quelli americani del primo Novecento, passando per Mussolini e, oggi, il M5S… – perché le molte interpretazioni hanno reso il termine talmente neutro che necessita di una sua ri-definizione semantica. Oltretutto, tradotto nelle lingue più usate, assume ancor più un “ventaglio” di significati. La radice è ovviamente “populus”, ossia “ascoltare” il volere del popolo, ma su come “ascoltarlo” ci sono così tante interpretazioni da impastare una bella polpetta inzuppata col Diavolo e con l’Acqua Santa. Visto che dovremo andare a votare (chi vorrà), vediamo di capire meglio a chi si rivolge il termine. Ossia: “chi” ci ascolta?

Nella Storia, milioni, miliardi di persone sono state “ascoltate” per meglio comprendere come governarle, come esaltarle, come fotterle senza che n’accorgano, come adularle, come “lisciare” loro il pelo per poi, magari, andare contropelo con una bella mobilitazione generale, e sbatterli a morire in una trincea puzzolente di piscio, di vomito, di merda e di paura.

In Età Moderna (dal 1500 in avanti) erano i nobili ad “ascoltare” il popolo, così Carlo V non volle impedire che i luterani, “infiammati” dal sacro fuoco della nuova fede, calassero su Roma – e facessero prendere una gran paura al Papa – perché aveva dei conti in sospeso con il Duca di Borgogna, e voleva “picchiare la pecora per farlo capire alla capra” (proverbio tibetano).
Quando tornò a Roma, per una pacifica visita al nuovo Papa Paolo III, i romani – il popolo – non capirono bene come stesse la faccenda: dalla gran paura che s’erano presi dieci anni prima, fuggirono sui colli e verso l’Abruzzo.
Infine, Federico II Gonzaga fece costruire lo splendido Palazzo Tè (si racconta per ricevere un’amante) e in una grande sala del palazzo fu eseguito uno splendido affresco dal tema “La caduta dei Titani”, destinato proprio a Carlo V (che fu ospitato proprio in quel salone)…per fargli capire, beh…oggi diremmo che “anche i ricchi piangono”. O possono piangere. Lo fece dormire in quel salone prima che scendesse a Roma dal Papa.
Dov’era il popolo?

Popolo erano i Lanzichenecchi, popolo erano i romani – che da 50.000 abitanti si ridussero, dopo il sacco della Città Eterna, a 20.000 – e popolo erano i poveracci che faticarono per gelidi Inverni e torride Estati per costruire il sontuoso Palazzo Tè, perché il loro duca s’era incaponito di una squinzia dell’epoca…e popolo erano anche i contadini padani, che osservarono in silenzio le stalle devastate e le figlie violentate dal “sacro fuoco” che giungeva dal Nord.

Così i nobili si comportarono con i loro “popoli” almeno fine alla metà dell’Ottocento, quando – a gran voce – il “popolo” rispose a chiare lettere: “Va bene che ci ascolti, va bene che dobbiamo amarti, ma mettiamo nero su bianco le condizioni da rispettare, firmato e controfirmato”. Erano nate le costituzioni.

Perché nacquero?
Poiché nei decenni precedenti erano circolate nuove idee, nuove prospettive: i naturalisti e gli enciclopedisti francesi e poi i “grandi”, Rousseau, Voltaire, Montesquieu…in Germania era la filosofia a tenere banco, e da lì giunsero i pre-marxisti, poi Marx ed Engels…
Le idee, le prospettive, tutto ciò che può risolvere dei problemi s’afferma, a patto che sempre più persone ne vengano a conoscenza. Appena queste idee consolidate e generalizzate si scontrano con un ostacolo, col tempo finiscono per travolgerlo, e l’umanità fa un passo avanti.   

Questo periodo, la seconda metà dell’Ottocento, fu una delle stagioni più fertili dell’umanità: nel volgere di una cinquantina d’anni le condizioni di lavoro migliorarono, le abitazioni finirono d’essere dei tuguri, il pane quotidiano divenne più certo e, cosa di una certa importanza, nessun Lanzichenecco passò più a depredare le case perché s’era inventato un Dio un po’ diverso.
Anche le Arti e le Scienze progredirono e la velocità del cammino divenne prodigiosa: i treni passarono dai 40 Km/h a superare i 100! Già, i treni. Proprio i treni. Perché i treni? Poiché i treni furono una delle pietre miliari di cosa successe dopo, di chi sostituì i nobili.

Intanto, l’informazione divenne capillare: nelle grandi città, le edizioni del mattino non erano ancora state diffuse che già giungevano quelle del pomeriggio e poi la sera, al caffè, potevi comprare l’ultima edizione!
E che fior di giornalisti c’erano!
Un certo Emile Zola, con i suoi articoli sull’affaire Dreyfus, fece tremare governi e Stati Maggiori…e in tutti i Paesi del mondo s’attendeva un articolo, una firma per discutere, per gettare una nuova tesi nel fiume delle parole…oggi si Travaglia, si travaglia tanto e non succede mai niente!
Dove avevamo lasciato i treni? Sul binario morto, certo. Riprendiamoli.

Con la grande diffusione dei treni, dicevamo, tutto fu sospinto a velocità iperboliche…già…ma con il grande affare ferroviario iniziarono a moltiplicarsi anche gli investimenti, e dagli investimenti giunsero enormi profitti, ma per ottenere quei profitti bisognava pagare gli interessi sui capitali…
Una famiglia ebrea tedesca – gente della zona di Amburgo, tali Meyer o Mayer – quattro o cinque generazioni prima aveva iniziato a prestar soldi ai nobili dissoluti,  quelli che perdevano fortune in una notte giocando a carte e che avrete visto in scena in “Barry Lyndon”… e, forti dei capitali ammassati sulle spalle dei debosciati conti e marchesi, s’inventarono – un certo giorno – d’affiggere sulla porta della loro abitazione uno scudo rosso. Come si dice “scudo rosso” in tedesco? Rothschild. Già.

I Rothschild prestarono soldi a tutte le nazioni europee per costruire l’enorme rete ferroviaria, poi finanziarono lo “sforzo” bellico britannico per due guerre mondiali: da una parte loro, dall’altra i Krupp, dall’altra ancora i Rockfeller…voilà! Erano nati i nuovi nobili. Non più il borghese o il mercante, con le sue organizzazioni e la sua cultura, bensì la nuova aristocrazia del denaro. Priva d’ogni connotazione di pensiero sociologico: ammassare denaro, basta. Dobbiamo osservare che questa cultura fu una liaison fra la cultura ebraica askenazita e quella luterana: non ci stupiamo troppo se chiamano PIIGS i Paesi latini, intrisi di cultura cattolica.

Oggi qualcuno si meraviglia che esista una organizzazione come il Bilderberg…ma, signori miei, un tempo le aristocrazie di tutta Europa andavano, in Estate, a “passar le acque” a Baden Baden, in Germania. Credete che parlassero solo delle loro vesciche?
Oggi, fanno le medesime cose, senza più impicci chiamati “costituzioni”, “accordi sul lavoro”, od altre, simili facezie…quelle sono cose delle quali si devono impicciare quegli stupidi dei nostri politici, i nostri giornalisti…se proprio serve i nostri militari…noi lavoriamo solo col denaro…mica ci occupiamo di come si governano le nazioni! Se la sbrighino loro!

Fine del romanzo o, se volete, della Storia buttata un po’ in caciara.

Non tutto il male viene per nuocere, dobbiamo ammetterlo.
Con il crollo dell’URSS, il capitalismo internazionale ha moltiplicato le sue possibilità di crescere: i soliti nomi, alla guida di enormi trust finanziari, decidono dove, quanto e come investire. In questo marasma, dall’anarchia capitalista – dobbiamo riconoscerlo – è stato possibile per molti Paesi sottrarsi alla schiavitù della fame: l’India, il Brasile, la Cina…e così via. D’altro canto, come ha spiegato Deng Xiao Ping, “non tutto il capitalismo è anarchia, e non tutte le economie centralizzate sono il rigore”.

I denari per investire in quei posti – lo disse a chiare lettere Rocco Buttiglione ad una serata RAI per “celebrare” il crollo dell’URSS nel 1992 – sarebbero volati in nuovi luoghi che “nemmeno immaginate”. Dove li hanno presi? Tagliando i salari, non rispettando gli accordi, falciando il welfare…tanto…mica ci sono più 160 divisioni sovietiche ammassate alla frontiera orientale!
Non che i sovietici volessero difendere i nostri salari, bensì i nostri (alti) salari erano causati da una concentrazione di capitali in metà Pianeta, perché nessuno andava a creare fabbriche dove c’era il rischio che una mezza rivoluzione od un capetto da niente ti nazionalizzasse tutto!

La ricchezza complessiva del Pianeta è senz’altro aumentata, ma Gaia soffre e non credo che potrà sopravvivere quando 2 o 3 miliardi di persone si metteranno a consumare come uno statunitense. Già oggi ci sono vaste aree di oceani dove non c’è plancton. La ragione? Nessuno la conosce, anche se il dibattito è apertissimo e concitato. Si dà la colpa alle “trash-island”, all’aumento della temperatura, alle correnti marine che sembrano impazzite…nessuno lo sa per certo…dove non c’è plancton, la vita scompare. Enormi chiazze d’acqua salata biologicamente pure, perché morte. L’epopea di “capitani coraggiosi” è terminata: non ci sono più merluzzi nei banchi di Terranova.

Il meccanismo, però, sta impazzendo: non c’è manovratore al comando del treno, sono tutti a bere champagne nel vagone ristorante.
Nessuna valuta ha più una base solida: le valute sono merci come tutte le altre. Si ammassano, si usano, si distruggono. Ci sono, addirittura, speciali Paesi dotati di statuti dove tutto si può fare con le valute. Oppure credete che la presenza dei “paradisi fiscali” sia una scheggia impazzita?

In mezzo a questo sfasciume, siamo chiamati a votare, con la speranza di rimettere un po’ d’ordine nel casino che hanno creato.
Qualcuno di loro ci ascolta? Assolutamente no. Mandano solo un servo, tale Juncker, a comunicarci che una cosa che si chiama UE è “molto preoccupata” per come andranno le elezioni in Italia. Anch’io sono “molto preoccupato” quando sento arrivare una scorreggia, perché non sono sicuro al 100% che sia una scorreggia e basta, ma non vado a raccontarlo al mondo intero.

Siccome il mio posto sul treno è su un carro-bestiame (coperto, poi ci sono quelli scoperti, che è peggio) non me ne frega un cazzo se loro confessano ad un servo d’essere un po’ preoccupati per come andranno le cose negli anni a venire. Io dico soltanto che non possono continuare così. Mi ascoltano? Manco per idea, al massimo m’ascolta il mio vicino di posto sul carro-bestiame, che è contento perché ha una spider superfiga e trecento rate da pagare, più il mutuo della casa. Intanto che paga le rate, picchia in testa il suo vicino che ha solo una 500 ma, soprattutto, perché è nero. E si sfoga. Faccia pure: alla prossima fermata scendo, a volte mi dico, perché stare fra i poveracci ci sta, in mezzo ai folli no.

Eppure, quando rinsavisco dalla malinconia, riconosco che tutto questo lavoro, questo scambiarci informazioni, questo “crescere” insieme ci porterà, o porterà qualcun altro, chissà quando, a spaccare col martello il vetro del vagone ristorante, e fare loro andare di traverso tutti i gamberoni in un nanosecondo.
Oppure, gli eventi scorreranno in modo “soft” perché ci saranno le condizioni adatte: l’importante è ascoltare le mille voci del popolo e, soprattutto, non tradirle. E costruire, giorno per giorno, l’ambiente adatto per le nuove idee che, lentissimamente, maturano.
E’ già successo. Succederà. E’ la Storia, baby, dai, non frignare e datti una mossa: Sapere è Potere, soprattutto se loro sanno che tu sai.

19 febbraio 2018

Perché voterò il M5S


Non è poi molto importante sapere per chi voterò io, ma è l’occasione per fare quattro chiacchiere e, magari, per chiarirci meglio qualcosa che ancora non è proprio del tutto ben compreso. Le elezioni saranno una noia mortale – già lo percepiamo – tutti cercheranno di sputtanare tutti – già lo vediamo – dopo, tutti avranno vinto, ed anche questo lo sappiamo da decenni. Fin qui, niente di nuovo.
Queste elezioni, però, qualcosa d’importante lo riservano: osserviamo, ogni giorno che passa, la disperazione di una classe dirigente che non riesce più a “bucare” il teleschermo, oppure ad impressionare con le “veline” delle agenzie. Ogni notizia è già un deja vu, ogni commento è la solita lagna, ad ogni attacco corrisponde, dall’altra parte, la solita gazzarra o la battuta pungente. A volte sono addirittura divertenti, nella loro insulsaggine. Da dove vengono?

Vi stupirà, ma la storia delle classi dirigenti italiane sta tutta in un trafiletto, senza occultare quasi nulla di veramente importante.
Dapprima vi fu la classe dirigente risorgimentale, che aveva l’obiettivo di unire il Paese e che s’espresse fino alla Prima Guerra Mondiale (fine degli obiettivi del Risorgimento). Con gli ultimi aneliti di Giolitti abdicò, lasciando un Paese vittorioso che, però, non se n’era accorto. Salì al potere la classe dirigente fascista, nel bene e nel male, e finì molto male: quella volta gli italiani s’accorsero sulla loro pelle che non avevano vinto. Si fece avanti la classe politica cattolica, sponsorizzata dal Vaticano, e ancora oggi, almeno credo, ogni settimana i politici d’ispirazione cattolica (anche d’opposti schieramenti) s’incontrano per una breve colazione (il Giovedì?) in un discreto convento di monache, a Roma. L’hanno sempre fatto, quando c’erano Togliatti e Nenni, Craxi ed Almirante, Prodi e Berlusconi, mentre imperava il Gauleiter Monti…e penso che continuino anche oggi, è la tradizione. Come abbiamo letto nella riga sopra, con Monti era iniziata la stagione dei Gauleiter, ossia dei Governatori coloniali inviati dal grande Nord, che portano tutti – è d’obbligo! – una faccia italiana. Magari rifatta col bisturi, oppure imbrattata di cerone. Fine della brevissima storia.

Denominatore comune di tutte le classi dirigenti italiane è stato di rivolgersi a noi, tutti, zappatori od impiegati, tornitori o medici, pensandoci un branco di cafoni incapaci di comprendere cosa volesse dire “governare”: anche i migliori (per esempio le classi dirigenti dell’ultimo dopoguerra) non abbandonarono mai quella spocchia tipica di chi si crede “mandato da Dio” per “sopportare” questa massa di rompicoglioni, che bisogna comunque blandire perché il loro voto ci è necessario. Per farci dopo, ovviamente, tutti i fatti nostri.

Difatti, dal 5 Marzo 2018 – a sentire loro – sarà abolita la Riforma Fornero, chi non ha reddito riceverà un bel reddito di cittadinanza, col quale, magari, riprendere gli studi universitari mai conclusi senza pagare tasse…e via discorrendo. I cafoni bisogna farli sognare: fanno castelli in aria e continuano a campare, sgobbando. E, con loro, pure noi. Senza sgobbare, ovvio.

Dobbiamo riconoscere che mentre gli altri, nel 1200, sancivano i grandi principi del Diritto (Habeas Corpus), noi ci divertivamo a condannarli all’Inferno in alcuni libelli, poi assunti a Grande Saga Nazionale dell’Empireo & dintorni. Ben scritta, per carità: a dire le cose siamo sempre stati bravi. Quando altri davano la caccia all’oro nelle appena scoperte Americhe, noi riposavamo con Durlindana e le ultime saghe cavalleresche del tempo. Quando, infine, le cose si fecero serie: della serie che c’era un Parlamento (Inghilterra), oppure un’Assemblea dei tre stati (Francia), quelli che potevano andavano a Londra ed a Parigi per respirare le “arie di liberà”, per poi tornare a fare il solito Marchese del Grillo di tutti i giorni. E, qui, parte la stagione risorgimentale di cui sopra.

Certo…“poeti, santi e navigatori”, ma oltre a questo…niente…e, oggi, un vago sapore d’amaro ed incompiuto sale dallo stomaco, dai visceri, dove riposano le memorie dell’imperfezione mai scalfita.

Qualcuno ritiene che “l’Italia collasserà” anche come forma statuale. Può darsi, ma ci credo poco: gli Stati Nazionali tirano avanti alla belle e meglio, un po’ acciaccati ma vivi e vegeti, l’UE è solo una prosecuzione, con qualche novità, del trattato di Versailles del 1919. L’impianto è sempre il medesimo. La “nuova” Europa li ha perdonati per secoli di nequizie e li ha benedetti: su, correte, andate incontro al Mondo 2.0 che avanza…

Noi, ci andiamo con una sorta di manager che, nel 2018, ritiene che l’auto elettrica sia una panzana colossale, con la quale non perdere tempo: la residua industria automobilista nazionale s’allega, in colonna, al seguito di cotanto leader. Certo: ai tempi di Stevenson c’era anche chi continuava a credere nei cavalli. E’ normale che ci sia un dissidio fra innovatori e conservatori: noi, però – guarda a caso – scegliamo sempre i secondi. Quando entrammo in guerra, nel 1915, c’accorgemmo che nessuno, in Italia, era in grado di costruire un aeroplano: avevamo, però, splendide anticipazioni, fantasiosi disegni, opera di Leonardo. Arrivammo al frullatore “Balilla” dell’Ansaldo nel 1916.

Eppure, gli italiani lavoravano, da Torino a Napoli, non solo nei campi ma nelle officine, nei cantieri, luoghi dove il pensiero empirico incontrava la tradizione idealista, e qualcosa ne scaturiva, come le prime navi a vapore del Regno delle Due Sicilie, anticipatrici, anche nel confronto con le altrui realizzazioni. All’avanguardia, ma senza crederci, come se la cosa non ci riguardasse.

E’ un andazzo che si perde nella notte dei tempi: ad Augusto fu condotto un artigiano che aveva inventato un tipo di vetro infrangibile. Gettò il vetro per terra e non si ruppe. Pensò un attimo, poi disse due parole all’orecchio di un pretoriano: due minuti dopo era già stato sgozzato. E se questo vetro “miracoloso” diventa più prezioso dell’oro?
Non importa se il futuro imperatore Tiberio – allora giovane generale – gli raccontava che era inutile continuare ad avanzare in Germania verso L’Elba per razziare oro: il sistema non reggeva più, meglio fermarsi sul Reno e commerciare. Vizio antico, sul quale continuiamo ad interrogarci ed indugiare.

Dunque, dopo questi esempi – e molti altri che tutti conoscono – qual è la sentenza che ne scaturisce?
Che la nostra classe politica non riesce a comprendere – e di conseguenza ad aiutare – le nostra imprese: sono viste come pecore da tosare dando, in cambio, quattro spiccioli con leggi ad hoc, sempre che ci sia un preventivo accordo. Ossia, una parte dei soldi che ti do devono tornare nelle mie tasche: basta sfogliare un giornale per imbattersi in centinaia di queste notizie.
Di conseguenza, l’unico mezzo che hanno le imprese è spremere sempre di più i lavoratori, e lo Stato – da Treu in poi – fornisce rapidamente apposite leggi sul lavoro per taglieggiarli meglio: la competitività! I mercati ci osservano!

Questa vecchia classe politica – come si arroccarono gli ultimi epigoni della destra/sinistra storica – s’aggrappa al potere con le unghie e con i denti: inoltre, l’UE non trova altri che facciano i Gauleiter per lei, perché l’offerta deve essere fedele e “qualificata”.

Qual è, allora, l’obiettivo da raggiungere con il minimo impegno della scheda elettorale? Votare contro Berlusconi perché è patetico? Contro Renzi perché è uno sbruffone? Contro Salvini, Grasso e tutti gli altri? Non serve, sono la corazzata Potemkin del malaffare, aggravata da una considerevole dose d’ignoranza.

Gli unici ad essere ancora “votabili” sono i 5Stelle, c’è poco da cincischiare.
Sono gli unici ad avere una parvenza – con tutte le loro ingenuità e gli errori commessi – di buona volontà, di voler interpretare (e correggere) questo mondo difficile da capire, dove si scommette sulla salute dell’azienda di Tizio fra cinque anni. Chi dice scende, chi dice sale. Non c’è nulla di male a scommettere però, che le banche conteggino queste scommesse nei loro bilanci, è pura follia. Non è nulla di economico: è solo una follia.

Comprendo tutte le prudenze ed i sospetti di tanti. Se avessero voluto creare un “contenitore” per gli scontenti, per chi si ribella, per chi è schifato da questo modo d’interpretare la politica, avrebbero inventato qualcosa di molto simile al partito di Grillo. Ma non ne abbiamo le prove.
Se, all’opposto, il fenomeno è genuino, ecco che sarebbe stato una pletora di ragazzotti un po’ sperduti e, fra di loro, i soliti approfittatori e venduti o, ancora, disposti a vendersi per i rituali trenta denari. I 5Stelle, però – faccio notare – non vogliono massoni nelle loro liste: scegliere, fra le stelle e il grembiule.
Non andare a votare? Possibile, ma a loro non frega un accidente, a meno che l’astensione non raggiunga l’80%, ma anche in quel caso s’inventerebbero qualcosa di strabiliante: la Commissione Parlamentare per Sondare le Tendenze Astensioniste dell’Elettorato.

Cosa potranno fare i giovani parlamentari grillini?
Non potranno fare molto – il sistema è ancora blindato, e faranno muro contro di loro: ci aspetta l’ennesima copia di Renzusconi, o qualcosa di simile (personalmente, prevedo Maroni a capo del governo) – nel senso di varare nuove leggi o cambiare l’andazzo imperante, però una cosa potranno farla.
Con la loro presenza, dovranno testimoniare, ogni giorno che passa, che i cittadini italiani non sono più cafoni, villici, zotici, bifolchi, villani…ma cittadini di uno Stato, dove hanno doveri (da esigere) e diritti (da rispettare).
E’ un passo che sembra scontato, ma così non è: il Conte di Macerata Paolo Gentiloni non è molto diverso dal suo avo Vincenzo Ottorino, che operò nel Regno d’Italia e convinse i cattolici ad entrare in politica.
Nulla è cambiato in questa landa italica, dove il diritto del censo (imprenditoriale, politico, finanziario) opprime come un tempo. Mancano i cannoni di Bava Beccaris, ma l’aria che si respira è la stessa, ci pensa mamma Tv a spruzzare il deodorante. Sì, quell’odore di m…che ben conoscete.

Prima di lasciarvi, vi voglio raccontare un fatterello che, spesso, mi ha fatto riflettere sulle umane, italiche sventure.

Primi anni ’90, mi trovavo a Roma per un matrimonio e non mancai d’andare a salutare il mio editore, il compianto Angelo Quattrocchi, di Malatempora.
La serata era fresca e, dalle finestre, s’udivano appena le mille voci di una Trastevere d’altri tempi: seduti al buio, bevevamo qualcosa. All’improvviso, parlò.
“La vedi quella panca?” mi disse, indicando di fronte a sé. 
“Molti anni fa, proprio su quella panca, era seduto tutto lo “stato maggiore” del Partito Radicale…c’erano Spadaccia, Pannella, la Faccio…e c’era anche un giovane di belle speranze, che rispondeva al nome di Francesco Rutelli. Visto che era belloccio ed educato, decidemmo che sarebbe stato lui ad essere il capolista…cercammo, anche noi, di sfruttare un po’ i voti delle sempre “tanto buone” mamme italiane…e passò, fu eletto…”
Già, passò. Quanta acqua è passata, e quanti ne sono passati senza che cambiasse niente.

Voglio puntualizzare che non ricordo a quale carica fu eletto Rutelli: la riunione avvenne intorno alla fine degli anni ’70. Il Partito Radicale, all’epoca, lottava su temi d’importanza culturale e sociale – il divorzio, l’aborto (che già esisteva, ma era sempre clandestino e rischioso per le donne), la carcerazione preventiva (ricordate il film di Sordi?) e tanti altri. Per chi era “asfissiato” dal perbenismo comunista e dall’edonismo socialista, pareva una buona causa: soprattutto, si sottolineava sempre l’importanza d’essere considerati cittadini.
Lo votai parecchie volte: smisi quando m’accorsi che s’allontanavano troppo dai temi sociali – che erano, invece, parte dei vecchi programmi del Partito Radicale storico (quello fondato da Felice Cavallotti ed Agostino Bertani) – e che, con la ri-fondazione del 1989, divenne una quinta colonna del potere europeo. Guardate, proprio in questi mesi, cosa fa la Bonino.

Oggi, alcune di quelle antiche istanze compaiono nei 5 Stelle: si pensi al reddito di cittadinanza, alla specchiata onestà, insomma, a come dovrebbe comportarsi un vero governo. Così, li voterò.

Provare?
E cosa costa?
Basta non crederci del tutto, beninteso, non gridare “al lupo” prima del tempo, ma nemmeno avere un approccio fideista senza la minima critica.

05 febbraio 2018

Una faccenda della quale nessuno parla

Già, tutti zitti, muti come pesci. Questa volta, mi tocca fare le congratulazioni (meritatissime) a Peter Gomez ed allo staff del Fatto Quotidiano per avere sollevato il problema e, soprattutto, per come lo hanno fatto. Hanno dimostrato (se vogliono) d’essere in grado di praticare, con mezzi moderni, il giornalismo d’investigazione – una pratica oramai relegata a pochi, veri dinosauri d’antan – mentre gli altri, la gran maggioranza, pratica quello più moderno, l’embedded.
Non sono stato tenero, in altre occasioni, con la redazione del Fatto Quotidiano – particolarmente sulla “pratica” redazionale di mandare in scena i “Sostenitori” sulla pagina on-line, senza verificare cosa avevano da dire, con quali fonti lo sostenevano e, non dimentichiamo, come lo raccontavano – ma quando c’è una buona pratica bisogna congratularsi, è d’obbligo, perché il vero giornalismo è fatto di stroncature, ma anche di complimenti.

Rapidamente: hanno chiamato un paio di giornalisti, li hanno muniti di tutto il necessario (credenziali, sito web, prodotti, ecc) e li hanno mandati in Parlamento a fare i lobbisti per una fantomatica azienda che voleva entrare nel mercato italiano con le sue sigarette elettroniche. Ovviamente, era tutto un falso. Qui l’articolo originale (1).

Naturalmente, appena odorato il profumo dei soldi, i nostri “rappresentanti” si sono buttati a pesce per garantire il successo dell’azienda, senza dimenticarsi d’informare qual era la prassi per by-passare le legge sul finanziamento ai partiti. C’è da meravigliarsi?

Fin qui l’iniziativa del giornale, ma il problema non è soltanto una faccenda di regolamentazione (che fa acqua da tutte le parti, e l’inchiesta lo ha dimostrato) ma di democrazia.
Vediamo un altro esempio, dal programma elettorale di +Europa (Bonino):

Allo stesso tempo va rimosso il bando alla ricerca in campo aperto sulle biotecnologie agrarie.”

Tradotto per il volgo, significa +OGM.
Non c’è nulla di strano se una forza politica inserisce nel suo programma un punto nel quale afferma di desiderare più ricerca nel campo della sperimentazione in campo aperto degli OGM, a patto di scriverlo in modo che tutti capiscano – lo so, non è ostrogoto, ma vorrei sapere quanti italiani hanno veramente capito la portata di quel punto – e poi di sottoporsi al giudizio degli elettori.
Si potrebbe anche affermare che domani, quando un lobbista che vende OGM si presenterà in Parlamento, saprà a chi rivolgersi, ma non si può impedirlo: è molto diverso dal compra/vendi/dammi i soldi che ha evidenziato l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

Ora, vi pregherei di dimenticare il giornale, gli OGM, la Bonino e tutto il resto per concentrarvi sulla domanda: è una pratica democratica, permettere che le aziende forniscano denaro ai politici in cambio di favori? E non dite che “tanto lo faceva già il Senato Romano”, perché c’è una differenza: i Latini non avevano il capitalismo e, dunque, nemmeno le aziende.

Sull’altro versante, non si può proibire il contatto fra il mondo industriale/commerciale con la classe politica, perché un politico deve sapere cosa “bolle in pentola” nel mondo della tecnologia e dell’impresa.
Ma giungere, come siamo giunti oggi, al punto che a Bruxelles sono iscritti nel registro dei lobbisti 25.000 lobbisti (altre fonti dicono 10.000, ma non è il numero che conta) – a parte chi dovrà poi fornire viaggi, arredamenti, puttane, barche da sogno, ecc – non vi sembra che dissertare di democrazia, a questi punti, sia solo un divertissement per filosofi falliti?
Eppure, se non vogliamo esplorare vie “nuove” come il dictator, oppure la democrazia “digitale”, una soluzione bisogna trovarla.

In realtà, la soluzione c’è ed è semplice.
Concediamo pure tutti i contatti che desiderano, però se un solo euro passa dalle mani di chicchessia ad un politico, si va in galera, con processo per direttissima. I 5 Stelle hanno dimostrato che gli stipendi dei parlamentari sono ampi e sufficienti per garantire la sopravvivenza di una forza politica: praticano un prelievo che finisce in un fondo di finanziamento per le imprese, tutti lo sanno.
Il vecchio PCI faceva qualcosa di analogo: prelevava una quota sugli stipendi per finanziare il partito.

Da quei tempi, sono stati aggiunti allo stipendio una quota per chi risiede lontano (che percepiscono anche i romani!) e la disponibilità di uno studio in appositi palazzi, che lo Stato affitta per loro: non si comprende di cosa, oltre a tutto ciò, abbiano bisogno.
La spesa per i soli stipendi dei parlamentari (sola Camera) ammonta, annualmente, a 784 milioni di euro (2): vogliamo dire che con la metà – visto che per il resto (viaggi, telefono, ecc) sono spesati – potrebbero autofinanziare la loro forza politica? Considerando anche il Senato, quasi 600 milioni non bastano?

Non pensate – oh, mio Dio! Con tutti i gravi problemi dell’immigrazione e della guerra imminente che ci stanno addosso… – questo viene a scrivere di “tagliare le unghie” ai parlamentari!
Se la pensate così, scusate, ma non avete capito nulla dell’articolo.
Se un lobbista propone delle finestre sghimbesce, ma lo propone al parlamentare con una robusta mazzetta, state certi che quelle finestre avranno diritto a delle detrazioni, se poi lasciano passare vento e tempesta…beh…io i soldi li ho presi!

In realtà, se hanno bisogno di così tanti soldi, significa che i voti li comprano attraverso le mafie e allora…tutto l’ambaradan della democrazia va a farsi benedire!

Volete un esempio?
Se abitate in luoghi dove nevica, avrete senz’altro notato gli spartineve passare con la lama anteriore alzata di una decina di centimetri. Perché? Poiché, se passano con la lama contro il fondo della strada la rovinano: per questa ragione, le lame degli spartineve sono dotate di una guarnizione di gomma dura. Già…ma la guarnizione si consuma…e costano circa 50 euro l’una…in più, per prendere l’appalto, siamo stati costretti ad “ungere” chi di dovere…la soluzione? Passate, così i cittadini ci vedono, ma…alzate la pala in modo che non tocchi terra, altrimenti siamo rovinati! Così, lasciano uno strato di qualche centimetro, che di notte gela: se siete finiti contro un palo – e dovete dare 5.000 euro al carrozziere – adesso conoscete la ragione di quei comportamenti assurdi.

Come in questi modesti esempi, si comportano per le grandi scelte strategiche: ci sarebbe convenuto – ma di molto! – comprare i Mig-29K per la nostra portaerei (modificando il ponte di volo) a 16 milioni di dollari il pezzo (come ha fatto l’India) piuttosto che aspettare l’F-35B, ad un costo di 122,8 l’uno! Quattro volte tanto per un solo aereo! Notate che il Mig-29K è stato modificato con avionica moderna! Ed armamento di prim’ordine…ma…qualcuno ha pagato di più, e allora…è la legge delle lobby, baby, su, non piangere…
L’India è veramente la più grande democrazia del mondo.

In democrazia, il parlamento deve decidere quali siano le migliori scelte per la nazione, ossia devono parlare, dimostrare, confrontarsi anche in modo acceso…ma…se lo fanno soltanto per meri motivi di cassa, quale garanzia abbiamo noi che le scelte operate siano le migliori?

Avanti così: ci rivediamo la prossima estate, con i parlamentari a zonzo per il Mediterraneo coi loro favolosi yachts – che i cantieri sfornano sulle banchine già iscritti alle Cayman, pronti per diventare tangenti – e finire sui rotocalchi “rosa”, con attrici al seguito e champagne a fiumi. Viva la democrazia!

15 gennaio 2018

Buffonate, furbizie da poco e tanta, tanta ignoranza




A sei settimane dal voto, tutto ciò che la classe politica vomita sono soltanto buffonate: questo è ciò che pensa la maggioranza degli italiani. Non si può dare loro torto, vista la “resurrezione” di un Berlusconi ad occhio e croce cinquantenne o quella di un Renzi che doveva andarsene il giorno dopo la batosta del referendum. Non scordiamo che il governo Gentiloni doveva solo traghettarci, il più velocemente possibile, verso le elezioni…e che Renzi sarebbe tornato a fare l’avvocato. Così raccontava.
Non sono tanto importanti le bufale che ci raccontano: ad esempio, tutti promettono il reddito di cittadinanza, di inclusione o di dignità. Potrete scegliere, per famiglie di quattro persone, fra i 460 euro di Renzi, i 1638 euro dei 5 Stelle o i 1200 euro di Berlusconi. Quale vi piace di più? Sì, se restiamo su questo livello sono proprio buffonate, anche se – ad onor del vero – i 5 Stelle hanno presentato un disegno di legge organico, abbastanza ben fatto ed in tempi non sospetti. Non pagheremo più il canone RAI (Renzi), il bollo auto (Berlusconi), le tasse universitarie (Grasso), eccetera, eccetera.



Molto più importanti sono, invece, le manovre più o meno occulte, ossia quelle che ci fanno capire dove vogliono andare a parare: notiamo che sono solo mosse di avvicinamento, perché nessuno è certo di un risultato che cambia diametralmente con un +/- 3%.
Sulla carta esistono parecchie alleanze possibili (5Stelle-Lega, 5 Stelle-Liberi e Uguali) ma la più gettonata è senz’altro PD-Berlusconi: è collaudata, funziona, ha l’imprimatur europeo. Però non è un’alleanza fra la coalizione di Berlusconi e quella di Renzi, ma di cosa resterà delle due alleanze dopo il voto.
Partiamo dalla Lega.

La Lega ha puntato molto su tre temi: lotta all’immigrazione, abolizione della Riforma Fornero e l’uscita dall’euro.



Sul primo punto non c’è tanto da dire: fa il pari con la lotta all’evasione fiscale, tutti la citano e poi nessuno la attua. L’UE se ne frega se mezza Africa viene in Italia, ma in cambio ci ha dato la possibilità di “sforare” di più sul bilancio, cioè d’indebitarci: i politici si fregano le mani (in un anno elettorale!), i neri bighellonano da una strada all’altra (non c’è lavoro nemmeno per gli italiani!), ma fare più debiti piace, oh, quale bellezza!

Tanto per capirci, il debito pubblico italiano (1), dal 2010 ad oggi, è passato da circa 1.400.000 milioni di euro a circa 2.000.000 di milioni di euro, con un rapporto debito/PIL intorno al 130%: alla faccia della Fornero che, con la sua riforma, “ha salvato l’Italia!”. Ancora un paio di “salvataggi” di quel genere e salterà il tappo, quello che ci tiene a galla. Se non è già saltato e già siamo con l’acqua alle ginocchia, ma nessuno ce lo dice: mantenere la calma è l’imperativo categorico.

Gli altri due punti della Lega, invece, (Fornero ed euro) saltano immediatamente nel momento stesso che si stringe l’alleanza con Berlusconi, lo hanno capito anche molti elettori della Lega, che la stanno abbandonando, ma questo non impressiona la Lega, quella di lotta e quella di governo. Prontamente è stato richiamato in servizio permanente ed effettivo Roberto Maroni, il quale si prepara (alleanza Berlusconi – Renzi) ad essere l’uomo “cerniera” fra la Lega (quella di governo) e l’alleanza di centro destra che gestirà i voti dell’altra Lega, quella di lotta. Come? Berlusconi non è più in grado di governare, lo avete sentito? Biascica, non capisce…insomma…ha 80 anni ed è copiosamente rincitrullito. Mai più si aspettava di dover tornare in campo: ha persino venduto il Milan!
Si tratta proprio di un’armata Brancaleone, tenuta insieme con lo scotch e con promesse di soldi a volontà per tutti, perché anche l’altro “puntello” non sta proprio bene.

Credo che Renzi, all’indomani della batosta referendaria, non ritenesse più di avere un ruolo politico: d’altro canto, con la diaspora interna al partito, unita ad una mancanza totale d’idee che non siano solo vuoti slogan (Job Act, Buonascuola, Salva Italia, Italiariparte, ecc) c’era veramente poca trippa per gatti. Ma anche a lui è arrivata la cartolina-precetto da Bruxelles. Ma sei scemo?!? Torna subito dov’eri e rimettiti a macinare tweet per ogni giorno dell’anno! Ti costruiremo noi l’alleanza giusta, non ti preoccupare!
Il giorno dopo le elezioni, tutti avranno vinto meno Renzi…oddio, non gli costerà niente stappare lo champagne…glielo mandano da Bruxelles, tutto compreso nel prezzo…però non ci crederà nemmeno lui, come dire: abbozzo, vabbè…
Con una maggioranza sbilanciata verso destra, dovrà fare non il protagonista, ma la comparsa: di lusso, certo, ma pur sempre comparsa, come del resto sarà lo stesso Berlusconi, che tengono per le palle con le mille inchieste e con i guai giudiziari nei quali è da sempre impegolato.

Roberto Maroni è la persona giusta per infinocchiare per altri cinque anni gli italiani: pensate, è un ex militante di Democrazia Proletaria ed ex appartenente all’ufficio legale del Banco Ambrosiano, quello di Roberto Calvi!
Ha un ottimo pedigree!
Non vi ha meravigliato che, lanciato com’era per un secondo mandato alla Regione Lombardia (uno dei “piatti” più ricchi d’Italia), abbia precipitosamente mandato all’aria tutto per rispondere “Presente!”? La chiamata deve essere stata una di quelle importanti, alle quali non si può che conformarsi. Una chiamata da Roma? Può essere…a Roma c’è lo IOR, quello in cui Roberto Calvi aveva molti contatti…ma io la vedo più probabile dall’estero, Germania, USA, la city di Londra…chi lo saprà mai? Mica ci mettono la firma!

Potrà governare con una solida (nell’accezione italiana) alleanza fra ciò che resterà del PD, ciò che resterà di Forza Italia, più i soliti illusi da decenni della Lega (è uno dei nostri, eh?) più varie ed eventuali: qui si distinguerà la grande capacità di Berlusconi nel trattare, comprare, perdonare, mettere in riga i riottosi…c’è sempre un Verdini o un De Gregorio che risponde all’appello…ci sono avanzi della P2, resti di Gladio, figli di qualcuno e di brave donne…non è un problema…qui ci sono i soldi, ragazzi, fatevi sotto…

Due parole sui “resti”.
Il “resto” più importante sarà il primo partito italiano, il M5S, fuor di dubbio. E’ un partito che campa sul semplice concetto della “conventio ad excludendum”, ossia sull’isolamento totale da parte degli altri partiti.

Potrà, forse, stipulare una debole alleanza con Liberi ed Uguali, o forse con coloro che fuggiranno dalla Lega, se ci saranno (la corrente di Salvini, ad esempio, se deciderà di restare fra i “duri e puri”, con una riappacificazione con Tosi, ecc), ma sono scenari marginali, senza speranza e senza costrutto.

Liberi e Uguali sconta l’eterna lotta interna ad una sinistra che, in anni lontani, scelse il neo-liberismo come nuova ragion d’essere, e non se n’è più distaccata. Propone d’azzerare le tasse universitarie (cosa di per sé giusta, per carità) senza riflettere che sfornare laureati a tonnellate serve soltanto a fornire una patente per l’emigrazione: nulla che possa cambiare il nostro Paese. Cosa diversa se, insieme alle tasse, ci fosse un piano d’industrializzazione in settori promettenti, ma qui ci si scontra con i diktat delle oligarchie europee e, siccome l’Europa per loro è un “sancta sanctorum”, non c’è nulla da sperare.

Il discorso sull’Europa chiama, inevitabilmente, in causa il primo partito italiano, ossia il M5S.



Da sempre contrario all’euro (e, per molti aspetti, anche all’UE) nelle ultime settimane ha compiuto una “rincorsa al centro” senza precedenti, dal viaggio di Di Maio negli USA alle sue dichiarazioni di fronte all’Insetto. Una rincorsa disperata e senza senso, che è servita solo a confondere i suoi elettori: che senso ha dire che l’euro non è più un problema “giacché l’asse franco-tedesco si è molto indebolito”?
Non riusciamo a comprendere dove Di Maio abbia pescato questa frottola…ma…Di Maio sa dove poggia l’asse franco-tedesco e da quali accordi nacque?
Rinfreschiamogli la memoria.

L’asse franco-tedesco nacque fra Kohl e Miterrand, sul finire degli anni ’80. Le ragioni erano ovvie e convenienti per entrambi: la Francia avrebbe chiuso un occhio sulle enormi spese della Germania per assorbire la ex DDR, mentre la Germania avrebbe accordato alla Francia un cambio molto vantaggioso (cosa che non ebbe l’Italia) nella futura transizione all’euro. Un obiettivo che univa, ulteriormente, le due nazioni fu quello della deindustrializzazione del secondo polo industriale europeo: quello italiano, soprattutto il Nord-Est.
Dopo aver cercato inutilmente una soluzione “jugoslava” – ossia staccarlo dal resto d’Italia (ci lavorò il sen. Miglio con la prima “Lega”) – l’accordo ci fu, tramite un parametro di cambio a noi sfavorevole e l’ingresso, da parte francese, nel grande mercato della distribuzione alimentare. Di chi è oggi Parmalat? Ma non basta: la Vestas (azienda danese) produce pale eoliche, che poi vende in tutto il mondo, nello stabilimento di Taranto (2). La Fiat è anglo-americana (il settore siderurgico è stato assorbito da Thyssen-Krupp), molti oleifici sono diventati spagnoli (con capitali tedeschi), e via discorrendo. Molte di queste cessioni dipendono proprio dal tasso di cambio dell’epoca con l’euro.

Ciliegina sulla torta, Miterrand calò ai tedeschi la famosa spada di Brenno sulla bilancia: come state ad armi nucleari? Guerra persa, vero? Che peccato…noi abbiamo bombe, missili e sottomarini atomici…quando i francesi – sempre negli anni ’80 e ’90 – fecero esperimenti nucleari a Mururoa, nessuno in Europa alzò più di tanto la voce.
Oggi, Di Maio – dopo l’addio inglese all’UE – la Francia è l’unica nazione dell’Unione a possedere armi nucleari. Ancora convinto che l’accordo franco-tedesco è “più debole”? Macron s’è fatto fuori la Le Pen, la Merkel ha fatto una nuova Grosse Koalition con i socialisti…debolissimi, vero?
Se così è, almeno se lei li ritiene “debolissimi”, può fare una prova: andare in Europa e prendere a calcinculo sia la Merkel e sia Macron. Le consiglierei, prima, di leggere con attenzione “L’arte della guerra” di Sun-tzu: sa, è meglio prevenire che dopo leccarsi le ferite…

Inoltre, sta passando una bufala colossale, ossia che non sia possibile indire referendum in materia di politica estera. E’ una stupidaggine smentita dai fatti. Da leggi ben precise (3).
Con la legge costituzionale 3 aprile 1989 n. 2 (4), fu istituito il referendum consultivo o di indirizzo, e gli italiani votarono sul seguente quesito:

“Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità”

Votammo il 18 giugno 1989, e gli italiani si espressero per circa l’88% con un Sì e per circa il 12% con un No. Rivendico, con onore e preveggenza, d’aver fatto parte di quel 12%.
E’ sufficiente che la maggioranza parlamentare (in quel caso il parlamento votò all’unanimità) esprima al Governo l’esigenza di un referendum consultivo (o di indirizzo) e questo lo comunichi al Presidente della Repubblica.

Ora, evidentemente, una parte del Parlamento vede come il fumo negli occhi il solo pensiero di privarsi dell’accozzaglia di mangiapane a tradimento che vanno a fare i parlamentari europei, per una sola ragione: poiché furono trombati alle elezioni italiane. Sono 73 posti d’oro, pagati 24.164 euro, senza contare i rimborsi per viaggi ed affini. Si dovrà lottare: ma, se il primo partito italiano è d’accordo…

Inoltre, ci sono ragioni di ordine giuridico per intavolare una trattativa in tal senso: ciò che approvarono gli italiani, non fu attuato.

Un “Governo responsabile di fronte al Parlamento” non è mai esistito, poiché le posizioni di Commissari (i Ministri) furono avocate dalle Nazioni per nomina separata. In altre parole: i commissari s’accordano sui provvedimenti di legge, e non è richiesta la necessaria approvazione parlamentare.

“Il Parlamento europeo esercita la funzione legislativa dell'Unione europea assieme al Consiglio dell'Unione Europea. Inoltre in alcuni casi stabiliti dai trattati, ha il potere di iniziativa legislativa che generalmente spetta alla Commissione europea.” (5)

Il secondo punto che mai fu realizzato fu “affidare allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea…”: avete mai sentito parlare di una Costituzione Europea? Il Trattato di Lisbona, certo, che non è una Costituzione: perché? Poiché la stesura della Costituzione si scontrò con l’evidenza che le popolazioni (fecero dei sondaggi in vari Paesi) non l’avrebbero approvata. Così, stesero un Trattato e se lo approvarono, se lo giocarono e se lo ballarono da soli.

Ma c’è ancora un vulnus, che inficia completamente quella richiesta referendaria: il Trattato di Maastricht – il vero accordo fondante dell’UE – fu firmato il 7 febbraio 1992, a quasi tre anni dalla pronunziazione referendaria! In pratica, ci fecero votare “al buio”!

Il precedente di quel referendum – e, soprattutto, la legge istitutiva di quel referendum, che è tuttora vigente – dimostra che chiedere alla popolazione una consultazione è pienamente legale e democratico. Detto fra noi, non s’aspettavano che le vicende successive ci avrebbero condotto nella situazione di volercene andare dalla gabbia truffaldina dell’Europa: fecero un clamoroso errore (mai più ripetuto) ma, ripeto, è un precedente importantissimo ed è tuttora vigente, sul quale si può imbastire una trattativa e…perché no? Una protesta popolare.

Perciò, caro Di Maio, come vede d’idee per contrastare le oligarchie imperanti ce ne sono, però…se la sua mossa desiderava richiamare voti dai “moderati” verso il suo partito, avrà effetti veramente minimi e diciamo…di pessimo gusto: a cosa serve “normalizzare” un movimento nato per combattere il malaffare, la corruzione, le energie fossili, il potere dei partiti…quando lo si è ben bene “normalizzato” cosa rimane?

Un contenitore di bon ton e d’idee muffite: se vogliamo veramente salvare (sempre che sia ancora possibile) questo Paese, abbiamo bisogno d’idee fantasiose, rivoluzionarie, al limite della follia. Mai letto Erasmo da Rotterdam?
  

03 gennaio 2018

L’universale degli i....i è in costante aumento. E scrivono pure


(Nel titolo) Sostantivo plurale, 6 lettere: al singolare è il titolo di una notissima opera di Dostoevskij.

Come altro si potrebbe definire un certo Massimo Famularo – che, in realtà, si dovrebbe appellare Fabularo, ossia affabulatore, ma passi se ha scelto un nick come giornalista… – dove scrive? Sul Fatto Quotidiano: che sia stato raccomandato dal “grande” Scacciavillani? Non ci sarebbe da stupirsi perché il Fatto, da qualche tempo, è tutto uno spasso, un giardino dove si nutrono quelle bufale che il Governo racconta di dover estirpare alla radice, cosicché la mala pianta scompaia dai nostri pascoli, lasciandovi incontrastate praterie della Verità.

Il travagliato parto del nostro affabulatore ha un titolo: “I super ricchi sono sempre esistiti. Con la differenza che ora possiamo diventarlo tutti” (1).
Detto così, parrebbe uno spassionato elogio verso l’American Way of Life: purtroppo, non è così, ed il seguito arranca su sponde mai visitate da autori degni di un minimo di saggezza letteraria. Ed economica.
Chi è Massimo Famularo?

Le scarne notizie che abbiamo di lui ci narrano che è un “esperto di crediti bancari in sofferenza”. Curioso: un tizio che vive a contatto con i nuovi poveri, o comunque con gente indebitata con le banche, ci racconta che la ricchezza è a portata di mano. Sarebbe arrischiata l’inferenza “sofferenza bancaria = maggior ricchezza dei singoli”?
Non la esploriamo, poiché lui non cita nulla del genere.
Il buon Massimo fa un temino, un temino buono per prendere un 6- durante l’anno scolastico ma che – alla maturità – sarebbe stato un flop completo, soprattutto in Storia.

In sostanza, il buon Massimo c’indottrina con una teoria semplice e di nessuna utilità: in epoche storiche lontane, la sperequazione della ricchezza era maggiore di oggi.
Non ho nessun dubbio nel credere che Alessandro Magno fosse il greco più ricco oltre ogni limite. Che il duca di Wellington e re Giorgio IV fossero in testa alla “hit parade” dell’epoca, come gli hidalgo spagnoli, gli aristocratici russi, eccetera, eccetera…

Ma, fra quel tempo e noi, sono intervenuti due fattori molto importanti:
1) Le rivoluzioni francese e russa;
2) La fine degli stati assolutisti, ossia la concessione (forzata) delle Costituzioni.

Per non parlare dell’affermazione della borghesia sulla nobiltà…poi le organizzazioni sindacali e politiche dei  lavoratori, i fascismi, il socialismo reale…ma dove ha studiato la Storia il buon Massimo? Alla Scuola Radio Elettra? E lo fanno scrivere su un giornale?!?

Oggi, un economista che vuole indagare in tal senso, va a cercare l’indice di Gini (2), poiché dalla classifica (3) si evince che l’Italia è al 52° posto, però con ultima rilevazione nell’anno 2000. Già con questo dato, sopra di noi (cioè con meno disuguaglianze) troviamo Francia, Svizzera, Austria, Danimarca…sotto di noi, decine di repubbliche delle banane, ma anche Portogallo, Brasile, Uruguay e…Stati Uniti.

Se desidera ampliare le sue conoscenze nel campo, caro Massimo, studi: perché l’indice di Gini ha parecchie peculiarità, che lo rendono sì duttile, ma che richiedono molta attenzione. Soprattutto, non basarsi su rilevazioni di 18 anni fa ed imparare ad evitare i trucchi contabili dei governi.

Però, se si trattava solo di capire che il Re Sole era il più ricco fra i francesi ha ragione lei: non serve scomodare Gini. Peccato che il suo articolo, parimenti, non serva a nessuno: lo sapevamo già, tutti. Saluti

27 dicembre 2017

Sera di Natale in Italia


La sera di Natale giunge stanca, e tutti ci domandiamo che festa sia S. Stefano: va beh, è un giorno di festa in più, tanto per avere il tempo di smaltire gli eccessi di sbobba…
Dopo le orate (d’allevamento, comprate al Famila, 6,35 euro/kg) della vigilia, siamo passati ai ravioli di mezzodì: fatti amorevolmente a mano, ma proprio tutto a mano, perché la macchina cinese appena comprata dopo due sfoglie (dov’è finita la vecchia “Imperia” a manovella dei nonni? non mi ricordo, forse è in soffitta…) avviluppa tutto in un melange apocalittico di sfoglie e metallo. Va beh, ci siamo fatti i muscoli a tirare le sfoglie col mattarello…
E viene la sera più noiosa dell’anno, quella “che è festa e qualcosa devi fare”: una scopetta all’asso in quattro, almeno si ride un po’ su chi si dimentica che di Re ce n’era ancora uno in giro…e giù una scopa…oppure, di mazzo, gioca la sua ultima carta con un sapore di vendetta negli occhi. E gira un asso sul tavolo vuoto, perché i sette se ne sono andati. Va tutto bene la sera di Natale, anche chi gioca a poker e dice boriosamente “vedo” con una coppia di dieci in mano…è la sera di Natale, si deve arrivare a domani per festeggiare (!) il patrono d’Italia, al quale avremmo tante cose da chiedere, ma abbiamo imparato a tacere, anche coi santi.

La suocera di mio fratello, 90 anni, ci osserva dalla sedia a rotelle: ogni tanto biascica qualcosa, vede qualcuno morto da trent’anni, saluta un figlio che non c’è…l’Alzheimer galoppa…povera donna, speriamo che queste visioni la sottraggano, almeno un poco, alla sua triste condizione d’inferma, nell’attesa della morte più fulminea e misericordiosa possibile.
Quando, però, strabuzza gli occhi all’indietro e s’abbandona come un cencio slavato, tutti ci fermiamo, agghiacciati, muti, silenti, la carta si ferma nell’aria e non scende nemmeno sul tavolo. Impietriti. Solo lei scatta: l’infermiera di famiglia, alla quale non è permesso lasciarsi prendere dallo scoramento, salta su come un lampo, la regge, poi si volta: “Datemi una mano”.
Dio come pesa questa vecchietta, questi pochi brandelli di pelle e ossa paiono piombo…sembra di tirare su le batterie della barca dalla sentina…finché la sdraiamo sul letto: siamo divenuti tutti pallidi, cerei…sarà il gelo della morte che ti passa accanto…

Ma è già tutto cambiato: con una mano sul cuore, la strapazza. Dove ti fa male? Qui o qui? La poveretta riemerge, riesce a parlare, ma capire se è un dolore allo sterno o allo stomaco è tutto un programma…“dammi il tuo orologio, veloce!” Lo slaccio e faccio partire il cronometro…dopo pochi istanti ci sono già i primi dati: pulsazioni e respirazioni…già, ma che farne? “Chiamiamo il 118”? La figlia, con le lacrime agli occhi “se la portiamo in ospedale ci muore”. Già, con le infezioni ospedaliere che girano…ma, d’altro canto, che si può fare?
La Guardia Medica. Ecco, questo si può fare.
“Il medico è già impegnato in un’altra telefonata: non riagganci, per non perdere la priorità acquisita!” : ma che è, siamo al call centre dell’Ipercoop?!?
Niente. Mezzora ad aspettare, mezzora durante la quale la nonnina si riprende, l’amica/infermiera riesce a parlarle, a farsi raccontare con più precisione i sintomi, e si tranquillizza anche lei. “Mi sembra più una faccenda di stomaco…non un infarto…” ribatto: se era un infarto era già andata…risponde con garbo e fermezza “non è vero per un cazzo di niente, ci sono infarti che ti lasciano anche ore per intervenire!” Taccio, che è meglio.
Prova a chiamare un amico medico, ma non risponde…avrà staccato il cellulare di servizio, è la sera di Natale…tocca alla Guardia Medica…ma dopo 40 minuti desistiamo dal chiamare la Guardia Medica, ci mancano solo le musichette… Nel frattempo la nonnina s’è ripresa, è tornata rosea: con un po’ d’acqua, limone e bicarbonato ha tirato un paio di sonori rutti…è andata bene.

Nessuno, però, può impedirmi di ricordare una sera di quarant’anni fa, al capezzale di una bambina che aveva la febbre alta, troppo alta, e non si lamentava. I genitori, entrambi biologi, erano perplessi: i bambini, ancorché malati, non sono mai così inerti, senza riflessi…è colpa mia, si rattristava la madre, non dovevo metterla in cortile solo con la canottiera…pareva caldo…poi si avvicina alla piccola, le fa passare la mano sotto la nuca e rialza il capo: immediatamente, la piccola geme.
“Questa è meningite” afferma sicura “vado a chiamare il medico.” La risposta del medico fu un poema: “Dagli una bella Aspirina e prendine una anche tu, altrimenti viene a te la meningite.”
Disperata, un’idea le attraversa la mente (era il 1974): “ma non hanno messo quel nuovo servizio…come si chiama… ah sì, Guardia Medica”…elenco telefonico…dopo un quarto d’ora un giovanissimo medico varca la porta, visita la piccola, prende la febbre, compie anche lui la manovra del capo poi, sicuro: “E’ il primo caso che osservo, ma sono più che certo: è meningite o, comunque, infezione meningea.”
La bimba fu immediatamente ricoverata e la mattina seguente era già fuori pericolo: attendere la notte per il ricovero sarebbe stato, probabilmente, fatale (dissero gli infettivologi).

Ora voltiamo la pagina, e domandiamolo a voi – miseri saltimbanchi d’avanspettacolo di paese, che si fingono attori shakespeariani – a voi, che per mesi ci strapazzerete i cosiddetti con le vostre misere sparate, che altrettanto miseri giornalisti strombazzeranno sulle colonne dei quotidiani per far sembrare una cazzata più grande di un’altra, nello sciagurato spettacolo che ci offrirete in un’assurda campagna elettorale.
Non vi chiedo di pensare come pensano i grandi, poiché non ne siete capaci: perciò non vi chiederò di sanare il baratro che oramai separa come un vallo incolmabile la ricchezza ostentata, gravida di scempiaggini, urlata nel silenzio delle notti, esposta al ludibrio dei tanti…da coloro che vivono di poco, che ritagliano anche sul biglietto dell’autobus, che misurano il vino a tavola, quando non devono misurare anche il pane.
Non vi chiederò di stendere piani energetici credibili, impostazioni finanziarie meno disperanti, sovranità – territoriali, industriali, monetarie, culturali… –  svanite…no, vi chiederò solo una cosa: vi siete accorti del danno provocato dalla gestione regionale della Sanità?

100 miliardi l’anno che svaniscono ogni anno come uno sciame di bolle di sapone…gli ospedali vengono ridotti, i reparti chiusi, i servizi decimati…mentre le uniche cose ad aumentare sono i costi per i cittadini ed il numero delle infezioni ospedaliere, dovute anch’esse a “risparmi” sulla sterilità dei mezzi impiegati?
E tutto questo per permettere ai vari Formiconi & similia di trascorrere dorate vacanze in barche da sogno o sulle nevi più gettonate, in club esclusivi, su isole irraggiungibili…tutto questo deve essere rubato sulla pelle della gente? Sei mesi d’attesa per un’ecografia, reparti inaccessibili, Guardie Mediche intasate, gente che aspetta in barella per ore nei Pronto Soccorso?

Chi di voi, in questa sfolgorante campagna elettorale, avrà il coraggio di alzarsi e dire: “E’ stato un colossale errore: abbiamo moltiplicato i costi per 20 e diminuito di 20 volte la nostra capacità di curare la popolazione. Perciò, con la prossima legislatura, la Sanità tornerà allo Stato, seguendo metodologie d’intervento già sperimentate in passato, che davano risultati sicuramente migliori.” Punto.

Chi avrà il coraggio di farlo? (e di attuarlo?)

02 dicembre 2017

Strano ma vero



Il ministro dei temporali
In un tripudio di tromboni,
auspicava democrazia con la tovaglia sulle mani,
e le mani sui coglioni…”
Fabrizio de André, la Domenica delle salme, 1990

Un’indicibile curiosità mi ha preso quando ho sentito la notizia – strombazzata da tutti i siti istituzional/paranormali – ed ignorata dalla controinformazione: è roba troppo semplice per solleticare le nostre tastiere…sono in campagna elettorale…e allora? Va beh…una dozzina di “rapati” partono da Vicenza e giungono a Como per irrompere in una specie di circolo Pickwick… e allora?
Meglio parlare della Corea o dell’ultimissimo allarme su un possibile – anzi, probabile – colpo di stato negli USA. Ma che ci frega di quei quattro matusalemme che stavano a discutere di negri? Nessuno li avrebbe mai sentiti…tutta pubblicità gratuita…

Non me ne potrebbe fregare di meno, avete ragione, ma si dà il caso che quando ti vedi piombare in casa una dozzina di Skyneads non sai cosa vogliono e, soprattutto, al momento non capisci cosa potrà succedere dopo.
Ma più ancora, m’interessa capire come mai un gruppo di giovani rapati a zero decide d’usare e mettere in pratica una strategia che data a quasi un secolo or sono, una strategia detta “fascista”, perché i fascisti usarono questi mezzi.
Chiamo a testimonianza un personaggio che non può essere discusso da quelle parti: Benito Mussolini.

Ci sono cose che il Duce ben sapeva, e che non sanno i cosiddetti “fascisti” d’oggi, che dal Duce sarebbero presi a pedate nel deretano, senza tanti complimenti.
Vi faccio una domanda: cosa ci faceva Nicola Bombacci fra i fucilati a Dongo?
Beh – la maggior parte dovrà andare a leggere su Wikipedia, ma lasciamo perdere… – sarà stato un gerarca, no?
No, Nicola Bombacci non era un gerarca, e mai ebbe la tessera del PNF in saccoccia. E allora, perché? Poiché l’ex segretario del Partito Socialista Italiano e fondatore del PCI fu appeso a Piazzale Loreto, con la scritta “supertraditore” (1), insieme a Pavolini e Starace? Più facile rispondere su chi farà o vincerà la terza guerra mondiale, vero?

Nicola Bombacci si può affermare senza eccessi che “accompagnò” Mussolini dall’alfa all’omega della sua avventura politica: poco più vecchio di Mussolini, nato anche lui in Romagna, anch’egli amico di Lenin (come il Duce, che lo conobbe personalmente) rimase sempre un socialista “radicale”, diremmo oggi. E mai smise d’avere rapporti con Mussolini, cosa che causò parecchi malumori fra l’entourage dei veri gerarchi del regime.
Addirittura, in piena censura sulla stampa (1935), Bombacci diresse una rivista (La Verità) che mai smise d’essere una rivista che parlava di lavoro, di diritti, di sindacato. Chi lo sosteneva, anche economicamente? Sotto mentite spoglie, il Duce stesso. Perché?

Poiché Mussolini non smise mai d’essere un socialista, e lo dimostrò con riforme (l’IRI, l’INPS, l’ONMI, lo IACP, l’INAIL,  la Banca d’Italia Statale, ecc) che lo resero, nei fatti, in grado di reggere anche alle critiche di un socialista radicale come Bombacci. Il quale, fu conquistato dalle riforme mussoliniane: proprio lui, che lavorò per molto tempo per l’URSS e che iniziò – si deve dirlo – quella collaborazione economica che poi sfruttarono a man bassa i comunisti emiliani nel dopoguerra.

Così, in silenzio, dopo l’8 Settembre 1943, Bombacci raggiunge Mussolini a Gragnano, e diventa un collaboratore assiduo, oltre che l’amico di sempre. Ebbe un vago incarico presso il Ministero dell’Interno ma si sa, nella caligine di Salò dominata dai tedeschi, tutto era vago ed impreciso.
La “socializzazione” dell’Economia è opera sua e, addirittura – non potendo essere messa in pratica durante la pallida Repubblica di Salò – è rimasta come vago cenno anche nella nostra Costituzione, agli art. 3 e 35, laddove però è sparito il riferimento più importante: la gestione comune (imprenditori-lavoratori) dell’impresa, la nota Mitbestimmung tedesca.

Viene spontanea una domanda: perché Mussolini, che ebbe il potere assoluto, non portò avanti questi progetti come Capo del Governo, per tanti anni?
Perché Mussolini, di là delle sue “sparate” ben note, quando incontrava sulla sua strada i dettami del grande capitale, agrario ed industriale, non contava più una cippa.
Vi fu anche un momento storico importante – e per questo i ragazzotti in nero di Vicenza mi fanno più pena che altro – nel quale Mussolini fu giocato proprio dallo squadrismo: il delitto Matteotti.
Vedremo dopo perché.

Oggi, si nota all’interno della Lega il medesimo percorso: Maroni si schiera con chi ricorda che lo squadrismo, in Italia, non portò nulla di buono e, dunque, condanna. Salvini assolve quei “ragazzi”, perché deve prendere i voti alle elezioni, i voti di quelli che credono ancora il “grosso” problema italiano quello dell’emigrazione dall’Africa. Ma non solo: con chi si schiera Salvini? Con Berlusconi, ossia con la sola possibilità che ha ancora la classe politica italiana – unendo, dopo le elezioni, quel che resta del PD con una destra anch’essa raccogliticcia – di continuare le politiche europeiste che ci strangolano e ci strangoleranno ancor più. In altre parole, il grande capitale finanziario transnazionale ha pensato che questa è l’unica soluzione praticabile, poiché l’invio di una “Trojka” è già avvenuto con Monti, e gli italiani se lo ricordano.

In questa situazione, l’UE ritiene troppo pericoloso inviare i suoi Gauleiter in Italia: la Grecia, da sola, può pure marcire nella miseria, ma l’Italia no, è troppo destabilizzante per gli equilibri europei, considerando che anche la Spagna ha i suoi grattacapi. Insomma, il malcontento verso l’UE non deve dilagare – Brexit è tutta un’altra storia – e le classi politiche italiane devono cavare il ragno dal buco da sole.
Ecco, allora, che ciascuno dei partiti cerca voti con i mezzi che ha: Salvini, sa che la sua base è molto sensibile alla vista dei neri per le strade italiane, e allora assolve anche lo squadrismo.
Spicchiamo un salto di quasi cent’anni.

Nel 1924, Mussolini ha stravinto le elezioni e non sa bene come proseguire la sua avventura politica: si è servito, per giungere al potere, del malcontento dei reduci della Grande Guerra, ma questo è soltanto il dato elettorale che gli ha consegnato la maggioranza assoluta nel Paese. Da questo ad avere una linea politica, ce ne passa.
In quei giorni (Maggio/Giugno 1924) apre, metaforicamente, numerose volte la porta ai suoi vecchi compagni socialisti: sa che dall’accozzaglia di parvenu travestiti da gerarchi squadristi può aspettarsi poco e, dai pochi che mostrano un po’ di sale in zucca (Balbo, ad esempio), può solo attendersi sgambetti per prendere il suo posto.

Il Partito Socialista, per bocca di Matteotti, non poteva che rispondere duramente, e così fece: quella sorta di “compromesso storico” ante litteram, necessitava di tempi più lunghi, di lasciar sedimentare le sofferenze degli anni appena trascorsi, l’affogamento nel sangue delle lotte operaie e lo squadrismo.
Con un’alleanza con i socialisti, Mussolini se la sente anche di poter affrontare il suo grande nemico: il Re, con tutta la marmaglia sabauda al seguito.

Ecco allora che si fa avanti un uomo che tornerà a farsi vivo quasi vent’anni dopo, con un ordine del giorno che il 25 Luglio 1943 lo spodesterà: Dino Grandi. Chi era costui? Direbbe il Manzoni.
Dino Grandi era un emiliano, facente parte dell’ala dura fascista, che fu prevalentemente quella dello squadrismo tosco-emiliano.
Legato ai grandi proprietari agrari dell’epoca, non fa certo sconti ai socialisti: duri e puri, con manganello al seguito.

Dopo le vicende del '43, terminò la sua carriera politica come consigliere dell’ambasciata americana a Roma. Buon sangue non mente.

Non voglio, qui, rifare la storia del delitto Matteotti: ci sono già troppe versioni, ricostruzioni e dietrologie di parte, senza ch’io aggiunga le mie contumelie.
Di certo, se c’era una persona alla quale non conveniva – politicamente – il cadavere di Matteotti che gridava vendetta, quello era Mussolini.
Il Duce tentennava, meditò addirittura le dimissioni – almeno, così si racconta nel gran tourbillon dei quei giorni – ma Dino Grandi organizzò una colossale manifestazione di squadristi, a Roma, che gli tolse la parola di bocca.

La storia sappiamo come andò a finire: l’opposizione parlamentare andò all’Aventino, Mussolini governò sempre in coabitazione col Re, fece sì molte riforme “socialiste”, ma poi – come un uomo solo che deve governare senza consiglieri dei quali si può fidare – finì per imboccare il vicolo cieco: Hitler, la rovinosa guerra, la fine.

Qui finisce la storia ma – senza scomodare tragedia, commedia e farsa – chiediamoci perché quindici ragazzi paludati in nero partono da Vicenza per andare a Como (non proprio dietro l’angolo!) e tacitare con un’intimidazione altri ragazzi che stanno semplicemente facendo una riunione. E, come in quei lontani anni, la Lega si divide: Maroni, l’ala “istituzionale”, condanna, Salvini, l’ala “dura”, minimizza e passa sopra un’azione che, pur senza violenza fisica, ha tutti i connotati dello squadrismo.

Ancora una volta, l’obiettivo è il consenso: all’epoca fu il sogno della rivoluzione fascista, oggi, visto che di farsa parliamo, ci si gioca una manciata di voti sulle spalle di quattro immigrati.
Mentre i veri problemi – la Banca d’Italia in mano agli speculatori, il welfare italiano divenuto un “si salvi chi può”, l’industrializzazione che si perde in un sogno di mezza estate, la sanità nella mani di venti Poggiolini famelici, la scuola nelle mani di una persona che, a fronte di Gentile e Lombardo Radice, avrebbe fatto sì e no la servetta, ecc – devono rimanere tali, perché l’Italia deve rimanere al sesto posto planetario dell’indice di Gini, ossia la sesta nazione al mondo per sperequazione della ricchezza.

Non v’inquietate, non ce l’ho con nessuno: né coi fascisti e né con i comunisti…volevo solo spiegarmi il perché hanno scomodato quei ragazzi in nero, come domani potranno scomodare quelli in grigio dei servizi, con il medesimo obiettivo: raccogliere centomila voti qui con una parola d’ordine, centomila là con il suo opposto. Tanto nelle fanfare dell’informazione, tutto si tritura e svanisce. L’importante è che resti il consenso, il voto, la fiducia (!).

La Domenica delle salme
una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante…
…mentre il cuore d’Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di “vibrante protesta”.

(1) L’estensore dell’epiteto mortuario fu Luigi Longo, PCI e membro del CNL, che forse scivolò in una retorica un po’ fascista ed un po’ futurista, quella d’inneggiare sempre al superlativo assoluto, il “super” appunto. Ma si sa: il linguaggio maschera gli inganni e, chi sa di cosa parlo, capirà.