06 gennaio 2016

Su e giù, lungo le scale della Storia

"The Poet and the Painter casting shadows on the waters
 the sun plays on the infantry returning from the sea."
"I poeti ed i pittori stendono ombre sulle acque,
 (mentre) il sole gioca sulla fanteria che ritorna dal mare."
Jan Anderson, Jethro Tull, Thick as a brick, (1972)

Anno nuovo vita nuova: già, così dicono. Ciò che noto, invece, nella cosiddetta “editoria alternativa”, è che siamo un poco incartati, motore in palla, che tossicchia e non supera i 3000 giri. Leggo gli articoli di Paolo Barnard o di Alberto Bagnai e m’accorgo che si continua a bofonchiare – per carità, con competenza – su monete e fondi, soluzioni finanziarie salvifiche...quando il vero problema è sì (anche) il sistema finanziario, ma soprattutto l’impianto di governo dell’economia. Finiamo per diventare dei commessi di minuteria: come quelli che “lottano” per cambiare il PD di Renzi dall’interno, buffonate. Oppure credere che il cosmo sia la Luna, il cattolicesimo l’Ave Maria, il buddismo Om mani padme Om e la politica Renzi, la Boschi, Razzi e Grillo.
Non voglio giungere al famoso dito ed alla Luna, ma ci siamo vicini.

E poi ci sono i complotti, che sono sempre esistiti: in politica, si chiamano più semplicemente “diplomazia”, poiché le mille e mille sedi diplomatiche – più i veri centri studi di contorno, i think-tank, i convegni dei “saggi”, i servizi...eccetera –  altro non sono che congreghe per cercare di fregare gli altri. Come? Complottando, ovvio: c’è da meravigliarsi? Un ambasciatore è massone, uno “studioso” è del Bildenberg, un economista è della Trilaterale, altri giungono dal FMI, chi dalla Banca Mondiale...e da dove potevano giungere? Dall’Almanacco Topolino?!? Dalla “politica”: ah, ah, ah...
Perdere del tempo per tracciare i confini del complotto, o addirittura divinare aruspici (avete letto l’incipit di Jan Anderson?) è tempo perso, perché le migliaia di persone profumatamente pagate per crearli, alla velocità della luce ne creeranno altri. Indicarli, sottolinearli...questo sì, ma non perderci troppo tempo, non farne il centro del giornalismo: altrimenti, si finisce sempre con il famoso dito. E quelli ridono, pensano: quanto sono stupidi...

Eppure, non sempre è stato così imponente l’attacco dei “divinatori” del futuro, soprattutto quelli dei think-tank targati USA. Perché? A ben vedere, il capitalismo finanziario – il trionfo della finanza, e gli USA sono il centro finanziario/militare del mondo occidentale – appartiene alle epoche di minor saggio di profitto industriale: meno beni si creano e si consumano, maggiori sono i “giochi” ed i “passaggi di mano” da parte di chi tenta di far soldi inserendosi nella catena degli sfruttatori. E chi deve creare quei beni? Ovunque sia, peggio per lui.
Nei periodi postbellici, ad esempio – quando c’è tutto da ricostruire – il saggio di profitto complessivo è altissimo e, di conseguenza, conviene investire i soldi direttamente nelle aziende, creandole, oppure ricorrendo alla partecipazione azionaria la quale, guarda a caso, in quei periodi non riserva sorprese, se non il naturale fluttuare dei valori azionari.

Le monete? Non conta nulla la moneta che circola, basta averla e si duplica quasi da sola: ogni cosa si vende ed in fretta! Non ci credete? Nella Germania sconquassata del dopo Prima Guerra Mondiale, inventarono addirittura il Rentenmark – nell’epoca della parità aurea, una vera e propria bestemmia! – il quale non aveva altra copertura che...il fatto che tutti ci credessero! Poi, terminata la buriana, si tornò al Reichsmark, ma la valuta “effimera” ebbe corso legale fino al 1948! E noi stiamo a cincischiare su questa o quella moneta? Ma è solo il metodo per misurare il valore!
Se non va bene l’euro, ti possono immantinente inventare il Cocco, il Petto, il Moloch – e te le possono fare con banca centrale pubblica o privata – più difficile (in realtà, meno conveniente) affrontare un discorso globale sulla teoria del valore, che condurrebbe a dover scomodare Adam Smith, Ricardo e Marx, solo per citare i principali filosofi che se ne sono occupati. Perché filosofi? Ma, secondo voi, ad occuparsi di teoria del valore – ossia di una prassi che pervade la vita di noi tutti – dovrebbero essere gli economisti?!?
E le banche?

Nei periodi di capitalismo “industriale” se ne stanno buone buonine e fanno il loro mestiere: forniscono denaro ad interesse, remunerando i depositi con un interesse minore. Per statuto, non possono fare profitti. Ricordate le Casse di Risparmio? All’epoca, il circuito ICCRI era la principale banca italiana, e doveva esserlo, poiché la produzione industriale non poteva attendere. Ho spiegato, in un recente articolo, l’assurda vicenda odierna di Fincantieri, “in crisi” per necessità di capitali, con il portafoglio ordini (e, quindi, in prospettiva profitti) più elevato in tutta la storia dell’azienda. Una storia fuori tempo massimo.
Banche d’affari? Una sola: Mediobanca, per l’uso privatissimo di lor signori, più un salotto buono che una banca.

Poi, cambiano i tempi: la gente non ce la fa più a cambiare una lavatrice l’anno, il saggio di profitto crolla e le fabbriche chiudono. Che fare?
Due sono le possibilità: la guerra, oppure il capitalismo finanziario.
Se non ci fossero le armi nucleari, state sicuri che la Terza Guerra Mondiale sarebbe già scoppiata da tempo: invece, non scoppierà mai più, almeno nei termini che la conosciamo. Si farà solo contro chi non possiede il potere dell’atomo, così stiamo al sicuro. Gheddafi se, invece di credere alle fandonie euroamericane, comprava i missili coreani (gittate di 2000+ km), oggi stava tranquillo nella sua tenda nel deserto, con Berlusconi accanto ed una montagna di Viagra sul tavolino. E i libici, rivedendo a posteriori, stavano meglio.
Perché Wall Street aborrisce la guerra nucleare?

Poiché non vogliamo che il nostro bel Risiko/Monopoli, al quale siamo così affezionati, sparisca, volatilizzato da un Feuersturm nucleare, polverizzato insieme al prezioso tavolo sul quale era posato. Noi? Fuggiti da tempo ma, senza il nostro gioco...
Così, niente guerra (nucleare) e niente distruzioni per ripristinare il capitalismo primitivo, nel quale si guadagnava un euro, tallero, zecchino...il pezzo.
Una situazione storica completamente nuova – almeno, in questi termini, perché nell’ultimo quarto del secolo XIX avvenne qualcosa del genere...ricordate lo scandalo della Banca Romana? 1892, un secolo esatto prima di Tangentopoli –  un quadro globale mai visto nel panorama umano.
Oggi, non si possono mandare i carri armati in giro. Qualcuno vorrebbe...non posso sollevare la mia ascia contro XY perché ci fa paura la sua?!? Te lo faccio vedere io...
Fermatelo, all’occorrenza sparategli, anche se è dei nostri. Ecco come vanno le cose: vedrete quanto ci metteranno a calmare sauditi ed iraniani dalle loro (giuste, sbagliate, ininfluenti, terribili...) velleità di “muscoli”.

Sia detto subito che il capitalismo finanziario non è proprio la panacea di tutti i mali per i tempi di vacche magre (saggio di profitto basso): sì, riesce a metterci una pezza ri-localizzando le aziende, sempre alla ricerca del mercato degli schiavi più promettente...però, dopo, si cominciano a perdere i pezzi sul fronte interno: salari minimi, occupazione saltuaria, welfare evanescente (per loro non è un problema, ma anche lì si spendono meno soldi, quindi meno profitti), eccetera...in sostanza, il prezzo delle merci deve essere tenuto bassissimo, altrimenti nessuno compra, e ciò vanifica in gran parte i risultati della globalizzazione sotto il profilo produttivo.

Il capitalismo finanziario è un mestiere per cuori e menti salde: le banche saltano come birilli, dall’oggi al domani i fondi perdono valore e ti ritrovi con un pugno di mosche...reggono i fondi sovrani...ma, se qualcuno dovesse dare l’assalto anche a quelli (sempre che non ti sparino prima), cielo che disastro!
Il principale problema, però, è la perdita d’immagine del capitalismo, da sempre presentato – in alternativa ai sistemi totalitari (fascismi/comunismi) – come la pietra filosofale che risolve i tuoi problemi. E, attenzione, quella visione è iniziata molto tempo fa, almeno da quando non dobbiamo più raschiare le cortecce delle betulle e metterle a bagno nell’aceto per toglierci la fame. A volte, se mancava l’aceto, erano cortecce e basta.

Non abbiamo più la consapevolezza che un topo è il massimo dei banchetti possibile (solo pochi secoli or sono), ma i tempi delle “liquidazioni” da 100.000 dollari (dell’epoca) che ricevettero i militari americani congedandosi dopo la 2GM sono lontani, molto lontani, sembra che non siano mai esistiti. Eppure, il “regno della felicità” americano dei Fonzie, è esistito e tutti, all’epoca, furono convertiti: il capitalismo è il meglio che mai si sia visto, continuiamo così. A Cuba mangiano banane, noi bistecche e salmone.

Come si fa a spiegare che il capitalismo finanziario è roba da 500 euro il mese per lavorare come schiavi senza nessuna garanzia del futuro, senza pensione quando diventi vecchio, con medici oramai ansimanti negli ospedali, con professori mal pagati e che iniziano ad avere qualche certezza dopo i 50 anni? Quando il capitalismo “produttivo” ti mandava in pensione?
Ci vogliono personaggi con una forte carica mediatica per mantenere la calma, gente che su Twitter fa grande politica (ah,ah,ah!), ed uno stuolo d’idioti che ci cascano: un personaggio come Matteo Renzi è perfetto, sembra clonato in vitro dopo una lunga gestazione artificiale.

Il nostro compito – almeno, mi piacerebbe che ci fosse dibattito sull’argomento – mi sembra che dovrebbe essere “far notare” alla gente (a quelli ancora preda dell’idiozia) le incongruenze e le mille infelicità che questo sistema economico porta con sé, non dire loro che incrementando temporalmente il rateo dello spread il millibar della guerra climatica diacronica decresce: secondo voi, ci capiscono qualcosa? Ma, qualcuno di noi cosiddetti scrittori o bloggher – ma anche i lettori, prima di commentare – va, ogni tanto, in un mercato rionale e si confronta con le persone vere? In carne ed ossa?
Oppure corre solo dietro ai think-tank americani? Quelli – ricordatelo sempre – sono gente pagata dall’establishment politico perché, finanziando le fondazioni, detraggono quei fondi dalle tasse.

Ma...qual è lo stato di salute del capitalismo, e quali sono le possibili soluzioni?
E’ vero che, oggi, poco più della metà della popolazione si reca al voto – e questo è un buon risultato per l’Italia: non ne parlano mai, ma è una delle principali preoccupazioni perché ogni voto “comprato” (per assicurare la cosiddetta governabilità) costa di più, le mafie alzano il prezzo, vogliono più contropartite e sempre più “succose”, il che aggrava la condizione della popolazione – ma sono ancora molti.
Con trascorrere del tempo, il voto per appartenenza (ideale) sarà un limite tendente a zero, mentre, per contrappasso, quello per convenienza andrà alle stelle: si notano fenomeni nuovi, come la completa “franchigia” giudiziaria per qualsiasi reato legato alla pubblica amministrazione, e sempre più gravi ed evidenti. Segno che la compravendita di favori e voti è necessaria, come l’acqua nel deserto.
Il problema non è, come afferma Grillo, arrivare al “51%” – perché non ti faranno giungere mai, sentito parlare di brogli? Visto “Il portaborse”? – bensì quello d’incrinare, pesantemente – in un mondo d’immagini – l’immagine del capitalismo.

Quella lontana immagine americana – le banane a Cuba e le bistecche negli USA – è la chiave di volta che sta crollando: vuoi l’automobile? Indebitati! Ma, indebitandoti, domani sarai ancora più povero e meno in grado di soddisfare le tue necessità. Nel capitalismo finanziario non c’è nessuna cornucopia che sforna soldi – a ben vedere, quella è rimasta nel capitalismo industriale – e, dunque, l’immagine del capitalismo come quella forma di governo dell’economia che “soddisfa ogni bisogno” sta irrimediabilmente offuscandosi, s’allontana, come dietro ad un vetro appannato.
Abbiamo già ricordato che una guerra, in grado di portare distruzioni tali da far partire una nuova fase di capitalismo industriale (le bombe atomiche sono presenti anche nelle nazioni emergenti), è impossibile: terminata la fase “attiva” nelle economie emergenti, la stagnazione sarà planetaria. Allora?

Bisognerà, con pazienza, tornare a ragionare in termini di teoria del valore e distribuzione delle merci: qualcosa già si sussurra, come le provocatorie ammissioni di “lancio di banconote dagli elicotteri” le quali, altro non sono che una molto primitiva ed infantile richiesta di metter mano alle teorie del valore ed alla distribuzione (o re-distribuzione) delle merci.
La Storia ci fornisce qualche esempio? Pochi, in verità, alcuni molto lontani, altri più vicini ma difficili da inquadrare per applicarli a livello planetario. Ci vorrà molto lavoro, e molte teste pensanti.

Se ne vogliamo trovare uno abbastanza lontano, ci sono le terre comuni – ossia il concetto di “qualcosa” che non è di nessuno, un bene che è anche tuo per solo diritto di nascita – il quale fu la principale ragione di due rivoluzioni, quella inglese e quella francese. I nobili volevano sopprimerle (ricordate Robert di Loxley, ossia Robin Hood?) e, al tempo di Luigi XIV, le patenti di nobiltà si vendevano facilmente al mercato di Versailles, bastava pagarle. Come? “Cartolarizzando” delle terre (Colbert, ripreso poi da Tremonti) – ossia incassando un valore minore, ma subito, per beni dei quali era incerta la sorte, perché si dovevano “rubare” alla collettività – e i francesi, i francesi...ci misero del tempo a capire l’inganno...però realizzarono la più importante rivoluzione del Pianeta.

L’attacco alle terre comuni non fu, in entrambi i casi, la “scintilla” che fece scoppiare l’incendio ma, nel ricordo collettivo, il “macigno” che s’abbatté sulla nobiltà la quale, con la fine del Medioevo, era fallita insieme al suo modello teocratico. In altre parole, mostrò che il nobile era lì per volontà di Dio, ma...E, quel “ma” fu determinante.
Notiamo che in Inghilterra si giunse ad un accordo fra le parti, mentre in Francia – nonostante un re più aperto al cambiamento – non ci s’accordò...quisquilie...la fuga di Varennes fece perdere la testa a Luigi XVI...

Oggi, si torna a ragionare in termini simili. Qualcuno chiede: perché mai, se io vengo al mondo come chiunque altro, devo avere una vita completamente in salita, ed altri in discesa?
Le religioni, a questo punto, giustificano tutto: eh, mio caro, accetta il volere di Dio, Allah lo vuole...oppure il karma...ne hai combinate nelle vite passate, eh? Come potrete notare, la via per giungere ad un reddito di cittadinanza non è lastricata di problemi economici, bensì filosofici.
Ci potremmo inventare un reddito di cittadinanza, uguale per tutti (miliardari compresi): un reddito minimo (si parla di 500 euro, ma è solo un esempio), che non coprirebbe le spese del vivere, ma lascerebbe più calma per trovare la propria strada e, il progresso umano – nel senso principalmente delle scoperte scientifiche – fu realizzato da persone che non avevano di che preoccuparsi. Vedi Alessandro Volta, Galileo, Edison (che ebbe dei mecenate), eccetera...

La fonte, ossia dove si trovano i soldi? Il prof. Fumagalli – nel celebre saggio “10 tesi sul reddito di cittadinanza” (1) – ha impostato il problema istituendo un’imposta dello 0,01-002% sulle transazioni finanziarie. Come vedete, il problema è prima filosofico che tecnico: ad una domanda in merito, Elsa Fornero rispose che “se si faceva una cosa del genere, gli italiani si sarebbero fatti tante pastasciutte e non avrebbero più lavorato”. La cosiddetta “etica del lavoro”, a ben vedere, è la vera nemica del reddito di cittadinanza.
Perciò, meglio campare di pane e latte finché dura mamma, ossia finché ci sarà la sua pensione – perché questa è la dura realtà di tante situazioni odierne – piuttosto che incrinare l’etica del lavoro: i nostri “politici” sono tutti d’accordo (salvo il M5S).
Questa novità, però, proporrebbe un nuovo scenario: converrebbe a tante persone riunirsi, vivere in piccole comunità per suddividere i costi comuni. Quale bestemmia per l’establishment al potere! Il vivere comune è un pericolo assolutamente da evitare: la gente parla, si confronta, non sta più a farsi imbambolare di fronte alla Tv!

I nemici del reddito di cittadinanza, delle nuove terre comuni, potremmo dire – ricordiamo che siamo partiti dal problema “cosa fare di fronte a questa follia del capitalismo finanziario” – non sono dunque quelli tecnici (reperimento dei fondi) bensì filosofici (etica del lavoro) e politici (e dopo? Io, come faccio ad avere potere?). Contro queste tesi, si combatte parlando, scrivendo, divulgando...ricordiamo un detto orientale “quando l’allievo è pronto, il maestro appare.”

L’altro problema è la moneta, poiché viene considerata il vero problema in tutte le sale, dimenticando che una moneta che non ha, alle spalle, una seria risposta al problema del valore delle merci, è come un orologio per bambini (di un tempo), di quelli che non segnavano l’ora, bensì muovevano le lancette con la sola rotazione del pomello.
Ci sono stati alcuni tentativi in merito, come quello di assegnare ad una moneta il valore di un’ora di lavoro media per tipologia, livello, ecc del lavoratore, calcolata a livello planetario, tenendo conto di una media dei prezzi d’acquisto. Ovvio che non l’hanno mai presa in considerazione: finché c’è mercato c’è speranza!
Ci sono economie, però, che della moneta – per gli scambi più comuni – non sapevano che farsene.

Premetto di non essere mai stato in URSS, però d’aver avuto notizie di quel “pianeta sconosciuto” da chi si recava abitualmente per lavoro: i naviganti. La Cortina di Ferro esisteva in terra: in porto, dopo aver oltrepassato la barriera doganale – se non insospettivi i tanti “vopos” in giro – vivevi tranquillamente. Stiamo parlando di gente con una divisa addosso, forse li faceva sentire più “vicini”, chissà...come del resto avveniva per i marinai sovietici da noi: giravano in gruppo, sempre seguiti dal commissario politico, lo zampolit.
Talvolta, le compagnie fingevano (in accordo con i comandanti) avarie per approfittare dei bassi costi della comune manutenzione, e allora capitava che la nave restasse in porto per settimane.
Cosa raccontano le mie fonti?

Narrano di un mondo che potremmo definire “alla rovescia”.
Un amico rimase ad Odessa per due mesi, causa lavori di manutenzione: quando resti due giorni visiti la città e qualche locale notturno, quando ci rimani per dei mesi, stringi amicizie. Così fu: strinse amicizia con una coppia di sposi che avevano un bambino piccolo, erano entrambi studenti. Lo Stato sovietico, all’epoca, finanziava gli studi – ti pagava uno stipendio – a patto che tu studiassi veramente: era consentito fallire un solo esame, in tutta la carriera universitaria.
Così, si schiusero davanti ai suoi occhi le porte dell’Impero comunista, ma si schiusero dal basso, dalla vita di tutti i giorni.

In casa, ad esempio, c’erano biscotti per il bambino persino sui lampadari: il russo gli spiegò l’arcano.
I biscotti arrivavano con i treni: tu eri avvisato e ti recavi allo scalo ferroviario. Il problema non era la quantità – ce n’erano in abbondanza (per gli ultimi, i ritardatari c’era l’ovvia “lotta” per strapparsi l’ultimo pacco, che fece la fortuna delle Tv capitaliste...vedete?) – il problema è che non sapevi mai quando sarebbe arrivato il prossimo treno. Probabilmente, non lo sapevano nemmeno a Mosca: quante notizie ci furono di treni carichi di patate lasciati per una notte su un binario morto, oltre gli Urali! Quando arrivavano a Mosca, non c’era altro da fare che buttare tonnellate di patate congelate.
Le disfunzioni di quel sistema erano tante, però si campava discretamente e la vita era tranquilla: una sola sera l’amico fu redarguito da un poliziotto, perché aveva accennato un twist sulla pista da ballo. A gesti, gli fece capire che bisognava ballare allacciati alla propria dama, era la regola.
Il dramma erano le liste per avere beni più importanti e costosi: quando ripartì, il russo gli chiese un favore. Perché, quando sarai “di là”, non mi compri un mangianastri portatile, stereo? Era il suo sogno: in URSS non esistevano, e gli ficcò in mano una montagna di banconote.
L’amico partì (la nave faceva spesso scalo ad Odessa) ma, quando fu in Italia, notò che i prezzi erano molto alti (fine anni ’60) per quel tipo di strumento...al cambio, avrebbe dovuto “dilapidare” quasi tutti i rubli avuti in consegna...
Tornò senza mangianastri. Il russo s’arrabbiò, e parecchio rivedendo la mazzetta di rubli che, il nostro, gli contava con attenzione. “Ma io, in banca, ho montagne di questa roba: è il mangianastri che non ho!”

In un sistema con valore della moneta stabile per editto, ed inflazione nulla sempre per legge, le distorsioni si scaricano sulle singole merci, che siano biscotti, patate o mangianastri. Questa era la rozza applicazione della teoria del valore marxista nel Paese che si diceva “figlio di Marx”.
Perché ho raccontato questa storia? Perché, come sempre quando si richiamano esperienze passate, c’è qualcosa di buono e qualcosa da buttare.

La prima cosa che salta agli occhi è che la moneta, in sé, si trascina dietro un sacco di problemi: il primo è il suo rapporto con la merce, che dipende da mille fattori ambientali e dall’inflazione. Di più: nessuno garantisce quei rettangoli di carta, nessuna banca centrale e, tanto meno, un eventuale cambio in Oro.
Eppure, proprio il capitalismo ci fornisce dei mezzi – potremmo affermare che li “scopre” – per dirimere la questione: il commercio dei buoni-pasto (o buoni-mensa), che spopola perché...i buoni non sono tassati!
Ti pagano con buoni-pasto, fai la spesa con buoni-pasto: è una moneta belle che pronta.
Di conseguenza, una moneta basata su un buono pasto – fatti salvi dei precisi requisiti: primo, secondo, contorno, acqua e caffè, ad esempio, ed un contenuto maggiore o uguale a tot di proteine, carboidrati, ecc – potrebbe essere una delle più stabili che conosciamo. Varia al valore medio del pasto: lo so, è un po’ come il famoso “paniere” per l’inflazione, ma si applica ad un solo bene, un pasto medio, una rilevazione facile e poco adatta ad essere manipolata.

Non ho la pretesa di riscrivere la teoria del valore su queste basi – sia chiaro, sarebbe una buffonata – ma quella di trovare un ancoraggio reale ad una moneta: ce ne potrebbero essere altri ma, se cerchiamo un ancoraggio reale e il più stabile possibile, non possiamo uscire più di tanto dal mondo naturale.

Il secondo punto (tratto dall’esperienza sovietica) che mi ha fatto riflettere è quel treno carico di biscotti. O forse anche d’altri beni su vagoni diversi, non lo so.
Noi, siamo partiti dalla bottega, passati al negozio, quindi al supermercato rionale, all’ipermercato...fino ad E-bay. In tutto questo bailamme, notiamo che il mercato rionale all’aperto si svolge coi termini e nei modi di secoli or sono.

Quante volte li abbiamo incontrati, tutti. Sono i dannati di E-bay, del nostro bisogno (legittimissimo!) di comprare una merce ad un cent di meno. Fanno addirittura 100 consegne il giorno, non hanno più vita, per guadagnare una miseria: anche fossero 100 euro (“sporchi”) il giorno, quel prezzo non vale la vita che fanno.
Di là delle sofferenze di quegli autisti (da giovane, lavorai per la TRACO, conosco quel mondo) è un sistema primitivo: le merci, tramite i furgoncini, vanno ai centri di raccolta poi, in autotreno, percorrono le lunghe tratte infine, il furgoncino fa le consegne domiciliari.
Riflettiamo sulla quasi sovrapposizione fra ipermercato e centro di raccolta: entrambi, sono delle strutture che contengono merci, che partono dai luoghi di produzione (o dai porti) e finiscono nei magazzini. A parte le luminarie ed i colori, gli ipermercati potrebbero diventare dei luoghi dove c’è un semplice bancone, dietro, il magazzino vero e proprio.

Ordini su Internet, paghi, ti viene inviata una ricevuta elettronica, la stampi (meglio, la invii al magazzino via Web), quando la merce arriva ti rechi a ritirarla. Con sovrapprezzo, la consegna a domicilio.
A parte alcuni beni di pronto consumo – pane, verdura fresca, carni, ecc – e quelli per i quali necessita un controllo – le armi, ad esempio – tutto potrebbe funzionare in questo modo. Ci stiamo, lentamente, avvicinando: in un grande centro di vendita di materiali per l’edilizia, trovi dalla semplice vite fino al carrello elevatore. Tutto per costruire una casa.
Risparmi? Enormi.

Niente casse, nessun flusso di denaro, nessun autista che bestemmia perché il “26” di via Innocenzo Fedragghini non si trova...soprattutto, risparmi sul magazzino merci: viaggia e giunge in deposito solo la merce già venduta. Tutto ciò è irrealizzabile senza un reddito di cittadinanza – non un sussidio di disoccupazione! – che renda più “fluida” la transizione.
Lavori quattro ore? Reddito di cittadinanza + la paga oraria per quattro ore. Acquisti un’automobile da 15.000 euro? Paghi 15 euro in più, per finanziare il reddito. Compri un milione di euro di petrolio per speculare? Paghi un po’ di più, mille euro (ma, per le tipologie di prelievo, Fumagalli prevede aliquote progressive, come sentenzia la nostra dimenticata Costituzione).

Ricordiamo, fra una cosa e l’altra, che sommando l’8 per mille ed il 5 per mille s’arriva al 13 per mille, ossia all’1,3% che ogni anno, che lo vogliamo oppure no, ci prendono: sono circa 1,5 miliardi (secondo i dati ufficiali, ma secondo un computo basato su PIL ed aliquote fa almeno 10 volte tanto) che finiscono nelle tasche dei monsignori (cosa racconta il Vaticano sulle ultime vicende?) e dei segretari di partito. Soldi per il reddito di cittadinanza no, sarebbe un furto (!), un attacco all’etica del lavoro e Stakanov si rivolterebbe nella tomba.

Come si può notare, di idee per sostituire questo marcio capitalismo ce ne sono – e, sono sicuro, tante altre se ne possono trovare – e la domanda potrebbe essere: già, ma quando? La fine del capitalismo è prossima, perché ci sono molti segni – tutti interni al capitalismo stesso – l’appannamento della sua immagine come dispensatore di ricchezze, il ricorso ad artifizi di bilancio (quali le cartolarizzazioni) per sanare bilanci insanabili, il ricorso alla guerra per accaparrarsi le risorse naturali, l’aumento costante e sempre più “fantasioso” di tasse ed imposte, ecc.
Già, ma quando?
Potrebbero volerci 2 anni o 200: dipende anche, molto, dalla critica (anche propositiva) che si riesce a portare avanti ma, attenzione: stiamo attenti a non fare critiche che rimangono all’interno del sistema capitalista, non servono a niente.

Piuttosto, diamo spazio alla nostra inventiva e portiamogli il conto, ogni giorno che passa.




26 dicembre 2015

Anche i ritardi, a volte, ritornano




Finalmente qualcuno c’è arrivato, ma non per chissà quali ragionamenti o scelte consapevoli: semplicemente, perché sono spariti i soldi, non ci sono più. E, allora, ci si arrangia come si può.
Tutto ciò fa avvertire la propria completa inutilità, in un Paese come l’Italia soprattutto, d’esser stato una cassandra inascoltata e derisa da tutto il mondo politico ed amministrativo. Poteva essere diverso? Da gente affaccendata a succhiar soldi alle banche, per poi chiederli a noi, ci si può aspettare altro? “Non ti curar di lor ma guarda e passa”: già, dobbiamo passare in mezzo ad un mucchio di m...e far finta che sia un profumato roseto. Adesso vi spiego.

La Provincia di Lodi ha finito i soldi. Ma, non doveva finire anche la provincia di Lodi, insieme alle province? Boh...
Cosa fa allora?
Le province avevano delle competenze, principalmente su caccia e pesca, strade, lavoro e scuole (manutenzione degli edifici e spese ordinarie).
Non abbiamo notizie su caccia e pesca, le strade sono lasciate (sempre più scassate) all’abbandono, il lavoro è sparito e la scuola, la scuola...eh, quella sì che dà dei grattacapi...
Perché ogni anno, che piova o faccia sole, bisogna riempire le cisterne del riscaldamento invernale di gasolio, cippato, pellet...eccetera...oppure pagare la bolletta del metano.

Un liceo di Lodi ha accettato la “sfida” (1) – ossia la necessità di risparmiare, visti i chiari di luna sui bilanci – ed ha deciso di chiudere la scuola fino al 10 Gennaio, spegnendo l’impianto di riscaldamento. La Dirigente Scolastica ha comunque garantito le 200 giornate annue d’insegnamento, come prevede la normativa.
E io che c’entro? In due parole ve lo spiego.

Per ricordarmi di quando affrontai la questione, ho dovuto ricorrere a memorie lontane: che automobile avevo? Era il periodo del mal di schiena? Del dentista?
Sono riuscito ad inquadrare gli eventi intorno al 2005, ma potrebbe essere anche un po’ prima...dopo no, e vedremo perché.

Stimolato dai discorsi di un amico termotecnico (purtroppo, già scomparso, era nel “libro nero” del tumore dell’amianto...eh, come passa il tempo per gli umili mortali...gli altri non crepano mai, vedi Gelli) m’accorsi che scaldare le scuole nel periodo delle vacanze invernali era un costo mica da ridere. Lo scrivevo il 14 Dicembre del 2005 (2): ne riporto un breve estratto:

“Quanto si spende per scaldare queste scuole vuote? Ho eseguito un rapido calcolo, considerando cubature medie di 4.500 m3, un coefficiente medio di 50 Kcal per m3/h e la presenza sul territorio italiano di circa 25.000 istituti scolastici. Un calcolo con alcune approssimazioni, ma che conduce a valutare l’importo fra i 200 ed i 250 milioni di euro l’anno...”

Se ci avessero pensato all’epoca, oggi avremmo risparmiato circa 2-3 miliardi di euro: poco, tanto? E’ la stessa cosa: tanto, se li sarebbero mangiati ugualmente in tangenti, cene, viaggi e puttane.

Non contento d’averlo scritto e ben documentato, approfittai di un evento che considerai fausto: alla presentazione di un mio libro, a Prato, sarebbe stato presente un gran farfallone dell’ambientalismo italiano – che tutti, ovviamente, conoscerete – tale Fabrizio Vigni, senese, di professione funzionario di partito. Quale? Ma dai...PCI, PDS, DS...si chiamano ancora così? Non ricordo.

Perché non “passare la palla” ad uno del palazzo, affinché realizzi l’impresa? In fin dei conti, si trattava di una piccola “riforma” a costo zero, anzi, a guadagno certo: un ambientalista serio l’avrebbe senz’altro colta al volo. Ingenuo, vero? Eh sì: ancora credevo di vivere in un Paese normale, mica nel Renzistan!
Così feci. Gli spiegai in due parole l’arcano di spegnere il riscaldamento durante le vacanze...si risparmia tot...per il personale si fa...eccetera...

Mi fissò con due occhi liquidi, da pesce bollito ma senza sale, sfatto: dopo due minuti m’accorsi che aveva una gran voglia d’andarsene, e in fretta.
Ma che vole ‘sto rompihoglioni? Maremma maiala...proprio stasera lo dovevo trovare sulla mi straha? Ciò gli amici o l’amichetta che m’aspettano, per la partita a scopetta o scopone...

Ecco quel che lessi in quegli occhi: l’unica soddisfazione – proprio magnum gaudium – fu leggere che alle elezioni del 2006 fu trombato. Mal me n’accorsi: passò immediatamente nella giravolta dei consigli d’amministrazione delle “partecipate” toscane: fra un bicchiere di Chianti ed una sagra del baccello, il nostro tornò a sedersi in quelle sale anonime dove crescono il grano ed il vino per, allegramente, vignare. Vero Vigni? Eh, nomen omen...

Se avete qualche curiosità, lascio in nota (3) la folgorante carriera del nostro “ambientalista” ed anche un bello “spaccato” dell’ambientalismo “monnezzaro” del PD toscano (tratto dal blog di Grillo) (4) ma tanto, trastullandosi fra l’inceneritore di Scarlino (consigliere) e Sienambiente (ex presidente), il nostro giunge alla pensione (è del ’56) e il prossimo anno – in barba a quelli inchiappettati senza ritegno, avvalendosi di “diritti acquisiti” ad altri negati dalla legge Fornero – andrà ad incassare il frutto di tanto impegno, di tante fatiche, di tanti sforzi compiuti per l’ambiente italiano e dintorni.
Quanto prenderà?

Non lo so: Cicciolina – una sola legislatura – prende 3.330 euro...lui ne ha fatte tre...facciamo un cinquemila? E vai con l’ambiente...
Che ci volete fare...più ne fai e più prendi, sono come Cicciolina, più ne prendi e più soldi fai...e chi se lo prende nello stoppino? Ma dai, non indovinate?

Un ultimo saluto per la Dirigente Scolastica di Lodi – prof.ssa Giusy Moroni – la quale ha avuto coraggio, e gliene rendiamo merito. Nella mia bozza, però, non prevedevo telelavoro o roba del genere, bensì un semplicissimo escamotage: metà delle ore “a disposizione” (come per il personale docente) e metà sarebbero confluite in un “monte” ore da utilizzare nei momenti di maggior bisogno.

Perché – Preside Moroni – entrambi sappiamo che, se hai tre persone in segreteria, nei tempi più “tranquilli” ne basta ed avanza una sola, mentre nei periodi “caldi” – esami, iscrizioni, ecc – ce ne vorrebbero sei.
In questo modo, tutti contenti: il personale ATA che si riposa qualche giorno sotto le feste senza ricorrere alle ferie e lei, che quando ce n’è veramente bisogno, soprattutto per tener aperta la scuola il pomeriggio, non sente più il coro delle lamentele, dei “distinguo”, dei “però la Rossi...”, “ma proprio oggi che ho il dentista...” “e il bambino, a chi lo lascio?”...eccetera, eccetera...che ben conosciamo. Per tacitare i “legislatori”, basta un numero telefonico per le emergenze (sotto Natale?!?) e tutto si risolve.
A volte, le cose semplici sono quelle che funzionano meglio.

Non vede come hanno funzionato per Vigni? Non ha mai fatto niente e, questo res nullius, si porterà a casa un bel gruzzoletto, alla faccia mia, sua e di tutti noi che abbiamo lavorato o ancora lavoriamo.
Capito come si fa?

(4) http://www.beppegrillo.it/listeciviche/liste/follonica/2013/11/le-scatole-cinesi.html

10 dicembre 2015

Olive, navi e pensioni









Osservate ben questa fotografia perché non so se si nota chiaramente: a parte le olive abbandonate sulla pubblica via, o quelle che nessuno raccoglierà sulla scarpata, sulla strada si notano migliaia di noccioli. Si tratta della “nuova usanza” di fare l’olio direttamente sull’asfalto: pratica, oltretutto, assai pericolosa, perché passare in moto sopra quel “mix” di olio e minuscoli noccioli è rischioso. Non fa niente: se avrete un incidente, potrete fare causa al Comune il quale (con comodo, ovvio) sarà obbligato a risarcirvi.
Questa è la situazione di chilometri di strade liguri: accanto, ci sono gli oliveti abbandonati con strati d’olive che marciscono, qualche (raro) podere con le reti stese (ma troppo tardi, sotto le reti c’è già una strato d’olive marce) e le cunette per il deflusso dell’acqua intasate da chili e chili di olive.
Ho cercato dotte informazioni sulla situazione olivicola italiana e sono state tutte rassicuranti: tranquilli, ragazzi...sì, in un decennio hanno chiuso i battenti più di 200.000 piccole aziende...ma la superficie coltivata ad olivo è diminuita solo di un’inezia%. Sarà.

Si legge, però, che l’olio d’oliva italiano è solo un ricordo: grazie ai “saggi” provvedimenti dell’UE, soltanto una percentuale inferiore al 10% è sufficiente per qualificarlo come “olio d’oliva italiano”...cioè...olio comunitario con presenza d’olio italiano. Quanto? Ah, difficile dirlo...l’Italia produce circa la metà dell’olio necessario al consumo interno, la Spagna 4 volte l’Italia – ed ha il controllo dei mercati del Nord Africa, Marocco ed Algeria – ma l’olio spagnolo, e quello che diventa tale appena sbarca ad Alicante, è una schifezza rispetto all’olio italiano. Per due motivi: le cultivar, molto inferiori per qualità, ed il sistema di raccolta, che è molto diverso da quello italiano (gli spagnoli “ammucchiano” le olive sotto l’albero, quando hanno terminato la raccolta le portano al frantoio...immaginate che “fragranza”...).
Qui, entrano in gioco i chimici, i quali sono in grado di farvi diventare qualsiasi schifezza almeno accettabile, quanto basta per stare, con accattivante etichetta e smaglianti luci, sullo scaffale di un supermercato.

La questione, però, è un’altra: di tutti gli olivicoltori che conosco, nessuno è sotto i 60 anni, ovvero sono quasi tutti pensionati che...fin che ce la faranno, dicono, poi...qualche santo sarà per il podere e per le olive. Quelle olive pestate sulle strade, però, già raccontano come la pensa il santo.
L’olivicoltura è solo un settore dell’agricoltura italiana: il divario con Francia e Germania è abissale. In Germania, per 8 agricoltori sopra i 65 anni ce ne sono 8,1 sotto i 35, in Francia, per gli stessi 8 agricoltori ce ne sono 7,9 sotto i 35: c’est pareille, direbbe un francese. In Italia, sempre riguardo a quegli 8 agricoltori over 65, ce n’è solo uno sotto i 35 anni: un divario abissale.
Le ragioni? Decenni di disinteresse, tagli verticali ed orizzontali ad ogni sostegno, menefreghismo da parte di tutte le parti politiche...chi se ne frega della terra? Pare che la terra produca così, da sola, semplicemente guardandola.

Per le olive, tanto per citare un dato, molti anni fa c’era un sussidio di 1000 lire (o 1 euro, non ricordo) per ogni litro d’olio che usciva dal frantoio: era poco, ammettiamolo, ma il costo di molitura, almeno, lo pagava lo Stato. Il quale, in questo modo, aveva anche dati precisi per quanto riguarda la produzione italiana...adesso? Tutto sta in quel che dichiarerà il frantoio il quale, beninteso, fra qualche settimana (conclusa la raccolta), riprenderà in mano le sanse che ogni olivicoltore ha lasciato, le sottoporrà ad una nuova estrazione intorno ai 60° – la prima è sui 28°, il cosiddetto “olio a freddo” – e venderà, poi, l’olio extra vergine super a freddo incontaminato con garanzia biologica che gli allocchi correranno a comprare, a costi superiori ai 10 euro il litro. Quindi, estraendo nuovamente quasi all’ebollizione, verrà fuori una delle tante schifezze che i chimici metteranno a posto.
I chimici? Questi novelli maghi della frode? E che ci possono fare...fanno il loro mestiere, sono altri che dovrebbero spiegare perché ordinano loro di “nobilitare” certe schifezze.

Molti anni or sono, mi venne ordinato di valutare il contenuto di acido oleico (ossia se c’erano state sofisticazioni con altri oli non d’oliva) nell’olio di una grande marca: mi misi al lavoro – per gli addetti: saponificazione, idrolisi acida, estrazione dell’acido oleico, rotazione, mediante Mercurio, cis/trans del doppio legame e trasformazione in acido elaidinico (solido), pesata finale – e vidi che il risultato era circa il 50% di quello atteso, ossia del titolo in acido oleico che avrebbe dovuto avere quell’olio d’oliva.
“Professore, devo aver sbagliato...mi viene la metà del previsto...”
Il professore solleva gli occhi dal giornale “No, Bertani, è giusto, è giusto così...”
“Ma come, la metà!”
“E dai, Bertani, dattela...non farmi dire altro va...il voto sarà alto, tranquillo: consegni il risultato?”
Oggi, dopo aver fatto un poco il contadino, capisco perché il mio olio è denso e verde, mentre quello della “grande marca” era (ed è) una bagnarola giallognola.

Non voglio, però, tediarvi oltre perché il “Fatto Quotidiano” ha recentemente pubblicato una lunga inchiesta (più articoli, che tutti potrete trovare facilmente) sulle frodi in campo oleario: sono le implicazioni sociologiche che m’interessano e ci torneremo. Andiamo avanti.

Proseguendo su queste strade dell’interno, ciascuna con il suo “tappeto” di noccioli d’oliva, si giunge alla periferia della grande Genova: Sestri, dove c’è l’aeroporto e ci sono i cantieri navali Fincantieri – ultimo ricordo dell’IRI – i quali, insieme al Muggiano, Riva Trigoso, Castellammare, Palermo e Monfalcone sono le principali sedi italiane. All’estero, Fincantieri lavora anche in Norvegia, Romania, Croazia, USA, Brasile, India, Emirates e Vietnam: ovviamente, con una galassia di compartecipazioni ed accordi commerciali d’ogni tipo.
La loro specialità?
Navi da crociera costruite con un sistema modulare che all’estero c’invidiano, perché i moduli vengono costruiti a terra e poi assemblati sulla nave, con precisione millimetrica: un lavoro di grande perizia e precisione, per i progettisti e per le maestranze. Non disdegnano poi di costruire portaerei, fregate e sottomarini, ma anche comuni navi mercantili, soprattutto nei cantieri delle “controllate” estere.
Come va Fincantieri?

Per dare una risposta sensata bisogna prima valutare il sistema di riferimento: gli ordinativi sono al loro massimo storico e, dunque, sono necessari aumenti di capitale per far fronte all’espansione del lavoro conseguente alle commesse. Almeno, in un’economia sana così stanno le cose: hai più ordini e lavoro? Devi acquistare più materiali e pagare più maestranze? Ti servono dei capitali, che saranno remunerati con gli utili. Invece, pare di no: “Crisi di Fincantieri”, “Problemi a Fincantieri”, eccetera...questi sono i titoli sulla stampa.
Perché?

Poiché l’unico fondo ancora nelle mani (parzialmente) del Tesoro è la Cassa Depositi e Prestiti, ossia la cassa che riceve il risparmio postale ed essendo Fincantieri ancora in mani statali, è giocoforza prenderli da lì.
Ci sono, però, due ragioni che s’oppongono a questa semplice soluzione – prestarli ad un’azienda che ha un portafoglio ordini come quello di Fincantieri non è come darli alla banche, dal Monte Paschi in poi, che s’è “beccato” subito la prima rata dell’IMU da 3,9 miliardi, per poi restituirli e creare un “buco” di bilancio di 5 miliardi (1), ossia peggio di prima – però, proprio per questa ragione, tutti gli avvoltoi bancari e finanziari sono contrari a finanziare del semplice “lavoro”.
Oddio, questi parvenu...perché non investirli sui future del petrolio che promettono così bene? Compro petrolio per 5 milioni di dollari stasera...domani li rivendo ad un centesimo di più ed o guadagnato 50.000 dollari! Perché bisogna lavorare? Salvo poi, quando il giochino non riesce, scaricare tutto sulle spalle degli azionisti – a volte circuiti, altre inconsapevoli: ho amici che mi hanno raccontato i raggiri per poi fare loro firmare le famose “obbligazioni subordinate” – ed oggi si osserva una cosa mai vista: per sanare i folli giochi dei banchieri, si prendono i soldi delle persone. Anche quelli di chi ha un conto sopra i 100.000 euro? Il governo deve decidere.

La seconda, è che tanti aspettano una privatizzazione di Fincantieri – i francesi ci provano dai tempi di Ateliers et Chantiers de Normandie – per “buttarci un piede” e poi...chissà...insomma, se questi rastrellano commesse ovunque, e poi non hanno soldi per costruirle...e se premessimo sui politici italiani e sulle banche di riferimento? Eppure, Fincantieri resiste (ed “esiste”) proprio per la tenacia della sua dirigenza e per le alte qualità delle maestranze: oggi, sono i francesi a temere una “cannibalizzazione” da parte italiana.
C’è dunque una convergenza da molte parti su Fincantieri: basta “consumare” risorse! Il governo vuole avere libertà sulla Cassa Depositi e Prestiti per gestire i suoi affari – debito, “mance” elettorali, buchi di bilancio, ecc – insomma: ma cosa vuole questa gente? Lavorare? Eh sì, ma per lavorare ci vogliono soldi...in mano alle banche, investiti sui mercati emergenti, rendono di più...(quando rendono).

Il paradosso del “turbo” capitalismo – che assomiglia molto all’imperialismo di leninista memoria: vedi le guerre e le imprese neocoloniali – è che il denaro deve rendere profitti nel minor tempo possibile, e il lavoro ne richiede troppo. Ma – direte voi – per fare soldi bisogna che qualcuno produca (ossia lavori) ma per questo ci sono le economie emergenti...non la Cina o l’India, no...oramai si parla d’Indonesia...200 milioni di potenziali lavoratori...gente che lavora per un pezzo di pane...e cosa credete sia l’Ucraina, una semplice storia di missili? Per averli 500 chilometri più avanti quando la loro gittata è di 15.000? No, l’Ucraina è un posto dove, attualmente, la gente lavora per il corrispettivo di 100 euro il mese: piatto ricco, mi ci ficco! Solo che, lassù, è roba per i tedeschi, che non vogliono altri rompiscatole. Sentito parlare di Lebensraum d’hitleriana memoria?

La soluzione da trovare riguarda le popolazioni: come si può fare per tenere buona gente che non ha un reddito sicuro, o scarso, o nullo? La soluzione l’ha suggerita, a suo tempo, George W. Bush: lo stato sociale “caritatevole”, il welfare della mano tesa. Se non basta, ci sono i lacrimogeni e, se non bastano i lacrimogeni, si spara. Si noti: Padoan (sul decreto “Salva banche”): “non daremo rimborsi, bensì aiuti umanitari”. Carità.
L’Italia è straordinariamente avanti su questa strada, poiché è l’unico Stato europeo a non avere separazione fra assistenza e previdenza. Non c’è mai stata! Ci ha sempre pensato e ci pensa l’INPS!

Pensioni, sussidi, cassa integrazione, mobilità, pre-pensionamenti...tutto nel gran calderone di Tito Boeri! E il governo, grazie alla “riforma” dell’INPS cominciata da Tremonti – ossia la soppressione di qualsiasi controllo interno sull’attività dell’ente – può fare tutta la “carità” che vuole, compresa la carità “pelosa” in tempo d’elezioni!
Sulla “anomalia” italiana – negli altri Paesi l’assistenza ricade sul bilancio statale – c’è un vulnus giuridico enorme, lapalissiano: come si fanno a con-fondere due diritti, quello previdenziale (individuale) e quello all’assistenza (collettivo)? Soprattutto in tempi di sistema contributivo, quando “prendi quel che versi”, ma cosa “prendo”...il “mio” meno la cassa integrazione di qualcuno, il “mio” meno la mobilità di un altro...che senso ha?
Invece, in Italia, si prende una cassa qualunque e, con essa, si finanzia l’assistenza: domani potrebbe toccare alla Cassa Depositi e Prestiti...basta che ci siano soldi da rastrellare...ricordate le famose “cartolarizzazioni” di Tremonti? Ovvio che hanno lasciato buchi di bilancio enormi, perché era sbagliata la premessa di vendere il Colosseo (cartolarizzandolo) per far quadrare il bilancio.

D’altro canto, quando un Paese vive per anni governato da una classe dirigente completamente fuorilegge – non perché dichiarato dall’Arcivescovo di Costantinopoli, ma dalla sua, stessa Corte Costituzionale! – cosa c’è ancora da spiluccare sul fronte del Diritto? Sono degli abusivi, dei portoghesi (in senso calcistico), dei falsari...gente che andrebbe giudicata e condannata, non osannata e riverita!

Il tirapiedi che hanno sistemato all’INPS, adesso, lancia allarmi ai giovani – andrete in pensione a 70 anni! Con 350 euro! – nella speranza che gli diano una mano non per “tagliare le unghie” alla classe politica & aggregati, che fanno il “sacco” della provvista previdenziale, ma a coloro che prendono una pensione di 2.000 euro (lordi) – 1.600 netti – per portare anche questi nella fascia di povertà. Poveri è bello, soprattutto dopo aver lavorato una vita.
D’altro canto, la Corte Costituzionale ha già sancito la correttezza che gente come Amato incassi 31.000 euro e rotti il mese e che Ilona Staller (Cicciolina) prenda più di 3.000 euro per una sola legislatura, sponsorizzata da Pannella. All’epoca, gliel’avrà data? Mah...

Il problema di Boeri è recuperare (al voto, al consenso, ecc) quella larga fascia (milioni di persone) che è rimasta nel “limbo” della riforma Fornero: ossia coloro che, oggi, hanno dai 60 ai 66 anni: ah, se potesse dare loro qualcosa (sempre nell’ottica caritatevole di Bush II) e portarli a Renzi in dono! Perché Renzi un po’ disperato lo è: mica per nulla fa gli occhi dolci alla mafia siciliana per il Ponte sullo Stretto, che è ricomparso dal libro dei sogni! Altrimenti, non basta più Berlusconi come soccorso in Parlamento...B. oramai se ne frega, basta almeno “vederla” ogni tanto, bei tempi quelli del bunga-bunga...e non ce la fa più a tenere insieme che qualche voto...qui, il M5S va a vincere! (Poi, vedremo cosa saranno capaci di fare...)

Così, il buon Boeri s’è studiato di tagliare le pensioni più “ricche” – ossia di quelli che almeno campano – per fare una sola classe di pauperes, quelli dai 500 ai millecinque: dai tremila-quattromila in su bisogna lasciarli tranquilli...eh, sono quel che rimane dell’elettorato di Forza Italia...
Combinate i dati che abbiamo citato.

Le olive non s’hanno da raccogliere, perché ci conviene di più fare affari con gli spagnoli & company – e si dimentica che in Francia si va ancora in pensione a 61-62 anni, ma molti non sapranno che la Francia è principalmente un Paese agricolo, non industriale – mentre le navi non sono da costruire perché costa troppo fornire capitali a Fincantieri, quei soldi ci servono per tamponare mille altre cose...comprese le pensione d’oro a migliaia di persone, altrimenti si crea un buco di bilancio.
E, per risolvere l’arcano, si tagliano (con la scusa del contributivo, come se i boiardi di Stato avessero versato tutti quei contributi!) le pensioni intorno ai 2.000 euro (lordi) e si fa un po’ di carità (Bush II) a coloro che vanno avanti a pane e latte.

In altre parole, ci si dimentica di un assioma dl capitalismo “sano”: investimento di capitali, maestranze, materie prime e lavoro. Quindi, profitti e salari, sui quali poi si va a discutere per la loro divisione, ma quella è ancora una discussione “sana”, perché basata su ricchezza creata, non sulla fuffa.
Non si capisce più quale tipo di capitalismo sia quello di Renzi & Co...capitalismo “magico”? “stordito”? “fantasioso”? “deliquescente”? “brigantesco”? Ma lo sapranno quali sono le regole del capitalismo?

Tutto bene? Ok, magari ci salta fuori anche il Ponte sullo Stretto: avanti tutta!

29 novembre 2015

Che ne facciamo di questo Bucintoro?



Abbiamo nuovamente il Bucintoro. Splendida nave, davvero: ma non ha più le dorature a guazzo, i fregi e le sculture. Ha, invece, cannoni a tiro rapido, missili e (dovrebbe avere) aerei: stiamo parlando dell’orgoglio nazionale, dell’ammiraglia della flotta italiana: la portaerei Cavour.
La quale, poveraccia, rischia d’essere declassata – a pochi anni dalla nascita – a semplice portaelicotteri: come uno studente al quale dicono: “no, tu, più che qualche corso d’avviamento al lavoro...”. Poveraccio, come ci rimane male, e come ci rimarrà la Cavour se continuerà la vulgata imperante, quella che recita che diventerà una splendida portaerei con gli F-35.

Vediamo perché “osiamo” fare questa affermazione, ma non per la nota polemica sugli F-35: per altre ragioni, forse meno conosciute, ma più decisive. La nave non potrà mai operare come portaerei, perché non è adatta al velivolo scelto, né è stata costruita con i requisiti di una portaerei.

Prendiamo in esame i pesi, a vuoto e massimi al decollo, degli unici tre (in realtà solo due, lo Yak-141 non entrò mai in servizio, e non consideriamo il vecchio Yak-38) velivoli V/STOL:

F-35B: 13.300 – 31.800 Kg
Harrier II: 5340 – 14.100 Kg
Yakovlev 141: 11.650 – 19.500 Kg

I pesi degli Yakovlev sono quelli dei pochi prototipi costruiti: l’aereo, in ogni modo, conquistò 12 record mondiali per la categoria VTOL, riconosciuti dalla FAI.

Soprattutto il confronto dell’F-35 con l’Harrier rivela un “passo” molto diverso, ossia da un aereo specificatamente progettato per l’impiego V/STOL da piccole portaerei, si è passati ad aereo terrestre adattato: la Spagna, ad esempio, non ha preso in considerazione l’F-35B per la sua piccola portaerei “Principe de Asturias”.
Noi, invece, abbiamo costruito una portaerei un po’ più grande, ma sempre più modesta delle “Tarawa” (e classi successive) dei Marines statunitensi – che hanno un ponte di volo di circa 30 metri più lungo: 30 metri, non sono pochi in decollo/atterraggio – e poi abbiamo deciso che sì, poteva imbarcare anche un po’ di battaglione San Marco, con mezzi blindati e tutto il resto. Così, una nave di nemmeno 30mila tonnellate di dislocamento, dovrebbe fare la portaerei e la nave da sbarco: in più, dovrebbe gestire un aereo pesantissimo: ma vi sembra possibile?!?

E questo è uno dei problemi dell’F-35B: in primis, l’aereo è stato valutato sulla Tarawa e ancora non si sa se verrà costruito, per problemi tecnici (riscontrati in prova proprio sulla nave) e perché sono pochi aerei, rispetto agli ordinativi delle altre versioni. Di conseguenza, c’è il rischio che la Cavour, terminata la vita utile degli Harrier, rimanga una semplice portaelicotteri, incapace di proteggere i convogli mediante la componente aerea, mancando clamorosamente l’obiettivo previsto per un Paese che intende “difendersi”.
A parere di chi scrive, durante la lunga e contrastata crociera di un paio d’anni fa per fare da “salone itinerante” dei prodotti militari italiani, l’obiettivo migliore sarebbe stato uno solo: venderla.
In definitiva, l’aereo è pesante, troppo pesante per appontare sulla Cavour: ci spieghiamo meglio.

Una volta decollati grazie allo sky jump, gli F-35 devono pure tornare; qui entra in gioco l’eccessivo peso che abbiamo sopra riscontrato: oltre 30 tonnellate! Quasi un TIR a pieno carico!
In condizioni di bassa pressione e caldo umido, i motori non ce la fanno a fornire la spinta necessaria all’atterraggio verticale (1) e, dunque, l’aereo deve scaricare il carico bellico in mare e parte del carburante: la cosa, già fa rizzare i capelli.
Il problema (che si presenta sempre quando gli aerei sono in ricognizione armata) è quello di scaricare non solo le bombe (costano poco) ma i missili, i quali hanno dei prezzi che vanno da 1 a 2 milioni di euro l’uno: mettiamoci solo 4 missili e un po’ di carburante...voilà: 6-7 milioni ai pesci. Per aereo. E per appontaggio.
Ovviamente, è impossibile: c’è un’alternativa B? Sì, c’è, ma si chiama “fabbrica di vedove”.

L’aereo, invece d’appontare verticalmente, s’avvicina a bassa velocità alla nave ed apponta “normalmente” (come sulle grandi portaerei) “manovrando” sulla rotazione degli eiettori – in questo modo affida ancora una parte della portanza alle ali – poi, appena toccato il ponte, subito una spasmodica frenata per fermare 30 tonnellate d’aereo in 120 metri. Auguri. Forse può funzionare con un Harrier, ma non con un bestione da 30 tonnellate.
Per questa ragione affermavo, prima, che i 30 metri di differenza da una Tarawa fanno già una differenza, quella fra fermarsi al limite del ponte o finire in mare: in ogni modo, anche i Marines sono poco convinti.
Per i non addetti, ricordo che questa versione dell’aereo non avrà a disposizione il tradizionale gancio d’appontaggio.

Insomma, abbiamo costruito la portaerei fidandoci dello zio Sam, il quale è nei guai fino al collo per i tanti problemi dell’aereo, al quale s’è aggiunto questo – che, ricordiamo, riguarda solo l’eventuale F-35B – e che potrebbe far pendere la bilancia verso una cancellazione del programma della versione a decollo/atterraggio corto/verticale.
Gli USA non hanno questi problemi: la US Navy già sperimenta il “superdrone” Pegasus per la difesa aerea, che ha un raggio d’azione doppio rispetto al F-35 e costa la metà (2). Insomma, che alla fine resteremo in braghe di tela non è proprio una certezza ma – diciamo – un serio “dubbio ben motivato”.

Cosa succede nel mondo?
Il Regno Unito sfoglia la margherita come l’Italia – nel senso “aerei convenzionali o a decollo verticale”? Ovviamente, prima di costruire le portaerei. La Francia ha i Rafale (convenzionali), la Spagna rinuncia, l’India imbarcherà (?) i convenzionali Mig-29 con ali ripiegabili, la Cina ha copiato dei Su-27 russi...insomma, molta confusione sotto i cieli orientali.
Noi, restiamo in mezzo al guado, anche perché ci sono molti dubbi che la portaerei sia poi così importante come si crede, e come la II G.M. ce l’ha lasciata, ossia come una regina: o una grande papera in mezzo al mare?

Dopo l’ “exploit” del (quasi) sconosciuto missile russo Kalibr – lanciato contro le installazioni terrestri dell’ISIS da una corvetta nel Mar Caspio (3) – ci preoccuperemmo molto, se fossimo un ammiraglio in comando su una portaerei, di riportare a casa la baracca. Perché, lo stesso missile può essere lanciato da sottomarini, il che lo pone assolutamente all’esterno di qualsiasi area di ricerca e soppressione della minaccia subacquea, sia mediante aerei sia con gli elicotteri. Ricordiamo che il Kalibr è dotato di autoguida terminale sul bersaglio.
Questo, però, è un altro discorso che riguarda l’uso della portaerei nel suo complesso: altra cosa è stabilire che fare di una portaerei come la Cavour.

Premesso (per la seconda volta!) che venderla sarebbe la miglior cosa da fare, la nave andrebbe ristrutturata radicalmente, poiché si tratta di un ibrido senza senso: piccola portaerei, modesta nave da assalto anfibio. Questa è stata l’impostazione errata: far convivere sulla stessa nave due esigenze diverse, la seconda delle quali cozza violentemente contro le impostazioni della difesa italiana. Chi dobbiamo andare ad assalire a migliaia di chilometri dalle nostre coste? Con una nave? Due? Tre? Ma lasciamo perdere...
Diversa è la faccenda se si torna all’impostazione originaria: difendere “Blue Water” (ossia anche in pieno Mediterraneo) gli interessi italiani e le proprie navi mercantili. Uno strumento potente per l’offesa che potrebbe recare al nemico, non certo con qualche Harrier e pochi elicotteri come oggi.

Una portaerei che, a pieno carico, disloca 28.000 tonnellate è in grado, se ben strutturata, d’imbarcare circa trenta velivoli: lasciamo la scorta antisom alle fregate e concentriamoci sugli aerei. Diciamo, un mix di 24 aerei e 6 elicotteri.
I dati non sono campati in aria: sono pressappoco quelli delle vecchie Kiev della Marina Sovietica (simili per tonnellaggio).
Il problema è dove andare a prendere gli aerei: gli Harrier invecchiano, gli YAK non ci sono e l’F-35 s’appresta ad essere il più grande “bidone” che lo zio Sam ci va a rifilare. Dove prenderli?
Ma in Italia!

C’è un aereo, italiano, che è stato venduto in Israele, Polonia, Qatar e che partecipa alla selezione per un nuovo velivolo americano! Buy italian?
Si tratta dell’ottimo Alenia Aermacchi M-346 Master (4), un addestratore di quarta generazione il quale, però, presenta caratteristiche molto prossime ad un caccia leggero, ovviamente nella versione monoposto.

Le stime prevedono che il modello sarà costruito in oltre 600 esemplari entro il 2020, escludendo la versione da combattimento, alla quale a volte ci si riferisce con la designazione non ufficiale M-346K. Quest'ultima è un candidato alla sostituzione del caccia leggero Northrop F-5E Tiger II, diffuso in numerose aeronautiche militari nel mondo.” (Wikipedia)

Difatti, in Israele ed in Qatar l’aereo è stato venduto nella configurazione da addestramento – poiché la legge italiana impedisce la vendita di armi a Paesi che hanno conflitti in corso (la solita foglia di fico italiana) – ma, da quelle parti, poi, si modifica...

Insomma, si tratta di un buon velivolo. Vediamo i dati, comparati al Sea Harrier ed al F-35:

F-35B: 13.300 – 31.800 Kg
Harrier II: 5340 – 14.100 Kg
M-346 Master: 7400 –10.200 Kg

Lontanissimi entrambi dalle quasi 32 tonnellate dell’F-35, i due aerei sono abbastanza simili per prestazioni: entrambi subsonici con 1,2 Mach di velocità di punta…certo, il secondo è un addestratore e, dunque, bisognerebbe valutare i pesi una volta “sbarcato” il secondo seggiolino, caricato un radar aria-aria, eccetera...però, diciamo che a pesi ci siamo. E i costi?

L’addestratore costa 20 milioni di euro: il caccia costerà di più, ma sempre intorno ad un terzo di un F-35, il quale costa circa 100 milioni e non si sa nemmeno, nella versione “B”, se verrà costruito e quanto costerà.
Quindi, potremo avere una linea di volo per la Cavour che costerà circa 1 miliardo, contro i 3 del (ipotetico) F-35. E sarà un prodotto costruito in Italia, che darà lavoro agli italiani, non come i pochi posti creati a Cameri per l’occasione.
C’è un solo problema: non è un velivolo a decollo verticale, ma convenzionale, anche se i dati di corsa di decollo sono molto promettenti, 280 m, e per l’atterraggio 580 m (5). Pur ricordando che il velivolo, in configurazione da difesa aerea sarebbe piuttosto leggero (bombe e missili aria-terra pesano molto) – potrebbe essere armato con 4 AIM-120 Amraam e due Sidewinder, come l’Harrier, ed imbarcherebbe un migliaio di chili o poco più, poca roba – però necessiterebbe comunque di catapulte per il lancio e sistema di cavi (gancio) per l’atterraggio. E’ possibile?

In teoria sì, nulla è impossibile...dipende dai costi e dalla volontà di farlo, perché i costi non sarebbero tanto sul velivolo, quanto sulla nave.
Il risparmio sugli aerei, rispetto agli F-35, sarebbe di circa 2 miliardi: bastano per ristrutturare la nave da così:



a così?

La prima (in basso) è la Cavour com’è oggi, mentre le due (ipotetiche) configurazioni in versione “vera portaerei” si differenziano per una diversa disposizione delle catapulte: la cosiddetta “isola” con il fumaiolo, ecc, non andrebbe modificata. Sarebbe una ricostruzione/modifica pari a quelle che subirono alcune portaerei dopo la II G.M. con l’ingresso in servizio dei jet, come le inglesi classe Majestic o le americane classe Essex: per le Essex, ad esempio, furono necessari 7-8 mesi di lavori. Non soffermatevi troppo sui dettagli dei disegni: sono soltanto delle indicazioni.

La Cavour è costata (secondo Wikipedia) 1,35 miliardi, secondo l’ex ministro Mauro (6) 3,5 miliardi (semplicemente, 1,5 la nave e 2 miliardi gli aerei: gli americani gli hanno fatto uno sconto da 3 a 2 miliardi? Dubitiamo) ma la cosa non sposta i termini del problema, anche se (secondo alcune stime) gli F-35B verrebbero a costare 140 milioni l’uno, l’aereo più costoso della storia.

O ce la teniamo così, azzoppata, senza aerei o, al più, con degli aerei che daranno problemi dal primo all’ultimo giorno di servizio – l’F-35, di guai, ne ha a bizzeffe: motori, elettronica...nulla va per il verso giusto...ma la considerazione del troppo peso, in appontaggio, su un ponte così piccolo taglia la testa al toro – oppure la modifichiamo o, meglio, la vendiamo (terza volta) sempre che qualcuno la voglia, perché di scemi che tirino fuori fior di soldoni per una nave del genere mica se ne trovano tanti.
L’errore non è stato solo progettare la nave in sé (la duplice missione, difesa aerea e proiezione di potenza, su una nave così piccola), ma l’aver costruito una nave fidandosi degli americani ad occhi chiusi e, soprattutto, senza riflettere sul rapporto misure del ponte/pesi dei velivoli.

Il discorso generale, per l’Italia, di possedere una portaerei ci conduce direttamente alle spese per la Difesa: il 73% dei fondi che il Ministero dell’Economia destina alle imprese, anche quest’anno, andrà al comparto difesa. Ma l’Italia si muove fra il 7° ed il 9° posto (secondo gli anni) nella classifica dei venditori di armi, con una fetta del mercato mondiale intorno al 2% (7): in altre parole, vendiamo bombe, ma quanti italiani ci campano sopra?
Dall’altra, a forza di ricordare “si vis pacem, para bellum” si finisce per andare a bombardare la Libia, in Iraq e tutto il resto...ma, serve avere delle armi per difendersi?

Lascio ad altri questo dilemma, vecchio come il mondo, e ritorno alla Cavour: a meno di credere alla favoletta del F-35B che tutto risolverà...che facciamo, la ormeggiamo a Venezia e poi tiriamo fuori questo moderno Bucintoro, una volta l’anno, per celebrare il matrimonio con le acque?

(7) https://en.wikipedia.org/wiki/Arms_industry#World.27s_largest_arms_exporters

24 novembre 2015

Un missile di troppo


Sukhoi-27

L’abbattimento del cacciabombardiere Su-24D russo sul confine turco-siriano è un affare di poco conto, oppure una vera e propria “boa” scapolata dai turchi, secondo come il Ministro degli Esteri russo Lavrov si esprimerà domani (25 Novembre) ad Ankara. E da come risponderanno i turchi.
In altre parole, le carte – oggi – sono tornate in mano russa ed i turchi potevano, francamente, non andarsi a cercare “grane” col potente vicino, visto che dimostrare la territorialità dell’abbattimento sarà molto arduo e, in definitiva, di scarsissimo interesse: ciò che conta, è il dato politico.

Avremo modo di conoscere com’è andata la missione turca di Lavrov nelle prossime settimane, tenendo d’occhio la composizione aerea della missione russa in terra siriana: oggi, è composta soltanto da cacciabombardieri, quali sono i Su-24D e, parzialmente, anche i Su-34. La differenza fra i due velivoli non è soltanto una questione di “età elettronica” (anche i Su-24D, ampiamente rimodernati, sono comunque ottimi velivoli) bensì di “qualità radar”. Semplificando: mentre il Su-24 può soltanto lanciare – nel confronto aria-aria – missili con guida all’infrarosso e poche miglia di gittata (autodifesa), il Su-34 può lanciare anche missili a guida radar attiva, con portate dell’ordine delle 25 miglia nautiche, 50 chilometri circa, che è tutto un altro affare. Pur rimanendo un aereo per l’attacco al suolo.

Politicamente, quindi, la scelta di puntare sul Su-24 è stata una scelta politica, un modo per dire “svolgiamo la nostra missione anti-ISIS e basta”, lasciando ai pochi Su-34 schierati il compito, più che altro, di “mostrare la bandiera”.
Non si spiega altrimenti la scelta d’inviare una missione aerea senza protezione in aria, giacché l’ISIS non ha aviazione – e in aggiunta c’è l’aviazione siriana a sorvegliare i cieli – in un territorio molto conteso, dove operano due aviazioni temibili e ben equipaggiate, come quella israeliana e quella turca.
Di certo, Lavrov chiederà la certezza assoluta che simili attacchi – da ogni parte provengano – non abbiano più luogo, giacché è evidente che uno sconfinamento di poche miglia non implica nessun pericolo per la Turchia.

Solo per citare un esempio, durante le prime fasi dell’ultimo conflitto in Jugoslavia, un giorno d’Estate una mia cara amica era al mare, ed andare al mare – per i triestini – significa spostarsi o verso Miramare, o verso Muggia, che è cittadina di confine. Ebbene, quel giorno s’era recata in una spiaggia nei pressi di Muggia, quando udirono un frastuono assordante e, dalle loro spalle, sbucò una formazione di cinque Mig-29 (sloveni? croati? serbi?) la quale – probabilmente per l’abbrivio e l’inerzia del volo a quelle velocità – era ampiamente sconfinata in territorio italiano. I Mig virarono subito e cabrarono in alto (per diminuire la velocità e manovrare meglio): in ogni modo, giunsero quasi sulla città di Trieste prima di rientrare in Slovenia.  Tutto avvenne in pochissimi minuti e nessun aereo italiano, ovviamente, si alzò poiché fu preponderante il dato politico: nessuno di quegli aerei ce l’aveva con l’Italia, ed avevano abbastanza guai in casa propria per cercarne degli altri.
Così saranno andate le cose anche su quel confine fra Turchia e Siria, ma i turchi hanno reagito: perché?
Poiché il dato politico è diversissimo.

L’ordine d’abbattere l’aereo russo è probabilmente giunto dal quartier generale Nato di Bruxelles – sconfinamenti di questo tipo, in quelle situazioni, sono comuni – ed alla Turchia poteva far piacere oppure no, ma ha dovuto obbedire.
La Turchia non vede poi così male la missione russa, poiché l’ISIS è una minaccia anche per il partito moderato di Erdogan, però c’è l’altro aspetto, ossia l’alleanza con Assad, la sua difesa come fedele alleato del fianco Sud dell’Orso Russo. E, questo, è un bastone fra le ruote per Ankara: ma la contrapposizione fra russi e turchi è vecchia di secoli, dalla battaglia di Sinope in poi.

Quello turco è stato dunque un avvertimento, una sfida che – ovviamente – non viene lanciata da Ankara, bensì da Washington (per la questione ucraina), Bruxelles (per servaggio nei confronti USA, l’UE non ha interessi a controllare militarmente l’Ucraina, anzi) e da Tel Aviv, per una sorta di “no fly zone” che la presenza dei russi ha stabilito – di fatto – nell’area, e che “infastidisce” molto Israele.

C’è, infine, la questione petrolifera che ruota intorno al porto di Tartus, alla quale tutti sono interessati, ma è una contrapposizione meno rischiosa: in ambito energetico, tende a prevalere l’accordo piuttosto che la violenza, soprattutto quando gli attori sono “di calibro”.

Per Mosca si pone quindi un dilemma, che ha – a ben vedere – un’unica soluzione: se la scelta è stata quella di tornare grande potenza sullo scenario mondiale – Georgia, Ucraina, Siria – ora non possono mettere la coda fra le gambe.
Perciò, Lavrov chiederà una sorta di “pass” senza problemi, e senza arretrare di un millimetro nella difesa del regime di Assad: se lo otterrà, non avverrà nulla. Al contrario, vedremo arrivare a Latakia anche i Su-27 e, forse, addirittura qualche Su-35: roba che non ha certo paura degli F-16, turchi od israeliani essi siano.


15 novembre 2015

False Flag: tutto risolto, andate in pace


Il False Flag è il nuovo escamotage per rifiutarsi di capire. Per non comprendere la sequenza dei fatti storici, per cercare scorciatoie che diano audience e confortino, con mezzi semplici, i sempliciotti. Il False Flag è il cugino in terzo grado del cui prodest: almeno, nell’ultimo, c’è spesso qualche sillogismo di supporto.

Noi occidentali tutto possiamo, e ci divertiamo nel continuare a credere alla nostra onnipotenza: questi li mettiamo lì, gli diamo un po’ di missili, devono colpire quelli là, così ci fanno un favore. Poi, andiamo da quelli là e diciamo loro (mentre pubblicamente ci affratelliamo al loro dolore): avete visto che scherzo? Quelli là, masticano amaro ed armano quelli di giù, che vengono su e ci ammazzano un po’ di gente.
Sono tutti False Flag, tutta roba che controlliamo noi a seconda dei nostri obiettivi strategici: tranquilli ragazzi, crepate in pace con un colpo di Kalashnikov che vi perfora le budella e che vi brucia dentro come un granello d’inferno, è solo un False Flag, è gente nostra, che lavora per noi.

Mi metto a leggere e scopro una marea d’incompetenti, di gente col cervello all’ammasso, che s’inventa tutto ed il suo contrario per mettere il proprio nome in calce ad un articolo. Quante volte l’Iran doveva essere bombardato, invaso, massacrato? Quante volte l’hanno scritto?
Andiamo per ordine: cercherò d’essere il più breve possibile. Ma, perdio, se si vuole capirci qualcosa bisogna pur citare fatti, fonti, eventi, personaggi...e ci vuole un po’ di tempo. Altrimenti, c’è il False Flag che acquieta in breve tempo, come l’Aspirina.

Fino al 1980 lo schema è bipolare: noi vi facciamo una cacca lì e, domani, i sovietici ce la rimandano di qua, business is usual.
Ma, quella mente diabolica di Brezinskji s’inventa un trucco per cacciare i sovietici da Kabul: proviamo ad armare i mujaiddin afgani, così fanno la guerra per noi. Noi guadagniamo su petrolio ed oleodotti e quelli – perché sono fessi – crepano. Approvato per acclamazione.
Succede, però, e questo non molti lo sapranno che, nel 1981, in un albergo di Peshawar si riunisce uno strano gruppo: la figura più importante è un miliardario saudita, facente parte della famiglia reale, un tipo elegante, che fino a qualche anno prima girava le capitali europee vestito all’ultima moda.
Quest’uomo ha un’idea: i sovietici sono oramai bolliti, e dopo, che facciamo? Abbiamo armi in abbondanza, soldi in abbondanza: perché non ci mettiamo in proprio?
Così viene gettata la prima pietra dell’attacco di ieri, anche se i protagonisti, oggi, sono diversi anni luce da quei loro antenati.

Ma scoppia la guerra in Jugoslavia, ed ecco la prima uscita “in proprio” – ampiamente tollerata dagli euro americani, perché toglieva loro la castagna serba dal fuoco! – ma i croati, in Erzegovina, vogliono fare i padroni e ne vogliono un pezzo (Mostar compresa): ecco allora le due divisioni musulmane Handsar e Kama prontamente ricostituite – completate con i nomi originali che ebbero in epoca nazista, quando combatterono contro i partizan jugoslavi – che difendono Sarajevo, Jablanica, Mostar. In gran parte contro i serbi: il copione si ripete, ma la contrapposizione contro i croati, cattolici, è forse pari a quella contro i serbi. In questo frangente, ecco un embrione delle future guerre “a geometria variabile”: più alleati e nemici, con i quali mercanteggiare sul campo di battaglia, trattare e combattere, alla bisogna.

Ecco cos’è quello che noi chiamiamo “False Flag”: perché, ai nostri occhi velati dal nostro modo di pensare – dagli Orazi e Curiazi fino alle trincee, alle mitragliatrici, ai tank, ai sommergibili – così appare. Non può che essere una costruzione, pensiamo, perché è assurdo: vi chiedo, gentilmente, di contare le assurdità della Jugoslavia o quelle, forse più conosciute, dell’Iraq tripartito fra curdi, sciiti e sunniti. Più le truppe occidentali, a tentare inutili mediazioni.
Andiamo avanti.

Giunge la prima Guerra del Golfo: la sola, per importanza mediatica e sociologica.
Un giovane Ennio Remondino – grande giornalista – inviato ad Amman per osservarla e riferire, ha una vera e propria illuminazione. Cito: “Ci stiamo giocando il sostegno delle borghesie arabe”.
Ai più, la frase passa inosservata: e chi se ne frega delle borghesie arabe? Noantri semo più bbravi, semo forti...

In Paesi con scarsi apparati industriali, la borghesia è la classe dominante per antonomasia, nel senso che quasi “è” lo Stato: funzionari, militari, finanza, sanità, istruzione. Perdete la borghesia, e non ci sarà altra classe sociale sulla quale contare: avrete perso lo Stato, od il potere, se preferite.
Siccome il potere è spesso sorretto dall’Occidente – pensiamo alla Giordania (GB) od al Libano (F), (accordo di Sèvres, 1920) – perdere il consenso della borghesia significa tranciare qualsiasi liaison con l’Occidente.

Non stiamo parlando di petrolio o di armi, bensì di sociologia: dobbiamo entrare nella mente di un borghese mediorientale, seduto sul divano di fronte ad Al-Jazeera, il quale ascolta, medita ed osserva. Pensa: ci bombardano come cani, ci massacrano, mentre Israele può fare tutto il c... che vuole e nessuno dice niente. Quelli hanno l’atomica e l’Iran non può averla: perché? L’ONU ha più volte richiamato, con risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e con voti dell’Assemblea, Israele: deve tornare nei confini ante 1966. E quelli se ne fottono. Per Saddam, un mese di tempo per sloggiare dal Kuwait, il quale gli doveva un sacco di soldi per la difesa contro l’Iran e, in aggiunta, grazie ai Bush-petrolieri, gli fotteva pure il petrolio, trivellando in diagonale dal confine kuwaitiano per “pescare” nel giacimenti iracheni.
Ecco che passano sui teleschermi le immagini dei bambini bruciati, inceneriti...dei rifugi carbonizzati come scatole di fiammiferi ed il nostro funzionario di banca, o colonnello giordano pensa: perché dobbiamo sempre riverire questa gente? E’ dai tempi di Mossadeq che ci fregano, che ci rubano, che ci disprezzano.
E’ il 1991.
Un giovane nato in quell’anno, oggi ha 24 anni: quanti anni hanno i miliziani di Parigi?

Non starò a ricordarvi tutto quello che avvenne in Iraq ed Afghanistan dal 2003 in poi: se cercavate un luogo da trasformare in una grande madrassa (scuola islamica) a cielo aperto, lo avete trovato. Milioni di giovani che hanno visto i fratelli, i cugini con le schegge d’Uranio impoverito nelle carni, delle madri mute e piangenti ai loro capezzali mentre, in silenzio – e lentamente – morivano in ospedali sporchi, bombardati, fatiscenti, con pochissimi medici affannati che lottavano la loro impari guerra contro la morte.

Ma le guerre a geometria variabile lasciano anche altri orpelli, seminano mezzi di morte molto evoluti per tutti: quanti Stinger (missile terra-aria) hanno fornito gli USA agli afgani per usarli contro i sovietici? Eccoli che tornano: basta inquadrare il bersaglio, attendere che il reticolo acquisisca l’immagine del velivolo e premere il grilletto. Facile no? Un aereo militare può tentare virate al limite dei 9 G per fuggire, un velivolo civile cade come una pera.
Poi ci sono i soldi, tanti: grazie a zacat e saddaqa (le forme di carità islamiche) si possono distribuire risorse, tante, a tutti coloro che desiderano combattere l’odiato nemico. Perché? Poiché l’Occidente non può fare a meno d’importare colossali petroliere tutti i giorni dell’anno dai giacimenti sauditi, kuwaitiani, iracheni...l’occidente deve far vorticare i suoi macinini a petrolio, altrimenti il PIL crolla, le azioni crollano, i finanzieri scappano. Magari proprio dalle parti del Golfo.
C’è il turismo? Basta una sola sparatoria in un museo di Tunisi, e Costa Crociere e MSC cancellano tutti gli scali in Africa Settentrionale: adesso vedremo che fine farà Sharm el Sceik. Con meno soldi, anche i miliziani costano di meno: ieri con 1000 dollari – poniamo – ne inquadravi 10, oggi 20...o forse di più...
C’è ancora un “regime” che si oppone a questo andazzo, è quello di Gheddafi: spazzato, anche con l’aiuto degli italiani coglioni.

Perché, vedete, il “False Flag” non si occupa delle singole azioni: ma vi figurate? Imposta una strategia, poi sono gli altri a fare.
Perché l’Europa deve stare agli ordini USA, ma la Germania vuole fare affari con la Russia (Opel Magna, ad esempio) ed ai crucchi non frega nulla dei missili americani in Ucraina: la Crimea e l’Est possono pure tornare alla Russia, a noi importa poter impostare tante belle fabbriche di “made in Deutschland”, dove si costruisce con gente pagata (oggi) 100 euro il mese. E che volete che sia, gliene daremo 200 e saranno contenti! Il Donbass? Ma che se lo prenda pure Putin...
Ecco, allora, che la Germania diventa amica e nemica allo stesso tempo, in un perfetto schema a più parti ed a “geometria variabile”.
La Francia, perché la Francia?

Poiché il modo di pensare, il modo di vivere francese è il più odiato dagli islamici (odierni): sentito parlare di Illuminismo? Certo, anche i bombardamenti...ma la Francia non è mica l’unica a bombardare l’ISIS...
Nella Baghdad del IX secolo, un certo Abu-l-Hasan Alì al-Masudi – un enciclopedista – affermò “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede”: l’affermazione gli costò 10 anni d’esilio al Cairo. Qui da noi, lo avremmo passato sulla graticola all’istante: Giordano Bruno insegna.

Ma, dalla Baghdad gaudente di quei secoli – una vera Parigi, per cultura e divertimenti: paradossale vero? – ad oggi c’è di mezzo un certo emiro, tale Al-Wahabi, il quale pensava che l’Islam dovesse essere il meno tollerante possibile e che la vita dovesse essere sofferenza e privazione. Nulla delle “prescrizioni” di Al-Wahabi è, ovviamente, contenuto nel Corano: dall’infinito tormentone sugli abiti delle donne islamiche al divieto di guidare autoveicoli per le donne saudite (Al-Wahabi era un uomo del 1700!).
Ma strinse amicizia con un altro personaggio, un certo Al-Saud che – col trascorrere dei secoli – divenne il capostipite della casa regnante saudita. E i sauditi crearono questo regno anacronistico, dove si taglia la testa alle persone anche per un incidente stradale, dove non c’è un Parlamento e dove le donne non possono guidare per editto reale. Un pezzo di medio evo con, al posto delle carrozze a cavalli, le Rolls-Royce: un ricchissimo anacronismo.

Se vi recate in Bosnia, notate un particolare: le moschee – distrutte dalla recente guerra – sono state tutte ricostruite. Ma, al posto del tradizionale stile ottomano, sono tutte costruite in puro stile saudita: in altre parole, i sauditi esportano soldi (ne hanno tanti) e cultura. La loro, quella impostata da Al-Wahabi.
Non stupitevi dunque se la parola “crociato” è ripiombata nel lessico, se si parla di nuovo della riconquista di Granada, oppure di Lepanto: tutti concetti di un tempo lontano i quali, se parlate con un magrebino, li conoscerà a menadito. Non gli eventi, le parole e basta: “un giorno” noi eravamo a Granada. Quale giorno? Eh, tempo fa...Quanto? Mah, tempo fa...Non lo sanno.
Questa cultura raffazzonata non esce da Al-Azhar, si crea sul Web senza controllo: fa più un video dell’ISIS con colpi di mitra e gole tagliate di mille libri, questo è certo.
Allora, perché la Francia?

Poiché, se ci riflettete un attimo, non c’è nulla di più distante del credo wahabita dal “credo” illuminista, che è proprio l’opposto di un credo, per questo è virgolettato.
Da un lato, tutto discende dal “libro” (falso, dei dettami wahabiti nel Corano non c’è nulla) e deve essere seguito come parola di Allah, dall’altra tutto deve essere prima valutato, passato sotto la lente della ragione. Noi italiani non ci rendiamo conto dell’importanza di questa contrapposizione, poiché siamo una nazione che vive in mezzo al guado: le critiche anti-illuministe del Vaticano non sono un segreto. Altro paradosso: il Vaticano “terra dei crociati” e, lo stesso Vaticano, sulla stessa sponda dell’Islam radicale nei confronti dell’Illuminismo.
Ma chi è questo Islam radicale?

Al-Qaeda di Al Zawahiri è troppo vecchia, troppo legata a schemi tradizionali per stare sulla scena: a ben vedere, Al-Zawahiri viene dal Cairo, da Al-Azhar, ha quasi 65 anni, concepisce la contrapposizione internazionale come uno schema mono-direzionale, non è in grado di comprendere lo schema a geometria variabile con più attori, che mutano le loro alleanze continuamente.
Allora nasce l’ISIS. Da dove viene?

L’ISIS nasce a Tikrit, la città di Saddam Hussein: la prima azione violenta è l’uccisione di migliaia di reclute irachene che si recavano a Tikrit per prendere servizio. Con l’inganno, vengono prima dimesse, poi trucidate sulla via del ritorno: erano tutte reclute sciite.
L’idea è quella di creare una contrapposizione allo strapotere sciita/curdo in Iraq, ritagliandosi un territorio a Nord (Ninive, ecc) con addentellati in Siria e nei territori curdi. Respinti dai curdi, si sono diretti verso la Siria: ecco perché la Russia si è mossa, poiché la Siria fa parte del “bastione Sud” della Russia, quello che protegge il Caucaso ed il mar Nero. Di più: c’è il porto di Tartus, unica base per la marina russa nel Mediterraneo.
Notate come la Russia non si muova per altre aree, ma diventi terrificante (come risposta militare) quando si tocca il fianco Sud: vedi Georgia e, oggi, Siria. La Cecenia, guarda a caso, è sulla stessa strada.
Che fare dunque?

La questione si chiuderà semplicemente lasciando lavorare i russi in pace: probabilmente, dopo Parigi, si muoveranno con più convinzione anche i francesi, se non altro per pressioni interne. In ogni modo, tre mesi di missione russa con 50 velivoli e l’ISIS scomparirà, non esisterà più come struttura militare. Un fallimento americano? Certo, ma gli USA – che continuano a credere alla dottrina Brezinskji – ne studieranno un’altra: sono degli sprovveduti della politica internazionale, capacissimi di vincere le guerre, ma totalmente inetti nel gestire la pace susseguente.
Il vero sconfitto sarà l’Arabia Saudita, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ma questo era nelle previsioni: di soldi, i sauditi, ne buttano ogni giorno che passa. Li segneranno, come tanti altri, nel capitolo di bilancio “bizzarrie”.

Una vera soluzione, per il Medio Oriente, passa soltanto attraverso una revisione del passato: gli accordi di Sèvres non si possono oramai cambiare, ma quelli relativi ad Israele sono ancora validi e si potrebbero rivedere, mi riferisco alle risoluzioni ONU.
Altrimenti...andremo avanti così...morirà l’ISIS, si formerà al-qualcosa, poi al-qualunque...e così, via: senza la soluzione del problema palestinese, il mondo arabo non s’acquieterà mai.

07 novembre 2015

Il povero Tito, e poveri noi


Il povero presidente dell’INPS si è visto rigettare la sua ennesima richiesta (1): dare un reddito di 500 euro il mese ai disoccupati 55enni, prelevando il denaro necessario dalle pensioni d’oro di 230.000 persone e da 4.000 vitalizi di parlamentari oltre gli 80.000 euro. Si noti: tutte persone che percepiscono assegni oltre la quota dei versamenti effettuati, vale a dire senza effettiva copertura, un elenco lungo che va dai parlamentari agli amministratori locali fino ai sindacalisti. Insomma, il “cuore” del sistema mafioso di potere.

Qualcuno ha detto “non si può smettere di lavorare a 55 anni”, altri “non si mettono le mani sulle pensioni” ed altre facezie del genere.
Il piano di Boeri era ben congegnato, ed a noi interessa il titolo “Non per cassa, ma per equità”: Dio sa di quanta equità distributiva questo Paese abbia bisogno, visto che il 10% della popolazione possiede quasi il 50% della ricchezza. Ma, qual 10%, ha deciso di tenersela (fra di loro ci sono tutti i parlamentari).

Boeri stesso diede il buon esempio: il suo predecessore, Mastrapasqua – quello che aveva falsificato gli esami universitari, e quindi condannato, e dunque non si capisce come potesse occupare quel posto (oggi è stato rinviato a giudizio per altre malversazioni e truffe varie nella sanità) – percepiva, come presidente INPS, la “cifretta” di 1,2 milioni di euro l’anno. Boeri se l’è auto-ridotta a 120.000 euro, ossia un decimo. Non desidero tessere il panegirico di Tito Boeri, però i fatti sono fatti.

Due aspetti della vicenda mi sembrano interessanti.
Il primo è che, contrariamente alla normalità, è stato il ministro del lavoro Poletti ad “andarci giù pesante” con la proposta Boeri: stranamente, né Renzi si è pronunciato (oltre le consuete frasi di circostanza ed i soliti slanci d’ottimismo sul futuro) ma, soprattutto, totale silenzio dal suo High Controller, quel bel elemento del ministro dell’Economia Padoan, uno che – se lo fissi per più di 3 secondi – ti fa venire una fitta allo stomaco.
A mio parere, è poco credibile che Renzi ed il suo Controller non si siano sentiti: probabilmente, non desideravano uno scontro con Boeri, poiché trovarne un altro non è facile. Oddio sì: le mezze calzette abbondano, sono i veri economisti a scarseggiare. Tutto sommato, meglio tenerselo buono, avranno pensato.

La seconda vicenda riguarda più espressamente la politica economica di questo disgraziato Paese: è lapalissiano che, stornare le cifre eccedenti a quegli altissimi emolumenti per dirottarle su un assegno di disoccupazione (com’è in tutta Europa, salvo Italia e Grecia) avrebbe significato un “travaso” da Wall Street a Main Street, come in gergo sono chiamate la finanza bancaria/industriale/amministrativa (ecc) e l’economia reale.
E’ chiaro a tutti che i 500 euro dati ad un disoccupato sarebbero stati “scialacquati” in spaghetti, biscotti, qualche vestito, scarpe...ossia tutti beni che sostengono l’economia reale (ossia la direttrice vendite-lavoro-posti di lavoro, ecc), mentre nelle mani di chi attualmente li detiene significano grandi investimenti esteri in fondi (azionari, sovrani, ecc), ossia soldi che – al comune italiano – non portano nessun beneficio.

La risposta è allora chiara, soprattutto per un uomo intelligente come Boeri: questo Paese non deve “decollare” bensì sarà gradualmente “decollato”, poiché quei poteri non arretrano di un centimetro.
Vorrei far notare che questa è tutta una questione italiana, ossia interna al bilancio italiano: difatti, Boeri ha precisato le coperture. Qui non c’entra nessun potentato straniero: una partita di giro interna.

Allora, caro Tito: cosa vogliamo fare? Ommini, mezzi ommini, omminicchi, pigliainculo e quaqquaraquà: cosa scegli? Una lettera di dimissioni sarebbe un bel gesto: per te e per l’Italia.

(1) http://ilmanifesto.info/il-governo-silura-la-riforma-delle-pensioni-di-boeri-inps/