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23 maggio 2017

Desertec? Ci vorrebbe un secondo Mattei!


Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara.
Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri.
Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai?
Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.
Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno.
Vediamo.

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea.

Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto.
Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta.

Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3, qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scoregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne.

Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi.
Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva.
Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA.

La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve.

L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora?
Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria.
La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis.
L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile.
Cosa rimane?

La Tunisia.
Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no.

La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi.

Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese.

Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

21 luglio 2014

Un copione già visto


L’abbattimento dell’aereo di linea della Malaysian Air Line è uno di quei casi che terranno banco per molto tempo, e così scivoleranno nella Storia con le pantofole di velluto, senza disturbare nessuno: a differenza dell’altro incidente dell’8 Marzo – quando un aereo scompare, pare riapparire per poi scomparire del tutto (a ben vedere, un nuovo copione) – l’aereo caduto in Ucraina ha un illustre precedente, ossia Ustica.


Di tutta la tragedia restano tre vagoni refrigerati carichi di morti, di pezzi di morti, di bambini dilaniati: tutta gente che – almeno – non dovrebbe aver sofferto giacché l’improvvisa depressurizzazione dovrebbe aver almeno fatto perdere loro i sensi. Speriamolo, per quella gente innocente.



Visto che, attualmente, siamo preda della disinformazione più bieca, mentre saltano fuori sistemi missilistici, alquanto vecchiotti, che pare – e sottolineo pare – non abbiano agganciato il missile al radar d’inseguimento, basandosi solo – per il lancio – sul radar di scoperta (come abbia fatto, allora, a colpire rimane un mistero) oppure pochi fotogrammi di un sistema SA-11 che rientra in Russia con un missile mancante (io, confesso, dalle immagini non l’ho notato) o ancora una bella chiacchierata fra miliziani ed ufficiali russi dove confessano in diretta planetaria d’aver abbattuto un aereo civile.

Come se i servizi russi ed ucraini non parlassero la stessa lingua, non conoscessero come il proprio palmo la disposizione delle forze avversarie, gli ucraini non avessero anch’essi in dotazione l’SA-11...qualche fotogramma d’archivio ce l’hanno tutti...la giustificazione per il missile che non ha rilevato l’IFF del Boeing (If Friend or Foe, ma nei modelli civili è chiamato transponder) perché non ha agganciato il missile al bersaglio. Va beh, tutto fa brodo: un missile viene lanciato alla cieca nel cielo e, 10 km più in alto, colpisce un aereo civile. Mah.



Nelle primissime ore, qualcuno aveva menzionato anche la contemporanea caduta di un aereo militare, poi sparito nel tritatutto dell’informazione usata come arma: per subissarti di input e non darti il tempo di ricostruire nessun puzzle.

Forse, quel caccia scomparso – del resto, nel silenzio più assoluto dei media, gli ucraini bombardano ogni giorno i separatisti con i loro velivoli – racconterebbe più cose di tante notizie frullate alla svelta e presentate nei Tg all’ora di cena. Se esiste per davvero, ovvio.

Dobbiamo, però, prima fare un salto all’indietro, al momento della “separazione”.



Che la Crimea prendesse la via della Russia non era un mistero per nessuno: le basi della Flotta sono tutte lì, la popolazione è in gran parte d’etnia russa (sempre per la stessa ragione, sono marinai e tecnici di manutenzione della grande flotta del Mar Nero) che si spinge, talvolta, nel Mediterraneo facendo base a Tartus, in Siria.

A dire il vero, i russi avrebbero l’alternativa di Nikolaev – sulla costa est del Mar Nero – ma, da sempre, Nikolaev è un enorme cantiere di costruzioni navali: sarebbe difficile farci stare anche la base per una flotta.



Se qualcuno riteneva che la questione fosse conclusa con la Crimea (tacitamente accettata dalle diplomazie internazionali) c’era un altro “bubbone” che sarebbe scoppiato: l’ho sempre sostenuto e (forse) anche scritto tempi addietro, il Donbass.

Il Donbass è un’area ricchissima di carbone (e, pare, anche di gas e petrolio), abitato da etnie prevalentemente russe, che mal hanno accettato la “nuova” Ucraina, ritenendo la “fratellanza” con la Russia di primaria importanza.

Del resto, sono popolazioni di confine – alcuni con doppio passaporto – oppure russi trasferitisi lì al tempo dell’URSS: insomma, questi hanno tutto da guadagnare a stare dalla parte del più forte (oltre che a sentirsi parte della nazione più forte) ed abbandonare il Paese che si regge sul lavoro all’estero degli emigranti.

Da qui, la guerra: prima strisciante, poi guerreggiata.



E torniamo agli strani parallelismi con Ustica.

Sul cielo di Varsavia, mezzora prima della tragedia, s’incrociano l’aereo presidenziale di Putin ed il Boeing della Malaysia Air Line: questo è un dato di fatto, certificato dai controllori di volo polacchi. Ovviamente, le rotte sono diverse: l’IL-96 torna dai Carabi ed è diretto a Mosca, l’altro è partito da Amsterdam e va in Malesia.

Se osservate una cartina dell’area, potrete notare che l’aereo di Putin non sorvolerà mai l’Ucraina, avendo come rotta quasi una retta che lo conduce verso Minsk, nel Belarus, e poi direttamente a Mosca. I velivoli, spesso, sono obbligati a volare all’interno delle aerovie e, quindi, non possono sfruttare a pieno i vantaggi di una rotta ortodromica. Al più, lo fanno sugli oceani o sulle rotte polari.

Il Boeing, invece, riceve l’assenso a volare per “waypoint diretti” e – diretto a Kuala Lumpur – scende verso Sud-Est allontanandosi dall’aereo di Putin, che continua su una rotta grosso modo ENE.



Chi scorta gli aerei dei Capi di Stato?

Dentro lo spazio aereo nazionale, i velivoli militari: e fuori?

Sono trattative complesse, delle quali quasi nulla viene a galla: normalmente, in ogni spazio aereo nazionale sono i caccia della nazione a doverlo scortare, ma ci sono tutta una serie di “se” e di “ma” ed il lavoro di preparazione di una missione all’estero richiede settimane di lavoro e di contatti per i servizi addetti alla sicurezza.

Torniamo indietro qualche secondo ad Ustica.



L’aereo di Gheddafi – che si recava a Varsavia per una riunione ad alto livello – decollò da Tripoli (o da Misurata) scortato dai caccia libici e fu preso in consegna, al limite delle acque territoriali italiane, da due F-104 per la scorta. I caccia libici tornarono indietro ma furono sostituiti da altri velivoli che decollarono da Misurata: Gheddafi aveva probabilmente ricevuto qualche avvisaglia di ciò che stava per accadere, e non si fidava.

Il compito dei due F-104 era di scortare l’aereo presidenziale fino allo spazio aereo austriaco, dove sarebbe stato preso in consegna dagli austriaci. Ma successe il patatrac.

Aerei francesi decollarono dalla base presso Bonifacio (in Corsica) e ci sono testimonianze dei decolli ravvicinati di quel pomeriggio, quasi si trattasse di una guerra. Degli americani non si hanno notizie certe, ma durante il “ripescaggio” del relitto del DC-9 vennero a galla anche pezzi di Phantom mai meglio identificati. I Phantom erano in dotazione alle portaerei della VI Flotta.

L’aereo di Gheddafi fece dietro front e tornò in Libia a tutto gas (questa è una delle ricostruzioni) ma la seconda scorta rimase: così prese inizio la famosa battaglia aerea di quel giorno: non si sa se il DC-9 Itavia fu abbattuto volontariamente da qualcuno che lo ritenne l’aereo presidenziale, oppure se il disgraziato aereo “agganciò” per sua sfortuna un missile all’infrarosso destinato ad altri.

Questa non è una ricostruzione di fantasia, ma nemmeno pretende d’essere verità distillata: dopo 34 anni di “muro di gomma” si è addirittura perso memoria del giorno in cui cadde il Mig libico sulla Sila!



Torniamo all’oggi.

L’aereo di Putin può essere scortato sopra il Belarus da caccia russi: ma prima? C’è da fidarsi (dopo l’incidente di Katyn) di una scorta polacca?

In ogni modo, nella fase finale del volo la rotta dell’IL-96 rasenta il confine ucraino ad una distanza di circa 50 miglia nautiche: cosa può essere successo in uno spazio così ristretto per velivoli che volano a Mach 2? Anche nulla.

Nella confusione generale, però, qualcuno può aver inserito un’informazione errata nel sistema (per errore o di proposito, non lo sapremo mai) – il Boeing malese, oramai, si trova a centinaia di miglia dall’IL-96 – però qualcuno può averlo ritenuto l’aereo di Putin proprio a causa di un input sbagliato.

E c’è una verità tangibile e verificabile: qualcuno ha agganciato l’aereo al suo radar di tiro (a terra od in volo) ed ha premuto il pulsante, questo è innegabile.



Pazienza: fra cinquant’anni ci diranno che fu un’esplosione in volo, oppure una bomba, anche da quelle parti hanno ottimi produttori di gomma per costruire muri. Persino migliori dei nostri.

28 marzo 2011

Un dilemma inesistente



La crisi libica sta sparigliando le carte nella politica interna, almeno apparentemente: elettori di destra, delusi dall’evidente débacle che si prospetta per l’imprenditoria italiana con lo “sbarco” di Francia e GB in Libia, mostrano insofferenza per il Cavaliere.

Elettori di sinistra sono altrettanto delusi, osservando gli impeti guerrafondai che tornano alla luce e, soprattutto, ricordano la tragedia del Kosovo che, solo a distanza d’anni, s’ammette essere stata un colossale errore. Ma, senza capire niente dagli errori del passato.


Le domande che veleggiano sul Web sono due: che fine farà Gheddafi? Che fine farà il Cavaliere? Entrambi, usciranno indeboliti o rafforzati dalla vicenda? Ce la faranno a sopravvivere politicamente alla buriana?


Sul campo, l’unica novità che traspare nella strategia di Gheddafi è il frettoloso abbandono delle aree orientali – la Cirenaica – per assicurarsi, almeno, le spalle coperte e la difesa di Tripoli: ciò spiega la ritirata dai centri dell’Est e la pervicace insistenza su Misurata. Si tratta, evidentemente, del tentativo d’inaugurare una guerra di logoramento nei confronti della NATO e degli insorti, senza mai dimenticare la lezione di Rommel: nel deserto, ogni avanzata corrisponde ad un allungamento delle proprie vie di rifornimento, ed un accorciamento di quelle del nemico.


La partita, poi, si giocherà sul piano diplomatico e, il lavoro degli ambasciatori, richiede tempo e lunghi mercanteggi sul futuro delle risorse strategiche libiche. Gheddafi, da vecchia volpe qual è, cercherà di giocare le sue carte in seno alla Lega Araba e all’Organizzazione degli Stati Africani: soprattutto nella seconda, gode ancora di credito. Perciò, per Gheddafi, la strada è segnata: una sorta di “Stalingrado” nel deserto, nell’attesa che s’incrinino le alleanze occidentali (come avvenne per il Kosovo nel 1999) e che le bombe dei velivoli occidentali finiscano per diventare, nell’immaginario dei media transnazionali, altrettanto assassine dei suoi obici.


In Italia, qualcuno si domanda se non sia il caso di tenersi stretto il Cavaliere, per non cadere nella brace di Massimino il Conquistatore. Falso dilemma.


Anzitutto, sgombriamo il campo dalla leggenda che i Governi italiani cadano per la politica estera: nemmeno il governo D’Alema cadde per la politica estera, bensì dopo, quando i “conti” non tornarono più all’interno della coalizione (o era terminata la ragione del suo esistere[1]). Teoricamente, nemmeno Mussolini cadde per la politica estera – almeno, sul fronte delle istituzioni – poiché il voto avverso avvenne in Gran Consiglio, organismo che era interno al Partito Fascista e, dunque, non era autorizzato ad esprimere un voto di “sfiducia” verso il premier. In ogni modo, si può affermare che Mussolini cadde sulla politica estera, anche senza un voto parlamentare (il parlamento era ininfluente da anni), mediante un artifizio orchestrato dal Re.


Nell’Italia repubblicana, non abbiamo notizie di Presidenti del Consiglio che siano caduti espressamente sulla politica estera, mentre è certo che alcuni voti espressi in passato, che avevano negato la fiducia per questioni di politica estera, furono i prodromi per successivi tonfi. In sintesi, è raro che un governo cada direttamente sulla politica estera, mentre i riflessi della politica estera (ad esempio, accordi che “saltano”, alleanze che si “raffreddano”, ecc) conducono a nuovi equilibri nelle lobbies che assicurano la fiducia all’esecutivo e, da qui, il passo verso la crisi è sin troppo breve. Pensiamo, ad esempio, a quanto siano “volatili” i voti del gruppo dei “Responsabili” alla Camera.


Questo “posticipare” gli effetti della politica estera avviene, da parecchi anni, per “soccorsi vari” delle opposizioni, le quali – poi – accusano il governo di non avere più una maggioranza in politica estera…quindi, il governo chiede un voto di fiducia complessivo, lo ottiene…insomma, buffonate di tutto il mondo unitevi.

Ciò che conta, in questo bailamme, è verificare alcuni assiomi:


a) i mutamenti negli equilibri interni, catalizzati dalla politica estera, hanno più effetto sulle lobbies che sui singoli partiti.


b) le decisioni susseguenti, sono prese quando – trascorso un lasso di tempo – gli effetti si manifestano nella politica interna.


Alla luce della prima di queste due affermazioni, possiamo concludere che è assai arduo stabilire se sia meglio la sopravvivenza politica di questo o di quello, poiché la sopravvivenza di un governo, a quel punto, non si gioca più sul fronte dei partiti, bensì a livello di gruppi parlamentari interni alle singole formazioni: le lobbies. Più interessante il secondo punto, poiché qui si toccano i nervi scoperti dell’imprenditoria italiana.


Un certo Paolo, sul sito Padania.org[2], fa i conti in tasca all’imprenditoria italiana, ossia quanto essa perderà, in termini d’appalti, dopo “l’assalto” franco-inglese:


IMPREGILO: 3 miliardi di Euro di contratti acquisiti in Libia.

ASTALDI: 600 milioni di Euro in Libia per elettrificazione ferrovie.

FINMECCANICA: Joint-Venure con La Libyan Investiment Authority che acquistava elicotteri Augusta. Miliardi di euro.

ENI : Inutile stabilire i valori.

SAIPMEM : 5 miliardi di euro capo cordata costruzione autostrada (soldi anticipati dai libici). SELEX S.I.: 300 milioni di Euro per il controllo dei confini del Sud.

Migliaia di piccole e medie imprese italiane in Libia: diversi miliardi di Euro di contratti. (tra cui le mie aziende).


Resta difficile stabilire la principale “voce” di questa lista: l’ENI. L’Italia importava circa un terzo della produzione libica, ossia più di 500.000 barili il giorno. A circa 100$ il barile, fanno la rispettabile cifra di 50 milioni di dollari il giorno, pressappoco 40 milioni di euro. In un solo mese, sono 1,2 miliardi di euro che prendono altre vie: ci rendiamo conto di quale terremoto rappresentino movimenti pari ad 1,2 miliardi di euro mensili?!? Circa 15 miliardi l’anno?!?


Cerchiamo di conoscere meglio chi sono gli attori che stanno giocando non la partita internazionale, bensì quella energetica. Scopriamo chi è Stefano Saglia[3]:


“Nato a Milano nel 1971…inizia a far politica giovanissimo…giornalista professionista…nel 1995, approda a soli 24 anni al Consiglio Provinciale di Brescia…eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati nel maggio del 2001…nella XV° Legislatura è stato Vice Presidente della Commissione Attività Produttive della Camera…nonché responsabile del settore Energia di Alleanza Nazionale…relatore alla Camera di importanti riforme tra le quali il riassetto del settore energetico in Italia…viene nominato Sottosegretario di Stato allo Sviluppo Economico…riceve le deleghe dal Ministro Claudio Scajola in materie di competenza del Dipartimento Energia, nonché in materie inerenti mercato, concorrenza, consumatori, vigilanza e normativa tecnica. Saglia è anche delegato alla Presidenza del CNCU, Consiglio Nazionale consumatori ed Utenti.”


Se si sa leggere fra le righe, questa è la perfetta biografia del lobbista. Non ha quasi passato: “giornalista professionista”…a soli 30 anni è già “Vice Presidente della Commissione Attività Produttive”, a 40 è il padre padrone del sistema energetico italiano, con poteri che spaziano dall’ENI a “mercato, concorrenza, consumatori, vigilanza e normativa tecnica.” Termina, addirittura, con la presidenza di quella che dovrebbe essere una “controparte”, ossia la tutela degli utenti.

Ma…chi “tutela” Saglia? Un uomo che, nella gerontocrazia imperante, appare come un miracolo vivente?


Se prendiamo nota delle sue “esternazioni”[4] – dal nucleare al solare fotovoltaico e termodinamico – non ci sembra molto “caldo” su queste proposte: il nucleare può andare ma, prima, dobbiamo trovare il modo di sistemare le scorie da qualche parte…Rubbia è degno di stima, ma le sue centrali hanno un rendimento inferiore a quello del nucleare… Insomma, ce n’è sempre per tutti.

Dove, invece, non ci sono obiezioni “tecniche”, si cavalca la “tigre” paesaggistica:


“Il vero problema sulle rinnovabili riguarda l’eolico. Dato che l’Italia ha un paesaggio specifico ed è difficile costruire la pale per ragioni ambientali.[5]”


“Il risparmio energetico e’ una cosa che ci sta molto a cuore, nel senso che a me sembra che, prima di immaginare di riempire di mulini a vento località che non hanno vento…”[6]


E’ di nuovo Saglia? No, questa volta è Scaroni. Verrebbe quasi da dire il “capo”, Scaroni: simpatici questa gente di “Viadalvento”, vero? Ecco i nomi dei loro sostenitori[7]. Una bella lista d’onorevoli e professori, generali e consiglieri…tutti, inesorabilmente, nemici giurati dell’eolico.


Ecco dove il lobbismo attraversa le istituzioni (Saglia), si sostanzia nelle holding (Scaroni) e si presenta come la pura essenza della difesa del paesaggio (magari, con la buonissima fede dei sostenitori, ai quali vorremmo però fare una domanda: e le migliaia d’antenne Tv, tralicci, “torri” per le telecomunicazioni, “parabole” fin sui campanili, sono un “valore aggiunto” per il paesaggio? Le colate di cemento? Le case a schiera sui litorali?)


A questo punto, tiriamo le somme sul dilemma iniziale: tenersi il Cavaliere o cercare di cambiare cavallo? Domanda inutile e tempo perso.

cavalli disponibili sono tutti della stessa scuderia, hanno tutti identico marchio. Come uscirne? Anzitutto, per “uscirne” veramente, c’è bisogno d’elaborare una proposta politica che sia antitetica proprio ai valori fondanti della “scuderia”: la globalizzazione è l’unica soluzione, non ci piace bombardare ma se si deve fare si fa, tutte le energie alternative sono belle ma non servono a niente, la politica è sporca ma, tanto, un’altra non può esistere, gli italiani sono un popolo immaturo che va “guidato”…continuiamo?


L’unica soluzione è fondare un’altra scuderia, diversa proprio dai temi di partenza. In parte, già esiste: dopo anni di dibattiti sul Web sono nate centinaia di proposte, siti, associazioni, gruppi…lentamente, ma inesorabilmente, dopo le “piazze africane” anche quelle italiane avranno il loro momento. Quando?


Ciò che possiamo ragionevolmente attenderci, dall’avventura libica, è un mutamento degli equilibri interni italiani, susseguenti alla montagna di soldi che si sposterà dalle tasche dell’ENI ad altri, oppure – sempre con l’ENI come intermediatore – verso altri fornitori e mercati. Le perdite che, invece, colpiranno le aziende italiane faranno sanguinare il cuore della Lega la quale, però, più che gridare il solito “attenti all’immigrato” non potrà fare. Dunque, una perdita secca “d’ascolto”, per la Lega, da parte dell’imprenditoria del Nord. In questo panorama, l’opposizione-zerbino si posiziona sui crinali protetti dalla NATO e dalla no fly zone: aspetta, per osservare se i rivolgimenti interni alle lobbies consentano il colpo di grimaldello. Il quale, onestamente, sarebbe il solito topolino che scaturisce dalla montagna.


Voci non confermate, invece, sembrerebbero aggravare la situazione sul fronte interno: la querelle sugli incentivi negati (o resi incerti) alle rinnovabili sembra sia arrivata ai “piani alti”, ossia al settore bancario. Gli incentivi per le rinnovabili avevano creato un “giro” di denaro consistente: dalle banche agli investitori, dagli investitori alle aziende, dalle aziende alle banche…e non sembrano, queste ultime, molto contente della “chiusura” del Governo, soprattutto perché Fukushima ha allontanato l’altra “speranza”, il nucleare.


Potremmo domandarci il motivo dell’anomalia italiana, un Paese che non preme sulle rinnovabili e raggiunge gli obiettivi europei (20-20-20, nella parte per le rinnovabili) otto anni prima del previsto. La cosa si spiega per il basso livello degli investimenti nel fotovoltaico (10-20.000 euro) e per l’ancora sostanziale tenuta del risparmio (ancorché in diminuzione) italiano. In altre parole, per molti, piccoli investitori l’investimento nel “concreto” è parso più avvincente del “astratto” mercato azionario, mentre quello obbligazionario (BOT, CCT, ecc) dà rendimenti asfittici.

Ma, “dirottare” quei fondi verso le rinnovabili, significava offrire agli italiani un’alternativa…già…e Tremonti, con la sua ossessione dei “conti in ordine”, come la pensava? Se, per gli italiani, la solita “sbobba” targata BOT-CCT non era più appetibile, poteva esserlo per gli investitori esteri e per i fondi sovrani: questa è gente che s’accontenta di poco (sotto l’aspetto economico, date le masse monetarie in gioco) però gioca su più campi, anche in quello politico-strategico, poiché con enormi investimenti è possibile farlo.


Potrebbe esserci aria di revisione del rating dell’Italia, soprattutto del suo debito, e questa potrebbe essere la più importante tappa della strategia messa in atto contro l’Italia: le parole di Seif al Islam Gheddafi – “l’Italia pagherà il suo tradimento” – riecheggiano e fanno pensare. Soprattutto perché, noi italiani, ben conosciamo i rischi che giungono dalla “Quarta Sponda”.


Questa volta, invece di un’armata che si presenta una mattina qualsiasi sulle coste della Sicilia, potrebbe giungere qualcosa d’altrettanto grave: un declassamento che ci farebbe finire nell’altro incubo, quello dei PIIGS forever.


Per questa ragione, è necessario accelerare nel dibattito e nella proposizione: per avere, finalmente, un diverso marchio rispetto ai ronzini del padrone.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Questa pubblicazione non può essere considerata alla stregua della pubblicazione a stampa, giacché ha carattere saltuario e si configura, dunque, come un libera espressione, così come riferito dall'art. 21 della Costituzione. Per le immagini eventualmente presenti, si fa riferimento al comma 3 della Legge 22 Maggio 2004 n. 128, trattandosi di citazione o di riproduzione per fini culturali e senza scopo di lucro.



21 marzo 2011

Non ci resta che ridere (amaro)



Lo so, frase ad effetto e un po’ blasfema, ma è difficile trovarne un’altra per definire ciò che è accaduto negli ultimi mesi: il disastro giapponese che doveva “oscurare” la Libia e la Libia che ha finito per oscurare il Giappone, con tutto il tourbillon d’alleanze e riposizionamenti in politica estera.

In questo bailamme d’eventi, s’intrecciano due destini: quello delle popolazioni nordafricane e musulmane in genere con quello dei loro ex colonizzatori, che tornano agitando la bandiera della “democrazia”. Facile no? Tutti siamo capaci di farlo.
I due destini sono soltanto apparentemente e strumentalmente intrecciati: anzi, a dire il vero non si può nemmeno parlare di vero “intreccio”, bensì di semplice sovrapposizione.

In realtà, i desideri delle popolazioni arabe/musulmane sono lontani anni luce da quelli del (generico) Occidente, poiché sono aspirazioni di giovani che vivono in società dinamiche – ancorché compresse dalla tradizione – mentre quelli occidentali sono flebili (e dolorosi) lamenti di società senescenti le quali, più che accompagnare le loro “gesta” con le note della “Cavalcata delle Valchirie”, dovrebbero soppesare meglio il “Requiem” di Mozart.
Siamo all’ossimoro vivente, di nazioni che si pongono “alla guida” di chissà quale mirabile avvenire senza avere un progetto politico, economico, culturale e sociale per il futuro. E, sul nulla, le nazioni europee stanno fondando le basi per un “Nuovo Mediterraneo”, che sarebbe bello sapere cosa sarà.

Eppure, c’è un’importante nazione che non ha partecipato a nulla: che dibatte, sui principali giornali on line, sulla scelta nucleare e su quella di non congiungersi alle Nazioni che stanno bombardando la Libia.
Una nazione che è “sotto elezioni” amministrative: eppure, non ha concesso nulla all’isteria od alla convenienza del momento.
All’indomani del disastro giapponese, la Germania – forte di un piano che prevede l’80% di rinnovabili per il 2050, un percorso già deciso step per step, utenze civili, poi aree industriali…insomma, non aria fritta – ha deciso di chiudere le centrali nucleari più vecchie. La mancanza di produzione – hanno affermato – non genererà scompensi.

Nella Storia, a volte, le disgrazie si trasformano in autentiche benedizioni: perso l’Impero Coloniale dopo la Prima Guerra Mondiale – come non ricordare l’icona dell’incrociatore Königsberg, acquattato nel fiume Rufigi, rimasto là ad arrugginire per decenni come “simbolo della crudeltà dell’uomo verso il suo simile, ironica lezione di civiltà dell’Europa ai selvaggi primitivi del Rufiji”[1] – i tedeschi precipitarono dapprima in Weimar, quindi nel Nazismo.
Fra una cosa e l’altra, non ebbero il tempo di porre le basi per una compagnia petrolifera tedesca che fosse alla pari con quelle inglesi, francesi, americane e sì, italiane. Anzi, “italiana”.

L’Italia ebbe il “privilegio” – negato a tedeschi e giapponesi – di fondare, nel primo dopoguerra, una compagnia petrolifera nazionale: la cobelligeranza, qualcosa aveva prodotto.
Ma, quando Enrico Mattei fu chiamato per liquidare il “carrozzone” fascista AGIP, nessuno immaginava che l’avrebbe fatto rinascere dalle ceneri: già, altri tempi. Ed altre persone.
Le successive vicende sono note e non è il caso di ricordarle: l’avventurosa propensione verso l’Africa di Mattei, il personale metodo di trattare con le controparti, offrendo sempre di più degli anglo-americani, fino a Bascapè, all’invitabile nemesi.
Rimane, però, qualcosa – nella storia dell’ENI – che vale la pena di ricordare.

Una vecchia trasmissione televisiva, nella quale una serie di “tecnici” della centrale di Priolo Gargallo (era il 2005 o giù di lì) magnificava il futuro, ossia l’accoppiamento di una centrale tradizionale a metano con una centrale solare termodinamica, frutto del lavoro di Rubbia.
Ciò che mi colpì, sfavorevolmente, di quell’intervista fu che soltanto una parte dei dirigenti parlò – per magnificare l’impianto – mentre la maggioranza rimase in silenzio: la tensione quasi “bucava” il teleschermo.
Anche la storia di Priolo Gargallo è nota – i ritardi “biblici” accumulati dal programma – “condita” con le affermazioni di Paolo Scaroni “meno male che in Italia non c’è il vento del Mare del Nord”. Insomma, una Tela di Penelope, abilmente orchestrata per continuare come prima, soltanto con un fiore (appassito) all’occhiello, che ben era rappresentato dal silenzio “dissenso” di parte della dirigenza.

Ancora nel 2009, i tedeschi propongono all’ENI l’ambizioso programma “Desertec”, ossia attrezzare aree desertiche per la captazione d’energia solare – i tedeschi sanno che, con simili dimensioni, il sistema termodinamico scapola il problema dei costosi materiali necessari per il fotovoltaico – e si rivolgono all’ENI perché sanno che la tecnologia di riferimento è italiana[2].
Da quel momento in poi, il progetto si perde come uno uadi nel deserto: eppure, i volumi d’energia erano dell’ordine del 15% del fabbisogno europeo!
I tedeschi, dunque, continuano sulla loro strada e – spavaldamente – annunciano che chiuderanno anzitempo alcune centrali nucleari: per la Francia, un simile annuncio è quasi una rottura dell’oramai classico “Asse” franco-tedesco.

In mezzo a tanto clamore, s’inserisce l’incidente aereo che, per poco, non costa la vita ad Angela Merkel: fatalità? Giudicate voi.
All’opposto della stampa italiana, che ha dipinto il fatto come un normale “malfunzionamento” dell’elicottero, leggendo i giornali tedeschi[3] la vicenda è un po’ diversa, anche se il sabotaggio viene – ovviamente – escluso.
Anzitutto, non si è trattato di un semplice malfunzionamento: l’elicottero (di un capo di Stato!) è stato costretto ad un atterraggio di fortuna nell’aeroporto di Augsburg, dopo che il velivolo era precipitato per 1.500 metri quasi senza controllo. Un atterraggio definito “una situazione molto delicata”. Farplay teutonico.
Elicottero vecchio? Modello “economico”?
No, il “Superpuma” della Polizia Federale è nuovo di trinca, del 2010, e non è assolutamente un modello economico. Va detto che gli elicotteri bi-turbina è molto raro che subiscano il blocco d’entrambe le turbine, e che devono essere in grado di volare, fino all’atterraggio, con una sola turbina in funzione.
Questi sono i fatti: ognuno si faccia la sua opinione.

Così, oggi, ci troviamo con un’operazione militare modello Kosovo, comandata dai francesi nelle basi italiane, che ha come precipuo scopo quello di frantumare gli accordi petroliferi dell’ENI con le Libia.
Allora, torniamo alle rivolte nordafricane.

Ho ricordato, all’inizio, che non possiamo intrecciare le due, diverse ipotesi – spontanea rivolta, gioco petrolifero – poiché non condivisibili all’interno del medesimo universale: possiamo, però, sovrapporle.
Lasciamo, per ora, la questione tunisina: piccolo Paese, situazione economica difficile, un bandito al governo.

L’Egitto, invece, è un Paese arabo fra i più importanti: pochissimo petrolio, 80 milioni di persone che vivono fra la Nubia ed il delta del Nilo.
La rivolta nasce spontanea, catalizzata dall’aumento dei generi di prima necessità (soprattutto cereali) e dall’informazione “senza veli”, che raggiunge finalmente i giovani egiziani.
I fatti li conosciamo, fino al recente referendum: cosa decidono il 70% degli egiziani, con l’opposizione – sic! – dei giovani che hanno lottato in piazza?

Al contrario delle richieste – vasta riforma costituzionale, apertura a tutti i partiti e solo dopo le elezioni – il referendum “proposto” dall’Esercito e vinto – ah, la tradizione turca! – restringe la presentazione delle liste ai soli grandi partiti: quello ex di Mubarak (Partito Nazionale Democratico) e la Fratellanza Musulmana, entrambi sicuri di condurre in Parlamento una folta rappresentanza.
Ma, non dimentichiamo, la Fratellanza Musulmana di Ismailia nasce con il precipuo obiettivo di coniugare l’Islam con la modernità, mentre il Partito Nazionale Democratico potremmo affermare che parte dalla modernità pur “tollerando” l’Islam. Aria di Grosse Koalition all’uscio.
Oppure, un’affermazione della Fratellanza sulla falsariga del partito di Erdogan, a quel punto relegato ad un’opposizione “consapevole”. Per questo, sono morti a centinaia i giovano egiziani?
Chi soddisfa l’accordo?

Anzitutto gli USA, che saranno i futuri “sponsor” della gestazione egiziana, mentre Israele sarà solo “moderatamente” soddisfatto: in fin dei conti, Tel Aviv aveva fatto i conti senza l’oste, ossia senza considerare la possibilità che Obama s’incavolasse di brutto. Dopo avergli scatenato contro un centinaio di piccole Sarah Palin, in formato matrioske, cosa potevano aspettarsi?
All’Europa, in fin dei conti, ciò che interessa è il Canale di Suez: posto in sicurezza quello, facciano pure ciò che desiderano.
E veniamo alla Libia.

A differenza di Tunisi e del Cairo, la “rivoluzione” libica è nata a Bengasi, alla periferia, ed ha subito assunto i connotati di una guerra, non di una rivolta popolare, con proposte politiche e precise richieste. Dopo che gli inglesi hanno riconosciuto che – “da tempo” – le loro squadre speciali erano all’opera a Bengasi, tutto è più chiaro.
Ciò che stupisce è che la “rivolta” non è avvenuta nel Ciad, in Mauritania, in Algeria e nemmeno in Marocco: in Libia, che ha il secondo PIL pro-capite africano, dietro al Sudafrica.

A quel punto, ci s’inventa la “sostanziale” disomogeneità della Libia, poiché la Cirenaica è una cosa a sé, è chiaro. Peccato che nessuno dei miei parenti, in Libia per molti anni, alcuni nei ruoli degli Ufficiali del Regio Esercito, m’abbiano mai raccontato niente del genere.
Certo, c’è un’appartenenza di tipo tribale: e il Fezzan? Le oasi del Sud?
Ma non facciamo ridere, per favore.

Come sempre, nell’ottica “bipolare” – che, guarda a caso, in questi frangenti diventa sempre bipartisan (penoso D’Alema, penoso La Russa, penoso Di Pietro, penoso Berlusconi, penosi ABC…UVZ…) – chi non sta dalla parte di chi bombarda sta con Gheddafi. Che, se non ci tradisce la memoria, solo poco tempo fa non piantava le tende sui blog, bensì a Roma e Parigi, osannato e riverito. Con l’assenso di Bossi che, oggi, leva lamenti al cielo: e i soldi di Gheddafi in Unicredit?

Pazienza, al nuovo “presidente” della Cirenaica – 33% ENI, 33% BP, 33% Elf…sembra quasi un revival di “Non ci resta che piangere”: ingegneri, 33, 33, 33… – non sarà concesso di venire a Roma e di piantare una tenda beduina. Gli faremo avere una roulotte.


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