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25 settembre 2020

Energie nuove? Per una politica nuova? Servitevi…

 

Nave Gru Saipem 7000 di ENI, la più grande al mondo

Mentre tutti s’accapigliano per comprendere dove il M5S ha sbagliato, oppure è stato carente, c’è un settore dove sono stati completamente assenti e mi spiace doverlo rilevare, senza nessuna scusante.

E’ il settore dell’energia, per il quale i 5S sono stati presenti, in entrambi i governi, con loro rappresentanti nel posto chiave, ossia il Sottosegretariato per l’Energia annesso al Ministero dell’Economia nel quale prima c’era Davide Crippa ed oggi Stefano Buffagni.

E pensare che il settore dell’Energia è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del movimento, sin da quando Grillo sbeffeggiava le procedure di sicurezza della centrale di Caorso o mostrava, sul palco, un’automobile ad Idrogeno dal cui tubo di scappamento usciva limpidissima acqua. Oggi, sembrano aver perduto la strada.

 

C’è da dire che la situazione italiana è molto strana: siamo un Paese che non ha importanti risorse fossili, però abbiamo notevoli risorse rinnovabili, basti pensare al “ventaglio” d’acqua che scende dalle Alpi, da Ventimiglia a Trieste. E che fece sbottare, con gran meraviglia, Jeremy Rifkin quando venne in Italia (si sa, gli statunitensi, in quanto a Geografia…beh…). Giunto a Milano, domandò che montagne erano quelle che si scorgevano in lontananza. Ricevute le adeguate spiegazioni, ribatté sorpreso: “Ma voi, avete problemi d’energia?”. E non aveva torto.

 

Nel periodo fra le due guerre mondiali si costruirono parecchie dighe per l’idroelettrico: forse per la scarsità di mezzi (che, spesso, erano solo dei terrapieni), forse perché erano aziende private senza adeguati controlli, s’ebbero diverse disgrazie, inondazioni, alluvioni con molti morti. Nel dopoguerra il settore energia venne praticamente nazionalizzato, l’ENEL costruì ottime dighe (compreso il Vajont, che tuttora è in piedi, lì si trattò di un imponente smottamento) costruite in alta montagna che furono per molti anni la spina dorsale del settore elettrico nazionale e che oggi – siccome il cemento non è eterno – dovrebbero essere attentamente verificate, per non finire come il ponte Morandi.

 

Ovviamente, in quegli anni s’aveva fretta: così si costruirono bacini a livelli molto alti, per sfruttare le alte cadute (turbine Pelton). Le medie cadute…beh…non erano redditizie…il petrolio costava poco…il carbone ancora meno…

Ma il genio italico è veramente sorprendente.

Con il salire dei prezzi dell’energia, anche le cadute minori (turbine Kaplan e Francis) sono diventate interessanti ed è stupefacente notare come piccole o medie aziende (tutte italiane!) forniscano dei “kit” completi per gli impianti idroelettrici: dalla parte burocratica alla realizzazione, chiavi in mano. Ammortamento intorno ai 5-10 anni con durata dell’impianto per 40-50 e scarsa manutenzione. Chi sono i clienti? Privati, amministrazioni, a volte (rare) lo stesso Stato: parliamo di potenze che da decine di KW salgono fino a centinaia di MW.

Un tempo, era l’ENEA a compiere rilevamenti sulle possibili fonti d’energia poi, si spense la luce: negli anni ’90 vi fu ancora una rilevazione di circa 1.000 MW (come una grande centrale nucleare) solo nelle aree d’importanza idroelettrica vicine a luoghi abitati, e quindi facili da impiantare. In alcuni casi, si trattava semplicemente di riattare impianti già utilizzati nella prima metà del Novecento. Poi si scatenò il ventennio Berlusconi-Prodi e calò il sipario.

 

Subito dopo la guerra, però, siccome eravamo stati “bravi” ad arrenderci per tempo, godemmo di un trattamento di favore (a differenza di Germania e Giappone) e ci fu concesso d’avere una compagnia petrolifera nazionale – oggi l’ENI – che nacque sfruttando lo scarso metano della valle Padana: subito dopo, però, “sbarcammo” in Libia ed iniziammo il lungo percorso che ha condotto l’ENI a diventare una dei principali colossi mondiali.

 

Ora, bisogna fare alcune precisazioni.

Se un Paese è produttore di petrolio, lo vende e crea un Ministero per il Petrolio. Se invece un Paese è importatore di materie prime energetiche (Italia) deve creare un ministero per l’approvvigionamento energetico, oppure avere delle figure politiche che si occupino del problema di far arrivare ogni giorno la benzina ai distributori. Non c’è niente di male che se ne occupi un Sottosegretario, ma anche nei precedenti governi ciò avveniva, soltanto che il vero Ministero per l’Energia italiano si chiama ENI e di pubblico c’è ben poco, salvo la golden share del ministero dell’Economia che controlla la società, una joint venture pubblico-privato quotata in Borsa. Le rinnovabili fanno capo al Ministero per l’Ambiente, ma con scarsi risultati: non sarebbe meglio avere un ministero pubblico per l’Energia, come controparte verso il settore di produzione?

 

Ora, non è mia intenzione scagliarmi contro l’ENI perché non ce ne sarebbe ragione: è una grande compagnia italiana, all’avanguardia soprattutto nei sistemi di ricerca e perforazione, s’è appena aggiudicata lo sfruttamento del più grande giacimento mondiale del Mediterraneo e non si capisce proprio perché dovrei scagliarmi contro questa grande azienda che produce utili ed occupazione.

Ci sono delle questioni di tangenti – è vero – ma il mondo del petrolio non è la San Vincenzo, questo bisogna capirlo: inoltre l’ENI, un paio di decenni or sono, s’accanì (insieme all’ENEL) contro il sistema delle rinnovabili, ma oggi molto è cambiato, in tutti i sensi.

 

A scagliarsi contro le rinnovabili non sono più decine di giornalisti (a libro paga? probabile, ma non ho le prove), non si spertica più nessun docente universitario: che il mondo del futuro sarà un mondo elettrico l’hanno capito tutti. Resta qualche sito di “nostalgici” del motore a benzina e del treno a vapore…ma che volete…lasciamoli pure dire…l’importante è comprendere che un terzo dell’energia elettrica che oggi adoperiamo è già d’origine rinnovabile, e il bello della faccenda è che se ne sono accorti anche ENEL ed ENI.

Nel 2018 il fabbisogno totale energetico italiano è stato del 18,1% coperto da fonti rinnovabili (sul totale energetico di tutti i settori: elettrico, trasporti, industria, ecc) e, in particolare, del 34,4% del settore elettrico. (1)

 Come ben saprete, l’UE ha posto come obiettivo per il 2050 il raggiungimento del 50% di produzione rinnovabile, che è ancora lontano. Ma, oggi, ha messo in campo un mare di soldi per farlo: e sono impianti che iniziano a rendere il giorno dopo che sono installati, che non sono spese “a debito”, perché s’ammortizzano in pochi anni. Sono, anzi, spese “a credito”.

 

Il primo obiettivo da abbattere è senz’altro la generazione da carbone, che è il più inquinante per l’atmosfera, in quanto non solo generatore di Co2 bensì anche d’ossidi d’azoto ed anidridi solforose, ben più pericolose della semplice CO2.

 

Non voglio ritornare sul problema del riscaldamento globale: la scienza ha dimostrato che la molecola di CO2 riflette, verso terra, la radiazione infrarossa che “rimbalza” sulla Terra dopo il percorso dal Sole. E’ stato ampiamente dimostrato con precise sperimentazioni di laboratorio, sulle quali non intendo tornare: anzi, altre molecole riflettono ancor più la radiazione infrarossa, ad esempio una molecola di Metano riflette 18 volte la quantità d’infrarossi rispetto ad una molecola d’anidride carbonica.

Perciò, non intendo ritornare sulle solite mene complottiste che menano il can per l’aia – fa più freddo, fa più caldo, c’è meno aumento dei mari, c’è più aumento dei mari, c’è più ghiaccio, c’è meno ghiaccio, ecc – e chi non ha ben chiara la differenza fra meteorologia e clima vada a scassare i cosiddetti da altre parti dove sarà sen’altro più ascoltato, raggranellerà più “mi piace” o commenti, così dormirà più contento.

 

Nel più muto silenzio dei nostri sottosegretari, però, si sta almanaccando un contorto meccanismo mentale per continuare a bruciare combustibili fossili pompando la CO2 sottoterra. E dove?

Sotto il mare Adriatico e la pianura Padana: non è uno scherzo e nemmeno una bufala.

 

La vicenda iniziò molti anni fa all’interno dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia), vicenda che non voglio rinvangare perché sono storie del 2007 (2), se non per dirvi che il leitmotiv era chiaro: se riusciamo ad “infilare” la CO2 nel sottosuolo, dove c’era (probabilmente) un tempo il metano già estratto, magari ne possiamo trovare dell’altro e ci facciamo belli. Come sono bravi! Ci liberano della cattiva CO2!

 

Ora, immettere da un serbatoio della CO2 nel sottosuolo non è difficile né pericoloso: l’anidride carbonica è un gas inerte. Il vero problema è dove trovarla, perché nell’aria è presente all’incirca intorno alle 600 ppm (parti per milione), dove ci fa il bello scherzo di trattenere la radiazione infrarossa, ma separarla dall’aria non è facile ed è costoso. Questo processo viene eseguito in rari casi per riempire le bombole di CO2 per scopi tecnici (saldatura, ecc) oppure, in Olanda, ne immettono un po’ sotto le serre per accelerare la crescita delle piante ma…qualcuno ha fatto il calcolo di quanto costerebbe estrarne dall’aria milioni di tonnellate? Perché se ne estrai solo qualche tonnellata il gioco non vale la candela. (3)

 

Eppure, il progetto va avanti, senza considerare i costi. Greenpeace s’è mostrata contraria a queste scelte, per un motivo che è semplicissimo da capire: perché devo spendere del denaro per acchiappare della CO2 e farla sparire sotterra, mentre più semplicemente posso costruire dei sistemi (eolici, solari, idroelettrici, geotermici, a biomasse) che producono energia senza far aumentare il tasso del gas in atmosfera?

Insomma, invece di macinarci il cervello cercando il mezzo per farla sparire, non sarebbe più semplice non produrla? Per quella che già c’è, ci pensano i vegetali a consumarla.

 

Ma qui c’è il terzo incomodo.

Maledizione avere una barca a vela, maledizione andar per l’Adriatico, maledizione andar per bettole e scovare gente che ha voglia di chiacchierare, maledizione guardarsi attorno anche quando si è a terra, maledizione saper ragionare. La più grossa, senz’altro.

Perché se prendete il largo dal delta del Po verso la Croazia, vi apparirà una selva. Questo è matto da legare: oh, Bertani, siamo in mare!

Aspettate…una selva di isole galleggianti, piattaforme petrolifere, anzi, gasiere.

Appena sotto l’orizzonte da terra, c’è una lunga sfilza che inizia appena sotto Venezia e termina poco prima del Conero: è il sistema del Metano, il sistema che garantisce l’approvvigionamento di Metano all’Italia. Discreto, quasi nascosto.

 

Sono senz’altro più di una ventina: un tempo estraevano Metano ma, accortisi che il livello della superficie sotto il mare s’approfondiva, hanno smesso. In buona sostanza, la pianura Padana sta “su” perché sotto c’è pressione di gas che la sorregge: se n’era già accorto Enrico Mattei, che smise le perforazioni nella zona di Cortemaggiore perché la pianura Padana rischiava di finire sotto il mare.

Allora, per non abbandonarle al loro destino, le adoperano come terminal: la nave giunge da chissà dove, carica di Metano liquido a bassissime temperature, poi lo rilascia nel metanodotto che va a terra. E va bene, ci serve del Metano e lo compriamo.

 

Già che ci siamo, però, visto che ci passa proprio sui piedi…costruiamo qualche modesta centrale termoelettrica a terra, per generare energia elettrica con Metano appena sbarcato, a basso costo: ce ne sono circa 25, da Chioggia a Ravenna ed oltre.

Bisogna però fare qualcosa con ‘sti rompi..glioni degli ambientalisti…ci sono questi qua dell’INGV che da vent’anni soffiano sul fuoco: vogliono mettere la CO2 sotto terra…se funziona, fosse anche poca roba va bene, tanto per dire che facciamo qualcosa…altrimenti questi, in mare, ci piazzano le pale eoliche sulle piattaforme!

 

Ed ecco, pronto all’uso, il progetto per il primo “campo” di generatori eolici in mare italiano: di fronte a Rimini! Tranquilli, appena sotto l’orizzonte, così Sgarbi non vede nulla e, dal suo cesso, non ci lancia improperi.

 

Chi ha avuto l’idea di piazzare degli aerogeneratori di fronte a Rimini è un po’ analfabeta…non sa leggere!

Si veda quello che prevede l’Atlante Eolico italiano (4) per quelle aree: c’è troppo poco vento! Non sarebbe economico farlo lì!

Le uniche aree italiane di mare degne di nota sono la Sardegna sud-occidentale, la Sicilia occidentale e le aree ad est del Molise e della Puglia settentrionale. Stop.

 

Veniamo a noi: quali sono gli investimenti per l’eolico off-shore (in mare) di Germania e Gran Bretagna?

D’accordo: loro godono di venti molto forti e costanti, ma anche noi nelle zone che prima ho indicato troviamo venti generosi e costanti.

La Gran Bretagna ha varato un piano poliennale da 41 miliardi di sterline, mentre la Germania prevede 31 miliardi di euro.

 

Non preoccupatevi per problemi tecnici: i pali sono galleggiati ed ancorati con tre ancore anche su alti fondali. Oggi, le potenze variano fra i 6 ed i 9 megawatt per torre e impianti di questo genere forniscono numeri ben diversi da quelli da 1-3 megawatt che ci sono a terra e che impressionano Sgarbi: sono numeri che cambiano le percentuali della produzione energetica, che nessuno vedrà mai da terra e che l’ENI stessa potrebbe già oggi cooperare ad installare grazie alla Saipem 7000, la più grande gru galleggiante del mondo. Con buona pace di vuole sotterrare la CO2 sotto terra.

 

Se volessimo impiantare – finalmente – il sistema termodinamico di Carlo Rubbia abbiamo un luogo perfetto dove installare i pannelli: le autostrade! Coprendo le autostrade, si viaggia al fresco, si risparmia sui condizionatori e si genere energia! E’ un po’ troppo per i sottosegretari? Non saprei.

Quello che vi sto raccontando è che, per non finire sempre in tangenti od in mafie all’arrembaggio, deve esistere una struttura di controllo: un ministero pubblico per l’Energia può andar bene?

 

Così va il mondo e vanno le cose: l’ENI, che solo vent’anni fa vedeva l’eolico come il fumo negli occhi, oggi ha varato la più grande nave-gru del mondo e la sta usando per impiantare in mare aerogeneratori al largo della Scozia.

Molti sono oramai convinti che il M5S sia un partito finito: probabilmente lo affermano più per paura, ossia per i valori che il Movimento aveva ed ha immesso, rinnovando il lessico politico contro la corruzione. Perciò, non guardo i sondaggi oggi, ma vorrei vedere quelli che ci saranno fra un paio d’anni se il Movimento riuscirà a comprendere i mezzi per incidere nella realtà politica del Paese. Ne ho esternato qualche semplice esempio.

 

Se i nostri sottosegretari se n’accorgessero, invece del loro affannarsi bulimico su come riordinare i loro parlamentari per farli apparire come una formazione da grande squadra, il problema sarebbe risolto: se si vuole fare una squadra, prima degli uomini, servono le idee.

Questo è il compito di un buon politico, e non perdere tempo a fare messaggi a raffica su Facebook: imparate da Conte.

(1) https://gualerzi.blogautore.repubblica.it/2019/05/15/energia-nel-2018-il-18-dei-consumi-italiani-da-rinnovabili/

(2) https://comedonchisciotte.org/il-paese-dei-mandarini/

(3) https://www.repubblica.it/ambiente/2013/04/30/news/co2_sottoterra-57440458/

(4) http://atlanteeolico.rse-web.it/

15 febbraio 2020

Le favolette desuete di Franco Prodi



Abbiamo letto, ovunque (1), propalate ai quattro venti, le storielle per incantare gli allocchi che Franco Prodi, paludato “scienziato” italiano ha strombazzato nei media, certamente aiutato da un fratello, da un altro fratello e poi…anche Nomisma non lo avrà certo trascurato. Tutto per dire che Greta Thunberg è soltanto una scolaretta un po’ svogliata che si diletta a parlare all’ONU invece che a mandare foto e barzellette su Wathsapp.
Non ho mai seguito Greta perché occupato, da almeno trent’anni, a spiegare con parole e libri che stiamo combinando qualcosa di rischioso. Non ho mai lanciato allarmi catastrofici sullo scioglimento dei ghiacciai – che pure avviene! – né sull’aumento del livello dei mari perché non mi parevano queste le dinamiche interne al discorso, salvo una sola volta, quando mi sono trovato coinvolto – con mio grande dispiacere – nel primo (almeno, credo) Ciclone che si sia abbattuto nell’alto Mar Mediterraneo.
Venti ad oltre 180 Km orari ed onde alte 10 metri, che fu catalogato come Uragano, Ciclone o Tempesta Tropicale (sono tutti sinonimi) di forza 3, il 30 Ottobre del 2018. Al quale, è stata creata un’apposita pagina su Wikipedia per spiegare il perché della differenza di quell’evento dalle tante mareggiate che hanno colpito, colpiscono e colpiranno la costa ligure.(2)

Detto in parole povere, caro prof. Prodi, non si può rammentare con paludamenti accademici che le condizioni climatiche della Terra sono cambiate e cambiano continuamente: è un’ovvietà, che anche i bambini imparano quando guardano i cartoni animati sull’Era Glaciale. Quando diventano un po’ più grandi, imparano che l’Europa è stata sotto i ghiacci per circa 40.000 anni durante la glaciazione di Wurm, terminata appena 10.000 anni fa.
Se studiano ancora di più, capiscono che queste sono soltanto le macro variazioni del clima, perché all’interno ci sono quelle più modeste, come l’epoca “calda” dei Romani, poi più fredda verso il 500 d C., nuovamente più caldo intorno all’anno 1000, poi si scese nuovamente…e, già nel 1300 circa, in Gran Bretagna non si poteva più coltivare la vite e gli inglesi decisero di difendere i loro feudi in Francia per continuare a bere vino: era nata la guerra dei Cent’anni. Poi giù, per la cosiddetta “piccola glaciazione” di metà millennio ed oggi di nuovo su: ma sono cose ovvie, che tutti sanno. Lei vuole spacciarle per il Verbo climatico planetario?

La seconda chicca che regala ai suoi lettori è il dubbio. Già, il dubbio. Siamo soltanto come un corpo di vetro che fluttua nel buio cosmico nelle vicinanze di una stella, che ci regala, quindi, la sua radiazione. Nient’altro. No, scusate, c’è dell’altro.
I cambiamenti climatici potrebbero essere determinati (secondo Prodi) da mutamenti dell’orbita (che, però, nessuno scienziato ha mai notato) e solo Jacques Laskar s’è lanciato a dire che sì, forse, ci potrebbero essere nei cambiamenti, ma se ne parlerà fra 100 milioni di anni.
Ci potrebbero essere anche cambiamenti nell’asse terrestre, ma nessuno – sono pochi decenni che abbiamo dati certi e provati – ha notato niente del genere.
Quindi, le sarei grato se potesse chiarire un po’ le sue fonti perché così, a naso, mi paiono molto “ballerine”.
Grazie a queste misteriose “fonti” però – che non vorrei fossero la fantasia sfrenata che si può notare nel suo sguardo “furbetto” – lei esclude categoricamente che l’uomo sia stato in grado di modificare il clima terrestre.
Tot fotoni arrivano, tot se ne vanno: alla salute! Cin-cin.

Concordo con lei quando esprime il suo dolore per le mille ferite d’origine chimica che inferiamo al Pianeta: ha ragione, però non è facile vivere in 7 miliardi (essendo pure un po’ stupidelli) in questo territorio finito dei cinque continenti, senza – peraltro – cercare di capire come si possa fare a meno della Chimica nell’ambiente: non abbiamo una mentalità ciclica, lo ammetta, e la prima cosa che ci viene in mente è: influenza? Antibiotico. Peste suina? Antibiotico. Malaria? Clorochina. Ecc, ecc.

Quindi, lei, passa a verificare qual è la posizione della (sua) Scienza nei confronti del problema: non le passa nemmeno per la mente che, oggi, circa il 90% degli scienziati se non è convinta, ha forti sospetti che buttare nell’atmosfera per un secolo un mare di CO2 qualche effetto può averlo. Gli altri? Non so, faccia lei: però i 16 milioni di dollari che la Exxon-Mobil destinò come “finanziamento” per “alcuni” scienziati, cos’erano?
E passiamo ai dati, che lei sciorina così, facilmente, come se fossero oro colato.

Il primo, ovviamente, è quello sull’aumento della temperatura media globale: 0,2 gradi negli ultimi due secoli. La fonte, prego?
Mi sono un po’ documentato prima di risponderle, ed ho trovato questo grafico, il quale è contenuto in un articolo de “L’Inkiesta” (3) – noto format giornalistico, con tanto di fonti – dal quale si evince che l’aumento delle temperature medie, dal 1960 ad oggi, è di circa 0,7 gradi centigradi.


 Riportando, quindi, le lancette della Storia all’inizio dell’era industriale – circa due secoli – non è una bestemmia affermare che l’aumento della temperatura media è stato di circa 1,5 gradi, come sostengono quel 90% di scienziati “creduloni” non perché sono corsi appresso a Greta, bensì soltanto perché hanno studiato il problema e sono giunti a deduzioni logiche. La fonte del grafico? La compagnia petrolifera Exxon-Mobil, che pagò un sacco di soldi poiché non fosse divulgato: per fortuna ci sono alcuni eroi come Julian Assange anche nel mondo scientifico, per rivelare ciò che si cerca d’insabbiare.

E veniamo al tormentone della “prova scientifica” che non c’è, ossia non è dimostrato che l’aumento delle temperature sia dovuto alle attività umane: il noto principio dell’epistemologia scientifica che prevede la riproducibilità dell’evento. Non posso che darle ragione, poiché una simile “prova” – trattandosi, nel contesto interessato, niente di meno che dell’intera Biosfera! – quando la prova ci fosse, l’intera umanità non si saprebbe dove andrebbe a finire.
Oddio, qualche prova c’è: è scientificamente dimostrato in laboratorio che l’aumento dei gas serra (principalmente CO2 ed altri) provoca una riflessione verso la superficie del Pianeta della radiazione infrarossa, proporzionale alla quantità di gas serra immessa.
E’ una sperimentazione facilissima, per la quale bastano due identici recipienti di vetro – alla medesima temperatura – attraversati dalla medesima radiazione fotonica, e due termometri per la rilevazione immersi in due, uguali, strati d’acqua sottostanti. In uno aria, nell’altro aria + CO2: è stato fatto ed i risultati scientifici sono incontrovertibili.
Non è proprio come dice lei: “i fotoni arrivano e se ne vanno”, i fotoni arrivano, si trasformano in radiazione infrarossa (rifrazione) e poi, invece di prendere la strada degli infiniti spazi cosmici (riflessione) in parte ritornano a terra aumentando l’energia che ristagna. La quale, a volte, si “consuma” trasformandosi in energia cinetica che mette in moto l’atmosfera sotto forma  di venti, mari e tempeste varie. Oppure ristagna, regalandoci sì Inverni quasi inesistenti, ma Estati da caldo africano.

C’è poi l’aspetto economico, per il quale molti – che credono d’essere i polli più furbi del pollaio – lanciano impietosi strali: ecco! Vogliono l’economia “verde” perché ci sono enormi interessi economici attorno! Sono finanziati dalle lobby “verdi”! Eccetera, eccetera.
In un sistema economico globale (quasi) totalmente capitalista è inevitabile che qualsiasi nuova realizzazione coinvolga le banche, le finanziarie, i fondi sovrani ed i fondi d’investimento privati. Che si costruisca un generatore a vento oppure una piattaforma petrolifera, un pannello solare od una centrale nucleare, i soldi da lì devono arrivare. Sono scelte di natura politica, che poi devono rivolgersi al sistema finanziario.

I governi, dopo Chernobyl e Fukushima, non gradiscono più il dover installare una tecnologia la quale, al minimo errore – e mi dica lei se possiamo eliminare l’errore dal calcolo delle probabilità! – consegna intere regioni al disastro, all’inabitabilità, a costi astronomici per almeno sopperire un poco al problema, già sapendo di non poterlo risolvere.
Se desidera, dia un’occhiata (4) ai terrificanti problemi che ha incontrato Areva nella costruzione della centrale nucleare di Oikiluoto in Finlandia per renderla almeno “accettabile” per l’aspetto sicurezza, dal quale si ricava che la sicurezza assoluta, in campo nucleare, non esiste.
La fusione nucleare? Per ora non c’è nulla di serio, a parte i ritardi che la Francia accampa anno dopo anno per la prima sperimentazione: sono vent’anni che il balletto va avanti.

La realtà, invece, qual è?
La Gran Bretagna ha recentemente stanziato 41 miliardi di sterline per installare nuovi “campi” di generatori eolici nei mari che la circondano:  41 miliardi, mica bazzecole, battendo la Germania che ha fermato il suo investimento a 23 miliardi di euro.
La Gran Bretagna – non so se lei è a conoscenza di questa vicenda – già in anni lontani fu incaricata dai consessi internazionali d’interessarsi alla Corrente del Golfo. Responsabile è l’università di Southampton, che svolge periodiche rilevazioni usando un sommergibile della Royal Navy.
Le rilevazioni iniziarono intorno al 1970, quando gli inglesi individuarono 12 enormi “camini” d’approfondimento delle acque “esauste” della Corrente, ossia dove le acque scendevano verso il fondo e tornavano verso il Golfo del Messico: una sorta di circolazione “a termosifone”. Oggi, ne hanno ritrovati solo due ed a latitudini più basse, perché le acque calde e salate della Corrente incontrano prima le acque dolci di scioglimento dei ghiacci polari (più leggere) e scivolano sotto.
Insomma, la Corrente del Golfo ha perso consistenza, ed anche il fenomeno meteorologico definito “Anticiclone delle Azzorre” (dipendente dalla Corrente) è sostanzialmente diminuito: un tempo, d’Estate, in Europa s’espandeva l’anticiclone delle Azzorre. Oggi è molto ridotto e nel Mediterraneo s’espande l’anticiclone Africano, più torrido e meno temperato.
E la Gran Bretagna – che caso! – finanzia con ben 41 miliardi di sterline un piano epocale di generatori a vento!

C’è poi il tormentone dello scioglimento dei ghiacci Artici ed Antartici.
Nessuno ha mai detto che il Mar Glaciale Artico si scioglierà totalmente, giacché se questa – finalmente! – fosse la“prova scientifica” caparbiamente ricercata, a New York abiterebbero solo più dal secondo piano in su e Central Park sarebbe un grazioso laghetto dove incrocerebbero i vaporetti al posto degli autobus.
La realtà è, invece, che le regioni periferiche della calotta artica stanno degenerando e si sciolgono sempre per più tempo, mentre si ricostituiscono, in Inverno, con spessori sempre più sottili.
D’altro canto, perché Putin ha ordinato la costruzione di ben 21 nuovi rompighiaccio a propulsione nucleare – con quello che costano! Noti che la US Navy ha solo 12 porterei nucleari! – per navigare nel Mar Artico?
A meno di pensare che Putin sia un idiota, non c’è altra spiegazione che il Mar Artico – sul quale la Russia ha numerosi porti commerciali – è libero da ghiacci, nella parte periferica, per quasi otto mesi l’anno e, per i restanti quattro, i rompighiaccio guideranno le navi fino agli oceani.
Perché questa soluzione? Poiché il trasporto marittimo è il meno costoso e perché il Mar Artico consente di raggiungere moltissimi, importanti porti in Europa, Asia e in America mediante rotte parecchio più brevi rispetto ad una rotta a latitudini più basse.

Insomma, prof. Prodi, forse un briciolo d’umiltà non guasterebbe, sciolga un cucchiaino di dubbi nel suo sapere scientifico così certo e cristallizzato: ha sentito parlare del cardinal Bellarmino? Eh, finisce un po’ per assomigliargli…
Greta non c’entra niente, è soltanto una testimonial arrivata a caso o creata…ma è il problema che sottende il dato importante: ci sono migliaia di giovani, anche italiani, che lavorano – ben pagati – nei nuovi campi della ricerca energetica. Non capisco perché, un semplice cambiamento nel sistema d’approvvigionamento energetico, debba scandalizzare fino a questi punti!
Arrivò la ferrovia? I cavalli tornarono nelle stalle e furono sostituiti da allevamenti bovini…quale fu il problema?

Oggi, i generatori a vento hanno raggiunto una potenza unitaria di quasi 10 Megawatt, il suo collega Carlo Rubbia ha inventato un sistema eccezionale per la captazione solare…di cosa dobbiamo preoccuparci?
D’altro canto, il ministro del Petrolio saudita, molti anni fa, fu profetico quando disse: “L’Età della Pietra non terminò di certo per l’esaurimento delle pietre, e così l’Età del Petrolio potrebbe terminare prima dell’esaurimento del Petrolio.”
Se ne faccia una ragione: su, coraggio.

01 gennaio 2020

Teoria del Chiasso

Sulla questione climatica, oramai, si sente soltanto chiasso. Chiasso mediatico, chiasso rabbioso, chiasso interessato, genuino, ispirato, malevolo…ma sempre e solo chiasso. Perché il chiasso è il fenomeno che più s’oppone al ragionamento ed alla meditazione, unica via per giungere alla sintesi di qualsiasi evidenza naturale, per trovarne una soluzione o, almeno, comprenderne la genesi. Potremmo definire il chiasso come l’antitesi vera e propria della ricerca scientifica.
A parte il chiasso, quali sono i dati in nostro possesso?

Evidenze scientifiche
La percentuale di CO2 nell’atmosfera terrestre nel 1975 era di 320 ppm (parti per milione), oggi abbiamo superato le 390 ppm: in 45 anni è aumentata del 22%. Nello stesso periodo, la temperatura media globale è aumentata di circa 0,5 gradi Celsius ed i mari sono saliti di circa 40 mm.
Possono indicarci qualcosa questi pochi dati certi?
Il rapporto fra questi dati è provato e riproducibile in laboratorio: se in un laboratorio, a temperatura ed illuminazione costanti, immettiamo in un recipiente di vetro una miscela di aria e CO2 ed aumentiamo la CO2, otteniamo un aumento di temperatura, perché l’anidride carbonica (ed altri gas) riflettono la radiazione infrarossa che, dal suolo, viene riflessa verso il cielo e la proiettano nuovamente verso terra. Insomma, come in una serra, non la lasciano sfuggire. Il terzo dato necessita di una comparazione, ossia due recipienti, come sopra, con del ghiaccio alla medesima temperatura e peso: in quello a maggior temperatura, nella stessa unità di tempo, si scioglierà una maggior quantità di ghiaccio.
Ciò che possiamo provare scientificamente è tutto qui: il resto richiede la preparazione di modelli matematici, poiché un conto è operare un esperimento in laboratorio, un altro espanderlo a livello della biosfera, dove intervengono miliardi d’interazioni delle quali non conosciamo interamente i rapporti, e per questo li indaghiamo con modelli matematici i quali, come ogni modello prodotto dall’uomo, è passibile di critica.

Perché il chiasso?
Il primo obiettivo dei fautori del chiasso è disperdere la concentrazione, effettuando un’operazione di per sé semplice, soprattutto nei confronti di coloro che non sono molto avvezzi nell’epistemologia delle scienze sperimentali: assegnare il medesimo valore d’inesistenza inerente fra la critica dei modelli matematici e l’evidenza dei dati scientifici. E’ un chiasso un poco furbetto e sempliciotto: in altre parole, se dimostro che il modello matematico è imperfetto, lo saranno anche i dati scientifici che lo alimentano. Il che è pietosamente falso: sarebbe come sostenere, nella costruzione di due grattacieli, che essendo errato in uno dei due il calcolo delle masse e delle relative pressioni, sono errati i concetti fisici di massa e pressione.

Il “complottismo"
Più interessante, invece, la critica proveniente dagli ambienti del “complotto”. Si sostiene che, siccome il sistema politico-economico è una piovra che tutto controlla e decide, allora l’evidenza di nuovi ed enormi profitti conduce ad esaltare la necessità di compiere questi interventi, finalizzati ad un maggior profitto per gli azionisti.
Nulla da eccepire sotto l’aspetto della critica: nessuno di noi ha mai pensato che le holding economiche del Pianeta siano istituti di beneficienza sociale.
Il nesso, però – inconsistente – è fra le nuove tecnologie energetiche e l’intervento finanziario.
Prima del secolo XVIII, era la nobiltà ad assumersi oneri ed onori per quanto riguardava gli interventi, ma la macchina a vapore sconvolse questi equilibri: troppo grandi gli interventi richiesti, estesi sui cinque continenti, in continua evoluzione, ecc.
La ferrovia fu il canto del cigno per il potere economico della nobiltà, la quale – anche per altri fattori storici – si vide relegata in un angolo del potere finanziario ed economico.
Precisando il fenomeno, nel secolo XIX, per la macchina a vapore ed il carbone, furono le banche ad investire ed a fare profitti, sorrette dal patrimonio azionario dell’espansione borghese, mentre nel XX secolo s’affermarono mezzi di finanziamento ancor più evoluti, quali fondi d’investimento, fondi pensione, fondi sovrani, ecc.
Ricapitolando, c’è da operare una distinzione fra sviluppo e ricerca tecnologica e mezzi di finanziamento: mentre i primi possono essere anche frutto di ricerche e sviluppi nati nell’ambito pubblico – gli istituti universitari, ad esempio – i secondi sono quasi interamente rivolti agli investitori privati, siano essi banche o strutture finanziarie.
Aprendo una breve parentesi, si può notare come in Italia si sia generato un fenomeno che dire “assai strano” è ancora riduttivo: il sistema autostradale, costruito col finanziamento pubblico, è diventato una gestione privata in cambio – diciamolo chiaro – di un piatto di lenticchie. E la dimostrazione, lampante, è dei nostri giorni e di cosa sta accadendo.
Quindi, è assolutamente normale che il sistema finanziario s’adoperi per entrare e guadagnare nel comparto delle nuove tecnologie energetiche: compito della parte pubblica sarà, invece, definire il quadro degli investimenti per fare in modo che questi interventi non siano “a gamba tesa”.

Alternative?
Ancor più ampio, come prospettive, è la definizione del sistema economico di riferimento: non si può tacere sul fatto, evidente, che la maggior potenza economica in forte ascesa sia la Cina. La Cina popolare, che si dice ancora comunista, qualsivoglia sia il significato che i dirigenti cinesi assegnano, oggi, a quel termine: sarebbero, però, analisi che richiederebbero ben altro spazio di un articolo.

Il Ministro del Petrolio saudita, molti anni fa, ebbe a pronunciare una frase profetica:

“L’Era della Pietra non terminò certo per la mancanza di pietre, e l’Era del Petrolio potrebbe terminare molto prima dell’esaurimento del petrolio.”

E, se così non fosse, sarebbe un dramma.
Oggi, a nostro favore, abbiamo la ricerca tecnologica, la quale è passata da un processo combustione>energia meccanica>energia elettrica alla più semplice captazione diretta dell’energia elettrica, vuoi con la captazione eolica, vuoi con quella fotovoltaica. E, molto, rimane ancora da esplorare, sul fronte delle energie dalle correnti sottomarine e dal moto ondoso, sull’eolico d’alta quota, sul geotermico, sullo sfruttamento delle biomasse di scarto, sull’idroelettrico da grandi masse e modeste cadute e quanto, sicuramente, ci segnaleranno nel futuro scienza e tecnologia.
Perché rifiutare?

Conclusioni
Non sappiamo cosa significhino quelle 390 ppm di CO2 nell’atmosfera, come non sappiamo cosa ci porterà quel mezzo grado in più, né quei 40 mm in più d’acqua negli oceani. Possiamo solo dire che quei miseri 40 mm d’innalzamento del livello di mari ed oceani significano circa 14.500 miliardi di tonnellate d’acqua in più negli oceani. Non cambierà nulla? Lo cambierà? Non lo sappiamo.
Sappiamo però che, qualsiasi mutamento questo quadro porterà, sarà fuori dalle capacità umane, in futuro, porvi rimedio: l’unico atteggiamento da assumere, oggi, è l’elementare principio di prudenza, cercando di salvaguardare un equilibrio che ben conosciamo e nel quale siamo vissuti per migliaia di anni.
I mezzi li abbiamo tutti: sarà solo l’ennesima transizione della civiltà umana verso sistemi più evoluti: dalla trazione animale, a quella meccanica alla trazione elettrica. Dall’energia muscolare, a quella meccanica, a quella elettrica fino a quella nucleare, che non ha dato i risultati sperati, poiché basta un solo errore (e ce ne sono stati ben due) per condannare intere regioni all’inesistenza per la vita umana.
Ci sono gli aspetti economici e finanziari, ma questo non è un principio immutabile – come le leggi della Fisica – bensì soltanto un metodo costruito dall’Uomo per governare l’economia delle società umane. Se dovesse risultare un errore, un obbrobrio oppure un ostacolo per l’evoluzione umana, basterà rimuoverlo o modificarlo. Questo lo possiamo fare: basta averne consapevolezza.

19 gennaio 2019

L’auto del futuro precipita in una società arcaica

Terrafugia tfx
Mentre anche la FIAT (pardon…FCA) si decide a costruire un’auto elettrica, altri già pensano ad automobili volanti. Ad Ottobre sono partite le prenotazioni della Terrafugia TF-X, che vi porta, a terra, a 160 km orari mentre in cielo vola a 3.000 metri d’altitudine a 300 all’ora (1).  Ma non finisce qui: l’auto (o velivolo) ha una riserva di un megawatt di potenza elettrica per soddisfare tutte le vostre voglie di velocità e distanza. Anche altri stanno pensando allo stesso obiettivo, e circa 7 nuove auto/aeromobili – tutte elettriche – saranno disponibili intorno al 2020, fra un paio d’anni (2). E non costano poi mica un capitale: se avete 200-300.000 dollari da gettare, potete scegliere fra diversi modelli.

Sembra una storiella fantascientifica, ma il modello cinese (ad esempio) non necessita di licenza di volo perché è completamente automatico: una sorta di drone ingrandito, dove immettete dove volete andare e lui, automaticamente, vi porta. Ed è quello che costa meno: circa 200.000 dollari.
Non dico che sia un oggetto a portata di tutte le tasche (io faccio parte dei più che non possono), ma se considerate che, nel Pianeta, c’è l’1% della popolazione (circa 70 milioni) che sono più ricchi di zio Paperone…qualche milione di auto volanti? E perché no?


Drone- taxi cinese

Mentre all’estero si ritiene l’auto elettrica un obiettivo già raggiunto e da superare, a Torino hanno finalmente raggiunto l’accordo: faremo la 500 elettrica! Oh, non c’è ancora eh? La faranno negli stabilimenti di Mirafiori. Dopo il 2020. Verrebbe da dire che, costruendola oggi, hanno sfangato tutta la parte di ricerca e sviluppo. Per contro, l’AUDI sta meditando un’auto a levitazione magnetica, mentre a Mirafiori di magnetico, per ora, c’è solo la bobina. Ai tempi dell’avvocato Agnelli qualcosa si mosse (una Panda ed un Ducato elettrici) poi si spense la luce, e fu il buio.

Sappiamo già tutto dell’auto elettrica? L’energia elettrica dove la prenderemo? Le tasse sui carburanti, che fine faranno? Il Litio per fare tutte quelle batterie, dove lo troveranno?
Se stanno premendo così velocemente sulla transizione all’elettrico, significa che i conti li hanno fatti per bene: solo che l’auto elettrica apre nuovi orizzonti, sia sotto l’aspetto diciamo “ecologico”, sia per gli aspetti finanziari ed anche per quelli sociali.

Ci sono vari aspetti da approfondire riguardo all’auto elettrica:
1) le caratteristiche, tecniche e di bilancio energetico, del prodotto stesso;
2) i nuovi problemi di trasferimento delle energie che si genereranno;
3) i problemi fiscali, e come si potrà ovviarli;
4) gli aspetti di indipendenza energetica del trasporto;
5) la “sociologia” dell’auto elettrica, ed i cambiamenti che procurerà.

Vediamo un po’.

Le caratteristiche del nuovo mezzo
Oggi, stiamo vivendo una vicenda tecnologica molto simile ai primi anni del Novecento: dal 1900 al 1915 ci fu la fase di transizione dalla carrozza motorizzata alla vera automobile, ossia con pesi e volumi realmente confacenti ad un veicolo a motore.
Successivamente ci fu un’evoluzione che durò più di un secolo, ma la Prima Guerra Mondiale – se permise senz’altro un progresso nella parte tecnica dei propulsori e nei metodi di produzione – non mutò molto la parte estetica dell’automobile. Intendendo l’estetica non fine a se stessa, bensì in relazione con l’oggetto, complesso, che andava a definire: l’auto del 1915, non era diversa da quella del 1920.
Come ricordavamo, la lunga storia dell’automobile è stata un lento e costante progredire nella parte tecnica, alla quale è sempre stata associata la fantasia dei progettisti: mai, però, un progettista si è potuto permettere di disegnare un’auto senza tenere, come riferimento, i requisiti tecnologici richiesti.
In qualche modo, oggi, dobbiamo “rivestire” l’automobile elettrica con un concetto estetico nuovo, e più confacente con la mutata tecnologia: non corriamo troppo, però: stiamo soltanto adattando dei modelli di serie con nuovi propulsori! La vera auto elettrica, è di là da venire: ostinatamente, ragioniamo ancora in un mondo di “carrozze”!

Il primo aspetto della “rivoluzione” elettrica è che le grandi case automobilistiche non saranno più i padroni del vapore, bensì dei comprimari: diventano quasi dei lavoratori “sotto impresa”. La Tesla, ad esempio, è stata creata da Elon Musk, che è quello che ha inventato PayPal. Anche Google ed Apple sono della partita…e questo ci mostra uno degli aspetti più innovativi di tali veicoli: la semplicità, che facilita l’ingresso nel mercato di nuovi attori.
Il propulsore elettrico è molto simile al motore della vostra lavatrice, ed il banco batterie è quasi simile alla batteria della vostra auto: tutto ciò (più un po’ d’elettronica che, oggi, costa un’inezia) comporta la vera rivoluzione nel mondo dell’automobile.

La Cina è la grande protagonista della trazione elettrica: è un Paese dove la motorizzazione di massa deve ancora avvenire. Già per i mezzi minori (motociclette, piccoli mezzi a tre o quattro ruote) la diffusione è totale, ma solo nei primi 5 mesi del 2018, in Cina, sono state costruite e vendute 328.000 auto elettriche od ibride (poche).
I cinesi vendono una specie di Smart prodotta in Cina a circa 12.000 euro ma, con gli interventi statali e locali, un cinese non la paga nemmeno 5.000 euro!

 
Una copia della Smart cinese

Oggi, tutte le case automobilistiche cercano di rientrare più velocemente possibile dai costi di ricerca e sviluppo sostenuti ma, siate certi, fra pochi anni i prezzi caleranno precipitosamente, perché un assioma è certo ed incontrovertibile: l’auto elettrica è semplicissima ed ha meno della metà delle dotazioni necessarie per muovere “l’antenata” a combustibile.

L’auto elettrica non ha fluidi in movimento (radiatore, tubi, ecc), non ha gas di scarico (silenziatori, sonde Lambda, tubi, ecc), non ha combustibili in movimento (benzina) che devono essere miscelati…eccetera, eccetera. E’ di una semplicità tecnologica impressionante: è quasi un’automobilina del Luna Park un po’ ingrandita e provvista di batterie.
In cosa potrà essere differente il futuro?


Schema di telaio per auto elettrica

Dopo molti anni, si sente nuovamente la parola “telaio”: perché? Poiché associati al telaio il propulsore, le batterie e poco altro, tutto il resto sarà una “cover” intercambiabile.
Anzitutto, la durata di un’auto elettrica è senz’altro maggiore della sua collega termica, e questo per il semplice fatto che un motore elettrico costa poco, è semplice da costruire e da sostituire: è quasi come cambiare il motore della lavatrice!
Ciò che preoccupa di più è il banco batterie: però, man mano che il tempo passa, il problema si riduce. Arriveranno a riusare le batterie nuove, non a riciclarle. Già oggi, sono possibili dei trattamenti che consentono d’arrivare a contenere l’80% della potenza elettrica originaria. Chissà cosa inventeranno.

Per le carrozzerie sembra che la fibra di carbonio la spunterà sulla lamiera metallica, anche perché ci sono studi già molto avanzati per far scendere (addirittura del 90%!) il costo della fibra di carbonio. Nuovi sistemi di produzione, nient’altro: la fibra di carbonio non richiede miniere o pozzi d’estrazione chilometrici.

L’auto con il telaio, non la carrozzeria portante (come oggi), potrebbe quasi essere eterna: vi stufate dell’auto che possedete? Niente paura. Già oggi vendono telai che s’adattano a carrozzerie diverse: insomma, quasi una cover per il telefonino!


Carrozzeria in fibra di carbonio

Di più: avete necessità, per il lavoro, di possedere un furgoncino o camioncino per sistemarci i vostri attrezzi di lavoro?
Niente paura: per il week end, staccate i collegamenti della carrozzeria/camioncino e ci attaccate quelli di una berlina a 5 posti! Questo sarà possibile poiché la parte meccanica non sarà coinvolta, e basterà collegare gli slot elettrici per riavere i medesimi comandi. Un po’ come i collegamenti interni del computer, ovviamente più robusti ed atti alla bisogna.

Insomma, non ci sono problemi insolubili per la questione delle batterie: il Litio è abbondante e ce n’è per tutti. Certo, bisognerà cambiare paradigma – non come si fa in Italia, che s’accumulano nei depositi i rifiuti e poi si dà loro fuoco – bensì imparare a riciclare, a riusare. Senza questo mutamento, non è solo questione di Litio: ogni elemento, se puntiamo solo ad usarlo e poi gettarlo via, diventerà un problema: è dalla fine del Neolitico che raccogliamo, scaviamo, cerchiamo metalli: prima o dopo, ineluttabilmente, finiscono.

Il bilancio energetico del nuovo modo di trasportare

C’è un dibattito aperto su molti campi: anzitutto chi definisce l’auto elettrica “ecologica” osserva il problema superficialmente – per leggerezza o per motivi meno nobili – poiché l’auto elettrica sarà “ecologica” quando saranno ridefiniti i metodi di produzione per rifornirla: se continueranno ad essere i fossili, l’ecologia della vettura rimarrà un sogno, od un inganno. In ogni modo, riconosciamo che per i grandi centri urbani sarà una novità positiva: un po’ meno per chi abita presso una centrale a carbone.
Oggi, in Italia, le fonti rinnovabili forniscono circa il 33,2% (2) della produzione nazionale elettrica – ed è un dato già confortante – ma, domandiamoci, cosa succederà quando ai consumi elettrici tradizionali, 342 TWh (2), si dovrà sommare l’equivalente potenza necessaria, pari a circa il 30% in più entro il 2050 (2)? Che sarebbero circa 100 TWh in più, i quali dovrebbero prevedere un’espansione iperbolica dei settori tradizionali delle rinnovabili: idroelettrico, fotovoltaico, eolico e geotermico.

Insomma, il passaggio è stato repentino, e tuttora ENEL si chiede come farà a rifornire le migliaia di colonnine necessarie: ci sono piani per nuove linee elettriche, ma per la produzione sarà giocoforza affidarsi ad una lenta transizione, nell’arco di mezzo secolo, forse, e non è detto. Perché stendere linee elettriche ad alta potenza non è difficile: il vero problema è contenere al massimo le perdite di potenza dovute all’effetto Joule, giacché i principi della Termodinamica non sono stato aboliti de lege.

C’è, inoltre, un’altra riflessione: pur adottando processi di cracking e di reforming nella distillazione frazionata del petrolio, la qualità degli idrocarburi (gas, benzine, gasoli, nafte, ecc) che si ricavano è, a grandi linee, fissa: cosa ne faremo della benzina? Agli albori dell’era del petrolio, quando si ricavavano solo asfalti ed idrocarburi pesanti, la benzina veniva gettata! Poi, nacque il motore a ciclo Otto e trovò un suo uso.
Non penso che sarà molto pratico far andare le centrali termoelettriche a benzina! A meno di non sforare, e di parecchio, sui costi di produzione complicando inutilmente dei processi chimici e catalitici.
Potrebbe, a questo punto, rivelarsi vera la profezia di Colin Campbell, che ammonì: “L’era del Petrolio potrebbe concludersi ben prima dell’esaurimento delle risorse”.

Eppure, l’auto elettrica, è senz’altro più parca nei consumi: ha un propulsore con un’efficienza del 90%, quando è ferma in coda non consuma nulla, in frenata recupera parte dell’energia spesa. C’è un clamoroso balletto delle cifre (ciascuno tira l’acqua al suo mulino…) ma, grosso modo e considerando tutta la catena di perdite d’energia, si può affermare, con calcoli empirici, che l’elettrico batte il termico 60 a 30 in efficienza.
Trasformare petrolio, carbone e gas in energia elettrica per alimentare le nuove auto è un pessimo affare:

100 (fossili)> 40 (energia elettrica)>35 (trasformazioni e trasporto) = 30 energia meccanica.
100 (energia da rinnovabili)> 90 (trasformazioni e trasporto)= 80 energia meccanica

Siccome il motore  elettrico ha un’efficienza del 90%, questa è la situazione, anche se siamo in pieno empirismo e ne siamo coscienti: questo perché ancora non esistono le linee di distribuzione elettrica (alto voltaggio?) dedicate all’autotrasporto, perché non si sa, in futuro, quale sarà lo share coperto dalle rinnovabili, se le centrali termoelettriche rimarranno in esercizio, se verrà dedicato più spazio ai turboalternatori a gas – turbine a gas di derivazione navale, più elastiche delle centrali per le variazioni di potenza e con rendimento che arriva al 62%, prodotte dall’Ansaldo di Genova (14) – se la mobilità investirà anche altri settori e diventerà veramente intermodale, perché qui è il nodo sui risparmi del trasporto. Ad esempio, le navi possono essere alimentate elettricamente, e possono anche fungere da stazioni di ricarica mediante grandi aerogeneratori a bordo…insomma, stiamo parlando del futuro con gli occhi del passato.

 
Turbina "Montebianco" prodotta da Ansaldo ed esportata in Cina

In passato (Libro bianco sui trasporti, 2000-2010), l’UE raccomandò caldamente il trasporto a “quota costante”, ossia a livello del mare – per ovvi vantaggi energetici – poi varò la TAV, che doveva arrampicarsi sui Pirenei, poi sulle Alpi, quindi sui Carpazi. Direi che i grandi burocrati europei, più che di un buon psichiatra, abbiano bisogno di un elettrauto per il loro cervello. Ma vi rendete conto che sono comandati da un tizio come Juncker?!?

Qual che, per ora, non compare è l’alimentazione ad idrogeno mediante le celle a combustibile: un settore sul quale puntò la Germania. Ma, le celle a combustibile hanno un rendimento che varia dal 30 al 45% (8), mentre alcune celle – costosissime – per uso spaziale arrivavano al 75%. In più c’è da considerare la perdita di energia nella trasformazione da energia elettrica in Idrogeno, che alcuni studi israeliani sembrano indicare nel 100% (è solo uno studio teorico), mentre nella pratica odierna non si supera il rendimento del 75%.

Se non vogliamo imboccare la via delle trasformazioni energetiche, la quale ci conduce a creare altra tecnologia per sfruttare le perdite d’energia, l’unica via è un “tutto elettrico”, nel quale, giocoforza – allo stato attuale della tecnologia – l’uso degli accumulatori è l’unica soluzione. Vorrà dire che la ricerca punterà sulla rigenerazione delle batterie esauste, mentre oggi si propone di stoccarle in grandi impianti per la conservazione dell’energia, pur con rendimenti minori.
Visto che è attualità di questi giorni, vorrei ricordare a Salvini che “a bruciare i legnetti” ci finiremo se continueremo a pensare – soltanto ed irrimediabilmente – che bisogna bruciare qualcosa per produrre energia, quando la realtà mostra proprio il contrario.

Vi sorprenderà sapere che, in Cina, la produzione eolica ha superato quella nucleare (12) – del quale sono ben forniti! – ed ha raggiunto l’enorme cifra annua di 150 TWh, quasi la metà del fabbisogno italiano! I cinesi producono auto elettriche per il mercato interno, ma s’adoperano pure su come alimentarle!
Quando si parla di Cina non si deve cadere nell’errore di fare paragoni con l’Italia: la Cina è un grande Paese, dove per spostarsi le distanze sono enormi: il treno, l’aereo o la nave sono più convenienti. Conobbi negli anni ’70 un ingegnere sovietico, di Mosca, che lavorava a Kiev e gli chiesi se avesse l’auto. E perché? – fu la risposta – a Kiev uso i mezzi pubblici, che funzionano, e quando vado a Mosca a trovare i miei genitori prendo l’aereo. Sarei pazzo a guidare da Kiev a Mosca e ritorno!

Insomma, il mondo della trazione elettrica pare trascinarsi appresso quello della produzione energetica: è chiaro che, oggi, ci arrangiamo con quello che abbiamo (fossili) però, in futuro, la tecnologia cambierà e, cosa curiosa, abbiamo già molti mezzi per la nuova tecnologia. Solo che non li sfruttiamo a dovere.

Riflettiamo che, negli ultimi vent’anni, la produzione da rinnovabili d’energia elettrica italiana è passata da circa 10-13% circa (idroelettrico + geotermico) ad un 33%, un grande risultato, dovuto a due forme di captazione: eolico e solare fotovoltaico.
Questo risultato può essere superato, e di parecchio.
L’Italia, ad esempio, non ha campi d’aerogeneratori in mare, come invece hanno Gran Bretagna, Germania ed altri Paesi. Le zone più adatte per queste installazioni sono tre: il basso Adriatico, il canale di Sicilia e l’area di mare prospiciente la Sardegna nord-occidentale. Questo perché il regime dei venti è più forte e costante ed i fondali sono accessibili per l’ancoramento delle piattaforme, che sarebbero sempre sul limite delle acque territoriali, praticamente invisibili da terra. E sarebbero un ottimo esempio d’interazione: produzione elettrica e salvaguardia delle risorse ittiche.

Avevo già fatto questa proposta molti anni fa (10): nei tre campi eolici in mare, era possibile trarre 150 TWh, grosso modo quella che servirà per alimentare il parco autoveicoli (elettrici) italiano.
L’energia eolica prodotta in mare costa il 15% in più, però ha un rendimento superiore del 25% (che compensa le perdite, anzi…): il problema è ridurre al minimo i costi d’installazione. Per questo è necessario programmare l’intervento con mezzi adatti: certo, si possono rimorchiare le piattaforme in mare, ma dopo – quando si deve installare la torre e l’aerogeneratore stesso – meglio farlo dall’aria: più pratico, veloce, meno costoso. Nessun mezzo aereo è in grado di rimanere fermo con decine di tonnellate appese al gancio baricentrico: servono dirigibili di nuova generazione. Non siamo stati forse fra i primi a costruirli? Non sarebbe il primo caso, nella Storia umana, delle ripresentazione di una tecnologia abbandonata: qualcuno ricorda l’abbandono delle armi da fuoco da parte del Giappone nel loro Medio Evo? Poi le ripresero, dopo secoli.

Carlo Rubbia indicò un quadrato di 40 km di lato per sopperire a tutti i problemi energetici italiani, grazie ad una grande centrale termodinamica: come vedete, le premesse per un futuro “tutto elettrico” – senza inquinamento di nessun tipo, né alla fonte né all’utilizzo – ci sono tutti. Basta volerlo fare: indicai anche, per i campi eolici in mare, il finanziamento, le fonti e le tempistiche. Sempre nel medesimo articolo (10).
E’ semplicemente una battaglia che si gioca, in campo energetico/politico, fra opposte fazioni: nient’altro. Ne vanno di mezzo potenze in ascesa (Cina), il potere di monete di scambio (dollaro USA), gli equilibri militari ed energetici (Russia), il futuro di una unione “in cerca d’autore” (UE), chi avrà potere in Africa (ancora Cina), e quant’altro…l’unica cosa che non possiamo permetterci di fare è tranciare sentenze certe per un futuro che non conosciamo. Non abbiamo la sfera di cristallo.

Aspetti fiscali

Per fortuna, il governo ha capito che affidarsi alle “tasse ecologiche” generalizzate sugli autoveicoli era una boiata pazzesca: quanti italiani si sarebbero trovati, dalla sera alla mattina, senz’auto? Perché un Paese col 10% della popolazione in povertà certificata, mentre un altro 20% arriva a fine mese con fatica, non poteva essere sbattuto sulla via della coercizione “ecologica”! Come potrebbero permettersi una spesa di 30.000 euro per l’acquisto di un’utilitaria elettrica?

Si ha un bel dire che l’auto elettrica sarà “risparmiosa”: per lo Stato, sarà una vera sciagura. Ovviamente, se il bilancio dello Stato rimarrà questo.
Per quanto riguarda le sole accise su carburanti e lubrificanti, lo Stato guadagna circa 25 miliardi l’anno. Tutte accise “straordinarie”, immesse in momenti “eccezionali”: il primo fu Mussolini, che la mise per la guerra d’Etiopia. Divenute, poi, consuetamente “normali” e consolidate nel credito annuale.

Calcolando anche le altre spese – bollo, IVA sull’assicurazione, ecc – il “peso” contributivo a favore dello Stato del comparto degli autoveicoli è di 71 miliardi di euro, il 16,8% del gettito fiscale annuo.
Nelle more della transizione all’elettrico – vista la situazione del bilancio statale – ammettendo che molte “tasse” siano “riversabili” tout court sul nuovo mezzo, almeno quelle sui carburanti dovranno trovare una diversa sistemazione.
La questione non è semplice: se, per ipotesi, gravassero l’energia alle colonnine di ricarica dei medesimi importi, gran parte degli utilizzatori ricaricherebbero l’auto a casa, tramite la rete ENEL nelle ore notturne. Non è poi così difficile ipotizzare stazioni di ricarica abusive, o semi-abusive, ricariche “a pagamento” da parte di privati che hanno lo spazio per farlo…insomma, un bel guazzabuglio, visto che  nessuno può impedire di ricaricare l’auto di un “amico”.
D’altro canto, non sarebbe nemmeno possibile estendere queste accise su tutta la rete elettrica, poiché il costo del Kwh per esigenze domestiche non può essere gravato da accise originariamente pensate per la rete dei carburanti. L’energia elettrica domestica è già cara in Italia.

Avrei una soluzione per il problema – che è un problema di bilancio dello Stato, non d’imposte sui carburanti – ma già so che non sarà mai attuata: forme di prelievi sui grandi patrimoni, perché fin quando il 10% della popolazione si prenderà il 50% dei redditi – ma non paga su di essi il 50% delle tasse – non ci saranno mai soluzioni. A questo, ed a tanti altri problemi.

Penso, invece, che sarà rivisto il sistema dei prezzi elettrici, in modo da gravare ugualmente sui cittadini: e pensare che, la produzione elettrica notturna, potrebbe immessa sul mercato a prezzi di 1/3 ad 1/4 del corrispondente prezzo diurno (prezzi della Borsa Elettrica). Questo perché il consumo notturno è scarso, e l’energia prodotta inutilmente viene – di norma – pompata in alto nei bacini idroelettrici (per farla ridiscende durante i periodi di alta richiesta, con ovvie perdite d’energia), giacché le centrali termoelettriche non sono molto elastiche nelle variazioni di produzione. Non hanno una sorta di “acceleratore” o di “freno”, perché sono sistemi di potenze pari o superiori a 500 MW.
In ogni modo, qualcosa s’inventeranno: fregarci è il loro mestiere, e sono profumatamente pagati per farlo. Pensate che la corrente elettrica viene pagata in Borsa Elettrica a prezzi che variano da un minimo di 50-60 euro per Megawatt a circa 200, nelle ore di punta. E, nella bolletta elettrica comune, a fasce orarie, di quanto varia? Pochi decimali. In più, oramai da molto tempo, la parte d’imposte e prebende varie, supera la quota relativa al consumo.
Prima di parlare di mondo “elettrico”, un po’ di cosette bisognerebbe chiarirle: con chi? Con ENEL, che è la cugina prima di ENI…capito mi hai?

Sistemi di autoproduzione

Nulla vieta (per ora) il “fai da te” per ricaricare le batterie dell’auto: i mezzi usati possono essere, al momento, il solare e l’eolico. I quali, per loro natura, sono incostanti. Quindi, la decisione è intimamente legata all’uso che fate dell’automobile: se avete percorsi costanti, oppure no. Lasciamo perdere l’uso dell’auto per svago: stiamo parlando di lavoro, se avete un percorso abbastanza costante, variabile, molto variabile, ecc.
Se decidete per il solare (e già lo avete) non vi conviene utilizzare l’energia che già consumate e rivendete all’ENEL: con i prezzi attuali dei pannelli, conviene fare un impianto dedicato. Quanti ne servono?
Non ho esperienze dirette sul solare ma – a spanne – direi almeno 6-8 pannelli (2mx1) che potrebbero fornirvi 10-15 Kwh il giorno, ed un sistema d’accumulo (7-8 batterie da 100 A possono bastare). In questo modo, potreste avere 1-2 ore circa d’autonomia: tutto dipende da quanto e come utilizzate l’auto, e dalle migliorie tecnologiche le quali, in questo campo, crescono come funghi.

Sull’eolico ho più esperienza, perché sulla mia barca ho installato un aerogeneratore da 500 Watt di potenza massima, 3 batterie per i servizi ed una per il motore.
A dire il vero non mi è mai capitato di rimanere senza corrente: il frigorifero è elettrico come il forno a microonde, entrambi funzionano a 220 Volt, mediante un inverter. Purtroppo non posso fornire dati più precisi, giacché anche il motore, quando è in moto, ricarica le batterie. In definitiva, l’aerogeneratore mantiene sempre le batterie cariche e non mi serve di più.
Se volessi ricaricare le batteria di un’ipotetica auto elettrica, potrei usare un mulino come quello – costo circa 350 euro compreso il controller – e potrei ottenere circa 4-5 Kwh il giorno, poiché con il diametro di un metro di più non si può ottenere.
L’ideale sarebbe poter installare un mulino più grande, diciamo due metri di diametro, che potrebbe fornire all’incirca la stessa energia che si ricava dal fotovoltaico, se non si fosse messo di mezzo Berlusconi. Sapete com’è il tizio: è ovunque, come le male erbe. Basta che qualcuno chieda un favore ad un “amico” qualunque, e lui risponde sempre. Come no.
Così, con apposita legge – D.M. n. 112/2008 – il Silviuzzo nazionale decretò che il massimo concedibile “in libero uso” (altro che le armi!) erano i modelli di diametro 1 metro e di altezza massima 1,5 metri, appena più grandi scattavano le forche caudine della burocrazia, permessi, dichiarazioni, autorizzazioni, ecc. (7). Sembra una stupidaggine, ma non lo è: con modelli da 2 metri di diametro, già si può pensare di rendersi indipendenti dall’ENEL. Ovvio, se abitate in zone ventose: nella Pianura Padana non pensateci nemmeno, altrove munitevi di un anemometro e misurate.

Sociologia del mondo “elettrico”

Il primo dato che salta agli occhi è che gli addetti all’industria metalmeccanica diminuiranno vertiginosamente. C’è, ovviamente, un dibattito aperto sull’obsolescenza programmata dei componenti, ma l’auto elettrica ha veramente pochi componenti sui quali si possa imbastire l’obsolescenza programmata.
L’automazione ridurrà le catene di montaggio a semplici macchine di processo robotizzate, e quando un motore elettrico si romperà in pochi minuti sarà possibile sostituirlo. Già oggi la sostituzione del banco-batterie richiede pochi minuti.
Qui s’innesta un problema sociale di vaste proporzioni, perché il settore dell’auto occupa, in Europa, 2,3 milioni di persone nella produzione diretta e 9,8 nei componenti accessori (13): la Cina ha già superato l’UE negli occupati dell’industria dell’auto. Quante di queste persone perderanno il lavoro? Non lo possiamo sapere oggi: di certo, o l’eterno problema della redistribuzione dei frutti della produttività troverà una soluzione politica, oppure sarà il disastro sociale.

Nella sua oramai secolare storia, l’auto ha percorso una china sempre più scoscesa: da status symbol per pochissimi – fino alla 2GM – per poi diventare utilitaria per tutti. Con l’auto elettrica l’auto cesserà d’essere un feticcio: anche il nostro rapporto con l’automobile cambierà, inevitabilmente.
Tolti i modelli di gran lusso, tutto il resto saranno delle lavatrici viaggianti. Di più: equipaggiate con sensori che rendono la guida un optional, poiché l’auto – se interfacciata con la segnaletica attiva – potrà viaggiare da sola.
La durata dei mezzi, poi, ridurrà di molto le vendite: potremo pensare ad una sola auto per la vita, sottoposta ogni 15-20 anni ad una copiosa revisione. Le carrozzerie? Sono come le cover dei telefonini! Per questo motivo è importante il ritorno al telaio, robusto ed indistruttibile (salvo incidenti) ed anche le possibilità d’incidente saranno ridotte. Riflettiamo sull’incidente della cisterna di gas a Bologna della scorsa Estate: se fosse stato un veicolo elettrico con guida automatica, in coda com’era, non sarebbe mai avvenuto!
Anche le tradizionali officine meccaniche quasi spariranno, per lasciare il posto a delle officine-fabbriche dove ti ristrutturano l’auto per altri dieci o vent’anni in un paio di giorni.

Quello che è più importante è capire – non tanto dove andremo a spasso con la nostra utilitaria – quanto quale nuova strada prenderà il grande comparto delle merci: potranno essere TIR elettrici? Nulla lo vieta, però rimarrà sempre il mezzo meno conveniente, che viene così utilizzato soltanto per il gran sacrificio della vita, da parte degli schiavi al volante. Gente che non ha più una vita sociale, relazionale: gli sbandati dell’autostrada. Poi, altri sbandati che devono fare 100 consegne al giorno per campare. E andare, tutti, in pensione a 67 anni, se c’arrivano, se un guard-rail o un infarto non decidono anzitempo il loro destino.
Immagino un mondo dove, al posto dei grandi ipermercati, ci siano strutture quasi totalmente automatizzate dove, inserito un codice inviato via sms, ritiri il tuo pacco da un tapis roulant. Anche qui: che fine farebbero le migliaia di persone che lavorano nell’ipermercato?
Per ora, sono soltanto sogni, vaghe ipotesi…


Quello che non mi piace, è di vivere in questa fase di transizione, e che il vero futuro dell’auto elettrica non lo vedrò mai, a meno che non s’avveri il secondo scenario: “Guarda, nonno: la mia nuova auto” “Cos’è, l’hai rubata al Luna Park? Dai: portami a fare un giro, ma devi riportarmi per le sette, perché le infermiere devono andare a casa per cena…”

Come narrava il don Juan di Castaneda, l’uomo, nella sua vita, incontra quattro nemici. Il primo è la paura, che superata genera il cinismo, solo dopo arriva il potere. E il quarto? La vecchiaia. Già…


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(14) https://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2018-02-23/viaggio--turbina-gas-piu-potente-d-europa--181231.shtml?uuid=AEmGzx5D&refresh_ce=1