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23 maggio 2017

Desertec? Ci vorrebbe un secondo Mattei!


Chi si ricorda più del progetto Desertec? Svanito nelle nebbie, anzi nelle sabbie del Sahara.
Un progetto che doveva portare in Europa il 15% del fabbisogno elettrico complessivo, un mare d’energia. Ed un mare di soldi. Tolti ai petrolieri.
Invece, niente. Non se ne fa più nulla. Come mai?
Ufficialmente il progetto è ancora esistente, almeno nelle carte del consorzio delle imprese che lo sorreggevano: in realtà, tutto si è fermato nel 2011.
Di chi la responsabilità? Di tutti, o di nessuno.
Vediamo.

Il progetto nasce nel 2003, e si capisce subito che è “roba grossa” – un investimento di 400 miliardi di euro – ed è spiccatamente tedesco, per i progetti e per le aziende che lo sorreggono. Tecnicamente, Desertec si proponeva di raccogliere energia solare ed eolica, tramite solare termodinamico od a concentrazione, fotovoltaico ed eolico per alimentare le reti interne dei Paesi nordafricani ed esportare il surplus d’energia, stimato pari al 15% del consumo elettrico europeo. Un “fetta” enorme della torta energetica europea.

Si potrà dire che si tratta(va) del solito progetto condotto dalle solite oligarchie finanziarie planetarie per guadagnare i soliti miliardi dagli investimenti ma, del resto, c’è qualcosa che non è prodotto dagli investimenti finanziari internazionali? Certo: l’insalata dell’orto.
Dall’altra, dobbiamo riconoscere che il progetto avrebbe consentito una maggior ricchezza per i Paesi nordafricani ed un considerevole risparmio (circa 30 euro/Megawatt/ora) per gli utenti. Inoltre, avrebbe consentito quella “transizione” verso l’elettrico da fonte rinnovabile che potrebbe essere la salvezza del Pianeta.

Ora, io non so se l’aumento delle temperature – e non venite a raccontare fandonie: ogni anno c’è un aumento “record” delle temperature – sia d’origine antropica o naturale. Non me ne frega un emerito picchio. Quello che so, per certo, è che ogni kg di combustibili fossili produce 3, qualcosa kg di anidride carbonica e la CO2 è scientificamente provato che – insieme ad altri gas nitrosi e a parecchi idrocarburi gassosi – riflette la dispersione verso l’infinito dei raggi solari. Poi, che siano più importanti le centrali termoelettriche o le scoregge delle vacche nella produzione, le foreste oppure il fitoplancton nella fissazione della CO2 non ha nessuna importanza: il dato essenziale è non aggiungerne.

Tutto fila liscio fino al 2009 – occhio alle date! – quando si comincia seriamente a pensare di costruire le prime centrali. Ma, l’aria – anzi, il Ghibli – cambia. Ci sono le cosiddette Primavere Arabe da ascoltare, da gestire, da combinare con i propri interessi.
Appena scocca il 2010 fioriscono, come i lamponi nella taiga: Tunisia, Egitto, Libia. Non se ne può più di questi dittatori che si atteggiano a Presidenti! Ci vuole democrazia! – urla una Clinton che sembra una Albright rediviva.
Oggi, abbiamo i Presidenti che fanno i Dittatori, ma va bene così: nessuno si lamenta più, dal Cairo a Rabat. Chi si lamenta rischia grosso, chi non ne può più scappa in Europa. E tocca a noi mantenerli, mica agli USA.

La Germania – nota a margine – durante la guerra contro la Libia restò muta come un pesce abissale: non solo non vi partecipò, ma neppure mosse un labbro per appoggiare chiunque. D’altro canto, sprecare le parole – quando è inutile – non serve.

L’Italia, invece – Paese sconfitto nella 2° GM come la Germania – si diede un gran daffare per slinguazzare inglesi, francesi ed americani, perdendo fior di commesse e di succosi contratti con la Libia di Gheddafi. Dopo la guerra, la spartizione del petrolio e dei contratti d’appalto fu eseguita con il manuale Cencelli e, guarda a caso, proprio in quegli anni si “scoprì” il petrolio – ed a darsi un gran daffare – in Lucania. Strana coincidenza, vero?

Oggi, perché il progetto Desertec va in malora?
Cominciando da Ovest, c’è l’annoso problema del Sahara Occidentale (ex Sahara spagnolo), spartito fra Marocco e Mauritania, ma considerato dall’ONU una nazione indipendente, con una postilla “non completamente libera”. Con un governo in esilio in Algeria.
La Spagna, per tagliare la testa al toro, decise che non un kW d’energia prodotta laggiù avrebbe attraversato la Spagna. Finis.
L’Algeria, molto semplicemente, ha dichiarato che le riserve energetiche – di nessun tipo – sono sotto il controllo statale, e quindi non disponibili per investitori esteri. Il Marocco è sempre in lotta con la Mauritania per la questione sopra esposta, e quindi poco affidabile.
Cosa rimane?

La Tunisia.
Già, perché né la Libia né l’Egitto sono considerati affidabili per creare infrastrutture costose e, soprattutto, facilmente attaccabili dai vari terrorismi – Al-Qaeda e Daesh (e dai loro padroni) – e dunque…rimane la Tunisia…che è certamente un Paese affidabile, stabile ed inattaccabile. Come no.

La storia termina qui perché, per la produzione solare, è molto importante la posizione dell’impianto – ossia la longitudine (meridiani) dov’è situato – poiché la produzione/consumo non può essere differita nel tempo: siccome la corrente elettrica corre nei fili alla velocità della luce, è perfettamente inutile creare un simile impianto in Arabia Saudita, che potrà servire per alimentare Mosca oppure Kiev, non certo Madrid o Parigi.

Certamente Mubarak e Gheddafi non erano stinchi di santo, però Gheddafi era la sola persona in grado di garantire quegli investimenti: oggi, dopo la “Primavera” è arrivata l’infinita “Estate” libica, nel senso che sono tutti in vacanza e non si sa più a che santo votarsi per governare il Paese.

Il progetto Desertec è sfumato: qualcuno piange ma gli USA, che hanno avuto recentemente ben due presidenti petrolieri, non sono di certo in gramaglie. Anzi. Furba l’Europa dei banchieri, vero?

08 marzo 2011

Le due mezzelune


“…le barricate in piazza le fai per conto della borghesia
che crea falsi miti di progresso…
…Up patriots to arms,
engagez-vous…”
Franco Battiato - Up patriots to arms – dall’album Patriots – 1980.

Chissà cos’avrà pensato il T.V. Luca di Giovanni, al comando del pattugliatore Libra, mentre s’avvicinava alle coste libiche, a Bengasi. Forse era un po’ in apprensione, attento a tutte le segnalazioni di “bersagli” – perché così sono definiti, in Marina, i contatti radar – che dalla plancia giungevano: o, probabilmente, la situazione era una di quelle da richiedere sempre “comandante in plancia”.
Anche quel nome…Libra, che sa quasi di Libia…partenza da Catania, poi rotta per 100 e qualcosa…chissà se il T.V. di Giovanni ci pensava…ma certo che ci pensava, perché a Livorno si studia anche la storia della Marina, della Regia Marina.

E quante volte era toccato ascoltare “Supermarina comunica la dolorosa perdita della nave…in rotta per Bengasi, colata a picco, in posizione 34.27 Nord e 16.27 Est, da un siluro…” oppure i ricordi che bruciano, come quello del convoglio Duisburg, completamente distrutto – appena al largo di Siracusa, nel 1941! – dalla Forza K di Malta, due incrociatori leggeri e due cacciatorpediniere inglesi contro due incrociatori pesanti e dieci cacciatorpediniere italiani. E gli inglesi tornarono – intatti, senza un graffio – per colazione a La Valletta.

E ci tocca così ascoltare vecchi ritornelli: “nave Andrea Doria sta per partire per la Libia, darà il cambio a nave Mimbelli…non è escluso intervento portaerei Cavour, navi San Giorgio e San Marco in rotta per il ritorno”… up patriots to arms…mentre un allampanato Ministro degli Esteri inglese, ai Comuni, chiede “coraggio” all’Europa, up patriots to arms…mamma mia, quando gli inglesi parlano di “coraggio”…sai te come va a finire, up patriots to arms …non esclusa no-fly zone, up patriots to arms, ci vorrà una risoluzione “chiara e condivisa”, up patriots to arms…
No, non è viltà.

Nessuno desidera il dolore dei libici, nessuno ama alla follia Gheddafi: soltanto, c’appare ora più chiaro che tutta la questione nordafricana ha una regia, ed a questa regia non frega un accidente dei libici.
Non è certo un caso che le nazioni mediterranee, ex colonizzate dalla Mediterranean Fleet – Spagna ed Italia, ad esempio, ma anche la Francia è “tiepida” – si mostrino contrarie ad un intervento, mentre la Germania s’affida a comunicati di cortesia, “distratta” com’è dai suoi gasdotti e dai suoi mille affaire con la Russia e l’Est. Gli Angli, invece, sempre loro.


In questo bailamme, si rincorrono notizie apparentemente strane o contraddittorie – come la ventilata richiesta di Washington all’Arabia Saudita d’inviare segretamente aiuti militari agli insorti di Bengasi – che ci sembra un bufala od una follia: chiedere ad Abdhallah degli Al-Saud, al più retrivo regno del Pianeta, di “aiutare” chi abbatte un altro “sovrano” sunnita?!?
Oppure, si fa così presto a dire: gli americani vogliono il petrolio libico! E la Tunisia e l’Egitto, che non hanno petrolio?

Per iniziare a squarciare il velo delle mille notizie, forse è meglio affidarsi alla cartina geografica la quale, in tempi non-geologici, ha il pregio di non cambiare. E, qui, qualche cosa si può già osservare.
Fino all’altro ieri, le tensioni che regnavano nello scacchiere mediterraneo e del Vicino Oriente erano relegate all’area a Nord di Israele: il tormentone che durava da anni riguardava “L’Asse del Male”, qualcuno lo ricorda[1]?
Siria ed Iran, maledetti loro, sono quei due a minacciare la pace del mondo!

Ma, ai due, s’aggiunge un compare: la Turchia, ed avevo avvisato per tempo, quando scrissi Solimano guarda verso Est[2].
Casca a fagiolo la vicenda della Freedom Flotilla, a suggellare un nuovo patto fra Ankara, Damasco e Teheran: improvvisamente – ma guarda che strano – le dichiarazioni contro i “tre” vengono annegate in un mare di cloroformio.
Guerra all’Iran? Ma chi ne parla ancora! La Siria, ma sì…in fondo si fanno i fatti loro…e non ci toccate la Turchia, che è nella NATO. Per ora.
Insomma, la pace regna al Nord, ma s’infiamma il Sud: guarda a caso, proprio gli Stati che meno davano “pensieri” ad Israele.
Chi si fa vivo? Una vecchia conoscenza.

Il Ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, che è la vecchia volpe di Camp David: tante chiacchiere con Clinton (marito) ed Arafat per non concludere nulla, eravamo nel 2000, prima della Seconda Intifada.
Cosa racconta, il nostro fringuello, in un’intervista al Wall Street Journal[3]?
Batte cassa.

Il buon Barak si rivolge, per interposta persona, al suo quasi omonimo Barak (Obama) per chiedergli 20 miliardi di dollari, i pochi spiccioli che servono per ammodernare Tzahal per le prossime generazioni. Insomma, Barak – scusate, ma qui, fra i convogli per la Libia e i due Barak ci sembra quasi di vivere in una commedia di Pirandello – c’hai combinato tutto ‘sto casino…e adesso, ci neghi l’argent de poche per comprarci qualche missiletto nuovo?
Cosa offre, in cambio?
Una merce rara e preziosa.

Prima dell’offerta – che, sia chiaro, devo ancora concordare con il mio “capo” Benjamin Netanyahu – “ricorda”, sembra quasi un pianto antico, l’eterno, inossidabile, inaffondabile ed imperituro problema di Tel Aviv: la Siria e l’Iran. E se, ringalluzziti da quel che sta accadendo, decidessero di dar fuoco alle polveri?
Poi, non contento, gli comunica alcune confidenze ricevute da ufficiali egiziani.
Insomma, le alte stellette del Cairo mi hanno un po’ rassicurato…ma anche un po’ preoccupato…m’hanno assicurato che sì, che non si rimangeranno gli accordi stipulati a suo tempo con Sadat, ma il tempo è traditore, soprattutto se si devono affrontare delle (vere?) elezioni.

Per carità, Barak: noi non mettiamo in dubbio la necessità di giungere ad assetti più “democratici” nel mondo arabo…eh, certo, la democrazia è sempre una bella cosa…però, sapessi Barak – non posso dirtelo chiaramente, ma “guarda a faccia mia e capisci a me” – come si stava meglio quando si stava peggio!



Cosa possiamo offrirti, in cambio dei tuoi dollaruzzi?
Ripeto, devo ancora parlarne con Benjamin, ma qualche telefonata ce la siamo fatta…insomma, ad una decisione siamo quasi arrivati, ripeto “quasi”.

Guarda, Barak, per 20 miliardi di dollari potremmo quasi giungere a promettere ai Palestinesi uno Stato con confini certi. Come dici? Gerusalemme, il ritorno dei profughi, gli insediamenti israeliani nel West Bank…no, dai, non esagerare: faremo un bell’accordo, metteremo dei confini certi ma, per quanto riguarda quella roba lì, non puoi chiederci di metterla nero su bianco. Facciamo così: scriviamo un accordo nel quale ci sono dei confini e, poi – separatamente, solo noi ed i Palestinesi – ci mettiamo al tavolo e regoliamo tutto il resto. Cuntent, Barak?
Dove l’abbiamo già sentita ‘sta roba?

Già che c’era, poteva anche aggiungere altro: no, no, per carità, li abbiamo bombardati solo un pochino, perché c’era Hamas che non è democratico, solo per quello. Se puoi, metti anche in sordina il Rapporto Goldstone, che con le elezioni in Egitto potrebbe c’entrare come la salsa dell’arrosto sul pesce. No, quel rapporto Goldstone non è proprio kasher, dacci una mano.
Noi, in cambio, ti promettiamo che – alla prima visita di Sarah Palin in Israele – la crocifiggeremo sul Golgota e ritireremo tutte le nostre truppe dal Congresso USA: per carità, Barak, abbiamo capito, fai cessare ‘sto uragano!

E qualcuno continua a rincorrere storie di petrolio, d’immigrazione, di “democrazia” nel mondo arabo…come se la questione palestinese (e, di riflesso, le pressioni israeliane sulla politica USA) non continuasse, imperterrita, a segnare ogni punto della storia del Vicino Oriente…

“Alla riscossa stupidi, che i fiumi sono in piena, potete stare a galla.”


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