29 novembre 2015

Che ne facciamo di questo Bucintoro?



Abbiamo nuovamente il Bucintoro. Splendida nave, davvero: ma non ha più le dorature a guazzo, i fregi e le sculture. Ha, invece, cannoni a tiro rapido, missili e (dovrebbe avere) aerei: stiamo parlando dell’orgoglio nazionale, dell’ammiraglia della flotta italiana: la portaerei Cavour.
La quale, poveraccia, rischia d’essere declassata – a pochi anni dalla nascita – a semplice portaelicotteri: come uno studente al quale dicono: “no, tu, più che qualche corso d’avviamento al lavoro...”. Poveraccio, come ci rimane male, e come ci rimarrà la Cavour se continuerà la vulgata imperante, quella che recita che diventerà una splendida portaerei con gli F-35.

Vediamo perché “osiamo” fare questa affermazione, ma non per la nota polemica sugli F-35: per altre ragioni, forse meno conosciute, ma più decisive. La nave non potrà mai operare come portaerei, perché non è adatta al velivolo scelto, né è stata costruita con i requisiti di una portaerei.

Prendiamo in esame i pesi, a vuoto e massimi al decollo, degli unici tre (in realtà solo due, lo Yak-141 non entrò mai in servizio, e non consideriamo il vecchio Yak-38) velivoli V/STOL:

F-35B: 13.300 – 31.800 Kg
Harrier II: 5340 – 14.100 Kg
Yakovlev 141: 11.650 – 19.500 Kg

I pesi degli Yakovlev sono quelli dei pochi prototipi costruiti: l’aereo, in ogni modo, conquistò 12 record mondiali per la categoria VTOL, riconosciuti dalla FAI.

Soprattutto il confronto dell’F-35 con l’Harrier rivela un “passo” molto diverso, ossia da un aereo specificatamente progettato per l’impiego V/STOL da piccole portaerei, si è passati ad aereo terrestre adattato: la Spagna, ad esempio, non ha preso in considerazione l’F-35B per la sua piccola portaerei “Principe de Asturias”.
Noi, invece, abbiamo costruito una portaerei un po’ più grande, ma sempre più modesta delle “Tarawa” (e classi successive) dei Marines statunitensi – che hanno un ponte di volo di circa 30 metri più lungo: 30 metri, non sono pochi in decollo/atterraggio – e poi abbiamo deciso che sì, poteva imbarcare anche un po’ di battaglione San Marco, con mezzi blindati e tutto il resto. Così, una nave di nemmeno 30mila tonnellate di dislocamento, dovrebbe fare la portaerei e la nave da sbarco: in più, dovrebbe gestire un aereo pesantissimo: ma vi sembra possibile?!?

E questo è uno dei problemi dell’F-35B: in primis, l’aereo è stato valutato sulla Tarawa e ancora non si sa se verrà costruito, per problemi tecnici (riscontrati in prova proprio sulla nave) e perché sono pochi aerei, rispetto agli ordinativi delle altre versioni. Di conseguenza, c’è il rischio che la Cavour, terminata la vita utile degli Harrier, rimanga una semplice portaelicotteri, incapace di proteggere i convogli mediante la componente aerea, mancando clamorosamente l’obiettivo previsto per un Paese che intende “difendersi”.
A parere di chi scrive, durante la lunga e contrastata crociera di un paio d’anni fa per fare da “salone itinerante” dei prodotti militari italiani, l’obiettivo migliore sarebbe stato uno solo: venderla.
In definitiva, l’aereo è pesante, troppo pesante per appontare sulla Cavour: ci spieghiamo meglio.

Una volta decollati grazie allo sky jump, gli F-35 devono pure tornare; qui entra in gioco l’eccessivo peso che abbiamo sopra riscontrato: oltre 30 tonnellate! Quasi un TIR a pieno carico!
In condizioni di bassa pressione e caldo umido, i motori non ce la fanno a fornire la spinta necessaria all’atterraggio verticale (1) e, dunque, l’aereo deve scaricare il carico bellico in mare e parte del carburante: la cosa, già fa rizzare i capelli.
Il problema (che si presenta sempre quando gli aerei sono in ricognizione armata) è quello di scaricare non solo le bombe (costano poco) ma i missili, i quali hanno dei prezzi che vanno da 1 a 2 milioni di euro l’uno: mettiamoci solo 4 missili e un po’ di carburante...voilà: 6-7 milioni ai pesci. Per aereo. E per appontaggio.
Ovviamente, è impossibile: c’è un’alternativa B? Sì, c’è, ma si chiama “fabbrica di vedove”.

L’aereo, invece d’appontare verticalmente, s’avvicina a bassa velocità alla nave ed apponta “normalmente” (come sulle grandi portaerei) “manovrando” sulla rotazione degli eiettori – in questo modo affida ancora una parte della portanza alle ali – poi, appena toccato il ponte, subito una spasmodica frenata per fermare 30 tonnellate d’aereo in 120 metri. Auguri. Forse può funzionare con un Harrier, ma non con un bestione da 30 tonnellate.
Per questa ragione affermavo, prima, che i 30 metri di differenza da una Tarawa fanno già una differenza, quella fra fermarsi al limite del ponte o finire in mare: in ogni modo, anche i Marines sono poco convinti.
Per i non addetti, ricordo che questa versione dell’aereo non avrà a disposizione il tradizionale gancio d’appontaggio.

Insomma, abbiamo costruito la portaerei fidandoci dello zio Sam, il quale è nei guai fino al collo per i tanti problemi dell’aereo, al quale s’è aggiunto questo – che, ricordiamo, riguarda solo l’eventuale F-35B – e che potrebbe far pendere la bilancia verso una cancellazione del programma della versione a decollo/atterraggio corto/verticale.
Gli USA non hanno questi problemi: la US Navy già sperimenta il “superdrone” Pegasus per la difesa aerea, che ha un raggio d’azione doppio rispetto al F-35 e costa la metà (2). Insomma, che alla fine resteremo in braghe di tela non è proprio una certezza ma – diciamo – un serio “dubbio ben motivato”.

Cosa succede nel mondo?
Il Regno Unito sfoglia la margherita come l’Italia – nel senso “aerei convenzionali o a decollo verticale”? Ovviamente, prima di costruire le portaerei. La Francia ha i Rafale (convenzionali), la Spagna rinuncia, l’India imbarcherà (?) i convenzionali Mig-29 con ali ripiegabili, la Cina ha copiato dei Su-27 russi...insomma, molta confusione sotto i cieli orientali.
Noi, restiamo in mezzo al guado, anche perché ci sono molti dubbi che la portaerei sia poi così importante come si crede, e come la II G.M. ce l’ha lasciata, ossia come una regina: o una grande papera in mezzo al mare?

Dopo l’ “exploit” del (quasi) sconosciuto missile russo Kalibr – lanciato contro le installazioni terrestri dell’ISIS da una corvetta nel Mar Caspio (3) – ci preoccuperemmo molto, se fossimo un ammiraglio in comando su una portaerei, di riportare a casa la baracca. Perché, lo stesso missile può essere lanciato da sottomarini, il che lo pone assolutamente all’esterno di qualsiasi area di ricerca e soppressione della minaccia subacquea, sia mediante aerei sia con gli elicotteri. Ricordiamo che il Kalibr è dotato di autoguida terminale sul bersaglio.
Questo, però, è un altro discorso che riguarda l’uso della portaerei nel suo complesso: altra cosa è stabilire che fare di una portaerei come la Cavour.

Premesso (per la seconda volta!) che venderla sarebbe la miglior cosa da fare, la nave andrebbe ristrutturata radicalmente, poiché si tratta di un ibrido senza senso: piccola portaerei, modesta nave da assalto anfibio. Questa è stata l’impostazione errata: far convivere sulla stessa nave due esigenze diverse, la seconda delle quali cozza violentemente contro le impostazioni della difesa italiana. Chi dobbiamo andare ad assalire a migliaia di chilometri dalle nostre coste? Con una nave? Due? Tre? Ma lasciamo perdere...
Diversa è la faccenda se si torna all’impostazione originaria: difendere “Blue Water” (ossia anche in pieno Mediterraneo) gli interessi italiani e le proprie navi mercantili. Uno strumento potente per l’offesa che potrebbe recare al nemico, non certo con qualche Harrier e pochi elicotteri come oggi.

Una portaerei che, a pieno carico, disloca 28.000 tonnellate è in grado, se ben strutturata, d’imbarcare circa trenta velivoli: lasciamo la scorta antisom alle fregate e concentriamoci sugli aerei. Diciamo, un mix di 24 aerei e 6 elicotteri.
I dati non sono campati in aria: sono pressappoco quelli delle vecchie Kiev della Marina Sovietica (simili per tonnellaggio).
Il problema è dove andare a prendere gli aerei: gli Harrier invecchiano, gli YAK non ci sono e l’F-35 s’appresta ad essere il più grande “bidone” che lo zio Sam ci va a rifilare. Dove prenderli?
Ma in Italia!

C’è un aereo, italiano, che è stato venduto in Israele, Polonia, Qatar e che partecipa alla selezione per un nuovo velivolo americano! Buy italian?
Si tratta dell’ottimo Alenia Aermacchi M-346 Master (4), un addestratore di quarta generazione il quale, però, presenta caratteristiche molto prossime ad un caccia leggero, ovviamente nella versione monoposto.

Le stime prevedono che il modello sarà costruito in oltre 600 esemplari entro il 2020, escludendo la versione da combattimento, alla quale a volte ci si riferisce con la designazione non ufficiale M-346K. Quest'ultima è un candidato alla sostituzione del caccia leggero Northrop F-5E Tiger II, diffuso in numerose aeronautiche militari nel mondo.” (Wikipedia)

Difatti, in Israele ed in Qatar l’aereo è stato venduto nella configurazione da addestramento – poiché la legge italiana impedisce la vendita di armi a Paesi che hanno conflitti in corso (la solita foglia di fico italiana) – ma, da quelle parti, poi, si modifica...

Insomma, si tratta di un buon velivolo. Vediamo i dati, comparati al Sea Harrier ed al F-35:

F-35B: 13.300 – 31.800 Kg
Harrier II: 5340 – 14.100 Kg
M-346 Master: 7400 –10.200 Kg

Lontanissimi entrambi dalle quasi 32 tonnellate dell’F-35, i due aerei sono abbastanza simili per prestazioni: entrambi subsonici con 1,2 Mach di velocità di punta…certo, il secondo è un addestratore e, dunque, bisognerebbe valutare i pesi una volta “sbarcato” il secondo seggiolino, caricato un radar aria-aria, eccetera...però, diciamo che a pesi ci siamo. E i costi?

L’addestratore costa 20 milioni di euro: il caccia costerà di più, ma sempre intorno ad un terzo di un F-35, il quale costa circa 100 milioni e non si sa nemmeno, nella versione “B”, se verrà costruito e quanto costerà.
Quindi, potremo avere una linea di volo per la Cavour che costerà circa 1 miliardo, contro i 3 del (ipotetico) F-35. E sarà un prodotto costruito in Italia, che darà lavoro agli italiani, non come i pochi posti creati a Cameri per l’occasione.
C’è un solo problema: non è un velivolo a decollo verticale, ma convenzionale, anche se i dati di corsa di decollo sono molto promettenti, 280 m, e per l’atterraggio 580 m (5). Pur ricordando che il velivolo, in configurazione da difesa aerea sarebbe piuttosto leggero (bombe e missili aria-terra pesano molto) – potrebbe essere armato con 4 AIM-120 Amraam e due Sidewinder, come l’Harrier, ed imbarcherebbe un migliaio di chili o poco più, poca roba – però necessiterebbe comunque di catapulte per il lancio e sistema di cavi (gancio) per l’atterraggio. E’ possibile?

In teoria sì, nulla è impossibile...dipende dai costi e dalla volontà di farlo, perché i costi non sarebbero tanto sul velivolo, quanto sulla nave.
Il risparmio sugli aerei, rispetto agli F-35, sarebbe di circa 2 miliardi: bastano per ristrutturare la nave da così:



a così?

La prima (in basso) è la Cavour com’è oggi, mentre le due (ipotetiche) configurazioni in versione “vera portaerei” si differenziano per una diversa disposizione delle catapulte: la cosiddetta “isola” con il fumaiolo, ecc, non andrebbe modificata. Sarebbe una ricostruzione/modifica pari a quelle che subirono alcune portaerei dopo la II G.M. con l’ingresso in servizio dei jet, come le inglesi classe Majestic o le americane classe Essex: per le Essex, ad esempio, furono necessari 7-8 mesi di lavori. Non soffermatevi troppo sui dettagli dei disegni: sono soltanto delle indicazioni.

La Cavour è costata (secondo Wikipedia) 1,35 miliardi, secondo l’ex ministro Mauro (6) 3,5 miliardi (semplicemente, 1,5 la nave e 2 miliardi gli aerei: gli americani gli hanno fatto uno sconto da 3 a 2 miliardi? Dubitiamo) ma la cosa non sposta i termini del problema, anche se (secondo alcune stime) gli F-35B verrebbero a costare 140 milioni l’uno, l’aereo più costoso della storia.

O ce la teniamo così, azzoppata, senza aerei o, al più, con degli aerei che daranno problemi dal primo all’ultimo giorno di servizio – l’F-35, di guai, ne ha a bizzeffe: motori, elettronica...nulla va per il verso giusto...ma la considerazione del troppo peso, in appontaggio, su un ponte così piccolo taglia la testa al toro – oppure la modifichiamo o, meglio, la vendiamo (terza volta) sempre che qualcuno la voglia, perché di scemi che tirino fuori fior di soldoni per una nave del genere mica se ne trovano tanti.
L’errore non è stato solo progettare la nave in sé (la duplice missione, difesa aerea e proiezione di potenza, su una nave così piccola), ma l’aver costruito una nave fidandosi degli americani ad occhi chiusi e, soprattutto, senza riflettere sul rapporto misure del ponte/pesi dei velivoli.

Il discorso generale, per l’Italia, di possedere una portaerei ci conduce direttamente alle spese per la Difesa: il 73% dei fondi che il Ministero dell’Economia destina alle imprese, anche quest’anno, andrà al comparto difesa. Ma l’Italia si muove fra il 7° ed il 9° posto (secondo gli anni) nella classifica dei venditori di armi, con una fetta del mercato mondiale intorno al 2% (7): in altre parole, vendiamo bombe, ma quanti italiani ci campano sopra?
Dall’altra, a forza di ricordare “si vis pacem, para bellum” si finisce per andare a bombardare la Libia, in Iraq e tutto il resto...ma, serve avere delle armi per difendersi?

Lascio ad altri questo dilemma, vecchio come il mondo, e ritorno alla Cavour: a meno di credere alla favoletta del F-35B che tutto risolverà...che facciamo, la ormeggiamo a Venezia e poi tiriamo fuori questo moderno Bucintoro, una volta l’anno, per celebrare il matrimonio con le acque?

(7) https://en.wikipedia.org/wiki/Arms_industry#World.27s_largest_arms_exporters

24 novembre 2015

Un missile di troppo


Sukhoi-27

L’abbattimento del cacciabombardiere Su-24D russo sul confine turco-siriano è un affare di poco conto, oppure una vera e propria “boa” scapolata dai turchi, secondo come il Ministro degli Esteri russo Lavrov si esprimerà domani (25 Novembre) ad Ankara. E da come risponderanno i turchi.
In altre parole, le carte – oggi – sono tornate in mano russa ed i turchi potevano, francamente, non andarsi a cercare “grane” col potente vicino, visto che dimostrare la territorialità dell’abbattimento sarà molto arduo e, in definitiva, di scarsissimo interesse: ciò che conta, è il dato politico.

Avremo modo di conoscere com’è andata la missione turca di Lavrov nelle prossime settimane, tenendo d’occhio la composizione aerea della missione russa in terra siriana: oggi, è composta soltanto da cacciabombardieri, quali sono i Su-24D e, parzialmente, anche i Su-34. La differenza fra i due velivoli non è soltanto una questione di “età elettronica” (anche i Su-24D, ampiamente rimodernati, sono comunque ottimi velivoli) bensì di “qualità radar”. Semplificando: mentre il Su-24 può soltanto lanciare – nel confronto aria-aria – missili con guida all’infrarosso e poche miglia di gittata (autodifesa), il Su-34 può lanciare anche missili a guida radar attiva, con portate dell’ordine delle 25 miglia nautiche, 50 chilometri circa, che è tutto un altro affare. Pur rimanendo un aereo per l’attacco al suolo.

Politicamente, quindi, la scelta di puntare sul Su-24 è stata una scelta politica, un modo per dire “svolgiamo la nostra missione anti-ISIS e basta”, lasciando ai pochi Su-34 schierati il compito, più che altro, di “mostrare la bandiera”.
Non si spiega altrimenti la scelta d’inviare una missione aerea senza protezione in aria, giacché l’ISIS non ha aviazione – e in aggiunta c’è l’aviazione siriana a sorvegliare i cieli – in un territorio molto conteso, dove operano due aviazioni temibili e ben equipaggiate, come quella israeliana e quella turca.
Di certo, Lavrov chiederà la certezza assoluta che simili attacchi – da ogni parte provengano – non abbiano più luogo, giacché è evidente che uno sconfinamento di poche miglia non implica nessun pericolo per la Turchia.

Solo per citare un esempio, durante le prime fasi dell’ultimo conflitto in Jugoslavia, un giorno d’Estate una mia cara amica era al mare, ed andare al mare – per i triestini – significa spostarsi o verso Miramare, o verso Muggia, che è cittadina di confine. Ebbene, quel giorno s’era recata in una spiaggia nei pressi di Muggia, quando udirono un frastuono assordante e, dalle loro spalle, sbucò una formazione di cinque Mig-29 (sloveni? croati? serbi?) la quale – probabilmente per l’abbrivio e l’inerzia del volo a quelle velocità – era ampiamente sconfinata in territorio italiano. I Mig virarono subito e cabrarono in alto (per diminuire la velocità e manovrare meglio): in ogni modo, giunsero quasi sulla città di Trieste prima di rientrare in Slovenia.  Tutto avvenne in pochissimi minuti e nessun aereo italiano, ovviamente, si alzò poiché fu preponderante il dato politico: nessuno di quegli aerei ce l’aveva con l’Italia, ed avevano abbastanza guai in casa propria per cercarne degli altri.
Così saranno andate le cose anche su quel confine fra Turchia e Siria, ma i turchi hanno reagito: perché?
Poiché il dato politico è diversissimo.

L’ordine d’abbattere l’aereo russo è probabilmente giunto dal quartier generale Nato di Bruxelles – sconfinamenti di questo tipo, in quelle situazioni, sono comuni – ed alla Turchia poteva far piacere oppure no, ma ha dovuto obbedire.
La Turchia non vede poi così male la missione russa, poiché l’ISIS è una minaccia anche per il partito moderato di Erdogan, però c’è l’altro aspetto, ossia l’alleanza con Assad, la sua difesa come fedele alleato del fianco Sud dell’Orso Russo. E, questo, è un bastone fra le ruote per Ankara: ma la contrapposizione fra russi e turchi è vecchia di secoli, dalla battaglia di Sinope in poi.

Quello turco è stato dunque un avvertimento, una sfida che – ovviamente – non viene lanciata da Ankara, bensì da Washington (per la questione ucraina), Bruxelles (per servaggio nei confronti USA, l’UE non ha interessi a controllare militarmente l’Ucraina, anzi) e da Tel Aviv, per una sorta di “no fly zone” che la presenza dei russi ha stabilito – di fatto – nell’area, e che “infastidisce” molto Israele.

C’è, infine, la questione petrolifera che ruota intorno al porto di Tartus, alla quale tutti sono interessati, ma è una contrapposizione meno rischiosa: in ambito energetico, tende a prevalere l’accordo piuttosto che la violenza, soprattutto quando gli attori sono “di calibro”.

Per Mosca si pone quindi un dilemma, che ha – a ben vedere – un’unica soluzione: se la scelta è stata quella di tornare grande potenza sullo scenario mondiale – Georgia, Ucraina, Siria – ora non possono mettere la coda fra le gambe.
Perciò, Lavrov chiederà una sorta di “pass” senza problemi, e senza arretrare di un millimetro nella difesa del regime di Assad: se lo otterrà, non avverrà nulla. Al contrario, vedremo arrivare a Latakia anche i Su-27 e, forse, addirittura qualche Su-35: roba che non ha certo paura degli F-16, turchi od israeliani essi siano.


15 novembre 2015

False Flag: tutto risolto, andate in pace


Il False Flag è il nuovo escamotage per rifiutarsi di capire. Per non comprendere la sequenza dei fatti storici, per cercare scorciatoie che diano audience e confortino, con mezzi semplici, i sempliciotti. Il False Flag è il cugino in terzo grado del cui prodest: almeno, nell’ultimo, c’è spesso qualche sillogismo di supporto.

Noi occidentali tutto possiamo, e ci divertiamo nel continuare a credere alla nostra onnipotenza: questi li mettiamo lì, gli diamo un po’ di missili, devono colpire quelli là, così ci fanno un favore. Poi, andiamo da quelli là e diciamo loro (mentre pubblicamente ci affratelliamo al loro dolore): avete visto che scherzo? Quelli là, masticano amaro ed armano quelli di giù, che vengono su e ci ammazzano un po’ di gente.
Sono tutti False Flag, tutta roba che controlliamo noi a seconda dei nostri obiettivi strategici: tranquilli ragazzi, crepate in pace con un colpo di Kalashnikov che vi perfora le budella e che vi brucia dentro come un granello d’inferno, è solo un False Flag, è gente nostra, che lavora per noi.

Mi metto a leggere e scopro una marea d’incompetenti, di gente col cervello all’ammasso, che s’inventa tutto ed il suo contrario per mettere il proprio nome in calce ad un articolo. Quante volte l’Iran doveva essere bombardato, invaso, massacrato? Quante volte l’hanno scritto?
Andiamo per ordine: cercherò d’essere il più breve possibile. Ma, perdio, se si vuole capirci qualcosa bisogna pur citare fatti, fonti, eventi, personaggi...e ci vuole un po’ di tempo. Altrimenti, c’è il False Flag che acquieta in breve tempo, come l’Aspirina.

Fino al 1980 lo schema è bipolare: noi vi facciamo una cacca lì e, domani, i sovietici ce la rimandano di qua, business is usual.
Ma, quella mente diabolica di Brezinskji s’inventa un trucco per cacciare i sovietici da Kabul: proviamo ad armare i mujaiddin afgani, così fanno la guerra per noi. Noi guadagniamo su petrolio ed oleodotti e quelli – perché sono fessi – crepano. Approvato per acclamazione.
Succede, però, e questo non molti lo sapranno che, nel 1981, in un albergo di Peshawar si riunisce uno strano gruppo: la figura più importante è un miliardario saudita, facente parte della famiglia reale, un tipo elegante, che fino a qualche anno prima girava le capitali europee vestito all’ultima moda.
Quest’uomo ha un’idea: i sovietici sono oramai bolliti, e dopo, che facciamo? Abbiamo armi in abbondanza, soldi in abbondanza: perché non ci mettiamo in proprio?
Così viene gettata la prima pietra dell’attacco di ieri, anche se i protagonisti, oggi, sono diversi anni luce da quei loro antenati.

Ma scoppia la guerra in Jugoslavia, ed ecco la prima uscita “in proprio” – ampiamente tollerata dagli euro americani, perché toglieva loro la castagna serba dal fuoco! – ma i croati, in Erzegovina, vogliono fare i padroni e ne vogliono un pezzo (Mostar compresa): ecco allora le due divisioni musulmane Handsar e Kama prontamente ricostituite – completate con i nomi originali che ebbero in epoca nazista, quando combatterono contro i partizan jugoslavi – che difendono Sarajevo, Jablanica, Mostar. In gran parte contro i serbi: il copione si ripete, ma la contrapposizione contro i croati, cattolici, è forse pari a quella contro i serbi. In questo frangente, ecco un embrione delle future guerre “a geometria variabile”: più alleati e nemici, con i quali mercanteggiare sul campo di battaglia, trattare e combattere, alla bisogna.

Ecco cos’è quello che noi chiamiamo “False Flag”: perché, ai nostri occhi velati dal nostro modo di pensare – dagli Orazi e Curiazi fino alle trincee, alle mitragliatrici, ai tank, ai sommergibili – così appare. Non può che essere una costruzione, pensiamo, perché è assurdo: vi chiedo, gentilmente, di contare le assurdità della Jugoslavia o quelle, forse più conosciute, dell’Iraq tripartito fra curdi, sciiti e sunniti. Più le truppe occidentali, a tentare inutili mediazioni.
Andiamo avanti.

Giunge la prima Guerra del Golfo: la sola, per importanza mediatica e sociologica.
Un giovane Ennio Remondino – grande giornalista – inviato ad Amman per osservarla e riferire, ha una vera e propria illuminazione. Cito: “Ci stiamo giocando il sostegno delle borghesie arabe”.
Ai più, la frase passa inosservata: e chi se ne frega delle borghesie arabe? Noantri semo più bbravi, semo forti...

In Paesi con scarsi apparati industriali, la borghesia è la classe dominante per antonomasia, nel senso che quasi “è” lo Stato: funzionari, militari, finanza, sanità, istruzione. Perdete la borghesia, e non ci sarà altra classe sociale sulla quale contare: avrete perso lo Stato, od il potere, se preferite.
Siccome il potere è spesso sorretto dall’Occidente – pensiamo alla Giordania (GB) od al Libano (F), (accordo di Sèvres, 1920) – perdere il consenso della borghesia significa tranciare qualsiasi liaison con l’Occidente.

Non stiamo parlando di petrolio o di armi, bensì di sociologia: dobbiamo entrare nella mente di un borghese mediorientale, seduto sul divano di fronte ad Al-Jazeera, il quale ascolta, medita ed osserva. Pensa: ci bombardano come cani, ci massacrano, mentre Israele può fare tutto il c... che vuole e nessuno dice niente. Quelli hanno l’atomica e l’Iran non può averla: perché? L’ONU ha più volte richiamato, con risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e con voti dell’Assemblea, Israele: deve tornare nei confini ante 1966. E quelli se ne fottono. Per Saddam, un mese di tempo per sloggiare dal Kuwait, il quale gli doveva un sacco di soldi per la difesa contro l’Iran e, in aggiunta, grazie ai Bush-petrolieri, gli fotteva pure il petrolio, trivellando in diagonale dal confine kuwaitiano per “pescare” nel giacimenti iracheni.
Ecco che passano sui teleschermi le immagini dei bambini bruciati, inceneriti...dei rifugi carbonizzati come scatole di fiammiferi ed il nostro funzionario di banca, o colonnello giordano pensa: perché dobbiamo sempre riverire questa gente? E’ dai tempi di Mossadeq che ci fregano, che ci rubano, che ci disprezzano.
E’ il 1991.
Un giovane nato in quell’anno, oggi ha 24 anni: quanti anni hanno i miliziani di Parigi?

Non starò a ricordarvi tutto quello che avvenne in Iraq ed Afghanistan dal 2003 in poi: se cercavate un luogo da trasformare in una grande madrassa (scuola islamica) a cielo aperto, lo avete trovato. Milioni di giovani che hanno visto i fratelli, i cugini con le schegge d’Uranio impoverito nelle carni, delle madri mute e piangenti ai loro capezzali mentre, in silenzio – e lentamente – morivano in ospedali sporchi, bombardati, fatiscenti, con pochissimi medici affannati che lottavano la loro impari guerra contro la morte.

Ma le guerre a geometria variabile lasciano anche altri orpelli, seminano mezzi di morte molto evoluti per tutti: quanti Stinger (missile terra-aria) hanno fornito gli USA agli afgani per usarli contro i sovietici? Eccoli che tornano: basta inquadrare il bersaglio, attendere che il reticolo acquisisca l’immagine del velivolo e premere il grilletto. Facile no? Un aereo militare può tentare virate al limite dei 9 G per fuggire, un velivolo civile cade come una pera.
Poi ci sono i soldi, tanti: grazie a zacat e saddaqa (le forme di carità islamiche) si possono distribuire risorse, tante, a tutti coloro che desiderano combattere l’odiato nemico. Perché? Poiché l’Occidente non può fare a meno d’importare colossali petroliere tutti i giorni dell’anno dai giacimenti sauditi, kuwaitiani, iracheni...l’occidente deve far vorticare i suoi macinini a petrolio, altrimenti il PIL crolla, le azioni crollano, i finanzieri scappano. Magari proprio dalle parti del Golfo.
C’è il turismo? Basta una sola sparatoria in un museo di Tunisi, e Costa Crociere e MSC cancellano tutti gli scali in Africa Settentrionale: adesso vedremo che fine farà Sharm el Sceik. Con meno soldi, anche i miliziani costano di meno: ieri con 1000 dollari – poniamo – ne inquadravi 10, oggi 20...o forse di più...
C’è ancora un “regime” che si oppone a questo andazzo, è quello di Gheddafi: spazzato, anche con l’aiuto degli italiani coglioni.

Perché, vedete, il “False Flag” non si occupa delle singole azioni: ma vi figurate? Imposta una strategia, poi sono gli altri a fare.
Perché l’Europa deve stare agli ordini USA, ma la Germania vuole fare affari con la Russia (Opel Magna, ad esempio) ed ai crucchi non frega nulla dei missili americani in Ucraina: la Crimea e l’Est possono pure tornare alla Russia, a noi importa poter impostare tante belle fabbriche di “made in Deutschland”, dove si costruisce con gente pagata (oggi) 100 euro il mese. E che volete che sia, gliene daremo 200 e saranno contenti! Il Donbass? Ma che se lo prenda pure Putin...
Ecco, allora, che la Germania diventa amica e nemica allo stesso tempo, in un perfetto schema a più parti ed a “geometria variabile”.
La Francia, perché la Francia?

Poiché il modo di pensare, il modo di vivere francese è il più odiato dagli islamici (odierni): sentito parlare di Illuminismo? Certo, anche i bombardamenti...ma la Francia non è mica l’unica a bombardare l’ISIS...
Nella Baghdad del IX secolo, un certo Abu-l-Hasan Alì al-Masudi – un enciclopedista – affermò “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede”: l’affermazione gli costò 10 anni d’esilio al Cairo. Qui da noi, lo avremmo passato sulla graticola all’istante: Giordano Bruno insegna.

Ma, dalla Baghdad gaudente di quei secoli – una vera Parigi, per cultura e divertimenti: paradossale vero? – ad oggi c’è di mezzo un certo emiro, tale Al-Wahabi, il quale pensava che l’Islam dovesse essere il meno tollerante possibile e che la vita dovesse essere sofferenza e privazione. Nulla delle “prescrizioni” di Al-Wahabi è, ovviamente, contenuto nel Corano: dall’infinito tormentone sugli abiti delle donne islamiche al divieto di guidare autoveicoli per le donne saudite (Al-Wahabi era un uomo del 1700!).
Ma strinse amicizia con un altro personaggio, un certo Al-Saud che – col trascorrere dei secoli – divenne il capostipite della casa regnante saudita. E i sauditi crearono questo regno anacronistico, dove si taglia la testa alle persone anche per un incidente stradale, dove non c’è un Parlamento e dove le donne non possono guidare per editto reale. Un pezzo di medio evo con, al posto delle carrozze a cavalli, le Rolls-Royce: un ricchissimo anacronismo.

Se vi recate in Bosnia, notate un particolare: le moschee – distrutte dalla recente guerra – sono state tutte ricostruite. Ma, al posto del tradizionale stile ottomano, sono tutte costruite in puro stile saudita: in altre parole, i sauditi esportano soldi (ne hanno tanti) e cultura. La loro, quella impostata da Al-Wahabi.
Non stupitevi dunque se la parola “crociato” è ripiombata nel lessico, se si parla di nuovo della riconquista di Granada, oppure di Lepanto: tutti concetti di un tempo lontano i quali, se parlate con un magrebino, li conoscerà a menadito. Non gli eventi, le parole e basta: “un giorno” noi eravamo a Granada. Quale giorno? Eh, tempo fa...Quanto? Mah, tempo fa...Non lo sanno.
Questa cultura raffazzonata non esce da Al-Azhar, si crea sul Web senza controllo: fa più un video dell’ISIS con colpi di mitra e gole tagliate di mille libri, questo è certo.
Allora, perché la Francia?

Poiché, se ci riflettete un attimo, non c’è nulla di più distante del credo wahabita dal “credo” illuminista, che è proprio l’opposto di un credo, per questo è virgolettato.
Da un lato, tutto discende dal “libro” (falso, dei dettami wahabiti nel Corano non c’è nulla) e deve essere seguito come parola di Allah, dall’altra tutto deve essere prima valutato, passato sotto la lente della ragione. Noi italiani non ci rendiamo conto dell’importanza di questa contrapposizione, poiché siamo una nazione che vive in mezzo al guado: le critiche anti-illuministe del Vaticano non sono un segreto. Altro paradosso: il Vaticano “terra dei crociati” e, lo stesso Vaticano, sulla stessa sponda dell’Islam radicale nei confronti dell’Illuminismo.
Ma chi è questo Islam radicale?

Al-Qaeda di Al Zawahiri è troppo vecchia, troppo legata a schemi tradizionali per stare sulla scena: a ben vedere, Al-Zawahiri viene dal Cairo, da Al-Azhar, ha quasi 65 anni, concepisce la contrapposizione internazionale come uno schema mono-direzionale, non è in grado di comprendere lo schema a geometria variabile con più attori, che mutano le loro alleanze continuamente.
Allora nasce l’ISIS. Da dove viene?

L’ISIS nasce a Tikrit, la città di Saddam Hussein: la prima azione violenta è l’uccisione di migliaia di reclute irachene che si recavano a Tikrit per prendere servizio. Con l’inganno, vengono prima dimesse, poi trucidate sulla via del ritorno: erano tutte reclute sciite.
L’idea è quella di creare una contrapposizione allo strapotere sciita/curdo in Iraq, ritagliandosi un territorio a Nord (Ninive, ecc) con addentellati in Siria e nei territori curdi. Respinti dai curdi, si sono diretti verso la Siria: ecco perché la Russia si è mossa, poiché la Siria fa parte del “bastione Sud” della Russia, quello che protegge il Caucaso ed il mar Nero. Di più: c’è il porto di Tartus, unica base per la marina russa nel Mediterraneo.
Notate come la Russia non si muova per altre aree, ma diventi terrificante (come risposta militare) quando si tocca il fianco Sud: vedi Georgia e, oggi, Siria. La Cecenia, guarda a caso, è sulla stessa strada.
Che fare dunque?

La questione si chiuderà semplicemente lasciando lavorare i russi in pace: probabilmente, dopo Parigi, si muoveranno con più convinzione anche i francesi, se non altro per pressioni interne. In ogni modo, tre mesi di missione russa con 50 velivoli e l’ISIS scomparirà, non esisterà più come struttura militare. Un fallimento americano? Certo, ma gli USA – che continuano a credere alla dottrina Brezinskji – ne studieranno un’altra: sono degli sprovveduti della politica internazionale, capacissimi di vincere le guerre, ma totalmente inetti nel gestire la pace susseguente.
Il vero sconfitto sarà l’Arabia Saudita, che ha fatto il passo più lungo della gamba, ma questo era nelle previsioni: di soldi, i sauditi, ne buttano ogni giorno che passa. Li segneranno, come tanti altri, nel capitolo di bilancio “bizzarrie”.

Una vera soluzione, per il Medio Oriente, passa soltanto attraverso una revisione del passato: gli accordi di Sèvres non si possono oramai cambiare, ma quelli relativi ad Israele sono ancora validi e si potrebbero rivedere, mi riferisco alle risoluzioni ONU.
Altrimenti...andremo avanti così...morirà l’ISIS, si formerà al-qualcosa, poi al-qualunque...e così, via: senza la soluzione del problema palestinese, il mondo arabo non s’acquieterà mai.

07 novembre 2015

Il povero Tito, e poveri noi


Il povero presidente dell’INPS si è visto rigettare la sua ennesima richiesta (1): dare un reddito di 500 euro il mese ai disoccupati 55enni, prelevando il denaro necessario dalle pensioni d’oro di 230.000 persone e da 4.000 vitalizi di parlamentari oltre gli 80.000 euro. Si noti: tutte persone che percepiscono assegni oltre la quota dei versamenti effettuati, vale a dire senza effettiva copertura, un elenco lungo che va dai parlamentari agli amministratori locali fino ai sindacalisti. Insomma, il “cuore” del sistema mafioso di potere.

Qualcuno ha detto “non si può smettere di lavorare a 55 anni”, altri “non si mettono le mani sulle pensioni” ed altre facezie del genere.
Il piano di Boeri era ben congegnato, ed a noi interessa il titolo “Non per cassa, ma per equità”: Dio sa di quanta equità distributiva questo Paese abbia bisogno, visto che il 10% della popolazione possiede quasi il 50% della ricchezza. Ma, qual 10%, ha deciso di tenersela (fra di loro ci sono tutti i parlamentari).

Boeri stesso diede il buon esempio: il suo predecessore, Mastrapasqua – quello che aveva falsificato gli esami universitari, e quindi condannato, e dunque non si capisce come potesse occupare quel posto (oggi è stato rinviato a giudizio per altre malversazioni e truffe varie nella sanità) – percepiva, come presidente INPS, la “cifretta” di 1,2 milioni di euro l’anno. Boeri se l’è auto-ridotta a 120.000 euro, ossia un decimo. Non desidero tessere il panegirico di Tito Boeri, però i fatti sono fatti.

Due aspetti della vicenda mi sembrano interessanti.
Il primo è che, contrariamente alla normalità, è stato il ministro del lavoro Poletti ad “andarci giù pesante” con la proposta Boeri: stranamente, né Renzi si è pronunciato (oltre le consuete frasi di circostanza ed i soliti slanci d’ottimismo sul futuro) ma, soprattutto, totale silenzio dal suo High Controller, quel bel elemento del ministro dell’Economia Padoan, uno che – se lo fissi per più di 3 secondi – ti fa venire una fitta allo stomaco.
A mio parere, è poco credibile che Renzi ed il suo Controller non si siano sentiti: probabilmente, non desideravano uno scontro con Boeri, poiché trovarne un altro non è facile. Oddio sì: le mezze calzette abbondano, sono i veri economisti a scarseggiare. Tutto sommato, meglio tenerselo buono, avranno pensato.

La seconda vicenda riguarda più espressamente la politica economica di questo disgraziato Paese: è lapalissiano che, stornare le cifre eccedenti a quegli altissimi emolumenti per dirottarle su un assegno di disoccupazione (com’è in tutta Europa, salvo Italia e Grecia) avrebbe significato un “travaso” da Wall Street a Main Street, come in gergo sono chiamate la finanza bancaria/industriale/amministrativa (ecc) e l’economia reale.
E’ chiaro a tutti che i 500 euro dati ad un disoccupato sarebbero stati “scialacquati” in spaghetti, biscotti, qualche vestito, scarpe...ossia tutti beni che sostengono l’economia reale (ossia la direttrice vendite-lavoro-posti di lavoro, ecc), mentre nelle mani di chi attualmente li detiene significano grandi investimenti esteri in fondi (azionari, sovrani, ecc), ossia soldi che – al comune italiano – non portano nessun beneficio.

La risposta è allora chiara, soprattutto per un uomo intelligente come Boeri: questo Paese non deve “decollare” bensì sarà gradualmente “decollato”, poiché quei poteri non arretrano di un centimetro.
Vorrei far notare che questa è tutta una questione italiana, ossia interna al bilancio italiano: difatti, Boeri ha precisato le coperture. Qui non c’entra nessun potentato straniero: una partita di giro interna.

Allora, caro Tito: cosa vogliamo fare? Ommini, mezzi ommini, omminicchi, pigliainculo e quaqquaraquà: cosa scegli? Una lettera di dimissioni sarebbe un bel gesto: per te e per l’Italia.

(1) http://ilmanifesto.info/il-governo-silura-la-riforma-delle-pensioni-di-boeri-inps/

24 ottobre 2015

Alea iacta fuit


Se vogliamo trovare un punto d’inizio della nostra disgrazia è impossibile, si dovrebbe tornare a Cavour ed al Risorgimento...ma il 2011 è un anno importante, credetemi, almeno nella nostra Storia recentissima. E’ rilevante perché la rovinafamiglie Fornero decise – lavorando in conto terzi, ovvio, ossia per Monti e per l’UE – di distruggere non solo l’equilibrio previdenziale italiano, bensì la socialità interna alle famiglie, le loro (modeste) certezze, qualche sogno, le sicurezze alle quali tutti abbiamo diritto dopo una vita di lavoro. Con i danni economici conseguenti nell’economia reale: da quel momento, molto è cambiato.
“Rovinafamiglie” è un sostantivo composito, mutuato dai dialetti italiani, il quale identifica una donna – anzi, una donnaccia – la quale irretisce il capofamiglia ai danni della moglie naturale e, dunque, mette a rischio gli equilibri (a questo punto, soprattutto economici) della famiglia. Comunque la pensiate...morale, etica, ecc...questo è il significato comune.

Lungi da noi accusare Elsa Fornero sul fronte della sua moralità femminile ma, agli effetti pratici, il suo agire è stato ben peggiore di quello della più sciantosa fra le sciantose, peggio di una ballerina d’avanspettacolo che si concede nel retro di un teatro, ancor più di una “biondona” dalla pelle già un poco avvizzita che cerca compagnia seduta al banco di un bar. Perché?
Poiché quelle – per quanto si diano da fare – riescono soltanto a rovinare qualche famiglia, al più qualche decina di famiglie: lei ne ha rovinate milioni! E, sottolineiamo, senza nemmeno il corrispettivo godereccio per il capofamiglia!
Oggi, dopo 4 anni di disperazioni varie, conta degli anni, somma di mesi, settimane e limatura di giorni, il disastro è compiuto: s’aggiunga che, dal 2004, l’aspettativa di vita sana è in netto calo e la frittata è fatta.
Questo ultimo dato è agghiacciante: significa una caduta di felicità verticale, di sorrisi, di voglia di vivere. La malattia diventa un rifugio inconsapevole, come la follia lo è per chi non riesce più a destreggiarsi nella propria realtà. Riflettiamo sul gioco d’azzardo, sulle tabaccherie sempre piene. (1)

Basti pensare ai macchinisti delle Ferrovie, che oggi vanno in pensione a 67 anni: hanno un’aspettativa di vita di 64 anni! Colpa dei campi magnetici dei locomotori? Non si sa: Tullio Regge assicurò che i campi magnetici non causano danni all’organismo – come lo sostenne, visto quel complesso elettro-chimico che è il corpo umano, non lo immaginiamo – ma ciò bastò all’establishment per stabilire che il Vaticano aveva ragione e gli abitanti di Ponte Galeria torto. Misteri italiani.
Da quel giorno in poi, i giovani hanno smesso di credere che ci sarebbero stati, in futuro, giorni sereni anche per loro (come poterono constatare per i loro genitori) e chi fu toccato all’improvviso da quelle norme...beh, capì che era stato derubato della vita, della vita vivibile perché, contemporaneamente, abbassarono tutti i parametri (Sanità, servizi, ecc) che coadiuvavano a godere una vita “sana”. Questo argomento è importante, lo vedremo in seguito quando analizzeremo i comportamenti dei vari governi e degli uomini politici.

Oggi, mentre Elsa Fornero si gode la meritata pensione interamente calcolata col sistema retributivo – ci mancherebbe! – i suoi epigoni hanno iniziato il gran gioco dell’Oca Pensionata: come sempre, per andare il pensione bisogna giungere a 90. Tira i dadi, dai.
I giocatori sono il presidente dell’INPS – quel bel faccione di Tito Boeri, che abbiamo visto tante volte ospite gradito ai talk show di Rai3 – quindi il ministro del Lavoro Poletti, viso meno rassicurante, barba rasata corta, aria serissima e, talvolta, un po’ sofferente, come il miglior identikit del massone moderno (nei manuali aggiornati).
I due s’affratellano e si discostano, ma di poco: entrambi sostengono che la situazione è insostenibile – grazie, ce ne siamo accorti tutti nell’osservare un ultrasessantenne che guida un TIR – ma poi si discostano quando Poletti pensa alla promessa di Madama la Fornarina: 80 miliardi di “risparmi”! Da oggi (?) al 2021 (?)...miliardi che fanno sognare il ceto politico...altro che le misere promesse di Renzi...quelli sono reali, conti alla mano, parola di Fornarina la Saggia Piangente.

In ogni modo, se si “sfora” il fatidico “90” – al posto dell’Oca –  s’incontra subito il faccione un poco asfittico e ulceroso (o fegatoso? Mah...) di Padoan...replicante dei tanti Padoa Schioppa (che, bontà sua, l’è sciopà) o di Mario Monti in persona (non si fida nemmeno della governante, dicono le malelingue, e controlla ogni volta che non manchi un calzino)...il replicante scuote il capo con una mossa più che conosciuta...”No, no, no...manca la copertura...” (2)
Così, la coppia Boeri/Poletti torna da capo e ne pensa un’altra (più o meno, sempre la solita), poi getta i dadi sul tavolo (camp’é i dadi però, in piemontese, ha un altro significato) (3) e s’affratella nuovamente nella nuova/solita pensata. Che ne faremo di questa gente che a 63 anni non ce la fa più? E passeggiano: l’uno si pizzica la barba, l’altro gesticola nella nebbia...e noi li lasciamo così, a correre per l’ennesima volta verso il “90”, al loro destino di un Sisifo defatigante...dove troveranno il Replicante...ad libitum.
Perché c’è una cosa che vogliamo raccontarvi.

In questa nebulosa di lanci di dadi, avanzate, ritirate, ripartenze...nessuno ha mai osato andare ad informarsi sulle norme previdenziali dei meno, giacché quelle dei più già le sappiamo.
I meno, per definizione, sono pochi: più si è meno, e minore è il numero. Al vertice della piramide, c’è il Capo dei Capi della Repubblica: il Presidente. Come va in pensione un Presidente?
Beh...sono così vecchi che quando ci vanno...poco importa...
Già.

Ciò che non tutti sapranno, invece, è che – oltre alla moglie, ovvio – alla dipartita del Presidente “emerito” il primogenito/a eredita i “benefit” del padre: il primogenito?!? Ma che razza di regola è? Sono tutti Principi di Piemonte?!?
Una simile regola (non osiamo parlare di “norma”) può derivare solo dalla genesi della Costituzione Repubblicana, la quale nacque sì per scrittura ex novo, ma dando un’occhiata ai due impianti costituzionali precedenti, ossia quello della Repubblica di Salò e lo Statuto Albertino.
La Costituzione di Salò era, per molti versi, un complesso di norme molto avveniristiche e moderne (soprattutto nella parte riguardante il lavoro e l’impresa) e poté essere emanata soltanto per un misero, insignificante particolare: comandavano i tedeschi, e fu soltanto un lavoro “di scuola” da parte della commissione costituzionale di Carlo Alberto Biggini (praticamente, il solo estensore di quella Costituzione). Il quale, difatti, prima rifiutò il compito e poi l’accettò, convinto com’era della sua inutilità pratica: dubitiamo che, in quelle norme, vi sia un qualsiasi richiamo a casa Savoia ed ai suoi eredi al trono.
Lo Statuto Albertino, invece – in vigore fino all’entrata in scena della nuova Costituzione (pur essendo prevista la sua decadenza fin dal 1944) – conteneva precisi richiami alla successione del Re ed alla legge salica.
Viene da qui la regola d’assegnare i benefit del padre Presidente al figlio/a? Gli stessi che l’erede al trono – il Principe di Piemonte – poteva vantare?

Se non fosse vera non potrebbe essere seria – viene da dire parafrasando Flaiano – e la realtà è che i signori/e (primogeniti, sia chiaro) Napolitano, Ciampi, Scalfaro, Cossiga, (Pertini non ebbe figli), Leone, Saragat, Segni, Gronchi…si godono (senza capire il perché) guardie del corpo, autisti, maggiordomi, vari benefit telefonici e telematici…la lista è in nota (ancorché parziale). (4)
Insomma, è una faccenda che merita il segreto di Stato sui suoi costi reali: altrimenti, cos’avrebbe detto madama la Fornarina? Non lo sapeva, ovvio.
Difficile fare un calcolo preciso, ma se per ogni addetto calcoliamo (con gli stipendi dei lavoratori del Parlamento e delle alte cariche) un centinaio di migliaia di euro…si fa presto a raggiungere e superare il milione. Per quanti anni? Per sempre. Una dozzina di milioni di euro l’anno non poteva trovare miglior collocazione?

E, qui, scusate ma si è tirata in ballo sua maestà la Costituzione: quanti gridano “al lupo” per i tentativi d’azzannarla a morte? La rappresentazione – l’ultimo atto del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli – è andata in scena ultimamente al Senato, condita con insulti da trivio ed eloquenti gesti di fellatio.
Alcuni si sono distinti nella strenua difesa della Costituzione – e, per carità, per come vogliono violentarla ulteriormente siamo d’accordo con loro – ma un dilemma ci tormenta: una Costituzione la quale consente al sindaco di Firenze (unica carica elettiva alla quale aveva diritto) di governare l’Italia…è una buona Costituzione? Oppure, la stessa legge costituzionale che permise ad un tal Napolitano, eletto da un Parlamento fasullo (per incostituzionalità della legge elettorale), di nominare Mario Monti a capo (fasullo) del Governo…è una buona Costituzione? Una Costituzione che concede anche i fasulli è una Costituzione fasulla. Punto.

Sarà un buon studio “di scuola” – come quello di Biggini – ma non è una Costituzione: e adesso, dateci giù pesante…che tanto controlla tutto la Massoneria, il Bildenberg, la Trilaterale…pardon…qualcuno può indicare qualche mezzo per intaccare quei poteri? Poteri che nacquero prima del secondo conflitto mondiale, con la partecipazione unitaria proprio dei Paesi che si confrontavano militarmente? Parliamo di Prescott Bush e di Thyssen? Dell’Argentina del primo dopoguerra e del Bildenberg?
Inutile perder tempo con queste faccende: l’eurodeputato Borghezio provò a penetrare, in Svizzera, ad una riunione del Bildenberg e fu buttato fuori dalle guardie interne senza tanti complimenti, lussandosi anche un braccio.
Corse dalla polizia a dire che era un eurodeputato, che gli avevano fatto...lo osservarono distratti, poi gli chiesero se dovessero accompagnarlo da qualche parte. Non al Bildenberg, ovvio: vai dove vuoi, ma quelli non si può, nisba. Hai capito? E tornò sui treni a prendersela con gli immigrati.

Se la Costituzione repubblicana è bacata come una mela marcia, e dunque le leggi che ne discendono nascono tutte dal baco, i casi sono due: o si toglie il baco o si butta nel cesso la mela.
Volete un altro esempio?

E’ perfettamente normale che il Presidente della Provincia di Firenze (sempre Renzi) spenda (5), nel solo 2007, cifre intorno al milione di euro (c’è chi dice 1,7 milioni, ma qui i numeri sono tutti da verificare, come gli “stipendi” dei figli dei Presidenti)? Certo, perché una legge (coerente con la Costituzione) glielo ha permesso.
Volete sapere a quanto corrisponde – nella nostra realtà, di poveracci – questa cifra?
Quando scrivevo per il gruppo di “Quota 96” degli insegnanti, ci fu risposto dal replicante di turno che per mandarci in pensione non c’era copertura: per mandare in pensione (circa) 3.500 persone ci volevano grosso modo 350 milioni di euro. Un milione = 10 persone. Renzi s’è sbafato al ristorante – in un solo anno! – la vita di 10 persone, capito?!?
Capite perché non toccano la legge Fornero? Renzi e tutti gli altri parlamentari, Presidenti di Provincia, di Regione, Consiglieri, Assessori, Sindaci...e tutto il resto, quanto ci costano? Provate a fare un conto, anche solo a spanne: cifre da paura. Io ci provai a quantificare la cifra, forse ci andai vicino, come una boccia al pallino: se volete, l’indirizzo è in nota. (6)

Contrariamente a ciò che si pensa – nonostante il saccheggio europeo dell’Italia continui, ieri l’industria automobilistica, l’altro ieri quella aeronautica, domani quella dei cantieri navali (vicenda Fincantieri, dove si parla di crisi con un portafoglio ordini mai stato così alto!) – l’Italia è un Paese ricco perché siamo fantasiosi, sappiamo creare occasioni di ricchezza, lavoriamo come bestie e, purtroppo, sappiamo solo affogare le urla di disgusto per questi traditori in un piatto di spaghetti allo scoglio.
Non abbiamo nel nostro DNA la parola “Rivoluzione” come ce l’hanno solo i francesi, al massimo un perdente Masaniello: dobbiamo imparare in fretta, pena la fine della nostra decente sopravvivenza. E veniamo alle nostre speranze, al M5S.

Non so se il M5S potrà ancora fare qualcosa, poiché ha commesso troppi errori nel suo recente passato: contraddicendo se stesso e tutte le promesse per il “dopo” è rimasto uno strumento docile, nelle mani di Grillo e Casaleggio, che tutto sono meno che dei politici. Poco importa se Di Battista o Di Maio sanno cavarsela con il lessico e con qualche ragionamento: rischiano di diventare dei fenomeni mediatici, inutili a loro stessi ed agli altri. Fra i “cacciati” non c’erano solo “traditori”, c’erano anche gente che chiedeva un dibattito interno più democratico. E Grillo s’atteggiava, nei suoi ridicoli messaggi, da Stalin.

Il M5S aveva, nella Primavera del 2013 – poco meno di tre anni fa – il 25% dei consensi fra i votanti ed una forza parlamentare pari, pressappoco, a quella del PD. Ovvio che il PD – l’espressione di UE, Banche, ecc – aveva più mezzi per contrastarli: bisognava esserne consapevoli.
Ci sono due eventi stocastici nella vicenda del M5S, all’indomani delle elezioni e nel suo passato politico.

Il primo, molto netto, fu la chiamata di Beppe Grillo da parte dell’ambasciatore americano in Italia, Ronald Spogli: Grillo (che si recò in via Veneto già nell’Aprile 2008), se veramente “uno conta uno”, aveva il dovere di riferire e d’informare. Tutti, non solo la cerchia più ristretta. Non parliamo poi delle confabulazioni con l’ambasciatore inglese, Enrico Letta & Co. Dalle ricostruzioni storiche, per date ed eventi, esce una figura un po’ diversa rispetto al “amicone” zazzeruto della porta accanto.

Il secondo fu una stupidaggine, un’ingenuità da dilettanti della politica, quali erano i neo-parlamentari grillini che andavano ad un incontro con due vecchie volpi come Bersani ed Enrico Letta. Vollero la ripresa in streaming, ricordate?
Diedero ai due PD una bella strigliata mediatica, che fece venire un orgasmo ai tanti grillini, grilline, galletti e gallinelle dell’aia pentastellata...peccato che, a Bersani e Letta, non fregò una mazza e li ascoltarono annoiati, come si osservano due ebeti. Mentre uscivano, Letta chiese a Bersani, “Acc...ce l’ho sull’altro telefono...hai tu il numero di Silvio?”

Le cose sarebbero andate diversamente – invece di vivere come un sogno (qualcuno per i soldi, altri per la grande sfida che s’apprestavano ad iniziare) la nomina a parlamentari – se si fossero riuniti con calma ed avessero ragionato un pochino, ma solo un pochino, ino, ino, ino...altre soluzioni c’erano per inguaiare il PD e salvare la faccia con gli italiani.

Perché non dire ai due capoccioni PD: “Volete fare un governo con noi? Volete i nostri voti? Dite che i programmi, per molti punti, sono simili? Ok, accettiamo. In cambio, su 12 ministeri, chiediamo tre ministri e 12 sottosegretari.”
Qui, Pierluigi ed Enrico sarebbero sobbalzati sulla sedia: ma non doveva essere diverso il copione? Non ci hanno avvertito...(continua)
“Vogliamo tre ministeri: Interni, Giustizia ed Economia, più un sottosegretario in ogni altro ministero. Ci pare una richiesta onesta: 3 su 12...abbiamo pressappoco la stessa forza parlamentare...”

Ovvio che la richiesta sarebbe stata rifiutata, altrimenti sarebbero scesi i Lanzichenecchi a Roma dalla Germania, più la 82° e la 101° paracadutisti direttamente dagli USA...però, il M5S avrebbe conseguito un punto importante: avrebbe mostrato agli italiani d’avere una strategia per giungere al potere (all’epoca perdente, vero) ed avrebbe scompaginato non poco le schiere avversarie.
Per prima cosa, sarebbe venuto un coccolone a Napolitano e ce lo saremmo tolto dai piedi anzitempo: dubito che in questa situazione avrebbe accettato il reincarico. Il mantenimento dello “status quo” era la condizione per rimanere, ma uno status quo ben definito e senza sorprese.

Inoltre, la palla sarebbe passata nel campo del PD, con lunghi ed estenuanti mal di pancia fra la fazione maggioritaria (quella che sostiene la reintroduzione del servaggio della gleba) e quella che ritiene i lavoratori ancora meritevoli di qualche diritto. Se non altro quello di votarli, ogni tanto, senza fretta.
Un terzo aspetto sarebbe stato una continua fibrillazione parlamentare fra le forze minori del governo, con lo spauracchio di un governo “vero” dietro l’angolo: tutti sappiamo che gli attuali parlamentari amano molto i simulacri e le ciofeche rampanti.

Un quarto aspetto sarebbe stato un maggior legame, una speranza più concreta per gli italiani: alle successive elezioni europee, non avrebbero pensato “tanto quelli litigano e non sanno fare niente”, e magari Grillo non sarebbe stato costretto alla dolorosa aggiunta ai grandi cartelli con scritto “Venceremos”. Deve essere costato parecchio aggiungere gli striscioni “Prossimamente su questo schermo”.

La situazione internazionale...e tutto il resto?
Ma l’Italia non è la Grecia ed un accordo si deve per forza trovare, anche un accordo molto costoso per Francoforte, poiché la Grecia può essere tranquillamente esportata nella penisola indocinese come terra da pipe, mentre se esce l’Italia dall’UE, semplicemente, cade l’Europa Unita.
Non ci credete? Provate ad immaginare il blocco autostradale – con il trasbordo su treni (italiani!) a Ventimiglia – di tutto il traffico merci da/per la penisola iberica e l’Europa orientale (non diretto in Italia), che oggi passa tutto qui, sotto il mio naso e, prima di Genova, si divide fra chi prosegue per l’Italia e poi, magari, imbarca il camion a Brindisi e chi, a Voltri, sale verso Milano, Tarvisio, Brennero, Gottardo. Fate due calcoli: una débacle per i trasporti europei.

Insomma, gli scenari non erano fantapolitica – anzi, più realismo del re, verrebbe da dire – e una classe politica italiana NON DI VENDUTI sottolineo NON DI VENDUTI, avrebbe avuto il plauso ed i voti per entrare a Strasburgo con il tappeto rosso.
Con questo non voglio assolutamente gettare m... addosso ai sostenitori del M5S: so che, per il 99% sono persone oneste, amanti del proprio Paese ed ai quali sanguina il cuore nel vederlo ridotto com’è oggi e come, purtroppo, sarà domani.

Fa riflettere il sondaggio sul futuro sindaco di Roma: Giorgia Meloni sindaco e la maggioranza del Consiglio al M5S. Ah, ma allora gli italiani non sono così stupidi...una persona onesta come sindaco e dei consiglieri onesti...la prima sottratta a qualche furbacchione del suo partito, i secondi “sfilati” al capataz Grillo. Hai visto te che gli italiani sanno scegliere? Se potessero...
Sulla Meloni ho fatto la mia, personale ricerca: ho buttato su Google “Giorgia Meloni Hot” ed è comparso uno scenario di vita da spiaggia, dove qualche paparazzo accaldato e pignolo è riuscito a rubacchiare mezza tetta mentre si cambia il costume. No, la Meloni non è la solita squinzia politica da tette e culi al vento su uno yacht, tanto per sperare – se va male – d’essere chiamata all’Isola di Qualcosa. E’ una persona seria.

Non si può, però, imbastire una dietrologia complottista nei confronti del M5S: mancano le prove, anche se ci sono quegli strani incontri di Grillo nelle ambasciate straniere i quali, ripeto, dovrebbero essere spiegati politicamente (non detti e basta) ai suoi sostenitori.
Si può – anzi, di deve – rimarcare quali sono stati i marchiani errori politici commessi. Cosa assai grave, praticati senza ascoltare nessuno, con una prosopopea sgradevole, con messaggi video che parevano rivolti “ai cretini”, ossia noi italiani. Mentre, quelli che capivano tutto di politica, erano il santo protettore dei saltimbanchi unito a quello dei parrucchieri. Sic transit gloria mundi. Oppure...Revolution! Quale scelta?

Forse, partire dalla richiesta di una nuova Costituzione è più alla nostra portata di una riforma del Bildenberg (!), ma bisognerebbe scendere in piazza, botte e lacrimogeni, non botte sulla tastiera e lacrime per le risa sull’ultima battuta di Crozza.
Io ho quasi 65 anni, sono esentato ma – credetemi – che la mia parte l’ho fatta quando avevo la schiena a posto, e come l’ho fatta! Oggi tocca ai giovani, se vogliono ereditare qualcosa che non sia una landa desolata dove, se chiederete qualcosa, vi risponderanno “Bitte?” o “Sorry?” Organizzatevi: col solo Web (utilissimo) non si va da nessuna parte.

Nel 1948, Indro Montanelli salì al Quirinale per intervistare il Presidente Einaudi e si fermò a pranzo. Un pranzo normalissimo, prosciutto e melone, un pesce e correre. Quando giunsero alla frutta, il cameriere portò una sola mela. Einaudi si voltò verso Montanelli e chiese: “Facciamo metà ciascuno?”

Dobbiamo tornare a quella sobrietà, altrimenti non basteranno 100 riforme del lavoro (la schiavitù per norma, tanto per dirne una) o della Previdenza (60 anni di lavoro e 3 di pensione) o, ancora, della Sanità (una visita gratis in Ospedale, poi 100 euro il giorno, altrimenti va a crepare fuori da qui)...non basteranno mai per placare gli istinti famelici di queste orde che osano farsi chiamare “eletti”.
Poiché hanno valicato ogni remora, ogni costume, ogni etica e moralità: si vive alla grande, perché “semo de noantri”. Ci sarebbero centinaia d’esempi, ma il lettore li conosce benissimo.
Basta blaterare con i complottismi vari: non vi rendete conto che sono loro stessi ad auto-alimentarli come viatico per una loro assoluzione? I poteri forti ci sono anche nel resto d’Europa, ma solo da noi si giunge a questo parossismo di giustificare tutto con i grandi potentati!

Da almeno 30 anni mangiano a quattro palmenti 1000 parlamentari, 20 Regioni, 100 Province e quasi 10.000 Comuni: quale nazione può reggere?
Chiedere una nuova Costituzione, denunciare il debito pubblico come inesigibile, varare un Reddito di Cittadinanza basato su minuscoli prelievi sulle transazioni finanziarie (come afferma, inascoltato, da anni il prof. Fumagalli), cancellare le migliaia di pastoie che soffocano il lavoro e l’imprenditorialità italiana, varare la “Scuola dei Bravi” al posto della fasulla “Buona Scuola”: se studi vai avanti, se non studi, corso di formazione professionale e al lavoro, via la prescrizione dai codici: chi sbaglia paga, anche dopo 30 anni.

Proviamo a focalizzare la nostra attenzione su questi obiettivi, e smettiamola di dare la colpa a Soros od a qualche marpione del suo calibro...ah, dimenticavo...mentre scrivevo queste righe si sono mangiati le Poste...smarcane un altro...auguro un buon posto a tutti, per sopravvivere.



(3) Dare i numeri, dar di matto



13 ottobre 2015

Cari amici di casa Pound



Sono una persona che, un tempo, si definiva “di sinistra”: oggi, quella che viene definita “sinistra” è in gran parte un’accozzaglia di ladri impuniti, che spesso s’accompagnano in quegli ignobili rastrellamenti di denari pubblici con persone di destra.
Qualcuno fa ancora riferimento ai valori tradizionali della sinistra e della destra, e per questo vale la pena parlare: altrimenti, com’era un tempo, si tornerebbe a cazzotti e pallottole. Un capitolo, spero, chiuso perché mentre noi ci scazzottavamo sulle piazze, i “democratici” si sono mangiati lo Stato come primo, la Patria come secondo e la Nazione come contorno.
Non sono d’accordo sulla vostra posizione nei confronti dei due marò – Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – non perché sono di sinistra (o non di destra), ma perché m’intendo un poco di storie di mare e, credetemi, questa è solo una triste storia, la vicenda di uno sbaglio (o di troppo nervosismo, “grilletto facile”) che è costata la vita a due pescatori indiani.

Per prima cosa osservate bene l’immagine (una delle tante, di repertorio) del battello da pesca coinvolto nella vicenda, il Saint Antomy. Verrebbe da dire: comprereste una barca usata dal comandante di questa unità? Oppure, accettereste un passaggio – anche gratis! – su una simile bagnarola?
Nei luoghi “classici” della pirateria – la Malacca, ad esempio – le imbarcazioni usate dai pirati sono i pronipoti dei “praho” di salgariana memoria: spinti da grossi motori da camion (che esprimono 400 Cv ed oltre) si posizionano a prua della possibile preda, tendendo una cima fra due imbarcazioni pirata. E’ la prua stessa della vittima – incocciando nella cima – a tirarsele sottobordo.

Il Saint Antony poteva (oggi è affondato, non c’è da meravigliarsi!) esprimere una velocità massima di 8-9 nodi (1). La Enrica Lexie senza dubbio di più: la velocità commerciale media è di circa 8 nodi, ma la macchina può senz’altro portarla fino a 12 nodi, questa è la velocità di una media petroliera/portacontainer di quella stazza.
Le due imbarcazioni procedevano quasi su rotta di collisione per 180° circa l’una nei confronti dell’altra, in pratica prua contro prua, al punto che – quando vi furono gli spari –  il Saint Antony sfilava di controbordo a circa 100 metri dalla Enrica Lexie. Una delle vittime – il timoniere – fu trovato morto “appeso” al timone: s’ipotizzò addirittura che dormisse all’atto dei luttuosi eventi.

Domanda: perché il comandante mercantile – Vitelli – se era in dubbio riguardo alle intenzioni del peschereccio, non ha fatto bloccare il timone ed aumentare la velocità, richiamando il personale dalla plancia (è tutta a vetri, e se si spara possono essere colpiti), per metterlo al riparo da ogni rischio? Se il peschereccio fosse stato una nave “pirata”, avrebbe dovuto necessariamente lasciare sfilare la nave, poi invertire la rotta di 180° ed inseguire la Enrica Lexie (senza nessuna speranza di raggiungerla).
Dopo pochi attimi, si sarebbe tornati in plancia e la navigazione sarebbe proseguita come di consueto: non v’erano altri bersagli sul radar, almeno a breve termine (1). Qualora il peschereccio avesse messo il “turbo” (cosa risultata a posteriori impossibile, perché era solo una vecchia carretta da pesca), a quel punto si poteva prendere in esame la risposta armata. Quando ho parlato di “grilletto facile” non ho blaterato a vanvera.

Non addentriamoci sull’analisi delle differenti versioni, perché la fantasia è sempre tanta, ma limitiamoci ad asserire, confermato da prove, che i due morti sul Saint Antony furono colpiti da munizionamento NATO (presenti i Carabinieri italiani all’autopsia), che la barca era ridotta ad un colabrodo mentre nessun colpo aveva raggiunto la Enrica Lexie. Anche perché gli indiani erano disarmati. Dove avvenne lo scontro?

Secondo la perizia del Collegio Capitani (in nota) a circa 20,5 miglia nautiche dalla costa, all’esterno delle acque territoriali, ma all’interno della Zona Contigua, che l’India ha ratificato con la convenzione di Montago Bay:

La zona contigua si estende dal mare territoriale non oltre le 24 miglia nautiche dalla linea di base. In quest'area lo Stato costiero può sia punire le violazioni commesse all'interno del proprio territorio o mare territoriale sia prevenire le violazioni alle proprie leggi o regolamenti in materia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione. Ciò rende la zona contigua una hot pursuit area.” (2)

L’India aveva dunque pieno diritto ad effettuare l’arresto: si è fatto molto chiasso su questa vicenda, cercando d’aggrovigliare le miglia marine come fossero capelli, ma ci si dimentica che gli israeliani assalirono la Mavi Marmara (mercantile della Freedom Flotilla) a 40 miglia dalle loro coste, in piene acque internazionali, e nessuno mosse un baffo. Quello fu, a tutti gli effetti, un vero atto di pirateria.

La vicenda è intricatissima, perché in India vige la pena di morte: più volte, però, magistrati e politici indiani hanno precisato che “per quel tipo di reato non è prevista la pena di morte”.

25 marzo 2013 - Viene costituita a Nuova Delhi la Corte Speciale che dovrà giudicare i due marò e che sarà presieduta da un "magistrato capo metropolitano" il quale, in base ai commi 1 e 4 dell'articolo 29 del Codice di procedura penale indiano, può infliggere "ogni sentenza consentita dalla legge eccetto la pena di morte, l'ergastolo e l'imprigionamento per un periodo eccedente sette anni".

Più chiaro di così...insomma, il massimo (per due omicidi, secondo gli indiani) sono 7 anni di reclusione. Quasi come in Italia.

C’è da dire che la pazienza indiana è stata più volte messa a dura prova, dalle intemperanze dell’allora Presidente Napolitano – che ricevette i due marines come se fossero stati due eroi – e dalle “scommesse” dell’allora Ministro degli Esteri Terzi, il quale dichiarò che i due militari non sarebbero più tornati in India, dopo uno dei molti “permessi” che l’India concesse (senza esser tenuta a farlo). Obbligando gli indiani a limitare la libertà del nostro ambasciatore, e facendo fare agli italiani la figura degli scugnizzi che se la fanno sotto.

Poi, sulle Tv indiane passarono le immagini delle manifestazioni a favore dei due militari, una delle quali con un colossale striscione che rappresentava la portaerei Conte di Cavour. Signori, spero che qualcuno abbia voluto scherzare: inviare la nave – non si sa bene perché – con i suoi 12 Sea Harrier contro i Mig-29 ed i Sukhoi-30 indiani? Contro le loro portaerei? Sì, scherzavano: l’India, oltre ad essere la più grande democrazia del pianeta, ricordiamo che ha l’atomica.

Tutta la vicenda, ricorda un poco una canzonetta “Tu vo’ fa l’ammericano, ‘mmericano, ‘mmericano...me sei nato in Italy...” e la cosa stupefacente è che l’Italia ha voluto giocare il ruolo imperiale degli USA, uscendone con le ossa rotte. Un proverbio tibetano recita “La volpe che vuole imitare la tigre, finisce per spezzarsi la schiena”.

Eppure tutti abbiamo sofferto e mugugnato parecchio per la vicenda del Cermis (4): una scommessa, la scommessa di passare sotto i cavi di una funivia costata la vita a 20 persone. La commissione d’inchiesta si stupì parecchio per i pochissimi danni subiti dall’impennaggio verticale dell’A-6 Intruder: praticamente, solo una modesta “intaccatura” del piano verticale. La faccenda fu spiegata con le confessioni dell’equipaggio e di altri membri dello staff americano ed italiano: era stata una scommessa. Per questa ragione l’impennaggio soffrì così lievi danni: essendo l’aereo già in fase di cabrata, “tagliò” la cima d’acciaio della funivia come la lama di un coltello.
Eppure, in quella vicenda, non ci fu un solo giorno di prigione per i militari americani, che si appellarono alla famosa convenzione che regola le missioni USA all’estero: giudicati in patria, dove diedero loro un buffetto. Tutto il personale dell’A-6 tornò a volare in breve tempo, appena le acque si furono chetate; chi chiede il giudizio in Italia per i due marò, dimentica un piccolo particolare: l’India non è un Paese NATO!

Quella sentenza, quel modo di trattare degli statunitensi, ci sta bene? Ne siamo soddisfatti?

A ben vedere, l’India non ha fatto altro che chiedere un’equanimità di giudizio (pur in presenza di sistemi giuridici diversi), comprendendo che fu un tragico incidente dovuto alla paura ed alla carenza di comando e controllo del personale militare imbarcato: l’ufficiale più vicino alla Enrica Lexie era a Gibuti!
Altrimenti, cosa vi sembra una richiesta di 7 anni di reclusione, peraltro da scontare in ambasciata?!?

Piuttosto, gli italiani dovrebbero indagare e punire chi lasciò soli nelle loro mortale decisione i due fucilieri: il sergente che comandava la squadra? Il comandante Vitelli? Un ufficiale distante tremila miglia marine? Siamo dei veri specialisti nel creare procedure fumose, le quali finiscono per lasciare il cerino in mano all’ultima ruota del carro.
Quello può anche essere compreso in Italia (oramai, in termini di diritto, siamo dei veri pervertiti, al punto che siamo governati da anni da una classe dirigente dichiarata fasulla dalle corti Costituzionale e di Cassazione!) ma non si può chiedere che sia capito in India, Paese dal solido impianto giuridico, mutuato dal sistema britannico.

In fondo, cos’ha fatto l’India? Ha chiesto quello che dovevamo chiedere, noi italiani, all’indomani della tragedia del Cermis: si è comportata da Paese sovrano.
Siamo noi che ci comportiamo da Paese subalterno agli USA: e desideriamo che le nostre scelte (opinabili) valgano erga omnes?

Un altro capitolo è, invece, la questione generale della pirateria in mare, tornata a farsi sentire nel recente ventennio: prede “succose” e disarmate, una povertà apocalittica, e la facile disponibilità d’armi portatili sono il mix che ha generato questa situazione.
Dimentichiamo che, fino a metà Ottocento (praticamente, nel periodo d’affermazione degli Stati nazionali) non c’era distinzione fra marina militare e mercantile: gli ultimi a “disarmare” sono stati i russi, con la fine dell’URSS. Mentre un tempo, su qualsiasi nave, il comandante aveva in tasca le chiavi dell’armadietto delle armi – solo pistole, i sovietici avevano i Kalashnikov – oggi le navi sono completamente disarmate, gli ufficiali mercantili non vogliono saperne.
Può darsi che qualche marineria sia ancora armata, soprattutto ai confini del mondo, ma in Europa no, non se ne fa nulla, perché gli equipaggi affermano che sono pagati per portare le navi, per difenderle nei fortunali, non per fare la guerra all’Olonese.

Per eliminare totalmente la pirateria basterebbe installare un cannoncino a tiro rapido (30 mm, ad es.) automatico, che consentirebbe di avvertire il bersaglio con una raffica davanti alla prua. Come si faceva un tempo. Poiché dei pirati armati con fucili mitragliatori o, al più, lanciarazzi nulla potrebbero contro un’arma del genere. E, si noti, tali armi potrebbero anche essere manovrate dal personale mercantile, senza costi ulteriori per gli armatori, giacché sono completamente automatizzate per la condotta del tiro: della serie, punto a 200 metri dalla prora e l’arma non sgarra di un solo metro.

Ma, qui, ci si scontra con notevoli questioni giuridiche: possesso d’armi nei porti, codifica della nave (mercantile o militare?), riluttanza del personale mercantile...se volete (5), c’è in nota una buona disanima sull’argomento.
L’unica cosa da non fare è trasformare un evento luttuoso, uno sbaglio in una questione internazionale d’orgoglio patriottico, peraltro incomprensibile in simili frangenti: lasciamo che i due marò trascorrano la loro pena in ambasciata, in India (ciò che resterà da scontare dei 7 anni), e faremo una figura onorevole. Siamo ancora in tempo per rimediare, ricordando che l’India poteva comportarsi in ben altra maniera: altro che 7 anni!





05 settembre 2015

Storie di balene, e di sciocchini


Finalmente sarà abolita l’IMU…oh, per Dio, era ora! Addirittura sarà celebrato il “funerale” dell’IMU e delle tasse sulla casa, ed è stata annunciata anche la data: il 16 Novembre? Perché? Non lo sappiamo: che c’entri con San Martino? Cade l’11…in un’epoca lontana scadevano gli affitti dei mezzadri…no, non c’entra…che il 16 Novembre sia san Marco, san Renzo o san Silvio? Può essere, oppure provvederà il Gran Cronista ed Estensore di Calendari e di Santi, ad inserire la nuova ricorrenza di “Santa IMU”. Martire.

Non vogliamo entrare nel merito delle “ragioni” che hanno condotto a tale scelta, per non far inorridire il marchese de la Palisse, perché – se così sarà, ogni cosa in Italia dovrebbe oramai esser sempre preceduta da un “se Dio (od Allah, fate voi) lo vorrà” –  mentre si celebra non solo il funerale dell’Illuminismo, bensì anche quello della comune decenza, col trascorrere del tempo abbiamo smarrito i contorni della vicenda storica per tracimare nella saga.

Vedi, cara Adele (la mia ultima nipotina), tanto tempo fa, quando gli uomini erano tutti principi azzurri e le donne tutte belle addormentate nel bosco incantato, chi voleva avere una casa se la faceva, mettendo su mattone dopo mattone. Nei tempi preistorici, addirittura le pietre del torrente. Qualcuno, più “agiato” (come riportano i vecchi atti di vendita alla voce “professione”) la comprava, grazie al sudore dei mezzadri che lavoravano per quei fortunati che erano, manco a ricordarlo, i nobili “per grazia di Dio e volontà della Nazione”. Beh…la nazione li voleva, ma Gaetano Bresci no! Niente, non è niente piccola Adele…una notazione a margine…quando sarai più grande ti spiegherò…
A quei tempi, nessuno pensava di chiedere dei soldi, ogni anno, perché avevi una casa: erano pochi quelli che riuscivano a costruirla, tanti le affittavano e pochissimi i proprietari fondiari. I quali, esprimevano il fior fiore dei Senatori del Regno ed Impero Italiano di Libia, Somalia ed Abissinia…non penserai mica che si dessero la zappa sui piedi tassando loro stessi! Poi, i tempi mutarono: panta rei, tutto passa…

Quei senatori, scoprirono – un po’ in ritardo rispetto ai loro colleghi francesi – la Borsa, cornucopia d’ogni delizia, che poi elargivano in profumi e gioielli alle più fascinose cocotte dell’epoca…cos’è una cocotte? Te lo spiegherò quando sarai più grande, no, non ora…
Che fare di tutte quelle case? Le misero in vendita, per realizzare denari da investire nella Grande Madre che tutto esaudisce!
Le comprarono, a suon di mutui trentennali, i nipoti dei loro antichi mezzadri: le banche – di proprietà degli antichi nobili, grazie all’invenzione della “azione” (rima o bisticcio? mah…) – fornivano i capitali, che i soliti servi della gleba (nel frattempo transitati al nuovo ed onorevole ruolo di “operai”) ripagavano con interessi da strozzo.
La vera ricchezza, oramai, era diventata fluida come l’acqua, evanescente come la brezza, potente come l’uragano…ma sempre impalpabile, invisibile, leggera…volava dalle praterie americane al deserto dei Gobi in una frazione di secondo, mentre le case erano sempre lì: solide, aggrappate ai loro suoli, immobili nei secoli. La vedi questa pietra da camino, piccola Adele? Fu posta lì prima che scoprissero l’America…pensa quanto tempo fa…

Sun-Tzu non so se lo disse, ma certamente lo pensò: “ciò che non puoi spostare, in un campo di battaglia, è irrimediabilmente perduto”.

E così, con qualche scusa delle solite, qualcuno pensò di tassare le case: servono soldi! Le cicale lavoratrici divorano tutto in assegni pensionistici e stato sociale! Ah, se non ci fossimo noi, parchi e misurati custodi delle patrie finanze…
Poi, la storia s’aggrovigliò e diventò una saga, una saga con tutti i personaggi di rito…Romanuccio morbiduccio, Silvietto rognosetto, Montino l’assassino, Fornaretta la streghetta e Renzino lo sciocchino…che tolsero, rinominarono, rimisero, ri-tolsero l’antica imposta…con sempre nuove trovate, al punto che la saga si complicò al punto da non esser più ricordata, conosciuta…né per tradizione orale e nemmeno per scritti…fu tutto un accavallarsi di riforme, storni, bilanci, finanziarie…che condussero alla cancellazione del diritto allo studio, alla salute, alla pensione…eh sì, terminò la stagione dei diritti ed iniziò quella degli storti, che continua tuttora e che continuerà con la prossima puntata del 16 Novembre.

I Vecchi Saggi si ritirarono sulla Montagna Sacra, come conviene a chi si ritiene tale: a che serve raccontare che, in Italia, il 50% della ricchezza è posseduta dal 10% della popolazione? Che sei milioni di persone “raspano” 1000 miliardi di euro l’anno? Poi, quando si vede passare una Harley Davidson da 20.000 euro la gente mormora: eh, poi dicono che non ci sono soldi…
Certo che ci sono i soldi, quelli per comprare 6 milioni di rombanti Harley non mancano, magari mancano quelli per comprare le medicine per gli ospedali…echissenefrega – dice il solito “seimilionario” – io vado in una clinica svizzera…

Inutilmente, uno dei Vecchi Saggi – il professor Fumagalli, economista dell’Università di Pavia – si sgola da decenni per raccontare che basterebbe una tassa dello 0,1-0,2% sulle transazioni finanziarie per istituire un serio reddito di cittadinanza, oppure – sempre su questa strada – per sistemare le storture di bilancio. Già, ma quel modestissimo obolo dovrebbe essere profuso dai pronipoti degli antichi nobili!
Invece, si pensa di togliere/mettere/ritogliere/ri-mettere le tasse sulla casa a seconda degli appetiti elettorali – quando i pronipoti dei servi della gleba devono dare i due euro per le primarie, e poi recarsi diligentemente al seggio – facendo credere che l’Italia sia quella dei possessori di case, quelli sono i patrimoni! Anch’io sono un proprietario fondiario: possiedo, al 50%, due case che ho ereditato le quali, grazie ai buoni servigi di Montino l’assassino, non so a chi venderle! E mi svenano di costi e di tasse! Spero nei cinesi, perché i russi pare che non abbiano più un copeco bucato!
Eh, cara Adele, sapessi come la gente sia prodiga di consigli ed avara di soluzioni!
Al termine, voglio confessarvi la ragione dell’intelaiatura fiabesca di questo articolo, alle profonde ragioni che m’hanno convinto a scriverlo.

Da alcuni giorni soffro di una noiosa tendinite al tendine d’Achille, che limita molto la deambulazione: stamani, obtorto collo, ho dovuto recarmi in ferramenta.
Mentre seguivo il solito commesso (che mi conosce da anni) zoppicando vistosamente, gli dissi “Eh sì…mi ha morsicato una balena mentre facevo il bagno alla boa”.
Voltatosi di scatto dall’armadio della bulloneria, sbarrò gli occhi e mi rispose – serissimo – “Davvero?”

Sarà un caso estremo, ma non è così strano se ho inserito come effige di questo articolo la nota campana di Gauss: noi che dissertiamo di reddito di cittadinanza, signoraggio, Bildenberg, Trilaterale, complotti vari…dobbiamo stare molto attenti a ciò che scriviamo, perché siamo ad uno degli estremi. Il commesso è all’altro estremo? Passi pure. Ma la massa che sta in mezzo? La gran parte degli italiani? Non sanno quasi nulla di ciò che non racconta un qualsiasi telegiornale. Vai un poco oltre e ti bollano per un visionario, chiudono subito occhi orecchie. E connessione Web.
E’ difficile capire quale sia il limite che può essere compreso, non cedere al proprio orgoglio saccente di “benedetti” perché in grado di trasferire su carta i propri pensieri, senza finire in inutili prolusioni utili solo ad un’avanguardia d’eletti. Ah, la teoria dell’avanguardia, quante vittime ha sulla coscienza! Da Lenin alle BR…per non parlare dei futuristi, anch’essi vittime d’identico male…quante volte ho letto “d’imminenti” guerre all’Iran, di “prossime” cadute rovinose del dollaro, di “certe” dissoluzioni della Russia…basta così…meglio che vi racconti il mio segreto.

«Ciao Moby»
«Ciao Carlo»
«Accidenti, Moby, perché vieni così vicino a terra…ci saranno sì e no trenta metri d’acqua…»
«Per salutarti. E poi, non farmi più grossa di quanto sono…trenta metri bastano…»
«Moby: hai saputo cosa mi è successo?»
«Lo so, lo so…è stata quell’idiota di…beh, è inutile che ti dica il nome nella nostra lingua, non significherebbe niente per te…che vuoi farci…ci sono idioti anche fra le balene…ti ha fatto tanto male?»
«No, però non è stato piacevole sentire il piede schiacciato contro la barca…per fortuna niente di rotto…»
«Come siete fragili…»
«E allora? Dai, non prendermi in giro…sai che hai una pelle morbida?»
«Vuoi forse farmi la corte? Sono una femmina sai?»
«No, Moby, non potrei mai rischiare di fare l’amore con te sopra…rischierei la fine del fuco…»
«Cos’è un fuco?»
«Niente Moby, un insetto che va per l’aria, lascia perdere…piuttosto: come riusciamo a comunicare? Sai la nostra lingua?»
«E’ semplice, rilassati: usa la telepatia, è così facile…»
«E’ vero: basta non pensarci…»
«Dimmi una cosa, Carlo: ho saputo di sorelle e fratelli che sono finiti sulla spiaggia, lontano da qui…sai il perché?»
«Sono esplosioni sottomarine di quelli che cercano il petrolio, confondono e scassano il vostro sistema d’orientamento, il vostro GPS…»
«GPS?!?»
«Lascia perdere…qui non c’è rischio, perché il fondale è roccioso e sotto non c’è il petrolio…»
«Uh…ero preoccupata…»
«Ti verrò a trovare quando metterai in mare la tua barca, navigheremo insieme: ti piace l’idea?»
«Basta che non t’avvicini troppo…»
«Noi balene conosciamo i rischi degli altri: peccato che non si possa dire la stessa cosa per voi…abbiamo pessimi ricordi…»
«Vero, ti dobbiamo delle scuse…»
«Adesso vado»
«Dove?»
«M’immergo dove tu non potrai mai essere…»
«Anche tu non potrai mai salire in cielo, come fanno gli uomini…»
«Siamo esseri limitati…che ci vuoi fare…però possiamo essere amici…ma non raccontarlo troppo in giro…»
«Stai tranquilla, Moby, nessuno mi crederà: se mi credessero, mi farebbero a fette per capire il perché!»
«Che mondo, Carlo…vado, ho un po’ d’appetito…»
«Buon pranzo Moby, arrivederci!»
«Ciao»

Per un poco non avverto quasi nulla: dalla piattaforma, dove sono steso a prendere il sole, solo un po’ di movimento nell’acqua…poi, lontano mezzo miglio, una grande coda svetta per un attimo verso il cielo, per scomparire in fretta nel mare. Un po’ la invidio. Il sole fra poco calerà, mi tuffo e raggiungo la spiaggia…non vedrò mai ciò che Moby osserva in questo istante. Se una persona me lo descrivesse, probabilmente non ci crederei e gli darei del visionario. Già.