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11 maggio 2021

Tutto come prima

 

La vicenda del Ponte sullo Stretto di Messina è qualcosa di rocambolesco ed assurdo sotto tutti i punti di vista: come saprete, il Ministero dei Trasporti ha finalmente consegnato la relazione “pacata e realistica” come aveva preannunciato Enrico Giovannini, Ministro dei Trasporti che oggi si chiama “Ministero delle infrastrutture e della mobilità sostenibili”. Tutto deve cambiare a cominciare dai nomi e – come avrete ben capito – tutto lì si fermerà lì. Enrico Giovannini ha svolto moltissimi incarichi per le principali istituzioni internazionali, dalla Banca Mondiale all’OCSE, ed è stato molto ascoltato sia da Nicolas Sarkozy che da Giorgio Napolitano. Ottime presentazioni, come no.

 

La recentissima relazione del Ministero dovrebbe essere chiamata “Inno alla Gioia” ed inserita fra i parti migliori che l’Umanità abbia mai generato, al pari del capolavoro di Friedrich Schiller/Ludwig van Beethoven che è diventato inno dell’Unione Europea. Cos’hanno detto?

Freude, schöner Götterfunken…eccetera: tutto si può fare! Anzi, si deve fare! Come? “Usando il metodo TAV” ed utilizzando, ovviamente, le miliardate che giungeranno dall’UE per “ricostruire” l’Europa del dopo pandemia: per la Sanità subito un nuovo taglio da quelli del fondo che approvò il governo Conte…i soldi ci sono, avete visto?

Ma non doveva essere una relazione “tecnica”?

 

Sì, ed è stata redatta all’insegna della semplicità. Una campata unica? No…non siamo così arditi…un ponte a tre campate, come insegna la tradizione, come quello che Morandi costruì a Genova.

La relazione non spiega quali siano i mezzi per andare a piazzare due pilastri (in acciaio? Ehm…se li fate in acciaio, ricordatevi del MOSE, che ancora oggi attende gli “Zinchi” per la protezione galvanica del tutto) in un fondale intorno ai 150 metri, ossia un “affare” che, fra parte immersa, emersa e sotterranea, dovrà giungere a circa 300 metri…ma non fa niente…keine probleme…Freude schöner Götterfunken

 

E se i “problemi” li generasse la Terra stessa?

Perché sappiamo che la placca africana si muove verso l’Europa di qualche millimetro l’anno, ma quei pochi millimetri – geologicamente parlando – significano forze relative allo schiacciamento che sono mostruose, e delle quali non siamo in grado di prevedere gli effetti.

 

Sappiamo solo, parole di Enzo Boschi, ex direttore dell’Istituto Nazionale di Vulcanologia e Geofisica“ che, a partire più o meno dal 500 a.C., negli ultimi 2.500 anni ci sono stati in Italia almeno 560 terremoti forti, fortissimi e catastrofici, cioè dall’ottavo all’undicesimo grado: in media uno ogni quattro anni e mezzo. Sono quelli di cui si hanno notizie precise al punto da poter stabilire per ognuno con sufficiente esattezza latitudine e longitudine dell’epicentro, l’anno in cui si è verificato e l’intensità.”

 

E, aggiungiamo noi, per i quali non esiste nessun metodo di previsione. Ciò che conosciamo è che la zona di Messina è proprio attraversata dalla faglia di contatto fra le due placche e che ha avuto già terremoti spaventosi in passato.

Ovviamente, i “tecnici” del Ministero l’hanno considerato, affermando che si tratta di movimenti di zolle molto profonde per le quali non è possibile fare alcuna previsione…non è materia per noi, noi dobbiamo solo dire se è possibile fare un ponte…che ci frega di quelle storie…

 

Allora…dunque…non sappiamo se conviene farlo…per questo si userà il “metodo TAV”, ossia prima buca, scava, costruisci e spendi…se, quando hai finito di scavare, quella direttrice di trasporti viene meno, ossia non serve più…beh…come facevamo noi a saperlo? Noi abbiamo scavato bene…

E per le “zolle” che si muovono? Sono zolle profonde…per le quali non abbiamo certezze su quei movimenti…e che volete: se Reggio Calabria o Messina volessero costruire due bei grattacieli modello Abu Dhabi? Dovremmo proibirglielo solo perché c’è il rischio di un terremoto?

Ecco.

 

Il tema principale a favore del ponte, che sempre viene ricordato, è che – finalmente! – si collegherebbe la Sicilia all’Italia: il che, è pietosamente falso e per due ragioni:

1) La Sicilia è già collegata all’Italia da collegamenti aerei, marittimi, ferroviari e stradali (tramite i traghetti, che ci mettono una mezzoretta);

2) In realtà, il collegamento avverrebbe soltanto fra le città di Reggio Calabria e Messina, poiché il retroterra d’entrambi i centri è od un deserto scarsamente popolato, oppure aree difficilmente accessibili.

 

La velocità nei trasporti – ferroviari e stradali – dai due centri verso l’entroterra è penosa: quella ferroviaria è allo sfacelo, binari unici, linee vecchie e fatiscenti ed autostrade più di nome che di fatto. Per andare da Catania a Messina servono circa 1 ora e mezza, mentre per Palermo servono quasi 3 ore. Il treno è invece un enorme lumacone: ore ed ore per compiere tragitti limitati.

 

Da Reggio Calabria, invece, parte anche una mulattiera di montagna che si diceva fosse un’autostrada: ebbene, per andare da Napoli a Palermo non bastano 10 ore (a correre come dei pazzi) mentre il traghetto ci mette 9-10 ore senza doversi affannare e senza correre rischi.

Di più: il percorso stradale teorico menziona 18 ore da Genova a Palermo, ma non tiene conto delle inevitabili code per lavori stradali, code per incidenti, rallentamenti negli svincoli e d’inevitabili soste per rifocillarsi. In realtà, il percorso – anche di fretta – non può essere inferiore alle 22-24 ore, mentre il traghetto impiega 20 ore e vi scodella a Palermo od a Genova riposati e tranquilli. Il traffico merci, poi, è un’assurdità: il tempo di percorrenza stradale ancora aumenta e, difatti, sempre di più s’imbarca il camion a Genova per Palermo e viceversa.

 

Ancora più assurda la situazione della Calabria, che non ha grossi centri e che – sulla zona ionica – ha soltanto una misera statale, zeppa di curve e generatrice d’incidenti. Che se ne farebbero del ponte? E sarebbe l’attraversamento dello stretto sul traghetto in mezzora, il problema, dopo averci messo ore ed ore per fare sì e no 200 chilometri?

 

C’è poi il mezzo aereo, che gode di vantaggi particolari trattandosi di un’isola: il volo Palermo-Roma ci mette un’ora e costa circa 40 euro. Nemmeno la benzina ci paghi, altro che il traghetto od il pedaggio del futuribile ponte!

 

Insomma, sotto l’aspetto pratico, il ponte era un’idea del dopoguerra, stantia ed anacronistica: la Sicilia ha moltissimi porti – dai quali merci e passeggeri possono andare ovunque, perché l’isola è al centro del Mediterraneo – ed è assurdo pensare d’andarci in automobile od in treno. Ha, inoltre, ben quattro aeroporti dei quali uno internazionale: ma cosa volete di più?

 

In realtà, sanno tutti benissimo che è una costruzione assurda, ma si sono oramai messi tutti d’accordo, compresa quella parte di 5S che ha già due mandati e, quindi, sta cercando nuove “affiliazioni”. Conte hai capito?

Cosa vogliono veramente, da Renzi a Del Rio da Salvini a Berlusconi?

Anzitutto, vogliono dimostrarci che nulla può essere fatto o disfatto senza la loro approvazione e questo, francamente, è l’aspetto che più dovrebbe darci fastidio: dovrebbe farci meditare sul nostro concetto di democrazia all’italiana.

Il secondo aspetto è la “presa”…che avete capito? La presa sull’opinione pubblica? Ma no…la presa dei soldi, che avverrà per gradi e senza che ce ne accorgiamo.

 

Anzitutto, il costo dell’opera è valutato (da loro) in 4 miliardi di euro: il che, mi fa sorridere, sono soltanto 8.000 miliardi di vecchie Lire! Riflettiamo che il solo terremoto dell’Irpinia costò, all’allora governo, 50.000 miliardi di lire.

Oggi, però, devono stare “bassi” per non irritare troppo chi è contrario…dei 209 miliardi del Recovery Found ne piglieremo solo 4, quasi un’elemosina…per costruire qualcosa che dai tempi dei Latini si pensava di fare, e citano pure Roma e Plinio il Vecchio, tanto per far inorgoglire anche madama Meloni.

 

In realtà, già sappiamo come vanno queste cose: si chiama “avanzamento lavori” e lo attuano a piccole dosi, in ogni bilancio annuale: il Parlamento ha votato quasi all’unanimità per costruire una nave “per soccorsi umanitari” e, terminate le votazioni, scoprirono d’aver votato per una nuova portaerei che si chiamerà “Trieste” e sarà la nuova ammiraglia della flotta. Del resto, decisero anche che Ruby era la nipote di Mubarak: le cronache parlamentari, in gaiezza, superano anche il Marchese del Grillo.

 

Terminata l’opera – sia chiaro: tutta a carico dello Stato! E’ un’opera essenziale per la Patria! – si dovrà iniziare a percepire i pedaggi, che dovrebbero – col tempo – rimpinguare le casse per l’opera costruita. Qui, sono certo, avverrà una “smagliatura”: lo Stato s’accorgerà di non sapere come gestire la cosa…insomma…la gente non vuole raccomandati sul Ponte! Nessuna raccomandazione passerà!

Solo il “privato” sarà in grado di garantire la “pulizia” dei raccomandati – sono certo che stampa e Tv forniranno servizi a raffica – e così, per una modica cifra, qualche “privato” diventerà il vero padrone come i Benetton per il ponte di Genova, che è tornato magicamente ad esser di loro proprietà. Ci sarà un processo per quell’evento? Non credo proprio: con le nuove norme europee sulla giustizia, la durata del processo penale sarà limitata a 9 anni…ne sono già trascorsi quasi tre…quindi…

 

Se, per caso, lo Stato non dovesse cedere al “privato” di turno, oddio…ma siamo fra Calabria e Sicilia…Madonna mia…e i mammasantissima?

Notizia del 2035: “Per caso, ieri una nave ha incocciato un pilone del ponte…solo di striscio, non ci sono danni”…ma tutto può succedere…se non la capiscono, la prossima volta potrebbero dare la nave a Schettino e ci penserà lui a beccarla dritta di prua con un bello schianto…

 

Ma non ce ne sarà bisogno: tutti d’accordo, anche gli ex giovani del M5S, hanno deciso per il settore privato…in cambio, così, tanto per dire…di posti nel consiglio d’amministrazione per i loro figli e nipoti…che volete…la politica “deve controllare”…

Per mia fortuna, probabilmente, a quella data sarò già morto o rimbambito, così mi salverò dall’ennesimo voltastomaco.

10 aprile 2021

Fra il dire ed il fare

 

Ciò che osservate nella fotografia sorge a circa 5 km da casa mia: non molto ben nascosti, ci sono da 2 a 4 milioni di tonnellate di rifiuti altamente tossici, generati nei decenni durante i quali l'ACNA era in funzione, ed un fiume che spesso deborda la circonda.

Ho avuto un'idea - coerente con i dettami della "nuova ecologia" - ossia generare energia e mettere in sicurezza il territorio, cercando di spendere il meno possibile e, grazie all'energia, mettere anche qualche soldo da parte. L'ho inviata ai diretti interessati: ditemi cosa ne pensate. Grazie

Al Ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani

SEDE

Al Sindaco di Cengio, Francesco Dotta

SEDE

Al Sindaco di Saliceto, Luciano Grignolo

SEDE

 

Buongiorno: mi chiamo Carlo Bertani e sono uno scrittore ambientalista, potrete trovare sul Web le mie referenze, i miei articoli ed i libri che ho pubblicato.

Vi scrivo per un’idea che potrebbe prender forma anche grazie alla copiosa parte di finanziamenti per l’energia e l’ambiente che giungeranno con il Next Generation UE nei prossimi anni e che riguarda il fiume Bormida, la produzione idroelettrica ed il risanamento ambientale del ex sito ACNA.

La Bormida di Millesimo esaurisce il suo tratto torrentizio proprio a Millesimo ed inizia il suo tratto fluviale: c’è un solo tratto di quello fluviale che presenta interesse all’uso idroelettrico, ossia il “salto” fra Cengio e Saliceto.

La Bormida ha una portata parecchio mutevole: raggiunge apici di circa 80 m3 nei mesi primaverili ed autunnali, mentre scende ad un rigagnolo nel mese di Agosto.

Ho eseguito qualche calcolo (da controllare) che, con una caduta di circa 20 metri, permetterebbe di ricavare qualche centinaio (ho stimato circa 300) Chilowattora in generazione costante, che rappresentano un valore economico annuo valutabile intorno ai 200.000 euro.

La presa d’acqua dovrebbe situarsi presso la “diga” (in realtà un modesto scivolo) situato poche centinaia di metri a monte del sito ACNA nel comune di Cengio: da lì, una condotta tubolare in materiale plastico (ma robusto) del diametro di due metri potrebbe lasciare il corso naturale del fiume ed essere posizionata sulla riva destra del fiume, passando all’interno dell’ex stabilimento ACNA appena sotto la strada statale che porta a Saliceto. Passato lo stabilimento, inizierebbe la corsa in caduta per esaurirsi nella turbina, da posizionarsi al raggiungimento della zona piana nel comune di Saliceto, in un luogo disabitato che corrisponde al termine del tratto in discesa della statale.

Il dimensionamento dell’impianto dovrebbe essere attentamente valutato già in sede di progetto, giacché la grande varianza di portata del fiume potrebbe essere sfruttata in modo più elastico, magari con più di una turbina in uscita: in questo modo, l’energia elettrica sarebbe maggiore e maggiori gli introiti, ma non voglio andare troppo oltre poiché so che in sede di progettazione ci sono persone ben più capaci di chi scrive per attuare questi progetti.

Questa è la sezione energetica, e la salvaguardia ambientale?

Nell’ex stabilimento ACNA sono stivati circa 2 milioni di metri cubi di sostanze tossiche (c’è chi sostiene il doppio, ma non è questo il problema), le quali – anche recentemente – hanno  suscitato proteste da parte delle associazioni ambientali, con l’intervento della UE, la minaccia di multare l’Italia, l’ENI, ecc. Le rilevazioni di Syndial (l’azienda che opera i campionamenti) ha accertato che, ancora oggi, nella zona di “confine” fra l’ex stabilimento ACNA ed il fiume Bormida la quantità di cloro-benzene (sostanza tossica e, purtroppo, ancora reattiva) è pari a 400 volte la quantità massima consentita dalla legge. Non vado oltre.

Gutta cavat lapidem, narravano i Latini ed è impossibile che il transito di così tanta acqua intorno all’ex stabilimento non porti – oggi o in futuro – allo scioglimento e/o, comunque, al dilavamento di quella “bomba” ambientale, giacché il corso del fiume lambisce proprio i depositi di rifiuti tossici.

Una volta completata la sezione idroelettrica, vi sarebbero almeno due mesi estivi di tempo nel quale il vecchio corso della Bormida rimarrebbe asciutto. A questo punto, sarebbe possibile pianeggiare ed asfaltare il tratto del fiume che corre all’interno dell’ex stabilimento fino a by-passarlo completamente.

Dando al fiume una sezione curva (una sorta di canale) con sponde piuttosto alte, si eviterebbe che l’acqua del fiume venisse a contatto con la parte inquinata o con acque reflue che rimarrebbero così contenute nel sito, senza più lasciarlo: a questo punto, anche il recupero e la depurazione di questi “cuscinetti” esterni alla massa inquinata sarebbe più semplice e meno costoso. Una buona copertura dei siti interessati – con materiali plastico e/o pannelli, ecc – eviterebbe il contatto fra l’acqua piovana ed il materiale inquinante.

Non dimentichiamo che oggi, negli usi stradali, si tende ad usare asfalto con qualità di assorbimento per evitare le strade allagate ma l’asfalto, come materiale in sé, è un tipo di sostanza fra le più impermeabili che esistano. E, se l’asfaltatura venisse eseguita con alti spessori ed un lavoro attento e ben controllato, si otterrebbe il passaggio dell’acqua “di piena” – in surplus rispetto alla condotta idroelettrica – senza più entrare in contatto con le sostanze inquinanti.

Per quanto riguarda la progettazione e la realizzazione dell’impianto idroelettrico i fondi sarebbero da attingere, come già detto, dal fondo Next Generation UE mentre per gli aspetti tecnici sarebbe meglio rivolgersi ad aziende con esperienza nella creazione e gestione del mini-idroelettrico, come ABT Group, Meccanica Savio, Energred Idro, ecc.

Per quanto riguarda la messa in sicurezza del tratto del fiume Bormida che circonda l’ex stabilimento ACNA non mi pare che servano chissà quali competenze: qualsiasi azienda di asfaltatura sarebbe in grado di realizzarlo e, i costi, potrebbero essere accollati ad ENI, che ha sempre la spada di Damocle sul collo delle multe UE: in fin dei conti, asfaltare – anche con la massima cura ed attenzione – un tratto di uno o due chilometri di fiume non mi sembra un costo astronomico. Soprattutto se, con questo intervento, il fiume smettesse di essere il trasportatore di pericolosi percolati in aree abitate.

In questo modo, poi, con dieci mesi circa di contatto, nemmeno la fauna acquatica ne soffrirebbe, giacché – ad opera completata – si potrebbe lasciare un minimo rigagnolo d’acqua anche nei mesi estivi.   

Non pretendo, ovviamente, di aver steso un “progetto”, poiché qui devono entrare in gioco i tecnici: saranno loro a dover stabilire se la condotta idroelettrica dovrà essere, singola, duplice o triplice…o ancora stabilire i sistemi di ancoraggio della condotta al suolo, l’altezza per prevenire danni da alluvioni, il posizionamento della turbina in un luogo sicuro, ecc. Come, del resto, anche il tratto di by-pass che circonda lo stabilimento ACNA dovrà avere sponde più o meno alte e la natura della struttura, visto che la parte esterna dello strato d’asfalto sarà comunque a contatto con gli inquinanti, ecc. Insomma, serve un minuzioso lavoro di progettazione ma, il risultato, sarebbe grandioso: un problema che si trascina da decenni e che mostra chiaramente di non essere stato risolto, finalmente lo sarebbe. L’ex ACNA, in parole povere, diventerebbe un sito isolato dal territorio, un “monumento” all’ignavia umana che smetterebbe di gettare i suoi malefici effetti sull’intera valle e ben oltre.

Da ultimo, vi confesso che non mi faccio illusioni: l’ENI è una potenza, in cui parte del capitale azionario è nelle mani del Ministero del Tesoro il quale, non a caso, gode dei vantaggi decisionali: la cosiddetta Golden Share. E, anche qui, non vado oltre, ma ci sarebbe tanto da dire.

Per questo non lo farete mai: troverete mille scuse per non attuarlo…era un’idea già pensata e non attuabile…il progetto potrebbe non soddisfare i requisiti richiesti…le cose “si metteranno a posto da sole, con il tempo”…i lavori di ripulitura del sito sono già a buon punto (?)…ed avrete senz’altro altre mille ragioni da aggiungere.

Anche perché questa valle si sta, rapidamente, spopolando: la popolazione scende di circa 1/3 ogni dieci anni e fra venti o trent’anni non ci sarà più nessuno. Rimarrà un colosso, in parte demolito ed in parte ancora lì, ad impaurire come monito chi volesse far tornare queste terre al “prima”, ossia quando erano campagne fertili e succosi vigneti. Ciò che manca non è il denaro o le idee: mancano le persone in grado di realizzarle.

Grazie

 

Carlo Bertani

In giallo il percorso della condotta idroelettrica, in blu quello dell'asfaltatura del fiume.

Il disegno è, ovviamente, uno schizzo di massima.