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21 marzo 2011

Non ci resta che ridere (amaro)



Lo so, frase ad effetto e un po’ blasfema, ma è difficile trovarne un’altra per definire ciò che è accaduto negli ultimi mesi: il disastro giapponese che doveva “oscurare” la Libia e la Libia che ha finito per oscurare il Giappone, con tutto il tourbillon d’alleanze e riposizionamenti in politica estera.

In questo bailamme d’eventi, s’intrecciano due destini: quello delle popolazioni nordafricane e musulmane in genere con quello dei loro ex colonizzatori, che tornano agitando la bandiera della “democrazia”. Facile no? Tutti siamo capaci di farlo.
I due destini sono soltanto apparentemente e strumentalmente intrecciati: anzi, a dire il vero non si può nemmeno parlare di vero “intreccio”, bensì di semplice sovrapposizione.

In realtà, i desideri delle popolazioni arabe/musulmane sono lontani anni luce da quelli del (generico) Occidente, poiché sono aspirazioni di giovani che vivono in società dinamiche – ancorché compresse dalla tradizione – mentre quelli occidentali sono flebili (e dolorosi) lamenti di società senescenti le quali, più che accompagnare le loro “gesta” con le note della “Cavalcata delle Valchirie”, dovrebbero soppesare meglio il “Requiem” di Mozart.
Siamo all’ossimoro vivente, di nazioni che si pongono “alla guida” di chissà quale mirabile avvenire senza avere un progetto politico, economico, culturale e sociale per il futuro. E, sul nulla, le nazioni europee stanno fondando le basi per un “Nuovo Mediterraneo”, che sarebbe bello sapere cosa sarà.

Eppure, c’è un’importante nazione che non ha partecipato a nulla: che dibatte, sui principali giornali on line, sulla scelta nucleare e su quella di non congiungersi alle Nazioni che stanno bombardando la Libia.
Una nazione che è “sotto elezioni” amministrative: eppure, non ha concesso nulla all’isteria od alla convenienza del momento.
All’indomani del disastro giapponese, la Germania – forte di un piano che prevede l’80% di rinnovabili per il 2050, un percorso già deciso step per step, utenze civili, poi aree industriali…insomma, non aria fritta – ha deciso di chiudere le centrali nucleari più vecchie. La mancanza di produzione – hanno affermato – non genererà scompensi.

Nella Storia, a volte, le disgrazie si trasformano in autentiche benedizioni: perso l’Impero Coloniale dopo la Prima Guerra Mondiale – come non ricordare l’icona dell’incrociatore Königsberg, acquattato nel fiume Rufigi, rimasto là ad arrugginire per decenni come “simbolo della crudeltà dell’uomo verso il suo simile, ironica lezione di civiltà dell’Europa ai selvaggi primitivi del Rufiji”[1] – i tedeschi precipitarono dapprima in Weimar, quindi nel Nazismo.
Fra una cosa e l’altra, non ebbero il tempo di porre le basi per una compagnia petrolifera tedesca che fosse alla pari con quelle inglesi, francesi, americane e sì, italiane. Anzi, “italiana”.

L’Italia ebbe il “privilegio” – negato a tedeschi e giapponesi – di fondare, nel primo dopoguerra, una compagnia petrolifera nazionale: la cobelligeranza, qualcosa aveva prodotto.
Ma, quando Enrico Mattei fu chiamato per liquidare il “carrozzone” fascista AGIP, nessuno immaginava che l’avrebbe fatto rinascere dalle ceneri: già, altri tempi. Ed altre persone.
Le successive vicende sono note e non è il caso di ricordarle: l’avventurosa propensione verso l’Africa di Mattei, il personale metodo di trattare con le controparti, offrendo sempre di più degli anglo-americani, fino a Bascapè, all’invitabile nemesi.
Rimane, però, qualcosa – nella storia dell’ENI – che vale la pena di ricordare.

Una vecchia trasmissione televisiva, nella quale una serie di “tecnici” della centrale di Priolo Gargallo (era il 2005 o giù di lì) magnificava il futuro, ossia l’accoppiamento di una centrale tradizionale a metano con una centrale solare termodinamica, frutto del lavoro di Rubbia.
Ciò che mi colpì, sfavorevolmente, di quell’intervista fu che soltanto una parte dei dirigenti parlò – per magnificare l’impianto – mentre la maggioranza rimase in silenzio: la tensione quasi “bucava” il teleschermo.
Anche la storia di Priolo Gargallo è nota – i ritardi “biblici” accumulati dal programma – “condita” con le affermazioni di Paolo Scaroni “meno male che in Italia non c’è il vento del Mare del Nord”. Insomma, una Tela di Penelope, abilmente orchestrata per continuare come prima, soltanto con un fiore (appassito) all’occhiello, che ben era rappresentato dal silenzio “dissenso” di parte della dirigenza.

Ancora nel 2009, i tedeschi propongono all’ENI l’ambizioso programma “Desertec”, ossia attrezzare aree desertiche per la captazione d’energia solare – i tedeschi sanno che, con simili dimensioni, il sistema termodinamico scapola il problema dei costosi materiali necessari per il fotovoltaico – e si rivolgono all’ENI perché sanno che la tecnologia di riferimento è italiana[2].
Da quel momento in poi, il progetto si perde come uno uadi nel deserto: eppure, i volumi d’energia erano dell’ordine del 15% del fabbisogno europeo!
I tedeschi, dunque, continuano sulla loro strada e – spavaldamente – annunciano che chiuderanno anzitempo alcune centrali nucleari: per la Francia, un simile annuncio è quasi una rottura dell’oramai classico “Asse” franco-tedesco.

In mezzo a tanto clamore, s’inserisce l’incidente aereo che, per poco, non costa la vita ad Angela Merkel: fatalità? Giudicate voi.
All’opposto della stampa italiana, che ha dipinto il fatto come un normale “malfunzionamento” dell’elicottero, leggendo i giornali tedeschi[3] la vicenda è un po’ diversa, anche se il sabotaggio viene – ovviamente – escluso.
Anzitutto, non si è trattato di un semplice malfunzionamento: l’elicottero (di un capo di Stato!) è stato costretto ad un atterraggio di fortuna nell’aeroporto di Augsburg, dopo che il velivolo era precipitato per 1.500 metri quasi senza controllo. Un atterraggio definito “una situazione molto delicata”. Farplay teutonico.
Elicottero vecchio? Modello “economico”?
No, il “Superpuma” della Polizia Federale è nuovo di trinca, del 2010, e non è assolutamente un modello economico. Va detto che gli elicotteri bi-turbina è molto raro che subiscano il blocco d’entrambe le turbine, e che devono essere in grado di volare, fino all’atterraggio, con una sola turbina in funzione.
Questi sono i fatti: ognuno si faccia la sua opinione.

Così, oggi, ci troviamo con un’operazione militare modello Kosovo, comandata dai francesi nelle basi italiane, che ha come precipuo scopo quello di frantumare gli accordi petroliferi dell’ENI con le Libia.
Allora, torniamo alle rivolte nordafricane.

Ho ricordato, all’inizio, che non possiamo intrecciare le due, diverse ipotesi – spontanea rivolta, gioco petrolifero – poiché non condivisibili all’interno del medesimo universale: possiamo, però, sovrapporle.
Lasciamo, per ora, la questione tunisina: piccolo Paese, situazione economica difficile, un bandito al governo.

L’Egitto, invece, è un Paese arabo fra i più importanti: pochissimo petrolio, 80 milioni di persone che vivono fra la Nubia ed il delta del Nilo.
La rivolta nasce spontanea, catalizzata dall’aumento dei generi di prima necessità (soprattutto cereali) e dall’informazione “senza veli”, che raggiunge finalmente i giovani egiziani.
I fatti li conosciamo, fino al recente referendum: cosa decidono il 70% degli egiziani, con l’opposizione – sic! – dei giovani che hanno lottato in piazza?

Al contrario delle richieste – vasta riforma costituzionale, apertura a tutti i partiti e solo dopo le elezioni – il referendum “proposto” dall’Esercito e vinto – ah, la tradizione turca! – restringe la presentazione delle liste ai soli grandi partiti: quello ex di Mubarak (Partito Nazionale Democratico) e la Fratellanza Musulmana, entrambi sicuri di condurre in Parlamento una folta rappresentanza.
Ma, non dimentichiamo, la Fratellanza Musulmana di Ismailia nasce con il precipuo obiettivo di coniugare l’Islam con la modernità, mentre il Partito Nazionale Democratico potremmo affermare che parte dalla modernità pur “tollerando” l’Islam. Aria di Grosse Koalition all’uscio.
Oppure, un’affermazione della Fratellanza sulla falsariga del partito di Erdogan, a quel punto relegato ad un’opposizione “consapevole”. Per questo, sono morti a centinaia i giovano egiziani?
Chi soddisfa l’accordo?

Anzitutto gli USA, che saranno i futuri “sponsor” della gestazione egiziana, mentre Israele sarà solo “moderatamente” soddisfatto: in fin dei conti, Tel Aviv aveva fatto i conti senza l’oste, ossia senza considerare la possibilità che Obama s’incavolasse di brutto. Dopo avergli scatenato contro un centinaio di piccole Sarah Palin, in formato matrioske, cosa potevano aspettarsi?
All’Europa, in fin dei conti, ciò che interessa è il Canale di Suez: posto in sicurezza quello, facciano pure ciò che desiderano.
E veniamo alla Libia.

A differenza di Tunisi e del Cairo, la “rivoluzione” libica è nata a Bengasi, alla periferia, ed ha subito assunto i connotati di una guerra, non di una rivolta popolare, con proposte politiche e precise richieste. Dopo che gli inglesi hanno riconosciuto che – “da tempo” – le loro squadre speciali erano all’opera a Bengasi, tutto è più chiaro.
Ciò che stupisce è che la “rivolta” non è avvenuta nel Ciad, in Mauritania, in Algeria e nemmeno in Marocco: in Libia, che ha il secondo PIL pro-capite africano, dietro al Sudafrica.

A quel punto, ci s’inventa la “sostanziale” disomogeneità della Libia, poiché la Cirenaica è una cosa a sé, è chiaro. Peccato che nessuno dei miei parenti, in Libia per molti anni, alcuni nei ruoli degli Ufficiali del Regio Esercito, m’abbiano mai raccontato niente del genere.
Certo, c’è un’appartenenza di tipo tribale: e il Fezzan? Le oasi del Sud?
Ma non facciamo ridere, per favore.

Come sempre, nell’ottica “bipolare” – che, guarda a caso, in questi frangenti diventa sempre bipartisan (penoso D’Alema, penoso La Russa, penoso Di Pietro, penoso Berlusconi, penosi ABC…UVZ…) – chi non sta dalla parte di chi bombarda sta con Gheddafi. Che, se non ci tradisce la memoria, solo poco tempo fa non piantava le tende sui blog, bensì a Roma e Parigi, osannato e riverito. Con l’assenso di Bossi che, oggi, leva lamenti al cielo: e i soldi di Gheddafi in Unicredit?

Pazienza, al nuovo “presidente” della Cirenaica – 33% ENI, 33% BP, 33% Elf…sembra quasi un revival di “Non ci resta che piangere”: ingegneri, 33, 33, 33… – non sarà concesso di venire a Roma e di piantare una tenda beduina. Gli faremo avere una roulotte.


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