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16 giugno 2019

Risposte ad una domanda pleonastica

Chi ha messo/tirato delle mine/missili/siluri/bombe od accidenti vari alle due petroliere nel golfo di Oman? Sarebbe bello saperlo, ed io non lo so: però, una vaga idea ce l’ho, anzi, due. Perché?
Poiché il copione, sempre lo stesso dal “incidente del Tonchino” del 1964, si ripete nei modi e nei termini di sempre: la Storia non si ripete mai – questo bisogna averlo bene in mente – però i modi, le tecniche, gli approcci sono sempre i medesimi, almeno dall’inizio dell’Evo Moderno. Vogliamo provare?

Se c’è fumo c’è arrosto e, qui, l’arrosto non è stato cercato né desiderato da nessuno dei contendenti: entrambi, avevano tutti i mezzi per spedire a fondo le due petroliere, ma non l’hanno fatto. Perché?
Poiché non erano ben sicuri che, dall’altra parte, si sarebbe accusato il colpo senza rispondere: un po’ come gli inutili lanci di missili da crociera sulla Siria, che già si sapeva sarebbero stati intercettati ad altissime percentuali dai sistemi antimissile russi. I quali – si noti bene – non hanno portato in Siria sistemi antiaerei ed antimissile d’ultimissima generazione –  roba buona sì – ma non all’ultimo grido.
Qual è il punto d’inizio, il giro di boa che ha messo in dubbio la supremazia americana negli scacchieri internazionali?

Meno che mai la spettacolare Prima Guerra del Golfo, seguita – in tono minore – dalla Seconda la quale era avvantaggiata da anni ed anni di miserie in Iraq.
Il vero punto di non ritorno, per le armi a stelle e strisce, è stato il 1999: il Kosovo, una guerra forse secondaria per gli esiti e per le modalità utilizzate, ossia la “guerra spettacolo” da mandare in onda a reti unificate su tutti i canali planetari.
Una guerra viziata, sin dall’inizio, dalla vittoria irachena del 1991, che aveva fatto credere ad un’alleanza stratosferica di 27 Paesi contro un mediocre Stato medio orientale, catapultandola in un mito d’invincibilità, quasi fosse l’ennesima puntata di Guerre Stellari, oppure la milionesima avventura del Capitano Kirk.
Una guerra giocata in un campo dove l’avversario era senza alleati, con una Russia al lumicino ed una Cina ancora inesistente sul piano internazionale.
Eppure, quella guerra qualche risultato lo diede, ad analizzare attentamente gli eventi.

Oggi, ci hanno mostrato un filmato in b/n dove si vede una specie di motosilurante che abborda una petroliera e che traffica qualcosa sulla murata della nave.
Quando l’ho visionato, m’è tornato alla mente il filmato degli elicotteri Apache “caduti in esercitazione” nei pressi di Tirana: fumose immagini, rotori impazziti…in altre parole, non si vedeva una mazza.
Il sospetto venne subito, quando s’udirono in diretta – Tg1 – due forti esplosioni: il giornalista, visibilmente imbarazzato, biascicò che erano state udite due forti esplosioni provenire (così sembrava) dall’aeroporto di Tirana. Vere le due esplosioni – in quel momento era a Tirana il Ministro dell’Interno italiano, Rosa Russo Jervolino, e si erano alzati subito da Gioia del Colle gli F-104 (!) che avevano attraversato l’Adriatico come fulmini – ma la verità era un’altra.

Due cacciabombardieri J-22 Orao s’erano alzati dalla loro base nei pressi di Podgoriza e, conoscendo bene l’orografia del territorio, erano riusciti a volare molto bassi seguendo una valle che “sfociava” già in territorio albanese: da lì, avevano puntato sull’aeroporto internazionale di Tirana (dove sostava l’aereo di Stato del Ministro dell’Interno italiano) ed avevano eseguito un solo passaggio con bombe a frammentazione, distruggendo un aereo civile della KLA che trasportava, dall’estero, combattenti per l’UCK albanese ed alcuni elicotteri Apache americani. Da qui la necessità di “giustificare” la perdita degli elicotteri. I due aerei serbi riuscirono a fuggire ed atterrarono a Povikne, a Nord di Belgrado, dove furono ricoverati in un hangar sotterraneo.

Se cercate notizia di questo evento, non meravigliatevi se non troverete più niente: la “pulizia” è uno dei compiti principali d’ogni controspionaggio che si rispetti.

Questo per dire come, in presenza di qualsiasi evento bellico, gli apparati d’informazione sfornano filmati “alla bisogna”: cosa in cui crede il comune lettore, cosa di cui ride chi ha un minimo di conoscenza di queste faccende.
Ma ci fu un “dopo”.

Il “dopo” non fu una guerra americana, ma il tentativo – maldestro – da parte israeliana di conquistare, nel 2006, la parte del Libano a Sud del fiume Litani, conclusasi assai amaramente per Tzahal e, soprattutto, per il glorioso battaglione “Golani”, che ebbe numerose perdite di uomini e mezzi.
Ma, ancor più, ci fu la perdita di una corvetta ed il danneggiamento di una seconda: cosa che mise fortemente in allarme gli israeliani, ma anche gli angloamericani. Perché?

Poiché la perdita di un’unità navale moderna non significa che qualcuno – come narrano a Napoli “ha cugliuto bbuono o’ tiro” – bensì che “qualcuno” è riuscito ad ingannare le misure elettroniche di una unità navale di soli 13 anni fa. Una nave dotata del meglio che esisteva in ambito occidentale: chi aveva fornito quel software?
Hezbollah, ovvio: ma chi forniva Hezbollah? L’Iran, ovviamente. Già: ma chi forniva l’Iran?
Qui la risposta è più dubbia, ma che non si tratti del Pentagono è altrettanto ovvio: l’India? Può essere, sono i più abili nel maneggiare software, e non a caso ogni nuovo aereo russo che viene progettato (vedi T-50, o Sukhoi-57, o Pak-fa) vede sempre la partecipazione indiana. Insomma, “qualcuno” dalle parti dell’India, della Cina o della Russia possedeva – nel 2006 – l’elettronica necessaria per ingannare una corvetta israeliana oppure i carri armati Merkawa.

E torniamo all’oggi.
Se vogliamo rimanere in ambito militare, possiamo raccontarci quello che vogliamo: può essere stata una classica false flag americana, oppure un attacco d’avvertimento (non ci sono state perdite, né di mezzi e né di vite) iraniano. I motivi?
Di là dell’infinita solfa del nucleare iraniano, vorremmo ricordare che l’embargo unilaterale statunitense colpisce uno dei gangli vitali dell’apparato produttivo iraniano: l’industria petrolchimica.

Negletta, dimenticata, è l’industria petrolchimica che ci fornisce fertilizzanti, medicinali, materie plastiche…e tutta la panoplia che vediamo sugli scaffali dei supermercati. E l’industria petrolchimica iraniana è nata nel 1964, ai tempi dello Scià di Persia, che desiderava modernizzare il Paese.
Il concorrente, nel Golfo Persico, è l’Arabia Saudita, da sempre alleata degli USA e di Israele: la società petrolifera di Stato – ARAMCO – ha deciso di buttarsi anch’essa nel petrolchimico…già…nel 2018. Con 54 anni di ritardo sugli odiati iraniani: vogliamo pensare (male) e chiederci se, per caso, abbiano chiesto un “aiutino” agli “amici” israeliani ed americani? I quali, come fecero col Giappone nel 1941, decisero che i negoziati potevano considerarsi conclusi soltanto se Tokyo accettava le “quote” fisse d’importazione di petrolio, ferro, carbone…ecc…che Washington aveva deciso. Il seguito lo conoscete.

Perché, vedete, vendere petrolio è la cosa più facile di questo mondo: lo pompi in un oleodotto oppure lo carichi sulle petroliere…e via, intaschi i soldi. Ma il petrolio, oggi, non è più quello dei tempi di Mattei: il mondo va verso un futuro sempre più elettrico, e la “quota” delle importazioni che prendevano la via del petrolchimico – fino a qualche anno fa – era del 5%: oggi è del 12%, per il prossimo anno si prevede un 14%.
Per installare l’industria petrolchimica (che fornisce alti introiti), prima, bisogna conoscere le basi dell’industria chimica, creare quadri dirigenziali (e, qui, non è poi così difficile) però bisogna creare anche copiosi quadri intermedi, avere conoscenze, tecniche, materiali, sistemi di produzione, ecc.

Può, l’Arabia Saudita – un Paese di 31 milioni di persone, che anche per guidare un autobus assume un immigrato – confrontarsi con un Paese come l’Iran, che ha 82 milioni d’abitanti e che la surclassa in ogni sfera del sapere e della tecnologia? Che ha una popolazione senz’altro più “vitale” di quella saudita, un sistema di governo più efficiente, se raffrontato ad una casa regnante con 25.000 nobili “di Stato”?

E poi, poi…c’è sempre lo zampino di Putin…il quale, stranamente, quando si è parlato di confronto militare fra l’Iran e gli Usa – che, si noti, hanno perso da tempo quel codazzo di 27 Paesi che li seguirono in Iraq – ha semplicemente affermato “che lui non può farci niente” se l’Iran va in guerra contro gli Usa…ma guarda un po’, che strana dichiarazione…

Ci si poteva aspettare la solita manfrina da “nuova guerra fredda” per un Paese considerato “osservatore” nello SCO, il vecchio Patto di Shangai…ma un “osservatore” di riguardo, è già si pensa ad un suo ruolo più “ufficiale”. Niente, non ci può fare niente…o non vuole? E perché?

Perché Putin sa cosa la Russia ha fornito all’Iran il quale – parliamoci chiaro – di fronte alle armi americane soccomberebbe, già…ma “quanto” soccomberebbe e, soprattutto, cosa lascerebbe in eredità con la sua sconfitta?
Putin ha venduto all’Iran il sistema antiaereo/antimissile S-300, lo stesso che ha mantenuto in salde mani russe in Siria, perché conosce bene l’efficienza di quel sistema. E poi: i missili iraniani? Non sono mica gli Scud di Saddam Hussein: possono raggiungere Israele quando e come vogliono, mentre è ancora dubbio se possano raggiungere Napoli, per colpire direttamente la base della VI flotta.
Cosa ne sarebbe dello Stretto di Hormuz? Quante petroliere in fondo al mare?

Israele, se colpito, potrebbe rispondere con le armi nucleari, ma la risposta iraniana sarebbe ad armamento chimico e/o biologico, e – sinceramente – non so quale preferire. In ogni modo, sul piano politico e diplomatico, attaccare per primi con armi nucleari sarebbe una mossa sbagliata, per Israele in primis, perché il “gioco” delle alleanze si romperebbe subito, con conseguenze imprevedibili.

Come potrete notare, la “scaramuccia” che è andata in onda nel golfo di Oman si presta ad entrambe le ipotesi: un “avvertimento” americano all’Iran? Od uno iraniano agli Usa?
Non è poi così importante sapere chi è stato, ma che la cosa sia avvenuta: oggi, intorno alla faccenda, c’è un silenzio che assorda. C’è da giurare che le diplomazie stiano girando “a mille” non tanto sull’evento, ma su tutti i corollari della situazione.

Nel 1941, gli Usa potevano permettersi di mandare al Giappone un diktat senza condizioni: oggi?

16 gennaio 2016

Dolcino e Margherita, Ashraf e...

Ashraf Fayadh e..."Margherita"?



Chiedi allo specchio di spiegarti quanto sei bella!
 Spargi come polvere le mie parole ammassate,
 respira profondamente,
 e ricorda quanto ti ho amata….
Ashraf Fayadh

L’uomo che osservate nella fotografia, è un condannato a morte in Arabia Saudita, un cittadino palestinese nato e vissuto in Arabia Saudita di 35 anni, Ashraf Fayadh, poeta rinomato, conosciuto per la sua bravura come lo era l’imam Nimr al-Nimr, altro pensatore passato a fil di spada dal boia di Ryad. Ci stanno proprio prendendo gusto, eh?
Pare che scapitozzare quelli che hanno un po’ di cervello sia lo sport preferito – d’altro canto, dai seguaci di Al-Wahabi non ci si può aspettare molto... – insomma...Dio li fa e poi li accoppia, Al-Saud ed Al-Wahabi, insieme per la vittoria dell’Islam (il loro Islam, ovvio).
Forse è la primitiva credenza che, uccidendo un nemico, ci s’appropriava dei suoi pensieri e della sua anima? Sono proprio così regrediti? Oppure pensano che ammazzando gli oppositori si risolvano i problemi?

Ufficialmente...il giovanotto palestinese è stato un poco scapigliato (è un poeta...)...ah, l’accusa, sì...è accusato d’aver fotografato donne e d’aver conservato (ah, infamia!) le foto sul suo cellulare. Ragazzaccio, ragazzaccio...c’era forse una foto di Lady Gaga? Come se i sauditi non sapessero delle “gite” che i loro conterranei compiono, varcando il ponte, in Bahrein, dove trovano liquori e puttane in abbondanza! Più probabilmente, Ashraf conservava la foto della sua “Margherita”.

In aggiunta, gli hanno appioppato un’accusa di apostasia ricavata dalla traduzione in arabo (dall’inglese) delle sue opere la quale, nel miglior copione infra-religioso e panteista, è un’accusa molto gettonata: anche Giordano Bruno fu condannato per un’analisi delle sue opere, al punto che il filosofo, alla pronuncia della sentenza, rispose ai giudici: Maiori forsan cum timore sententiam in me fertis quam ego accipiam (Maggiore sarà in voi, il timore per la sentenza che pronuncerete, che in me nel riceverla).

D’altro canto, neppure noi – in passato – siamo andati troppo per il sottile: Dolcino e Margherita – nel buio 1300 – pensarono di “vivere” la loro religiosità in modo difforme dai dettami di Roma (all’epoca, già zeppa di prostitute ed orge ecclesiastiche) – credendo che lui (religioso) e lei (laica) potessero amarsi in libertà pur amando Dio. Oggi, la cosa ci pare quasi assurda: se a loro sta bene così...già, ma fra noi e loro ci sono stati Cartesio, Spinoza, Leibnitz e poi Rousseau, Diderot, D’Alambert, Voltaire, Montesquieu...
Tutte persone che, più o meno liberamente, riuscirono a cambiare il corso della Storia grazie al loro pensiero: cosa che, prima – oppure per chi non ha appreso questa filosofia libertaria (nel senso dell’opprimente costrizione delle dottrine assolutiste) – non era possibile.

Dolcino e Margherita battagliarono per un anno e mezzo, con i loro seguaci, per affermare la loro libertà religiosa in un momento storico nel quale il dibattito non aveva nessun senso, significava solo – appunto – apostasia.
Catturati, furono subito messi al rogo: Margherita a Biella, bruciata sul greto di un fiume (oggi, qualche anima pietosa ha messo una lapide) mentre Dolcino la confortava e la sorreggeva moralmente. Dolcino, il “pezzo forte”, fu condotto invece a Vercelli – la piazzaforte del vescovo guerriero – dove fu bruciato, non prima, però, d’avergli strappato con pinze roventi il naso, il pene e chissà cos’altro. Supplizi che sopportò (a detta dei cronisti dell’epoca) con straordinaria fermezza.

Poi, giunse quello che Gramsci avrebbe definito, secoli dopo, un “intellettuale organico” – tale Dante Alighieri – che sbatté Dolcino all’Inferno...sette anni prima della sua morte! E chi gli annunciò – nel poema – il suo (futuro) arrivo? Maometto! Una bella scenetta, degna dello scomparso “Bagaglino”. Nota a margine: oggi, un altro intellettuale organico – tale Roberto Benigni, bravissimo attore – si mette a recitare Dante. Similis similia solvitur?
Dolcino e Giordano Bruno sono solo due delle migliaia di vittime (accertate) dell’Inquisizione (1), quasi tutte per eresia od apostasia, ossia “tu non sei completamente d’accordo con me, quindi crepi”.
Che siano state di più è molto probabile, giacché Huitzinga, ne L’Autunno del Medio Evo, racconta di un commercio di condannati a morte fra una città e l’altra: in un’epoca senza Tv, senza giornali, senza cinema, senza Internet...un’esecuzione era uno spettacolo importantissimo! Chissà quante frittelle si vendevano!
Nel 1820 il Tribunale dell’Inquisizione cessò di giudicare (rimase, fino a Paolo VI, il Sant’Uffizio, oggi Congregazione per la dottrina della fede, del quale Ratzinger è stato, fino all’elezione al soglio papale, Prefetto) forse perché l’Illuminismo, le cui idee erano dilagate con Napoleone in tutta Europa – anche se si era oramai in epoca di restaurazione – fece capire alla Chiesa che era meglio non “allargarsi” troppo. Il mondo del lavoro iniziava a creare problemi: insomma, c’erano altre priorità.

Oggi, ad Italiabad, la pena di morte va molto di moda, è rapida, segreta, quindi nessuno ne sa niente: è tornato il modo più rapido ed indolore di risolvere le faccende, da noi ed in Saudistan.
Diovanardo Giovanardi, da noi, è l’alfiere dei nuovi cavalieri assassini, concede loro una patente morale di pentimento ogni volta che – ahimé, accidentalmente! poveretti... – ammazzano di botte un Cucchi, un Uva, un Aldrovandi, un Rasman...va beh, non fatemi scrivere righe e righe...mentre quelli della Uno Bianca, dunque, quelli erano, erano...sì, afflitti da una patologia psichica familiare (colpa della legge sul divorzio!), ma, in fondo, erano bravi ragazzi! Gli altri? Mele marce. E, si sa, le mele marce si buttano: questo è il pensiero del buon Diovanardo.

In Saudistan non coltivano mele, né buone e né marce, però c’è la tradizione da rispettare, e dunque si deve concedere al boia la sua arte: l’affilatura della scimitarra, la veste bianca, poi il colpo ed il salto, per non essere investiti dal sangue e sporcare la veste.
Sicché, qui da noi dovremmo – a fronte di comportamenti inaccettabili sul fronte della sicurezza della vita del detenuto – capire cosa sta succedendo, prendercela con i nostri contemporanei o, addirittura, con le generazioni successive, invece, la tragedia musulmana è proprio che loro sono i discendenti dei grandi pensatori Abbassidi! Sembra di raccontare una favola.
I loro padri, erano anni luce avanti rispetto ai figli!

Fra l’anno 800 ed il 1000, approssimativamente, sulle rive dell’Eufrate prosperò una delle civiltà più libertarie esistite sulla faccia del pianeta. Rammentate: doveva ancora scoccare il mitico anno 1000!
Eppure, Baghdad era una città di gran cultura, dove nelle librerie (più di 100!) si ricopiavano libri a spron battuto, dove poeti e grandi matematici pensavano, studiavano e facevano progredire le loro discipline...nella medicina si praticavano le prime anestesie a base d’oppio...mentre lo Stato era “leggerissimo”, si occupava solo dell’esercito e della rete fluviale. Tutto il resto, ai privati.
Ci sono giunte cronache dell’epoca dove sono annotati i barili di vino, le chiatte cariche di barili che risalivano i fiumi: nella Baghdad abbasside, il corpo era corroborato con il vino e la Sharia annacquata con abbondante acqua.

La scuola filosofica dei Mutaziliti (Separatisti) si affermò nel periodo aureo dei califfati abbasidi, e sosteneva – oggi diremmo “illuministicamente” – che “solo la logica (kalam) può riconciliare in pieno ragione e fede”. Rousseau avrebbe applaudito.
E quando Hassan el-Banna, ad Ismailia nel 1928, fonda la Fratellanza Musulmana con lo scopo di conciliare, finalmente, “Islam e Modernità”? Vengono impiccati, senza troppi pensieri, da Gamal Abdel Nasser nel dopoguerra.
E, oggi, si commina la pena di morte per apostasia? Fra l’altro (per quel che conta..) stralciata come reato dall’ONU con l'articolo 18 della dichiarazione universale dei diritti dell'uomo?

Penso che esistano ancora, dopo gli attentati, dopo Colonia, dopo la Palestina martoriata, dopo il macello iracheno ed afgano ed altro ancora, due popoli disposti a parlarsi: ne sono certo, alcuni li conosco personalmente, altri no...esistono persino in Israele. Però, so una cosa, la so per certo.
Siamo i più, siamo una moltitudine che si domanda: perché mai Israele può bombardare a piacimento Gaza, compiere eccidi tremendi, senza che nessuno si alzi – dall’ONU, o da un altro dei posti che contano – sbatta il pugno sul tavolo e dica “adesso basta!”? Perché mai quei soldati di cento nazioni devono scorrazzare nei Paesi arabi, armati fino ai denti per “portare la pace”? Perché gruppi di guerriglieri giungono fino in Europa ed uccidono gente inerme? Perché, la Sharia permette di violentare una donna per strada se non è completamente coperta, ed il cuore del Profeta sanguina per una birra? Già, “conciliare con la modernità...”

Sgombriamo il campo dalle varie propagande sulla conquista di Roma od altre fanfaluche: nel minimo storico toccato dall’Europa in termini di potenza militare, proprio in coincidenza con i massimi degli Abbassidi, Carlo Martello, con un esercito raccogliticcio, fermò a Poitiers ogni speranza di conquista araba dell’Europa. L’emiro Boabdil, dal suo Alhambra andaluso, pagava le tasse ad Isabella di Castiglia!
Oggi, l’Europa – se si fa una somma bruta di mezzi e uomini – è la prima potenza mondiale: continuare in questo modo, significa solo fare più morti, 100 in Europa ed 1.000.000 in terre musulmane, a che pro?

Conosciamo entrambi la geopolitica, ma il petrolio ce lo avete sempre venduto e noi lo abbiamo sempre comprato, ieri capitò con le spezie, domani capiterà con l’energia solare: siamo indissolubilmente legati da questioni economiche che esulano dalle religioni, e da gente maledetta che ci gioca sopra.
Ma siamo tanti, siamo la stragrande maggioranza, a Roma come Baghdad, a Milano come ad Isfahan, a Napoli come a Samarcanda...siamo la moltitudine di persone che leggono sul Web e non approvano, che non sono d’accordo con i morti ammazzati, da qualsiasi parte vengano. E gli assassini, siano essi Daesh od i corpi speciali USA, hanno le mani sporche d’identico sangue. E non è vero che un grammo di cardamomo valesse la vita di un uomo, né un barile di puzzolente petrolio: facciamo sentire la nostra voce, un coro, un urlo di Munch che faccia più volte il giro del Pianeta.

Sappiamo che in Arabia Saudita, in quella terribile dittatura, non è possibile essere oppositori politici, perché si diventa subito “apostati”, e c’è anche la giustificazione giuridica! Sono i custodi dei luoghi santi dell’Islam!
Facciamo smettere questa tragica buffonata medievale e, per favore, la prossima volta che una delegazione italiana andrà a Ryad, si comportino da uomini invece che da quaqquaraqqà. Lascino i Rolex sui tavoli, facciano finta di non vederli, invece di rubare quelli degli altri e svegliare mezzo palazzo reale, la notte, con la gazzarra che scoppiò (2).
Bel contributo – vero Renzi? – per salvare un tuo coetaneo condannato a morte per aver fotografato delle donne e per un reato prescritto da tempo all’ONU?