14 novembre 2007

Lettera aperta al Ministro dell’Interno

Gentile On. Amato,
mi permetto d’importunarla mentre l’Italia è squassata da un vento di mille perché, giacché pochi riescono a capire come si possa definire un fatto “accidentale”, una maledetta “fatalità”, colpire a morte un giovane che si trova sull’auto e si sta recando ad una partita di calcio.
Non siamo rassicurati, convinti, acquietati dalle sue parole: non riusciamo a capire perché le circostanze “siano ancora da chiarire”; sembra che a non aver compreso nulla – paradossalmente – sia proprio il primo depositario della sicurezza interna, ossia Lei.
Le giustificazioni addotte ci sembrano un guazzabuglio di non sense, un tentativo puerile di giustificare l’ingiustificabile, di normalizzare ciò che normale non può essere.
Dapprima ci avete raccontato che il poliziotto aveva sparato in aria poi – forse rendendovi conto che la stavate “sparando” voi un po’ troppo in alto – vi siete corretti, per lasciar posto ad una ridda di “giustificazioni” e di “chiarimenti” che parevano quelli di un ragazzino che ha marinato la scuola e viene scoperto.
La prima cosa che mi ha subito insospettito – signor Ministro – è la sparizione del bossolo: non s’era in piena Amazzonia, non eravamo nelle paludi di Key West, bensì in una tranquilla area di servizio dell’Autostrada del Sole. Il tanto osannato RIS di Parma riesce a trovare mezzo capello in una scena del delitto a decine d’anni di distanza e…sparisce un bossolo?
No, ci racconti un po’ come stanno le cose, perché Bruno Vespa ci ha strapazzato i cosiddetti per anni, facendo e disfacendo il processo di Cogne in diretta, e oramai ciascuno di noi sa benissimo che, a quei professionisti, non sfugge nulla. Un bossolo: possibile?
Visto che un bossolo “scarta” al massimo di qualche metro, dopo l’esplosione, non è che – per caso – qualcuno ha “provveduto” subito a farlo sparire?
Dopo poco tempo – maledizione – salta fuori un testimone che afferma, e sostiene con una testimonianza agli inquirenti, che ha visto l’agente sparare ad altezza d’uomo. Finalmente, da un agente (di commercio) in viaggio, giunge agli italiani una parola di verità: gli aerei possono continuare a volare tranquilli, nessuno ha sparato in aria.
Sarà sorpreso anche Lei – Signor Ministro – e ne converrà che è assai strano che un agente di polizia spari ad altezza d’uomo senza un bersaglio, così, tanto per sparare. Una situazione d’emergenza? Qualcuno stava per essere ucciso, sopraffatto, ferito?
Non ci sembra, perché altri testimoni affermano che la breve baruffa fra una decina di persone, che s’era creata nel parcheggio per questioni di tifo, s’era acquietata quando le auto della polizia – dall’opposto parcheggio – avevano acceso le sirene.
Come spiegare l’arcano? Anche Lei, persona sagace e “sottile”, sarà incuriosito.
Vuoi vedere che… – per carità, è solo un’ipotesi – che l’agente ha meditato di sparare alle gomme dell’autovettura per, in un secondo momento, raggiungere l’opposto senso di marcia ed arrestare i tifosi?
Ci sembra un poco azzardata – lo ammettiamo – poiché non ne esistevano gli elementi: i ragazzi stavano andandosene, le macchine stavano per partire, ogni rischio di colluttazione era rientrato.
Sparare un colpo di pistola per colpire un pneumatico…a quella distanza?
Gli italiani – Ministro – non riescono a comprendere poiché sanno che, a 70 metri di distanza, nemmeno Guglielmo Tell riuscirebbe a colpire qualcosa con una pistola d’ordinanza. Per colpire una gomma a quella distanza, ci vuole una carabina.
A meno che, a meno che…l’agente non abbia millantato di poterlo fare…potrebbe essere…magari dopo alcune, brillanti prove al poligono di tiro, sostenuto dai risultati ottenuti…”Mo’ ci provo…” e gli altri stanno a guardare. Un’ipotesi troppo assurda?
Può esserlo senz’altro, lo ammettiamo, ma ricordiamo che la tragedia del Cermis – quella funivia tranciata dal timone di coda di un A-6 americano – avvenne perché il pilota aveva scommesso di passarci sotto. Una bravata.
Come dice, Ministro? Che non ne abbiamo certezza?
Certo, ha ragione: possiamo solamente ipotizzarlo (sulla base d’alcune notizie dell’epoca), perché non ci fu processo in Italia, tutto fu deciso lontano, negli USA. Tre anni di carcere, se ben ricordo, in parte condonati o roba del genere: il solito amorevole buffetto.
Faceste tanto i gradassi e finiste per farvi soffiare il processo sotto il naso: vuoi vedere che, se provavate a minacciare di rescindere il contratto d’affitto della base di Aviano, magari il processo sarebbe rimasto in Italia?
Adesso, sembra che tutta la faccenda sia soltanto una questione di ordine pubblico: addirittura, per le violenze accadute a Roma in serata, avete sibilato nuovamente la parola “terrorismo”.
Spero – Ministro – che qualcuno stesse scherzando, perché anche lei dovrà capire che – a forza di raccontare che la gente muore per le pallottole sparate in aria, oppure che le funivie cadono per nonsisabeneperché – qualcuno s’incazza e sono dolori.
Certo – Ministro – vorremmo tutti avere la sua flemma, il suo aplomb britannico, la sua elegante parlata germanica, la sua cultura, il suo savoir faire ma – che vuole – non tutti ci riescono.
Ci sono in giro giovani poco acculturati, che non comprendono le “sottigliezze” del linguaggio giuridico, che non afferrano come il reato ipotizzato per chi uccide sia “omicidio colposo” – ossia senza volontarietà dell’atto – mentre per quattro ragazzi che si spintonano in un parcheggio scatti subito l’ipotesi di “lesioni colpose”.
Temono – i poveretti – che nella patetica giustizia italiana, con le aggravanti e le attenuanti che s’accavallano a caso, le due sentenze potrebbero finire addirittura per assomigliarsi.
Lo so, Ministro, bisognerebbe fare uno sforzo per addentrarci meglio – tutti – nei meandri del diritto: che ci vuole fare, siamo soltanto il misero prodotto della scuola che voi ci propinate.
Se parliamo di sforzi, però, qualcosa si potrebbe fare.
Circa un paio di settimane or sono – a Napoli – una pattuglia di carabinieri sparò ad un’auto che non s’era arrestata ad un blocco. Risultato: un giovane ucciso. Subito dopo, la autorità (sono uno scrittore, so quando usare le maiuscole) comunicarono che “probabilmente i giovani avevano appena effettuato una rapina”.
Sentenziare la pena di morte per una rapina ci sembra un’interpretazione del codice penale assai estrema – ne conviene? – anche perché non sapremo mai – ci perdoni, ma talvolta la sfiducia c’assale – se veramente quei giovani avevano rapinato qualcuno. Di veramente certo, c’è solo il morto, colpito ovviamente “per caso”, magari sparando con un’arma corta a decine di metri di distanza su un bersaglio in movimento. I gommisti chiedono, all’unisono, una maggior precisione nel tiro, i becchini s’astengono, gli impresari di pompe funebri votano a favore.
Siccome io e Lei – signor Ministro – abbiamo qualche anno alle spalle, mi sono permesso di salire in biblioteca e di cercare un vecchio libro, che forse anche Lei avrà sfogliato.
Cerca e ricerca…alla fine – coperto di polvere – è saltato fuori: si chiama “Cronaca di una strage”. Non le dice nulla?
Ma sì, Ministro, era il 12 maggio del 1977 – adesso ricorda, so che ha prodigiosa memoria – stiamo parlando del ponte Garibaldi, dell’uccisione di Giorgiana Masi.
Terrorismo? Per carità, Ministro, non provi a barare con me: ci accomunano i capelli brizzolati e il mal di schiena.
Era una manifestazione non violenta indetta dal Partito Radicale dell’epoca, per sostenere alcuni referendum: non vado oltre, so che ha una mente prodigiosa. Se ha qualche vuoto di memoria, chieda al suo (allora) compagno di partito Fabrizio Cicchitto – lo troverà all’opposto balcone, fra le file di Forza Italia – no, non è più socialista. Cicchitto fece un animoso intervento alla Camera dei Deputati, laddove domandava lumi. Ne cito un breve estratto:

“Vi è stato un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse a Piazza Navona, da cui è derivata una situazione aggressiva verso i cittadini, per nulla organizzati, per nulla violenti…E’ la direttiva impartita alle forze dell’ordine che va nettamente contestata e condannata…”

Se vuole il testo completo dell’intervento di Cicchitto, sono a disposizione.
Sfogliando quelle pagine, mi sono chiesto che fine fecero le indagini per sapere chi aveva ucciso – colpita alla schiena – una ragazza che fuggiva sul ponte Garibaldi verso piazza Sonnino.
In quelle pagine – se vorrà, ripeto, sono a Sua disposizione – ci sono le fotografie di poliziotti in borghese che sparano ad altezza d’uomo, armati con mazze e bastoni (armi improprie per dei poliziotti, che dice?). Si vedono pistole e fucili “fumanti”, tutti in mano a poliziotti e carabinieri: anche quella volta, il morto fu dalla solita parte.
Il motivo della missiva è semplice – e qui concludo – perché si riassume in una sola domanda: quali provvedimenti furono presi per quei poliziotti in borghese, armati con pistole, fucili, mazze e bastoni, che sparavano su dei giovani che stavano fuggendo?
Di questo passo – con la sostanziale impunità dei “tutori” dell’ordine – dove andremo a finire? A quando la prossima “Uno Bianca”?
Con “sottile” cordialità
Carlo Bertani

11 novembre 2007

Sono aperte le iscrizioni alla nuova DC

L’accettazione, da parte di Veltroni, del sistema elettorale proporzionale è la grande novità, il giro di boa della politica italiana: ovviamente, siamo sempre all’interno del sistema del Gattopardo, ma qualcosa è mutato.
Da quell’annuncio, è tutto un rincorrersi verso il centro: Casini vede premiati gli sforzi di anni, Fini scende a rotta di collo la china che lo porterà all’abbraccio con Casini e lascia all’alpeggio Storace e la Santanché.
Silvio Berlusconi comprende il rischio, ed attua la contromossa: volete il grande centro? Dovrete fare i conti con me, con le camicie nere di Storace e con quelle verdi della Lega.
A sinistra, i rossi orfanelli di tanto clamore si contano, dopo il grande embrassons nous del Partito Democratico, e comprendono che il loro ruolo sarà quello del PCI d’antica memoria: opposizione e “governi ombra”. Non consideriamo rottami vari, come i rais Mastella e Di Pietro: per loro, ci sarà solo l’accasamento coatto o l’estinzione.
Per comprendere l’improvvisa accelerazione, dobbiamo tornare indietro di un paio di settimane, al monito lanciato – all’unisono – da Luca di Montezemolo e da Mario Draghi. Quando i poteri forti si muovono – Confindustria e Banca d’Italia – significa che gli equilibri non sono più coerenti con i desideri delle borghesie, finanziarie ed industriali, e che si deve cambiare.
Ricordiamo un passo del discorso di Montezemolo, laddove affermava che “il futuro della politica italiana non possono essere Grillo e la Brambilla”.
E passi che la FIAT non consideri Grillo un interlocutore – niente auto elettriche ad idrogeno? – mentre il rifiuto della Brambilla è più interessante: perché? Poiché la Brambilla è una creatura di Berlusconi: chi rifiuta lei, rifiuta lui.
In realtà, doveva essere lo scorrere del tempo a sancire la fine politica di Silvio Berlusconi – pensavano ad un governo Prodi autorevole, che durasse l’intera legislatura – ma così, per tante ragioni, non è stato. Che fare? Lasciare nuovamente al governo l’uomo di Arcore, che si trascina appresso l’amico Tremonti (mal visto sia in Corso Marconi che a Via Nazionale), con prevedibili scontri con il sindacato, con nuovi “tira e molla” fra i centristi e la Lega?
Ricordiamo che Berlusconi riuscì a fare quasi solo riforme “a futura memoria” – scuola, pensioni – oppure nate monche in partenza (quella costituzionale), perché anch’egli aveva a che fare con una maggioranza composita. Per altre – quella dei fondi pensione, ad esempio – non ci riuscì proprio, e sì che aveva una solida maggioranza parlamentare.
Silvio Berlusconi non è più l’uomo dei poteri forti, e il centro sinistra deve abbandonare “piantagrane” vari: tutti uniti per sorreggere la FIAT e le grandi banche, niente più grilli per la testa. Da Fini a Veltroni, tutti insieme appassionatamente: anche Dini chinerà il capo.
Il risultato? Una legge elettorale fatta ad hoc per favorire l’aggregazione al centro: stiamo tornando indietro, a prima del 1992, con i partiti che non indicheranno più un premier ma lo sceglieranno in Parlamento, come un tempo, con le classiche “combine” sottobanco.
Con il meccanismo delle preferenze, potranno affermare che gli italiani sceglieranno nuovamente i loro rappresentanti; dimenticano una cosa: con le preferenze, potranno nuovamente controllare il singolo voto, grazie al noto meccanismo della combinazione di numeri e di nomi. La mafia ringrazia.
L’accettazione dei diktat di Confindustria e della Banca d’Italia, nasce per i partiti da un’amara constatazione: se la Brambilla era l’icona di un Berlusconi dai capelli rossi, il vero pericolo poteva nascere soltanto da un partito che venisse alla luce dai movimenti che sono scesi in piazza con il V-day, e dalle proteste della Rete.
Lo sbarramento – potranno decidere se del 5% o del 10% (come ha chiesto Mastella) – li garantirà dal rischio di nuove formazioni politiche: la Casta, in questo modo, rinnova sé stessa al potere, cambia volti e numeri ma continuerà a controllare, sostanzialmente, il timone e le macchine della nave.
Un po’ di maquillage sarà necessario – comprendiamo – ma gli amanuensi della carta stampata e delle TV sono già pronti per una nuova, colossale operazione mediatica: d’altro canto, in Italia si riesce a far credere che un ragazzo muore, in un autogrill, colpito da una pallottola esplosa da una pistola che sparava in aria.
Possiamo fare qualcosa? A mio avviso, poco o nulla: stiamo lasciando scorrere settimane e mesi importanti, nei quali sarebbe stato possibile creare una nuova formazione politica, come affermo da tempo.
Molti storcono il naso, sostengono che chiunque vada al potere replicherà le magagne di sempre: siamo giunti al “contro-qualunquismo”. Altri si defilano nell’ombra, pronti a salire sul carro di Cesare.
Qualcuno ha sbagliato? Quando Grillo, dopo il V-day dell’8 Settembre, scrisse che ne prevedeva un altro per il 25 Aprile, qualcuno – sul suo blog – gli chiese: e cosa facciamo fra Settembre ed Aprile?
Ecco, quella era la vera domanda.

08 novembre 2007

Noi e loro

Ancora una volta, cerco disperatamente di guardare un programma televisivo fino al termine – in questo caso, “Anno zero” – e finisco per salire nello studio e mettermi a scrivere.
Finché trasmettono qualche intervista a Biagi od a Tonini va bene, ma quando i giornalisti presenti in studio iniziano a dissertare sulla libertà d’espressione in TV, mi viene da pensare dov’abbiano vissuto negli ultimi anni. In RAI?
Come fanno a non sapere che le nomine televisive sono tutte pilotate dal potere politico, da decenni? Perché non scorrono l’elenco dei cognomi presenti in RAI e li confrontano con quello dei parlamentari? Potrebbero munirsi di matita rossa e divertirsi a tracciare i collegamenti: ecco…Buttiglione Angela…Buttiglione Rocco…, Berlinguer Bianca…Berlinguer Enrico…
Ma fateci il piacere…
Il fatto curioso, perché squisitamente “RAI-centrico”, è riscontrare che lamentano una débacle dell’informazione: scarsa libertà, giornalismo d’inchiesta quasi inesistente, censura su tutto…
Tutto vero, ma vero per il giornalismo televisivo.
Io, sto scrivendo queste righe e non ho angeli custodi che mi suggeriscono cosa devo scrivere. Se mi garba, invierò il pezzo ad altri siti che lo pubblicheranno, oppure deciderò d’approfondire l’argomento…insomma, come un qualsiasi giornalista.
Io posso farlo: loro, no.
Domattina, pagherò questa mia libertà andando a scuola ed occupandomi – come faccio da decenni – dell’educazione dei ragazzi: stipendio basso, inutili “grane” a iosa, noiosissimi dibattiti sul nulla incombente, su una scuola che non si rende conto d’esser stata dimenticata da tutto e da tutti. Che s’arrangino i poveri “prof”.
Eppure, ho il mio spazio d’informazione: anzi, che spazio!
L’informazione sul Web cresce a ritmi del 5-10% annuo – oggi siamo intorno al 45% – e non mostra cedimenti: per la prima volta, nel 2007, gli investimenti pubblicitari televisivi hanno iniziato a scendere: TV, giornali, radio, riviste, tutti.
L’unico a salire? Il Web.
I ragazzi, oramai, non cercano altri canali d’informazione: se serve sapere qualcosa, lo digitano su Google oppure vanno a leggere Wikipedia. Con tutti i rischi del caso, ovviamente, sempre – però – minori di quelli che incontrerebbero ascoltando “Porta a Porta”.
Che dire? Questi signori – che identificano l’informazione con le loro dorate poltrone in TV – non si rendono conto che oramai sono dei dinosauri in estinzione: altrimenti, non avrebbero tentato di tapparci la bocca con il pietoso decreto Levi, aggirabile facilmente su provider esteri, e forse per questa ragione hanno desistito.
Il giorno che dal Web riusciremo a far emergere un’organizzazione politica – e credo che quel tempo non sia più così lontano – di questa gente parleremo come oggi si narra dei cantastorie. Folcloristici, fantasiosi, ma irrimediabilmente confinati nel ricordo.
E’ solo questione di tempo, quel tempo che in Occidente non sappiamo più considerare come un alleato, il quale lavora per noi e contro di loro. Sursum corda.

05 novembre 2007

Ignoranza, male primigenio

Nel volgere di pochi giorni, ci sembra d’aver scoperto che esistono bande di romeni che rubano e ammazzano. Facciamo appena in tempo a voltar pagina, che la trama del film “Un giorno d’ordinaria follia” si svolge sotto i nostri occhi. Un ex capitano dell’esercito – congedato per turbe psichiche – costruisce un bunker sul terrazzo condominiale, lo attrezza con trappole esplosive, “collauda” un lanciafiamme (era un capitano del Genio…) e dà inizio alla mattanza, sparando con armi di precisione a puntamento laser.
Il cadavere della povera Patrizia Reggiani è appena sceso nella terra che subito la segue quello di Pino di Sanfelice, che passava di lì per caso.
Due morti “imprevedibili” – qualcuno potrebbe affermare – e invece erano due morti evitabili, se solo si fossero comprese anzitempo le ragioni di quelle storie.
Pensando al film “Un giorno d’ordinaria follia”, un’altra pellicola mi torna alla mente, “Il tempo dei gitani”, di Emir Kusturica, e il filo dei pensieri mi riporta nello schermo della mente l’ex ambasciatore della Repubblica di Jugoslavia – un montenegrino – al tempo della guerra del Kosovo.
Sì, perché il diplomatico – pressato dalle domande che chiedevano lumi sull’apparente follia di quelle terre – rispose che, per comprendere i Balcani, e più precisamente la Jugoslavia, non si poteva far altro che “leggere i libri di Ivo Andric e guardare i film di Kusturica”.
Sembrerebbe – detta da un diplomatico – quasi una battuta per evitare domande e risposte imbarazzanti, eppure così è: senza afferrare il coagulo di vicende che si concentrano in quei luoghi, è quasi impossibile comprendere come mai una persona riduca in fin di vita una donna solo per approfittare del suo corpo. Così, è difficile capire perché un uomo malato di mente possa mantenere il privilegio dell’arma – tipico degli ex ufficiali – e che nessuno se ne renda conto. L’Esercito lo congeda perché non si fida più di lui, e lo consegna – armato – in un condominio della capitale.
Nella stessa città, per vie assai misteriose, il destino “recapita” un romeno, il quale s’imbatte in una donna che torna a casa una sera come tante altre, e finisce in tragedia.
In queste faccende, però, il Fato c’entra ben poco: sono gli uomini che creano il filo degli eventi.
Macrocosmo e microcosmo sembrano sovrapporsi in queste due vicende, quasi che le due follie – l’una definita quasi “antropologica” da frettolosi analisti, l’altra ritenuta oramai facente parte del nostro vivere quotidiano – siano fatali, ineluttabili, quasi “normali”. Eppure, di normalità – oramai – c’è ben poco.
Le statistiche ci dicono che i crimini sono diminuiti – non intendo commentare queste cifre, conscio che il noto “mezzo pollo” non ha mai sfamato chi il pollo non ce l’ha – ma credo che, una sola giornata “d’ordinaria follia” del nostro vivere odierno, stramazzerebbe in pochi minuti un abitante di mezzo secolo fa che dovesse giungere fra noi con la macchina del tempo.
Basta scorrere qualche giornale dell’epoca per rendersene conto: il delitto Fenaroli/Ghiani tenne banco per mesi, ma non avveniva lo stillicidio di violenza – spesso gratuita – come oggi accade. In questo senso, dobbiamo ammettere che siamo profondamente malati: i legami di solidarietà sono oramai labili, mentre quelli della competizione – stimolati dal sistema economico – prevalgono. Sui capitani in pensione e sui romeni girovaghi.
Su tutto, poi, regna oramai un senso di fatalismo che ci preclude di capire cosa sta succedendo.
A molti, oggi, risulterà incomprensibile perché la Romania sia entrata in Europa frettolosamente, senza che s’attendesse qualche anno di “decantazione” prima d’aprire le porte di quel paese all’UE.
Romania e Bulgaria sono entrate in Europa per precise ragioni geo-strategiche: dei rumeni e dei bulgari, a nessuno fregava un accidente.
La necessità, la fretta era dettata dal momento storico favorevole: prima che gli USA riescano a districarsi dal pantano iracheno, prima che la Russia torni ad essere così forte da gettare nuovamente la spada sui Balcani.
La furbesca Europa dei banchieri – conscia di non avere forza militare per un confronto – ha approfittato del momento favorevole per occupare uno spazio che altri, in quel momento, non erano in grado d’occupare.
Tanto per capirci, la debolezza economica di quei paesi, li consegna mani e piedi legati alle burocrazie europee, alle banche europee, al sistema economico europeo.
Cosa se ne fa l’Europa della Romania?
Del paese, in sé, poco o nulla ma del territorio sì, perché la Romania si apre sul Mar Nero, e sull’altra sponda del Mar Nero c’è tanto petrolio e tanto gas che vorrebbe giungere in Europa, ma non ci riesce. Fra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.
Su quel mare s’affacciano l’Ucraina – sempre in bilico fra Russia ed USA – e la Turchia in bilico fra USA e UE. Da quelle parti ci sono la Cecenia, La Georgia, il Kazachistan ed il Caspio…ho, mio Dio, quanto petrolio e gas c’è intorno al Caspio…
Si può farlo giungere in Europa con i “corridoi” adriatici: il meglio sarebbe un percorso nella pianura serba, poi Montenegro o Albania, quindi la Puglia, ma c’è di mezzo un rompicapo chiamato “Kosovo”, che nessuno sa come risolvere. Si può optare per un percorso più a sud, che coinvolga Grecia ed Albania, ma dall’altra parte sempre sulle coste rumene bisogna andare a parare.
Ecco la soluzione dell’enigma, ecco perché due paesi con economie traballanti, con un controllo del territorio evanescente, con popolazioni nomadi che li attraversano hanno trovato casa a Bruxelles.
Scopriamo oggi i Rom e gli tzigani?
Veramente, sono secoli che viaggiano per l’Europa: già rubavano galline quando ero bambino, però non capitava mai che una donna che tornava a casa dopo aver fatto la spesa venisse uccisa in quel modo.
Qualcosa è cambiato, già, tutto cambia.
Ad uno di questi “cambiamenti” abbiamo dato una mano anche noi, anche se ne siamo immemori: quando l’UCK scese in Kosovo, nel 1999, si fece consegnare le piantine delle città e diede 24 ore di tempo ai Rom di quelle terre per andarsene. Chi fuggiva perdeva casa e beni, chi restava bruciava insieme alla casa: se avete dubbi, leggete la “Storia di Reska” – la troverete facilmente sul Web – per rendervi conto di cosa successe a Pristina, a Graçanica, a Kosovo Polje, a Mitrovica.
A Kosovska Mitrovica, in un solo pomeriggio, furono date alle fiamme 1.500 case di Rom che vivevano lì, stanziali, da secoli. Decine di migliaia di Rom, che vivevano e lavoravano in quelle terre, fuggirono in Serbia ed in Bulgaria: poi, come uccelli migratori, si sparsero ovunque.
Sarebbe ingiusto, però, non ammettere che i Rom sono molto diversi dalle popolazioni europee, differenti anche dalle altre etnie jugoslave. Le donne lavorano e mendicano – non battono il marciapiede, è assai raro – ed i bambini sono considerati forza lavoro a costo zero. Questa è la loro società, il loro modo di vivere, da secoli: a Bruxelles non lo sapevano?
I Rom che viaggiavano nell’Europa di 50 anni fa, trovavano un mondo contadino che quasi li specchiava: molti facevano i calderai, e non era raro che nelle campagne la gente acquistasse i paioli di rame dagli “zingari”. I quali, poi, se c’era qualche pollaio “invitante” lo visitavano, ma non accadevano tragedie.
Poi la comunicazione s’è espansa, e le TV occidentali hanno iniziato a “battere” i Balcani, con l’iconografia di un mondo opulento, facile, a portata di mano.
La linea di faglia dei due mondi ha iniziato a scricchiolare: il concetto del tempo ci ha divisi. Loro, che continuano a viaggiare con i loro ritmi antichi, con le loro abitudini ataviche – che noi non condividiamo, non accettiamo, non comprendiamo – e noi che ci affrettiamo sulla via del tempo, dove non ci seguono più.
Inevitabilmente, inesorabilmente, lungo le linee di faglia si scatenano i terremoti. Anche questo non sapevano a Bruxelles?
E a Roma? Nessuno poteva accertare che una “faglia” s’era creata – ed era stata quasi sicuramente certificata da una commissione medica militare – nella mente di un ex ufficiale? Nessuno ha pensato di privare quell’uomo delle armi? Non è la prima volta che persone che possiedono armi facciano macelli: in famiglia, soprattutto. E la vicenda della “Uno Bianca”? Non ci ha insegnato nulla?
Linee di faglia che si creano, nelle menti e nella storia, mentre noi procediamo immemori del nostro vivere, del nostro creare mondi mostruosi, per noi e per gli altri.
Alla fine – per dare giustizia a una moglie che tornava a casa pensando alla cena e ad un passante che probabilmente cercava una pizzeria – si scatena la “vucirria” di giornalisti e commentatori, mentre gli avvoltoi della politica si lanciano su quei due poveri morti per cercare d’accaparrarsene un’unghia.
Intanto, le linee di faglia, sotterranee, nascoste, continuano a fremere, a stridere, ad aggrovigliarsi. Fino al prossimo terremoto.

30 ottobre 2007

L’Italia dei Rais

La decisione presa da Mastella e da Di Pietro, di non approvare la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova, fa male, anche perché – ricordiamo – un alto funzionario di Polizia, appena raggiunta la pensione, s’era affrettato a comunicare che l’irruzione nelle scuole dove dormivano i no-global era stata “macelleria sudamericana”.
Qualcosa da chiarire, quindi, c’era e rimane, di là delle pure e semplici rilevanze giudiziarie.
Invece, i due rais del Sannio e dei Bruzzi, hanno votato con il centro-destra: non per chissà quali motivazioni politiche, bensì per lanciare una messaggio nell’etere alle forze corazzate di sir Archibald Berlusconi, che scendono da Nord. Pietosa la giustificazione addotta all’Alto Comando dal rais Menelik Mastellà, un tempo alleato degli italiani, il quale ha risposto che – se tale ordine era stato concordato (nel programma) – “lui non lo aveva letto”. Il rais Hailé Depreté pare sia fuggito più ad ovest, verso la savana, e non si hanno sue notizie.
Non siamo ancora a conoscenza delle decisioni che prenderà il generale Graziano Prodi – almeno, ufficialmente, comandante delle truppe in Africa Orientale Italiana – ma sappiamo che i sommergibili stanno già salpando dalla base di Massaua, per ignota destinazione. Forse, una difficile e perigliosa navigazione li condurrà a ritrovare la via della Patria.
La situazione sta rapidamente degenerando: l’errore – che oggi qualcuno inizia ad ammettere a denti stretti – è stato fidarsi delle infide truppe coloniali: già i Romani diffidavano dei Sanniti, e gli ascari di Mastellà hanno confermato la tradizione. Incomprensibile, poi, l’appoggio dato al rais Depreté dalla “pasionaria” Franca Rame, ma si sa – come affermò un poeta “futurista” – “che la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie, senza indagare se…
Il vostro corrispondente dell’EIAR vi saluta: raffiche di fucile mitragliatore s’odono per l’aria, e rumori di colonne militari in fuga sono oramai ovunque. Qui Radio Mogadiscio: arrivederci, Italia, arrivederci a tempi migliori!

28 ottobre 2007

Lupi, peli e antichi vizi

Avevamo appena assorbito i “colpi” conseguenti alle pessime riforme delle riforme del centro destra, il tentativo di chiuderci la bocca con il Decreto Levi, che salgono sul palco i poteri forti in prima persona – è raro che accada – per raccontarci come vorrebbero rivoltare l’Italia.
E passi che ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole, ma a tutto c’è un limite: quello della decenza.
Luca di Montezemolo si spaccia per gran moralizzatore della vita pubblica, ma dimentica che ha fatto affari fino a ieri sia con il centro destra e sia con il centro sinistra. Manco capace a non sputare nel piatto dove lui – oggi – e gli Agnelli – ieri – hanno gozzovigliato a piacere.
Eh, sì, perché fa comodo lamentarsi del pessimo welfare italiano, ma dimenticano che la regola è sempre stata: i periodi di vacche grasse per noi, mentre le vacche magre se le deve “sbucciare” lo Stato.
E poi, francamente: mai nessuna autocritica! Quando la FIAT produceva automobili che arrugginivano da sole, era perché conveniva acquistare l’acciaio greco – che costava un’inezia – perché raffreddavano le colate con l’acqua di mare. Acciaio al sale.
Chissà perché, invece, le auto tedesche sono da sempre costruite con materiali superiori, costano di più ma reggono al mercato perché – alla lunga – i costi di manutenzione sono inferiori.
Le cose da raccontare, sul parossistico capitalismo italiano, sarebbero tante: da quando la Terni produceva acciaio di qualità inferiore alla Krupp e lo rivendeva a prezzi più alti alla Regia Marina. Oppure da quando – negli anni fra le due guerre mondiali – la Caproni di Reggio nell’Emilia presentò un velivolo bimotore, monoplano metallico con cabina pressurizzata, che precedeva di quasi un decennio i DC-1 e DC-2 americani. Perché non fu prodotto? Poiché non si trovarono i finanziatori: la FIAT, quando le conviene, sa muovere le sue pedine. Vestivamo alla marinara, e ci piacevano i biplani.
Invece di venirci a strapazzare i cosiddetti, Montezemolo provi a fare l’imprenditore come Dio comanda: perché le ammiraglie Lancia costano parecchio di più dei modelli tedeschi?
Perché il progetto della nuova Fulvia HF è fermo da anni? Gli altri hanno riprodotto – in chiave moderna – Maggiolini e Mini Minor, ed oggi le vendono.
Per essere considerato un interlocutore politico valido, provi prima a dimostrare di saper reggere al mercato senza correre ciclicamente sotto le gonne di mamma-Stato. Provi a proporre contratti innovativi come alla BMW – 28 ore settimanali su 4 giorni – e vedrà che la produttività cresce.
Invece, il Lucherino pensa a contratti ancora più “flessibili”, perché il capitalismo italiano sa solo fare la rincorsa sui costi di produzione, non sull’innovazione.
Dopo Mortadelle e Cavalieri, ci tocca anche sorbirci Draghi (Mario, “in completa sintonia” con Montezemolo) e Carrozzieri. Quante occasioni si perdono per star zitti, caro Montezemolo e, se la cravatta non sai tagliartela da solo, noi non siamo certo i tuoi camerieri. Arrangiati, sei grande e vaccinato.

24 ottobre 2007

Il tempo del Gattopardo è scaduto

Ieri sera avevo meditato d’accendere il televisore e di guardare Ballarò: confesso d’aver resistito soltanto una mezzora, ma è bastato per farmi correre un brivido lungo la schiena, Parossismo allo stato puro.
Non dilunghiamoci ma, un Diliberto che consegna “metaforicamente” alla telecamera un disegno di legge per ridurre i costi della politica, mi fa letteralmente cagare. Dov’eri negli ultimi 15 anni?
Gli risponde un Maroni che cita la “debacle” economica del governo Prodi: rapporto deficit/PIL al 4,3%...debito al tot%...e continua: dati dell’Unione Europea del 2006. Dimentica che i dati erano quelli della sua ultima Finanziaria, stesa nell’ultimo anno del centro destra. Sorvoliamo sui minuetti fra sindacalisti ed imprenditori: in Italia si guadagna poco. “Mo’ me lo segno”, avrebbe risposto Troisi.
Sale quindi sul desktop l’icona di una ragazzina rossa come un semaforo: mi chiedo se vicino ci sia anche Roger Rabbit. Poi comprendo che quella Michela Vittoria Brambilla – nome ben scelto, complimenti, suona bene…Publio Virgilio Marone…Quinto Fabio Massimo… – dovrebbe essere il Veltro del centro destra. Che fu da Feltre a Montefeltro?
No, la ragazza non è il Veltro – mi correggo – perché è “nuova”. Ma chi c’è dietro?
Se non è un Veltro allora è un “gratta e vinci”, un’icona da grattare con la monetina.
Sì, perché penso a cosa succederà domani, quando un povero “marun” (piemontese: sfigato) Prodi porterà i libri in tribunale e tornerà a Bologna. Gratteranno la Michela ed apparirà il viso di Tremonti – dopobarba al mentolo – che ci ammansirà sui decimali del nuovo deficit, della nuova manovra, che non ha ragione l’UE ma non ha nemmeno torto lui. Che tutti sanno tutto e noi niente. Perché, figli miei – risponderebbe il Marchese del Grillo – io so’ io e voi non siete un cazzo.
Basta, premo sul pulsante del frullatore e li sbatto oltre l’orbita del teletrasporto: zoooooooooom! Telecomando. Spento. Come sarà l’alba del giorno dopo?
L’alba del giorno dopo, nella quale sto scrivendo, è grigia e simile a tante altre ma ha un che di diafano, e una vena d’angoscia ha tinto anche i platani della piazza. Questi – rifletto – stanno per lasciarci un’eredità di quelle che stramazzano un toro, e noi non siamo pronti. Le cose stanno accelerando improvvisamente, con Diliberto che non consegna – metaforicamente – un disegno di legge al cameraman, ma le dimissioni di un’intera classe politica allo sbando. Che cerca conforto nel viso dolce e un po’ smarrito di una ragazzina appena uscita dal casco del parrucchiere.
Chi mi riparlerà di domani luminosi, dove i muti canteranno e taceranno i noiosi” cantava Fabrizio 40 anni fa: chi potrà risarcirci di tanto sfascio?
Riflettiamo che non c’è voluto molto: è bastato l’8 settembre, il V-day, per innescare tutto, una spirale di parossismo che ha condotto un Ministro della Giustizia (noi non toccheremo mai un giudice che indaga!) a licenziare un magistrato.
Il dramma è che tutto questo sta per cascarci addosso e non siamo pronti. Dobbiamo correre ai ripari, e in fretta.
Non penso che chi ha partecipato al V-day chiedesse cose tanto diverse rispetto al milione di persone che sabato scorso sono scese in piazza per urlare a Prodi “ma che vai facendo?”, non credo che Veltri, Beha & Co, la pensino poi così diversamente. Perché qui, amici miei, non ci si sente solo più dei poveracci quando si varca il confine francese: oramai, ci si sente disgraziati quando si va in Slovenia.
Abbiamo bisogno di persone che la smettono di presentare proposte di legge ai cameraman, e ringraziamo le ragazzine acqua e sapone: necessitano persone che sappiano cosa fare per un prezzo del petrolio che s’impenna di 10 dollari ogni 4-5 mesi, che decidano cosa fare dei nostri poveri fantaccini in Libano, quando Bush vaneggia oramai come Hitler nel bunker.
Le cose da fare non sono poi tantissime, e sappiamo anche quali sono: non capiamo perché si debba fare una riforma per decidere che farai il precario “soltanto” per 51 mesi (e dopo?), oppure perché si “migliorano” le pensioni per andarci da 60 anni a 62.
Abbiamo bisogno di ristrutturare la nostra forma di Stato – nessuno ha Stato, Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni e Comunità Montane, non c’è nazione che possa farcela a reggere un simile fardello! – le alternative sono poche: lo stato napoleonico (Stato – Province) oppure “simil-federale” con Stato e Regioni.
E poi, via i comuni con meno di 5.000 abitanti: non ce la possono fare, con pochi mezzi, a svolgere i loro compiti. Sono degli inutili Fort Apache!
Smettiamola di raccontare che c’è una “crescita economica”, perché ogni aumento dell’economia lo consegniamo ai banchieri con il signoraggio. Paradossalmente, ci converrebbe non crescere per niente, almeno non aumenteremmo il debito!
E poi un colpo di spugna sull’infinità sequela di cazzate e ciarpami: come si fa ad introdurre nuovamente l’esame di riparazione ad anno scolastico già in corso! Perché De Magistris non ci può raccontare quel che è successo? Perché Rete4 non va sul satellite? Perché i manager ingrassano sfasciando le aziende pubbliche e le vecchiette devono campare con 512 euro il mese?
Le cose le sappiamo, inutile continuare.
Oggi abbiamo a disposizione il Web: usiamolo.
Lancio da queste pagine una proposta operativa: a Grillo, a Beha, a Veltri, oserei dire alle “buonevoglie”, ovunque siano, basta che non siano i soliti marpioni riciclati.
Iniziamo a stendere un programma organico ed a costituirci in qualcosa di più tangibile dei blog: se dobbiamo chiamarlo “partito” non fa niente, non facciamoci spaventare, basta chiarire anzitempo – con un programma chiaro – cosa vogliamo fare e, per questo, un mese di dibattito organizzato sul Web è sufficiente. Con tanto di voti alle varie proposte.
Dopo, facce nuove che raccontano cose nuove, che non abbiano paura di prestare la propria faccia non per una nuova stagione politica – il tempo del Gattopardo è scaduto – ma per una nuova Italia. Basta con l’inno di Mameli: meglio quello di De Gregori.
Un nuovo partito non raccoglierebbe abbastanza consensi per farcela da solo a governare? Non fa niente. Entrerebbe comunque in Parlamento e restringerebbe le aree di manovra dei centro/destra/sinistra, che si vedrebbero costretti ad evidenziare sul proscenio quelle alleanze “innaturali” che già sappiamo esserci.
Farebbero di tutto per rimanere attaccati alla poltrona – questo è certo – ma agendo in quel modo non sortirebbero altro effetto che salire ancor più sulla berlina e mostrare a tutti – ma proprio a tutti – il sedere nudo. Accelerando esponenzialmente la loro caduta.
Facciamo in fretta, però, perché le mie “antenne” mi dicono che il tempo è agli sgoccioli. Non vorrei che si realizzasse la profezia di Gianni Agnelli, ossia che saremmo stati salvati la prima volta da un Cardinale, e la seconda da un Generale. E io, di generali con o senza stellette, non ne voglio sentir parlare, anche perché i Cardinali – sotto mentite spoglie – sono già sfilati.
Se ritenete che questa sia soltanto una sequela di cazzate, un brutto risveglio, un torpore della mente che si è tramutato in uno sfogo, non temete e rassicuratemi. Tranquillo, Bertani: hai solo fatto un brutto sogno.
Altrimenti, serriamo le scotte, chiudiamo i boccaporti e cerchiamo un buon locale in porto dove poter discutere su come reggere alla tempesta. Estote parati.

20 ottobre 2007

Piccoli balilla crescono

Zitti zitti, una ventina di balilla un po’ cresciuti – il Gran Consiglio dell’Ulivo – si sono riuniti a Palazzo Venez…pardon, Chigi (sempre di notte, la tradizione insegna…) per decidere di farla finita con ‘sti rompicoglioni del Web. Speriamo che la prossima volta si riuniscano il 25 Luglio e che ci sia anche, fra i presenti, il genero del Capo. Se sanno di Storia come di Internet, può darsi che la fortuna ci arrida.
Cos’hanno deciso il 12 Ottobre del 2007? Invece di farlo nel giorno della scoperta dell’America, potevano deciderlo il 28 Ottobre, così celebravano la Marcia su Roma.
Hanno meditato d’imbavagliare chiunque apra o gestisca un sito od un blog, imponendogli la stessa normativa che si applica ai giornali! In altre parole, per scrivere queste cose, io dovrei essere un giornalista iscritto all’Albo (che loro stessi controllano, leggete il mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni”, se non ci credete) oppure avere un responsabile del sito (ovviamente, con “pedigree”). In barba all’art 21 della Costituzione!
Naturalmente, il giornalismo di regime continuerà a godere del suo miliardo di euro l’anno di finanziamenti – quest’anno, mascherato in Finanziaria con una diminuzione dei finanziamenti “ufficiali” ed un parallelo aumento degli sgravi postali – che alla fine resteranno quindi equivalenti. Sono la stampella del potere. E per il Web? Per il Web i doveri: cosa vogliono di più?
La procedura, poi, impone ovviamente dei costi ed una trafila che si può trovare sul sito del Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), splendido strumento di “democrazia” che ha sede a Napoli. Semplicissime forche caudine, a meno di non avere anche un ufficio legale annesso.
S’arrampicano sui vetri, per giustificare l’intervento, affermando dubbie argomentazioni sulla diffamazione a mezzo stampa: come se non ci fossero già stati procedimenti giudiziari per articoli Web!
Ho spiegato tutto l’andazzo con un articolo, titolo – Il decreto bulgaro di Prodi – che potrete trovare sul Web facilmente.
Dopo il Vday di Grillo, hanno una paura dannata e la paura fa brutti scherzi. Al punto di non capire che, di fronte ad una simile legge, chi è un po’ più sveglio (e faranno in fretta a diventarlo in molti) s’assicurerà un dominio estero. Carlobertani.ru? Carlobertani.tk? C’è solo da scegliere. Dopo, dovranno chiedere una rogatoria: non facciamo ridere…
E i provider italiani? Come saranno felici di veder migrare milioni di contratti verso altri lidi!
Tanta stupidità non si riesce a credere: questi, di Internet, non hanno ancora capito niente. Lavorano per distruggere il Web italiano!
Se provassero, invece di partorire simili “pensate” – sul filo della paura – a rendere almeno governabile il 30% del Paese, che vive sotto il tallone della Mafia, della Camorra e della N’drangheta, qualcuno gliene renderebbe merito.
Sarebbe meglio cominciare dal nostro “piccolo” Sud, perché il Web – ossia il Pianeta – è un po’ più vasto.
Se, invece, si dedicano a queste attività liberticide, non rimane che rispondere con il “vaffa” di Grillo. Magari da un provider russo, venezuelano, indiano, messicano, groenlandese…

10 ottobre 2007

Benvenuti in Bulgaria

“Quando la luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia…”
Fabrizio de André – Canto del servo pastore

Ho acceso il televisore oggi, 10 ottobre 2007, per ascoltare cosa raccontavano del referendum sul welfare. Ho provato pena, schifo e rabbia.
Dopo che anche i gatti del vicolo dietro casa avevano capito che si trattava di una colossale puparata, gli apparatcik di regime sono scesi nell’agorà mediatica per imbonirci, per raccontarci che era stato un grande “appuntamento di democrazia”. Se questo è il senso che danno ai loro appuntamenti, piango per le loro fidanzate.
Conosco personalmente decine di persone che non sono riuscite a votare perché nessuno aveva detto loro dove andare, dov’erano i seggi. E passi.
Ciò che proprio non passa, è l’elogio sperticato della Casta per la riuscita del colossale inganno che ci hanno propinato: oltre al danno, la beffa.
Il danno peggiore che hanno inferto – tutti, dal piccolo “bonzo” sindacale al Presidente della Repubblica – non è stato l’inganno su cifre che nessuno potrà mai verificare, alle quali nessuno avrà accesso, che nessuna autorità potrà mai convalidare, se non gli stessi che avevano organizzato la farsa.
Il danno peggiore l’hanno inferto alla vita democratica del Paese: chi crederà ancora, dopo questa buffonata, che si possano consultare i lavoratori per le questioni che li riguardano? La prossima consultazione, la faremo gestire da Bonolis con il tele-voto: almeno, lì c’è qualche bella figliola per rallegrare l’animo.
“Tutto è già scritto”, rispondeva un giovane Omar Sharif ad un altrettanto giovane Peter O’ Tool, in Lawrence d’Arabia, ma quello era un film. Oggi, hanno riportato indietro le lancette della storia.
Se questo referendum era considerato così importante – e vorrei vedere che non lo fosse, un appuntamento nel quale si dovevano decidere i futuri assetti del lavoro e dello stato sociale del Paese – perché spregiarlo con una truffa evidente?
Nonostante l’impegno di tutto l’apparato, la gente ha fiutato l’inganno, e questo è il peggior danno: quando ho udito – dalla giornalista del TG3 – che il “sì” aveva vinto con l’87% dei consensi, mi sono tornate alla mente le elezioni irachene, dove il 99% votava per Saddam.
Per anni abbiamo irriso la Bulgaria del socialismo reale – terra dove le elezioni venivano abilmente orchestrate dall’oligarchia al potere – al punto che, ancora oggi, delle elezioni platealmente falsificate vengono definite “bulgare”.
La nostra oligarchia, che chiamiamo “Casta”, è riuscita a far di meglio. E tante scuse ai bulgari d’oggi, che hanno imparato la lezione e queste cose – almeno così sfacciatamente – non le fanno più.

09 ottobre 2007

Cercasi seggio, disperatamente

Per dovere d’informazione – della vera informazione, che oramai si trova soltanto sul Web – vorrei chiedere dove sono i tanto millantati seggi per votare sul referendum per il welfare.
No, perché nella mia scuola (circa 60 dipendenti) e nell’azienda di mia moglie (altri 50 circa), nessuno ne sa nulla: telefono ad amici e conoscenti e mi raccontano le stesse storie.
Si narra di seggi “itineranti”, di “grande consultazione”, ma il delegato sindacale della mia scuola (CGIL) non sa nemmeno dove sia il seggio più vicino.

Marco Rizzo ha dichiarato d’essere in possesso di prove che certificano brogli: controlli non eseguiti sui votanti, “bonzi” sindacali che viaggiano di seggio in seggio (beati loro che sanno dove sono) depositandola in ogni luogo. La scheda, ovviamente.
Ovviamente, Rizzo è responsabile delle sue affermazioni, ma “dal basso” lo spettacolo che si vede sembra dargli ragione. E poi: quali sono le garanzie di questa consultazione? Chi certifica il numero dei votanti e lo spoglio? Gli stessi che hanno siglato l’accordo senza chiedere nulla – prima – ai lavoratori? La validità di una consultazione, deve essere confermata dalle Corti d’Appello: tutto il resto – le famose “primarie” del centro sinistra e questa scempiaggine dei sindacati confederali – è soltanto aria fritta.

Questa vicenda non è solo più un tormentone – uno dei tanti di questa fatiscente repubblica – bensì sta diventando la cloaca della democrazia italiana.
A cominciare da quella notte di Luglio – fabbriche oramai chiuse, scuole in vacanza, tutti al mare – quando si riunirono alle tre di notte per decidere il nostro futuro: non per nulla, quando ne scrissi, intitolai il pezzo “Di notte, come i ladri”.
Tutta la vicenda inizia con un vero e proprio attentato alla vita democratica del Paese, con una riunione ristretta, nella quale non era presente nessuno dei leader della sinistra italiana. Giordano e Diliberto sono doppiamente colpevoli, perché non basta – se sei parte di una coalizione – affermare che “non eri stato invitato”. La rivoluzione non è un ballo in maschera, ma ci puoi andare anche senza invito.
Su quella loro colpevole assenza, si sorvola, al punto che il chierico Damiano rilancia: «Non si può non votare oggi un accordo che, a suo tempo, si è accettato». Peccato che “a suo tempo” – vale a dire nella notte delle beffe – nessuno dei ministri della sinistra era presente.

Poi avanzano i tre Re Magi, e Bonanni va ancora oltre: «La politica deve fare un passo indietro rispetto a ciò che è già stato deciso dalle “parti sociali”». Quando l’ho udito, mi sono dato i pizzicotti.
Chi dovrebbe fare un passo indietro? Pur ammettendo che i nostri “dipendenti” non sono certo delle aquile, Bonanni non è nemmeno uno st…stornello. Chi mai l’ha eletto? Un comitato centrale di bonzi come lui, che per anni non hanno fatto altro che marinare il lavoro, godendo a piene mani dei permessi sindacali concessi a pioggia?
Perché i sindacati di categoria e tutti gli altri sindacati – chiamiamoli “minori” – non hanno voce in capitolo? Vorremmo conoscere la vera consistenza numerica della UIL, perché – qui, “dal basso” – un sindacalista della UIL non lo vediamo da decenni. Eppure, siedono su scranni regali che nessuna legge della Repubblica concede loro.
Le cosiddette “parti sociali” – signori miei – dalle mie parti si chiamano “corporazioni” ed erano lo strumento principe sul quale, in assenza di democrazia, si reggeva il Fascismo.
Con quale faccia il signor Bonanni si permette di siglare accordi, e poi pretende che i rappresentanti democraticamente (si fa per dire…) eletti si facciano da parte?

Ora, chi scrive non è così ingenuo da credere alla favola di Biancaneve – ossia che il giochetto non piaccia tanto anche ai nostri “dipendenti” in Parlamento – però la democrazia ha altre regole.
Le leggi, in uno stato democratico, le fanno i Parlamenti. Se le decidono i tre Re Magi, il Lucherino della FIAT ed i banchieri gentilmente rappresentati dal dott. Padoa Schioppa (manco lui eletto), significa che la democrazia in questo paese ha già chiuso i battenti. Di conseguenza, siamo autorizzati a rispondere con il canonico: “me ne frego!” (“Vaffa” nella versione Grillo).

Forse ci siamo persi qualcosa, ed allora è meglio rivedere come si è giunti a tanto.
L’inganno è sottile perché, nonostante le evidenze – ossia che siano stati al potere per cinque anni gli iscritti ad una loggia segreta, che oggi a tirare le redini siano gli uomini delle grandi banche d’affari, che le due parti siano in combutta (al punto che il “giacobino” Violante dichiarò in Parlamento che “c’era un accordo per non fare una legge sul conflitto d’interessi”) e che le leggi, oramai, le fa soltanto chi viene invitato a Palazzo Venez…pardon, Chigi – crediamo ancora di vivere in una democrazia.
Lo so che, a mente fredda, riconosciamo che così non è ma, il semplice fatto di non dover bere l’olio di ricino (o finire nel gulag), ci fa credere di vivere in democrazia. Come hanno fatto a turlupinarci in questo modo?
Ci può venire in aiuto una testimonianza poco conosciuta ma importante, quella di una persona che ha iniziato a parlare di “democratura”.
Il neologismo è stato coniato dallo scrittore croato Predrag Matvejevic, per descrivere l’abortita transizione delle repubbliche ex jugoslave verso la democrazia, ma ben si adatta per descrivere molti aspetti della nostra vita politica e culturale:

“Non si tratta più di una semplice crisi culturale, ma di ben altro: di una crisi di credito nella cultura. Il ritorno al passato è soltanto una chimera, il ritorno del passato è una vera sciagura. Riprendere le forme più primitive del capitalismo – che lo stesso capitalismo contemporaneo ha abbandonato – non può sostenere nessun tipo di ricostruzione né incoraggiare rinnovamenti di sorta. L’idolatria dell’economia di mercato dà scarsi risultati laddove manca lo stesso mercato, vuol dire la mercanzia! I risultati della democrazia borghese, che quelle «democrature» cercano di fare propri, non possiedono, nemmeno essi, valori universali. Le conoscenze in materia di riformatori occasionali sono spesso limitate.”

Chissà perché, quando leggo “riformatori occasionali”, mi vengono in mente i Di Pietro che vorrebbero rifondare l’Italia e i Calderoli che desidererebbero scrivere Costituzioni.
Matvejevic scrisse queste parole pensando, ovviamente, al disastro della sua gente, ma stiamo tutti procedendo – senza coscienza di compiere la transizione – verso scenari simil-balcanici: basta sostituire ai vetero-nazionalismi di quelle aree la nostra vetusta e noiosa cultura di regime, quel compendio di deindustrializzazione, di vertiginoso calo demografico e di riduzione dei redditi e dello stato sociale al quale stiamo assistendo.
Con la legge 30 – non la chiamo Biagi, perché non era questo l’impianto pensato da Biagi: ciascuno prese ciò che gli conveniva, compiendo semplicemente qualche “copia e incolla” qui e là, dove comodava – stiamo tornando a forme involute di capitalismo. E, guarda a caso, anche qui la “mercanzia” non abbonda: non è forse vero che la gente non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese?
La “crisi di credito” in una cultura è quella che i giovani che lavorano a progetto per 500-1000 euro il mese ben conoscono: in quale “cultura” devono ancora credere? In quella che – a fronte dell’opulenza di una ristretta elite – nega loro i fondamenti della vita: la possibilità d’avere una casa, di sposarsi, d’avere dei figli e guardare con speranza al futuro?
Quale speranza puoi avere se ti vengono negati i diritti più elementari? Non ci sono risorse? Falso.

Il grande problema del lavoro è che si continuano ad ignorare gli incrementi di produttività del sistema: ogni anno, l’occupazione delle grandi imprese diminuisce dell’1% circa. Si dovrebbero produrre meno beni: falso! Se ne producono di più!
L’incremento di produttività non viene considerato, ed esso segue lo stesso trend dell’occupazione, ma in positivo: in altre parole, più scendono gli occupati, più aumenta la produzione, perché oggi a produrre beni sono principalmente le macchine, non le mani dell’uomo.
Mentre un tempo, con le vere lotte sindacali, i lavoratori contrattavano quell’aumento di produttività, oggi – nel capitalismo che torna indietro, verso il liberismo sfrenato – i possessori di capitali ritengono che quei denari siano loro e basta.

Per sostenere questa tesi, servono abbondanti chierici e cantori: ecco la Casta dei tre Re Magi, del chierico Veltroni, del cardinal Prodi, del caporal Giordano. Dall’altra, nani e ballerine: il “venditore di minestre” Berlusconi, penosi tirapiedi come Bondi, mefistofelici azzeccagarbugli come Buttiglione, fegatosi spazzini di sacrestie come Casini, che trombano sull’indissolubilità della famiglia e poi frantumano la propria.
La dinamica, quindi, non può essere che quella degli accordi truccati, e non basta conoscere la truffa che compiono sulla moneta – il signoraggio è solo una parte del problema – perché il grande problema da risolvere è tornare dalla democratura alla democrazia.

Nella vera democrazia, le leggi si discutono nell’agorà – non alle tre di notte – e non si intima a nessuno di “fare un passo indietro”. Fallo tu, Bonanni: nessuno ti rimpiangerà.

06 ottobre 2007

Dove inizia il precipizio

La morte del giovane militare italiano Lorenzo D’Auria è stata, purtroppo, una morte annunciata: colpito al capo da uno o più proiettili, non c’è altro da dire. Fuoco amico o nemico? Non ha nessuna importanza: in un rapido conflitto a fuoco, nessuno può accertare la provenienza delle pallottole. E poi, che cosa conta?
Ciò che è importante ricordare è che un’altra giovane vita se n’è andata, per qualcosa che nessuno comprende più: dopo le tante vite stroncate in Iraq ed in Afghanistan, soltanto il “palazzo” crede ancora che ci sia un senso in quelle spedizioni militari.
Apparentemente slegata da questi fatti, la notizia che il presidente americano Bush ha deciso di porre il veto su una legge bipartisan che concedeva l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini più poveri. Il provvedimento “allargava” i benefici a circa 6 milioni di piccoli americani, che è bene ricordare – per noi europei è difficile da capire – non hanno altra assistenza che quella delle urgenze.
Viene quasi da piangere, nel pensare che un presidente americano sia giunto a negare l’assistenza sanitaria ai bambini: quei 6 milioni non sono caselle di un database, sono 12 milioni d’occhi che cercheranno con disperazione aiuto per un’appendice assassina. E nessuno risponderà.
Come si è giunti a tanto?
La prima voce di spesa del bilancio federale è l’Iraq, la seconda la sanità: dove cresce l’uno, deve diminuire l’altro.
Seguire gli stanziamenti americani per la guerra non è facile, perché da anni il Pentagono cela abilmente nelle pieghe dei bilanci le reali spese: un’enormità.
Di certo, Bush stanziò – all’indomani della resa irachena – due tranche da 80 miliardi di dollari l’una, che coprirono approssimativamente il 2003 ed il 2004: circa 100 miliardi di dollari l’anno.
Raffrontando gli stanziamenti con quelli della missione italiana in Iraq – Antica Babilonia – salta agli occhi la differenza: se il PIL USA è circa 10 volte quello italiano, è come se noi avessimo speso 7-8 miliardi di euro l’anno, mentre la missione italiana costò circa 1-1,5 miliardi di euro l’anno.
Oggi, la missione in Libano costa all’incirca la stessa cifra, forse qualcosa di più, ma siamo lontani dalla voragine americana.
Ciò nonostante, il governo italiano è disposto a scontrarsi con la piazza e con i lavoratori per un risparmio di 1 solo miliardo di euro, quello che fa la differenza fra una riforma del welfare accettabile ed una schifezza come quella che hanno prospettato.
Negli USA, il salario minimo è oramai il più comune: sono circa 6,5 dollari l’ora, circa 5 euro. E l’assistenza sanitaria te la devi pagare con l’assicurazione: in alternativa, spera nella carità del MedicAid.
Sulla guerra, invece, non si lesina: di qua e di là dell’Atlantico, si mandano i figli a morire e s’accusa di disfattismo chi chiede di riportarli a casa, di non gettare inutilmente le loro vite per niente. Sì, signori miei, per niente, perché prima o dopo gli USA dovranno andarsene dall’Iraq e così anche dall’Afghanistan, perché la battaglia – su entrambi i fronti – è stata persa perché la popolazione è stata vessata e schiavizzata come fecero i peggiori colonizzatori.
Prodi e Berlusconi viaggiano a braccetto, e ritengono che si possa rimanere fino a 62 anni in catena di montaggio od a guidare una corriera, Bush fa la cresta alla spesa americana e, per garantire gli interessi petroliferi di famiglia, non si preoccupa di chiudere gli occhi di tanti bambini innocenti.
Il perfido cinismo è oramai signore e padrone di questi despoti: la morte di D’Auria – figlio del Sud, probabilmente in cerca di un lavoro come tanti – e quella dei bambini americani, che si vedranno rifiutare un calmante per una colica, urlano disperazione e giustizia.
E’ ora che su queste vicende la sinistra italiana si faccia sentire – con il voto in Parlamento, non con i proclami al vento – altrimenti stiano zitti e vadano a sventolare le loro bandiere rosse nel cesso.

02 ottobre 2007

Dove trovare un Vladimir?

“Se la volpe vuole imitare le tigre, finirà soltanto per rompersi la schiena”
Proverbio tibetano

Avevo già scritto in un precedente articolo – Segnali di fumo da Parigi – che Vladimir Putin non avrebbe di certo accettato un “pensionamento” in dacia: sul proscenio o dietro le quinte, il nuovo zar di tutte le Russie non fa un passo indietro.
Per chi non fosse a conoscenza dell’ultimo kata del judoka, informiamo che, in prima battuta, ha liquidato il primo ministro Mikhail Fradkov per sostituirlo con lo sconosciuto Viktor Zubkov.
Costui, ha dichiarato (quale novità!) che si presenterà alle elezioni presidenziali del 2008, appoggiato (a questo punto è certo) da Russia Unita, il partito di Putin che gode di un gradimento “bulgaro”, vicino al 70%.
Avevo affermato che Putin, in questo modo, avrebbe mantenuto sostanzialmente il potere, ma il buon Vladimir ha fatto di meglio: diventerà lui stesso Primo Ministro!

Qui, bisogna ricordare che la Costituzione Russa prevede una repubblica federale con accentramento dei poteri nelle mani del Presidente, come stabiliscono molti impianti costituzionali di stampo federale.
Vladimir Putin sarebbe – in pura teoria – sottoposto al potere del Presidente, ma è lui stesso che lo ha chiamato alla carica di Primo Ministro e “lanciato” nella corsa per le presidenziali!
Se non bastasse ancora, Putin ha accentrato nelle sue mani il controllo di Gazprom, che è il secondo gruppo industriale del pianeta ed il primo in campo energetico.
Con queste carte in mano, Putin, Ivanov ed il “gruppo di San Pietroburgo” hanno un poker d’assi che consente loro di guardare con serenità al futuro per molti anni.

Fin qui nulla d’eclatante ma, nel frattempo, si sono svolte le elezioni in Ucraina: ancora una volta, gli ucraini hanno votato seguendo più l’appartenenza etnica che (eventuali) scelte politiche. L’Ovest ai filo-occidentali Yushchenko e Tymoshenko, l’Est al filo-russo Yanukovich.
Come ieri, però, non corre buon sangue fra Yushchenko e la Tymoshenko che – oltretutto – non sono visti tanto di buon occhio dall’UE, soprattutto dopo la nota vicenda del gas quando – nei primi giorni del 2006 – giunsero alla soglia di un confronto armato con la Russia, perché “spillavano” il metano che doveva giungere in Occidente per rivenderlo.
In realtà, l’Ucraina ha sufficienti risorse energetiche – metano e carbone – soltanto che il buon Yushchenko pensava di “seguire” la via di Putin (ossia rivendere il “malloppo”), ma Yushchenko è una volpe, non una tigre.
In quei giorni fra il Natale del 2005 e l’Epifania del 2006 – mentre in Occidente si gozzovigliava – le divisioni corazzate russe tornarono a correre nella neve verso Occidente. Fu chiaro per tutti che la composizione poteva essere soltanto politica.

Sono passati due anni e, come un rito, si ripetono le elezioni in Ucraina: ha vinto il blocco “orientale”? Quello “occidentale”? Poco importa.
Meglio centrare l’attenzione sugli “sponsor” che sui contendenti: da un lato (l’Est) la Russia, esportatrice del metano che serve all’Europa, e l’UE che ha un disperato bisogno del metano russo per mantenere (almeno) la parvenza di rispettare il Protocollo di Kyoto.
Dall’altra gli USA, che vedono ogni giorno che passa la propria divisa perdere valore: in realtà, il prezzo del petrolio non sale di un accidente. Scende il dollaro, la moneta di riferimento: la tanto agognata valutazione del greggio in euro – aborrita da Washington – sta avvenendo nei fatti.
L’economia reale del petrolio – vale a dire dell’unico bene che ancora può avere una parvenza di riferimento per le monete – ha sancito che il petrolio pagato in dollari non può che crescere di prezzo, mentre in euro mantiene un valore pressoché costante. Ad ogni aumento del greggio, corrisponde un parallelo apprezzamento dell’euro: potremo filosofare sui decimali, ma la sostanza è questa.
Con la sciagurata avventura dei mutui subprime – necessaria per mantenere a galla il mercato immobiliare americano, ma destinata a crollare perché sono proprio i fondamentali dell’economia USA ad essere irrimediabilmente corrotti, per il tragico errore di valutazione di Bush sull’economia di guerra – gli USA sono destinati a perdere dolorosamente terreno. E questo lo affermo ricordando che, quando il cambio era 0,90 circa a favore del dollaro – nel 2002 – scrissi in un mio libro (Europa Svegliati!) che il cambio si sarebbe attestato intorno agli 1,25 dollari, e così è rimasto per parecchi anni. Non era così scontato, a quel tempo, scriverlo in un libro.
Come se non bastasse la guerra, gli USA hanno continuato ad indebitare lo stato e le famiglie oltre ogni misura ed oggi stanno giungendo al redde rationem.

Cosa possiamo quindi attenderci dalle elezioni ucraine?
Nulla, assolutamente nulla che non sia una sorta di “navigazione a vista”. Dovranno trovare un accordo di convivenza: giocarsela sulle questioni interne, ma il metano non si tocca.
Lo sponsor di Yushchenko non è l’Occidente – questo bisogna averlo ben chiaro – bensì gli USA, solo gli USA, perché l’UE non ha nessun interesse a fomentare disordini a Kiev. La contromisura russa? Già precisata: la costruzione di un gasdotto che porterebbe il metano in Cina.
Romano Prodi, appena diventato Primo Ministro italiano, è corso a Mosca per rassicurare Putin (con consistenti “pacchetti” economici europei), come se non bastasse la joint venture fra Russia e Germania, che ha visto addirittura un ex premier – l’ex cancelliere tedesco Schroeder – insediarsi alla presidenza della società che costruirà il nuovo gasdotto, il quale porterà il metano in Germania nel 2010 passando sul fondo del Baltico.
A quell’epoca, tutti i paesi satelliti dell’ex URSS – Ucraina, Bielorussia e anche la Polonia dei due gemelli Cip e Ciop – sotto il profilo geo-strategico, varranno come il due di coppe. Sperare nell’aiuto americano?
Per almeno due o tre anni, gli USA non saranno in grado di risollevarsi dall’abisso nel quale sono crollati: ne avranno probabilmente per parecchi anni, per leccarsi le ferite generate dalla guerra irachena.
Ora, riflettiamo che questo processo è iniziato nel 2000, con Bush – trionfante – assiso nello Studio Ovale ed un oscuro ex colonnello del KGB – addetto militare in Germania per molti anni – che prendeva il posto di un evanescente Eltsin.
Chi avrebbe giocato un centesimo sulla vittoria del russo?

I russi sono grandi giocatori di scacchi: se, poi, conoscono anche la disciplina interiore delle arti marziali, diventano dei concorrenti temibili. Dall’altra, si mangiano noccioline e c’è chi riesce addirittura a farsele andare per traverso.
Nel 2008, quindi, Putin “sorpasserà” Bush, che lascerà al suo successore un’eredità da brivido. La Russia, semplicemente, continuerà a gestire il tesoro energetico per almeno mezzo secolo.
Dobbiamo riconoscere che solo una dose massiccia di stupidità e d’ignoranza ha condotto la Casa Bianca verso il rincaro dei prodotti energetici – ritenuta una necessità per sorreggere il dollaro – senza riflettere che era proprio ciò di cui aveva bisogno la Russia per risollevarsi.
Si tratta, quindi, anche delle capacità dei singoli, inutile negarlo perché, quando Powell consigliava prudenza, Bush non lo ascoltò e lo sostituì con la Rice, una ragazzina che veniva dai quadri della Chevron.

Ragionando su questi aspetti geopolitici – e sull’indubbia importanza dei singoli nell’intricata partita della politica estera – si stringe il cuore nel riflettere sulla pochezza e sulla miseria dei nostri uomini politici: non solo arroccati in una Casta, bensì incapaci persino di gestirla.
Come si spiegherebbe, altrimenti, il “disastro” – appena mascherato dai media di regime – nel quale è incorso un piccolo Angeletti nelle assemblee di Mirafiori? I lavoratori hanno respinto al mittente i tranelli che il governo “amico” dei lavoratori ha teso loro.
Epifani, si lancia in una patetica disanima dei perfidi accordi sul welfare – altrimenti “salta il banco” – ma quale “banco”? Quello al quale aspira come componente della Casta? Cosa gli hanno assicurato, un posto in Parlamento, una poltrona da sindaco o la presidenza dell’INPS? Correggetemi se sbaglio, ma Epifani non fa il sindacalista? E’ forse lui che si deve preoccupare del “Banco”? Non s’insospettisce se Luca di Montezemolo e le grandi banche d’affari sono in accordo con la sua “visione” del welfare?

Ci sarebbe da riflettere se convenga avere dei “padri-padroni” come Putin – questo è innegabile – ma nella situazione russa era l’unica chance.

E per l’Italia?
Avevo proposto la via dell’importazione – un Blair od un Schroeder pensionati, una Ségolène Royal (anche l’occhio vuole la sua parte…), un Aznar od un Lula, un Chavez…– insomma, qualcosa di meglio dell’inconsistenza del Valium e dello psiconano. Niente da fare: appena parli d’Italia, storcono il naso.
Potremmo tentare la via dell’ingegneria genetica: forse incrociando la flemma di Enrico Letta con…con Mussi no, ne uscirebbe solo un Letta incazzato. Letta e D’Alema? Ne uscirebbe solo lo zio (il Letta Gianni).
Partire da Veltroni per incrociarlo con Berlusconi? Ne uscirebbe un senza palle che non va più al cinema e passa le giornate di fronte alla televisione. Prodi e Fini? Ne uscirebbe un cardinale, non serve.
Niente, il patrimonio genetico non ci soccorre.

Io non so voi come la pensiate, però sabato 6 ottobre 2007 – a Roma, in piazza Farnese – si riuniranno i comitati per le Liste Civiche: l’ultima spiaggia per tentare d’avere una nuova classe politica. Chi c’è?
I nomi sono i soliti: Travaglio, Beha, Veltri, Pardi…
Ho ricevuto, negli anni, migliaia di e-mail da parte di persone che mi chiedevano “cosa possiamo fare?”. Non s’assicura di certo il risultato, ma almeno vale la pena di tentare.

22 settembre 2007

Anche bugiardi

Venerdì 21/9, su RAI2, va in onda il lungo monologo di Vittorio Sgarbi – senza contraddittorio, nessuno che possa dire “beh” – che se la prende con Grillo per tutte le cose che fa e che dice. Si mescolano – nel fiume oratorio di Sgarbi – panegirici per Cossiga, Andreotti, Berlusconi, la Moratti, Fini ed una sola, lunga ovazione. Per sé stesso.
A suo dire, reclamare maggior “pulizia” in politica, è un ardire terribilmente demodè: sono cose da bambini, da artigiani della politica, che sanno chiedere soltanto quelli che non hanno altro da dire.
Io stesso, ho richiamato l’attenzione sulle parole d’ordine un po’ generiche del V-day: il rischio – che tanti paventano – è di fare tanto chiasso per finire come Masaniello.
Ciò non significa che chiedere l’estromissione dei condannati, ed un generale ringiovanimento della classe politica, sia poca cosa: non farlo, significa semplicemente andare avanti come stiamo andando, e cioè da nessuna parte.
Il vento, oggi, ha iniziato a spirare contro la casta, e ci si mette anche il Fato: attenti a non ascoltare il volere dei (veri) Dei dell’Olimpo, perché ignorarli – per i mortali – vuol dire spalancare le porte alla sventura!
Come potremmo altrimenti definire l’incredibile vicenda di Claudio Burlando – genovese, come Grillo! – che si fa “beccare” mentre guida contromano in autostrada! Dove? Ma a Genova, ovviamente! Signori, se questo non è il preciso volere di Zeus, non saprei trovare altre giustificazioni. A meno di credere che il nostro vivere sia soltanto un colossale caos, e che oltre i nessi casuali/causali ci sia soltanto il vuoto.
Incocciare l’autostrada al contrario non è – per fortuna – cosa di tutti i giorni: a parziale discolpa di Burlando, bisogna riconoscere che – a causa della caotica situazione viaria del capoluogo ligure – bisogna stare molto attenti a quale strada s’imbocca. Una città arrampicata sull’impervio Appennino, schiacciata contro le onde del mar Ligure, ha poco spazio per svincoli autostradali: bisognerebbe chiedere soluzioni migliori ai responsabili del territorio, Sindaco, Presidente della Provincia e della Regione, oppure al Ministro dei Trasporti.
Burlando è stato Sindaco di Genova, Ministro dei Trasporti ed è oggi Presidente della Regione: più che un errore, dobbiamo riconoscere che si tratta quasi di una nemesi. Chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.
Ciò che fa inorridire è stato il comportamento del “notabile” DS: il fatto è avvenuto Domenica 16 Settembre e solo Venerdì 21 le agenzie battono la notizia. E nei cinque giorni trascorsi dal mancato (per pochissimo) incidente?
Anche le modalità della comunicazione lasciano alquanto perplessi. La notizia riportata dall’ANSA racconta di un Burlando a Canossa, con il capo cosparso di cenere, che si prostra di fronte alla collettività e chiede scusa. Sentiamo cosa racconta:
«Ci siamo sfiorati, e quando siamo scesi dall'auto eravamo molto scossi, sia io sia l'automobilista che ho incrociato, perché poteva capitare un incidente. Gli ho subito chiesto scusa.»
Il quadretto è idilliaco: Burlando “scosso” come gli automobilisti, contrito per aver messo in pericolo la vita altrui. Immaginiamo un pianto sommesso, pacche sulle spalle ed un generale sospiro di sollievo. Insomma, mi pento e mi dolgo: già arrivata la telefonata di Sircana?
Repubblica, invece – che non è certo tenera con l’antipolitica, tanto che regge la corsa al neonato PD – fornisce un diverso resoconto (probabilmente, prima di qualche telefonata “che conta”). Vediamo:
Gli automobilisti (parecchi, non uno), coinvolti nel pericoloso rendez-vous, asserivano «D’essersi trovati improvvisamente di fronte un SUV Mitsubishi Space Runner targato AH…che procedeva contromano”.»
Burlando ha percorso quasi un chilometro contromano, sulla corsia che immette nell’autostrada, presso il casello di Genova-Aeroporto.
Il presidente della Regione afferma d’aver subito chiarito tutto con gli automobilisti? Peccato che, il conducente dell’ultimo dei “bersagli” che rischiava d’essere centrato, si sia avvicinato all’autovettura per chiedere conto dell’accaduto. La reazione?
I tre occupanti dell’ultima vettura, raccontano che «Il guidatore restava chiuso nell’interno dell’abitacolo, ignorandoli, con il telefonino incollato all’orecchio.»
Ovviamente, questo avveniva prima della possibile telefonata di Sircana.
E la polizia? Se fosse successo a chiunque di noi, ci avrebbero strappato la patente sulla faccia. La cosa è addirittura comica.
Genova è città assai strana: i poliziotti ammettono d’aver macellato la gente del G8 soltanto dopo che sono andati in pensione. Prima: capirete…
No, non riusciamo proprio a capire perché, al termine della relazione dei poliziotti, ci sia questa strana frase (sempre da Repubblica):
«La pattuglia, non avendo comunque accertato l'infrazione in oggetto, si asteneva dal contestare alcun tipo di sanzione, limitandosi ad informare il comandante telefonicamente e a redigere la presente.»
Cioè, fateci capire: sarebbe a dire che, si mi trovano fermo, contromano, in una corsia d’immissione in autostrada, siccome non mi hanno visto entrare contromano non possono “accertare l’infrazione”? E chi ce l’avrebbe portato quel SUV? E’ arrivato con l’elicottero?!?
Ministro Bianchi, Ministro Amato: come si comportano i vostri poliziotti? Su quali basi contestano un’infrazione? E a chi la contestano?
Claudio Burlando procedeva contromano in autostrada, privo di documenti d’identificazione (a parte uno scaduto tesserino di Montecitorio): meritava solo un amorevole buffetto? Nessuna multa, massima “discrezione”: una storia che la stampa ha dovuto ammettere solo perché la faccenda sarebbe stata con ogni probabilità “scoperchiata” sul Web?
Procedere contromano, significa viaggiare all’opposto del consentito senso di marcia: questa è l’unica cosa che non stupisce.
Che “viaggino” contro di noi, oramai, lo sappiamo da decenni. Inganni d’ogni tipo: sulla moneta, sulle pensioni, sul welfare, sulle tasse, sulla democrazia…è tutto un solo, unico, viaggiare “contromano”.
Nel paese dei buffoni, dove il proprietario di metà delle telecomunicazioni fa anche il Presidente del Consiglio, dove all’opposto schieramento ci sono i poteri bancari che hanno certificato la “bontà” dei mutui subprime, si risponde con un “vaffanculo” a quelli che si spaventano e accostano inorriditi. E si deve tacere.
Poi giunge Sgarbi – il re dei sofisti, pagato con i nostri soldi del canone, 6.000 euro ad intervento – e dobbiamo anche stare a sentire le baggianate che spara?
Ma andate a…

16 settembre 2007

Siamo giunti all’analista

E’ proprio vero che la realtà supera la fantasia: dopo tutti i sermoni che ci hanno propinato per farci capire che si deve andare in pensione a 65 anni, chi mai si sarebbe immaginato – e qui non basta dire “io”, bisognerebbe provarlo e scommetterci almeno un paio di birre – che ci venissero a parlare di pre-pensionamenti!
Dopo tutti i richiami alla “collegialità” del governo, qui non basta più il povero Santagata – ministro per l’Attuazione del Programma (ma esiste solo per mettercelo nel didietro ‘sto “programma”?) – qui è ora d’andare dritti filati dall’analista. Eh sì, perché si supera la dimensione del singolo individuo (dov’era Nicolais mentre decidevano “collegialmente”?) per giungere alle sue “parti”, proprio quelle che l’analista fa dialogare per rimediare ai conflitti della psiche.
Puntuali, hanno rimbeccato i tre Re Magi – Bonanno, Angioletto ed Epifanio – che si sono sentiti punti nel vivo: come – hanno affermato – stiamo “lavorando” per allungare l’età della pensione e questo ci parla di pre-pensionamenti?!?
E’ oramai una farsa che i segretari sindacali ne parlino con questi toni: stiamo “lavorando”! Tradotto, significa: facciamo una fatica boia per far digerire ai lavoratori l’ennesimo accordo-capestro – per giunta approvato dal governo “amico” dei lavoratori – e ci vieni a rompere le uova nel paniere?
Ma non sai – Nicolais – che fatica boia si fa per riuscire a ingentilire il “pacchetto” che stiamo preparando per i nostri “seguaci”? Lo sai che – per avere uno straccio di risultato positivo nella consultazione dei lavoratori – dobbiamo promettere mari e monti a tutti? Cosa credi, che basti il solito trucchetto di far votare i pensionati ed i lavoratori tutti insieme – così, sommando i voti dei pensionati (che, siccome sanno che non saranno mai toccati da questi accordi, approvano tutto) con quelli dei nostri apparatcik sindacali (ai quali consegniamo “blocchetti-premio” di permessi sindacali) – per riuscire a fare almeno il 50% più uno?
Lo sai vero – Nicolais – che se facessimo votare i soli lavoratori ce lo prenderemmo nello stoppino ogni volta? E allora: cosa ti salta in mente d’andare a scoperchiare gli altarini! Come dici? Rinaldini? Stai tranquillo, a quello ci pensa Epifanio: la prossima carica di Rinaldini sarà quella di Segretario Generale della CGIL. Della Namibia, ovviamente.
Non ti sei accorto che, quando hai cercato di rimediare alla gaffe, sei riuscito a fare ancora di peggio? Hai affermato che ti riferivi solo ai lavoratori “over 60 anni”! Ma se sono proprio quelli i destinatari dell’accordo sulle pensioni, che dal 2012 inizieranno la corsa per centrare la “quota” dell’anno (95? 96? 97?) con l’età (60, 61, 62, 63…) e la “finestra”! In quegli anni, per andare in pensione, bisognerà aver “cugliut’ bbuono ‘o tiro”, oppure fare meglio di Luke Skywalker, quando stramazza la Morte Nera con l’ultimo colpo rimasto.
Insomma, Nicolais, lo capisci sì o no che – per salvare le nostre dorate poltrone, pagare le liquidazioni milionarie (in euro) ai boiardi di stato…pensa, persino ai presidenti dell’Alitalia! Buona questa, vero? – non possiamo dare loro l’impressione d’averli legati al carro con una catena? Potrebbero incazzarsi! Dobbiamo dire loro che avranno più “possibilità”, che avremo fornito più “elasticità” al sistema pensionistico, che ci saranno maggiori “certezze”…inventatene anche tu qualcuna…
Lo so che sono tutte cazzate, che i conti dell’INPS sono in attivo – maledetto quel Giampaolo Sassi, il presidente dell’INPS, che il 12 Luglio di quest’anno è andato a raccontare che nei primi sei mesi del 2007 l’istituto era in attivo per 1,5 miliardi di euro…uh…quelli non si sono accorti di niente…ma se tu gli vai a parlare di pre-pensionamenti…
Perché – Nicolais – noi facciamo gli stupidi per convenienza, ma le cose sappiamo come vanno. Pensa che, questi fessi, non si sono ancora accorti che il problema del lavoro e delle pensioni è tutta una colossale puparata! Dobbiamo fare i salti mortali per produrre automobili, latte, arance? No! Dobbiamo inventarcele tutte per non produrre troppo latte, troppe arance, troppe auto! Altrimenti, non sapremmo dove venderle! Lo sai, vero, che il 10% dei terreni agricoli sono mantenuti per forza a riposo? Che le fabbriche dobbiamo chiuderle perché, con l’automazione, si produce troppo di tutto? Ma, allora, vuoi proprio che si rendano conto del trucchetto che propiniamo loro da decenni? Con la fatica che tutti facciamo per creare degli spauracchi – l’inflazione, il terrorismo, la criminalità… – tu ci vieni a remare contro?
Lo sai – Nicolais – che questi statali sono gli stessi che hanno visto milioni di loro coetanei andare in pensione fra i 35 e i 45 anni? Eri, per caso, democristiano? Socialista?
Beh, allora dovresti saperlo: insieme ai 7,5 milioni di pensioni d’invalidità fasulle, erano lo “zoccolo duro” che sorreggeva DC e PSI. Ricordi i famosi “19 anni, sei mesi e un giorno”? Che per le donne sposate erano 14 anni, sei mesi e un giorno? Non sono trascorsi dei secoli: era soltanto un decennio fa! Quelli, se li ricordano, li incontrano per strada, si fermano a chiacchierare con loro!
Mi sa che, qualche volta, i pensionati-baby li prendano anche un pochino per il culo: «Ma va? Lavori ancora?» «Io, no…non riuscivo a stare con le mani in mano e così ho fondato una società con mio nipote: sai, aggiungo qualcosa alla pensione…»
Ma t’immagini, Nicolais, cosa provano quei poveracci quando li incontrano? E pensa che, quando ci fu la riforma Dini, furono così fessi da accettare tutto senza fare una sola ora di sciopero! Lo vedi quanto siamo bravi? E tu ci vorresti rovinare tutto?
Come dici? I “nostri”? No, i “nostri” riuscimmo a portarli a casa prima della riforma Dini: al lavoro ci sono rimasti solo i coglioni, quelli che non avevano un “santo” in paradiso, una tessera che contava, l’appoggio dell’assessore o dell’arcivescovo…
Come dici? Che vorresti – con questa trovata – mandare in pensione i più vecchi, quelli che confondono il mouse con il modem, perché così la pubblica amministrazione sarebbe più efficiente?
Ma, cosa credi, che noi non lo sappiamo?
Credi che non ci siamo accorti che questi vecchietti non servono più a niente? Sono dei poveracci: quando chiedono loro quale messaggio d’errore ha inviato il PC, guardano sul telefonino! Confondono la chiave primaria di un database con la chiave più grossa, quella della cantina. E allora?
Tu li vorresti mandare a casa per mettere al loro posto gente che sappia lavorare? Lo sappiamo benissimo: tu affermi che uno solo – che sappia usare le nuove tecnologie – fa meglio e più in fretta di tre di quelli che ancora prendono appunti col block notes?
Probabilmente, ti sbagli: una sola persona che faccia funzionare bene le cose, fa il lavoro di cinque o di dieci. In amministrazione, nella produzione, ovunque: l’automazione è la carta vincente per lavorare di meno e meglio. Inventati qualche cazzata da raccontare…l’aggiornamento costante…in itinere…mettici qualche parolone…
Ma, hai pensato al dopo? Adesso, quando le cose non vanno, cosa dice la gente? Che sono dei fannulloni, dei rubapagnotte, degli sfaticati. Perché? Poiché quando sono in coda, alla mutua o all’ufficio del registro, devono starci giornate intere. Perché arrivano milioni di cartelle delle tasse fasulle, codici fiscali sbagliati, errori di persona, citazioni a vanvera…
Pensa un po’, invece, se le cose funzionassero come dici tu: come potrebbero ancora prendersela con i maledetti statali se tutto funzionasse a dovere? Se, per pagare le tasse, bastasse mezza giornata come negli USA, se la pratica per una casa popolare durasse pochi mesi come nel resto d’Europa, se gli appuntamenti della sanità fossero misurati in giorni e non in mesi…
Dopo, quando qualcosa andasse storto – lo sai che il mugugno è libero…basta che pestino loro un callo per lamentarsi…sono dei meteoropatici… – con chi se la prenderebbero? Ci hai mai pensato?E se, per caso, se la prendessero con noi? Datti una calmata Nicolino, Nicoletto…no, come cazzo ti chiami…ah, Nicolais: rifletti…

12 settembre 2007

Francesco e Dolcino

Come sempre, Carlo Gambescia - sul suo blog - sa tratteggiare con la precisione del sociologo gli eventi: l’analisi fatta sul “V-day” e su Grillo è proprio un buon punto di partenza per tutti coloro che, passata la “buriana” di Piazza Maggiore, si chiedono “e adesso?”.
Molto interessante il dibattito seguito al suo articolo, con tantissimi spunti che – diciamocelo un po’, tanto per capire che non siamo gli ultimi della classe… – la maggior parte dei commentatori politici di regime non saprebbe mettere insieme in notti insonni. Oramai, così abituati al tritatutto dell’informazione, non sanno più riconoscere i veri spunti d’analisi e di sintesi politica. La vera politica, d’altro canto, latita da decenni e non si può fargliene una colpa se troppo denaro ha loro abbindolato il cervello.
Perciò, lasciamo i deprimenti epigoni del potere cristallizzato – i Michele Serra, i Cacciari, i Moretti… – perché non meritano nemmeno più una citazione. Iniziamo ad abbandonarli al loro tristo destino di portantini dello scranno papale: chissà che qualcuno si ravveda e torni a far funzionare i neuroni rimasti.

La realtà odierna è che Grillo ha testimoniato l’esistenza di un “popol minuto”, che non ce la fa più a reggere la tracotanza e l’inconsistenza del Papato Democristo/Fascist/Popolar/Berluscoid/Sinistrorso. Per ora, il “popolino” ha solo iniziato a contare le forze, ad esprimersi mediante il più moderno mezzo di comunicazione (scusate se è poco…) e a cercare d’individuare piattaforme e schemi politici comuni. In questo senso, Grillo stesso ha ragione nell’affermare d’essere soltanto un “passepartout”: se espandiamo la prospettiva politica ai prossimi decenni, è del tutto evidente che saranno più importanti le figure che nasceranno da quel movimento del leader stesso. Che, attenzione, ne è cosciente in prima persona.
Perciò, potremo – per comodità – definire con il termine “Grillo” non il simpatico attore, ma tutto ciò che farà (o potrà fare capo) a quel nome. Anche le polemiche sul signoraggio, a questo punto, lasciano il tempo che trovano per due basilari motivi: il primo è che pochissimi, nel movimento, sono completamente digiuni di quella truffa perpetrata ai nostri danni. Il secondo, che la semplice riaffermazione del potere sulla moneta – senza parallele e precise indicazioni per una politica di de-crescita cosciente – non mina nessuno degli assiomi di questa società perversa. Domani, i signori del futuro signoraggio potrebbero essere la nuova aristocrazia – mediatica, scientista, ecc – e non avremmo risolto nulla: come affermava de André, “dei cinghiali laureati in matematica pura”.
Senza una nuova politica che getti anche il cuore nell’agone, non c’è futuro: ci sarà soltanto nuova prevaricazione e corruzione.

Diventa perciò più interessante lo scenario futuro, sul quale ciascuno di noi ha diverse opinioni, e che merita d’essere approfondito. In altre parole, come giocherà le sue carte Grillo?
Ci fu, in tempi assai lontani, chi creò un “movimento” per contrastare il potere papale del tempo, la sua secolarizzazione, la corruzione, l’inconsistenza spirituale. Qualcuno potrebbe affermare che i tempi non sono poi tanto cambiati – discorso interessante – ma non facciamo troppe sovrapposizioni fra i Papi medievali e monsignor Casini (divorziato, separato o concubinato). Accomuniamoli con la semplice definizione di “potere”: basta ed avanza.



Quasi contemporanei, Francesco e Dolcino s’occuparono “alla Grillo” di queste faccende: non ne possiamo più di cardinali circondati dal lusso, che frequentano più le alcove che le sacrestie, che pretendono di succhiare il sangue della gente con le decime per dare sostanza al potere “mediatico” del tempo.
Era poca cosa rispetto all’oggi, ma l’icona della spada accompagnata dalla Croce era un messaggio chiaro per tutti: avete qualcosa da ridire? Accomodatevi.

I due accettarono la sfida, con diverse strategie, ed entrambi fallirono.
Francesco scelse la via “movimentista”, privilegiando la struttura esterna di pressione sul potere: vedrete – affermò – a forza di dimostrare loro che siamo noi i veri cristiani, se ne accorgeranno e dovranno cospargersi il capo di cenere. Il Papato, bonario, accettò la sfida: vuoi vedere che, grazie a quel gonzo, accetteranno di vivere in condizioni ancor più misere di quelle che già li obblighiamo a sopportare? Se saranno così ascetici da vivere in completa povertà, a noi toccherà – per compensare le statistiche sui consumi – abbandonarci al lusso più sfrenato. Crediamo bene che lo fecero Santo.
Francesco è oggi Rinaldini della FIOM (un “movimentista”), al quale il buon Epifanio promette (12/9/2007) – una volta sbaragliate la armate del caporal Giordano e del sergente (non napoleonico) Diliberto – una “profonda riflessione sul futuro della CGIL”. Se fossimo in Rinaldini, lo consiglieremmo di gettare un’occhiata nel cortile interno della CGIL, per osservare se non stiano già preparando il rogo: anche un salto a Campo dé Fiori, tutto sommato, potrebbe giovargli per rinfrescare la memoria.

Diversa fu la posizione di Dolcino – del quale, oggi, non c’è segno, è bene ricordarlo – che optò per lo scontro frontale, ma che partiva dalle stesse considerazioni di Francesco sul clero del tempo. Con un po’ d’acrimonia in più: d’altro canto, non lo fecero certo santo.
In diverse battaglie – sui monti del biellese e della Valsesia – sbaragliò le soldataglie dei vari episcopati, fino all’ultima, quando perse. La vendetta fu terribile: si racconta che, quando giunse a Vercelli per essere bruciato sul rogo, avesse già “perso per strada” naso, orecchie, pene e testicoli.
Dolcino non si limitò a fondare un movimento, ma lo organizzò in “partito” il quale – date le pessime abitudini del tempo, ovvero di cedere alla spada la soluzione d’ogni controversia – non poté prender forma che in un “partito armato”.
Le loro avventure, entrambe completamente fallimentari, alimentarono soltanto le fantasie (Dolcino) di un giovane poeta – tale Alighieri, oggi molto amato da un ministro dell’Istruzione – mentre l’avventura di Francesco si stemperò in secoli di diatribe sulla proprietà dei beni ecclesiastici. Proprio lui, che li aborriva.
Per quasi mezzo millennio, a Roma continuarono a sollazzarsi: va bene, c’è ‘sto Pietro Valdo…ma che è ‘sto Valdo? ‘na pasticca? Ma lassa perde…

Quando, però, un tal Lutero non si limitò più a denunciare dal pulpito le nefandezze ecclesiastiche, non meditò minimamente di creare un esercito, ma affisse pubblicamente le sue tesi nel duomo di Acquisgrana, la cosa si fece seria. E cambiò la storia europea.
Riflettiamo che, quelle tesi affisse pubblicamente in una grande cattedrale, avevano probabilmente la stessa importanza di un programma politico lanciato ai quattro venti ed ai sei continenti dal Web. Non si poteva più glissare né si poteva, semplicemente, ammazzare: quelle tesi sarebbero rimaste, anche se l’estensore fosse stato segregato nelle viscere del Laterano.
Forse, farsi troppe domande sul futuro immediato del movimento “Grillo”, è superfluo se prima non ci sono delle tesi accuratamente esposte, ponderate e precisate anche nei particolari. Ciò che attende Grillo non è oggi la scelta fra movimento e partito – per ora le cose possono benissimo rimanere come sono – bensì una crescita interna del “Grillismo", ovvero sui contenuti decisivi del nostro vivere. Non basta certo chiedere l’espulsione dei parlamentari corrotti, né lanciare da una piazza messaggi al vento o presentare auto ad idrogeno.
Penosamente, ci provò anche Prodi con l’esperimento del “cantiere” di Bologna: non sappiamo se quel cantiere ancora esiste, ma abbiamo costatato che su quelle fondamenta è stata creata la fetecchia di governo che abbiamo dinnanzi.

Il passaggio obbligato dei “Grilli” è proprio la definizione e l’analisi di un vero programma: senza la sintesi finale – ossia delle proposte serie ed incisive, per modificare radicalmente il nostro modo di vivere e di pensare – né un partito e né un movimento avrebbero senso.
Attenzione, non si tratta di una proposta riduttiva: qui, stiamo parlando di rivoluzione.
Ci sono moltissimi esempi da proporre: dalla proprietà della moneta alla produzione dei beni, dalla generazione d’energia alla non-creazione di rifiuti, ai trasporti (sapete che siamo uno dei pochi paesi industrializzati che non sta “ripensando” al dirigibile?), all’invereconda scuola sempre più autoritaria e verticistica, ad una sanità che fa di tutto per venderti farmaci e non guarirti.
Iniziamo ad affiggere delle tesi, sbugiardiamoli nella loro inconsistenza politica. Iniziamo la rivoluzione.

25 agosto 2007

Vecchie baldracche e giullari di corte

L’uscita di Franco Zeffirelli nei confronti di Imgar Bergman e di Michelangelo Antonioni – proprio perché pronunciata in articulo mortis – non merita altro titolo. Il regista toscano ha definito i due colleghi “pesanti e noiosi”, con un tempismo ed un savoir faire degni di un beccamorto, mostrandosi per quel che è: un malcapitato e penoso impresario di pompe funebri in cerca di notorietà.
Anche sull’accostamento dei due registi, ci sarebbe molto da dire: Bergman sa di Ibsen e Ibsen sa di Kirkegaard. Tutti insieme, volano accompagnati dai gelidi violini di Sibelius. Michelangelo Antonioni è forse più legato a forme decadenti di marca tedesca (la collaborazione e l’amicizia con Wenders…), e probabilmente meno esistenziali in senso stretto: tematiche gelide e taglienti a volte, ma graffianti, come in Blow-up e Zabriskie Point. Insomma, pur essendo l’argomento complesso, da Firenze – semplificando tutto con una battuta – si finisce per osservare il mondo e non capirci un cazzo.
Recentemente, avevo scorso sullo schermo alcune scene della Bisbetica domata di Zeffirelli: ecco, da qui possiamo partire per non cadere in uno stupido alterco.
Osservando l’allegra cavalcata di un gruppo d’universitari rinascimentali, nella Padova carnascialesca, non ero riuscito a fare a meno di notare lo stridore di quella scena. Pur ammettendo la goliardia dell’epoca, mai si sarebbe espressa nei temi e nei modi nei quali la propone Zeffirelli: più che un’allegra comitiva in festa, quella scena richiama – scusate il termine – un convivio di culattoni in vacanza. Nella Padova rinascimentale, quella di Galileo e di Giordano Bruno?
Il limite di Zeffirelli è proprio questo: non riuscire a dipingere il mondo cercando l’astrazione dalle vicende umane dei singoli, il doverle forzatamente colorare con il suo essere omosessuale. Qui sono conscio d’inoltrarmi in un tabù, ma – proprio perché non avverto nell’animo pulsioni razziste e di discriminazione – lo faccio senza esitare.
Oggi, va per la maggiore credere che la creatività sia di marca omosessuale: due insiemi perfettamente coincidenti. Una cazzata che non sta né in cielo e né in terra. La moda è un’espressione artistica riservata ai soli omosessuali? Solo perché omosessuali?
Vogliamo ricordare il più geniale creatore di moda italiano, Gianni Versace?
Gianni Versace fu tale perché era un genio, e basta. I geni nascono già belle e pronti, al supermercato della cultura?
Versace studiò per anni la sartoria teatrale e cinematografica, che è una miniera per chi s’appressa a quel mondo, e ne abbiamo le prove (oggi, se ben ricordo, documentate da una sorta di museo o galleria dei suoi studi): studio, meticolosità, precisione, curiosità furono la sua forza, unite senz’altro ad una gioiosa attitudine verso le forme ed i colori. Gli altri? Saranno pure bravi, ma non sono Versace.
La musica? Elton John è un bravo autore, nulla da eccepire, ma consideriamolo alla stregua di decine di suoi colleghi. Non paragoniamolo, però, a Dylan o a De André: non regge proprio. E il teatro? Le compagnie dilettantistiche sono zeppe d’omosessuali: sembrerebbe il loro pane. Se, invece, scorriamo i nomi dei “grandi” del teatro e del cinema, fatichiamo a trovarne uno che lo sia. Giannini? Gassman? Fo? Albertazzi? Ranieri?
Chissà perché Zeffirelli non ha accomunato ai due registi appena scomparsi anche Pier Paolo Pasolini, che – in quanto a “mattonate” – mica scherzava: vogliamo ricordare la “leggiadria” di Teorema? Forse perché “cane non mangia cane”? No, perché Zeffirelli, con Pasolini, non condivide nemmeno un’unghia.
Quando Pasolini decise d’inoltrarsi nella vita di Cristo – ne Il Vangelo secondo Matteo – lo fece con la meticolosità ed il rigore dello storico, viaggiando in Israele per scoprire che, il mondo del Cristo, sarebbe stato costretto ad ambientarlo a Matera. Vogliamo mettere accanto i Racconti di Canterbury con le “incursioni” in Shakespeare di Zeffirelli?
Quella sera di novembre, quando morì Pasolini, ero tornato da una gita con degli amici. Prima di lasciarci, accendemmo il televisore e fummo colpiti come una mazzata dalla notizia. In silenzio, tutti provammo la dolorosa sensazione della perdita: uno dei nostri padri se n’era andato. Avrei provato identico dolore tanti anni dopo, quando ci lasciò De André.
Pasolini ci ha lasciato in eredità il suo mondo di poeta, spesso profetico, senza mai pretendere d’essere qualcosa di più o qualcosa di meno perché era omosessuale. Quel suo esserlo, era un anelito di libertà: sofferta, forse, ma tutte le libertà hanno un prezzo.
Quella di Zeffirelli, nei confronti di Bergman e di Antonioni, non si può nemmeno definire una caduta di stile, perché bisognerebbe prima ammettere che l’uomo sappia cosa significa possederlo. Stile ed onore sono il patrimonio di coloro che accettano le sfide dell’esistenza con la schiena ritta, non dei giullari dei potenti.
Ricordiamo allora, a chi non sa far altro che azzuffarsi con i cadaveri, l’epitaffio che James Joyce dedicò ad Oscar Wilde. Joyce difese a spada tratta Wilde dal ludibrio calatogli addosso da britannici codini e bacchettoni, rivendicò il suo diritto di mostrarsi omosessuale in un’epoca nella quale il loro destino era la gogna o il segreto. Non mancò, però, di tratteggiare lucidamente il significato di quel suo mostrarsi “sopra le righe”: “Il Wilde, entrando in quella tradizione letteraria di commediografi irlandesi che si stende dai giorni di Sheridan e Goldsmith fino a Bernard Shaw, diventò, al par di loro, giullare di corte per gli inglesi.”

10 agosto 2007

L’oro a voi e le grane a noi?

La vicenda dell’oro della Banca d’Italia – la sua ipotetica vendita – ha subito scatenato le reazioni della Banca Centrale Europea e della Commissione Europea: “a domanda risponde”. Solo che, la “risposta”, non ci sembra quella giusta.
Si fa presto ad affermare che solo le istituzioni europee sono legittimate a decidere sull’oro delle singole nazioni: bisogna sostenerlo con argomentazioni, non con dei diktat.
Curioso il fatto che, quando si parla di oro, i banchieri si scatenino subito – in piena estate – per affermare che il malloppo è di loro proprietà.
In realtà, quell’oro era – fino al 1944, fino a Bretton Wood – la contropartita aurea della Lira: non ci sembra che l’Euro di Maastricht sia garantito da depositi aurei, come nessuna delle principali monete del Pianeta. Era quindi oro italiano, del popolo italiano.
I banchieri ci solleticano ogni giorno che passa ad abbandonare le vecchie categorie dell’economia: entrate, prego – sembrano affermare – nel nuovo, dorato mondo dell’investimento. Dateci i vostri soldi senza temere, ne faremo buon uso: poi, quando si scatenano le “buriane” immobiliari o dei fondi, la carta straccia rimane a noi, mentre a loro rimangono proprio i simulacri della vecchia economia: immobili, proprietà fondiarie, miniere, giacimenti petroliferi ed oggi anche l’oro.
I presi per il sedere della Parmalat ancora si beano di qualche quintale di carta straccia, mentre lor signori affermano che l’oro della Banca d’Italia è anch’esso di loro proprietà.
La fregatura della carta straccia già la conosciamo: non ce la fai più a pagare il mutuo? Pazienza…ci dai la casa e non ci accontentiamo. Le chiamano “sofferenze”: sarebbe proprio curioso sapere chi soffre.
Sulla vicenda dell’oro, ci pare che i signori di Francoforte non c’azzecchino molto: una simile impostazione può valere per uno stato federale (USA, ad esempio) che hanno sì una banca centrale, ma hanno anche una sola economia.
L’Europa non è nemmeno una Confederazione di Stati, non ha una sola Costituzione, non ha un Parlamento sovrano, non c’è un vero Governo in carica, non ha identica politica di difesa. L’UE vale solo, allora, per gli aspetti monetari?
L’Europa è costituita, in primis, dagli europei. Se l’oro della Banca d’Italia è oro “europeo”, allora anche le leggi sul lavoro, sul welfare, sulla protezione sociale devono essere “europee”.
Tutta la vicenda richiama ancora una volta il problema di una Costituzione che non nasce: viene sì redatta dagli apparatcik di Bruxelles, ma le popolazioni non la bevono. Perché?
Diritti e doveri, sono le basi di una Costituzione: si dà e si riceve, in un mix equilibrato, non l’oro a noi e le grane a voi, altrimenti le popolazioni non ratificheranno mai la Costituzione. Ah, per l’Italia ci ha già pensato il governo di centro/destra/sinistra a farlo per noi: non si sono nemmeno scomodati a proporre un referendum per uno degli aspetti più importanti del nostro futuro. Grazie ancora.

03 agosto 2007

L’Italia su Marte!

La notizia non è confermata, ma numerosi indizi sembrano confermare l’indiscrezione.
Il Primo di Agosto, il ministro della Pubblica Istruzione – Fioroni – comunica, affranto, che la metà degli allievi italiani va avanti a debiti, trascinandosi da un anno all’altro le lacune. Un po’ come i loro padri, che si trascinano da decenni debiti e mutui.
Afferma che la “situazione è insostenibile”: troppo ignoranti e svogliati!
Noi, qui sulla Terra, già lo sospettammo nel 1994, quando furono aboliti gli esami di riparazione dall’allora ministro D’Onofrio. Gli esami di riparazione non furono aboliti per chissà quale esigenza didattica, bensì soltanto per concedere qualche settimana in più di “respiro” al turismo. Insomma, meglio un po’ di PIL oggi che altrettanta sapienza domani.
Ovvio che, eliminando gli esami, non si risolse il problema: una scuola pensata nel 1925, e frequentata dal 10% circa della popolazione, non può essere la stessa del 2007, frequentata da più del 90% dei ragazzi.
O siamo diventati tutti dei Pico della Mirandola, oppure gli obiettivi didattici non possono rimanere gli stessi: reinserire gli esami di riparazione? Può essere, ma andare indietro come i gamberi non è una soluzione: o si faranno degli esami “burletta”, oppure si bocceranno la metà degli allievi. Siccome la “seconda” è improponibile, sarà data per buona la prima.
Pensare una scuola diversa, più adatta alle nuove esigenze? Troppa fatica, e poi – su Marte – c’è poco ossigeno per il cervello.
I ministri economici – Padoa Schioppa e Visco – se la prendono invece con i 100 miliardi d’evasione fiscale: non si può andare avanti così!
Noi, qui sulla Terra, già lo sappiamo: basta portare l’auto dal meccanico per sentirsi dire: «Sono trecento euro in fattura; se, invece, me li dai “così” sono duecento”. Oppure dall’avvocato: «No, solo contanti, niente assegni o bonifici…» L’idraulico, poi, ti racconta «Una settimana di lavoro: se me li dai “così”, con mille e duecento euro te la cavi…d’altro canto, per una settimana, mi sembra un prezzo onesto…»
Peccato che un operaio, per guadagnare quei soldi, ci mette un mese.
Il Buon Samaritano Damiano, invece, viene da Cuneo. La città è da sempre famosa per i suoi dolci, fra i quali spiccano i “cuneesi al rum”, cioccolato e liquore. Damiano è invece un “cuneese alla camomilla”, con la sua aria beata da eterno sacrestano degli scout. Mette insieme una riforma del welfare che è una schifezza, e poi si lamenta se gli altri storcono il naso: provi a mettere un po’ di rum…pardon, un po’ di soldi…nella riforma (magari presi da quei 100 miliardi d’evasione?) e ci risparmi la camomilla, che se vogliamo ipnotizzarci come dei coglioni sappiamo come fare, anche senza la sua faccina sorridente, lo Smile del governo in carica.
Negli stessi giorni, un deputato dell’UDC – un certo Mele – si concede uno sfizio. Se ne va in un alberguccio del centro romano con champagne, coca e due belle figliole. Ma sì, dopo un anno di fatiche parlamentari, me lo sono meritato.
Una delle due ragazze, però, dopo bevute, sniffate e trombate si sente male: maledizione, che male c’era a divertirsi un po’…
Il giorno dopo, tutti nel confessionale…pardon…tutti a fare le analisi per dimostrare che non sniffano coca, proprio di fronte a Monte Citorio.
Frammenti di discorso «Oh, ma sei sicuro? No, perché se non sei proprio sicuro torna domani, che qui ci rovini la piazza…quanto? Due giorni, e il medico ha detto che non dovrebbero trovare più niente? Va, torna domani che è meglio…»
Insospettisce anche l’esternazione del leader della CGIL, il buon Epifanio, sulla penosa controriforma della controriforma Maroni e della controriforma Dini: «Dobbiamo chiudere adesso: a settembre non si può!»
Parole sibilline: che senso avranno?
Che tutte questa cosa capitino d’estate, insospettisce: vuoi vedere che…
L’unica spiegazione per tanta fretta è che a Decimomannu – poligono missilistico italiano – ci sia qualche segreto di Stato che non conosciamo. Fosse l’unico.
Probabilmente, il genio italiano ha già costruito lo Shuttle planetario, quello per gironzolare nel sistema solare come noi prendiamo la Panda per recarci al supermercato! Tutto quadra!
Ecco perché decidono tutto fra Luglio ed Agosto: vengono sulla Terra in ferie! Dopo, se ne vanno, portandosi appresso anche le bianche poltrone di Vespa!
Tutta la politica nostrana è allora un colossale “Capricorne one” alla rovescia: quelli, su Marte, ci stanno per davvero!
Tutto quadra, anche la carenza d’ossigeno, la quale non consente che brevi e modeste comunicazioni. Lunghe riflessioni e meditazioni, per cercare di risolvere veramente i problemi? No, purtroppo, quelle possiamo farle solo noi sulla Terra. Loro…