03 ottobre 2010

Per decrescere…bisogna semplicemente crescere! (Terza ed ultima Parte)


Ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo…

Fabrizio De André/Ivano Fossati – Anime Salve – dall’album Anime Salve – 1996.

Negli articoli precedenti, abbiamo constatato che la gran parte dei prodotti che circolano sono di scarsa qualità e destinati a rompersi in breve tempo. Che la nostra classe imprenditoriale non ha nulla da eccepire a questo fenomeno: anzi, è lei stessa a promuoverlo. Che alla classe politica – a libro paga degli interessi finanziari ed industriali – non importa un fico secco delle nostre vite ma solo di mantenere i suoi privilegi.
La “crescita” è dunque solo una colossale truffa, nella quale ci vendono paccottiglia in cambio delle nostre vite: niente di molto diverso dalle collanine di vetro di Colombo sulla spiaggia di San Salvador. E, questi “attori” del nostro vivere – se rivestiti con i paramenti dell’epoca – iniziano ad assomigliare proprio agli spocchiosi hidalgo spagnoli del ‘500.
Qui, a nostro avviso, è il primo nodo da affrontare: i beni devono essere prodotti per soddisfare le esigenze delle persone, ed i servizi per risolvere i problemi. Invece, il meccanismo è ribaltato: il bene serve per creare profitto, il servizio tangenti. C’è modo d’intervenire?

Piccola e grande decrescita

Non neghiamo che la decrescita sia anche una posizione che ha valenza filosofica: porsi il problema di “cosa” realmente ci serve e di cosa, invece, è solo inutile o superfluo, è una giustissima riflessione. La quale, però, immediatamente si scontra con la diversa percezione che ha il singolo essere umano della propria vita, ossia di “quanto” e di “cosa” gli serva per vivere.
Il meccanismo è drogato dalla pubblicità – è sin troppo facile capire il nesso – e dunque, con le affermazioni categoriche, si va allo scontro: il vegetariano sosterrà che il carnivoro consuma dieci volte in risorse, ma il carnivoro desidererà comunque la sua bistecca.
Su questi piani, solo il tempo e l’informazione possono far “virare” le coscienze verso scenari nei quali, prima del desiderio del bene, ci sia la domanda: “mi serve veramente?” Oppure: in un mese ho mangiato tre porcellini arrosto e cinque paste allo scoglio e, adesso, ho il colesterolo a centomila. E’ stata una scelta saggia?
Giustissimo porsi queste domande, ma qui ci si divide: inutile raccontarci frottole.

Tutti, però, non desideriamo dover acquistare un frullatore l’anno, avere un tostapane che – magari, è un sogno – passi di generazione in generazione poiché abbiamo di meglio da fare che girare per ipermercati ad acquistare frullatori e tostapane. Roba che, già sappiamo, l’anno seguente sarà scassata.
Se la funzione della merce, per il capitalista, è quella di trasformarsi il più velocemente possibile in rifiuto, una seria proposizione di decrescita passa, inevitabilmente, per la lotta anticapitalista. Perché?
Poiché, nel capitalismo globalizzato, il saggio di profitto d’ogni singolo bene è basso – sentito parlare di competizione a livello globale? – e dunque, l’unico modo per continuare a scrivere tanti “più” a fine anno sui bilanci, passa inevitabilmente per i frullatori ed i tostapane che si devono scassare. L’imperativo è moltiplicare i beni dai quali trarre profitto: cambiando l’ordine, il prodotto non cambia e si può scrivere la medesima cifra a bilancio.

A questo punto, possiamo dividere la nostra giusta aspirazione verso la decrescita in due filoni. Quello “di sistema” – ossia criticare il modello che ci viene imposto perché incongruo e, in fin dei conti, destinato ad impoverirci, non ad arricchirci (salvo una modestissima quota di popolazione, quella che comanda) – e quella “di prassi”, ossia ciò che possiamo fare oggi per entrare in un diverso “circuito”.
Alle recenti elezioni regionali, il 40% della popolazione non s’è recato a votare: ponendo un 10% d’astensionismo “fisiologico”, significa che circa 12 milioni d’italiani li hanno mandati a quel paese. E, le attuali previsioni, indicano che l’astensionismo è destinato a salire.
Questo, perché le proposte politiche sono così deprimenti e prive d’ogni interesse da non farci schiodare da casa: dovrei perdere il mio tempo per votare i desideri della Banca A o della Banca B? Oppure di questa lobby o dell’altra? Penoso.
Però, per loro, siamo un problema: anzi, siamo “il” problema. Le proposte per tapparci la bocca si sprecano: da Levi a D’Alia, passando per l’inossidabile Cavaliere.
Sarebbe sbagliato unificare quei 12 milioni in un solo universale, però tantissime persone – dopo anni di Web – stanno affinando le loro capacità percettive e raziocinanti sul mondo che le circonda: i Jerry Scotti, e tutta la banda d’imbonitori televisivi, stanno perdendo smalto.

Talvolta, leggo i commenti dei grandi quotidiani on-line: non stupisce che siano in qualche modo “embedded”, lo fanno sia “Il Giornale” e sia “Repubblica”. Quel che colpisce – se avete un po’ di tempo da perdere fatelo – è che, parecchi commenti, “restituiscono” al mittente ragionamenti e sillogismi che il quotidiano manco si sognava di toccare. In altre parole: argomenti un tempo “solo per addetti ai lavori”, stanno diventando di più ampia conoscenza.
Tanti, a fronte delle varie crisi dell’auto, commentano semplicemente: costruite delle auto elettriche, vedrete che le venderete. E poi: giustizia, energia, forma di Stato…il commentatore del grande giornale pone problemi ed argomenti che il giornalista non può trattare.
Sull’altro versante, però, quella marea di commenti – che sembra un inutile chiacchiericcio – non scivola via come acqua sulla roccia. Giorno dopo giorno indica un progredire delle coscienze, un affinarsi delle percezioni. Il giornalista, prima o dopo, dovrà occuparsi della faccenda, altrimenti perderà lettori. E pubblicità.
Verrebbe da dire: chi di pubblicità colpisce, di pubblicità perisce.

Uno degli argomenti “non trattabili” è proprio ciò che riguarda la vita del bene: tagliato il nastro dell’inaugurazione, che succede dopo? Niente.
Perché la Salerno–Reggio Calabria – mica decenni, pochi anni dopo il completamento – iniziò a sfaldarsi come se fosse stata fatta d’arenaria? Perché tutti ci avevano “mangiato”. Perché i capannoni costruiti con i fondi europei e poi abbandonati? Perché tutti ci hanno “mangiato”. E così via.
Ma finisce “così via” anche il nostro frullatore, perché la garanzia ufficiale che viene richiesta per tutti gli apparecchi elettrici (quasi tutto, al giorno d’oggi, ha qualcosa d’elettrico) è di due anni. Due anni e un giorno? Fottuti.

Secondo la Casta dominante, il cosiddetto Codice del consumo[1] dovrebbe essere il testo che garantisce il consumatore. In realtà, il testo è così confuso da fare quasi il pari con il Trattato di Lisbona.
Il concetto che regge quel testo parrebbe quello di una continua “trattativa” fra produttori ed associazioni dei consumatori: fin troppo facile comprendere che le associazioni dei consumatori possono essere facilmente cooptate dalla Casta. Lo fanno con i sindacati: figuriamoci con le associazioni dei consumatori.
Il grande assente, in quel testo, è lo Stato, ossia chi dovrebbe essere arbitro e garante: il quale, finisce addirittura per essere ridicolo quando, all’art. 2, afferma che “Ai consumatori ed agli utenti sono riconosciuti come fondamentali i diritti: a) alla tutela della salute”.
Non continuiamo con gli altri diritti: il pensiero va agli abitanti dell’hinterland napoletano, che stanno lottando strenuamente proprio contro lo Stato (che dovrebbe tutelarli!) per non crepare di cancro sotterrati fra le immondizie. Avessero, almeno, un briciolo di dignità.

A nostro avviso, di là delle affermazioni di principio e delle varie “Authority”, bisognerebbe imporre dei termini di garanzia specifici per ogni bene, non i generici due anni. Una ruota può durare solo due anni? Un parabrezza? Un tetto?
E’ del tutto evidente che questa è una sonora presa per il sedere: difatti, le industrie subito accorrono, inseriscono l’ingranaggio di plastica ed i due anni diventano effettivi. Dopo, deve rompersi.
Ma il problema – diranno – è diventato europeo e, quindi, non si può fare altro…bene, rispondiamo: se questa è l’Europa – quella che non ha il coraggio di sottoporre ai cittadini la sua costituzione – che vada a quel paese anche l’Europa.
In definitiva, sarebbe giusto stabilire regole ben diverse per le garanzie, aumentandole in generale e differenziandole secondo le tipologie di beni ma questo è un obiettivo che solo altre forze politiche – oggi inesistenti – potrebbero raggiungere: non dimentichiamo che siamo nelle mani di liberisti sfegatati, destri e sinistri.
Di conseguenza, ci sono argomenti che non possono essere trattati all’esterno dell’agone politico ed altri che solo al di fuori del confronto politico trovano ragion d’essere, perché fanno capo al singolo, alla sua consapevolezza – sempre in divenire – ed alle scelte individuali che ne conseguono.

Perciò, divideremo le proposte e gli argomenti in due filoni, detti di “grande” e “piccola” decrescita, assegnando al primo le istanze di natura politica ed al secondo quelle di natura individuale, di scelta personale. Non ci sfugge che, in realtà, siano milioni di consapevolezze individuali che s’incontrano per formare identità di vedute, d’opinioni e movimenti ma, per semplicità di trattazione, così li suddivideremo.
Prima, però, è giusto citare di chi si è occupato recentemente di decrescita – sia chiaro, non per uno sparagnino desiderio di critica – ma per “allargare” il discorso a più posizioni ed opinioni, sulle quali il lettore sarà libero di riflettere come meglio crede.

La “modernità”

Nel dibattito sulla decrescita sono intervenuti, ed hanno dato vita ad un scambio di vedute anche aspro, Maurizio Pallante da un lato, Marino Badiale e Massimo Bontempelli dall’altro. Al primo articolo[2] di Pallante seguì la critica[3] di Badiale e Bontempelli, la quale provocò la reazione[4] di Pallante.
Sinteticamente, il confronto avvenne sul concetto di “modernità” applicato al processo della decrescita e sul dibattito fra Stato e Mercato, ossia sulla ripartizione delle risorse oppure sul loro abbattimento paritetico. Iniziamo dal primo concetto, questa “modernità” presa a prestito.

Confesso d’incontrare qualche difficoltà nel soppesare il termine “modernità”: lo trovo vago, privo di confini per identificarne il significato in modo preciso. Il primo riferimento che salta agli occhi è quello di contrapporlo all’Età Medievale, inserendolo in un preciso contesto storico: uno per tutti, vale la pena di citare Johan Huizinga e la pietra miliare della storiografia che la sua opera[5] ben rappresenta.
La transizione verso l’Età Moderna comportò l’abbandono – doloroso – del tentativo umano di “modellare” la propria esistenza al “palcoscenico” divino così ben rappresentato da Dante Alighieri. Ci riferiamo, ovviamente, alla nobiltà ed ai suoi riti, che già iniziarono a perdere significato negli ultimi secoli dell’Età Medievale: non dimentichiamo, però, che le classi subalterne – nel Medio Evo – vivevano di riflesso, ossia come “comparse” l’agire della nobiltà, finendo per esserne totalmente pervase.
Non ci sfugge che il parallelismo è azzardato, ma riteniamo importante porlo all’attenzione dei lettori per sottolineare come la transizione del concetto di “famiglia” ha avuto illustri prodromi.

Se, invece, desideriamo porre un “giro di boa” al mutare della famiglia (europea, per le altre culture sarebbe necessaria una lunga trattazione) – ovvero l’abbandono della famiglia patriarcale in senso stretto – la Rivoluzione Industriale è senz’altro più consona, come approccio storico, per definire i fenomeni.
Più che l’industria tessile (ancora legata alle fibre naturali, quindi all’agricoltura ed alla pastorizia) fu l’industria metallurgica (in simbiosi con quella mineraria) che “sradicò” dalla terra milioni d’esseri umani: l’Inghilterra dell’800 era tutto un pullulare d’aree suburbane (spesso degradate) che ospitavano la nuova classe operaia.
Non ci pare questo, però, ancor sufficiente per ammantare il termine “modernità” di valenza positiva: basta rileggere la letteratura (soprattutto inglese) dell’epoca per comprendere le tragedie che contenne. E, non dimentichiamo, lo schiavismo e le occupazioni coloniali.
La transizione, verso un riconoscimento “sociale” dell’opera svolta dalla classe operaia, fu un percorso accidentato e doloroso, strappato passo dopo passo nel volgere di un secolo di lotte per l’affermazione dei propri diritti. Che oggi, poniamo all’attenzione dei lettori, stiamo compiendo a ritroso.

Il Novecento fu il palcoscenico dove la rappresentazione prese forma e, vogliamo sottolinearlo, ciò avvenne sotto diversi cieli e differenti sistemi sociali. Incontriamo così i tentativi “istituzionali” del Fascismo e del Nazionalsocialismo di cooptare la classe operaia nei loro progetti d’espansione e dominazione: passaggio che includeva, ovviamente, un miglioramento delle condizioni di vita. Oppure quello sovietico: si noti come l’architettura ancora mostri – nelle forme dei quartieri operai – interessanti parallelismi.
Quel concetto “d’alveare” per la classe operaia – da distinguere dalla borghesia: tornano, in qualche modo, le rigide separazioni di Huizinga! – proseguì ben oltre il secondo conflitto mondiale: eppure eravamo, per l’Ovest europeo, all’interno di un sistema capitalista ben definito. Tuttavia, nelle forme della “casa popolare”, il capitalismo postbellico esprime la medesima volontà di discriminazione dei regimi totalitari, quella di ritenere quasi un “male necessario” la presenza dei rozzi operai, un’offesa alla “purezza” dei valori borghesi.
E nelle campagne?

La famiglia patriarcale, di stampo prettamente contadino, sopravvisse senza scossoni? Non ce la sentiamo d’affermarlo “urbi et orbi”, poiché le simbiosi che avvennero fra l’industrializzazione e la “immutabilità” del mondo agreste (più idealizzata che reale) attraversarono quel mondo. E lo fecero ponendo e scomponendo i termini in modo assai diverso, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Saar alla Mancha: riflettiamo, uno per tutti, sul fenomeno migratorio.
Se vogliamo, oggi, porre all’attenzione (e dunque sottoporre a critica) le valenze – ritenute relativamente positive o negative, poco importa – della società patriarcale e della famiglia mononucleare, i loro rapporti sociali ed economici, gli inevitabili risvolti umani ed esistenziali è ai fenomeni storici e sociali che ne determinarono i mutamenti che dobbiamo rivolgerci.
In altre parole, la deindustrializzazione in atto può comportare una “riedizione” acritica – meno che mai una visione bucolica “fuori tempo massimo” – della famiglia patriarcale del tempo che fu? Ci dà forse, la Storia, la possibilità di ripercorrere i nostri passi adattando modelli già utilizzati senza dover passare attraverso una mediazione critica?
Questo, per sgombrare il campo da possibili “infatuazioni” che durerebbero dal tramonto all’alba: il “terreno sociale” che l’età post-industriale lascia non è il medesimo scenario della metà del ‘700.
Ciò non significa l’abbandono totale della produzione industriale, bensì un suo rimodellarsi su schemi assai diversi e meno “invasivi” rispetto alle grandi concentrazioni industriali (migrate, d’altro canto, nelle economie cosiddette “emergenti”).

L’uso del termine “modernità” – dunque – deve essere trattato come salvaguardia di prassi considerate evolutive per la società (altro aspetto spinoso), come il miglioramento dell’assistenza all’essere umano e la conseguente promozione sociale, affinché giunga a sentirsi “compiuto” nel corso dell’intera vita.
Ci rendiamo perfettamente conto che, ciascuno di questi concetti, richiederebbe a sua volta lunghe dissertazioni ma, se desideriamo giungere a conclusioni pregnanti, non possiamo trasformare un breve saggio nella Treccani.
Se scendiamo per un solo istante nel mondo reale, notiamo come la “rottamazione” dell’anziano – ossia il “ricovero” – nacque e giunse all’apice seguendo proprio il percorso industriale: oggi, ci s’interroga e si cercano altre soluzioni, a dimostrare che un percorso evolutivo è in atto. Mezzo secolo fa, al minimo accenno non di scarsa autosufficienza, bensì soltanto di “appannamento”, l’anziano doveva far le valigie ed attendere la morte in un cronicario (poco) mascherato.
La crudeltà della società industriale era ammantata di valori che traevano origine da abitudini ancestrali: il giovane era la garanzia della sopravvivenza – a lui doveva essere dedicato il massimo dell’attenzione – ed i ferrivecchi erano obbligati a seguire, in silenzio, l’inevitabile decadimento.
Si potrà obiettare che la famiglia patriarcale riusciva a “contenere” gli anziani assegnando loro compiti secondari (per la fatica richiesta, non per gli esiti), ma la vita media era sensibilmente più bassa. Oggi, se si muore a 60 anni, spesso compare l’avverbio “prematuramente…”: mezzo secolo fa, nessuno se la sentiva d’utilizzare quella forma.

Aprendo una breve parentesi, notiamo come le recenti controriforme pensionistiche tendano a negare un equilibrato rapporto fra le generazioni, poiché “consegnano” a giovani generazioni con scarsi redditi delle persone veramente anziane, non il pensionato di 55-65 anni di pochi anni or sono, il quale era in grado per almeno un decennio d’esser ancora attivo. Conosciamo la ragione di queste scelte: sono soltanto le pessime valutazioni di miserrimi politici, abituati a trattare l’economia unicamente come una partita di bilancio.
Desideriamo, quindi, poter vivere più a lungo e conservare la protezione sociale alla quale siamo abituati. La risposta – un po’ rozza – dei governi è quella di posticipare l’età della pensione: “rozza” poiché quello scenario industriale di produzioni sfrenate non esiste più. In parte si è spostato in Oriente ma, nel complesso – non dimentichiamo l’automazione – l’apporto umano è sensibilmente scemato.
Come ricordavamo, le vere ragioni del posticipare l’età della pensione sono tutte legate a “problemi” di bilancio: ad esempio, la cupidigia della classe politica nei confronti dei capitali accumulati dai lavoratori sotto forma di TFR. In questi scenari, dopo i prelievi sugli accantonamenti INPS della precedente Finanziaria, oggi Giulio Tremonti prefigura la concessione “a rate” dei trattamenti di fine rapporto: per ora sopra i 90.000 euro (lordi), domani si vedrà. Ci sono, però, altre ragioni: più sottili ed ancor più perverse.
L’insulsa ed inutile protervia di questa società post-industriale appare in tutta la sua evidenza quando tende a circoscrivere ed annullare spazi di libertà – nel senso di vita vissuta fuori dell’istituzione scuola/lavoro – che sarebbero altrimenti vissuti con maggior pace da larghi strati della popolazione.
Si noti che non sono concesse possibilità di scelta – ad esempio un “range” di pensionamento fra i 55 ed i 65 anni, con differenti trattamenti economici, anche a saldo equivalente calcolato sulla vita media – perché quegli anni risulterebbero vissuti all’esterno del “sistema PIL”.

Ci sono parecchie differenze fra città e campagna, ma un dato è chiaro: la ricchezza effettivamente fruibile dagli italiani è solo una frazione di quella che il PIL controlla. Rimanendo sul piano dei beni, quante case sono state ristrutturate da pensionati ancora in grado di farlo? Dalla mia finestra scorgo decine d’orti: tutte derrate alimentari che sfuggono alla grande distribuzione. E poi: energia sotto forma di legna, miele dalle api, frutta, confetture…un intero mondo di beni che sfugge al PIL.
E c’è, ovviamente, l’apporto dei nonni, il loro rapporto antico con le giovani vite quando la propria sta scivolando verso la fine: un rapporto che oseremmo definire “sacro” per i benefici frutti che genera. Quanti di noi ricordano con tenerezza i propri nonni, per le cure che hanno avuto nei nostri confronti, per i consigli, per le mille cose che c’hanno insegnato?

Porre in modo ideologico il problema – bambino affidato alla scuola/ai nonni – come alternativa “secca” ci sembra sbagliato principalmente dal punto di vista pedagogico (il bambino necessita di cure familiari e d’attività sociali), in seconda battuta l’approccio è fastidioso, quasi violento, da economisti che stanno “sotto” la globalizzazione e non cercano – nei fatti – di criticarla per uscirne.
Per questa ragione, utilizzare il concetto di PIL per affrontare le tematiche relative alla decrescita risulta un approccio rozzo: è come utilizzare un doppio decametro per appurare lo spessore di una lamiera.
Non si possono certo dimenticare le questioni economiche e di bilancio – mica si campa d’aria – però dobbiamo prendere coscienza che la decrescita si nutre di altra “economia”, di altri “bilanci”, altrimenti finiremmo nel vicolo cieco d’utilizzare gli strumenti del “nemico”: ovvio che all’interno del capitalismo non si può tout court pretendere la “regal concessione” di strumenti più consoni.
Però, vivaddio, possiamo criticare queste malevole prassi proprio partendo dalle contraddizioni interne del capitalismo, strumento nato per aumentare la disponibilità di beni e che oggi, in Italia, sa solo dirci che il 10% della popolazione possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. Bel risultato: l’inevitabile concentrazione monopolista già prevista da Marx, che s’esprime nella “recita politica” che le oligarchie propongono: la quale, del dibattito interno alla polis, non ha più nulla.

Da qui, la disperazione dei tanti che – dotati di mezzi di critica e di valide proposizioni – sanno d’esser completamente tagliati fuori dal dibattito e, più o meno apertamente, osteggiati come “no-global” od altri termini che, nella vulgata imperante, tracimano in epiteti.
Le pulsioni “catastrofiste” che spesso appaiono possono essere rispettate, ma non hanno nessun valore storico: il Medio Evo – spesso presentato come esempio – fu un’epoca di straordinario progresso tecnologico.
Chi s’aggrappa al 2012, chi agli extraterrestri, chi a forme d’ascetismo…per carità, liberissimi di farlo…ma la ragione è una sola: affrontare la transizione verso una società di stampo socialista – che mi ha seguito fino a questo punto, avrà ben compreso che destra e sinistra, come oggi sono percepite, qui non c’entrano nulla – dopo almeno cinque secoli d’abitudine ai termini, ai modi ed alle prassi del capitalismo, è impresa che fa tremare i polsi.
Eppure, non abbiamo scelta: questo mondo sta morendo. Sta a noi trovare le soluzioni affinché quello nuovo – che, inevitabilmente, verrà – incontri terreno fertile sul quale far nascere nuove “posture” sociali.

Ma, proporre la decrescita nei termini esclusivi l’uno per l’altro – il sistema di protezione sociale pubblico contrapposto ad una visione di welfare privato/collettivista – è, a nostro avviso, una grave leggerezza. Anzi, rischia d’essere altrettanto dirompente quanto lo sono le imposizioni della Casta dominante.
In altre parole, chi si arroga il diritto di pianificare la decrescita in questo modo – ad esempio: meno protezione dello Stato/più protezione eliminando spese superflue e/o dannose – finisce per attuare una prassi che è la medesima dei ceti dominanti, ossia calarla dall’alto.
Una decrescita programmata, definita e circostanziata sin nei minimi particolari, non finirebbe col fare il paio con un “socialismo” imposto da rinnovelle “Guardie Rosse” o con un “fascismo” appioppato con le “Guardie Nere”?

La decrescita non deve forse essere quel contenitore nel quale – di là degli aspetti prettamente economici – s’intravedono nuovi modelli sociali? E come fanno, questi modelli, a crescere democraticamente nella polis – pur con tutte le difficoltà del caso – se i modelli sono ancora una volta pre-costituiti?
Come si può affermare che ci deve essere meno protezione sociale pubblica/più protezione sociale pubblica, se prima non s’affrontano i nodi primigeni, ossia la struttura stessa del vivere sociale? Perché si concede poco o nulla alla tecnologia, mostrando il cedimento alla prassi educativa gentiliana, che già fu aspramente criticata da Gramsci per la netta distinzione fra teoria e pratica? E s’utilizza, nell’analisi, uno strumento incongruo e desueto come il PIL?

Non me ne vogliano Badiale, Bontempelli e Pallante, ma le liti (non la critica) e l’arroccamento sulle proprie posizioni non sono certo un buon viatico per compiere un viaggio così difficile e periglioso: sarebbe forse meglio partire dall’analisi tendenziale della situazione, non da una pianificazione che sa tanto di dirigismo.
Ad esempio: è ipotizzabile, nel medio periodo, che i salari tornino a salire ai livelli di vent’anni fa? Sarebbe auspicabile, ma è poco probabile. Che il costo dell’energia decresca? E il costo degli affitti e dei mutui?
Interpolando queste “forti probabilità”, s’evince che i giovani italiani – quelli che non andranno all’estero – dovranno per forza sperimentare forme di nuova convivenza, che non saranno la famiglia patriarcale e, tanto meno, potranno sopravvivere all’infinito con le pensioni dei genitori. Perché i genitori, prima o dopo, muoiono.
Una nuova “modernità” potrebbe partire proprio dalla contingenza: i costi immobiliari, dell’energia e delle derrate alimentari, fuori delle città, sono sensibilmente minori. E le case sono, generalmente, più grandi che in città.
Nuove forme di convivenza potrebbero nascere da una situazione che, in qualche modo, non le “concede” ma quasi le “obbliga” (a differenza del movimento delle “comuni” anni ’70): forse qualcosa che s’avvicina al movimento originario dei kibbutzim, oppure a quello di recente nascita delle Transition Town.

Come ben sappiamo, però, le nuove situazioni – in mancanza di sperimentazione – spesso generano scoramento e disillusione, derivanti da mancanza d’esperienza.
Il compito di chi desidera produrre nuova cultura per nuove situazioni non sarà dunque quello – obsoleto, perché referente di un mondo che non esiste più – di propalare soluzioni, quanto quello di fornire strumenti ad altre persone affinché trovino da soli le migliori soluzioni per quegli scenari. Un bel passo in avanti sul fronte della democrazia, anche nella cultura e nell’informazione.

Il nodo tecnologico e produttivo

Nel nostro lavoro di anni, abbiamo dedicato tanto tempo a settori quali l’energia, i trasporti, l’agricoltura e poco agli aspetti industriali.
Questo perché sono secoli che l’industria affina mezzi e procedure, mentre l’energia è genericamente dimenticata – affidare il futuro ai fossili ed all’Uranio è come, dopo esser stati licenziati, progettare di campare all’infinito con l’ultimo stipendio – ed i trasporti sono visti in chiave “bucolica”, ossia la bicicletta al posto dell’auto.
Niente contro la bici, però l’idrovora energetica nei trasporti è la completa anarchia del settore che si avvale principalmente del mezzo più energivoro a parità di tonnellata trasportata: il camion.
Infine, la grande dimenticata: l’agricoltura.

Qui, a differenza d’altri Paesi europei, l’Italia segna un autogol che è un abisso: per ogni agricoltore anziano, in Germania e Francia, ce n’è pressappoco uno giovane. In Italia, ogni 12,5 agricoltori anziani ce n’è uno giovane: uno squilibrio evidente, segno che la programmazione economica di quei governi è stata molto diversa dalla nostra[6]. Da noi, più che consentire ai giovani di rimanere nelle campagne, s’è consentito loro d’occupare le anticamere dei politici.
Giungiamo così a produrre in Patria solo un terzo dell’olio d’oliva che consumiamo, mentre gli oliveti vengono abbandonati: qui, il nodo è culturale.
In Italia, fare il contadino è considerato quasi come vivere in un lazzaretto: valanghe di sinonimi del termine “agricoltore” – bifolco, bovaro, burino, villano… – hanno assunto, nel tempo, valore spregiativo.
Sarebbe lungo analizzare le ragioni del fenomeno: fu uno dei regali della “modernità”, quello di propalare ai quattro venti (pensiamo alla pubblicità) che la promozione sociale significava una scrivania ed una macchina per scrivere.

Oggi, che le macchine per scrivere – metaforicamente – iniziano a scarseggiare, parimenti s’osservano sempre più frequentemente campi abbandonati: poderi di pianura, non aree montane e collinari. D’altro canto, con un solo agricoltore ogni 12 anziani, dove possiamo andare?
Proprio ieri, osservavo i trattori che portavano i carichi di legna al peso: un’accozzaglia di mezzi degli anni ’60 e ’70, archeologia agricola guidata da altrettanto vecchi chauffeur. Fra qualche anno – riflettevo – ci sarà così tanta ferraglia nelle rimesse che te la tireranno dietro come per le auto “Euro zero”, basterà pagare il passaggio di proprietà. E’ questo il futuro che si prospetta per la nostra agricoltura? Potremo continuare ad assegnare i contributi per ettaro seminato e non per tonnellata di prodotto consegnata?
Già, ma i contributi sparsi “a pioggia”, e senza nessun riscontro alla produzione, sono una gentile concessione della Casta, la quale ti fa fare l’agricoltore “per finta”…in cambio di cosa? Immaginiamolo un po’.

Queste riflessioni ci servono per districarci all’interno del nodo centrale sulla decrescita, ossia se essa comporti una diminuzione reale dei beni e dei servizi oggi fruibili. Agendo con intelligenza, una politica di decrescita potrebbe addirittura condurre ad un aumento dei beni e dei servizi disponibili, a patto che non ci s’ostini più a considerare (come nella vulgata globalizzatrice) un bene od un servizio come una quantità perfettamente intercambiabile, scambiabile ed applicabile/fruibile nell’identico modo in ogni angolo del Pianeta.
Un esempio: autovettura che costa 15.000 euro con vita media di 10 anni, contro autovettura che ne costa 20.000 ma dura 20 anni, comporta un aumento od una diminuzione nella disponibilità? Nel primo caso avremo un costo annuo di 1.500 euro, nel secondo di 1.000.
Grazie ai nuovi materiali (soprattutto nella protezione della carrozzeria), già oggi le autovetture potrebbero raggiungere e superare i 20 anni di vita utile, ma per i “santoni” del PIL la catastrofe sarebbe il passaggio alla trazione elettrica, perché i “punti deboli” del motore termico sono, appunto, relativi al riscaldamento ed alla circolazione dei liquidi, che comportano rotture e decadimento dei componenti.

Un’autovettura a trazione elettrica con accumulatori, motore elettrico, cella a combustibile (Idrogeno), recupero d’energia in frenata, pannello fotovoltaico per la ricarica durante le soste, quanto potrebbe durare? Quali sarebbero i costi di gestione?
Anni fa provai a fare un bilancio in un articolo – L’automobile del futuro[7] – nel quale proponevo non tanto una soluzione fatta e finita, quanto un modello da perseguire: oggi, le case automobilistiche iniziano quel percorso e ci sono già parecchi modelli che si rifanno a quello schema[8].
Poniamo che sia possibile recuperare e riutilizzare gli accumulatori esausti – e qualcuno afferma d’esserci già riuscito[9] – e che l’energia provenga da fonti eoliche off-shore, che venga trasformata – la notte, quando scendono i consumi – in Idrogeno direttamente nelle stazioni di servizio per rifornire, di giorno, le auto: quale sarebbe lo scenario?

Auto con pochi componenti, tutti di lunga durata e facilmente sostituibili, un bilancio energetico nemmeno comparabile con il misero 30-35% di rendimento delle attuali auto a combustione interna, con alimentazione diretta da fonti rinnovabili…certo, ci rendiamo conto che per Scaroni non sarebbe una buona notizia…
Lo sarebbe, invece, per chi dovrebbe probabilmente sostituire l’autovettura ogni 30 anni e, in quei 30 anni, non consumerebbe un grammo di materiali non rinnovabili. In fin dei conti, questa sarebbe una decrescita per il consumo di materiali ma una crescita per la disponibilità e l’affidabilità dei beni.
Tutti i settori del trasporto e della produzione potrebbero essere ristrutturati seguendo quest’ottica: addirittura, sarebbe possibile alimentare con Idrogeno (liquefatto) gli aerei di linea e ci sono già progetti in tal senso. Non parliamo poi delle navi, le quali potrebbero “re-interpretare” la navigazione a vela mediante aerogeneratori (ad asse verticale od orizzontale), mediante i quali una parte dell’energia necessaria sarebbe generata in loco.

In definitiva, la decrescita necessita di una rivoluzione tecnologica – che è già in atto – ma che deve essere condivisa ed accettata, dal potere politico e dall’apparato industriale.
Siccome lo è, invece, da larga parte della popolazione – i favorevoli al nucleare nel proprio territorio sono circa un terzo della popolazione, mentre coloro che desidererebbero installazioni d’energia rinnovabile raggiungono proporzioni “bulgare” – è su questo tasto che si deve battere, poiché è un modo per iniziare a “parlare” di decrescita anche a chi ne è oggi digiuno.

Presumibilmente, con le dimissioni di Scajola, il tanto sbandierato programma nucleare di Berlusconi è già terminato: qualcuno, lo rimanda alla prossima legislatura. Bisognerà allora – chiunque si candiderà al governo – porre la questione in modo chiaro: nessuno, che mostrerà “cedimenti” sul nucleare, avrà mai il nostro voto. Per avere il nostro appoggio, dichiarate chiaramente quanti GW d’installazioni rinnovabili desiderate installare – come, dove e quando – e chiarendo chi dovrà farlo: se l’energia sarà lasciata in mano ai privati, finiremo con storie come la P3 moltiplicate al cubo.
Perciò, signori che desiderate governare, sappiate che dovrete proporre non solo energia rinnovabile, bensì sotto il controllo della collettività e con la destinazione degli utili per finalità sociali. Laddove sia vantaggioso, premiare l’autoproduzione e l’autosufficienza.
Altrimenti, rimarremo in milioni ad osservarvi mentre vi recate ai seggi e, senza quel terzo d’italiani che non sono “antipolitici”, ma che desidererebbero una diversa politica, non andrete da nessuna parte. Al più, ripeterete all’infinito le pessime performance degli ultimi due governi.

Il reddito di cittadinanza è una chimera per allocchi?

Avvertiamo il lettore che la trattazione del tema sarà essenziale, giacché considerata “a latere” della decrescita ma, comunque, una sua componente.
Le proposte in tal senso nacquero “dalle parti” dei signoraggisti, ma ben presto si distinsero in vari filoni: addirittura, il movimento “No Euro” si presentò alle elezioni del 2006 con Berlusconi cavalcando parte di quelle tesi. Nessuno se ne accorse: furono soltanto una manciata di voti in più per il Cavaliere.
In sintesi, sulla proposta ci sono due, diverse impostazioni: quella “originaria” – il reddito di cittadinanza è un diritto inalienabile, che deriva semplicemente dalla nascita – mentre il secondo lo considera un complemento al welfare.
Non dimentichiamo che, storicamente, due rivoluzioni (inglese e francese) trassero linfa dall’occupazione, da parte della nobiltà, delle terre comuni: all’epoca, le terre comuni erano patrimonio collettivo e, quindi, una sorta di “reddito di cittadinanza” del tempo. Questo, per ricordare che esistono basi storiche per sostenere queste tesi.
Dai lavori di Domenico de Simone (reperibili in Rete ed in libreria), oppure nel breve saggio di Andrea Fumagalli del 1998 – Dieci tesi sul reddito di cittadinanza[10] – s’evince che le proposte in tal senso non sono campate per aria né, tanto meno, carità o stato sociale: si tratta di una diversa impostazione della fiscalità e del rapporto con il lavoro.

Fumagalli, ad esempio, propone tre diverse ipotesi di concessione del Reddito di Cittadinanza nel nostro Paese (da qui in avanti “R.C.”, alcuni valori, nella trasformazione da Lire ad Euro sono stati arrotondati):

1) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni. Costo 297,5 miliardi di euro.
2) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni, escluso coloro che godono di pensioni superiori a 1033 euro mensili. Costo 265,5 miliardi di euro.
3) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni ma con reddito individuale inferiore ai 25.800 euro lordi annui. Costo 211,2 miliardi di euro.

Vediamo ora quali possono essere le fonti di finanziamento per il Reddito di Cittadinanza, così come le pose Fumagalli nel 1998:



Come si potrà notare, le cifre in gioco sono coerenti: una “forbice” che va da 170 a 315 miliardi l’anno, secondo l’aliquota da applicare sulle transazioni finanziarie.
Vorremmo aggiungere che in un precedente articolo – Ragazzi, così non va[11] – avevamo sondato la possibilità di ricavare fondi attivi da grandi impianti eolici off-shore e da altre fonti rinnovabili, fondi che potrebbero (e, secondo la nostra opinione, dovrebbero) essere destinati alla protezione sociale. Dunque, anche al Reddito di Cittadinanza.
Il reddito di Cittadinanza avrebbe, inoltre, il gran pregio di scoraggiare le colossali operazioni speculative sui titoli e sulle monete. Si potrà affermare che le aliquote sono basse per scoraggiarle: in realtà, quelle operazioni di finanza sono compiute investendo enormi quantità di denaro e puntando su minimi rialzi/ribassi delle quotazioni. Una modestissima tassa su quelle transazioni ne scoraggerebbe la gran parte, restituendo così il “mercato” alla sua funzione primitiva, ossia d’essere colui che indica il valore sulla base della domanda e dell’offerta. Non drogate.

A ben vedere, si tratta semplicemente d’affermare che gli incrementi di produttività conseguenti all’automazione dei processi produttivi siano restituiti a chi li ha generati o li genera, in primis ai lavoratori ed alle loro famiglie. In fin dei conti, non si chiede la Luna, bensì soltanto un contributo molto basso sulle transazioni finanziarie ed il ritorno alla tassazione progressiva così come la nostra Costituzione indica all’art. 53: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Eppure – non ci nascondiamo la portata della trasformazione – questa vera e propria rivoluzione nella fiscalità e nella politica dei redditi sarebbe l’unica via d’uscita per un capitalismo il quale, fra pochi decenni (ad essere generosi), sarà in bancarotta.
E’ fin troppo facile prevedere che i continui aumenti di produttività, che sono quasi completo appannaggio dell’oligarchia dominante, condurranno inevitabilmente ad una sempre minor disponibilità di risorse per acquistare i beni. E terminiamo qui, giacché il lavoro di Marx è disponibile per tutti.

Grande decrescita

Nell’ottica di una decrescita che non sia calata dall’alto, bensì un processo che scaturisce dalla consapevolezza che cinque secoli di ricchezza rubata – il colonialismo, nelle sue varie forme – stanno terminando, è necessario porre dei punti fermi.
La “crescita”, la fumosa “uscita dalla crisi”, le tanto desiderate “vacche grasse” del consumismo sfrenato non torneranno più, è bene metterselo in testa. Ciò non significa che la nostra vita non potrà, addirittura, migliorare. Se rifletteremo sulle nostre scale di valori.
E’ dunque necessario porre alcuni punti fermi, provvedimenti non più eludibili se non si vuole giungere al disastro: l’unico luogo dove i cambiamenti possono essere decisi è l’agone politico, da qui le nostre richieste:

1- Reddito di Cittadinanza per tutti, finanziato con la tassazione delle transazioni finanziarie e con la seria lotta all’evasione. Applicare, per finirla di chiacchierare sul nulla, la normativa statunitense, la quale prevede anche il carcere per la reiterazione del reato.

2- Creazione di una società pubblica che abbia il compito di sviluppare le energie rinnovabili sul territorio con l’obiettivo, nei prossimi 30 anni, di giungere alla completa generazione da fonti rinnovabili. Sviluppare le tecnologie relative all’Idrogeno per superare gli sbalzi della rete elettrica. La società pubblica potrà emettere bond – garantiti dallo Stato – per il finanziamento dei progetti. Censire, a livello nazionale, le risorse disponibili e pubblicarle costantemente.

3- Sviluppare il trasporto sulle vie d’acqua – interne e marittime – con il concetto di “autostrade del mare” (ossia, si spedisce solo il semirimorchio). In parallelo, iniziare finalmente a modellare il sistema dei trasporti in modalità intemodale, lasciando al vettore gommato solo (come indicato dalle norme europee, ma su queste cose nessuno ci sente) gli ultimi 50 km, la consegna finale.

4- Promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti. Gli amministratori che non raggiungono gli obiettivi annuali immediatamente decadono, e vengono sostituiti da un commissario prefettizio fino alla scadenza naturale della legislatura. Proviamo a lasciarli qualche anno “a secco”: vedrete che la raccolta differenziata partirà ed il potere delle mafie scemerà.

5- Concedere sgravi fiscali a tutte le aziende che promuoveranno l’auto-produzione d’energia per i loro consumi e che produrranno tecnologia rinnovabile e “leggera”: mezzi di trasporto elettrici, recupero d’energia da biomasse e, più in generale, tutta la tecnologia del settore. Come finanziarli? Con la carbon-tax per tutti gli altri.

6- Stabilire per norma (come in Germania) l’estensione massima di terreno che potrà essere destinato alle costruzioni, di qualsiasi tipo. Non si capisce come mai, la Germania – con territorio più ampio e maggior dinamica sociale – cementifichi annualmente circa un quarto di quanto fa l’Italia.

7- Riservare, nei piani regolatori, le aree ancora “verdi” prossime alle periferie alla produzione orticola per la vendita diretta, dal produttore al consumatore, accorciando le cosiddette “filiere”. Gli stessi gestori – che dovranno godere di un trattamento fiscale agevolato – potranno diventare “terminal” per altri produttori più lontani (ad esempio per olio, vino, ecc). Alla prima frode alimentare o fiscale, perdita della concessione.

8- Eliminare tutta la plastica dalle confezioni dei prodotti. La carta non potrà essere stampata con coloranti di natura chimica, ma soltanto con sostanze che non generino – nella decomposizione – sostanze nocive. Promuovere gli acquisti effettuati con recipienti riutilizzabili. Stabilire diverse durate delle garanzie secondo la natura del bene: un telefonino ed un’incudine non possono, entrambi, essere garantiti per due anni.

9- Creare un “polo” di ricerca internazionale sul modello di Sophia-Antipolis, nel quale i nostri ricercatori possano sviluppare la loro creatività. Un posto senza baroni, dove se sei bravo ti viene riconosciuto.

10- Una legge elettorale proporzionale e senza sbarramenti, con la possibilità di creare nuovi partiti come in Germania: 50 firme di fronte al notaio. Questo passaggio è essenziale, poiché il rinnovamento della classe politica italiana può soltanto avvenire con l’apporto di nuove energie, soprattutto giovani. Solo dopo potrà essere affrontata una diversa ripartizione amministrativa la quale – con i costi della politica a livello nazionale – è la vera ragione dell’impoverimento italiano: una montagna di soldi regalata a degli incompetenti.

Come si potrà notare, questa non è una “pianificazione” della decrescita: si tratta, bensì, d’individuare alcuni strumenti (ce ne saranno certamente altri) in grado di promuoverla, d’indirizzarla, di renderla praticabile. Il resto, dovremo farlo noi.

Piccola decrescita

La prima cosa che verrebbe da dire, sulla possibilità individuale d’attuare forme di decrescita, è quella di fuggire dalle città. Andatevene: le risorse sono nel territorio, la città è solo la trappola dove esiste il “tutto PIL” e dove sono poche le possibilità creative.
In città è possibile creare dei gruppi d’acquisto, per comprare generi alimentari direttamente dai produttori, facendo “saltare” le mille intermediazioni delle “filiere” e garantendosi qualità e prezzo. Si può aumentare – come già molti fanno – lo scambio gratuito di beni che più non servono: abbigliamento, mobili, ecc.

Quando un nostro caro se ne va e lascia la casa deserta, dopo aver conservato ciò che più ci teniamo a serbare come ricordo o perché ci è utile, non chiamiamo il solito rigattiere che getterà tutto in discarica: facciamo un giro di telefonate e chiediamo se a qualcuno interessa qualcosa.
Un vecchio proverbio contadino recita che “portare l’indumento di un morto è come recitare una preghiera in suo favore”. Certo, nella vecchia civiltà contadina, non si buttava nulla ed anche i proverbi “aiutavano” a superare qualche riserva, ma vi posso assicurare che non succede assolutamente nulla: indosso ordinariamente abiti che furono di mio padre e di mio suocero e nessun fantasma s’è presentato a tirarmi i piedi.

In città, la decrescita può essere attuata soprattutto tramite la socialità (più facile da realizzare che in campagna): la convivenza potrebbe essere, per molti, la soluzione per riuscire a vivere un po’ meglio con pochi soldi.
Ho partecipato a due esperienze di “comuni” negli anni ’70: una agreste e l’altra in città.
Mentre la prima si dissolse per dissapori e litigi (siamo, però, ancora oggi legati da un’amicizia che definire “fraterna” è riduttivo), la seconda durò parecchi anni e si dissolse soltanto perché qualcuno cambiò città o lavoro…insomma, per cause “naturali” e non vi fu nessun dissidio. Il segreto?

Un rendiconto certosino delle spese e la loro ripartizione secondo un sistema che calcolava il “costo pasto” mensile, che a fine mese trovava riscontro con il consuntivo delle spese che ciascuno sosteneva. Inoltre, le spese non previste (ad esempio, lavatrice da aggiustare o da sostituire) erano ripartite fra tutti in modo paritario. Non vi fu mai nessun litigio per i soldi: addirittura, siccome avevo un orto fuori città e talvolta portavo degli ortaggi, senza che io chiedessi nulla decisero degli “sconti” a mio favore che, a dire il vero, mi misero un poco in imbarazzo. Per qualche pomodoro…

C’era anche Samuele, che nacque quando già s’abitava assieme: andò all’asilo e, quando era a casa, lo facevamo giocare tutti, a turno, senza nessun accordo. Con buona pace di chi litiga su chi deve fornire assistenza.
Andare oltre, in città, non è facile: servirebbero gli interventi decisi nella parte relativa alla “grande decrescita”, come le aree periferiche destinate alle coltivazioni (com’era un tempo) per l’acquisto diretto. Qualcosa si può fare anche con l’energia, attuare il risparmio energetico e la cernita dei rifiuti.
In campagna, invece, si spalanca il mondo del “non PIL”.

La scorsa settimana sono andato a funghi due volte e, in entrambi i casi, sono tornato a casa con una buona scorta di legna nel mio Kangoo: sia chiaro che non ho rubato nulla, solo legna che marciva nei fossi o dove l’acqua l’aveva accatastata. Un consiglio: muovere prima il fascio, attenti alle vipere ed ai nidi di calabroni.
Con quella legna, nella stufa e nel camino, ci riscalderemo parecchio tempo a costo zero: finisce? Si torna a raccoglierla un’altra volta, e la caldaia (a biomasse) rimane spenta.
Con le verdure dell’orto (non siamo proprio vegetariani, ma quasi) ogni settimana non manca un minestrone che “fa resuscitare un morto” e poi pomodori a iosa, peperoni alla griglia, melanzane, insalate, fagiolini, rape…quasi non ce la facciamo, in quattro, a mangiare tutto.
In campagna, per l’energia e le derrate alimentari, si risparmia parecchio ed è tutto “fuori PIL”, anche quando si deve acquistare della legna da ardere; ultimamente, mio figlio va ad aiutare un amico a segarla: quindi, il prezzo…
Se l’acqua che scende dal rubinetto non vi piace, ci saranno senz’altro delle fonti alle quali approvvigionarsi, mentre gli acquisti d’altre derrate – patate, mele, vino, ecc – effettuate direttamente dai produttori, sono senz’altro più che convenienti.

Il problema di chi abita in campagna, se lavora lontano, sono i trasporti, ma anche qui c’è il modo d’ovviare.
“Mors tua vita mea”, affermavano i Latini: nelle città, s’è bersagliati dalle ingiunzioni di non circolazione per i veicoli più vecchi (i famosi Euro zero, uno, ecc.) mentre in campagna questi divieti non esistono, a patto di non entrare in città. Si possono acquistare veicoli – a me è capitato – pagando il solo passaggio di proprietà, come una vecchia Panda con 47.000 km originali. Oppure prezzi molto vantaggiosi per auto più recenti.

Il problema di “fare fagotto” ed andarsene dalla città – cosa che consiglio, ma “cum grano salis” – è la valutazione, del tutto personale, del cambiamento: non si può andare e venire, la decisione deve essere ponderata ma certa.
Le case, in campagna, costano circa un terzo rispetto alla città (dipende molto dalla distanza, dai luoghi, ecc), ma il risparmio c’è sempre. Acquistare una casa ad un terzo, rispetto alla città, significa “impiccarsi” con un mutuo per dieci anni invece dei trenta che ti rovinano la vita.
Una stazione ferroviaria nelle vicinanze è sempre da preferire, così come si può valutare d’acquistare un vecchio mulino: con il mulino, potrete acquistare anche i diritti sull’acqua che aveva il precedente proprietario (verificare bene prima). E, con i diritti sull’acqua, una turbina ed un conto energia…in alcuni casi può uscirci quasi uno stipendio.

I vantaggi della campagna sono molti, anche se si sconta un maggior isolamento: per questa ragione sarebbero da preferire soluzioni collettive, che non significa necessariamente vivere sotto lo stesso tetto. In molti luoghi, esistono interi borghi disabitati: quindi…
In sintesi, le campagne furono abitate fino a pochi decenni or sono: la condizione di vita cittadina è dunque recente, resa necessaria dalla civiltà industriale e sorretta da una cultura al suo servizio.
Oggi, quella civiltà industriale se ne sta andando e non tornerà più, almeno nei canoni che tutti conosciamo: non diamo retta alle sirene di regime, ma alle nostre riflessioni. Se, nei prossimi decenni, la vita in città risulterà sempre più difficoltosa, dove cercherà migliori condizioni la popolazione? Il fenomeno è già in atto: quindi, se volete fare il “passo”, è meglio sbrigarsi.

Certamente stiamo vivendo tempi difficili, l’ingiustizia regna sovrana e la peggior maledizione sono gli insulsi che pretendono di governarci, ma ricordiamo l’antico adagio di Lao-Tzu: “E’ meglio accendere una lampada, che maledire l'oscurità”.
Grazie per la vostra attenzione.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.




[1] Vedi: http://www.altalex.com/index.php?idstr=39&idnot=33366
[2] Vedi: http://www.decrescitafelice.it/?p=821
[3] Vedi: http://www.sinistrainrete.info/marxismo/964-mbadiale-e-mbontempelli-due-vie-per-la-decrescita
[4] Vedi: http://www.decrescitafelice.it/?p=1116
[5] Johan Huizinga – L’autunno del Medio Evo (Herfsttijd der Middeleeuwen) – Harlem – 1919. In italiano pubblicato da Rizzoli, nella versione rivista del 1938.
[6] Vedi: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/07/riso-amaro-giovani-contadini-cercansi.html
[7] Vedi: http://www.disinformazione.it/automobile_futuro.htm
[8] Vedi: http://www.greenme.it/approfondire/speciali/1822-auto-elettriche-e-ibride-al-salone-di-ginevra-2010-lelenco-completo
[9] Vedi: http://energiaalternativa.forumcommunity.net/?t=27304231
[10] Vedi: http://www.ecn.org/andrea.fumagalli/10tesi.htm
[11] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/ragazzi-cosi-non-va.html

30 commenti:

Eli ha detto...

Carlo

non si può che essere d'accordo con la tua esposizione pacata, ragionevole ed intelligente nella
sua complessità.
Facciamo bene a parlarne fra di
noi per creare quel Luogo che si enuclea dal Non-luogo, dall'Utopia.

Gli oligarchi, o stegocrati, hanno
altri progetti.
Attraverso la scellerata costituzione europea stanno infatti organizzando la distruzione degli stati nazionali, dopo averci privato della sovranità monetaria,
ed ora che si sta svelando anche la
loro ignobile menzogna della democrazia. Destra e sinistra, progressisti e conservatori, comunismo e fascismo: tutto falso, tutto inventato da loro per dividere le masse e dominare meglio, divide et impera...
Con l'obiettivo finale d'impoverire
i lavoratori per renderli sempre più schiavi e ricattabili, servi
della gleba, passare ogni servizio e bene dello stato ai privati per consentire loro guadagni sempre in crescita (scuola, sanità, difesa,
fonti rinnovabili, beni demaniali), anche in una condizione d'immiserimento, per giungere
a quel governo unico mondiale che consegni l'oligarchia
ad un predominio sempiterno.
Ne hanno parlato Bush, Clinton,
Natzinger (no, non è un refuso!),
Tremonti, Blair...Quindi l'intento è comune, ed ora hanno anche la
sfacciataggine di palesarlo.

Spero accada qualcosa che infranga
questo progetto, che so, la caduta
di un meteorite, l'arrivo di fratelli alieni, uno tsunami magnetico...
Il tuo progetto mi piace più di
quello dell'oligarchia bancaria
internazionale! Ma potrà essere
attuato solo se ci sarà l'annientamento di questa compagine scellerata di assassini satanisti
e pedofili. Toccherà alle generazioni future raccogliere i
cocci e rimettere insieme i pezzi.

Nell'altro topic ti ho postato una
fitoterapia per la sciatalgia.

Carlo Bertani ha detto...

Hai ragione - Eli - uno dei punti più importanti riguardava proprio la distruzione degli stati nazionali. Almeno, il tentativo: non sono poi così certo che ci riescano.
D'altro canto, noi, più che il nostro dovere non possiamo fare.
Più gente leggerà, più gente sarà obbligata a ragionare.
Grazie per la terapia: se non basterà la "terapia del fuoco" (schiene al camino) che attuo, provvederò.
Per i funghi, aspetto (sta piovendo) che nascano i boletus badius, che sono ottimi e che non tutti raccolgono.
Ad Agosto avevo trovato parecchia roba, ma erano nati fuori Luna ed erano camolati.
Dopo tanti anni, s'è rivisto il "galletto" - cantharellus cibarius - con il quale si fa un sugo che è un sogno.
Ciao e grazie
Carlo

Eli ha detto...

Carlo

è vero, i galletti sono ottimi; ma è
un sacco di tempo che non ne trovo.
Invece non conosco il boletus badius.
M'informerò.
Auguri per la schiena!

Carlo Bertani ha detto...

Difficile che il badius cresca in Toscana: è il porcino della Baviera. Ha cappello fulvo, gamba sottile, cresce nei versanti a Nord dei castagneti e, se toccato sotto la cappella, diventa blu per poco, poi il blu scompare.

http://it.wikipedia.org/wiki/Xerocomus_badius

Non è sciatica, ma un volgare virus influenzale che causa anche il mal di schiena. Se li inventano tutti.
Ciao
Carlo

Davide1969 ha detto...

I 10 punti enunciati su come programmare, in linea di massima, una “grande decrescita” sono ampiamente condivisibili: sensati, logici, rispettosi delle esigenze della maggioranza e dell'armonia con l'ecosistema che ci ospita.
Proprio per questo possiamo scordarceli, sia a breve che a medio termine. Forse a medio o lungo termine c'è qualche speranza di vederne applicato qualcuno in qualche Paese scandinavo o forse in Germania, Olanda, posti così, dove già ne adottano due o tre e sono culturalmente pronti a realizzarne altri due o tre, entro tempi non biblici. Negli USA uno ci provò a dire, ancora 42 anni fa, che era sbagliato orientare la società sul PIL, non ci misero molto a farlo fuori...
In Italia se tali punti, o altri tesi allo stesso obiettivo, verranno recepiti sarà per forza, ossia dopo la catastrofe verso cui corriamo a tutta forza.
A livello globale le cose si complicano ulteriormente, Cina, India e dintorni, più il Brasile, sono più o meno nella situazione dell'Italia negli anni del “boom economico”... Solo, moltiplicato per 100. Hai voglia prima che trovino la necessità di interrogarsi sulla decrescita. Certo, potrebbero arrivarci per forza (cioè per catarsi) perché quasi certamente avranno meno tempo di noi: i problemi ambientali o di reperimento risorse oggi pressano assai più che allora. Potrebbero anche saltare o modificare qualche passaggio, anzi certamente sarà così: le evoluzioni simili non sono mai uguali, nei sistemi complessi. Tuttavia è difficile che sentano le stesse esigenze negli stessi tempi.
Comunque, che la nostra lungimirante, illuminata e onesta classe dirigente avvii un processo di questo genere è credibile quanto un bestiario medioevale. Prima andrà sostituita tutta, cosa impossibile se non si forma prima un sottostrato culturale adatto ad esprimerne una nuova e diversa: ci vorranno decenni, anche perché questi sono efficienti in una sola cosa: proteggere se stessi impedendo qualsiasi vero rinnovamento.
Per questo si dovrà necessariamente iniziare dalla “piccola decrescita” e pian piano costringere la classe dirigente a pianificare quella grande, sperando di fare in tempo (prima che la “Pachamama” decida che l'umanità è diventata un cancro). Oppure fare qualcosa tipo Francia fine '700, per quanto uno spera sempre di non giungere a quel punto: è più o meno la differenza tra operare con un bisturi o con un machete.

Qui dalle mie parti il cantarellus cibarius si chiama finferlo...

Eli ha detto...

Grazie Carlo

per la scheda del fungo Badio.
Effettivamente da me ci sono querce, non castagni, e lui non alligna.
Ci sono dei boleti rossastri in grande quantità. Quando ne tocchi
la polpa vira al blu.
Gli autoctoni mi hanno detto che
sono commestibili, previa bollitura.
Ma nel dubbio preferisco astenermi.
Poi sono così belli nelle radure,
insieme a quelli rossi e ad un tipo di amanita grigiastra velenosissima.
Il bosco con i funghi è magico.
Un fungo sotto un cespuglio cambia
completamente lo scorcio di paesaggio.

Davide 1969

finferli è carino, lo conoscevo.
Forse sei dalle parti del Trentino?
Ma scusate per la digressione,
torniamo all'argomento centrale...

Eli ha detto...

Un giorno hanno chiesto a Jeremy
Rifkin quale ricetta ritenga possibile per uscire dalla crisi.
Ed egli ha risposto di non conoscere la soluzione, perché è la prima volta nella Storia che
l'umanità si trova davanti ad una
triplice crisi: ecologica,
economica, energetica.
Comunque considera terminata l'era
industriale, e ritiene che gli
umani debbano dare vita ad una nuova era.
Sono d'accordo con Davide 1969 sul
fatto che al momento la risposta
non possa che essere individuale.
Se aspettiamo i politici, facciamo in tempo ad invecchiare.
Anzi, loro vanno proprio in direzione ostinata e contraria: nucleare,privatizzazioni selvagge, delocalizzazioni finanziate dalla
CE.
Penso che un aiuto in tal senso ci arriverà dalla Natura.
Non so come, ma Pachamama sa riequilibrare molto bene le disarmonie inflittele dall'uomo.
Al mondo c'è abbondanza e sostentamento per tutti i suoi
abitanti. E Karl Marx resta il più grande economista e pensatore di
tutti i tempi, al di là delle distorsioni che quattro capetti egoici hanno applicato al suo
pensiero.

Carlo Bertani ha detto...

Avevo scritto un bel commento del commento, un commentario sul commentare l'inutilità di continuare a proporre soluzioni che nessuno ascolterà e cercherà di mettere in pratica.
Era tutto così inutile che il server era "introvabile" e me lo ha cancellato.
Saggezza del Web
Carlo

Eli ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Eli ha detto...

Carlo

meno male che il web è saggio!
Scambiare queste opinioni con
rispetto e pacatezza serve a far
crescere la coscienza.
La sola rivoluzione possibile è,
a mio avviso, la rivoluzione delle
coscienze.

Leggi che bel programma ci sta
organizzando l'Europa, che bisognerebbe buttare a mare insieme
alla NATO, all'ONU, al WTO, alla
FAO, allaBanca Mondiale ed al Fondo Monetario Internazionale, tutte
associazioni massoniche.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/10/05/farla-finita-con-questa-europa/67958/
Ciao!

Davide1969 ha detto...

Per Eli (e chi vuole, naturalmente)

Brava, indovinato. Abito in trentino, sono tornato alle origini, anche se per la verità andrebbero divise tra trentino, langa e monferrato. I boleti rossastri che menzioni, potrebbero essere dei boletus satana oppure degli erythropus. Entrambi tossici da crudi, i primi molto ed i secondi blandamente. I satana contengono un peptide molto tossico, eliminabile con bollitura oppure salamoia, ma non ho mai provato né voglio provarci. Gli erythropus sarebbero anche buoni dopo una cottura abbastanza lunga, ma tanto dalle mie parti non si trovano.
Alla fine è più prudente restare sul classico: porcini, finferli e poco altro. Nel dubbio conviene non raccoglierli. Fine della parentesi.

Per tornare parzialmente in tema, Pachamama sa riequilibrare bene le disarmonie inflittele da chiunque: la più grande catastrofe ambientale della storia, intendo la storia della vita sulla Terra, avvenne quasi 4 miliardi di anni fa, quando la vita era anaerobica e comparvero batteri capaci di produrre ossigeno (il loro prodotto di rifiuto). L'ossigeno era altamente tossico per quasi tutti gli organismi viventi di allora nonché tollerato a stento dagli stessi cianobatteri. Furono sterminate quasi tutte le forme di vita di allora, oppure furono confinate là dove l'ossigeno non arriva, ma si evolverono gli organismi aerobi. Pachamama, o più tecnicamente il complicatissimo sistema di relazioni, correlazioni e retroazioni della biosfera, trova sempre una soluzione, pazienza se ciò comporta cambiare le specie che ne fanno parte.
Per questo spero che l'aiuto alla decrescita NON debba arrivare dalla Natura: nel nuovo equilibrio potrebbe anche non esserci posto per la specie umana.

Davide1969 ha detto...

Andando agli argomenti centrati sul tema:

http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/energia_e_ambiente/10_ottobre_04/danimarca-addio-fossili_36d29b7c-cfc9-11df-8a5d-00144f02aabe.shtml

Riassumendo in breve, la Danimarca punta a fare a meno dei combustibili fossili entro il 2050, iniziative simili sono in atto in Svezia, Germania, Finlandia. Anche in California. Anche nel Texas dei petrolieri ormai è installata più potenza eolica che termoelettrica. Dubito sia per puro spirito ecologista, molto più probabile che qualcuno abbia smesso di nascondersi dietro a un dito e abbia cominciato a considerare, con realismo, che per quella data i combustibili fossili saranno finiti o quanto meno saranno diventati fortemente antieconomici. Siccome farne a meno non è roba realizzabile in un mese, partono per tempo.
Ora hanno installati 3 GW elettro-eolici che diventeranno 18 (il quadruplo rispetto alle centrali nucleari di “testa d'asfalto”) ed entro i prossimi vent'anni le tasse sull'energia da fossili verranno decuplicate (sì, esatto, proprio moltiplicate per 10). Inizieranno a realizzare punti di ricarica per veicoli elettrici, così da avere una rete di distribuzione pronta quando servirà.

È vero che da noi ci sono i “professoroni” alla Franco Battaglia che sconsigliano follie di questo genere, ma si vede che all'estero non lo conoscono e tirano per la loro strada.
Insomma, si può fare (va detto come Gene Wilder nei panni di Frankenstein Junior).

http://www.youtube.com/watch?v=rdkecMOT1ko

Carlo Bertani ha detto...

A volte, cari amici, mi capita di pensare che, nel lontano 20..., qualcuno potrà venire a chiedermi: accidenti, già nel 2004 lei l'aveva vista giusta!
E io sarei, probabilmente, seduto su una sedia cacatoria in un ospizio. Risponderei: come? Oggi a pranzo ci faranno vedere la frutta?
Le cose che dovevo dire, oramai, le ho dette e ripetute da tempo: ciò che Davide riporta dalla Danimarca, significa soltanto che avevo visto giusto. E nessuno, ancora, ha compreso che solo l'Idrogeno è il necessario ed ineludibile "polmone" per le rinnovabili. Ancora si scervellano con gli accumulatori.
Le mie affermazioni potranno apparire un poco spocchiose ma voi, nei miei panni, come vi sentireste nell'osservare che il lavoro di tanti anni è caduto nel nulla?
Comprendo che, per voi, è importante riconoscerci in un "universale" d'esseri umani che cercano di "saldare" insieme le loro convinzioni, ma vi ricordo che all'incontro di Bologna c'erano 30 persone, che non hanno desiderato sentir parlare d'energia, bensì soltanto di "come facciamo?"
Quel "facciamo" includeva tutto: il nostro essere degli alieni in un mondo alla rovescia.
Quando leggo, su CDC, che il dibattito sulla politica internazionale - guerre, terrorismo, ecc - si riduce a scoprire se una tenda dietro ad Al-Zawahiri è stampata con fiorellini o stelle di David - scusate la franchezza - mi cascano i coglioni.
E mi viene tanta voglia di dedicarmi alla letteratura, la mia vera passione.
Oggi, vi tocca pure il Carlo depresso: d'altro canto, questo è un libero vascello di persone libere, e mi prendo anch'io qualche libertà.
Al massimo, vi darò la PW e mi bannerete! - ))
Ciao a tutti
Carlo

Davide1969 ha detto...

Carlo, che ti devo dire? Sata la differenza di età tra noi due, mi proietto nel lontano 20... +18. E mi capiterebbe quasi certamente la stessa cosa. Ho cominciato ad occuparmi di queste cose verso il 1995, nel 2000 ho realizzato che non mi avrebbero risolto il problema primario di mantenermi autonomamente e ho fatto altro.
Di idrogeno si parlava abbastanza, ma spesso in modo inappropriato. Infatti molti (non solo profani, anche ingegneri e fisici) sostenevano giustamente che è stupido ricavare idrogeno usando energia da idrocarburi: visto che in ogni trasformazione se ne perde una percentuale quasi mai piccola, tanto valeva bruciare direttamente gli idrocarburi. Vero, ma se lo ricavassimo da eventuali surplus di energia dal sole o dal vento? Non potrebbe svolgere il ruolo che ha la diga per l'idroelettrico (che proprio in quanto “stoccabile” e perciò utilizzabile “on demand” è l'unica fonte rinnovabile ad essersi affermata)? Nella maggior parte dei casi, risposte vaghe, alzate di spalle, tanto il mondo va cosà e non così, fuffe da ecologisti e via dicendo.
Non è detto che il lavoro di tanti anni cada nel nulla. Fosse per la classe dirigente italiana, questo esito sarebbe certo, ma per fortuna non tutti sono così. Dal punto di vista del genere umano l'importante è che qualcuno mostri che si può fare e che funzioni, gli altri seguiranno. Speriamo solo di essere ancora in tempo. Peccato per l'Italia, che poteva diventare uno dei Paesi guida di questa nuova rivoluzione che si annuncia alle porte. Tutto sommato, il solare termodinamico è stato (re-)inventato qui. Anche un nuovo modo di realizzare centrali eoliche (kite-gen). Vorrà dire che qualche italiano andrà a realizzarle altrove.
Dal punto di vista dell'Italia tutto questo è molto negativo, sono tutte opportunità perse per miopia o indifferenza o mancanza di coraggio. Ma dal punto di vista del genere umano importa relativamente poco che qualcosa si realizzi qui o altrove.
Non ho capito se ti dispiace che si tenda a eludere il tema dell'energia o, al contrario, che si parli troppo di energia, che è uno dei punti chiave della decrescita ma non l'unico. Io posso dare un modestissimo contributo (da ex, anzi, da “incompiuto”) su questo argomento. Su altri temi è bello discorrere, specialmente con persone come i frequentatori di questo blog, ma ho meno da dare. Mi dispiace di non essere venuto a Bologna, non era nemmeno lontanissimo, ma in quei giorni proprio non potevo.

Carlo Bertani ha detto...

No Davide, non c'era nessuna accusa nei tuoi confronti...è che, a volte, sono sconsolato.
Se ci sono arrivato io a capire che solo l'Idrogeno può essere il corrispettivo della diga nel sistema delle rinnovabili, come fanno a non arrivarci?
Pensa che, riguardo al kit-gen, m'ero imbattutto - quando scrissi il libro sui trasporti - nelle ultime ricerche della Zeppelin Neue Tecnologie.
Ebbene, il basso costo e l'affidabilità dei palloni per sostentare dei pesi (5 anni da una revisione all'altra!) sarebbero l'ideale per il kit-gen. Sospendere la giostra invece del macchinoso sistema dei cavi.
Volevo andare a Chieri a parlargliene - a Chieri io ci ho abitato! - ma poi ho deciso che era meglio lasciar perdere.
La gente che si occupa di energia manca di filosofi, ossia di chi sia in grado di vedere le interconnessioni dei sistemi e di capirne, anzitempo, l'importanza.
Siccome loro non le vedono, non possono esistere. Anche questo è un sillogismo di natura filosofica, ma di pessima filosofia.
Ciao
Carlo

Emilio ha detto...

Ad esempio, per coniugare "come facciamo " ed "energia" ci si potrebbe impegnare a promuovere gruppi d'acquisto per il fotovoltaico. Sono consapevole che non è la panacea, ma immagino ogni casa con i duoi 5kw sul tetto, che porterebbero molti vantaggi: ambientali, economici, tecnici (si avrebbe una rete meno sovraccarica con una produzione distribuita sul territorio). Non penso sia complicato, sicuramente impegnativo organizzare gruppi del genere, anche perchè un impianto PV costa, pur essendo i prezzi in discesa, e mettere d'accordo un numero sufficiente di persone per fare economia di scala è una faticaccia (come trovare tutti i giocatori per una partita a calcetto). Tuttavia è alla portata finanziaria di molti, almeno per ora.
Una spinta verso il PV potrebbe indurre una maggiore presa di coscienza nella gente sul tema delle fonti energetiche.
Buonanotte

Davide1969 ha detto...

Mah, chissà... Magari ti avrebbero ascoltato. O forse (e più probabilmente) no, chi può dirlo con certezza?
Comunque è vero che la scienza si sta “settorizzando” troppo. Fisici delle particelle che sanno nulla di biofisica, biofisici che ignorano quasi ogni aspetto della fisica teorica, esperti di teoria delle superstringhe che considerano pseudo-scienza di serie B la climatologia (sorrisino di compatimento), l'ingegnere meccanico che ha dimenticato quanto va appena oltre le nozioni base dell'elettromagnetismo e via dicendo.
Specialisti, luminari nel proprio campo, ma spesso coi paraocchi. Non sempre, per fortuna. Per non parlare dei baroni universitari. In fisica ce ne sono pochi o nessuno (chi potrebbe, non lo fa: si vede che c'è ancora un'etica), ma in altri campi sono delle palle al piede terrificanti. Quel che riporto io non è più roba di prima mano, ma par di capire che non sia cambiato moltissimo.
Però lo scienziato-filosofo, quello che vede le possibilità e le interconnessioni prima o meglio degli altri, non so dire con esattezza se proprio manca o se ce n'è ancora qualcuno ma non viene preso in considerazione. Anche se poi magari l'idea va rivista e i calcoli non sono del tutto esatti, ma qualcuno li rivedrà, qualcuno separerà le idee buone da quelle non buone. Oggi è vero che manca o c'è poco questa visione d'insieme.
Certo non aiuta il fatto che in Italia la situazione delle università è tale da aver paura a rischiare anche un solo centesimo, visto che non ce ne sono poi molti. All'estero è un problema meno drammatico ed infatti si realizza di più. Da noi le risorse si preferisce usarle per far prosperare parassiti di ogni genere, che ci vuoi fare... Ed avrebbe gioco facile chiunque volesse dare un po' di più alle università per poi dimostrare, nel breve periodo, che sono stati soldi buttati. Per forza, ormai il “tessuto” non è più sano, salvo sporadiche eccezioni.

doc ha detto...

L'ampiezza, sia in qualità che per l'importanza esistenziale delle questioni poste in gioco (trattasi in definitiva di una nuova diversa prefigurazione di società umanistica che coniughi, in forma simbiotica, la necessità utilitaristica verso e per l'uomo con il più ampio contesto di appartenenza alla Natura - di cui l'uomo è parte ma non dominus-) ha lasciato qualcosa fuori dall'uscio.

Insomma, credo che una quarta parte - incentrata sulle anomalie strutturali, di cui non è possibile non tenerne conto, specialmente in fase supposta di transizione- avrebbe dato una visione più organica sia per la situazione italiana che per quella planetaria.

Provo ad indicarne qualcuna di queste anomalie strutturali.

1- la prima anomalia , ormai secolarizzata -macroscopica, ma spesso sottovalutata-è la potesta' limitata dell'italia:
a- subordinazione agli interessi americani;
b- direttamente collegata e condizianata è la deviazione sistematica dei sedicenti "servizi segreti" dell'italia.


2-La subordinazione alla Chiesa della politica italiana post resistenza : da più parti si e' calcolato in circa 12,5miliardi di euro annui il costo dei privilegi di questa subordinazione.

3-La subordinazione totale dell'informazione alla politica il che giustifica, anzi impone una non politica di espansione verso l'estensione generalizzata verso web.
Doc
P.S. Grazie di avermi riportato indietro di almeno 15 anni parlando di funghi.

Carlo Bertani ha detto...

Davide: quando io dico che non mi ascoltarono, significa che esposi con chiarezza che, se il centro sinistra, andando al potere nel 2006, non avesse preso delle serie iniziative sulle rinnovabili, ne avrebbe subito delle serie conseguenze. E lo feci sapere "a chi di dovere", credimi.
La risposta fu fumosa ed i miei vaticini, puntualmente, si verificarono. Adesso, non riescono nemmeno ad avere una posizione chiara sul nucleare.
Il rischio - doc - di quando s'affrontano argomenti così complessi, è quello di dimenticare "pezzi" importanti, come tu segnali.
Ma, hai visto quanta roba ho pubblicato? Soltanto per darci un'idea, delle basi sulla decrescita?
Difatti, ci sono siti che trattano soltanto la decrescita.
Purtroppo, c'è una marea di siti di controinformazione, ma manca una rivista seria, con parecchi giornalisti, che alimentino costantemente il dibattito.
Noi, quattro gatti, cosa possiamo fare?
Ciao a tutti
Carlo

Davide1969 ha detto...

Hey, Carlo...

Avevo capito male, pareva che ti riferissi a quelli del “kitegen” quando dicevi di voler andare a Chieri a parlare delle tue idee. Mi riferivo a loro quando dicevo che forse ti avrebbero ascoltato o forse no.
Ora mi parli di politici. Purtroppo con quelli è fiato sprecato, è come parlare alle pietre, anzi peggio, perché parlare alle pietre al limite può essere un modo di rilassarsi un po' eccentrico, parlare con chi non sa o capisce può essere un lavoro (il tuo, o il nostro) e poi ti rimane la sempre meno frequente soddisfazione di aver trasmesso una briciola di sapere, ma parlare con chi NON VUOLE ascoltare fa pure rabbia.

La sinistra italiana purtroppo merita la fine che ha fatto, forse è addirittura peggiore della destra, a parte che ormai non esistono più neanche destra e sinistra ma solo interessi corporativi tendenti all'infinito. Hai presente il discorso di Pericle sulla democrazia ateniese? Ecco, abbiamo realizzato l'esatto opposto. “Grazie” anche alla sinistra.
Anzi, la sinistra ha colpe ancora maggiori: quando Berlusconi si è dato alla politica 17 anni fa (ricordo il manifesto del neonato con la scritta Fozza Itaia” a fine 1993) lo poteva capire chiunque perché lo facesse e chiunque poteva prevedere come avrebbe agito. Esattamente come poi ha fatto. Un 15% degli Italiani ne trae beneficio e fa bene a votarlo (saranno i primi a scaricarlo quando non riuscirà più a dare garanzie), metti che un altro 15% possa essere incantato dalle promesse (e sarà il suo elettorato più fedele), metti che un altro 20 o 30% sia affascinato dal venditore di fuffa e dalla novità quindi lo vota e lui vince le elezioni. Dopo il primo mandato questo 20 o 30% si accorge del reale valore del personaggio e non lo vota mai più. Fine del Berlusconi politico al più entro il 1999 (in realtà sarebbe stato 1996...). Questo con una sinistra appena decente, ovviamente. Ma, ahinoi, non c'era, e manca tuttora.

Carlo Bertani ha detto...

Mi scuso - Davide - sono stato io ad interpretare male: mi riferivo all'azienda di Chieri. Comunque, la sinistra italiana non ascolta proprio nessuno, e ne ho le prove.
Il fatto è che, quando parli con i militanti, sono attoniti quanto noi: raccontano le stesse cose.
Una vecchia compagna ancora del PCI, mi disse - aveva gli occhi lucidi - "Carlo, perché non vieni con noi? Perché non ci proviamo..."
A fare che? Le risposi. Tu resta pure a farti prendere per i fondelli, io non ci sto.
Sic transit gloria piddi
Ancora scusa e grazie
Carlo

doc ha detto...

Caro Capitano (non è che mi lascio andare ad una "sviolinata", ma in questo momento è quello che penso realmente), credo che dovrai ripensarci e fare una quarta parte: sei uno dei pochi ad avere capacità narrative in simbiosi con una progettualità Politica fuori dal comune.
Saluti
Donato
P.S. e' grazie a questo blog che ho ripreso ad interessarmi della Politica che avevo abbandonata prima del congresso di Genova del '72.
Cmq avresti potuto suggerire come (almeno) slogan per la gente di sinistra le 10 tesi di A.FUmagalli
Inoltre per completare gli potevi regalare, se non il libro, almeno l'articolo che postasti su disinformazione.it sull'auto elettrica.
Penso anche con solo questi due temi avrebbe scaldato il cuore a tanta gente che l'ha messo in frigo dall'84.
Ma se la sx facesse questo dovrebbe rinunciare ad essere uno dei ladri di ...Pisa. Il che sarebbe già un atto rivoluzionario..

Eli ha detto...

Davide 1969

mi sorprende che tu ricordi quel
manifesto, peraltro esteticamente
sgradevole e realizzato con colori grossolani, che precedette di un anno la cosiddetta"discesa in campo" dell'obbrobrio nazionale,
il Priapo di Arcore.
Sai di cosa si trattò allora? Di un
condizionamento della psiche dei cittadini. Manifesti di sei metri
per dieci, inspiegabili, perché non portavano altra scritta che l'insondabile ed incomprensibile
"Fozza Italia", e che furono il
coronamento di un'operazione di marketing acquistata a Parigi per
duecento milioni di lire, tale fu la nascita di Forza Italia.
E pensare che un tempo i partiti, fra cui il glorioso Partito Socialista Italiano nel 1895, il
Partito Comunista, nato da una scissione dai socialisti nel 1921 a
Livorno, lo stesso Partito Popolare, pur essendo tutti
d'ispirazione massonica, nascevano da nobili ideali!

Davide1969 ha detto...

Eli

Sarà che avevo intuito cosa stava per succedere, nonostante in queste cose io sia di solito molto ingenuo, quasi fesso. Ma vedo che lo ricordi pure tu.

Carlo Bertani ha detto...

Eh, cari amici, la decrescita è così "decresciuta" da giungere quasi a zero. Avete visto quanti commenti? Siamo rimasti in tre, tre...
l
La gente non è più abituata a queste trattazioni: vuole cose "leggere" subito pronte...una "botta" di microonde e via...
M'adatterò
Buonanotte
Carlo

piero ha detto...

Ciao carlo,

mi sei sembrato un po’ sconsolato come ti sentissi non accompagnato in queste riflessioni, forse pensi che ciò che scrivi sia paccottaglia troppo difficile da digerire alle menti “comuni”.. non è così. Penso che come me molti altri si confrontino su questi temi con amici e che cerchino una sintesi nel confronto a quattrocchi con amici. Anche perché nel chiaccherare con gli altri ci si sente meno stupidi rispetto a scrivere ad un professore (sarà un complesso di inferiorità.. accettalo).. Inoltre sicuramente lo sai anche te, quando si chiacchera si deve per forza adattare le proprie idee con l’immagine che si ha della vita del proprio interlocutore, ed essere sinceri se si vuole avere una risposta che sia tale, e proprio questo rende spesso le discussioni molto più concrete e costruttive.. infondo gli attori del nostro vivere sono la nostra squadra di calcio, i colleghi di lavoro i vicini etc etc.. (voglio dire che una cosa è se parli ad un maestro di sostegno, ad un muratore figlio di immigrato o ad un avvocato)
Fai bene a dividere in questo ultimo articolo l’argomento decrescita in due filoni. È ineluttabile che ci sarà un calo di produzione, e questo problema dovrà essere affrontato sui due livelli. Io sono sorpreso quando parlo con amici (specie quelli bruciati da esperienze in est europa), che non si voglia mai tirare in ballo il fatto che al livello politico-ideologico il concetto di proprietà privata potrebbe essere da rivedere. Secondo non mi piace neanche pensare che debba essere una catastrofe a rimodellare la “weltangschaung” . Io credo che come in natura le fluttuazioni tendano ad un equilibrio, anche nell’economia si troverà un equilibrio della quantità prodotta, tale equilibrio reagisce ai vari fattori di produzione. Tra i fattori di produzione la tecnologia è decisiva e causa le grandi cesure storiche (medioevo età moderna..) (per cui vedremo cosa riusciremo a costruire). Per cui noi attori della nostra vita cosa possiamo fare… mmm..non avere paura di una vita di sacrifici, impegnarci e tirare avanti aspettare che i vecchi muoiano, ereditare i loro saperi e beni, e lavorare perchè non ci siano grandi guerre tra poveri. Si deve attraverso le nuove tecnologie riuscire ad utilizzare le risorse in maniera buona per più persone possibile e rifuggere sempre e comunque qualsiasi idea di guerra. Boh sarò naif! Comunque se non riusciremo in questo progetto di vita, cosa lasceremo ai nostri neonati? GUERRE E POVERTÀ
Chiaro che finchè la contingenza ci permette di vivere bene così come siamo, non cercheremo nuovi modi, comunque già il fatto che con amici, altre coppie si valuti qua e là le varie alternative, ci farà trovare preparati.
Ciao saluti a tuttiNathalie

piero ha detto...

Ciao carlo,

mi sei sembrato un po’ sconsolato come ti sentissi non accompagnato in queste riflessioni, forse pensi che ciò che scrivi sia paccottaglia troppo difficile da digerire alle menti “comuni”.. non è così. Penso che come me molti altri si confrontino su questi temi con amici e che cerchino una sintesi nel confronto a quattrocchi con amici. Anche perché nel chiaccherare con gli altri ci si sente meno stupidi rispetto a scrivere ad un professore (sarà un complesso di inferiorità.. accettalo).. Inoltre sicuramente lo sai anche te, quando si chiacchera si deve per forza adattare le proprie idee con l’immagine che si ha della vita del proprio interlocutore, ed essere sinceri se si vuole avere una risposta che sia tale, e proprio questo rende spesso le discussioni molto più concrete e costruttive.. infondo gli attori del nostro vivere sono la nostra squadra di calcio, i colleghi di lavoro i vicini etc etc.. (voglio dire che una cosa è se parli ad un maestro di sostegno, ad un muratore figlio di immigrato o ad un avvocato)
Fai bene a dividere in questo ultimo articolo l’argomento decrescita in due filoni. È ineluttabile che ci sarà un calo di produzione, e questo problema dovrà essere affrontato sui due livelli. Io sono sorpreso quando parlo con amici (specie quelli bruciati da esperienze in est europa), che non si voglia mai tirare in ballo il fatto che al livello politico-ideologico il concetto di proprietà privata potrebbe essere da rivedere. Secondo non mi piace neanche pensare che debba essere una catastrofe a rimodellare la “weltangschaung” . Io credo che come in natura le fluttuazioni tendano ad un equilibrio, anche nell’economia si troverà un equilibrio della quantità prodotta, tale equilibrio reagisce ai vari fattori di produzione. Tra i fattori di produzione la tecnologia è decisiva e causa le grandi cesure storiche (medioevo età moderna..) (per cui vedremo cosa riusciremo a costruire). Per cui noi attori della nostra vita cosa possiamo fare… mmm..non avere paura di una vita di sacrifici, impegnarci e tirare avanti aspettare che i vecchi muoiano, ereditare i loro saperi e beni, e lavorare perchè non ci siano grandi guerre tra poveri. Si deve attraverso le nuove tecnologie riuscire ad utilizzare le risorse in maniera buona per più persone possibile e rifuggere sempre e comunque qualsiasi idea di guerra. Boh sarò naif! Comunque se non riusciremo in questo progetto di vita, cosa lasceremo ai nostri neonati? GUERRE E POVERTÀ
Chiaro che finchè la contingenza ci permette di vivere bene così come siamo, non cercheremo nuovi modi, comunque già il fatto che con amici, altre coppie si valuti qua e là le varie alternative, ci farà trovare preparati.
Ciao saluti a tutti

piero ha detto...

Ciao carlo,

mi sei sembrato un po’ sconsolato come ti sentissi non accompagnato in queste riflessioni, forse pensi che ciò che scrivi sia paccottaglia troppo difficile da digerire alle menti “comuni”.. non è così. Penso che come me molti altri si confrontino su questi temi con amici e che cerchino una sintesi nel confronto a quattrocchi con amici. Anche perché nel chiaccherare con gli altri ci si sente meno stupidi rispetto a scrivere ad un professore (sarà un complesso di inferiorità.. accettalo).. Inoltre sicuramente lo sai anche te, quando si chiacchera si deve per forza adattare le proprie idee con l’immagine che si ha della vita del proprio interlocutore, ed essere sinceri se si vuole avere una risposta che sia tale, e proprio questo rende spesso le discussioni molto più concrete e costruttive.. infondo gli attori del nostro vivere sono la nostra squadra di calcio, i colleghi di lavoro i vicini etc etc.. (voglio dire che una cosa è se parli ad un maestro di sostegno, ad un muratore figlio di immigrato o ad un avvocato)
Fai bene a dividere in questo ultimo articolo l’argomento decrescita in due filoni. È ineluttabile che ci sarà un calo di produzione, e questo problema dovrà essere affrontato sui due livelli. Io sono sorpreso quando parlo con amici (specie quelli bruciati da esperienze in est europa), che non si voglia mai tirare in ballo il fatto che al livello politico-ideologico il concetto di proprietà privata potrebbe essere da rivedere. Secondo non mi piace neanche pensare che debba essere una catastrofe a rimodellare la “weltangschaung” . Io credo che come in natura le fluttuazioni tendano ad un equilibrio, anche nell’economia si troverà un equilibrio della quantità prodotta, tale equilibrio reagisce ai vari fattori di produzione. Tra i fattori di produzione la tecnologia è decisiva e causa le grandi cesure storiche (medioevo età moderna..) (per cui vedremo cosa riusciremo a costruire). Per cui noi attori della nostra vita cosa possiamo fare… mmm..non avere paura di una vita di sacrifici, impegnarci e tirare avanti aspettare che i vecchi muoiano, ereditare i loro saperi e beni, e lavorare perchè non ci siano grandi guerre tra poveri. Si deve attraverso le nuove tecnologie riuscire ad utilizzare le risorse in maniera buona per più persone possibile e rifuggere sempre e comunque qualsiasi idea di guerra. Boh sarò naif! Comunque se non riusciremo in questo progetto di vita, cosa lasceremo ai nostri neonati? GUERRE E POVERTÀ
Chiaro che finchè la contingenza ci permette di vivere bene così come siamo, non cercheremo nuovi modi, comunque già il fatto che con amici, altre coppie si valuti qua e là le varie alternative, ci farà trovare preparati.
Ciao saluti a tutti

piero ha detto...

auè scusate, ma quando provo a scrivere qualche commento non ricordo mai la password o username, e faccio sempre castroni.... :)

Emilio ha detto...

Ci siamo, ci siamo... è che l'argomento è difficile, e, almeno io, non ho soluzioni pronte e definitve da offrire.
I contributi sui "massimi sistemi" ci sono e sono tanti, l'analisi c'è pure, ma la soluzione? O le soluzioni?
Guardo la Tv: è tre giorni che parlano tutti della stessa cosa, morbosamente, e quelli, poveretti più che meritevoli di umana pietà, non si sottraggono alle risprese. Il significato simbolico delle cose e dei gesti sempre più trascurato e dimenticato. La "distrazione di massa" è sempre in atto e sempre pervasiva. Non consente al "popolo" di osservare e capire.
È una società senza più difese immunitarie, che probabilmente morirà presto. Ma presto quanto? La nostra vita individuale, quella dei figli per chi ne ha, è una sola e si consuma rapidamente. Egoisticamente, penso che dovrei vivere in un mondo migliore subito e non lottare per cambiarlo..., mah...
Citando qualcuno "se sapessi dove andare non sarei qui". Ma anche (espressione abusata da altri) il più classico "la speranza è l'ultima a morire" (dopo una lenta agonia... :) )
Buonanotte