07 ottobre 2010

Normalmente ammazzato


E così sono tutti d’accordo, dal “Giornale” a “Repubblica”, nel voler chiudere in fretta l’assassinio di Sergio Calore, ex militante della destra eversiva e, in seguito, collaboratore di giustizia. Insomma, un “pentito”.
Un “pentito” che parlava – “uno dei pochi” afferma il giudice Salvini – ed aiutava i magistrati a ricostruire la complessa trama fra Ordine Nuovo, il FUAN, alcune frange del MSI ed i NAR di Giusva Fioravanti.
Una galassia complessa, nella quale i morti ammazzati s’accompagnano alle morti naturali (l’ultima, quella di Ventura, in Argentina), e sulle quali sempre spicca il nome di Delfo Zorzi, personaggio inquietante, che parrebbe immischiato in tutte le stragi di quegli anni. Ma Zorzi è uccel di bosco da decenni in Giappone, ed al “samurai” non passa certo per la testa di venire qui a chiarire.

Beninteso: allo stato degli atti e delle informazioni, non esistono prove che Calore sia stato ucciso per qualche sua confessione. “Sono passati anni”, “oramai era fuori” e frasi del genere si sprecano.
“Repubblica”, sulle prime, adombra addirittura il sospetto del delitto passionale: Calore sarebbe stato sgozzato con un coltello. Poi si correggono: con un piccone. Accidenti, che arma – un piccone! – per compiere un delitto passionale! Tutti quelli che vogliono ammazzare il marito dell’amante vanno in giro con un piccone nel bagagliaio dell’auto! E lo utilizzano per “sgozzare”?
Oppure, si recano nel suo casolare – col proposito di una “resa dei conti” – senza un coltello, una pistola, manco una fionda…no: “quando sarò là ci penserò” medita il nostro “passionario” assassino.
Un piccone, a cosa serve?

A scavare.
Non amo le dietrologie e gl’impeti spiritisti però, quando penso ad una persona uccisa con un piccone, qualche sospetto mi salta alla mente: i criminali di mestiere, le organizzazioni criminali, terroristiche…lasciano sempre dei “messaggi” con l’arma del delitto.
I tanti morti “suicidati” – quelli impiccati ad un termosifone alto un metro da terra – vogliono dire “hai visto che la paghi comunque? E che lo facciamo capire ai magistrati che indagano ed alla Polizia? Che non ce ne frega niente di loro, perché noi siamo in grado di “pistare” e di depistare a piacimento, secondo come ci salta il vezzo?”

Ecco, se dovessi proprio cercare un nesso fra un’arma del delitto come un piccone ed un assassino “interessato” – che ne sappiamo di quello che può essere successo negli anni, di qualche inchiesta ancora aperta, qualcuno che ha paura… – non potrei fare a meno di notare che “chi di piccone (scavo, ricerca, rivelazione, ecc) colpisce, di piccone perisce.”
E, Calore, era stato oggetto di un depistaggio da parte dei servizi (deviati, ovvio: ma esisteranno dei servizi “dritti”?) mica da ridere: gli fu cucita addosso – grazie alle confessioni di un altro detenuto – niente di meno che la responsabilità della Strage di Bologna.
Poi, si cambiò copione e saltò fuori Fioravanti: nella vicenda compaiono giudici iscritti alla P2 e sempre lui, il venerabile maestro Licio Gelli. Una voragine di merda senza fondo.

E’ trascorso un mese dall’agguato che costò la vita al sindaco di Pollica Angelo Vassalo e, a detta del sottosegretario Mantovano, nulla si sa e nulla si sospetta. “Indagini a 360 gradi”, “Nulla viene escluso”, “Tutto coperto dal riserbo”. Anche perché il killer s’è mostrato “poco capace”: nove colpi per ammazzare una persona che s’era fermata, aveva tirato il freno a mano ed abbassato il finestrino.
Nel mentre, in così tanto “riserbo”, nulla sappiamo, nulla possiamo escludere, nessuna direzione possiamo scartare. In altre parole: non sappiamo una mazza di niente.

A Guidonia, invece, già sappiamo che si tratta di un delitto passionale, una lite, qualcosa del genere…perché l’assassino è stato così sprovveduto da ammazzare con un piccone.
Gli assassini, per i cronisti della vulgata giornalistica – letto troppi libri di Conan Doyle? Agatha Christie? L’ispettore Derrick ancora fa capolino? Il commissario Rex? – si presentano sempre di notte, su auto scure, con vestiti neri e Rayban da sole (anche nelle notti di novilunio).
Attendono la loro vittima, la seguono con passi felpati, nascondono la propria ombra in quella della vittima mentre – silenziosamente, con gesti mirati – avvitano lentamente il silenziatore alla canna della pistola.
Quindi, mentre la vittima è distratta, con un sol colpo al cervelletto lo paralizzano. S’avvicinano, giudicano se sia il caso di sparare un secondo colpo, poi se ne vanno. Subito dopo, telefonano ad una bionda “stile Marilyn” e la portano a cena in un ristorante esclusivo. Eh sì: quelli sono veri assassini.

Se manca il silenziatore, la bionda, i Rayban…beh, allora è soltanto uno sfigato che agiva per motivi passionali. E passione dde che? ‘Na donna, la Roma…un gatto, un criceto…insomma, chi era il destinatario di tanta “passione”?

Se volete prendervi una “vista” di tutto quello che è ruotato (e, forse, ancora ruotava) intorno a Calore, leggete l’articolo[1] di Alessandro D’Amato, soprattutto la seconda parte. C’è da farsi rizzare i capelli. Delitto passionale (!).

Va beh, andiamo a letto: Pasolini ammazzato perché frocio, Mattei per una sfiga del motore, l’aereo di Ustica per una bomba mai ritrovata…buonanotte Italia: forse, tanto arrovellarsi d’illustri pennivendoli, può solo essere ascritto ad un antico motto: “La bugia più grande é quella di far credere a chi ci mente che gli crediamo.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


06 ottobre 2010

Tanti leader sul nulla

Caro Pierluigi,
di questi tempi, coloro che seguono la politica nazionale osservano lo scontro interno al PdL, la nascita del nuovo partito o movimento di Fini, le mosse al centro, le possibili alleanze elettorali fra i cattolici ed una destra laica improntata, però, ai valori del Cristianesimo. E non basta.
Sempre all’interno – o forse sarebbe meglio dire “dalle parti” – della coalizione di governo, s’intravedono fratture territoriali: la “scommessa” di Berlusconi del 1994 – tenere assieme un partito a forte connotazione territoriale come la Lega Nord con le altre “anime” del partito, quelle presenti a “macchia di leopardo” sul territorio nazionale – sta mostrando l’epilogo in una Sicilia che ha lasciato Berlusconi o forse, nelle complesse alchimie dell’isola, ha inviato un “pizzino” all’uomo di Arcore: o correggi la rotta sulla destinazione dei fondi (FAS, ecc), oppure cerchiamo altri sponsor.
Quando Fini comunica di voler far nascere il nuovo partito a Milano, ammettendo “che gli piace giocare in trasferta”, manda a dire a milioni d’italiani che vivono nel centro-sud che, fra non molto, troveranno (o forse, ri-troveranno?) una forza “di destra” che sembra proprio creata per dar loro voce. E, difatti, le previsioni elettorali per il partito di Fini sono rosee, nonostante le ovvie “cortine fumogene” dei sondaggi “addomesticati” del Cavaliere: insomma, se AN era un partito intorno al 13%, è coerente affermare che almeno la metà se la riprenderà.

Come potrai notare, non ho usato il termine “conservatore” per definire il partito di Fini, ma solo – genericamente – “di destra”. Perché?
Poiché Futuro e Libertà – ma soprattutto le fondazioni come FareFuturo e Generazione Italia, oltre al “Secolo d’Italia” – tutto hanno mostrato, in questi mesi, meno che d’esser conservatrici.
Spiace riconoscerlo, ma il modesto movimento di Fini è riuscito, con un semplice “lavoro” sul Web ed un giornale, a creare quella “fabbrica” del programma – io direi meglio “delle idee” – che la sinistra ha tentato più volte di mettere in piedi, fallendo una volta per l’altra. Ci saranno dei motivi.
Poniamo, prima di tutto, un “paletto”: non è assolutamente detto che, ciò che oggi è fermento d’idee, si trasformi domani in qualcosa di più pregnante. Ne avessimo viste d’operazioni di trasformismo, e questo vale anche per Fini.
Tuttavia, il partito di Fini così oggi viene percepito, ossia come un’area “libera” alla quale stanno approdando addirittura elettori dalla sinistra. Ammetterai che si tratta di un bel rompicapo.

Non sarò certo il primo a ricordare che il problema italiano non è Silvio Berlusconi, bensì il vuoto pneumatico che s’osserva a sinistra di Casini: eppure, qualche “fermento” parrebbe esistere anche da quelle parti.
Allora, scendiamo dal bel mondo delle idee e della compostezza, posiamo il fioretto e stringiamo il bastone: se necessario, diamocele pure di santa ragione, ma che sia finita una volta per tutte.

Errare humanum est, perseverare diabolicum.
La grande “trovata” di Walter Veltroni fu quella di ripercorrere il “compromesso storico” – che fu di Moro e di Berlinguer – senza rendersi conto che questa è un’altra era. Solo per dirne una, di partiti d’ispirazione cattolica ce ne sono parecchi in Parlamento, ed uno su tutti – l’UDC – è il “perno” di quei valori.
Giustamente, il fallimento di Veltroni è stato compreso e l’autore di quella stupidaggine è stato cacciato: sì, cacciato il segretario, ma il partito è rimasto tale e quale, in mezzo al guado.
Sono certo che alcuni “segnali” non ti sono sfuggiti, come l’addio di Rutelli e della Binetti, entrambi migrati nell’area centrista. Altri esponenti del PD – uno su tutti Fioroni – non nascondono le loro simpatie per quell’area, ma non lasciano il PD.
Perché?

E’ la nota teoria della quinta colonna in territorio nemico: non l’hai capito? Quello 0,0 qualcosa percento che vale la componente cattolica filo-vaticana, in un PD che affonda dal 30 al 20% dei consensi, vale la pena tenersela stretta?
Inutile raccontarsi frottole: a parte qualche singola e convinta adesione, la gran parte dei cattolici del PD guarda con occhi strabici, un poco a te ed un po’ a Casini. Ed il PD rimane impantanato.
Il resto degli elettori – non scordiamo che ancora esiste un’eredità del PCI – osserva attonita e si chiede: perché nessuno, in quel partito, dice più niente “di sinistra”?

Come mai, nel programma elettorale del 2006, avevate dichiarato che la questione delle pensioni andava risolta mediante dei meccanismi di incentivazione/disincentivazione e, invece, avete approvato una riforma “chiusa” ancor peggiore della Maroni? La “gente di sinistra”, mica dimentica. E la tassazione delle rendite finanziarie? E i PACS?
Oggi, l’INPS comunica che non se la sente di comunicare i dati pensionistici dei lavoratori “atipici”, quelli a progetto. La ragione? Per bocca del suo Presidente: “Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale[1]. Ti pare poco?
D’accordo, non avevate i “numeri” per approvare quelle promesse (per il “pacchetto Treu”, che diede il via al precariato, guarda a caso ce l’avete fatta) ma, allora, era forse meglio salire al Colle e dichiarare che non s’era in grado d’approvare i punti salienti del programma, denunciare la “campagna acquisti” di Berlusconi e sbattere fuori voi Mastella e Dini (altre quinte colonne), invece di finire con una pantomima di sputi in faccia e tradimenti. Tanto, quelli di Berlusconi erano e con Berlusconi sono andati.

Insomma, pare che nella “rincorsa al centro” qualcuno sia stato più lesto di voi e, oggi, al “centro” c’è grande affollamento. Nel quale incidete pressoché niente.
Qui si scontrano due impostazioni: vincere con le alleanze oppure tenendosi saldo l’elettorato. Casini, in questo senso, vi ha dato dei punti. A chi pensate di rivolgervi, ai quattro sfigati che avete a destra e a sinistra oppure agli elettori? Quanti ne avete persi dai tempi dell’Ulivo?

Nel frattempo, da alcune rilevazioni sul gradimento elettorale[2], si scopre che la vecchia sinistra “estrema” – Rifondazione, Vendola, Grillo – arriva a mettere insieme l’11% dell’elettorato. D’accordo che queste forze sono fra di loro eterogenee, ma una buona base di valori è comune: e poi, dimentichiamo che la Linke, in Germania, supera il 20%?
E non trascuriamo quel 40% d’astensioni che ci sono state alle ultime elezioni regionali, che vi hanno fatto perdere altre regioni. Salvo la Puglia di Vendola, che per voi era il candidato sbagliato. Che lungimiranza.

Metaforicamente, quando v’osserviamo ad una riunione della segreteria, ci sembrate un gruppo di nobili dell’ancien régime che pesano e ripartiscono con il bilancino del farmacista le patenti di nobiltà. Mentre fuori splende il sole e la gente attende proposte concrete, fattibili, pregnanti: gente che vede i propri figli nuovamente emigrare, che non sa più quando andrà in pensione, che lavora tre mesi l’anno, che passa intere stagioni in cassa integrazione. E voi, giustamente, volete intervenire sul lavoro.
Ma si fa presto a dire “lavoro”: come intendereste procedere?

Guardate che, se non sceglierete d’andare allo scontro con la BCE ed il FMI, le uniche proposte potranno essere l’iniezione letale, al posto della fucilazione di massa, per i lavoratori. Tante grazie.
Se l’Italia, dopo vent’anni di squilibri e sconcezze, è giunta fra i Paesi con maggior sperequazione della ricchezza – il 10% possiede quasi la metà della ricchezza nazionale – lì non si può andare con il bilancino, si deve accorrere – e in fretta! – con l’accetta.
Nemmeno potete sperare nella “stella” Berlusconi, che per voi è stata la salvezza per tanti guai: a gettare nella polvere il Cavaliere c’hanno pensato Fini e pochi altri. Voi, manco vi vogliono: al massimo per cambiare la legge elettorale.

Se desiderate veramente uscire dall’angolo nel quale vi hanno/vi siete cacciati, dovrete fare delle proposte chiare, trasparenti, incisive: tassazione dei ricchi, energie rinnovabili, aumento delle retribuzioni e delle pensioni, caccia spietata ai grandi evasori…mica le solite pagliacciate, le solite chiacchiere subito smentite da uno e dall’altro.
Potrete mai imboccare un simile percorso, portandovi appresso un Fioroni od un Letta?

Caro Pierluigi, mi sa che t’hanno messo una bella patata bollente fra le mani: a te la scelta, se accettare il rischio di morire in battaglia oppure – ricordando Portos – “da vecchio, a letto, nel mio piscio.”

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


03 ottobre 2010

Per decrescere…bisogna semplicemente crescere! (Terza ed ultima Parte)


Ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo…

Fabrizio De André/Ivano Fossati – Anime Salve – dall’album Anime Salve – 1996.

Negli articoli precedenti, abbiamo constatato che la gran parte dei prodotti che circolano sono di scarsa qualità e destinati a rompersi in breve tempo. Che la nostra classe imprenditoriale non ha nulla da eccepire a questo fenomeno: anzi, è lei stessa a promuoverlo. Che alla classe politica – a libro paga degli interessi finanziari ed industriali – non importa un fico secco delle nostre vite ma solo di mantenere i suoi privilegi.
La “crescita” è dunque solo una colossale truffa, nella quale ci vendono paccottiglia in cambio delle nostre vite: niente di molto diverso dalle collanine di vetro di Colombo sulla spiaggia di San Salvador. E, questi “attori” del nostro vivere – se rivestiti con i paramenti dell’epoca – iniziano ad assomigliare proprio agli spocchiosi hidalgo spagnoli del ‘500.
Qui, a nostro avviso, è il primo nodo da affrontare: i beni devono essere prodotti per soddisfare le esigenze delle persone, ed i servizi per risolvere i problemi. Invece, il meccanismo è ribaltato: il bene serve per creare profitto, il servizio tangenti. C’è modo d’intervenire?

Piccola e grande decrescita

Non neghiamo che la decrescita sia anche una posizione che ha valenza filosofica: porsi il problema di “cosa” realmente ci serve e di cosa, invece, è solo inutile o superfluo, è una giustissima riflessione. La quale, però, immediatamente si scontra con la diversa percezione che ha il singolo essere umano della propria vita, ossia di “quanto” e di “cosa” gli serva per vivere.
Il meccanismo è drogato dalla pubblicità – è sin troppo facile capire il nesso – e dunque, con le affermazioni categoriche, si va allo scontro: il vegetariano sosterrà che il carnivoro consuma dieci volte in risorse, ma il carnivoro desidererà comunque la sua bistecca.
Su questi piani, solo il tempo e l’informazione possono far “virare” le coscienze verso scenari nei quali, prima del desiderio del bene, ci sia la domanda: “mi serve veramente?” Oppure: in un mese ho mangiato tre porcellini arrosto e cinque paste allo scoglio e, adesso, ho il colesterolo a centomila. E’ stata una scelta saggia?
Giustissimo porsi queste domande, ma qui ci si divide: inutile raccontarci frottole.

Tutti, però, non desideriamo dover acquistare un frullatore l’anno, avere un tostapane che – magari, è un sogno – passi di generazione in generazione poiché abbiamo di meglio da fare che girare per ipermercati ad acquistare frullatori e tostapane. Roba che, già sappiamo, l’anno seguente sarà scassata.
Se la funzione della merce, per il capitalista, è quella di trasformarsi il più velocemente possibile in rifiuto, una seria proposizione di decrescita passa, inevitabilmente, per la lotta anticapitalista. Perché?
Poiché, nel capitalismo globalizzato, il saggio di profitto d’ogni singolo bene è basso – sentito parlare di competizione a livello globale? – e dunque, l’unico modo per continuare a scrivere tanti “più” a fine anno sui bilanci, passa inevitabilmente per i frullatori ed i tostapane che si devono scassare. L’imperativo è moltiplicare i beni dai quali trarre profitto: cambiando l’ordine, il prodotto non cambia e si può scrivere la medesima cifra a bilancio.

A questo punto, possiamo dividere la nostra giusta aspirazione verso la decrescita in due filoni. Quello “di sistema” – ossia criticare il modello che ci viene imposto perché incongruo e, in fin dei conti, destinato ad impoverirci, non ad arricchirci (salvo una modestissima quota di popolazione, quella che comanda) – e quella “di prassi”, ossia ciò che possiamo fare oggi per entrare in un diverso “circuito”.
Alle recenti elezioni regionali, il 40% della popolazione non s’è recato a votare: ponendo un 10% d’astensionismo “fisiologico”, significa che circa 12 milioni d’italiani li hanno mandati a quel paese. E, le attuali previsioni, indicano che l’astensionismo è destinato a salire.
Questo, perché le proposte politiche sono così deprimenti e prive d’ogni interesse da non farci schiodare da casa: dovrei perdere il mio tempo per votare i desideri della Banca A o della Banca B? Oppure di questa lobby o dell’altra? Penoso.
Però, per loro, siamo un problema: anzi, siamo “il” problema. Le proposte per tapparci la bocca si sprecano: da Levi a D’Alia, passando per l’inossidabile Cavaliere.
Sarebbe sbagliato unificare quei 12 milioni in un solo universale, però tantissime persone – dopo anni di Web – stanno affinando le loro capacità percettive e raziocinanti sul mondo che le circonda: i Jerry Scotti, e tutta la banda d’imbonitori televisivi, stanno perdendo smalto.

Talvolta, leggo i commenti dei grandi quotidiani on-line: non stupisce che siano in qualche modo “embedded”, lo fanno sia “Il Giornale” e sia “Repubblica”. Quel che colpisce – se avete un po’ di tempo da perdere fatelo – è che, parecchi commenti, “restituiscono” al mittente ragionamenti e sillogismi che il quotidiano manco si sognava di toccare. In altre parole: argomenti un tempo “solo per addetti ai lavori”, stanno diventando di più ampia conoscenza.
Tanti, a fronte delle varie crisi dell’auto, commentano semplicemente: costruite delle auto elettriche, vedrete che le venderete. E poi: giustizia, energia, forma di Stato…il commentatore del grande giornale pone problemi ed argomenti che il giornalista non può trattare.
Sull’altro versante, però, quella marea di commenti – che sembra un inutile chiacchiericcio – non scivola via come acqua sulla roccia. Giorno dopo giorno indica un progredire delle coscienze, un affinarsi delle percezioni. Il giornalista, prima o dopo, dovrà occuparsi della faccenda, altrimenti perderà lettori. E pubblicità.
Verrebbe da dire: chi di pubblicità colpisce, di pubblicità perisce.

Uno degli argomenti “non trattabili” è proprio ciò che riguarda la vita del bene: tagliato il nastro dell’inaugurazione, che succede dopo? Niente.
Perché la Salerno–Reggio Calabria – mica decenni, pochi anni dopo il completamento – iniziò a sfaldarsi come se fosse stata fatta d’arenaria? Perché tutti ci avevano “mangiato”. Perché i capannoni costruiti con i fondi europei e poi abbandonati? Perché tutti ci hanno “mangiato”. E così via.
Ma finisce “così via” anche il nostro frullatore, perché la garanzia ufficiale che viene richiesta per tutti gli apparecchi elettrici (quasi tutto, al giorno d’oggi, ha qualcosa d’elettrico) è di due anni. Due anni e un giorno? Fottuti.

Secondo la Casta dominante, il cosiddetto Codice del consumo[1] dovrebbe essere il testo che garantisce il consumatore. In realtà, il testo è così confuso da fare quasi il pari con il Trattato di Lisbona.
Il concetto che regge quel testo parrebbe quello di una continua “trattativa” fra produttori ed associazioni dei consumatori: fin troppo facile comprendere che le associazioni dei consumatori possono essere facilmente cooptate dalla Casta. Lo fanno con i sindacati: figuriamoci con le associazioni dei consumatori.
Il grande assente, in quel testo, è lo Stato, ossia chi dovrebbe essere arbitro e garante: il quale, finisce addirittura per essere ridicolo quando, all’art. 2, afferma che “Ai consumatori ed agli utenti sono riconosciuti come fondamentali i diritti: a) alla tutela della salute”.
Non continuiamo con gli altri diritti: il pensiero va agli abitanti dell’hinterland napoletano, che stanno lottando strenuamente proprio contro lo Stato (che dovrebbe tutelarli!) per non crepare di cancro sotterrati fra le immondizie. Avessero, almeno, un briciolo di dignità.

A nostro avviso, di là delle affermazioni di principio e delle varie “Authority”, bisognerebbe imporre dei termini di garanzia specifici per ogni bene, non i generici due anni. Una ruota può durare solo due anni? Un parabrezza? Un tetto?
E’ del tutto evidente che questa è una sonora presa per il sedere: difatti, le industrie subito accorrono, inseriscono l’ingranaggio di plastica ed i due anni diventano effettivi. Dopo, deve rompersi.
Ma il problema – diranno – è diventato europeo e, quindi, non si può fare altro…bene, rispondiamo: se questa è l’Europa – quella che non ha il coraggio di sottoporre ai cittadini la sua costituzione – che vada a quel paese anche l’Europa.
In definitiva, sarebbe giusto stabilire regole ben diverse per le garanzie, aumentandole in generale e differenziandole secondo le tipologie di beni ma questo è un obiettivo che solo altre forze politiche – oggi inesistenti – potrebbero raggiungere: non dimentichiamo che siamo nelle mani di liberisti sfegatati, destri e sinistri.
Di conseguenza, ci sono argomenti che non possono essere trattati all’esterno dell’agone politico ed altri che solo al di fuori del confronto politico trovano ragion d’essere, perché fanno capo al singolo, alla sua consapevolezza – sempre in divenire – ed alle scelte individuali che ne conseguono.

Perciò, divideremo le proposte e gli argomenti in due filoni, detti di “grande” e “piccola” decrescita, assegnando al primo le istanze di natura politica ed al secondo quelle di natura individuale, di scelta personale. Non ci sfugge che, in realtà, siano milioni di consapevolezze individuali che s’incontrano per formare identità di vedute, d’opinioni e movimenti ma, per semplicità di trattazione, così li suddivideremo.
Prima, però, è giusto citare di chi si è occupato recentemente di decrescita – sia chiaro, non per uno sparagnino desiderio di critica – ma per “allargare” il discorso a più posizioni ed opinioni, sulle quali il lettore sarà libero di riflettere come meglio crede.

La “modernità”

Nel dibattito sulla decrescita sono intervenuti, ed hanno dato vita ad un scambio di vedute anche aspro, Maurizio Pallante da un lato, Marino Badiale e Massimo Bontempelli dall’altro. Al primo articolo[2] di Pallante seguì la critica[3] di Badiale e Bontempelli, la quale provocò la reazione[4] di Pallante.
Sinteticamente, il confronto avvenne sul concetto di “modernità” applicato al processo della decrescita e sul dibattito fra Stato e Mercato, ossia sulla ripartizione delle risorse oppure sul loro abbattimento paritetico. Iniziamo dal primo concetto, questa “modernità” presa a prestito.

Confesso d’incontrare qualche difficoltà nel soppesare il termine “modernità”: lo trovo vago, privo di confini per identificarne il significato in modo preciso. Il primo riferimento che salta agli occhi è quello di contrapporlo all’Età Medievale, inserendolo in un preciso contesto storico: uno per tutti, vale la pena di citare Johan Huizinga e la pietra miliare della storiografia che la sua opera[5] ben rappresenta.
La transizione verso l’Età Moderna comportò l’abbandono – doloroso – del tentativo umano di “modellare” la propria esistenza al “palcoscenico” divino così ben rappresentato da Dante Alighieri. Ci riferiamo, ovviamente, alla nobiltà ed ai suoi riti, che già iniziarono a perdere significato negli ultimi secoli dell’Età Medievale: non dimentichiamo, però, che le classi subalterne – nel Medio Evo – vivevano di riflesso, ossia come “comparse” l’agire della nobiltà, finendo per esserne totalmente pervase.
Non ci sfugge che il parallelismo è azzardato, ma riteniamo importante porlo all’attenzione dei lettori per sottolineare come la transizione del concetto di “famiglia” ha avuto illustri prodromi.

Se, invece, desideriamo porre un “giro di boa” al mutare della famiglia (europea, per le altre culture sarebbe necessaria una lunga trattazione) – ovvero l’abbandono della famiglia patriarcale in senso stretto – la Rivoluzione Industriale è senz’altro più consona, come approccio storico, per definire i fenomeni.
Più che l’industria tessile (ancora legata alle fibre naturali, quindi all’agricoltura ed alla pastorizia) fu l’industria metallurgica (in simbiosi con quella mineraria) che “sradicò” dalla terra milioni d’esseri umani: l’Inghilterra dell’800 era tutto un pullulare d’aree suburbane (spesso degradate) che ospitavano la nuova classe operaia.
Non ci pare questo, però, ancor sufficiente per ammantare il termine “modernità” di valenza positiva: basta rileggere la letteratura (soprattutto inglese) dell’epoca per comprendere le tragedie che contenne. E, non dimentichiamo, lo schiavismo e le occupazioni coloniali.
La transizione, verso un riconoscimento “sociale” dell’opera svolta dalla classe operaia, fu un percorso accidentato e doloroso, strappato passo dopo passo nel volgere di un secolo di lotte per l’affermazione dei propri diritti. Che oggi, poniamo all’attenzione dei lettori, stiamo compiendo a ritroso.

Il Novecento fu il palcoscenico dove la rappresentazione prese forma e, vogliamo sottolinearlo, ciò avvenne sotto diversi cieli e differenti sistemi sociali. Incontriamo così i tentativi “istituzionali” del Fascismo e del Nazionalsocialismo di cooptare la classe operaia nei loro progetti d’espansione e dominazione: passaggio che includeva, ovviamente, un miglioramento delle condizioni di vita. Oppure quello sovietico: si noti come l’architettura ancora mostri – nelle forme dei quartieri operai – interessanti parallelismi.
Quel concetto “d’alveare” per la classe operaia – da distinguere dalla borghesia: tornano, in qualche modo, le rigide separazioni di Huizinga! – proseguì ben oltre il secondo conflitto mondiale: eppure eravamo, per l’Ovest europeo, all’interno di un sistema capitalista ben definito. Tuttavia, nelle forme della “casa popolare”, il capitalismo postbellico esprime la medesima volontà di discriminazione dei regimi totalitari, quella di ritenere quasi un “male necessario” la presenza dei rozzi operai, un’offesa alla “purezza” dei valori borghesi.
E nelle campagne?

La famiglia patriarcale, di stampo prettamente contadino, sopravvisse senza scossoni? Non ce la sentiamo d’affermarlo “urbi et orbi”, poiché le simbiosi che avvennero fra l’industrializzazione e la “immutabilità” del mondo agreste (più idealizzata che reale) attraversarono quel mondo. E lo fecero ponendo e scomponendo i termini in modo assai diverso, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Saar alla Mancha: riflettiamo, uno per tutti, sul fenomeno migratorio.
Se vogliamo, oggi, porre all’attenzione (e dunque sottoporre a critica) le valenze – ritenute relativamente positive o negative, poco importa – della società patriarcale e della famiglia mononucleare, i loro rapporti sociali ed economici, gli inevitabili risvolti umani ed esistenziali è ai fenomeni storici e sociali che ne determinarono i mutamenti che dobbiamo rivolgerci.
In altre parole, la deindustrializzazione in atto può comportare una “riedizione” acritica – meno che mai una visione bucolica “fuori tempo massimo” – della famiglia patriarcale del tempo che fu? Ci dà forse, la Storia, la possibilità di ripercorrere i nostri passi adattando modelli già utilizzati senza dover passare attraverso una mediazione critica?
Questo, per sgombrare il campo da possibili “infatuazioni” che durerebbero dal tramonto all’alba: il “terreno sociale” che l’età post-industriale lascia non è il medesimo scenario della metà del ‘700.
Ciò non significa l’abbandono totale della produzione industriale, bensì un suo rimodellarsi su schemi assai diversi e meno “invasivi” rispetto alle grandi concentrazioni industriali (migrate, d’altro canto, nelle economie cosiddette “emergenti”).

L’uso del termine “modernità” – dunque – deve essere trattato come salvaguardia di prassi considerate evolutive per la società (altro aspetto spinoso), come il miglioramento dell’assistenza all’essere umano e la conseguente promozione sociale, affinché giunga a sentirsi “compiuto” nel corso dell’intera vita.
Ci rendiamo perfettamente conto che, ciascuno di questi concetti, richiederebbe a sua volta lunghe dissertazioni ma, se desideriamo giungere a conclusioni pregnanti, non possiamo trasformare un breve saggio nella Treccani.
Se scendiamo per un solo istante nel mondo reale, notiamo come la “rottamazione” dell’anziano – ossia il “ricovero” – nacque e giunse all’apice seguendo proprio il percorso industriale: oggi, ci s’interroga e si cercano altre soluzioni, a dimostrare che un percorso evolutivo è in atto. Mezzo secolo fa, al minimo accenno non di scarsa autosufficienza, bensì soltanto di “appannamento”, l’anziano doveva far le valigie ed attendere la morte in un cronicario (poco) mascherato.
La crudeltà della società industriale era ammantata di valori che traevano origine da abitudini ancestrali: il giovane era la garanzia della sopravvivenza – a lui doveva essere dedicato il massimo dell’attenzione – ed i ferrivecchi erano obbligati a seguire, in silenzio, l’inevitabile decadimento.
Si potrà obiettare che la famiglia patriarcale riusciva a “contenere” gli anziani assegnando loro compiti secondari (per la fatica richiesta, non per gli esiti), ma la vita media era sensibilmente più bassa. Oggi, se si muore a 60 anni, spesso compare l’avverbio “prematuramente…”: mezzo secolo fa, nessuno se la sentiva d’utilizzare quella forma.

Aprendo una breve parentesi, notiamo come le recenti controriforme pensionistiche tendano a negare un equilibrato rapporto fra le generazioni, poiché “consegnano” a giovani generazioni con scarsi redditi delle persone veramente anziane, non il pensionato di 55-65 anni di pochi anni or sono, il quale era in grado per almeno un decennio d’esser ancora attivo. Conosciamo la ragione di queste scelte: sono soltanto le pessime valutazioni di miserrimi politici, abituati a trattare l’economia unicamente come una partita di bilancio.
Desideriamo, quindi, poter vivere più a lungo e conservare la protezione sociale alla quale siamo abituati. La risposta – un po’ rozza – dei governi è quella di posticipare l’età della pensione: “rozza” poiché quello scenario industriale di produzioni sfrenate non esiste più. In parte si è spostato in Oriente ma, nel complesso – non dimentichiamo l’automazione – l’apporto umano è sensibilmente scemato.
Come ricordavamo, le vere ragioni del posticipare l’età della pensione sono tutte legate a “problemi” di bilancio: ad esempio, la cupidigia della classe politica nei confronti dei capitali accumulati dai lavoratori sotto forma di TFR. In questi scenari, dopo i prelievi sugli accantonamenti INPS della precedente Finanziaria, oggi Giulio Tremonti prefigura la concessione “a rate” dei trattamenti di fine rapporto: per ora sopra i 90.000 euro (lordi), domani si vedrà. Ci sono, però, altre ragioni: più sottili ed ancor più perverse.
L’insulsa ed inutile protervia di questa società post-industriale appare in tutta la sua evidenza quando tende a circoscrivere ed annullare spazi di libertà – nel senso di vita vissuta fuori dell’istituzione scuola/lavoro – che sarebbero altrimenti vissuti con maggior pace da larghi strati della popolazione.
Si noti che non sono concesse possibilità di scelta – ad esempio un “range” di pensionamento fra i 55 ed i 65 anni, con differenti trattamenti economici, anche a saldo equivalente calcolato sulla vita media – perché quegli anni risulterebbero vissuti all’esterno del “sistema PIL”.

Ci sono parecchie differenze fra città e campagna, ma un dato è chiaro: la ricchezza effettivamente fruibile dagli italiani è solo una frazione di quella che il PIL controlla. Rimanendo sul piano dei beni, quante case sono state ristrutturate da pensionati ancora in grado di farlo? Dalla mia finestra scorgo decine d’orti: tutte derrate alimentari che sfuggono alla grande distribuzione. E poi: energia sotto forma di legna, miele dalle api, frutta, confetture…un intero mondo di beni che sfugge al PIL.
E c’è, ovviamente, l’apporto dei nonni, il loro rapporto antico con le giovani vite quando la propria sta scivolando verso la fine: un rapporto che oseremmo definire “sacro” per i benefici frutti che genera. Quanti di noi ricordano con tenerezza i propri nonni, per le cure che hanno avuto nei nostri confronti, per i consigli, per le mille cose che c’hanno insegnato?

Porre in modo ideologico il problema – bambino affidato alla scuola/ai nonni – come alternativa “secca” ci sembra sbagliato principalmente dal punto di vista pedagogico (il bambino necessita di cure familiari e d’attività sociali), in seconda battuta l’approccio è fastidioso, quasi violento, da economisti che stanno “sotto” la globalizzazione e non cercano – nei fatti – di criticarla per uscirne.
Per questa ragione, utilizzare il concetto di PIL per affrontare le tematiche relative alla decrescita risulta un approccio rozzo: è come utilizzare un doppio decametro per appurare lo spessore di una lamiera.
Non si possono certo dimenticare le questioni economiche e di bilancio – mica si campa d’aria – però dobbiamo prendere coscienza che la decrescita si nutre di altra “economia”, di altri “bilanci”, altrimenti finiremmo nel vicolo cieco d’utilizzare gli strumenti del “nemico”: ovvio che all’interno del capitalismo non si può tout court pretendere la “regal concessione” di strumenti più consoni.
Però, vivaddio, possiamo criticare queste malevole prassi proprio partendo dalle contraddizioni interne del capitalismo, strumento nato per aumentare la disponibilità di beni e che oggi, in Italia, sa solo dirci che il 10% della popolazione possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. Bel risultato: l’inevitabile concentrazione monopolista già prevista da Marx, che s’esprime nella “recita politica” che le oligarchie propongono: la quale, del dibattito interno alla polis, non ha più nulla.

Da qui, la disperazione dei tanti che – dotati di mezzi di critica e di valide proposizioni – sanno d’esser completamente tagliati fuori dal dibattito e, più o meno apertamente, osteggiati come “no-global” od altri termini che, nella vulgata imperante, tracimano in epiteti.
Le pulsioni “catastrofiste” che spesso appaiono possono essere rispettate, ma non hanno nessun valore storico: il Medio Evo – spesso presentato come esempio – fu un’epoca di straordinario progresso tecnologico.
Chi s’aggrappa al 2012, chi agli extraterrestri, chi a forme d’ascetismo…per carità, liberissimi di farlo…ma la ragione è una sola: affrontare la transizione verso una società di stampo socialista – che mi ha seguito fino a questo punto, avrà ben compreso che destra e sinistra, come oggi sono percepite, qui non c’entrano nulla – dopo almeno cinque secoli d’abitudine ai termini, ai modi ed alle prassi del capitalismo, è impresa che fa tremare i polsi.
Eppure, non abbiamo scelta: questo mondo sta morendo. Sta a noi trovare le soluzioni affinché quello nuovo – che, inevitabilmente, verrà – incontri terreno fertile sul quale far nascere nuove “posture” sociali.

Ma, proporre la decrescita nei termini esclusivi l’uno per l’altro – il sistema di protezione sociale pubblico contrapposto ad una visione di welfare privato/collettivista – è, a nostro avviso, una grave leggerezza. Anzi, rischia d’essere altrettanto dirompente quanto lo sono le imposizioni della Casta dominante.
In altre parole, chi si arroga il diritto di pianificare la decrescita in questo modo – ad esempio: meno protezione dello Stato/più protezione eliminando spese superflue e/o dannose – finisce per attuare una prassi che è la medesima dei ceti dominanti, ossia calarla dall’alto.
Una decrescita programmata, definita e circostanziata sin nei minimi particolari, non finirebbe col fare il paio con un “socialismo” imposto da rinnovelle “Guardie Rosse” o con un “fascismo” appioppato con le “Guardie Nere”?

La decrescita non deve forse essere quel contenitore nel quale – di là degli aspetti prettamente economici – s’intravedono nuovi modelli sociali? E come fanno, questi modelli, a crescere democraticamente nella polis – pur con tutte le difficoltà del caso – se i modelli sono ancora una volta pre-costituiti?
Come si può affermare che ci deve essere meno protezione sociale pubblica/più protezione sociale pubblica, se prima non s’affrontano i nodi primigeni, ossia la struttura stessa del vivere sociale? Perché si concede poco o nulla alla tecnologia, mostrando il cedimento alla prassi educativa gentiliana, che già fu aspramente criticata da Gramsci per la netta distinzione fra teoria e pratica? E s’utilizza, nell’analisi, uno strumento incongruo e desueto come il PIL?

Non me ne vogliano Badiale, Bontempelli e Pallante, ma le liti (non la critica) e l’arroccamento sulle proprie posizioni non sono certo un buon viatico per compiere un viaggio così difficile e periglioso: sarebbe forse meglio partire dall’analisi tendenziale della situazione, non da una pianificazione che sa tanto di dirigismo.
Ad esempio: è ipotizzabile, nel medio periodo, che i salari tornino a salire ai livelli di vent’anni fa? Sarebbe auspicabile, ma è poco probabile. Che il costo dell’energia decresca? E il costo degli affitti e dei mutui?
Interpolando queste “forti probabilità”, s’evince che i giovani italiani – quelli che non andranno all’estero – dovranno per forza sperimentare forme di nuova convivenza, che non saranno la famiglia patriarcale e, tanto meno, potranno sopravvivere all’infinito con le pensioni dei genitori. Perché i genitori, prima o dopo, muoiono.
Una nuova “modernità” potrebbe partire proprio dalla contingenza: i costi immobiliari, dell’energia e delle derrate alimentari, fuori delle città, sono sensibilmente minori. E le case sono, generalmente, più grandi che in città.
Nuove forme di convivenza potrebbero nascere da una situazione che, in qualche modo, non le “concede” ma quasi le “obbliga” (a differenza del movimento delle “comuni” anni ’70): forse qualcosa che s’avvicina al movimento originario dei kibbutzim, oppure a quello di recente nascita delle Transition Town.

Come ben sappiamo, però, le nuove situazioni – in mancanza di sperimentazione – spesso generano scoramento e disillusione, derivanti da mancanza d’esperienza.
Il compito di chi desidera produrre nuova cultura per nuove situazioni non sarà dunque quello – obsoleto, perché referente di un mondo che non esiste più – di propalare soluzioni, quanto quello di fornire strumenti ad altre persone affinché trovino da soli le migliori soluzioni per quegli scenari. Un bel passo in avanti sul fronte della democrazia, anche nella cultura e nell’informazione.

Il nodo tecnologico e produttivo

Nel nostro lavoro di anni, abbiamo dedicato tanto tempo a settori quali l’energia, i trasporti, l’agricoltura e poco agli aspetti industriali.
Questo perché sono secoli che l’industria affina mezzi e procedure, mentre l’energia è genericamente dimenticata – affidare il futuro ai fossili ed all’Uranio è come, dopo esser stati licenziati, progettare di campare all’infinito con l’ultimo stipendio – ed i trasporti sono visti in chiave “bucolica”, ossia la bicicletta al posto dell’auto.
Niente contro la bici, però l’idrovora energetica nei trasporti è la completa anarchia del settore che si avvale principalmente del mezzo più energivoro a parità di tonnellata trasportata: il camion.
Infine, la grande dimenticata: l’agricoltura.

Qui, a differenza d’altri Paesi europei, l’Italia segna un autogol che è un abisso: per ogni agricoltore anziano, in Germania e Francia, ce n’è pressappoco uno giovane. In Italia, ogni 12,5 agricoltori anziani ce n’è uno giovane: uno squilibrio evidente, segno che la programmazione economica di quei governi è stata molto diversa dalla nostra[6]. Da noi, più che consentire ai giovani di rimanere nelle campagne, s’è consentito loro d’occupare le anticamere dei politici.
Giungiamo così a produrre in Patria solo un terzo dell’olio d’oliva che consumiamo, mentre gli oliveti vengono abbandonati: qui, il nodo è culturale.
In Italia, fare il contadino è considerato quasi come vivere in un lazzaretto: valanghe di sinonimi del termine “agricoltore” – bifolco, bovaro, burino, villano… – hanno assunto, nel tempo, valore spregiativo.
Sarebbe lungo analizzare le ragioni del fenomeno: fu uno dei regali della “modernità”, quello di propalare ai quattro venti (pensiamo alla pubblicità) che la promozione sociale significava una scrivania ed una macchina per scrivere.

Oggi, che le macchine per scrivere – metaforicamente – iniziano a scarseggiare, parimenti s’osservano sempre più frequentemente campi abbandonati: poderi di pianura, non aree montane e collinari. D’altro canto, con un solo agricoltore ogni 12 anziani, dove possiamo andare?
Proprio ieri, osservavo i trattori che portavano i carichi di legna al peso: un’accozzaglia di mezzi degli anni ’60 e ’70, archeologia agricola guidata da altrettanto vecchi chauffeur. Fra qualche anno – riflettevo – ci sarà così tanta ferraglia nelle rimesse che te la tireranno dietro come per le auto “Euro zero”, basterà pagare il passaggio di proprietà. E’ questo il futuro che si prospetta per la nostra agricoltura? Potremo continuare ad assegnare i contributi per ettaro seminato e non per tonnellata di prodotto consegnata?
Già, ma i contributi sparsi “a pioggia”, e senza nessun riscontro alla produzione, sono una gentile concessione della Casta, la quale ti fa fare l’agricoltore “per finta”…in cambio di cosa? Immaginiamolo un po’.

Queste riflessioni ci servono per districarci all’interno del nodo centrale sulla decrescita, ossia se essa comporti una diminuzione reale dei beni e dei servizi oggi fruibili. Agendo con intelligenza, una politica di decrescita potrebbe addirittura condurre ad un aumento dei beni e dei servizi disponibili, a patto che non ci s’ostini più a considerare (come nella vulgata globalizzatrice) un bene od un servizio come una quantità perfettamente intercambiabile, scambiabile ed applicabile/fruibile nell’identico modo in ogni angolo del Pianeta.
Un esempio: autovettura che costa 15.000 euro con vita media di 10 anni, contro autovettura che ne costa 20.000 ma dura 20 anni, comporta un aumento od una diminuzione nella disponibilità? Nel primo caso avremo un costo annuo di 1.500 euro, nel secondo di 1.000.
Grazie ai nuovi materiali (soprattutto nella protezione della carrozzeria), già oggi le autovetture potrebbero raggiungere e superare i 20 anni di vita utile, ma per i “santoni” del PIL la catastrofe sarebbe il passaggio alla trazione elettrica, perché i “punti deboli” del motore termico sono, appunto, relativi al riscaldamento ed alla circolazione dei liquidi, che comportano rotture e decadimento dei componenti.

Un’autovettura a trazione elettrica con accumulatori, motore elettrico, cella a combustibile (Idrogeno), recupero d’energia in frenata, pannello fotovoltaico per la ricarica durante le soste, quanto potrebbe durare? Quali sarebbero i costi di gestione?
Anni fa provai a fare un bilancio in un articolo – L’automobile del futuro[7] – nel quale proponevo non tanto una soluzione fatta e finita, quanto un modello da perseguire: oggi, le case automobilistiche iniziano quel percorso e ci sono già parecchi modelli che si rifanno a quello schema[8].
Poniamo che sia possibile recuperare e riutilizzare gli accumulatori esausti – e qualcuno afferma d’esserci già riuscito[9] – e che l’energia provenga da fonti eoliche off-shore, che venga trasformata – la notte, quando scendono i consumi – in Idrogeno direttamente nelle stazioni di servizio per rifornire, di giorno, le auto: quale sarebbe lo scenario?

Auto con pochi componenti, tutti di lunga durata e facilmente sostituibili, un bilancio energetico nemmeno comparabile con il misero 30-35% di rendimento delle attuali auto a combustione interna, con alimentazione diretta da fonti rinnovabili…certo, ci rendiamo conto che per Scaroni non sarebbe una buona notizia…
Lo sarebbe, invece, per chi dovrebbe probabilmente sostituire l’autovettura ogni 30 anni e, in quei 30 anni, non consumerebbe un grammo di materiali non rinnovabili. In fin dei conti, questa sarebbe una decrescita per il consumo di materiali ma una crescita per la disponibilità e l’affidabilità dei beni.
Tutti i settori del trasporto e della produzione potrebbero essere ristrutturati seguendo quest’ottica: addirittura, sarebbe possibile alimentare con Idrogeno (liquefatto) gli aerei di linea e ci sono già progetti in tal senso. Non parliamo poi delle navi, le quali potrebbero “re-interpretare” la navigazione a vela mediante aerogeneratori (ad asse verticale od orizzontale), mediante i quali una parte dell’energia necessaria sarebbe generata in loco.

In definitiva, la decrescita necessita di una rivoluzione tecnologica – che è già in atto – ma che deve essere condivisa ed accettata, dal potere politico e dall’apparato industriale.
Siccome lo è, invece, da larga parte della popolazione – i favorevoli al nucleare nel proprio territorio sono circa un terzo della popolazione, mentre coloro che desidererebbero installazioni d’energia rinnovabile raggiungono proporzioni “bulgare” – è su questo tasto che si deve battere, poiché è un modo per iniziare a “parlare” di decrescita anche a chi ne è oggi digiuno.

Presumibilmente, con le dimissioni di Scajola, il tanto sbandierato programma nucleare di Berlusconi è già terminato: qualcuno, lo rimanda alla prossima legislatura. Bisognerà allora – chiunque si candiderà al governo – porre la questione in modo chiaro: nessuno, che mostrerà “cedimenti” sul nucleare, avrà mai il nostro voto. Per avere il nostro appoggio, dichiarate chiaramente quanti GW d’installazioni rinnovabili desiderate installare – come, dove e quando – e chiarendo chi dovrà farlo: se l’energia sarà lasciata in mano ai privati, finiremo con storie come la P3 moltiplicate al cubo.
Perciò, signori che desiderate governare, sappiate che dovrete proporre non solo energia rinnovabile, bensì sotto il controllo della collettività e con la destinazione degli utili per finalità sociali. Laddove sia vantaggioso, premiare l’autoproduzione e l’autosufficienza.
Altrimenti, rimarremo in milioni ad osservarvi mentre vi recate ai seggi e, senza quel terzo d’italiani che non sono “antipolitici”, ma che desidererebbero una diversa politica, non andrete da nessuna parte. Al più, ripeterete all’infinito le pessime performance degli ultimi due governi.

Il reddito di cittadinanza è una chimera per allocchi?

Avvertiamo il lettore che la trattazione del tema sarà essenziale, giacché considerata “a latere” della decrescita ma, comunque, una sua componente.
Le proposte in tal senso nacquero “dalle parti” dei signoraggisti, ma ben presto si distinsero in vari filoni: addirittura, il movimento “No Euro” si presentò alle elezioni del 2006 con Berlusconi cavalcando parte di quelle tesi. Nessuno se ne accorse: furono soltanto una manciata di voti in più per il Cavaliere.
In sintesi, sulla proposta ci sono due, diverse impostazioni: quella “originaria” – il reddito di cittadinanza è un diritto inalienabile, che deriva semplicemente dalla nascita – mentre il secondo lo considera un complemento al welfare.
Non dimentichiamo che, storicamente, due rivoluzioni (inglese e francese) trassero linfa dall’occupazione, da parte della nobiltà, delle terre comuni: all’epoca, le terre comuni erano patrimonio collettivo e, quindi, una sorta di “reddito di cittadinanza” del tempo. Questo, per ricordare che esistono basi storiche per sostenere queste tesi.
Dai lavori di Domenico de Simone (reperibili in Rete ed in libreria), oppure nel breve saggio di Andrea Fumagalli del 1998 – Dieci tesi sul reddito di cittadinanza[10] – s’evince che le proposte in tal senso non sono campate per aria né, tanto meno, carità o stato sociale: si tratta di una diversa impostazione della fiscalità e del rapporto con il lavoro.

Fumagalli, ad esempio, propone tre diverse ipotesi di concessione del Reddito di Cittadinanza nel nostro Paese (da qui in avanti “R.C.”, alcuni valori, nella trasformazione da Lire ad Euro sono stati arrotondati):

1) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni. Costo 297,5 miliardi di euro.
2) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni, escluso coloro che godono di pensioni superiori a 1033 euro mensili. Costo 265,5 miliardi di euro.
3) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni ma con reddito individuale inferiore ai 25.800 euro lordi annui. Costo 211,2 miliardi di euro.

Vediamo ora quali possono essere le fonti di finanziamento per il Reddito di Cittadinanza, così come le pose Fumagalli nel 1998:



Come si potrà notare, le cifre in gioco sono coerenti: una “forbice” che va da 170 a 315 miliardi l’anno, secondo l’aliquota da applicare sulle transazioni finanziarie.
Vorremmo aggiungere che in un precedente articolo – Ragazzi, così non va[11] – avevamo sondato la possibilità di ricavare fondi attivi da grandi impianti eolici off-shore e da altre fonti rinnovabili, fondi che potrebbero (e, secondo la nostra opinione, dovrebbero) essere destinati alla protezione sociale. Dunque, anche al Reddito di Cittadinanza.
Il reddito di Cittadinanza avrebbe, inoltre, il gran pregio di scoraggiare le colossali operazioni speculative sui titoli e sulle monete. Si potrà affermare che le aliquote sono basse per scoraggiarle: in realtà, quelle operazioni di finanza sono compiute investendo enormi quantità di denaro e puntando su minimi rialzi/ribassi delle quotazioni. Una modestissima tassa su quelle transazioni ne scoraggerebbe la gran parte, restituendo così il “mercato” alla sua funzione primitiva, ossia d’essere colui che indica il valore sulla base della domanda e dell’offerta. Non drogate.

A ben vedere, si tratta semplicemente d’affermare che gli incrementi di produttività conseguenti all’automazione dei processi produttivi siano restituiti a chi li ha generati o li genera, in primis ai lavoratori ed alle loro famiglie. In fin dei conti, non si chiede la Luna, bensì soltanto un contributo molto basso sulle transazioni finanziarie ed il ritorno alla tassazione progressiva così come la nostra Costituzione indica all’art. 53: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Eppure – non ci nascondiamo la portata della trasformazione – questa vera e propria rivoluzione nella fiscalità e nella politica dei redditi sarebbe l’unica via d’uscita per un capitalismo il quale, fra pochi decenni (ad essere generosi), sarà in bancarotta.
E’ fin troppo facile prevedere che i continui aumenti di produttività, che sono quasi completo appannaggio dell’oligarchia dominante, condurranno inevitabilmente ad una sempre minor disponibilità di risorse per acquistare i beni. E terminiamo qui, giacché il lavoro di Marx è disponibile per tutti.

Grande decrescita

Nell’ottica di una decrescita che non sia calata dall’alto, bensì un processo che scaturisce dalla consapevolezza che cinque secoli di ricchezza rubata – il colonialismo, nelle sue varie forme – stanno terminando, è necessario porre dei punti fermi.
La “crescita”, la fumosa “uscita dalla crisi”, le tanto desiderate “vacche grasse” del consumismo sfrenato non torneranno più, è bene metterselo in testa. Ciò non significa che la nostra vita non potrà, addirittura, migliorare. Se rifletteremo sulle nostre scale di valori.
E’ dunque necessario porre alcuni punti fermi, provvedimenti non più eludibili se non si vuole giungere al disastro: l’unico luogo dove i cambiamenti possono essere decisi è l’agone politico, da qui le nostre richieste:

1- Reddito di Cittadinanza per tutti, finanziato con la tassazione delle transazioni finanziarie e con la seria lotta all’evasione. Applicare, per finirla di chiacchierare sul nulla, la normativa statunitense, la quale prevede anche il carcere per la reiterazione del reato.

2- Creazione di una società pubblica che abbia il compito di sviluppare le energie rinnovabili sul territorio con l’obiettivo, nei prossimi 30 anni, di giungere alla completa generazione da fonti rinnovabili. Sviluppare le tecnologie relative all’Idrogeno per superare gli sbalzi della rete elettrica. La società pubblica potrà emettere bond – garantiti dallo Stato – per il finanziamento dei progetti. Censire, a livello nazionale, le risorse disponibili e pubblicarle costantemente.

3- Sviluppare il trasporto sulle vie d’acqua – interne e marittime – con il concetto di “autostrade del mare” (ossia, si spedisce solo il semirimorchio). In parallelo, iniziare finalmente a modellare il sistema dei trasporti in modalità intemodale, lasciando al vettore gommato solo (come indicato dalle norme europee, ma su queste cose nessuno ci sente) gli ultimi 50 km, la consegna finale.

4- Promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti. Gli amministratori che non raggiungono gli obiettivi annuali immediatamente decadono, e vengono sostituiti da un commissario prefettizio fino alla scadenza naturale della legislatura. Proviamo a lasciarli qualche anno “a secco”: vedrete che la raccolta differenziata partirà ed il potere delle mafie scemerà.

5- Concedere sgravi fiscali a tutte le aziende che promuoveranno l’auto-produzione d’energia per i loro consumi e che produrranno tecnologia rinnovabile e “leggera”: mezzi di trasporto elettrici, recupero d’energia da biomasse e, più in generale, tutta la tecnologia del settore. Come finanziarli? Con la carbon-tax per tutti gli altri.

6- Stabilire per norma (come in Germania) l’estensione massima di terreno che potrà essere destinato alle costruzioni, di qualsiasi tipo. Non si capisce come mai, la Germania – con territorio più ampio e maggior dinamica sociale – cementifichi annualmente circa un quarto di quanto fa l’Italia.

7- Riservare, nei piani regolatori, le aree ancora “verdi” prossime alle periferie alla produzione orticola per la vendita diretta, dal produttore al consumatore, accorciando le cosiddette “filiere”. Gli stessi gestori – che dovranno godere di un trattamento fiscale agevolato – potranno diventare “terminal” per altri produttori più lontani (ad esempio per olio, vino, ecc). Alla prima frode alimentare o fiscale, perdita della concessione.

8- Eliminare tutta la plastica dalle confezioni dei prodotti. La carta non potrà essere stampata con coloranti di natura chimica, ma soltanto con sostanze che non generino – nella decomposizione – sostanze nocive. Promuovere gli acquisti effettuati con recipienti riutilizzabili. Stabilire diverse durate delle garanzie secondo la natura del bene: un telefonino ed un’incudine non possono, entrambi, essere garantiti per due anni.

9- Creare un “polo” di ricerca internazionale sul modello di Sophia-Antipolis, nel quale i nostri ricercatori possano sviluppare la loro creatività. Un posto senza baroni, dove se sei bravo ti viene riconosciuto.

10- Una legge elettorale proporzionale e senza sbarramenti, con la possibilità di creare nuovi partiti come in Germania: 50 firme di fronte al notaio. Questo passaggio è essenziale, poiché il rinnovamento della classe politica italiana può soltanto avvenire con l’apporto di nuove energie, soprattutto giovani. Solo dopo potrà essere affrontata una diversa ripartizione amministrativa la quale – con i costi della politica a livello nazionale – è la vera ragione dell’impoverimento italiano: una montagna di soldi regalata a degli incompetenti.

Come si potrà notare, questa non è una “pianificazione” della decrescita: si tratta, bensì, d’individuare alcuni strumenti (ce ne saranno certamente altri) in grado di promuoverla, d’indirizzarla, di renderla praticabile. Il resto, dovremo farlo noi.

Piccola decrescita

La prima cosa che verrebbe da dire, sulla possibilità individuale d’attuare forme di decrescita, è quella di fuggire dalle città. Andatevene: le risorse sono nel territorio, la città è solo la trappola dove esiste il “tutto PIL” e dove sono poche le possibilità creative.
In città è possibile creare dei gruppi d’acquisto, per comprare generi alimentari direttamente dai produttori, facendo “saltare” le mille intermediazioni delle “filiere” e garantendosi qualità e prezzo. Si può aumentare – come già molti fanno – lo scambio gratuito di beni che più non servono: abbigliamento, mobili, ecc.

Quando un nostro caro se ne va e lascia la casa deserta, dopo aver conservato ciò che più ci teniamo a serbare come ricordo o perché ci è utile, non chiamiamo il solito rigattiere che getterà tutto in discarica: facciamo un giro di telefonate e chiediamo se a qualcuno interessa qualcosa.
Un vecchio proverbio contadino recita che “portare l’indumento di un morto è come recitare una preghiera in suo favore”. Certo, nella vecchia civiltà contadina, non si buttava nulla ed anche i proverbi “aiutavano” a superare qualche riserva, ma vi posso assicurare che non succede assolutamente nulla: indosso ordinariamente abiti che furono di mio padre e di mio suocero e nessun fantasma s’è presentato a tirarmi i piedi.

In città, la decrescita può essere attuata soprattutto tramite la socialità (più facile da realizzare che in campagna): la convivenza potrebbe essere, per molti, la soluzione per riuscire a vivere un po’ meglio con pochi soldi.
Ho partecipato a due esperienze di “comuni” negli anni ’70: una agreste e l’altra in città.
Mentre la prima si dissolse per dissapori e litigi (siamo, però, ancora oggi legati da un’amicizia che definire “fraterna” è riduttivo), la seconda durò parecchi anni e si dissolse soltanto perché qualcuno cambiò città o lavoro…insomma, per cause “naturali” e non vi fu nessun dissidio. Il segreto?

Un rendiconto certosino delle spese e la loro ripartizione secondo un sistema che calcolava il “costo pasto” mensile, che a fine mese trovava riscontro con il consuntivo delle spese che ciascuno sosteneva. Inoltre, le spese non previste (ad esempio, lavatrice da aggiustare o da sostituire) erano ripartite fra tutti in modo paritario. Non vi fu mai nessun litigio per i soldi: addirittura, siccome avevo un orto fuori città e talvolta portavo degli ortaggi, senza che io chiedessi nulla decisero degli “sconti” a mio favore che, a dire il vero, mi misero un poco in imbarazzo. Per qualche pomodoro…

C’era anche Samuele, che nacque quando già s’abitava assieme: andò all’asilo e, quando era a casa, lo facevamo giocare tutti, a turno, senza nessun accordo. Con buona pace di chi litiga su chi deve fornire assistenza.
Andare oltre, in città, non è facile: servirebbero gli interventi decisi nella parte relativa alla “grande decrescita”, come le aree periferiche destinate alle coltivazioni (com’era un tempo) per l’acquisto diretto. Qualcosa si può fare anche con l’energia, attuare il risparmio energetico e la cernita dei rifiuti.
In campagna, invece, si spalanca il mondo del “non PIL”.

La scorsa settimana sono andato a funghi due volte e, in entrambi i casi, sono tornato a casa con una buona scorta di legna nel mio Kangoo: sia chiaro che non ho rubato nulla, solo legna che marciva nei fossi o dove l’acqua l’aveva accatastata. Un consiglio: muovere prima il fascio, attenti alle vipere ed ai nidi di calabroni.
Con quella legna, nella stufa e nel camino, ci riscalderemo parecchio tempo a costo zero: finisce? Si torna a raccoglierla un’altra volta, e la caldaia (a biomasse) rimane spenta.
Con le verdure dell’orto (non siamo proprio vegetariani, ma quasi) ogni settimana non manca un minestrone che “fa resuscitare un morto” e poi pomodori a iosa, peperoni alla griglia, melanzane, insalate, fagiolini, rape…quasi non ce la facciamo, in quattro, a mangiare tutto.
In campagna, per l’energia e le derrate alimentari, si risparmia parecchio ed è tutto “fuori PIL”, anche quando si deve acquistare della legna da ardere; ultimamente, mio figlio va ad aiutare un amico a segarla: quindi, il prezzo…
Se l’acqua che scende dal rubinetto non vi piace, ci saranno senz’altro delle fonti alle quali approvvigionarsi, mentre gli acquisti d’altre derrate – patate, mele, vino, ecc – effettuate direttamente dai produttori, sono senz’altro più che convenienti.

Il problema di chi abita in campagna, se lavora lontano, sono i trasporti, ma anche qui c’è il modo d’ovviare.
“Mors tua vita mea”, affermavano i Latini: nelle città, s’è bersagliati dalle ingiunzioni di non circolazione per i veicoli più vecchi (i famosi Euro zero, uno, ecc.) mentre in campagna questi divieti non esistono, a patto di non entrare in città. Si possono acquistare veicoli – a me è capitato – pagando il solo passaggio di proprietà, come una vecchia Panda con 47.000 km originali. Oppure prezzi molto vantaggiosi per auto più recenti.

Il problema di “fare fagotto” ed andarsene dalla città – cosa che consiglio, ma “cum grano salis” – è la valutazione, del tutto personale, del cambiamento: non si può andare e venire, la decisione deve essere ponderata ma certa.
Le case, in campagna, costano circa un terzo rispetto alla città (dipende molto dalla distanza, dai luoghi, ecc), ma il risparmio c’è sempre. Acquistare una casa ad un terzo, rispetto alla città, significa “impiccarsi” con un mutuo per dieci anni invece dei trenta che ti rovinano la vita.
Una stazione ferroviaria nelle vicinanze è sempre da preferire, così come si può valutare d’acquistare un vecchio mulino: con il mulino, potrete acquistare anche i diritti sull’acqua che aveva il precedente proprietario (verificare bene prima). E, con i diritti sull’acqua, una turbina ed un conto energia…in alcuni casi può uscirci quasi uno stipendio.

I vantaggi della campagna sono molti, anche se si sconta un maggior isolamento: per questa ragione sarebbero da preferire soluzioni collettive, che non significa necessariamente vivere sotto lo stesso tetto. In molti luoghi, esistono interi borghi disabitati: quindi…
In sintesi, le campagne furono abitate fino a pochi decenni or sono: la condizione di vita cittadina è dunque recente, resa necessaria dalla civiltà industriale e sorretta da una cultura al suo servizio.
Oggi, quella civiltà industriale se ne sta andando e non tornerà più, almeno nei canoni che tutti conosciamo: non diamo retta alle sirene di regime, ma alle nostre riflessioni. Se, nei prossimi decenni, la vita in città risulterà sempre più difficoltosa, dove cercherà migliori condizioni la popolazione? Il fenomeno è già in atto: quindi, se volete fare il “passo”, è meglio sbrigarsi.

Certamente stiamo vivendo tempi difficili, l’ingiustizia regna sovrana e la peggior maledizione sono gli insulsi che pretendono di governarci, ma ricordiamo l’antico adagio di Lao-Tzu: “E’ meglio accendere una lampada, che maledire l'oscurità”.
Grazie per la vostra attenzione.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.




[1] Vedi: http://www.altalex.com/index.php?idstr=39&idnot=33366
[2] Vedi: http://www.decrescitafelice.it/?p=821
[3] Vedi: http://www.sinistrainrete.info/marxismo/964-mbadiale-e-mbontempelli-due-vie-per-la-decrescita
[4] Vedi: http://www.decrescitafelice.it/?p=1116
[5] Johan Huizinga – L’autunno del Medio Evo (Herfsttijd der Middeleeuwen) – Harlem – 1919. In italiano pubblicato da Rizzoli, nella versione rivista del 1938.
[6] Vedi: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/07/07/riso-amaro-giovani-contadini-cercansi.html
[7] Vedi: http://www.disinformazione.it/automobile_futuro.htm
[8] Vedi: http://www.greenme.it/approfondire/speciali/1822-auto-elettriche-e-ibride-al-salone-di-ginevra-2010-lelenco-completo
[9] Vedi: http://energiaalternativa.forumcommunity.net/?t=27304231
[10] Vedi: http://www.ecn.org/andrea.fumagalli/10tesi.htm
[11] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/ragazzi-cosi-non-va.html

26 settembre 2010

Per decrescere…bisogna semplicemente crescere! (Parte Seconda)



Basta, con ‘sta roba che si rompe!

Nel lontano 1978, mia moglie acquistò un frullatore (una “frusta”) elettrica di marca Moulinex. Nel 1981, acquistai (usata) una Lancia Fulvia HF 1300. Nel 1988, stufo d’ascoltare i bambini che recitavano – sull’onda della pubblicità della FIAT Uno – “scomodosa come nessuno”, mi rassegnai a venderla e passai ad una Lancia berlina, la quale mi fece rimpiangere mille volte la Fulvia. Nel 2010, per frullare, mia moglie continua ad utilizzare il frullino Moulinex del 1978.
A dire il vero, accalappiati dalle luci dell’Ipercoop, ci lasciammo andare – lo scorso Natale – all’acquisto di un “robot di cucina” milleusi, di quelli che dovrebbero fare dal frappé al pesto. Risultato: il “robot” è già in soffitta – dopo aver spiaccicato sugo sui muri della cucina – ed il vecchio Moulinex del 1978 continua a non perdere un colpo. E che Dio lo protegga.
La mia vecchia Fulvia, per quel che sono riuscito a sapere, la acquistò un collezionista di Imperia, il quale la rivendette e – mi è stato detto – qualcuno ancora la guida ai raduni delle auto d’epoca.

Una persona di mia conoscenza, oramai più che sessantenne, acquistò una Fulvia dopo la laurea e tuttora è l’unica automobile che ha posseduto, a parte una vecchia “500” per le visite domiciliari in città. «E’ una delle migliori macchine che siano mai state costruite» mi confessò «ed io – ovvio che la manutenzione costa – non intendo separarmene.»
Sarà pur costosa la manutenzione ma, a conti fatti, un’auto che dura 40 anni di soldi te ne fa risparmiare, e parecchi: pensiamo solo ai costi d’immatricolazione, passaggi di proprietà, ecc.
Io stesso, quando ancora ero un “fortunato” che girava in Fulvia, fui avvicinato da un tizio che non smetteva d’osservarla. «Ho una Lancia Delta da rally ma, se trovassi una buona Fulvia 1600 “fanalone", farei cambio senza pensarci un attimo». Osservai il “gioiello” del quale si sarebbe disfatto: sapevo che, all’epoca, costava più di 60 milioni di lire. «Non c’è niente da fare» ripeteva scotendo la testa «la “vecchia” è superiore…»
La mia Fulvia era costata, usata, 1,1 milioni di lire che – considerando lo stipendio dell’epoca – corrispondevano a circa 5.500 euro attuali. Nuova, costava circa 2,7 milioni di lire, vale a dire sette stipendi dell’epoca, facciamo circa 14.000 euro del giorno d’oggi. Considerando l’inflazione (l’auto era del 1974) forse erano 20.000 euro.
E, all’epoca, ero un giovane insegnante che non guadagnava certo cifre da nababbo (come, del resto, oggi), eppure non dovetti fare chissà quali sacrifici per acquistarla e gestirla.

Questi esempi servono per chiarire che – quando parliamo di “beni” – è la globalizzazione a dettare “l’agenda”: per loro, un “bene” è un “bene” e basta, perfettamente intercambiabile con un altro “bene” di eguale natura. Il che, è vero per un c… di niente. E la qualità? La durata? L’affidabilità?
Una delle ultime fregature prese ad un ipermercato – poi, nei limiti del possibile, ho detto “basta” – fu un’affettatrice per salumi: casa nuova…affettatrice nuova…basta con quelle “robe” con la lama seghettata, che sbrindellano tutto…
Detto fatto: acquistata nel 1999 per circa 170.000 lire, rimase imballata per due anni, fino alla trionfale comparsa in cucina, nella nuova casa.
Lama auto-affilante a filo continuo, carrello e tutto il resto in acciaio inox…sembrava il non plus ultra. Finché.
Finché una sera, improvvisamente, il motore continuò a girare e la lama rimase ferma: cos’era successo?
Chiavi e cacciaviti…smontiamo (la garanzia era ormai scaduta).
Il meccanismo era semplice – motore, vite senza fine, riduttore di giri, “cascata” d’ingranaggi…sì…ma, in mezzo agli ingranaggi metallici, ce n’era uno di plastica. Di plastica?!?

Avrò forzato un po’…negozio dei ricambi, ingranaggio nuovo (di plastica, ma al prezzo del Titanio) e via. Dopo qualche settimana, di nuovo rotta: allora, capii. Non poteva essere un sistema di protezione, perché sarebbe stato inserito sulla parte elettrica, come avviene normalmente per i phon.
L’ingegnere che l’aveva progettata, non era per niente stupido e conosceva benissimo la storia dei vasi di ferro e del vaso di coccio, al punto d’applicarla meticolosamente, secondo i dettami ricevuti dalla dirigenza: per la cronaca, l’ho buttata e sopravvivo benissimo con una serie di coltelli giapponesi, pagati un’inezia, che tagliano meglio di una katana.

Sempre in quegli anni – i più giovani non potranno ricordare – ci fu un breve periodo nel quale giunsero in Italia prodotti marcati “made in DDR”, la Repubblica Democratica Tedesca, la Germania Est.
Un giorno, incuriosito da una serie di cianfrusaglie in un piccolo supermercato, fui attratto dal prezzo – addirittura ridicolo – di un pialletto. Avevo già un buon pialletto di marca Bosh ma – riflettendo che aveva già parecchi anni – per poche lire acquistai il pialletto made in DDR.
Fui sorpreso, giunto a casa, nell’osservare che – nella confezione – erano presenti i “carboncini” di ricambio per il motore e, addirittura, la cinghia dentata di trasmissione più altri ammennicoli. Ovviamente, tutte le chiavi necessarie per smontarlo: roba di buona qualità, mica i soliti “plasticoni” che ti lasciano il manico in mano alla prima torsione.
Non posso dare un giudizio sul pialletto made in DDR, perché il vecchio pialletto Bosh ha oramai superato i 20 anni di vita e continua a funzionare, nonostante i chiodi che hanno offeso più volte le lame. E’ là, nuovo, che attende, con tutti i ricambi nella scatola: mi sa che dovrò ricordarlo nel testamento.
E come mai, da anni, io e mia moglie usiamo due telefoni cellulari gemelli, snobbati dai nostri figli?

Caduti innumerevoli volte a terra, cambiate più volte le batterie, i nostri vecchi Nokia 3310 continuano imperterriti a funzionare, al punto che non vediamo proprio la necessità di sostituirli.
Potrei continuare con altri esempi, ma è l’ora di giungere al sodo: perché tutto si rompe? Lessi, anni fa, un libro di uno scrittore americano che si lagnava perché tutto si rompeva. Si chiedeva: com’è possibile che, nei grandi USA, non siamo più in grado di costruire un tostapane che funzioni?
Il fenomeno è dunque planetario: già, “globalizzato”. E, questo, è un argomento imprescindibile se si vuole parlare di decrescita.

PIL o non PIL?

Nel fantasmagorico mondo del capitalismo globalizzato, a nessuno importa un fico secco se il vostro frullatore si rompe, se s’incrina il parabrezza dell’auto, se una gomma nuova di trinca scoppia. L’importante è costruirne altre per incrementare il PIL.
Ma, utilizzare un indicatore come il PIL per discutere sulla decrescita è – a nostro avviso – come pretendere d’usare un foglio di carta per girare la frittata: incongruo, inutile, dannoso. Lo sconosciuto re del Buthan (paese buddista) aveva proposto di sostituirlo con il QFN – Quoziente di Felicità Netta – ma nessuno lo prese sul serio. Figuriamoci, un piccolo re di uno Stato himalayano…’ste favole dei lama e tutto il resto…siamo seri!
Ma, se analizziamo cosa è il PIL, di serietà ne rimane ben poca: viene la voglia di recarsi in Buthan per fare quattro chiacchiere con quel re e passare, al ritorno, a New York per ridere in faccia a Lloyd Blankfein, il “capoccione” di Goldman Sachs.

Anzitutto, coloro i quali s’esaltano “perché il PIL segnerà, probabilmente, un incremento dello 0,2% su base annua…” sono dei mestatori nel torbido o degli idioti. Scusate la franchezza. Ma anche coloro che lo utilizzano per dissertare sulla decrescita non fanno certo una gran figura.
Il PIL è definito[1]il valore complessivo dei beni e servizi prodotti all'interno di un Paese in un certo intervallo di tempo (solitamente l'anno) e destinati ad usi finali”: non dimentichiamo, però, che è soltanto un “indicatore” e non un “parametro”. La differenza non è questione di lana caprina.

Una semplice cartina al tornasole “indicherà” se l’ambiente è basico oppure acido cambiando di colore, ma non ci potrà mai fornire il valore del pH. Per farlo, dovremo usare un pH-metro, ossia un apparecchio di precisione in grado di fornirci un dato preciso: non “pH acido” in generale, bensì pH 3,8. Quel “3,8” è un parametro scientifico, utilizzabile per intervenire e modificare il pH della soluzione, la cartina al tornasole no.
Perché la rozza somma di beni e servizi non serve a niente?

Poiché in quella somma ci sono – solo per citare un esempio – le migliaia di capannoni costruiti, totalmente o parzialmente, con il sistema del “prendi i soldi e scappa” dei finanziamenti europei. Roba comune: basta che un qualsiasi magistrato dia uno sguardo dalla finestra e potrà aprire un fascicolo. Oppure tutte le spese sostenute per tappare la falla nel Golfo del Messico (o cercare di farlo) e così via. Nel PIL troviamo anche la “catena” di schifezze e corruzione che sono il corollario della cosiddetta “emergenza monnezza” in Campania, che sta distruggendo la Regione. E’ una roba seria?

Il PIL – come la cartina al tornasole – potrà evidenziare grandi eventi: ad esempio, se in un Paese il PIL crolla del 50%, significherà che qualcosa è avvenuto ma – sia lo 0,2% sia il 50% – non ci potranno mai far conoscere la natura di quella variazione.
Per saperne di più, dovremo scendere nell’analisi dei fenomeni che hanno prodotto quei mutamenti, ossia utilizzare i metodi scientifici i quali, pur concedendo tutti i limiti della scienza, ci potranno fornire un quadro senz’altro più esaustivo.
Invece, con scienziati prezzolati ed un solo “indicatore” per misurare la validità di un sistema economico, viviamo nella menzogna che si trasforma in farsa: il settore automobilistico ha un surplus produttivo (poniamo) del 30%? Basta ridurre la vita utile dell’automobile di un anno, e – per i chierici del PIL – si torna in pari.

Ecco dove il concetto generico di “bene” o di “servizio” è perfettamente coerente con il liberismo: senza indagare la natura, la fruibilità, la durata, gli esiti di quel bene e di quel servizio, tutto si riduce a mera aritmetica. E, il sistema globalizzato dell’economia liberista, può solo utilizzare quel metodo, giacché è soltanto un rozzo pudding fatto di “risorse umane” (non a caso, “risorse”…), energia, capitali e materie prime.
I manager, poi, sono coloro che devono creare la pozione e – non dimentichiamo – gli stessi manager sono coloro i quali, sulla base dei diktat dei consigli d’amministrazione, intervengono sull’obsolescenza programmata dei beni, sui servizi che devono risolvere sì qualcosa (BigPharma?), ma mai abbastanza per non far calare la domanda.
L’ingranaggio di plastica del mio frullatore ed i tostapane subito scassati dello scrittore americano, sono direttive “express” dell’Amministratore Delegato di turno.
Il cerchio si chiude quando, chi dovrebbe controllare per conto dei cittadini, è a regime paga di questi ignorantissimi “guru”: vuoi campare come un nababbo, fare il fancazzista a vita in Parlamento? Vota e taci.

Anche una bomba è un “bene” destinato ad un “utilizzatore finale”…ma…serve per migliorare le condizioni di vita del “utilizzatore” oppure del costruttore? La cosa non è spicciolo pacifismo: già Bernal[2] – uno dei massimi storici della Scienza – metteva in guardia sul “progresso” della ricerca scientifica.
Intorno al 1935, i fondi destinati alla ricerca militare superarono quelli destinati alla ricerca civile e, da quel momento, non c’è stata inversione di percorso: nel periodo della Guerra Fredda il rapporto fra ricerca militare e civile giunse al valore di 10 : 1. Per giustificare l’obbrobrio, s’inventarono la balla della “ricaduta” delle scoperte in ambito civile.
Dunque, fateci ragionare…sarebbe a dire che, per avere una cestina “tecnologica” per andare a funghi…dovrei recarmi in una fabbrica dove costruiscono involucri per missili e sperare, con un po’ di fortuna, che abbiano scoperto un materiale leggero e resistente, con il quale si possano fare delle cestine in lega d’Alluminio, Magnesio, Litio…oppure, che dalla ricerca sulle armi batteriologice, “salti fuori” un nuovo antibiotico? Che lo stesso chip progettato per lo sgancio di una bomba funzioni anche per avviare la caldaia?
Non sarebbe meglio avviare direttamente la ricerca per le cestine, gli antibiotici e le caldaie?
Ci sembra, tutto sommato, una delle peggiori contorsioni che si possano immaginare. Che merita un capitolo ad hoc.

Storie di guerre e di saggi di profitto

La nuda realtà è che non c’è nulla come la guerra per distruggere in gran copia…per poter ricostruire! Sembra l’Uovo di Colombo, ma penso che pochi abbiano riflettuto sulla quantità di tonnellaggio navale che fu affondato nelle due guerre mondiali. Tenetevi forte.

Cito[3]: Essa (la guerra sottomarina N. d. A.) portò alla distruzione di circa la metà del tonnellaggio mercantile esistente nel 1939. Più di 21.000.000 di tonnellate di stazza lorda perdute dagli Alleati e 12.000.000 dall’Asse, ossia il doppio del tonnellaggio affondato globalmente dal 1914 al 1918.

Dunque…33 milioni di tonnellate nella Seconda, la metà nella Prima…quasi 50 milioni di stazza lorda (calcolate con la tonnellata inglese) riposano sul fondo dei mari! Sono migliaia e migliaia di navi, ciascuna delle quali richiese anni di lavoro nei cantieri – e prima nelle miniere, nella siderurgia, nei trasporti… – per essere, semplicemente…distrutte! E non consideriamo i dati sul tonnellaggio militare! E solo a causa dei sommergibili!
Se aggiungiamo tutto il resto (armi varie, tank, aerei, ecc) si può tranquillamente affermare che due o tre generazioni – nell’intero pianeta! – lavorarono soltanto per vedere le loro opere distrutte!
La guerra è il migliore affare, perché consuma quantità enormi di materiali: un semplice volo d’addestramento, per un velivolo da caccia odierno, significa diverse migliaia di litri di kerosene bruciati!
E prima delle guerre mondiali?

Il capitalismo “accese i fuochi” con l’industria tessile: c’era da colmare un enorme “gap” sul fronte di uno dei bisogni primari, ossia riparare il corpo. Ben presto, però, fu chiaro che la disponibilità era stata raggiunta – ma non per tutti – perché mancavano le risorse per acquistare quei prodotti. Che fare?
Si passò ad un secondo settore – quello che oggi viene chiamato delle “infrastrutture” – ed iniziò la grande avventura ferroviaria. Anche lì c’era un enorme ritardo da colmare: la velocità media nei trasporti era ancora quella delle strade consolari Romane, circa cinque chilometri orari, e con la ferrovia si “balzò” in pochi anni a quaranta.
In circa mezzo secolo – 1830-1880 – non solo l’Europa, ma tante altre parti del pianeta furono dotate di ferrovie: dalle prime linee inglesi del 1830 si passò, al 1880, a decine di migliaia di chilometri di strada ferrata in Europa e negli USA, mentre c’erano oramai ferrovie in Australia ed in Sudafrica. Miracolo?

No, fu l’intervento dei banchieri – soprattutto della banca Rothschild – che con l’avventura ferroviaria diventarono i veri deus ex machina del capitalismo, accantonando utili enormi, giungendo al punto che – mentre i Re Savoia, guerra dopo guerra, cercavano di conquistare i territori austriaci in Italia – emissari austriaci delle banche europee tessevano le trame per collegare Torino a Bologna, passando per i Ducati Emiliani. Insomma, la diplomazia bancaria austriaca se ne faceva beffe della politica di Franz Josef.

Con quel mare di soldi che iniziò a circolare, i banchieri ottennero un secondo, importante risultato.
Una miriade di senza terra lavorarono per decenni nella costruzione delle ferrovie e raggranellarono qualche soldo, con il quale costruirono case, aprirono botteghe, acquistarono poderi. Il capitalismo correva felice, come le sbuffanti vaporiere.
Quando, oggi, i governi affermano di voler “premere” sul settore delle infrastrutture, cercano di recitare un copione desueto, perché – al punto in cui siamo – la costruzione di un misero tratto autostradale non sposta di una virgola il problema. Diverso sarebbe il caso di spostare i traffici sulle vie d’acqua, ma il consumo specifico d’energia per singola tonnellata scenderebbe ad un terzo: sarebbe decrescita! Risparmio, odiosa parola! Giammai!

Intorno al 1880, però, s’iniziò ad avvertire odore di saturazione ed il saggio di profitto cominciò a decrescere: in altre parole, semplificando, non si poteva più sperare domani di guadagnare quel che s’era guadagnato ieri.
Siamo al 1880 e – che caso! – s’iniziano ad avvertire tintinnii di baionette: le due “Triplici” affilano i coltelli in Europa e gli italiani seminano forti per tutto l’arco ligure, perché i francesi arriveranno, oh come arriveranno…proprio come Napoleone…anche costruire fortificazioni genera profitti! Oggi, sono ancora là e nessuno sa cosa farsene: eh, se ci fossero dei soldi per demolirle…di quanto salirebbe il PIL ligure?

Il terzo risultato ottenuto dai banchieri fu quello d’accumulare ricchezze inestimabili, ma le ferrovie languono, le navi stanno passando alla trazione meccanica e consentono risparmi – Dio, quella parola, com’è odiosa! – sui trasporti…dobbiamo trovare delle soluzioni…e se prestassimo quei soldi per costruire armi? Difatti, i Rothschild divennero i gran fornitori di risorse per lo sforzo bellico britannico, che a fine guerra richiesero con gli interessi. Proprio come i loro antenati fiorentini con i Re inglesi della guerra dei Cent’anni.
Di conseguenza, avvengono le due colossali tragedie da milioni di morti, nelle quali possiamo addirittura osservare il ridicolo di un Thyssen che, praticamente, “crea” Hitler per poi fuggire nel 1935 negli USA e, da lì, dirige i suoi “affari di guerra” in Germania con l’appoggio di un personaggio un po’ eccentrico, un tale Prescott Bush. Il quale, diventerà padre e nonno di presidenti USA. Se volete leggere[4] prendetevene “una vista”, ma c’è veramente tanto da leggere su queste faccende, ad iniziare dai libri di Giorgio Galli.
Per fortuna, la guerra ha generato così tante distruzioni da consentire qualche decennio di respiro – il saggio di profitto torna a crescere – e c’è la Guerra Fredda, che consente – con la paura del “terrore rosso” – di foraggiare fabbriche e cantieri, per costruire ferraglia militare. Qui, però, inizia qualche problema.

Il primo è l’incognita di queste maledette armi nucleari: va bene distruggere – di ammazzare chi se ne frega – ma non si sa con l’Atomo dove s’andrà a finire. Le parole di Einstein – “la Quarta Guerra Mondiale sarebbe stata combattuta con pietre e bastoni” – echeggiano, pesano, lasciano intravedere un futuro tenebroso anche per i banchieri. E poi, la Guerra Fredda finisce.
Per capire quanto la Guerra Fredda premesse sull’acceleratore della ferraglia militare, basti riflettere che F-15 ed F-16 – alla comparsa dei Mig-29 e dei Su-27 (anni ’80) – furono considerati obsoleti, senza più margini di superiorità sui velivoli sovietici: furono messi in cantiere i nuovi progetti, F-22 ed F-35. Oggi, dopo 20 anni, F-15 ed F-16 continuano ad essere “l’architrave” dell’aeronautica USA.
Senza guerra, fredda o calda, cosa si può fare? Ci fossero almeno pianeti abitabili ad una distanza accettabile dalla Terra…sì, qualcosa si potrebbe fare…ma non ci sono, maledizione! Certo, si vanno ad accendere le caldaie della Cina, ma il risultato è un’ancor maggiore quantità di beni che vanno ad invadere i mercati. Non si distrugge nulla, maledizione!

L’unica soluzione, allora, è inserire un minuscolo “virus” a tempo in ogni bene – l’ingranaggio di plastica della mia affettatrice – per fare in modo che si auto-distrugga da solo. Poi…qualche piccola guerra qui e là qualcosa renderà…ma sono lontani i tempi delle battaglie dello Jutland e di Midway: eh, scuotono la testa i banchieri: centinaia di navi che solcavano gli oceani, che sparavano, affondavano…migliaia di aerei che bombardavano…eh, bei tempi…

Anche i servizi sociali devono essere messi sotto controllo, perché non bisogna correre il rischio che risolvano qualcosa! Sono zeppi di gente raccomandata, non funzionano, buttano soldi? Bene! Così la farmaceutica internazionale potrà gestire le malattie in modo che non si guarisca mai, che ci sia una pillola da ingoiare per tutti, per l’intera vita!
Istruzione: azzerare! Sanità: azzerare! Previdenza: azzerare! Tutto deve essere privato, cioè fornito da noi, che ci guarderemo bene dal risolvere qualsiasi problema…anzi…cercheremo di moltiplicarli! Vedere, come esempio, la previdenza USA quando fallisce un fondo-pensione.
Ma non basta ancora.

Con l’attuale “crisi finanziaria” – un eufemismo, sia chiaro – si raggiunge il massimo: nonostante la poca affidabilità di tutto quello che si produce – ‘sta merda non si rompe abbastanza in fretta! – iniziano a mancare i soldi per comprarla. E allora? Creiamo un bel giochino di scatole cinesi, con il quale – grazie alla scommessa sulla scommessa della scommessa su una roba che non c’era – facciamo finta che ci siano tanti bei dollaroni. Gente: comprate, indebitatevi!
Poi, si giunge “al paragone”, perché qualcuno deve pur pagare quei debiti: gli Stati, i tanto bistrattati stati nazionali i quali, a loro volta, stramazzano le popolazioni, tassandole e togliendo letteralmente loro il pane di bocca, beni e servizi azzerati, disoccupazione, fame.
Iniziano a fallire banche d’affari nel Gotha della finanza internazionale mentre – a complicare la faccenda – quelle “caldaie” accese in Cina si sono moltiplicate anche in India e Brasile, mentre una Russia fornitrice di energia e tecnologia militare si sfrega le mani. E l’equilibrio geopolitico durato cinque secoli va a puttane, con ‘sti cazzo di talebani che si prendono gioco della grande NATO, quella che doveva sconfiggere l’Orso Sovietico.

La favola del capitalismo, iniziata probabilmente in una Firenze rinascimentale – nella quale qualcuno si chiedeva come fare a tessere una camicia per tutti – è lentamente tracimata prima nel bieco dominio coloniale, quindi nella tragedia bellica. Oggi, con i teatrini delle case a Montecarlo, dei voti in Parlamento per non concedere – non una condanna! non un arresto! – ma la semplice possibilità d’indagare su una persona che nessuno ha eletto se non il suo capo, la farsa è sotto i nostri occhi.

Eppure, il granturco nei campi è pronto per la trebbia, il grano già riposa nei silos, il vento che muove i mulini continua a spirare, il sole a scaldarci, l’acqua a scorrere, l’erba a crescere nella prateria. Ed abbiamo, inoltre, la possibilità di risolvere problemi sanitari con una chirurgia che riesce ad operarti senza squarciarti, abbiamo tecnologie che consentono di creare automobili elettriche quasi eterne, traendo l’energia da quel pozzo senza fondo del vento – da solo, quattro volte l’intero consumo mondiale – più i fiumi d’energia che il sole invia gratuitamente sui deserti ed il consistente contributo dell’acqua.
Abbiamo tutto quel che serve: basta prenderne coscienza, ed iniziare – in tanti – a chiedere un mondo diverso. A risentirci con la terza parte.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.


[1] Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Prodotto_interno_lordo
[2] Vedi : John Desmond Bernal – Storia della Scienza – Editori Riuniti – 1969.
[3] E. Bagnasco – I sommergibili nella Seconda Guerra Mondiale – Albertelli Editore.
[4] Vedi: http://www.disinformazione.it/prescott_bush.htm