“
Ti saluto dai paesi di domani
che sono visioni di anime contadine
in volo per il mondo…”
Fabrizio De André/Ivano Fossati –
Anime Salve – dall’album
Anime Salve – 1996.
Negli articoli precedenti, abbiamo constatato che la gran parte dei prodotti che circolano sono di scarsa qualità e destinati a rompersi in breve tempo. Che la nostra classe imprenditoriale non ha nulla da eccepire a questo fenomeno: anzi, è lei stessa a promuoverlo. Che alla classe politica – a libro paga degli interessi finanziari ed industriali – non importa un fico secco delle nostre vite ma solo di mantenere i suoi privilegi.
La “crescita” è dunque solo una colossale truffa, nella quale ci vendono paccottiglia in cambio delle nostre vite: niente di molto diverso dalle collanine di vetro di Colombo sulla spiaggia di San Salvador. E, questi “attori” del nostro vivere – se rivestiti con i paramenti dell’epoca – iniziano ad assomigliare proprio agli spocchiosi hidalgo spagnoli del ‘500.
Qui, a nostro avviso, è il primo nodo da affrontare: i beni devono essere prodotti per soddisfare le esigenze delle persone, ed i servizi per risolvere i problemi. Invece, il meccanismo è ribaltato: il bene serve per creare profitto, il servizio tangenti. C’è modo d’intervenire?
Piccola e grande decrescitaNon neghiamo che la decrescita sia anche una posizione che ha valenza filosofica: porsi il problema di “cosa” realmente ci serve e di cosa, invece, è solo inutile o superfluo, è una giustissima riflessione. La quale, però, immediatamente si scontra con la diversa percezione che ha il singolo essere umano della propria vita, ossia di “quanto” e di “cosa” gli serva per vivere.
Il meccanismo è drogato dalla pubblicità – è sin troppo facile capire il nesso – e dunque, con le affermazioni categoriche, si va allo scontro: il vegetariano sosterrà che il carnivoro consuma dieci volte in risorse, ma il carnivoro desidererà comunque la sua bistecca.
Su questi piani, solo il tempo e l’informazione possono far “virare” le coscienze verso scenari nei quali, prima del desiderio del bene, ci sia la domanda: “mi serve veramente?” Oppure: in un mese ho mangiato tre porcellini arrosto e cinque paste allo scoglio e, adesso, ho il colesterolo a centomila. E’ stata una scelta saggia?
Giustissimo porsi queste domande, ma qui ci si divide: inutile raccontarci frottole.
Tutti, però, non desideriamo dover acquistare un frullatore l’anno, avere un tostapane che – magari, è un sogno – passi di generazione in generazione poiché abbiamo di meglio da fare che girare per ipermercati ad acquistare frullatori e tostapane. Roba che, già sappiamo, l’anno seguente sarà scassata.
Se la funzione della merce, per il capitalista, è quella di trasformarsi il più velocemente possibile in rifiuto, una seria proposizione di decrescita passa, inevitabilmente, per la lotta anticapitalista. Perché?
Poiché, nel capitalismo globalizzato, il saggio di profitto d’ogni singolo bene è basso – sentito parlare di competizione a livello globale? – e dunque, l’unico modo per continuare a scrivere tanti “più” a fine anno sui bilanci, passa inevitabilmente per i frullatori ed i tostapane che si devono scassare. L’imperativo è moltiplicare i beni dai quali trarre profitto: cambiando l’ordine, il prodotto non cambia e si può scrivere la medesima cifra a bilancio.
A questo punto, possiamo dividere la nostra giusta aspirazione verso la decrescita in due filoni. Quello “di sistema” – ossia criticare il modello che ci viene imposto perché incongruo e, in fin dei conti, destinato ad impoverirci, non ad arricchirci (salvo una modestissima quota di popolazione, quella che comanda) – e quella “di prassi”, ossia ciò che possiamo fare oggi per entrare in un diverso “circuito”.
Alle recenti elezioni regionali, il 40% della popolazione non s’è recato a votare: ponendo un 10% d’astensionismo “fisiologico”, significa che circa 12 milioni d’italiani li hanno mandati a quel paese. E, le attuali previsioni, indicano che l’astensionismo è destinato a salire.
Questo, perché le proposte politiche sono così deprimenti e prive d’ogni interesse da non farci schiodare da casa: dovrei perdere il mio tempo per votare i desideri della Banca A o della Banca B? Oppure di questa lobby o dell’altra? Penoso.
Però, per loro, siamo un problema: anzi, siamo “il” problema. Le proposte per tapparci la bocca si sprecano: da Levi a D’Alia, passando per l’inossidabile Cavaliere.
Sarebbe sbagliato unificare quei 12 milioni in un solo universale, però tantissime persone – dopo anni di Web – stanno affinando le loro capacità percettive e raziocinanti sul mondo che le circonda: i Jerry Scotti, e tutta la banda d’imbonitori televisivi, stanno perdendo smalto.
Talvolta, leggo i commenti dei grandi quotidiani on-line: non stupisce che siano in qualche modo “embedded”, lo fanno sia “Il Giornale” e sia “Repubblica”. Quel che colpisce – se avete un po’ di tempo da perdere fatelo – è che, parecchi commenti, “restituiscono” al mittente ragionamenti e sillogismi che il quotidiano manco si sognava di toccare. In altre parole: argomenti un tempo “solo per addetti ai lavori”, stanno diventando di più ampia conoscenza.
Tanti, a fronte delle varie crisi dell’auto, commentano semplicemente: costruite delle auto elettriche, vedrete che le venderete. E poi: giustizia, energia, forma di Stato…il commentatore del grande giornale pone problemi ed argomenti che il giornalista non
può trattare.
Sull’altro versante, però, quella marea di commenti – che sembra un inutile chiacchiericcio – non scivola via come acqua sulla roccia. Giorno dopo giorno indica un progredire delle coscienze, un affinarsi delle percezioni. Il giornalista, prima o dopo, dovrà occuparsi della faccenda, altrimenti perderà lettori. E pubblicità.
Verrebbe da dire: chi di pubblicità colpisce, di pubblicità perisce.
Uno degli argomenti “non trattabili” è proprio ciò che riguarda la vita del bene: tagliato il nastro dell’inaugurazione, che succede dopo? Niente.
Perché la Salerno–Reggio Calabria – mica decenni, pochi anni dopo il completamento – iniziò a sfaldarsi come se fosse stata fatta d’arenaria? Perché tutti ci avevano “mangiato”. Perché i capannoni costruiti con i fondi europei e poi abbandonati? Perché tutti ci hanno “mangiato”. E così via.
Ma finisce “così via” anche il nostro frullatore, perché la garanzia ufficiale che viene richiesta per tutti gli apparecchi elettrici (quasi tutto, al giorno d’oggi, ha qualcosa d’elettrico) è di due anni. Due anni e un giorno? Fottuti.
Secondo la Casta dominante, il cosiddetto Codice del consumo
[1] dovrebbe essere il testo che garantisce il consumatore. In realtà, il testo è così confuso da fare quasi il pari con il Trattato di Lisbona.
Il concetto che regge quel testo parrebbe quello di una continua “trattativa” fra produttori ed associazioni dei consumatori: fin troppo facile comprendere che le associazioni dei consumatori possono essere facilmente cooptate dalla Casta. Lo fanno con i sindacati: figuriamoci con le associazioni dei consumatori.
Il grande assente, in quel testo, è lo Stato, ossia chi dovrebbe essere arbitro e garante: il quale, finisce addirittura per essere ridicolo quando, all’art. 2, afferma che “
Ai consumatori ed agli utenti sono riconosciuti come fondamentali i diritti: a) alla tutela della salute”.
Non continuiamo con gli altri diritti: il pensiero va agli abitanti dell’hinterland napoletano, che stanno lottando strenuamente proprio contro lo Stato (che dovrebbe tutelarli!) per non crepare di cancro sotterrati fra le immondizie. Avessero, almeno, un briciolo di dignità.
A nostro avviso, di là delle affermazioni di principio e delle varie “Authority”, bisognerebbe imporre dei termini di garanzia specifici per ogni bene, non i generici due anni. Una ruota può durare solo due anni? Un parabrezza? Un tetto?
E’ del tutto evidente che questa è una sonora presa per il sedere: difatti, le industrie subito accorrono, inseriscono l’ingranaggio di plastica ed i due anni diventano effettivi. Dopo,
deve rompersi.
Ma il problema – diranno – è diventato europeo e, quindi, non si può fare altro…bene, rispondiamo: se questa è l’Europa – quella che non ha il coraggio di sottoporre ai cittadini la sua costituzione – che vada a quel paese anche l’Europa.
In definitiva, sarebbe giusto stabilire regole ben diverse per le garanzie, aumentandole in generale e differenziandole secondo le tipologie di beni ma questo è un obiettivo che solo altre forze politiche – oggi inesistenti – potrebbero raggiungere: non dimentichiamo che siamo nelle mani di liberisti sfegatati, destri e sinistri.
Di conseguenza, ci sono argomenti che non possono essere trattati all’esterno dell’agone politico ed altri che solo al di fuori del confronto politico trovano ragion d’essere, perché fanno capo al singolo, alla sua consapevolezza – sempre in divenire – ed alle scelte individuali che ne conseguono.
Perciò, divideremo le proposte e gli argomenti in due filoni, detti di “grande” e “piccola” decrescita, assegnando al primo le istanze di natura politica ed al secondo quelle di natura individuale, di scelta personale. Non ci sfugge che, in realtà, siano milioni di consapevolezze individuali che s’incontrano per formare identità di vedute, d’opinioni e movimenti ma, per semplicità di trattazione, così li suddivideremo.
Prima, però, è giusto citare di chi si è occupato recentemente di decrescita – sia chiaro, non per uno sparagnino desiderio di critica – ma per “allargare” il discorso a più posizioni ed opinioni, sulle quali il lettore sarà libero di riflettere come meglio crede.
La “modernità”Nel dibattito sulla decrescita sono intervenuti, ed hanno dato vita ad un scambio di vedute anche aspro, Maurizio Pallante da un lato, Marino Badiale e Massimo Bontempelli dall’altro. Al primo articolo
[2] di Pallante seguì la critica
[3] di Badiale e Bontempelli, la quale provocò la reazione
[4] di Pallante.
Sinteticamente, il confronto avvenne sul concetto di “modernità” applicato al processo della decrescita e sul dibattito fra Stato e Mercato, ossia sulla ripartizione delle risorse oppure sul loro abbattimento paritetico. Iniziamo dal primo concetto, questa “modernità” presa a prestito.
Confesso d’incontrare qualche difficoltà nel soppesare il termine “modernità”: lo trovo vago, privo di confini per identificarne il significato in modo preciso. Il primo riferimento che salta agli occhi è quello di contrapporlo all’Età Medievale, inserendolo in un preciso contesto storico: uno per tutti, vale la pena di citare Johan Huizinga e la pietra miliare della storiografia che la sua opera
[5] ben rappresenta.
La transizione verso l’Età Moderna comportò l’abbandono – doloroso – del tentativo umano di “modellare” la propria esistenza al “palcoscenico” divino così ben rappresentato da Dante Alighieri. Ci riferiamo, ovviamente, alla nobiltà ed ai suoi riti, che già iniziarono a perdere significato negli ultimi secoli dell’Età Medievale: non dimentichiamo, però, che le classi subalterne – nel Medio Evo – vivevano di riflesso, ossia come “comparse” l’agire della nobiltà, finendo per esserne totalmente pervase.
Non ci sfugge che il parallelismo è azzardato, ma riteniamo importante porlo all’attenzione dei lettori per sottolineare come la transizione del concetto di “famiglia” ha avuto illustri prodromi.
Se, invece, desideriamo porre un “giro di boa” al mutare della famiglia (europea, per le altre culture sarebbe necessaria una lunga trattazione) – ovvero l’abbandono della famiglia patriarcale in senso stretto – la Rivoluzione Industriale è senz’altro più consona, come approccio storico, per definire i fenomeni.
Più che l’industria tessile (ancora legata alle fibre naturali, quindi all’agricoltura ed alla pastorizia) fu l’industria metallurgica (in simbiosi con quella mineraria) che “sradicò” dalla terra milioni d’esseri umani: l’Inghilterra dell’800 era tutto un pullulare d’aree suburbane (spesso degradate) che ospitavano la nuova classe operaia.
Non ci pare questo, però, ancor sufficiente per ammantare il termine “modernità” di valenza positiva: basta rileggere la letteratura (soprattutto inglese) dell’epoca per comprendere le tragedie che contenne. E, non dimentichiamo, lo schiavismo e le occupazioni coloniali.
La transizione, verso un riconoscimento “sociale” dell’opera svolta dalla classe operaia, fu un percorso accidentato e doloroso, strappato passo dopo passo nel volgere di un secolo di lotte per l’affermazione dei propri diritti. Che oggi, poniamo all’attenzione dei lettori, stiamo compiendo a ritroso.
Il Novecento fu il palcoscenico dove la rappresentazione prese forma e, vogliamo sottolinearlo, ciò avvenne sotto diversi cieli e differenti sistemi sociali. Incontriamo così i tentativi “istituzionali” del Fascismo e del Nazionalsocialismo di cooptare la classe operaia nei loro progetti d’espansione e dominazione: passaggio che includeva, ovviamente, un miglioramento delle condizioni di vita. Oppure quello sovietico: si noti come l’architettura ancora mostri – nelle forme dei quartieri operai – interessanti parallelismi.
Quel concetto “d’alveare” per la classe operaia – da distinguere dalla borghesia: tornano, in qualche modo, le rigide separazioni di Huizinga! – proseguì ben oltre il secondo conflitto mondiale: eppure eravamo, per l’Ovest europeo, all’interno di un sistema capitalista ben definito. Tuttavia, nelle forme della “casa popolare”, il capitalismo postbellico esprime la medesima volontà di discriminazione dei regimi totalitari, quella di ritenere quasi un “male necessario” la presenza dei rozzi operai, un’offesa alla “purezza” dei valori borghesi.
E nelle campagne?
La famiglia patriarcale, di stampo prettamente contadino, sopravvisse senza scossoni? Non ce la sentiamo d’affermarlo “urbi et orbi”, poiché le simbiosi che avvennero fra l’industrializzazione e la “immutabilità” del mondo agreste (più idealizzata che reale) attraversarono quel mondo. E lo fecero ponendo e scomponendo i termini in modo assai diverso, dalla Sicilia al Piemonte, dalla Saar alla Mancha: riflettiamo, uno per tutti, sul fenomeno migratorio.
Se vogliamo, oggi, porre all’attenzione (e dunque sottoporre a critica) le valenze – ritenute relativamente positive o negative, poco importa – della società patriarcale e della famiglia mononucleare, i loro rapporti sociali ed economici, gli inevitabili risvolti umani ed esistenziali è ai fenomeni storici e sociali che ne determinarono i mutamenti che dobbiamo rivolgerci.
In altre parole, la deindustrializzazione in atto può comportare una “riedizione” acritica – meno che mai una visione bucolica “fuori tempo massimo” – della famiglia patriarcale del tempo che fu? Ci dà forse, la Storia, la possibilità di ripercorrere i nostri passi adattando modelli già utilizzati senza dover passare attraverso una mediazione critica?
Questo, per sgombrare il campo da possibili “infatuazioni” che durerebbero dal tramonto all’alba: il “terreno sociale” che l’età post-industriale lascia non è il medesimo scenario della metà del ‘700.
Ciò non significa l’abbandono totale della produzione industriale, bensì un suo rimodellarsi su schemi assai diversi e meno “invasivi” rispetto alle grandi concentrazioni industriali (migrate, d’altro canto, nelle economie cosiddette “emergenti”).
L’uso del termine “modernità” – dunque – deve essere trattato come salvaguardia di prassi considerate evolutive per la società (altro aspetto spinoso), come il miglioramento dell’assistenza all’essere umano e la conseguente promozione sociale, affinché giunga a sentirsi “compiuto” nel corso dell’intera vita.
Ci rendiamo perfettamente conto che, ciascuno di questi concetti, richiederebbe a sua volta lunghe dissertazioni ma, se desideriamo giungere a conclusioni pregnanti, non possiamo trasformare un breve saggio nella Treccani.
Se scendiamo per un solo istante nel mondo reale, notiamo come la “rottamazione” dell’anziano – ossia il “ricovero” – nacque e giunse all’apice seguendo proprio il percorso industriale: oggi, ci s’interroga e si cercano altre soluzioni, a dimostrare che un percorso evolutivo è in atto. Mezzo secolo fa, al minimo accenno non di scarsa autosufficienza, bensì soltanto di “appannamento”, l’anziano doveva far le valigie ed attendere la morte in un cronicario (poco) mascherato.
La crudeltà della società industriale era ammantata di valori che traevano origine da abitudini ancestrali: il giovane era la garanzia della sopravvivenza – a lui doveva essere dedicato il massimo dell’attenzione – ed i ferrivecchi erano obbligati a seguire, in silenzio, l’inevitabile decadimento.
Si potrà obiettare che la famiglia patriarcale riusciva a “contenere” gli anziani assegnando loro compiti secondari (per la fatica richiesta, non per gli esiti), ma la vita media era sensibilmente più bassa. Oggi, se si muore a 60 anni, spesso compare l’avverbio “prematuramente…”: mezzo secolo fa, nessuno se la sentiva d’utilizzare quella forma.
Aprendo una breve parentesi, notiamo come le recenti controriforme pensionistiche tendano a negare un equilibrato rapporto fra le generazioni, poiché “consegnano” a giovani generazioni con scarsi redditi delle persone veramente anziane, non il pensionato di 55-65 anni di pochi anni or sono, il quale era in grado per almeno un decennio d’esser ancora attivo. Conosciamo la ragione di queste scelte: sono soltanto le pessime valutazioni di miserrimi politici, abituati a trattare l’economia unicamente come una partita di bilancio.
Desideriamo, quindi, poter vivere più a lungo e conservare la protezione sociale alla quale siamo abituati. La risposta – un po’ rozza – dei governi è quella di posticipare l’età della pensione: “rozza” poiché quello scenario industriale di produzioni sfrenate non esiste più. In parte si è spostato in Oriente ma, nel complesso – non dimentichiamo l’automazione – l’apporto umano è sensibilmente scemato.
Come ricordavamo, le vere ragioni del posticipare l’età della pensione sono tutte legate a “problemi” di bilancio: ad esempio, la cupidigia della classe politica nei confronti dei capitali accumulati dai lavoratori sotto forma di TFR. In questi scenari, dopo i prelievi sugli accantonamenti INPS della precedente Finanziaria, oggi Giulio Tremonti prefigura la concessione “a rate” dei trattamenti di fine rapporto: per ora sopra i 90.000 euro (lordi), domani si vedrà. Ci sono, però, altre ragioni: più sottili ed ancor più perverse.
L’insulsa ed inutile protervia di questa società post-industriale appare in tutta la sua evidenza quando tende a circoscrivere ed annullare spazi di libertà – nel senso di vita vissuta fuori dell’istituzione scuola/lavoro – che sarebbero altrimenti vissuti con maggior pace da larghi strati della popolazione.
Si noti che non sono concesse possibilità di scelta – ad esempio un “range” di pensionamento fra i 55 ed i 65 anni, con differenti trattamenti economici, anche a saldo equivalente calcolato sulla vita media – perché quegli anni risulterebbero vissuti all’esterno del “sistema PIL”.
Ci sono parecchie differenze fra città e campagna, ma un dato è chiaro: la ricchezza effettivamente fruibile dagli italiani è solo una frazione di quella che il PIL controlla. Rimanendo sul piano dei beni, quante case sono state ristrutturate da pensionati ancora in grado di farlo? Dalla mia finestra scorgo decine d’orti: tutte derrate alimentari che sfuggono alla grande distribuzione. E poi: energia sotto forma di legna, miele dalle api, frutta, confetture…un intero mondo di beni che sfugge al PIL.
E c’è, ovviamente, l’apporto dei nonni, il loro rapporto antico con le giovani vite quando la propria sta scivolando verso la fine: un rapporto che oseremmo definire “sacro” per i benefici frutti che genera. Quanti di noi ricordano con tenerezza i propri nonni, per le cure che hanno avuto nei nostri confronti, per i consigli, per le mille cose che c’hanno insegnato?
Porre in modo ideologico il problema – bambino affidato alla scuola/ai nonni – come alternativa “secca” ci sembra sbagliato principalmente dal punto di vista pedagogico (il bambino necessita di cure familiari e d’attività sociali), in seconda battuta l’approccio è fastidioso, quasi violento, da economisti che stanno “sotto” la globalizzazione e non cercano – nei fatti – di criticarla per uscirne.
Per questa ragione, utilizzare il concetto di PIL per affrontare le tematiche relative alla decrescita risulta un approccio rozzo: è come utilizzare un doppio decametro per appurare lo spessore di una lamiera.
Non si possono certo dimenticare le questioni economiche e di bilancio – mica si campa d’aria – però dobbiamo prendere coscienza che la decrescita si nutre di altra “economia”, di altri “bilanci”, altrimenti finiremmo nel vicolo cieco d’utilizzare gli strumenti del “nemico”: ovvio che all’interno del capitalismo non si può tout court pretendere la “regal concessione” di strumenti più consoni.
Però, vivaddio, possiamo criticare queste malevole prassi proprio partendo dalle contraddizioni interne del capitalismo, strumento nato per aumentare la disponibilità di beni e che oggi, in Italia, sa solo dirci che il 10% della popolazione possiede quasi la metà della ricchezza nazionale. Bel risultato: l’inevitabile concentrazione monopolista già prevista da Marx, che s’esprime nella “recita politica” che le oligarchie propongono: la quale, del dibattito interno alla polis, non ha più nulla.
Da qui, la disperazione dei tanti che – dotati di mezzi di critica e di valide proposizioni – sanno d’esser completamente tagliati fuori dal dibattito e, più o meno apertamente, osteggiati come “no-global” od altri termini che, nella vulgata imperante, tracimano in epiteti.
Le pulsioni “catastrofiste” che spesso appaiono possono essere rispettate, ma non hanno nessun valore storico: il Medio Evo – spesso presentato come esempio – fu un’epoca di straordinario progresso tecnologico.
Chi s’aggrappa al 2012, chi agli extraterrestri, chi a forme d’ascetismo…per carità, liberissimi di farlo…ma la ragione è una sola: affrontare la transizione verso una società di stampo socialista – che mi ha seguito fino a questo punto, avrà ben compreso che destra e sinistra, come oggi sono percepite, qui non c’entrano nulla – dopo almeno cinque secoli d’abitudine ai termini, ai modi ed alle prassi del capitalismo, è impresa che fa tremare i polsi.
Eppure, non abbiamo scelta: questo mondo sta morendo. Sta a noi trovare le soluzioni affinché quello nuovo – che, inevitabilmente, verrà – incontri terreno fertile sul quale far nascere nuove “posture” sociali.
Ma, proporre la decrescita nei termini esclusivi l’uno per l’altro – il sistema di protezione sociale pubblico contrapposto ad una visione di welfare privato/collettivista – è, a nostro avviso, una grave leggerezza. Anzi, rischia d’essere altrettanto dirompente quanto lo sono le imposizioni della Casta dominante.
In altre parole, chi si arroga il diritto di pianificare la decrescita in questo modo – ad esempio: meno protezione dello Stato/più protezione eliminando spese superflue e/o dannose – finisce per attuare una prassi che è la medesima dei ceti dominanti, ossia calarla dall’alto.
Una decrescita programmata, definita e circostanziata sin nei minimi particolari, non finirebbe col fare il paio con un “socialismo” imposto da rinnovelle “Guardie Rosse” o con un “fascismo” appioppato con le “Guardie Nere”?
La decrescita non deve forse essere quel contenitore nel quale – di là degli aspetti prettamente economici – s’intravedono nuovi modelli sociali? E come fanno, questi modelli, a crescere democraticamente nella polis – pur con tutte le difficoltà del caso – se i modelli sono ancora una volta pre-costituiti?
Come si può affermare che ci deve essere meno protezione sociale pubblica/più protezione sociale pubblica, se prima non s’affrontano i nodi primigeni, ossia la struttura stessa del vivere sociale? Perché si concede poco o nulla alla tecnologia, mostrando il cedimento alla prassi educativa gentiliana, che già fu aspramente criticata da Gramsci per la netta distinzione fra teoria e pratica? E s’utilizza, nell’analisi, uno strumento incongruo e desueto come il PIL?
Non me ne vogliano Badiale, Bontempelli e Pallante, ma le liti (non la critica) e l’arroccamento sulle proprie posizioni non sono certo un buon viatico per compiere un viaggio così difficile e periglioso: sarebbe forse meglio partire dall’analisi tendenziale della situazione, non da una pianificazione che sa tanto di dirigismo.
Ad esempio: è ipotizzabile, nel medio periodo, che i salari tornino a salire ai livelli di vent’anni fa? Sarebbe auspicabile, ma è poco probabile. Che il costo dell’energia decresca? E il costo degli affitti e dei mutui?
Interpolando queste “forti probabilità”, s’evince che i giovani italiani – quelli che non andranno all’estero – dovranno per forza sperimentare forme di nuova convivenza, che non saranno la famiglia patriarcale e, tanto meno, potranno sopravvivere all’infinito con le pensioni dei genitori. Perché i genitori, prima o dopo, muoiono.
Una nuova “modernità” potrebbe partire proprio dalla contingenza: i costi immobiliari, dell’energia e delle derrate alimentari, fuori delle città, sono sensibilmente minori. E le case sono, generalmente, più grandi che in città.
Nuove forme di convivenza potrebbero nascere da una situazione che, in qualche modo, non le “concede” ma quasi le “obbliga” (a differenza del movimento delle “comuni” anni ’70): forse qualcosa che s’avvicina al movimento originario dei
kibbutzim, oppure a quello di recente nascita delle Transition Town.
Come ben sappiamo, però, le nuove situazioni – in mancanza di sperimentazione – spesso generano scoramento e disillusione, derivanti da mancanza d’esperienza.
Il compito di chi desidera produrre nuova cultura per nuove situazioni non sarà dunque quello – obsoleto, perché referente di un mondo che non esiste più – di propalare soluzioni, quanto quello di fornire strumenti ad altre persone affinché trovino da soli le migliori soluzioni per quegli scenari. Un bel passo in avanti sul fronte della democrazia, anche nella cultura e nell’informazione.
Il nodo tecnologico e produttivoNel nostro lavoro di anni, abbiamo dedicato tanto tempo a settori quali l’energia, i trasporti, l’agricoltura e poco agli aspetti industriali.
Questo perché sono secoli che l’industria affina mezzi e procedure, mentre l’energia è genericamente dimenticata – affidare il futuro ai fossili ed all’Uranio è come, dopo esser stati licenziati, progettare di campare all’infinito con l’ultimo stipendio – ed i trasporti sono visti in chiave “bucolica”, ossia la bicicletta al posto dell’auto.
Niente contro la bici, però l’idrovora energetica nei trasporti è la completa anarchia del settore che si avvale principalmente del mezzo più energivoro a parità di tonnellata trasportata: il camion.
Infine, la grande dimenticata: l’agricoltura.
Qui, a differenza d’altri Paesi europei, l’Italia segna un autogol che è un abisso: per ogni agricoltore anziano, in Germania e Francia, ce n’è pressappoco uno giovane. In Italia, ogni 12,5 agricoltori anziani ce n’è uno giovane: uno squilibrio evidente, segno che la programmazione economica di quei governi è stata molto diversa dalla nostra
[6]. Da noi, più che consentire ai giovani di rimanere nelle campagne, s’è consentito loro d’occupare le anticamere dei politici.
Giungiamo così a produrre in Patria solo un terzo dell’olio d’oliva che consumiamo, mentre gli oliveti vengono abbandonati: qui, il nodo è culturale.
In Italia, fare il contadino è considerato quasi come vivere in un lazzaretto: valanghe di sinonimi del termine “agricoltore” – bifolco, bovaro, burino, villano… – hanno assunto, nel tempo, valore spregiativo.
Sarebbe lungo analizzare le ragioni del fenomeno: fu uno dei regali della “modernità”, quello di propalare ai quattro venti (pensiamo alla pubblicità) che la promozione sociale significava una scrivania ed una macchina per scrivere.
Oggi, che le macchine per scrivere – metaforicamente – iniziano a scarseggiare, parimenti s’osservano sempre più frequentemente campi abbandonati: poderi di pianura, non aree montane e collinari. D’altro canto, con un solo agricoltore ogni 12 anziani, dove possiamo andare?
Proprio ieri, osservavo i trattori che portavano i carichi di legna al peso: un’accozzaglia di mezzi degli anni ’60 e ’70, archeologia agricola guidata da altrettanto vecchi chauffeur. Fra qualche anno – riflettevo – ci sarà così tanta ferraglia nelle rimesse che te la tireranno dietro come per le auto “Euro zero”, basterà pagare il passaggio di proprietà. E’ questo il futuro che si prospetta per la nostra agricoltura? Potremo continuare ad assegnare i contributi per ettaro seminato e non per tonnellata di prodotto consegnata?
Già, ma i contributi sparsi “a pioggia”, e senza nessun riscontro alla produzione, sono una gentile concessione della Casta, la quale ti fa fare l’agricoltore “per finta”…in cambio di cosa? Immaginiamolo un po’.
Queste riflessioni ci servono per districarci all’interno del nodo centrale sulla decrescita, ossia se essa comporti una diminuzione reale dei beni e dei servizi oggi fruibili. Agendo con intelligenza, una politica di decrescita potrebbe addirittura condurre ad un aumento dei beni e dei servizi disponibili, a patto che non ci s’ostini più a considerare (come nella vulgata globalizzatrice) un bene od un servizio come una quantità perfettamente intercambiabile, scambiabile ed applicabile/fruibile nell’identico modo in ogni angolo del Pianeta.
Un esempio: autovettura che costa 15.000 euro con vita media di 10 anni, contro autovettura che ne costa 20.000 ma dura 20 anni, comporta un aumento od una diminuzione nella disponibilità? Nel primo caso avremo un costo annuo di 1.500 euro, nel secondo di 1.000.
Grazie ai nuovi materiali (soprattutto nella protezione della carrozzeria), già oggi le autovetture potrebbero raggiungere e superare i 20 anni di vita utile, ma per i “santoni” del PIL la catastrofe sarebbe il passaggio alla trazione elettrica, perché i “punti deboli” del motore termico sono, appunto, relativi al riscaldamento ed alla circolazione dei liquidi, che comportano rotture e decadimento dei componenti.
Un’autovettura a trazione elettrica con accumulatori, motore elettrico, cella a combustibile (Idrogeno), recupero d’energia in frenata, pannello fotovoltaico per la ricarica durante le soste, quanto potrebbe durare? Quali sarebbero i costi di gestione?
Anni fa provai a fare un bilancio in un articolo –
L’automobile del futuro[7] – nel quale proponevo non tanto una soluzione fatta e finita, quanto un modello da perseguire: oggi, le case automobilistiche iniziano quel percorso e ci sono già parecchi modelli che si rifanno a quello schema
[8].
Poniamo che sia possibile recuperare e riutilizzare gli accumulatori esausti – e qualcuno afferma d’esserci già riuscito
[9] – e che l’energia provenga da fonti eoliche off-shore, che venga trasformata – la notte, quando scendono i consumi – in Idrogeno direttamente nelle stazioni di servizio per rifornire, di giorno, le auto: quale sarebbe lo scenario?
Auto con pochi componenti, tutti di lunga durata e facilmente sostituibili, un bilancio energetico nemmeno comparabile con il misero 30-35% di rendimento delle attuali auto a combustione interna, con alimentazione diretta da fonti rinnovabili…certo, ci rendiamo conto che per Scaroni non sarebbe una buona notizia…
Lo sarebbe, invece, per chi dovrebbe probabilmente sostituire l’autovettura ogni 30 anni e, in quei 30 anni, non consumerebbe un grammo di materiali non rinnovabili. In fin dei conti, questa sarebbe una decrescita per il consumo di materiali ma una crescita per la disponibilità e l’affidabilità dei beni.
Tutti i settori del trasporto e della produzione potrebbero essere ristrutturati seguendo quest’ottica: addirittura, sarebbe possibile alimentare con Idrogeno (liquefatto) gli aerei di linea e ci sono già progetti in tal senso. Non parliamo poi delle navi, le quali potrebbero “re-interpretare” la navigazione a vela mediante aerogeneratori (ad asse verticale od orizzontale), mediante i quali una parte dell’energia necessaria sarebbe generata in loco.
In definitiva, la decrescita necessita di una rivoluzione tecnologica – che è già in atto – ma che deve essere condivisa ed accettata, dal potere politico e dall’apparato industriale.
Siccome lo è, invece, da larga parte della popolazione – i favorevoli al nucleare nel proprio territorio sono circa un terzo della popolazione, mentre coloro che desidererebbero installazioni d’energia rinnovabile raggiungono proporzioni “bulgare” – è su questo tasto che si deve battere, poiché è un modo per iniziare a “parlare” di decrescita anche a chi ne è oggi digiuno.
Presumibilmente, con le dimissioni di Scajola, il tanto sbandierato programma nucleare di Berlusconi è già terminato: qualcuno, lo rimanda alla prossima legislatura. Bisognerà allora – chiunque si candiderà al governo – porre la questione in modo chiaro: nessuno, che mostrerà “cedimenti” sul nucleare, avrà mai il nostro voto. Per avere il nostro appoggio, dichiarate chiaramente quanti GW d’installazioni rinnovabili desiderate installare – come, dove e quando – e chiarendo chi dovrà farlo: se l’energia sarà lasciata in mano ai privati, finiremo con storie come la P3 moltiplicate al cubo.
Perciò, signori che desiderate governare, sappiate che dovrete proporre non solo energia rinnovabile, bensì sotto il controllo della collettività e con la destinazione degli utili per finalità sociali. Laddove sia vantaggioso, premiare l’autoproduzione e l’autosufficienza.
Altrimenti, rimarremo in milioni ad osservarvi mentre vi recate ai seggi e, senza quel terzo d’italiani che non sono “antipolitici”, ma che desidererebbero una diversa politica, non andrete da nessuna parte. Al più, ripeterete all’infinito le pessime performance degli ultimi due governi.
Il reddito di cittadinanza è una chimera per allocchi?
Avvertiamo il lettore che la trattazione del tema sarà essenziale, giacché considerata “a latere” della decrescita ma, comunque, una sua componente.
Le proposte in tal senso nacquero “dalle parti” dei signoraggisti, ma ben presto si distinsero in vari filoni: addirittura, il movimento “No Euro” si presentò alle elezioni del 2006 con Berlusconi cavalcando parte di quelle tesi. Nessuno se ne accorse: furono soltanto una manciata di voti in più per il Cavaliere.
In sintesi, sulla proposta ci sono due, diverse impostazioni: quella “originaria” – il reddito di cittadinanza è un diritto inalienabile, che deriva semplicemente dalla nascita – mentre il secondo lo considera un complemento al welfare.
Non dimentichiamo che, storicamente, due rivoluzioni (inglese e francese) trassero linfa dall’occupazione, da parte della nobiltà, delle terre comuni: all’epoca, le terre comuni erano patrimonio collettivo e, quindi, una sorta di “reddito di cittadinanza” del tempo. Questo, per ricordare che esistono basi storiche per sostenere queste tesi.
Dai lavori di Domenico de Simone (reperibili in Rete ed in libreria), oppure nel breve saggio di Andrea Fumagalli del 1998 –
Dieci tesi sul reddito di cittadinanza[10] – s’evince che le proposte in tal senso non sono campate per aria né, tanto meno, carità o stato sociale: si tratta di una diversa impostazione della fiscalità e del rapporto con il lavoro.
Fumagalli, ad esempio, propone tre diverse ipotesi di concessione del Reddito di Cittadinanza nel nostro Paese (da qui in avanti “R.C.”, alcuni valori, nella trasformazione da Lire ad Euro sono stati arrotondati):
1) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni. Costo
297,5 miliardi di euro.
2) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni, escluso coloro che godono di pensioni superiori a 1033 euro mensili. Costo
265,5 miliardi di euro.
3) R.C. di 6.000 euro annui a tutti coloro con più di 15 anni ma con reddito individuale inferiore ai 25.800 euro lordi annui. Costo
211,2 miliardi di euro.
Vediamo ora quali possono essere le fonti di finanziamento per il Reddito di Cittadinanza, così come le pose Fumagalli nel 1998:
Come si potrà notare, le cifre in gioco sono coerenti: una “forbice” che va da
170 a
315 miliardi l’anno, secondo l’aliquota da applicare sulle transazioni finanziarie.
Vorremmo aggiungere che in un precedente articolo –
Ragazzi, così non va[11] – avevamo sondato la possibilità di ricavare fondi attivi da grandi impianti eolici off-shore e da altre fonti rinnovabili, fondi che potrebbero (e, secondo la nostra opinione, dovrebbero) essere destinati alla protezione sociale. Dunque, anche al Reddito di Cittadinanza.
Il reddito di Cittadinanza avrebbe, inoltre, il gran pregio di scoraggiare le colossali operazioni speculative sui titoli e sulle monete. Si potrà affermare che le aliquote sono basse per scoraggiarle: in realtà, quelle operazioni di finanza sono compiute investendo enormi quantità di denaro e puntando su minimi rialzi/ribassi delle quotazioni. Una modestissima tassa su quelle transazioni ne scoraggerebbe la gran parte, restituendo così il “mercato” alla sua funzione primitiva, ossia d’essere colui che indica il valore sulla base della domanda e dell’offerta. Non drogate.
A ben vedere, si tratta semplicemente d’affermare che gli incrementi di produttività conseguenti all’automazione dei processi produttivi siano restituiti a chi li ha generati o li genera, in primis ai lavoratori ed alle loro famiglie. In fin dei conti, non si chiede la Luna, bensì soltanto un contributo molto basso sulle transazioni finanziarie ed il ritorno alla tassazione progressiva così come la nostra Costituzione indica all’art. 53: “
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Eppure – non ci nascondiamo la portata della trasformazione – questa vera e propria rivoluzione nella fiscalità e nella politica dei redditi sarebbe l’unica via d’uscita per un capitalismo il quale, fra pochi decenni (ad essere generosi), sarà in bancarotta.
E’ fin troppo facile prevedere che i continui aumenti di produttività, che sono quasi completo appannaggio dell’oligarchia dominante, condurranno inevitabilmente ad una sempre minor disponibilità di risorse per acquistare i beni. E terminiamo qui, giacché il lavoro di Marx è disponibile per tutti.
Grande decrescitaNell’ottica di una decrescita che non sia calata dall’alto, bensì un processo che scaturisce dalla consapevolezza che cinque secoli di ricchezza rubata – il colonialismo, nelle sue varie forme – stanno terminando, è necessario porre dei punti fermi.
La “crescita”, la fumosa “uscita dalla crisi”, le tanto desiderate “vacche grasse” del consumismo sfrenato non torneranno più, è bene metterselo in testa. Ciò non significa che la nostra vita non potrà, addirittura, migliorare. Se rifletteremo sulle nostre scale di valori.
E’ dunque necessario porre alcuni punti fermi, provvedimenti non più eludibili se non si vuole giungere al disastro: l’unico luogo dove i cambiamenti possono essere decisi è l’agone politico, da qui le nostre richieste:
1- Reddito di Cittadinanza per tutti, finanziato con la tassazione delle transazioni finanziarie e con la seria lotta all’evasione. Applicare, per finirla di chiacchierare sul nulla, la normativa statunitense, la quale prevede anche il carcere per la reiterazione del reato.
2- Creazione di una società pubblica che abbia il compito di sviluppare le energie rinnovabili sul territorio con l’obiettivo, nei prossimi 30 anni, di giungere alla completa generazione da fonti rinnovabili. Sviluppare le tecnologie relative all’Idrogeno per superare gli sbalzi della rete elettrica. La società pubblica potrà emettere bond – garantiti dallo Stato – per il finanziamento dei progetti. Censire, a livello nazionale, le risorse disponibili e pubblicarle costantemente.
3- Sviluppare il trasporto sulle vie d’acqua – interne e marittime – con il concetto di “autostrade del mare” (ossia, si spedisce solo il semirimorchio). In parallelo, iniziare finalmente a modellare il sistema dei trasporti in modalità intemodale, lasciando al vettore gommato solo (come indicato dalle norme europee, ma su queste cose nessuno ci sente) gli ultimi 50 km, la consegna finale.
4- Promuovere la raccolta differenziata dei rifiuti. Gli amministratori che non raggiungono gli obiettivi annuali immediatamente decadono, e vengono sostituiti da un commissario prefettizio fino alla scadenza naturale della legislatura. Proviamo a lasciarli qualche anno “a secco”: vedrete che la raccolta differenziata partirà ed il potere delle mafie scemerà.
5- Concedere sgravi fiscali a tutte le aziende che promuoveranno l’auto-produzione d’energia per i loro consumi e che produrranno tecnologia rinnovabile e “leggera”: mezzi di trasporto elettrici, recupero d’energia da biomasse e, più in generale, tutta la tecnologia del settore. Come finanziarli? Con la carbon-tax per tutti gli altri.
6- Stabilire per norma (come in Germania) l’estensione massima di terreno che potrà essere destinato alle costruzioni, di qualsiasi tipo. Non si capisce come mai, la Germania – con territorio più ampio e maggior dinamica sociale – cementifichi annualmente circa un quarto di quanto fa l’Italia.
7- Riservare, nei piani regolatori, le aree ancora “verdi” prossime alle periferie alla produzione orticola per la vendita diretta, dal produttore al consumatore, accorciando le cosiddette “filiere”. Gli stessi gestori – che dovranno godere di un trattamento fiscale agevolato – potranno diventare “terminal” per altri produttori più lontani (ad esempio per olio, vino, ecc). Alla prima frode alimentare o fiscale, perdita della concessione.
8- Eliminare tutta la plastica dalle confezioni dei prodotti. La carta non potrà essere stampata con coloranti di natura chimica, ma soltanto con sostanze che non generino – nella decomposizione – sostanze nocive. Promuovere gli acquisti effettuati con recipienti riutilizzabili. Stabilire diverse durate delle garanzie secondo la natura del bene: un telefonino ed un’incudine non possono, entrambi, essere garantiti per due anni.
9- Creare un “polo” di ricerca internazionale sul modello di Sophia-Antipolis, nel quale i nostri ricercatori possano sviluppare la loro creatività. Un posto senza baroni, dove se sei bravo ti viene riconosciuto.
10- Una legge elettorale proporzionale e senza sbarramenti, con la possibilità di creare nuovi partiti come in Germania: 50 firme di fronte al notaio. Questo passaggio è essenziale, poiché il rinnovamento della classe politica italiana può soltanto avvenire con l’apporto di nuove energie, soprattutto giovani. Solo dopo potrà essere affrontata una diversa ripartizione amministrativa la quale – con i costi della politica a livello nazionale – è la vera ragione dell’impoverimento italiano: una montagna di soldi regalata a degli incompetenti.
Come si potrà notare, questa non è una “pianificazione” della decrescita: si tratta, bensì, d’individuare alcuni strumenti (ce ne saranno certamente altri) in grado di promuoverla, d’indirizzarla, di renderla praticabile. Il resto, dovremo farlo noi.
Piccola decrescitaLa prima cosa che verrebbe da dire, sulla possibilità individuale d’attuare forme di decrescita, è quella di fuggire dalle città. Andatevene: le risorse sono nel territorio, la città è solo la trappola dove esiste il “tutto PIL” e dove sono poche le possibilità creative.
In città è possibile creare dei gruppi d’acquisto, per comprare generi alimentari direttamente dai produttori, facendo “saltare” le mille intermediazioni delle “filiere” e garantendosi qualità e prezzo. Si può aumentare – come già molti fanno – lo scambio gratuito di beni che più non servono: abbigliamento, mobili, ecc.
Quando un nostro caro se ne va e lascia la casa deserta, dopo aver conservato ciò che più ci teniamo a serbare come ricordo o perché ci è utile, non chiamiamo il solito rigattiere che getterà tutto in discarica: facciamo un giro di telefonate e chiediamo se a qualcuno interessa qualcosa.
Un vecchio proverbio contadino recita che “portare l’indumento di un morto è come recitare una preghiera in suo favore”. Certo, nella vecchia civiltà contadina, non si buttava nulla ed anche i proverbi “aiutavano” a superare qualche riserva, ma vi posso assicurare che non succede assolutamente nulla: indosso ordinariamente abiti che furono di mio padre e di mio suocero e nessun fantasma s’è presentato a tirarmi i piedi.
In città, la decrescita può essere attuata soprattutto tramite la socialità (più facile da realizzare che in campagna): la convivenza potrebbe essere, per molti, la soluzione per riuscire a vivere un po’ meglio con pochi soldi.
Ho partecipato a due esperienze di “comuni” negli anni ’70: una agreste e l’altra in città.
Mentre la prima si dissolse per dissapori e litigi (siamo, però, ancora oggi legati da un’amicizia che definire “fraterna” è riduttivo), la seconda durò parecchi anni e si dissolse soltanto perché qualcuno cambiò città o lavoro…insomma, per cause “naturali” e non vi fu nessun dissidio. Il segreto?
Un rendiconto certosino delle spese e la loro ripartizione secondo un sistema che calcolava il “costo pasto” mensile, che a fine mese trovava riscontro con il consuntivo delle spese che ciascuno sosteneva. Inoltre, le spese non previste (ad esempio, lavatrice da aggiustare o da sostituire) erano ripartite fra tutti in modo paritario. Non vi fu mai nessun litigio per i soldi: addirittura, siccome avevo un orto fuori città e talvolta portavo degli ortaggi, senza che io chiedessi nulla decisero degli “sconti” a mio favore che, a dire il vero, mi misero un poco in imbarazzo. Per qualche pomodoro…
C’era anche Samuele, che nacque quando già s’abitava assieme: andò all’asilo e, quando era a casa, lo facevamo giocare tutti, a turno, senza nessun accordo. Con buona pace di chi litiga su chi deve fornire assistenza.
Andare oltre, in città, non è facile: servirebbero gli interventi decisi nella parte relativa alla “grande decrescita”, come le aree periferiche destinate alle coltivazioni (com’era un tempo) per l’acquisto diretto. Qualcosa si può fare anche con l’energia, attuare il risparmio energetico e la cernita dei rifiuti.
In campagna, invece, si spalanca il mondo del “non PIL”.
La scorsa settimana sono andato a funghi due volte e, in entrambi i casi, sono tornato a casa con una buona scorta di legna nel mio Kangoo: sia chiaro che non ho rubato nulla, solo legna che marciva nei fossi o dove l’acqua l’aveva accatastata. Un consiglio: muovere prima il fascio, attenti alle vipere ed ai nidi di calabroni.
Con quella legna, nella stufa e nel camino, ci riscalderemo parecchio tempo a costo zero: finisce? Si torna a raccoglierla un’altra volta, e la caldaia (a biomasse) rimane spenta.
Con le verdure dell’orto (non siamo proprio vegetariani, ma quasi) ogni settimana non manca un minestrone che “fa resuscitare un morto” e poi pomodori a iosa, peperoni alla griglia, melanzane, insalate, fagiolini, rape…quasi non ce la facciamo, in quattro, a mangiare tutto.
In campagna, per l’energia e le derrate alimentari, si risparmia parecchio ed è tutto “fuori PIL”, anche quando si deve acquistare della legna da ardere; ultimamente, mio figlio va ad aiutare un amico a segarla: quindi, il prezzo…
Se l’acqua che scende dal rubinetto non vi piace, ci saranno senz’altro delle fonti alle quali approvvigionarsi, mentre gli acquisti d’altre derrate – patate, mele, vino, ecc – effettuate direttamente dai produttori, sono senz’altro più che convenienti.
Il problema di chi abita in campagna, se lavora lontano, sono i trasporti, ma anche qui c’è il modo d’ovviare.
“Mors tua vita mea”, affermavano i Latini: nelle città, s’è bersagliati dalle ingiunzioni di non circolazione per i veicoli più vecchi (i famosi Euro zero, uno, ecc.) mentre in campagna questi divieti non esistono, a patto di non entrare in città. Si possono acquistare veicoli – a me è capitato – pagando il solo passaggio di proprietà, come una vecchia Panda con 47.000 km originali. Oppure prezzi molto vantaggiosi per auto più recenti.
Il problema di “fare fagotto” ed andarsene dalla città – cosa che consiglio, ma “cum grano salis” – è la valutazione, del tutto personale, del cambiamento: non si può andare e venire, la decisione deve essere ponderata ma certa.
Le case, in campagna, costano circa un terzo rispetto alla città (dipende molto dalla distanza, dai luoghi, ecc), ma il risparmio c’è sempre. Acquistare una casa ad un terzo, rispetto alla città, significa “impiccarsi” con un mutuo per dieci anni invece dei trenta che ti rovinano la vita.
Una stazione ferroviaria nelle vicinanze è sempre da preferire, così come si può valutare d’acquistare un vecchio mulino: con il mulino, potrete acquistare anche i diritti sull’acqua che aveva il precedente proprietario (verificare bene prima). E, con i diritti sull’acqua, una turbina ed un conto energia…in alcuni casi può uscirci quasi uno stipendio.
I vantaggi della campagna sono molti, anche se si sconta un maggior isolamento: per questa ragione sarebbero da preferire soluzioni collettive, che non significa necessariamente vivere sotto lo stesso tetto. In molti luoghi, esistono interi borghi disabitati: quindi…
In sintesi, le campagne furono abitate fino a pochi decenni or sono: la condizione di vita cittadina è dunque recente, resa necessaria dalla civiltà industriale e sorretta da una cultura al suo servizio.
Oggi, quella civiltà industriale se ne sta andando e non tornerà più, almeno nei canoni che tutti conosciamo: non diamo retta alle sirene di regime, ma alle nostre riflessioni. Se, nei prossimi decenni, la vita in città risulterà sempre più difficoltosa, dove cercherà migliori condizioni la popolazione? Il fenomeno è già in atto: quindi, se volete fare il “passo”, è meglio sbrigarsi.
Certamente stiamo vivendo tempi difficili, l’ingiustizia regna sovrana e la peggior maledizione sono gli insulsi che pretendono di governarci, ma ricordiamo l’antico adagio di Lao-Tzu: “
E’ meglio accendere una lampada, che maledire l'oscurità”.
Grazie per la vostra attenzione.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.