17 maggio 2010

Sei per sette quarantadue, più due cinquantaquattro!



Atto unico di Carlo Bertani

Libera trascrizione della circolare ministeriale numero 37 del 13 Aprile 2010, del Ministro Maria Stella Gelmini.

Personaggi ed interpreti:
Banditore (d’indefinite origini padane);
Serafino (aiutante del Banditore, di natali ignoti);
Genitori:
Laziali;
Veneti;
Campani;
Genovesi;
Toscani;
Siciliani;

Barellieri, venditori di noccioline e comparse a iosa.

Scenografia: l’interno di un tendone da circo.

Si va a cominciare. Sipario.

(Banditore): Venghino signori, venghino perché, alla gran fiera delle iscrissioni scolastiche, bisogna imparare la tabelina del ventisette! Entrate prego, che più biglietti si vendono e più bestie si vedono!
Avete un figlio? Deve andare a scuola? Ma bene! E che scuola vuol fare? Vuol fare l’avvocato? Il saldatore? Il saltatore? Il musicista? Il cabalista? L’astronomo? Il metronomo?
Salite la rampa ed entrate, un solo euro a persona, bambini metà presso, sconti comitive e buffé compreso nel presso! Forsa, non perdiamo tempo che il tempo è denaro e il denaro ci piace a tutti…

Bene, adesso andremo a cominciare lo spetaccolo, dove troverete tutte – ma dico proprio tutte – le novità, ma anche i segreti più segreti – anche le cose che non si possono mica dire vè – per iscrivere i vostri figliuoli alla scuola che fa diventare grandi, importanti, che poi c’avranno tutti la loro Porsc e una bionda sul sedile, mo va là…andiamo ad inissiare! Musica Serafino! (Scorrono le note di Indiana Jones).

Per prima cosa, dovrete sempre pensare al numero magico: cosa dice mai la signora là in fondo? Il tre, il sette…no, qui si fa meglio! Tre per tre che fa nove, ancora per tre che fa ventisette: ha visto mo’, signora, che c’è anche il sette?
Perché ventisette?
Perché, se volete mandare il vostro figliolo alla scuola, devono essere in ventisette, altrimenti non possono mica fare una classe!
Come dice lei, il signore con l’ombrello? Se sono ventinove?
Ventinove va benissimo, boia d’n mond leder, ma va bene anche trentuno…non si sa bene quando finisce, se c’è il limite, il respingente…hanno fatto persino classi di quarantacinque, faranno scuola in palestra…l’importante è stare sempre sopra il ventisette!
E brava la mia signora con la gonna rossa! Ecco la domanda! Cosa succede se non si fa il ventisette, il cinquantaquattro o l’ottantuno?
Non si può fare la classe, il vostro bambino non può andare a scuola e poi non c’arriva la Porsc…oh, la volete la Porsc, vero? (applauso, grida d’assenso).
E chi l’ha deciso?

(Banditore): Serafino! (rivolto all’aiutante) met zò el prim cartel! (appare un poster con una graziosa mammina in occhialini alla moda che allatta).
Questa, signori miei, è la regina del ventisette, quella che ha deciso il numero magico! E perché?
Perché non si poteva mica mantenere tutta quella bolgia di professori…che a pagarli tutti, anche poco, non ci saltavano fuori i soldi per la Porsc…la volete la Porsc? (applausi, urla, ecc).
Vi chiederete cosa succederà se non si farà il numero magico, il ventisette, che è come se esce un full al poker del videogioco…semplice: non si fa la classe e si mandano i ragassi nella scuola più vicina, quella che c’ha la maglia rosa del ventisette…et capi?

(Genitore toscano) Veramente, la mi sembra tutta ‘na bischerata: ‘n ciò hapito nulla di ‘sta bischerata del ventisette…
(Banditore): mo bene, tanto siamo qui per spiegare…da dove viene, lei, signore?
(Genitore toscano) da Livorno…
(Banditore): e bene! Se a Livorno non si riesce a fare il ventisette, il cinquantaquattro o l’ottantuno…vorrà dire che si manderà il ragazzo a Pisa…
(Genitore toscano) Oh, l’figliuolo mio, a Pisa, ’n ce lo manderò mai, capito? ‘n ce lo mando punto: meglio un morto in casa che un pis…
(Secondo genitore toscano) O che c’hai tu da ridire su’ pisani? O che, tu cerchi rogne? Sarà bello mandare i figlioli in quel pisciatoio della tua Livorn…
Scoppia la rissa fra genitori d’opposte contrade. Livorno-Pisa termina con 3 feriti (uno grave) ed otto contusi. Dopo l’ingresso dei barellieri, il sempiterno Serafino calma i bollenti spiriti distribuendo stampati pubblicitari della nuova Porsc Sborron, 250 chilometri orari, 0-100 i tre secondi e distributore di preservativi incorporato.

(Banditore) Basta, su, mo’ piantiamola un po’ lì…Serafino, met zo el secund cartel! Fa partir la musica!
Dall’alto cala un’immagine 6x9 del Presidente Napolitano che fuma la pipa. Intanto, partono le note di “Fratelli d’Italia”. Commozione generale, pianti, segni di riappacificazione. Una signora di Pontremoli ha un malore. Intervengono nuovamente i barellieri (semplice crisi di continenza, subito risolta nel WC chimico della struttura).

(Banditore) Bisogna essere uniti, che sarà mai mandare i figlioli un po’ più in là…qualche decina di chilometri…che volete che sia! Lo ha detto anche il Brunetto, al nanèt che fa il ministro degli statali, che andare in pensione dopo non è mica un sacrificio, è solo una piccola iattura…
(Banditore, rivolto a Serafino, piano) Serafin, ma cus’l’è na iattura?
(Serafino) è una disgrazia.
(Banditore) andém bèn…se n’minister el sa no l’italian…
(Banditore, un po’ in difficoltà) ben, sentiamo cosa dice il pubblico…

(Primo signore romano) E a mme, che mme frega? Sto al Testaccio, se nun me lo pijano là, lo manderò a Monteverde, a Monte Mario…
(Secondo signore romano, un po’ alterato) E bbravo fregnaccione mio, io sto a Montefrescone, che sta a 50 chilometri dall’Aquila: mo’, dove lo manno? A ccasa tua a mmagnà?
(Primo signore romano, voglia di chiudere l’alterco) E cche ne so io…mannalo un po’ dove cazzo te pare…

(Banditore) Fermi, fermi tutti! Non alteratevi mica, eh? Mo’ avete visto cosa gli è successo al Funari, che se la prendeva sempre calda? Mo’ c’è preso l’infarto…C’è la solussione, basta pensarci un poco, mettersi d’accordo…
Per prima cosa, dobbiamo sempre ricordare che è meglio prevenire che reprimere: l’avete già sentito dire alla televisione, vero? (coro d’assenso).
Allora, bisogna fare in modo che i figli non nascano più così…all’anarchica, come si dice…perché ci vogliono le tre P: Pianificazione, Procreazione e Progresso. E’ chiaro? (rumore indefinibile fra il pubblico, sussurri dubbiosi).

(Banditore) Si può? Si deve? La volete la Porsc? (coro d’assenso).
Allora, basta organizzarsi e saper un poco, ma solo un pochino la Matematica, boia d’n mond leder…quanto ci mette una mamma a scodellare un figliolo, non sono nove mesi e dieci giorni?
(Signora, terza fila) A volte anticipa…
(Banditore, stizzito) Ben, signora, non ci mettiamo a tirar fuori le eccessioni, perché altrimenti non c’andiamo più a casa….volete la Porsc? (coro unanime d’assenso). Ben, allora andiamo avanti: d’altro canto, non è forse vero che l’eccessione conferma la regola?

(Signora genovese) Mia, ma nun duveivan fa la scuola delle “Tre I”?
(Banditore): mò certo, solo che è passata di moda, come, come…come andare sulla Luna…la minigonna…il pattino…adesso c’è la moto d’acqua, che va più forte…come la Porsc…ma cosa ce ne facciamo delle tre I?
Intant, a voulem parler sol più l’inglès?
(Coro): Nooooooooo…
(Banditore): E allora, parliamo i nostri bei dialetti che è meglio! (applauso scrosciante).
E l’Informatica? Ma et vist che disaster che han combinà là, nella Merica, che cun tut quei computer a momenti i fan andar zò tute le Burse? Ma stiamo tranquilli…sensa tuti quei computer chi runza…e poi, tutte queste intercettazioni, ’sti veleni, ‘ste liste che scrivono sul Internett, ma et vist che roba? E se questi qua, cun l’Internett, se mettan a fa ‘na bumba? (brusio).
E l’impresa, l’impresa…guardate me, che ho fat sol la tersa elementare: avé vist che impresa che ho mis su? Eh? La volete la Porsc? (applausi, quasi delirio).
E allora, si deve passare dalla scuola delle tre I a quella delle tre P!
Però, se vogliamo fare ‘ste classi di ventisette, bisogna organizzare la LIPPA, che se no n’andem da gniuna part…

(Genitore siciliano) Ma che minchia è ‘sta lippa, è nu ggiuoco a premi?
(Banditore) Ma cus et capì…la LIPPA è la Lista Italiana di Procreazione Programmata Assistita, et capì? (brusio fra il pubblico).
(Signora ferrarese) Ben, ma cus em da fèr…dobbiamo fare quelle cose là soltanto quando ce lo dice la signora, quella là con la bambina…quella del cartello di prima?
(Banditore) Ma no, ma no, nun l’è na lista nasiulan, perché siamo tutti federalisti oramai, che poi vuol dire che la Porsc non ce l’hanno solo a Roma, ma tutti, in tutti i cortili ce ne sarà una! (applausi, tripudio, delirio).

(Nonno pugliese): Ma gli insegnanti…
(Banditore): Ben, c’ho letto bene in quel libretto del ministero, ma quella parola lì non l’ho mica trovata. ‘Spetta un po’…Serafino!
(Serafino): Son qua!
(Banditore): Portem su el liber, quel del’istrussiun…
(Serafino): L’è qua!
(Banditore): Ben…qui, a pagina due, si parla di “risorse umane” ma ‘sta parola, “insegnanti”, n’lèm minga truvà…dicono che ridurranno di 26.500 unità ‘ste risorse umane…non so cosa dirle signore…qui non ne parlano…ben, se riducono di ventiseimila questi qua, quante Porsc ci salteranno fuori? E alora! (applausi, delirio).

(Banditore): Qui, a ‘bsogna cha va spieghi ben sta LIPPA, che sensa el pipì la serv a nient…
(Genitore siciliano): ma che minchia è ‘sta robba? Già sta lippa me pare na gran minchiata…pure ce dobbiamo mettere a pisciare?
(Banditore): ma no, ma no, el pipì l’è il P.P, ch’lè il Piano Procreativo!
(Genitore siciliano) Nun ce capisco una minchia…

(Banditore) Ben adès al spieg ben…alora, se a duvem fer tute ste classi de ventisette, a b’sogna pensarci per tempo, almeno sei anni prima? Chiaro? (brusio).
Sei anni prima, i sindaci di tutti i comuni d’Italia affiggono la lista della LIPPA e tuti i papà e le mamme che i pensan de fà de’ piccin, se iscrive. Poi, i gan temp nove mesi e dieci giorni per cunfermà l’iscrissiun!
Cusì, el sindaco – cun l’acordo de tutti i cumpunenti de magiuransa e d’uppusision – el po’ meter zò, finalmente, el P.P., el Piano Procreativo Comunale…come i dis, chi, nel decreto attuativo…ha, ecco, el P.P.C. Piano Procreativo Comunale, che dopo el va sù alla Provincia e l’diventa el P.P.P., Piano Procreativo Provinciale, dopo el se ciama…el Piano Procreativo Regionale e poi Piano Procreativo Nazionale.
Ghe sun delle diferense per le province autonome, la Valle d’Aosta e i tedesc dell’Alto Adige…ma sun robe de poc…

(Genitore campano) E mettimmoce pure ‘na benedizione e’ San Gennaro, pe fa ‘nu guaglione…
(Banditore) No, ma la serv ancora ‘na cosa…n’dem a leser…ah, sì, l’Piano Procreativo Nazionale el va apruvà cun firma del President d’la Rpublica entro sessanta giorni, altrimenti el va a la Curt Custitusiunal…
(Genitore campano) facciamo finta d’averci capito qualcosa: e, se nu povero disgraziato nun coglie bbuono o’ tiro?
(Banditore) Ben, ma i vari P.P i gà dele tuleranse, se deve tener cunt delle gravidanse isteriche, delle gemellari…la cunferensa Stato-Regioni l’ha indicà, più correttamente, n’coefficiente de 29 +/- 2, cusì se va l’più visin possibile al ventisette…e poi, un diritto acquisito te fa salir in testa a la graduatoria per l’anno seguente, insomma…o te trumbi giusto secondo l’piano, e te gà diritto a na secunda prova, come alla “Ruota”, la dumanda de riserva…

(Genitore siciliano): ma a che minchia serve tutta ‘sta robba?
(Banditore, tono trionfale): ma a risparmià i dané, così ‘ste risorse umane se la pian in ti ciapp e ghe saran le Porsc per tutti…Serafino, fa entrà la machina!

Accompagnata dalle note di “Sei per sette quarantadue, più due cinquantaquattro”, e da due vallette con minigonna-mutanda e scollatura-topless, entra in scena, finalmente, l’argentea “Sborron”. Tripudio, apoteosi. Sul maxi schermo scorrono le immagini di Tardelli che urla per la vittoria dell’82. E Forza Italia.

Sipario.

Liberamente riproducibile in tutti i teatri del globo, dall’Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno.

13 maggio 2010

Tranquillamente suicidato



Mentre tutti erano attenti alle vicissitudini dell’economia, la Magistratura italiana ha iniziato a trattare il caso di Stefano Cucchi e, dalle prime avvisaglie, sembra che il “copione” sia il medesimo del caso Sandri, che ha già condotto alla scandalosa condanna (senza carcere) per l’agente Spaccarotella[1].
Ancora non s’è spento il clamore per le “stranezze” nelle imputazioni, che un altro caso arriva in cronaca – dopo Giuliani, Aldrovandi, Mastrogiovanni, Uva e tutti gli altri – ed è la volta di un altro Stefano, di cognome Gugliotta, al quale è andata meglio: il solito pestaggio e due denti spaccati[2]. Almeno, è ancora vivo.
Il poveraccio era stato scambiato per un altro tizio, segnalato come un agitatore nella kermesse del calcio capitolino, mentre stava semplicemente recandosi ad una festa. Staremo a vedere cosa s’inventeranno questa volta.

Intanto, scoppiamo dalla curiosità di poter leggere per esteso le motivazioni per le quali i magistrati – Vincenzo Barba e Maria Francesca Loi – hanno derubricato l’accusa per la morte di Stefano Cucchi, da omicidio preterintenzionale a favoreggiamento, abbandono d’incapace, abuso d'ufficio e falso ideologico per i medici dell’ospedale “Pertini”, lesioni e abuso d’autorità per gli agenti della Polizia Penitenziaria[3].
Intanto, la parola “omicidio” è scomparsa dal novero delle accuse, e questo la dice lunga sulla “piega” che prenderà il processo. Si ha un bel dire che l’accusa di “abbandono d’incapace” è grave e può trasformarsi, se acclarata, in 8 anni di carcere: vorremmo sapere cosa, dopo tre gradi di giudizio, rimarrà di quelle accuse. Il caso Spaccarotella docet: insomma, da una sola accusa “pesante” si fa uno “spezzatino” il quale, nei vari gradi di giudizio, perderà pezzi ad ogni dibattimento. Non l’avessimo già ascoltato, questo copione, per troppe volte.

Approfondendo un po’ la lettura sotto l’aspetto linguistico – perché l’interpretazione delle norme avviene anche alla luce della semplice lingua italiana – scopriamo che l’impianto accusatorio, al processo, seguirà le linee che andremo ad esporre.
All’inizio della vicenda, ci sono gli agenti della Polizia Penitenziaria che – “abusando della loro autorità” – ossia compiendo azioni che non dovevano compiere, “escono dal seminato”, ossia dalle loro competenze. Un po’ come un bidello che vuole farti una multa per aver posteggiato la moto di fronte alla scuola, o un vigile urbano che pretende di dichiarare guerra alla Spagna. In cosa consiste l’abuso?
Nel provocare delle lesioni. Ora, il termine “lesione” è assai vago: si va dal graffio provocato al vicino di banco con il temperamatite al calcio nel ventre scoccato con forza, il quale ti provoca un’emorragia interna e ti conduce alla morte in pochi minuti. Al momento, non sappiamo nemmeno se tali lesioni siano meglio specificate. Gravi? Lievi? Lesioni e basta.

Volontarie? Beh…se quegli agenti non erano sotto l’effetto di una potente droga psicotropa…sì, senza dubbio sapevano di picchiare. Almeno quello. Se quelle lesioni hanno – in definitiva – ucciso Stefano Cucchi, non potevano certo essere dei buffetti.
Insomma – raccontano i magistrati italiani – quegli agenti si sono lasciati un po’ andare…hanno smarrito per un attimo il codice deontologico ed hanno malmenato “un pochino” il povero Stefano Cucchi, gli hanno dato una “ripassata”…mica roba seria, per carità, non esageriamo…la quale non rientrava, però, nei loro compiti. Cattivoni: non fatelo più, eh?

Siccome Cucchi è stato “lesionato” – ricordiamo che l’impresentabile sottosegretario (minuscolo) Giovanardi giunse a dire che Stefano era morto perché fragile e drogato[4]: ha forse, il sotto-sottosegretario, inviato una “nota personale” ai magistrati? – viene ricoverato (dopo un po’, prima devono accorgersi che è stato veramente “lesionato”) all’ospedale Sandro Pertini, laddove si prendono cura dei carcerati. Se il vero Sandro Pertini fosse ancora in vita, so già chi farebbe “lesionare”.
Qui, dei pessimi medici commettono una serie di reati impressionante.

Per prima cosa lo abbandonano, giacché Stefano è dolorante e non lo curano, “favorendo” così la “negativa evoluzione” di quelle lesioni che gli agenti, “soprappensiero” per qualche istante, gli avevano procurato. Quando s’accorgono che l’hanno fatta grossa – semplicemente perché Stefano muore – iniziano a stendere la “cortina fumogena” per pararsi il sederino, commettendo così i reati d’abuso d’ufficio e falso ideologico. Insomma, mentre truccavano le carte del mazzo, non s’erano accorti che infrangevano la semplice consuetudine che proibisce di barare al gioco.
Seguendo la logica di quei magistrati, verrebbe quasi d’aver pena di questi poveri derelitti: più che altro, sembrano dei colossali ignoranti, dei “cinghiali laureati in Matematica Pura”, come affermava de André.

Il “corpus” di questa bella dissertazione – che, non dimentichiamo, è sfociata in delle accuse ridicole, solita roba da “un buffetto e via” – è la netta sensazione d’aver a che fare con determinismo senza limiti, quasi un manifestarsi del Fato. Tutto diventa casuale, quasi che degli Dei bizzarri avessero tutto previsto e favorito: un po’ la spiegazione del sotto-cerebrato Giovanardi che, inesorabilmente, dopo la morte di Stefano continuava a spargere fango sulla semplicissima constatazione che, un giovane che non aveva motivi per morire, in carcere aveva trovato chi glieli aveva prontamente forniti.
Tramite la derubricazione delle accuse, si volge il capo dall’altra e si finisce per non scorgere più i fatti: Stefano Cucchi è entrato sano in carcere e ne è uscito cadavere. Cadavere, capito? Morto.

Ora, chi lo Stato un po’ lo conosce, sa che ci sono cose dette nelle righe e fra le righe: avviene in tutti i comparti, dalla scuola ai ministeri, dalle amministrazioni periferiche alle strutture di controllo del territorio.
Siccome i dettati legislativi sono così aleatori da contraddirsi ad ogni piè sospinto, è compito dei dirigenti cercare d’appianare le mille contraddizioni che un potere politico assente finisce per generare.
Così, fra le righe, viene detto ciò che le righe non raccontano, non spiegano, rimandano, non chiariscono, nascondono.
Non vorremmo che, qualche “riga” non detta ed aggiunta “fra” le righe, sia “sfuggita” a qualche dirigente di polizia ed abbia generato gli oramai tanti casi di omicidio in carcere, botte, gente malmenata e “suicidata”: non troviamo altra giustificazione per gli oramai troppi casi di “sbagli”, “scambi di persona”, “incidenti”, “eccessi” e via discorrendo.
Il sospetto che ci coglie, è che qualcuno abbia aggiunto fra le righe ciò che nessuna riga conteneva: sarebbe il caso d’intervenire rapidamente, prima che i casi aumentino.
Se così non fosse, dovremmo concludere che quel “fra le righe” fosse contenuto – in forma blanda, suadente, contraddittoria, ermetica, esoterica, melliflua o contorta – “nelle” righe e, questo, nessuno Stato democratico – che accende le luci del Colosseo quando una condanna a morte viene trasformata in detenzione! – potrebbe mai permettere. A meno d’essersi trasformato, nella notte del dottor Jekyll, in mister Hyde.

Ma, chi è genitore, può provare per un attimo a ricordare la fatica di tirar su un figlio: le apprensioni, le malattie, qualche volta l’ospedale, i rimproveri dati con il cuore gonfio…e poi le gioie degli abbracci, dei sorrisi, le speranze, le delusioni, ancora fatiche…stai attento con quel motorino…lascia perdere: vengo io a prenderti in discoteca, anche alle tre di notte…
Poi le speranze: dai, provaci ancora a rimediare quel 4 in Matematica, almeno passi l’Estate tranquillo…vedrai che ci riuscirai, che quel lavoro l’avrai…
Le delusioni: perché ti sei lasciato andare in quella storia di coca…ma cosa speravi di ricavarci…dai, ti aiuteremo ad uscirne…
Queste (e molte altre) sono le fatiche di qualsiasi genitore: qualche volta alcune non si presentano, ma un buon plafond è comune per tutti.

Dopo tutto questo, ai genitori di Stefano Cucchi la giustizia italiana (minuscolo) si presenta dicendo che il loro figlio è stato “lesionato” soltanto per un misero “abuso d’autorità”, e che non gli sono state prestate le necessarie cure perché hanno semplicemente deciso d’abbandonarlo al suo destino?
Come madri, come padri – se siamo un popolo che ancora ha in sé i semi della giustizia e dell’uguaglianza di fronte alla legge – dovremmo inviare tutti un fiore a quei genitori, perché sappiano che tanti altri genitori italiani sono con loro. E una pernacchia, a questa giustizia che non osiamo definire da “terzo mondo”, soltanto perché in tante parti del Terzo Mondo è più civile.

C’è una petizione aperta per chiedere la verità sulla vicenda di Stefano, che è vergognosamente ferma a circa 120 firme a questo indirizzo:

http://www.petizionionline.it/petizione/cucchi-firma-perche-almeno-questa-volta-sia-fatta-giustizia-e-venga-fuori-la-verita/146

Saranno solo firme, ma costa poco firmare per raggiungere le 5.000 firme ed inviare la petizione. Coraggio.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

09 maggio 2010

25 miliardi di calci in bocca

E’ stata passata come una noterella a margine del gran tourbillon greco, un modesto “aggiustamento” dei conti pubblici italiani – se s’ha da fare, si fa… – perché la crisi…i conti…la congiuntura economica…il riequilibrio…l’Europa…le agenzie di rating…
Ma sono 25 miliardi di euro. Forse, il numero “50.000 miliardi di lire” farebbe più effetto, ma oramai non si può più ragionare in lire: troppo diverso il potere d’acquisto reale, le retribuzioni, la struttura stessa della società italiana, ecc.
Il piccolo numeretto, però, è una di quelle quantità che mettono i brividi.

Tremonti, si sa, vive nel suo studio e, calcolatrice alla mano, dovrà cercare di far quadrare conti che non hanno più quadratura perché è considerato da Berlusconi soltanto un “magico contabile”, colui che in qualche modo dovrà rimettere le cose a posto. Che non ha, però, voce in politica, ossia nella programmazione economica del Paese, nelle scelte che contano: fai bene i conti e taci, più volte Berlusconi ha ammesso che Tremonti lo “infastidisce” con il suo rigore, però non ne può fare a meno.
Qui, appare in tutta la sua tragicità il limite dell’uomo di Arcore: vede l’Italia soltanto come un’azienda. Basta mettere gli uomini giusti nei settori chiave dell’amministrazione, poi il business va avanti da solo: troppi anni, trascorsi in una posizione di privilegio – quasi un monopolista, sin dai tempi di Craxi e dei vari “decreti Berlusconi” per favorirlo – lo hanno forgiato a credere che la gestione dello Stato sia solo una questione di bilancio (da affidare, appunto, all’uomo “dei conti”) per dedicarsi alla conquista del suo “azionariato” elettorale.
Il solito pudding di sondaggi, numeri, affermazioni…la politica è soltanto una ricerca di mercato, nient’altro, l’Italia una S.p.A. (che dovrà, prima o dopo, portare i libri contabili in Tribunale).

Così, Giulio Tremonti si è trovato – solo – ad affrontare l’audizione parlamentare nella quale doveva comunicare ai deputati quali fossero le sue linee d’intervento per risolvere il problema: a dire il vero, era in “scarsa compagnia”, giacché ad ascoltarlo c’erano soltanto 58 deputati, meno del 10%.
C’è stato un possente clamore su tutti i media per quel disinteresse, quel fregarsene di comunicazioni così importanti e decisive per il futuro del Paese: ai più – anche se il momento, solo per la sua gravità, avrebbe richiesto almeno una presenza per “educazione istituzionale” – è sfuggita la vera ragione di quelle assenze.
In realtà, Tremonti poco aveva da dire, poco ha detto e poco ha lasciato intendere: la solita solfa che tutto è a posto…il consueto sciorinare dati sul futuro (che, poi, se saranno diversi…chi lo ricorderà?)…l’inflazione sotto controllo (e chi compra più niente, con i chiari di luna che ci sono?)…la pressione fiscale che scenderà (per salire quella degli enti periferici): insomma, non proprio un “tutto va bene, madama la marchesa”, ma solo “qualcosa va, dove non si sa, ma va.” Il che, non ha proprio sollecitato i parlamentari (che già sapevano) a correre ad ascoltarlo.

Quei 25 miliardi di euro, che Tremonti dovrà far saltar fuori in un biennio – l’1,6% del PIL – ci sembrano, però, una goccia che può far tracimare il vaso delle sempre più fibrillante politica nazionale. Perché non sono una “goccia”, sono in realtà un bicchiere bello colmo, che dovrà scovare in un panorama economico asfittico per varie ragioni.

La prima – e più importante – è la mancanza di una politica economica: per Berlusconi, i vari Ministri sono soltanto dei prestatori d’opera. Fissato un obiettivo e stabilita la prassi per raggiungerlo, il compito dei vari Scajola, Brunetta, Matteoli e via discorrendo è soltanto quello di rispettare i vincoli di bilancio imposti da Tremonti e di fornire un quadro che sia spacciabile, sotto l’aspetto pubblicitario, come il meglio su piazza. Ancora l’impostazione aziendale.

La seconda è di natura internazionale: Silvio Berlusconi ha cercato più “sponde” in politica internazionale, quando ha compreso che l’avvento di Obama gli avrebbe precluso quella “familiarità” della quale godeva con la precedente amministrazione. Addirittura la provocazione di Gheddafi.
Vorrei precisare che fui fra i primi a porre dei dubbi sulla “rivoluzionaria” figura di Obama, e questo in tempi non sospetti: lo raccontavo il 6 Gennaio del 2008, quando era ancora in corsa per la presidenza la Clinton in “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?” [1]
Oggi, l’attacco all’Europa di Obama (le modalità dello stesso sono irrilevanti: le servili agenzie di rating, le vendute burocrazie europee, ecc) si è materializzato colpendo, ovviamente, gli “anelli deboli” ed è riuscito a riportare l’euro ad un cambio intorno ad 1,25 – ossia a quello che già avevo indicato nel 2003 in “Europa svegliati!”[2] – come un rapporto credibile di cambio che teneva conto delle reali potenzialità e differenze fra le due aree economiche.

Soprattutto – e qui bisogna “tirare le orecchie” ai fautori dei “numeri” come soli indicatori economici – per il diverso approccio al risparmio fra i due continenti: il dato che più faceva (e fa) paura negli USA è l’inveterata tendenza a spendere più di quel che si ha. Altro che risparmiare.
Alla lunga, il meccanismo – così ben “oliato” dal sistema statunitense delle carte di credito, del “think pink”, della pubblicità osannante, del “sogno americano” da realizzare ad ogni costo, ecc… – si è rivelato una trappola irta d’aculei, che ha obbligato il sistema ha creare quel mostro dei mutui truccati. Sostanzialmente, un modo per creare ricchezza dal nulla e far pagare, dopo, lo scotto alla collettività planetaria, come avevo indicato nel Settembre del 2008 ne “Il crepuscolo degli Dei[3].
Il mutato rapporto di cambio allontanerà, per gli USA, lo spettro della concorrenza dell’euro come moneta per gli scambi internazionali: ho assistito in silenzio, per anni, a tanti sproloqui su fantomatiche nuove monete e nuovi assetti “mondialisti”. Oggi, questa crisi riporta in auge la realtà: gli USA sono ancora i padroni del Pianeta e lo saranno ancora per molto, seppur in una inevitabile fase calante. Ricordiamo il discorso d’insediamento di Obama: “Noi non negozieremo mai il nostro stile di vita”. Lo negozino, per noi, i greci, che hanno un debito risibile, pochi spiccioli se confrontati con la voragine statunitense.

Non ci sarà, inoltre, nessun (o scarsissimo) vantaggio dalla svalutazione dell’euro per l’economia europea (e, soprattutto, italiana), giacché una svalutazione del 15-20% non intacca minimamente le potenzialità della Cina e delle economie asiatiche nella produzione dei beni di consumo: anche con l’euro ad 1,25 sul dollaro, nessuno può sognarsi di fare concorrenza a chi vende un computer per 100 dollari (o meno).
Se, un tempo, una svalutazione dell’euro avrebbe favorito le merci europee negli USA, oggi dobbiamo riflettere che la gran parte della popolazione americana non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Figuriamoci entrare all’emporio Armani o pasteggiare con il Brunello.
Qualche chance in più l’avrà chi produce la nuova tecnologia energetica – in Europa, soprattutto la Germania – mentre l’Italia, con i suoi “sogni nucleari”, è e rimane al palo nonostante la generosa creatività dei suoi ricercatori e dei suoi ingegneri.
L’unica vera differenza la scopriremo ai distributori di carburanti i quali, anche con il petrolio in calo, acquisteranno in dollari e ci presenteranno il conto in euro svalutati.

Ritornando a bomba, su quei 25 miliardi che Tremonti dovrà far saltare fuori dal cappello nei prossimi due anni, possiamo concludere che non ci sono concrete speranze di un’inversione di tendenza per l’economia reale italiana, ossia di una sua maggiore affermazione sui mercati mondiali. Da noi, si chiude perché gli archibugi non interessano più a nessuno e sul piano internazionale non godiamo di grandi appoggi: Russia a parte, ma vatti a fidare di Putin.
Questa è l’economia reale italiana, un luogo dove le aziende chiudono per la mancanza di una vera politica economica, per il passo “stratosferico” raggiunto dalla commistione fra i boiardi di Stato e la classe politica: la nota vicenda legata a Bertolaso, Anemone e Scajola è sintomatica per comprendere il fenomeno non tanto sotto l’aspetto delle corruttele, quanto sulla negazione e sottovalutazione degli aspetti dell’economia reale.

Insomma, se con qualche tangente e qualche “massaggio” riesco a costruire tot metri cubi, pur pagando le dovute tangenti, in fondo ho incrementato il PIL…che male ho fatto?
Ho, praticamente, costruito sulle sabbie mobili, poiché quei milioni di metri cubi di cemento non costituiscono niente sotto l’aspetto della reale politica economica: sono, soltanto, l’estremo tentativo di rimediare alla sua mancanza “drogando” il PIL con una “iniezione” di cemento. Un embolo assicurato: se non ci credete, leggete “La guerra di Cementland[4].
Come ben sappiamo, servono poi i “supporti” per addolcire la pillola: la stampa, l’informazione diventa il luogo dove – ad ogni inizio d’anno – s’ammansiscono previsioni rosee[5] sull’economia e sulle esportazioni per poi, quando giungono i dati reali (e basta con queste previsioni! Ci azzeccava di più Nostradamus!), certificare il fallimento delle “scientifiche” previsioni. [6]

La crisi economica, data per “finita” un po’ troppo presto, sta oggi mostrando i suoi effetti sui conti pubblici: un miliardo in meno d’entrate tributarie nel solo primo trimestre del 2010![7]
Le domande che ci poniamo sono: dove troverà Tremonti quella montagna di soldi? Sarà lui a doverli trovare? Per una simile operazione, dovranno anche cambiare capoccia? Riusciremo a scapolare il “rischio Grecia”?

Per comprendere la gravità della situazione, riflettiamo che la cosiddetta “riforma Gelmini” – in realtà una serie di tagli concordati da Tremonti e Brunetta e controfirmati dalla neo-mamma, che darà il colpo finale alla scuola italiana – prevede 7,8 miliardi di “risparmi”. Sì, ma in cinque anni.
Fu pianificata per bilanciare l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati (per una fascia più bassa già l’aveva eliminata Prodi): questo, per dire che quei soldi sono già previsti a bilancio, così come i proventi della “tassa sulla malattia” – a nostro avviso incostituzionale: opposizione, dove sei? – imposta ai pubblici dipendenti, un introito che s’aggira sul miliardo l’anno. Già, ma questo è il passato.

Vorrei segnalare ai lettori queste premesse, poiché è difficile pensare ad ulteriori “suzioni” dai pubblici dipendenti: la ragione non è da ricercare in un improvviso afflato d’amore di Brunetta per i suoi “dipendenti”, quanto per i riflessi che avrebbe sulla domanda interna, già al lumicino. Potranno sì aggiungere qualche “taglio”, ma nulla che sia significativo per quella montagna di soldi da scovare.
In Grecia, da un paio di mesi, hanno iniziato a “sforbiciare” le pensioni, operando in modo proporzionale: circa 200 euro – tanto per capire l’ordine di grandezza – su pensioni medio-alte. E’ percorribile, in Italia, una simile proposta?
Teoricamente sì, praticamente farebbe saltare il banco: è prassi consolidata, in Italia, che le pensioni non si toccano. Perché? Poiché nessuno – in un quadro dove un (qualsiasi) governo è votato da circa 30 italiani su 100 – può permettersi un simile azzardo, farebbe “impazzire” quella base elettorale consolidata che è l’unica ancora fedele alla politica. Un patto di ferro: tu non tocchi e noi votiamo, difatti le punte d’assenteismo sono fra i giovani.

Altro, possibile scenario, è compiere quella “riforma” che Prodi annunciò – e che gli fece perdere milioni di voti – ossia portare la tassazione sulle rendite (vari buoni: BOT, CCT, Poste, ecc) dal 12% al 20% com’è nel resto d’Europa.
Anche qui, però, ci sarebbe da attendersi una “rivoluzione elettorale”, poiché i possessori di questi titoli sono dispersi fra la popolazione, ricca o meno, Nord e Sud, destra e sinistra. Difatti, Prodi rinunciò.
Per la stessa ragione, non si può fare un’altra controriforma delle pensioni, poiché non è possibile farne una ogni due o tre anni. Già c’è l’accordo – felicemente controfirmato da UIL e CISL, grandi difensori dei lavoratori! – per legare l’età della pensione all’aspettativa di vita! E poi, questo vale solo per una parte dei lavoratori: i giovani non hanno quasi più accantonamenti pensionistici!

Insomma, sul piano degli interventi “politici” c’è oramai poco da raschiare senza compromettere la propria base elettorale: Berlusconi mai farà pagare le tasse a chi non le paga, mai farà una seria riforma degli Studi di Settore, poiché il “popolo delle partite IVA” è il nocciolo duro del suo elettorato (e della Lega).
In egual modo, è improbabile un intervento sui dipendenti privati (soprattutto gli operai) poiché la Lega ha oramai in pugno l’elettorato che fu del PCI, mentre l’attuale “maretta” fra Fini, parecchi ex AN e Berlusconi riguarda proprio il “trattamento” riservato da Brunetta ad una consistente parte della base elettorale che fu di AN, ossia il pubblico impiego, soprattutto al Sud.

Più probabili degli interventi di tipo finanziario: già nella scorsa Finanziaria, ci fu il prelievo di 3,5 miliardi di euro dal fondo TFR dell’INPS per destinarli alla spesa corrente. Attenzione, alla spesa corrente, non in quella in conto capitale: cosa mai avvenuta in passato.
Questo è un precedente importante, poiché potrebbe schiudere la via ad interventi sulle altre casse previdenziali (INPDAP, ad esempio, ma anche altre) oppure sulla Cassa Depositi e Prestiti, che è finanziata in larga parte con il risparmio postale. La trasformazione delle Poste, da sistema di trasporto a banca, non è stata casuale.
Giocando, come le banche, sulla certezza che solo una piccola parte del denaro depositato viene movimentato, qualcuno potrebbe pensare d’impadronirsi – ovviamente come “prestito” – dei soldi depositati sui libretti postali. Una sorta di consolidamento del debito. E, una vocina che vaga per l’aria, ci dice che Tremonti ci sta meditando.
D’altro canto, la nomina di Massimo Varazzani alla presidenza dell’ente, portò proprio il suggello di Tremonti[8].

Un simile intervento, però, sarebbe di ben altro livello rispetto alla consueta prassi della Cassa – i soldi prestati ad Alemanno per Roma vengono da lì, ma sono centinaia di milioni, non decine di miliardi – e potrebbe ingenerare qualche “mal di pancia” se non, addirittura, la fine di quella “cassa a basso costo” che da sempre è la Cassa Depositi e Prestiti.
C’è sempre, inoltre, la dismissione e la vendita ai privati del patrimonio immobiliare degli Enti Locali e dello Stato (il precedente governo, già s’era “mangiato” quello militare): anche qui, però, il “passaggio” rivela alcune “strettoie”.
Ammesso e non concesso che possa essere “cartolarizzato” quel patrimonio – giungeremo a venderci la Fontana di Trevi? – le operazioni di privatizzazione, in Italia, ben sappiamo che vanno ad arricchire i soliti noti e portano solo le briciole nel bilancio. Quando, addirittura, un Ministro si dimette “per capire chi gli ha dato 900.000 euro per comprar casa” c’è da fidarsi, come no.

In definitiva, ciò che Tremonti ha in mente è probabilmente un piano finanziario su due fronti: Cassa Depositi e Prestiti e patrimonio immobiliare, sempre che la frittata riesca con il buco e senza sporcar troppo la cucina.
E qualora la frittata finisse a terra?
Beh, in quel caso sarebbe il Governo a farne le spese, inevitabilmente, perché sarebbe necessario “toccare” quei settori di cui sopra, che scatenerebbero l’anarchia elettorale.

Una piccola voce che mi colpì, nella disfida fra Berlusconi e Fini, fu l’invito alla prudenza che Gianni Letta – del premiato studio associato “Letta&Letta” – quasi accoratamente rivolse a Berlusconi.
Attenzione – disse Letta – non sottovalutare che, proprio in questi giorni, Luca di Montezemolo ha abbandonato la presidenza della FIAT e non ha più incarichi rilevanti in Confindustria. Come a dire: occhio, che quello – da domani – è libero battitore.
Quella notiziola, potrebbe rappresentare le fondamenta per un “piano B”, che veda il “banco” saltare e salire al potere i veri “uomini forti” della finanza internazionale. I quali, a dire il vero, non amano molto calcare il proscenio ma, se le condizioni fossero disperate, partirebbero anch’essi per la guerra.

Insomma, il solito governo tecnico presieduto dal Montezemolo, con Draghi – magari Tremonti a fare il contabile, in fondo è un uomo per tutte e stagioni – e tutti i corifei in crisi d’astinenza di potere, da Fini a Di Pietro. In fondo, non ci vorrebbe molto: con uno scandalo il giorno, si sopravvive male e poco, e se Berluskaiser si fa le leggi per sopravvivere, gli farebbero il vuoto intorno. Già le prossime puntate del reality “Bertolaso & Co.” s’appressano.
Quale delle due soluzioni?

In realtà, sono soltanto susseguenti l’una all’altra, inevitabilmente.
Gli interventi del “Piano A” di Tremonti sono, sostanzialmente, la solita politica di posticipare i guai al giorno dopo, nella speranza che arrivi qualche “miracolo economico” che nemmeno Dio sceso in terra potrebbe realizzare.
L’intera economia europea ed americana sono al lumicino – questo è il vero dato di fondo – e questi mezzucci sono ciò che possiedono e propongono gli omuncoli politici, dal FMI alla BCE, da Obama alla Commissione Europea: figuriamoci cosa può fare la servitù degli omuncoli, ossia la casta politica italiana.
Perciò, il governo tecnico “castigamatti” è la certezza: nel tempo, non ci sono altre soluzioni.

Non vogliamo nemmeno entrare nella noiosa disquisizione della serie “sarebbe possibile se nuove forze politiche…”, eccetera, eccetera: non esiste nessun “Piano C”, soprattutto perché quelli che potrebbero proporlo non hanno voce in capitolo, cioè noi.
Perciò, accomodiamoci ancora una volta di fronte al PC od alla TV per seguire l’ennesima puntata del “reality Italia”: al minimo, avremo qualcosa da discutere al bar.

PS. Un una notizia appare a ciel sereno: il parco automezzi dello Stato e delle Amministrazioni – le cosiddette “auto blu” – pesa ogni anno per 18 miliardi sui bilanci pubblici, giacché abbiamo 574.215 automezzi per il diletto dei nostri amati governanti et similia. Siamo i primi al mondo: gli Stati Uniti sono secondi con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000)[9]. Basterebbe portarci al livello della Francia per ridurre praticamente ad un decimo quelle spese, così con 2 miliardi l’anno manderemmo in giro solo quelli che lo meritano. E con i restanti 16 miliardi?
Beh, tolti i 12,5 miliardi per i conti pubblici, gli altri 3,5 miliardi li destinerei ad un reddito di cittadinanza (o disoccupazione, od altro) per la parte meno abbiente della popolazione: 300 euro il mese per 12 mesi per quasi un milione d’italiani. Sarebbero pochi, ma sempre meglio che 25 miliardi di calci in bocca.

Già, ma questo farebbe parte le “Piano C”: ditelo piano, bisbigliando, non s’ha da sapere.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
[2] Carlo Bertani – Europa Svegliati! – Malatempora – Roma – 2003.
[3] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/il-crepuscolo-degli-dei.html
[4] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[5] Fonte : http://www.businessonline.it/news/8246/Esportazioni-italiane-le-nazioni-emergenti-le-supereranno-nel-primo-trimestre-2009.html
[6] Fonte: http://www.businessonline.it/news/9544/Esportazioni-in-Italia-nel-2009-fatturato-dati-e-statistiche-Crolla-il-Made-in-Italy%20.html

[7] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/fisco_a_marzo_il_calo_degli_occupati_riduce_le_entrate_contributive_dello_0_6_-3890321/
[8] Fonte: http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6848&T=A
[9] Fonte: http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/

03 maggio 2010

Da GIPSI a PIIGS



Solo un breve spostamento di lettere, un anagramma. Tanto basta al gran calderone mediatico/bancario per mandare all’inferno 200 milioni di persone che vivevano normalmente, prima che qualcuno – forse dopo qualche bicchierino di più – s’immaginasse un bel continente tutto uguale, da colorare con la stessa matita, così i bambini delle elementari non sbordavano più i confini e le maestre era contente.
200 milioni di persone che abitavano ed abitano le nazioni fra le più antiche della Terra, quelle che hanno creato addirittura le parole, il verbo, i termini che oggi servono per condannarli.

Sapete cosa significano οìκος (oikos) e νόμος (nomos), signori della city di Londra?
Stanno a significare il “governo della casa”, quel concetto in sé semplice che significava – per ampliamento alla città, poi allo Stato – “economia”, ossia come ripartire le ricchezze, ove convogliarle, risparmiarle, impiegarle per migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Per farle vivere meglio, non peggio.
Già, le “popolazioni”. Ve n’è mai importato qualcosa?

Ve ne siete fregati, ve ne siete sbattuti allegramente mentre correvate dietro ai vostri penosi sogni di gloria, ai vostri arzigogoli istituzionali che avrebbero condotto un continente, nato quasi tremila anni fa con enormi differenze climatiche, culturali, linguistiche, religiose…all’uniformità generata da…una moneta!
Un pezzo di metallo o di carta che travalica monti e mari, un nuovo Dio da adorare, al quale tutto sacrificare: famiglie, terre, case, vite, figli, sogni, tempo, vita ma…vi rendete conto, almeno, della vostra follia?
I grandi filosofi greci v’avrebbero riso in faccia e v’avrebbero confinati in una commedia – ma di quelle per il popolino – di qualche autore minore, di quelli che non sono nemmeno giunti a noi. Chi? Aristofane? Ma per favore…

A voi è bastato creare un acronimo…e che ci vuole? Anche noi possiamo crearli…non ci credete?
Con Gran Bretagna, USA, Australia, Singapore, Taiwan ed Israele possiamo creare i GUASTI. Con Malta, Albania, Lettonia ed Estonia il MALE. Con Polonia, Arabia Saudita, Colombia, Canada ed Olanda il PACCO. Ci volete sfidare? La fantasia non ci manca.

Solo degli stolti potevano immaginare che bastasse una moneta per dichiarare “fatto” un continente: ho provato con il vostro metodo ad affermare “quest’orto, avrà una sola zappa” e poi mi sono fermato. Solo erbacce. Credetemi: non funziona.

Una vera costruzione europea doveva partire dalla politica, non dall’economia: bisognava armonizzare il continente rispettando tutte le sue componenti. Difficile, eh?
Certo che lo è ma, un passo alla volta, forse qualcosa di buono sarebbe nato.
Invece, ai grandi appuntamenti politici internazionali – vogliamo ricordare le guerre in Oriente, la questione palestinese e tutta la politica internazionale – si è sempre andati “tutti insieme, in ordine sparso”. Oh, non sono parole mie: di Solana, quello che doveva essere il Ministro degli Esteri europeo. Segno che il fallimento era già in atto.

Di fallimento in fallimento – bocciate le varie costituzioni, dichiarate “vomitevoli” dove hanno avuto il coraggio di proporle – vi siete dovuti inventare un sordido trattato. Lo avete fatto a Lisbona, il più lontano possibile, poi l’avete scritto in modo incomprensibile, lo applicate soltanto per i passi che sono favorevoli alle caste economiche mentre, per una giustizia equa in tutto il continente, dovremo aspettare le calende greche. Eh, ‘sti greci, sempre a mezzo a rompere le scatole…

Adesso, aspettiamo la certificazione del vostro fallimento: speriamo che v’accontentiate di portare i “libri in tribunale”, senza tristi ed inutili epiloghi. Non scocciateci oltre.
Non continuate su questa strada – rendetevene conto – perché sarà del tutto inutile chiedere il sangue ai greci, poi agli spagnoli, agli italiani…non funzionerà. Perché?
Poiché il sistema di riferimento che ci proponete – l’economia “fulgida e moderna”, quella del terzo millennio – è già fallita nella culla: chi ha creato la bella pensata di trasformare l’economia in un piatto di poker? Chi ha inventato la parola subprime? Chi ha giocato sulla pelle della povera gente, vendendo e rivendendo come al Monopoli certificati di credito fasulli?
Ci spiace: il poker non è roba nostra, al massimo lo scopone, che ha moltissime varianti nell’area mediterranea. Al più, ci giochiamo un caffé o un bianco: l’abitudine di giocarsi la casa l’avete portata voi, e i più grulli ci sono cascati.

Ma, a sentire lontane campane, non sembra che dalle vostre parti le cose stiano andando tanto bene: addirittura, pare che il “banco” – ossia gli USA, il gran capo dei GUASTI – stia andando in bancarotta. Perché, allora, prendersela con i poveri greci?
Quando ci fu da “soccorrere” il grande baro di Washington – “Piano Paulson”, ricordate? – la BCE tirò fuori una sequela di miliardi da far paura per salvare le banche…ma…chi aveva creato il “buco”? Un pescatore greco? Un operaio italiano? Un contadino portoghese? Qui, mi sa che i maiali sono altri, e forse avremmo anche qualcosa da insegnarvi.
Forse, dovremmo tornare indietro e riconsiderare le nostre scale di valori: ad iniziare dal denaro e dalla ripartizione della ricchezza. Tornare a parlare di cose “comuni” e non “private”, l’aggettivo che è diventato il vostro credo e che ci sta conducendo alla rovina.

Il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha dichiarato: “La macchia nera di petrolio non solo minaccia le nostre zone paludose e la nostra industria ittica, ma anche il nostro stile di vita”.
Ebbene, cari signori della BCE, del FMI e del chicazzonesò di qualche altro consesso d’autorevoli “esperti”, “economisti”, “analisti” eccetera eccetera…la nostra marea nera siete voi, con le vostre richieste usurarie, con quei trucchi da bari mediante i quali ci avete turlupinati. Andateci voi, all’inferno, invece di “rovinare il nostro stile di vita”: globalizzatevi l’asso di bastoni, ma dove dico io.

Perciò, vi rimbalziamo con gran gioia lo schifoso epiteto che ci avete incollato addosso – perché le regole truffaldine del gioco sono le vostre, non le nostre – e preferiamo il più gentile GIPSI.
Se non altro, ci ricorda visi gentili ed abiti colorati, calderai e piccole maghe che leggevano la mano: gente che ha percorso la nostra Europa per secoli inseguendo dei sogni.
Per noi, scusateci, sono cose che hanno ancora valore: come raccontava De André in Khorakhamè, certe frasi non sono da tutti – meno che mai dei maghi di Wall Street – e preferiamo ascoltare “chi sa di raccogliere in bocca il punto di vista di Dio”.

Andate cordialmente all’inferno, nessuno si volterà per salutarvi.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

29 aprile 2010

Magia nucleare

“La natura dei popoli è varia; ed è facile a persuadere loro una cosa, ma è difficile fermarli in quella persuasione.”
Niccolò Machiavelli

Dalla Francia alla Russia – evitando però la Germania, dove hanno deciso che, man mano che le centrali nucleari diverranno obsolete, semplicemente le spegneranno ed utilizzeranno energia rinnovabile – il Grande Capo Capelli Dipinti stringe mani ed accordi, celebrando il gran ritorno dell’Italia al nucleare.
Non prima di tre anni, però, per iniziare la prima centrale e dove ancora non si sa. Siccome esiste ancora un “rischio elezioni”, non sia mai che si spiattellino segreti di Pulcinella come i luoghi dove sorgeranno futuri siti nucleari, e si perdano così i voti dei “favorevoli sì, ma nel giardino del mio vicino”.

Questi famosi siti – verrebbe da dire “elementare, Watson” – per una questione tecnico/legale, salvo qualche new entry saranno quasi tutti nelle zone dove c’era già prima una centrale, poiché quelle aree già possiedono le necessarie autorizzazioni. Le autorizzazioni non invecchiano mai, i referendum invece sì: magia nucleare.
Ovviamente, la colpa di questi ritardi è solo da imputare al “gran lavoro” che la commissione d’esperti, nominata ad hoc, si trova sul groppone per districare il contorto groviglio geografico/istituzionale dei futuri siti.
Il che, fa sospettare che i famosi “esperti” abbiano frequentato un anticipato anticipo della Riforma Gelmini poiché, anche sapendo assai poco di Geografia, non ci vuole tanto a capire dove le centrali potranno essere costruite, ossia in aree non sismiche e ricche d’acqua dolce.
Può anche darsi che una futura riforma istituzionale istituisca nuove aree non sismiche: Sicilia, Friuli, Umbria…per decreto. All’unanimità, Gelmini compresa.

Il garante di tutta l’operazione è quel galantuomo di Scajola – quello del “rompicoglioni” al defunto Marco Biagi – che adesso pare abbia comprato una casupola nel centro di Roma con un pagamento in nero di 600.000 euro, pagati – si dice, la Magistratura dovrà accertarlo, sempre che domani possa ancora accertare qualcosa dopo che sarà stata “riformata” – dal costruttore Anemone, uno dei “fiori di campo” della “serra Bertolaso”.
Insomma, con le competenze geografiche della Gelmini e lo specchiato fulgore morale di Scajola, più la benedizione del Banana, possiamo affermare d’essere in buone mani. Anzi, in una botte di ferro, come Attilio Regolo.
Eppure, non si sentono sicuri.

C’è forse un ripensamento…che so, almeno un atto di dolore per aver infranto una decisione che gli italiani avevano preso con un referendum abrogativo? No, niente.
Su quel referendum hanno glissato perché – essendo un referendum abrogativo – sotto il profilo legale aveva abolito le leggi che istituivano il nucleare dell’epoca: basta fare una nuova legge!
Fare, oggi, un referendum consultivo? Eh…mica sono scemi…eppure sarebbe il minimo. In una democrazia vera.
Chi ancora, però, non confonde le coltellate alla schiena con la democrazia ateniese, qualche mal di pancia lo scorge perché quella campagna referendaria si giocò proprio sulla scelta fra mantenere il nucleare oppure abolirlo. Una scelta politica, di campo: mica per abolire il decreto numero…della legge numero…e il comma…

Serve, allora, una vigorosa campagna pubblicitaria[1] per convincere gli italiani che il nucleare è bello, fa bene e non ingrassa. Pare che abbia anche dei positivi riflessi sulla cute, sulle rughe e sulla circonferenza dei glutei: ancora non si sa se la testimonial sarà Carlà Brunì in Sarcofagò, oppure la più “ruspante” Michela Brambilla in Ministerium. E in reggicalze. Deciderà la commissione d’esperti.

Già me la vedo quella pubblicità.
Prevedo carrellate “lunghe” su paesaggi incontaminati dove – solo in lontananza, sia chiaro – comparirà un etereo sbuffo di vapori iridescenti, mentre la sommità del reattore sarà truccata con Photoshop per assomigliare alla pipa dello zio Amilcare. Come colonna sonora, ovviamente, la Sesta di Beethoven.
Poi – se ne occuperà “Striscia la notizia”? – ci faranno entrare in un’abitazione francese con la famiglia che attende il desco. Il più piccolo dei figli avrà un girello che sembrerà l’Atomium di Bruxelles, mentre la mamma mescolerà la minestra nella zuppiera e, nei vapori, compariranno le stelline di Natale. Musica: We are the (atomic) World.
Infine, il capofamiglia condurrà la telecamera nel garage dove, ben allineati, ci saranno tre mastodontici SUV tutti con la scritta “dono di EDF”. Musica: la Cavalcata delle Valchirie di Wagner. Qui, la metà dei maschi italiani in età da scorrazzata notturna a tutto gas, raggiungerà l’eiaculazione.

Eh, se non ci fosse lui…chi avrebbe mai pensato – al posto dei noiosi dibattiti, della valutazione dei rischi, dell’impennarsi del prezzo dell’Uranio, della questione delle scorie, dell’eolico che da un paio d’anni, negli USA, produce più del nucleare, e poi ancora… – che la questione va sistemata, semplicemente, a suon di spot?
Siamo o non siamo un Paese di cerebrolesi?
Insomma, un po’ quello che noi facevamo credere alle giovani albanesi che appassivano curve sui libri: oggi, per fortuna, la loro salute è salva perché stanno all’aria aperta e passeggiano nei viali italiani.
Il Banana stesso, durante l’ultima visita a casa degli Skipetari, ha raccomandato al premier di Tirana di continuare con le forniture di carne fresca.

Così, con i soldi pubblici della RAI – paradosso: anche con i soldi di quelli contrari! – sarà allestita una bella campagna pubblicitaria, con tutto lo staff prelevato fra figli, nipoti, cugini e parenti vari dei notabili pidiellini. Uno staff ben pagato, ovviamente: chissà se questa volta scoppierà pubblicopoli?

Ci ha colpito, in questi giorni, l’affermazione del buon Scajola – “una faccia, una razza”, come dicono in Grecia e noi aggiungiamo “una certezza” (!) – nella quale sosteneva che la maggioranza degli italiani è oramai favorevole al nucleare. Poche balle, su. Addirittura, il 54%![2].
Peccato che non siano stati comunicati gli estensori della ricerca, le metodologie…niente. Lo dice Agi Energia è ciò vi basti, popolo incredulo: direttore responsabile Giuliano De Risi, nominato a quel posto nel 2005. Regnante sempre lui, il Banana.

Ora, che la questione del nucleare non possa essere affrontata a colpi di sondaggi (e di pubblicità) è papale, però ne ho scovati parecchi che raccontavano cose un po’ diverse. E, importante, tutti citavano le fonti degli istituti di ricerca, dai quali si possono ricavare le metodologie adottate. Li riporto nelle note [3] [4] [5] [6].
Poi, che Legambiente tiri da una parte e Scajola dall’altra si può capire: ma, almeno, le fonti e le metodologie adottate…
D’altro canto, se gli italiani fossero in così larga maggioranza favorevoli al nucleare, che bisogno ci sarebbe di metter su tutto il can can pubblicitario?

Ciò che si ricava dai sondaggi è che la percentuale degli italiani, favorevoli ad avere una centrale nella propria Provincia, cala drammaticamente: un terzo, anche meno. Perché?
Non è soltanto la ben conosciuta solfa del “non nel mio giardino”, perché gli italiani – in larga maggioranza proprietari delle loro abitazioni – guardano anche al mercato immobiliare.
Già sappiamo che, sulle prime, faranno roboanti promesse: soldi a tutti, elettricità gratis, come nella famiglia della pubblicità. Chissà che non arrivino anche delle escort atomiche.
Poi, quando si spegneranno i riflettori, gli italiani che avranno accettato scopriranno che il valore immobiliare delle loro case si sarà ridotto ad un terzo: e non fidatevi dei dati francesi! Le case, in Francia (a parte Parigi e poche altre aree), costano già un terzo rispetto alle corrispondenti abitazioni italiane! Il motivo? Leggete “La guerra di Cementland”[7].

Comunque, buona gente, dormite sonni tranquilli: non ci sono vere centrali nucleari in costruzione, solo quelle della pubblicità. Fra un materasso ortopedico ed una cyclette, troveranno il modo per far guadagnare qualche soldo alla solita squinzia che poi si porteranno a letto: tutto finirà lì. Perché?
Poiché ci sono parecchi segnali in tal senso.

Mangiafuoco s’è recato all’incontro con Putin[8] accompagnato dal Gatto e dalla Volpe, in arte Conti e Scaroni, i capoccia di ENEL e di ENI.
Sotto l’albero (anche se non è Natale) c’erano già i doni: le forniture di gas per l’ENI ed il completamento del Southstream, tanto gradito a Putin, Scaroni e poco da Obama.
Dopo una breve pausa di rilassamento, nella quale hanno promesso centrali a fusione – ma quando, fra mezzo secolo? Nessuno c’è ancora riuscito! – si è passati ad un altro “pezzo da novanta”.

Per Conti, c’era una vera e propria sorpresa: la costruzione a Kaliningrad (o, se preferite, Königsberg) di una grande centrale nucleare, avente una potenza installata (su due gruppi) di circa 2.350 MW. Roba grossa.
Per chi l’avesse scordato, Kaliningrad è un’enclave russa completamente staccata dalla madrepatria, giacché è compresa all’interno dei confini lituani e polacchi nel Baltico centro-meridionale. Che cosa se ne fa, Mosca, di una centrale che si trova in una regione che non ha vie d’accesso alla Russia? A Putin piace giocare la parte degli ucraini nella “guerra del gas”? Ma per favore.
Come è stato limpidamente dichiarato, la produzione della centrale sarà destinata alle “aree europee”. E, l’Italia, dove si trova?

Per rassicurare ancor più l’ospite, il Banana ha dichiarato che l’inizio dei lavori per la prima centrale nucleare italiana avverrà non prima di tre anni. Ma…sa contare?
Già pensare che questo governo duri ancora tre anni è una bella scommessa, con la maggioranza che “va sotto” in Parlamento e passa un emendamento dell’opposizione. Chi mancava all’appello? Tantissimi deputati, ma fra i tanti i più erano quelli di Fini.
Tanto per fare una gentilezza “all’amico Gianfranco”, il Banana fa pubblicare sul giornale del fratello (!) un bel articolo che prende di mira Fini, accusandolo di una trama oscura fra la di lui suocera e la RAI. Se dovessimo meravigliarci per tutte le nefandezze della RAI, dovremmo scrivere dall’alba al tramonto per 365 giorni l’anno.
Mentre Bossi tuona col suo federalismo, il Banana – ma, allora, è proprio sfatto, pronto per la macedonia – si scusa con Fini, questa volta facendolo incavolare come una bestia. Ma, insomma…di chi è il Giornale?

Se, anche, domani Bossi e Fini s’innamorassero perdutamente l’uno dell’altro – con il Banana stesso a fare da testimone alle nozze – e la legislatura durasse ancora tre anni, s’andrebbe a nuove elezioni in pieno “subbuglio nucleare”, magari con una campagna referendaria in atto. Scelta oculata, non c’è che dire: se non hanno nemmeno il coraggio di pubblicare i nomi dei futuri siti nucleari!
Quindi, signori miei, dormiamo sonni tranquilli: Conti si porta a casa una centrale (va beh, in Russia, ma l’elettricità viaggia alla velocità della luce…) mentre Scaroni si gonfia le tasche di gas e petrolio russo. Il Banana può continuare a raccontare la sua panzana nucleare e tutti sono contenti: dopo, darà la colpa ai comunisti. Anzi, a Fini ed ai comunisti, anzi no, a Fini comunista. Parola di Fede.

Nota metodologica.
Chi conosce come scrivo, sa benissimo che non mi piacciono gli epiteti e non amo insultare: non ho mai chiamato Silvio Berlusconi “il Banana”.
Dopo, però, aver compreso che per Silvio Berlusconi io – e con me tutti gli italiani – siamo ritenuti soltanto un ammasso di cellule cerebrali da ammansire con le grazie di qualche velina del gran circo Barnum/Raiset, soprattutto per una questione di vitale importanza come l’energia, non ho più motivo per non appellarlo “Banana”, anzi, “testa di banana”.

Articolo liberamente riproducibile, ovvia la citazione della fonte.

25 aprile 2010

Il panciafichismo fra etica ed estetica

“Il compito attuale dell'arte è di introdurre il caos nell'ordine.”
“La libertà non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.”
Theodor Ludwig Wiesengrund Adorno

A volte, si deve meditare sui sostantivi e sugli aggettivi, senza temere di perder troppo tempo. E’ il caso di un articolo comparso su Comedonchisciotte qualche tempo fa – Ma che bella provincia! – a firma di Pasquino Potenza. Pseudonimo o vero nome? Nel secondo caso, quasi un sotterraneo ossimoro, giacché i Pasquini furono sempre le voci dei deboli.
Il termine “panciafichista”, riportato da Pasquino Potenza e che non ascoltavo da tempo, ha subito associato nella mia mente un breve pensiero del defunto Gianni Baget Bozzo, il quale – alla fondazione del Popolo della Libertà – pontificava:

“Il Popolo della Libertà sarà un partito nazional-popolare. Il movimento di Berlusconi è nato con un appello rivolto al popolo. Ma il popolo non colto. La sinistra ha il monopolio della cultura in Italia e il premier ha in mano il popolo povero contro quello grasso.”

Già, il popolo “povero”. Questa sì che è una vera elucubrazione da sacrestia, ma la concediamo, visti gli orizzonti del “profeta” che l’ha espressa. Quel “povero” – per Baget Bozzo – non è da intendere in senso economico – e chi è più ricco degli evasori fiscali che santificano san Silvio? – bensì culturale. D’altro canto, Baget Bozzo precisava: “non colto”.
Potremmo considerare in questa analisi anche l’attuale scontro interno al PdL – non dimentichiamo che il creatore del neologismo fu Mussolini, ma il termine fu coniato, all’epoca, come spregiativo d’inconcludente pacifismo – ma sarebbe limitativo, poiché il linguaggio è per sua essenza intrinseca in divenire: giammai indica – con lo stesso termine – la medesima situazione od emozione, visto che ogni tempo colora con diversi accenti il substrato che i termini stessi tentano d’interpretare. Un rapporto dialettico nel quale è piacevole sguazzare senza, però, correre il rischio di perdersi: potremmo concludere, “un sensato pudding di parole”.
Inoltre – per la pochezza della singolar tenzone, tutta interna ad un sistema politico marcescente – ci sembrerebbe d’usare la teoria dell’analisi infinitesimale per misurare le aree sottese delle Uova di Pasqua: de minimis non curat praetor.

In realtà, l’impeto panciafichista italiano è iniziato ancor prima di Berlusconi – almeno del Berlusconi politico – e nulla o poco ha avuto a che fare con il pacifismo. Una re-interpretazione del termine mussoliniano potrebbe, oggi, partire dalla scissione dei termini che compongono il (quasi) neologismo, ossia pancia e fica, al posto degli originali pancia e fichi.
L’albero di fichi era, almeno fino alla metà del Novecento, considerato gran fonte di piacere, giacché pochi frutti nostrani generano una tale attrazione per la gola: in principio furono pane e fichi poi, col progredire del reddito, fichi e prosciutto.
Oggi, nessuno più stempera la propria esistenza cullandosi nel nirvana della scorpacciata di fichi – alla quale sacrificare onore e morale – mentre sul femminino del gustoso frutto…beh…qui c’è trippa per gatti…

Ci siamo spesso chiesti quale valore sia sopra tutti nell’idilliaco nirvana italiota e, pur munendoci della lanterna di Diogene, soltanto la scorpacciata pantagruelica (La Grande Abbuffata di Ferreri? Eravamo nel 1973…) sembra reggere, mentre il necessario contrappasso altro non può circostanziarsi che nell’adire, con solerzia e fissità d’intenti, alla tumida rosa.
L’overdose di pasta allo scoglio e di crostacei arrostiti sulle braci, oppure il maialetto arrosto impastato di Nero d’Avola richiede, necessariamente, l’apoteosi energetico/riproduttiva da consumarsi tra fresche coltri in un letto, solleticate dalla rovente brezza d’Agosto. E non c’è niente di male.
Sarebbe sin troppo facile stabilire delle consecutio temporali, nelle quali l’epicureismo sfrenato diverrebbe necessario prodromo per nottate da trascorrere, placati gli amorosi sensi, alla tastiera o con la tavolozza in mano. Ristabiliremmo, in qualche modo, un equilibro classicista, da cenacolo settecentesco: invece, così non è.
La commedia si trasforma in dramma quando interviene l’evirazione dell’effetto, ossia quando leggi non scritte e canoni mai ammessi – la morale cristiana qualcosa c’entra, ma non è il perno della metamorfosi – vengono repentinamente negate, rimosse, dimenticate. Evirate, appunto.

Analisi frettolose hanno spesso imputato all’Italia degli ultimi decenni uno sfrenato concedersi all’estetica: molti autori si sono cimentati nella critica allo scivolamento, al concedersi troppo alle sirene estetiche. Solo oggi – quando il processo è giunto ad estremi che ne portano alla luce le evidenze più tragicomiche – possiamo comprendere che d’estetismo s’è trattato, non d’estetica. Poiché l’estetica – pur navigando sulla sua rotta, senza curarsi d’altro – qualche “conto” con l’etica l’ha dovuto fare.
Non tiriamo in ballo il dibattito classico sui rapporti fra etica ed estetica, proprio poiché classici e dunque non appropriati a definire quadri nei quali è il processo stesso di definizione e tratteggio dei fenomeni ad essere carente: torneremmo agli integrali ed alle Uova di Pasqua.
Negheremo dunque scientemente quel rapporto – indagato niente di meno che da Kant (anche se, personalmente, preferiamo l’approccio dialettico illuminista) – poiché trascendente rispetto all’orizzonte del panciafichista. In altre parole, resteremo “bassi”, anche se non potremo adagiarci del tutto nell’alcova dei panciafichisti, maschi e femmine.

Dovremo anzitutto sgombrare l’assurda convinzione – spesso veicolata da pessimo femminismo – che esista un paritetico “panciafallismo”: non ci sentiamo di sostenere questa tesi.
A nostro avviso, è senz’altro più pratico – pur ammettendo, in via puramente teorica, che il ribaltamento speculare del termine sia possibile – considerare il panciafichismo moderno composto da una parte attiva e passiva. In altre parole – pur concedendo una naturale differenza fra colmatore e colmata – sul piano ideale il riferimento al fenomeno è lo stesso.
Di cosa si nutre il panciafichista?

Frettolosamente ri-definito come istinto animalesco – l’avvicinarsi all’albero delle “fiche” per placare l’appetito, questa volta esistenziale – il panciafichismo nega in sé proprio l’aspetto esistenziale: non ne è travolto né fiaccato e neppure corrotto (accoppiando, al termine, le “rotte maledette” dell’esistenzialismo, da Rimbaud a Kerouac). Semplicemente, lo rimuove.
Se, per il panciafichista “classico”, la fase istintuale poteva rappresentare una dedizione, quasi una soluzione esistenziale, per quello post, post, post…moderno, non rappresenta nemmeno più la negazione, bensì una sorta di fanciullesca ed inconsapevole atarassia, raggiunta e coltivata senza un contributo personale, completamente passiva.
La chiave di volta per ricomporre gli attributi del fenomeno passa necessariamente, per prima cosa, nel differire l’estetica dall’estetismo. Il quale ne è, ovviamente, soltanto la diafana ombra che conduce al famoso barattolo con “merda d’artista”.
Sarebbe però già eccessivo codificare nell’estetismo classico il mondo dell’arte che ci circonda, poiché anche il livello dell’arte auto-referenziale è drammaticamente basso. Madonna e Lady Gaga fanno ancora parte dell’estetismo, oppure scadono nel popolare edonismo?

Domandandoci quale fenomeno – fra quelli che ci circondano – sia più facilmente riferibile all’estetismo, ci salta agli occhi quello pubblicitario.
L’uomo medievale non osservava, nell’intera vita, più di un centinaio d’icone: quasi tutte a carattere sacro, e soltanto la nobiltà aveva “accesso” alla raffigurazione mondana, quasi sempre – però – incasellata nel Mito del classicismo.
La pubblicità cartacea, che fino alla metà del ‘900 resse il campo, era poca cosa se raffrontata con la potenza espressiva del nascente mezzo radiofonico e, soprattutto, con le migliaia di personalissime Gestalt della lettura.
Originariamente, il termine “pubblicità” significava “rendere pubblico” un evento, ed era quello che a grandi linee faceva l’ingenua pubblicità della TV in bianco e nero.
In quel panorama, s’inserì un messaggio pubblicitario popolare il quale, invece di differenziarsi dalla morale vigente e dal comunissimo tran tran della vita di tutti i giorni, lo sottolineava con esempi che “legavano” i nuovi consumi all’esistente. Ma, non si teneva in conto l’esigenza inestinguibile all’espansione dei consumi, l’unico vero obiettivo del post, post, post…moderno capitalismo.

Ecco, allora, con l’esaurirsi delle spinte propulsive nate dalla ricostruzione postbellica, ma anche dal crollo del sostanziale equilibrio fra l’incremento di produzione ed i consumi durato fino alla metà degli anni ‘70, che l’esigenza pubblicitaria deve, necessariamente, diventare violenta, poiché deve oltrepassare le naturali difese dello spettatore/consumatore ed obbligarlo a ritenere inconcepibile privarsi dell’oggetto.
La nuova esigenza, smaccatamente violenta, trova nell’estetica un limite verso il quale mostra insofferenza: per colpire e distruggere la soggettività critica. Il canone estetico diventa un gravoso fardello, e lo incenerisce.
Dovremmo, per chiarezza, soffermarci a soppesare con attenzione i tempi del processo: millenni con quasi nulli messaggi iconici, mezzo secolo di radio e giornali, qualche lustro di pacata intromissione pubblicitaria, tre decadi almeno di violento e forzoso scardinamento di tutti i canoni. A fronte, la mente umana che ha ben altri tempi d’adattamento.

Se confrontiamo la tendenza al risparmio fra i Paesi che sono giunti prima a questo scenario (le nazioni degli Angli, soprattutto), con quelli che hanno ritardato il processo di un paio di decadi, scopriremo che l’aumento della pressione pubblicitaria – non il reddito! non la produttività! non la produzione! – è colui che erode il risparmio.
Qui, s’inserisce un aggravio di follia tutto italiano: il gran reggente del processo mediatico/pubblicitario sgomita al punto di salire, ad uno ad uno, gli scalini del potere giungendo alla vetta, dove trova le chiavi dello scrigno delle meraviglie, quello che consente di regolare la velocità del processo!
Non vorrei che qualcuno, poco attento o frettoloso, confondesse questo concetto con il più comune conflitto d’interesse: di ben altro si tratta!

Osserviamo come, in pochi decenni, è avvenuta la completa distruzione della sfera erotica: la produzione pornografica ha appiattito ogni rappresentazione dell’eros ad un processo sempre uguale – tette, bocca, lato A, lato B, conclusioni – nel quale la soggettività dell’uomo e della donna, le loro identità, sono racchiuse e “corrette” all’interno di un copione. La povera Dita Von Teese viene confinata nell’universo del “burlesque”: forse perché si prende burla dello sciacquone erotico confezionato nei garage della periferia di Praga?
Le danzatrici indiane e del Sud-Est asiatico profondono oceani del più schietto erotismo, ma noi abbiamo smarrito il canone – ossia il nostro “apparato ricettore” – per goderne le grazie.
E il calcio?

L’ultimo interprete del grande canone estetico del calcio è stato Diego Armando Maradona: dotato per grazia divina di un estro incomprimibile, nella famosissima discesa e goal contro l’Inghilterra frantumò la prigione nella quale quel bellissimo gioco è oramai imprigionato. Fu un atto glorioso, ma irripetibile per chi non è stato spruzzato con il nettare degli Dei: il canone sportivo odierno prevede un atletismo esasperato, proprio per distruggere al primo mostrarsi quelle capacità divine.
Potremmo dilungarci, ma il senso è chiaro: distruggendo ogni canone estetico, la piatta uniformità che ne deriva consente ai più degenerati piazzisti di paccottiglia umana d’imperversare. Fu un caso che Chirac – uomo appartenente per tradizione alla destra europea – proibì l’etere francese alle TV commerciali del Biscione, definendo il loro padrone un “vendeur de soupe”?

Non si tratta, oramai, d’argomenti o d’espressione artistica, bensì di format e di linguaggio: nella polemica fra Antonio Ricci e Nicola Lagioia, chi scrive si schiera apertamente e senza nessun dubbio dalla parte di Nicola Lagioia. La tristezza, che la vicenda emana, deve tenere soprattutto in conto che Antonio Ricci è persona di grande intelligenza: l’importanza del linguaggio e della scenografia sa benissimo cosa significano, e quanto siano dirompenti per lo spettatore.
Giunti a questo punto, possiamo far rientrare in scena il nostro abulico panciafichista: è dunque colpevole?

Privato, da parte di un efficientissimo sistema di comunicazione, di tutti gli elementi atti a discernere l’oro dall’ottone – giacché l’assenza di canoni estetici non consente critica – naviga a vista premendo tasti del telecomando, ricevendo soltanto un rumore di fondo eterogeneo nei contenuti ma spietatamente omogeneo nella prassi e nei modelli esposti: tempi, linguaggio, musiche…il cosiddetto “format”.
Lentamente, anno dopo anno, quel ritmo lo ipnotizzerà come un malefico mantra: gli orientali se ne intendono più di noi sul potere della parola, del suono e della concentrazione visiva su un oggetto. Difatti, lo yantra è il corrispondente grafico del mantra.
Come può “smontare” un così perfido inganno?

Semplicemente, da solo, non è in grado di farlo: le generazioni “televisionizzate” sono, semplicemente, perdute. Non a caso, l’astensionismo consapevole è soprattutto appannaggio dei giovani, le persone sotto i 35 anni, la generazione di Internet: una timida speranza.
E torniamo all’assioma originario, ossia al rapporto fra etica ed estetica nel nostro panciafichista: potrebbe, dopo un simile bombardamento, leggere le mille interpretazioni dell’etica presenti nella storia della Filosofia? Così, en passant, da Socrate a Sartre? E’ disumano soltanto il proporlo.
Eppure, la cancellazione di ogni fondato canone estetico conduce ad accettare qualsiasi forma od azione soltanto per il piacere che genera: non si tratta soltanto della volgare pornografia, bensì di tutto ciò che attiene alla violenza in diretta.
Filmati su catastrofi e disastri, esecuzioni, violenze, bombardamenti, assassini…se solo sono in “presa diretta”, scatenano milioni di clic. Perché?

Poiché l’unico obiettivo è valicare un ulteriore limite, osservare l’inguardabile, il terrifico, in una corsa sfrenata nella quale la parvenza assume i contorni della conoscenza. L’estremo inganno.
Il piacere di trionfare e (forse) di sopravvivere – in qualche modo – ad altri diventa il solo faro da seguire, la sola nota da ascoltare. Non è forse, questo, la negazione dell’etica? Dov’è la riflessione oltre il clic? Nella maggior parte dei casi, non avviene e tutto termina quando si cambia sito o filmato: proprio con l’incedere “cingolato” del format.
In fin dei conti, questo modello sta bene a destra come a sinistra perché, in definitiva, è la magia che consente ricchezza ed onori: semmai, i distinguo sono personali, dovuti a crisi di coscienza individuali, a percorsi che nulla hanno a che vedere con la sfera della politica.
Lentamente, anche coloro che riteniamo i nostri aguzzini, vengono accalappiati ed ammaliati dal mondo che loro stessi creano: finiscono per credere veramente d’essere coloro che reggono i destini della polis.
Ma la polis, per essere retta, necessita di valori che segnino il limite…e si torna da capo.

Si potrà anche credere che esistano delle “cabine di regia”, burattinai organizzati, società segrete e via discorrendo…esisteranno per certo, ma sono soltanto ulteriori sovrastrutture di un sistema impazzito che è diventato talmente auto-referenziale da santificare se stesso: una sorta di “estetismo politico”.
L’uomo “unto del Signore”, il banchiere che fa “il lavoro di Dio” sono soltanto le comparse di una rappresentazione che non ha più regia: pianificato un sistema che crea denaro dal denaro stesso, non ci possono essere altre vie che sorvegliare la catena di montaggio, tanto è vero che le banche stanno riprendendo le medesime abitudini truffaldine che avevano prima dei subprime.
Qualcuno lo racconta, altri se ne lamentano, ma nessuno ha il potere di fermare l’ingranaggio di “Tempi moderni”: a ben vedere, Chaplin aveva già compreso tutto.

A margine, possiamo soltanto immaginare gli effetti che la nuova abitudine planetaria, l’incedere senza curarsi dei canoni, può e potrà produrre: schiere di visi anonimi dedite solamente alla percezione, personale ma senza strumenti critici, di qualcosa che possa soddisfare il proprio ego. Un apocalittico gioco a mosca cieca, nel quale ciascuno incede travolgendo il vicino: è il corrispettivo della “polverizzazione sociale” spesso rilevata, con i termini ed i canoni della sociologia, dagli istituti di ricerca.

Qualcuno immagina, con un po’ d’ottimismo, che la religione e la politica possano ancora compiere l’azzardo, la virata che potrà salvarci. La Chiesa Cattolica è oramai troppo secolarizzata e divisa al suo interno: un giorno tenta di mostrare i pericoli dell’assoluta mancanza di canoni, ma il giorno dopo fa carte false con gli omuncoli politici per salvare un principio del proprio canone, senza curarsi delle mutazioni sociali, delle diverse percezioni.
E attacca il relativismo come principale colpevole della decadenza: lo fa in modo strumentale, dimenticando che il relativismo è solo una prassi per indagare ed evolvere dei canoni, etici ed estetici, non per distruggerli.
Sulla politica, su questa politica, meglio il silenzio.

Perciò, ci possiamo soltanto dividere fra panciafichisti consapevoli ed inconsapevoli e – ironia della sorte – non sappiamo, sulla scena, a chi sia toccata la parte migliore.
Forse qualcuno, un panciafichista completamente inconsapevole, oppure un panciafichista più consapevole, una sera – quando premerà sul telecomando per spegnere l’apparecchio – fermerà il mondo.
Magari, il giorno dopo mescoleranno le carte e Dio – o chi per lui – taglierà il mazzo. Ma queste sono soltanto storie che potrebbero raccontare Kafka o il barone di Munchausen: gente che è vissuta protetta dai canoni, etici ed estetici.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

17 aprile 2010

La battaglia di quota 162


Che farai Pier da Morrone?
Se’ venuto al paragone…
Jacopone da Todi

Qualcuno si sarà stupito della veemente reazione di Gianfranco Fini nei confronti di Silvio Berlusconi, scontro che avviene l’indomani di un successo elettorale.
Per comprendere quella che appare quasi un’anomalia, dobbiamo prima valutare due scenari: la mutazione sociologica della realtà italiana da un lato, il cambiamento della percezione, in politica, della prassi utilizzata per raggiungere gli obiettivi.
E’ difficile, inoltre, separare completamente i due aspetti poiché interdipendenti e dialettici.

Un primo aiuto giunge da due lunghi articoli che scrissi circa un anno fa: “Non può che finire così” prima[1] parte e seconda[2] parte (collegamenti in nota). Riassumo brevemente:
Analizzate le cause del lungo declino italiano (privatizzazione della Banca d’Italia, Euro, dismissione del patrimonio industriale pubblico e dei servizi pubblici, deriva “autoritaria” in politica, legge elettorale, ecc) giunsi alla conclusione che il “sistema Italia” non poteva più reggere molto. Non trovando più soluzione sul piano politico generale – poiché implicherebbero, al minimo, la completa sostituzione della classe politica – essa viene individuata “salvando” la parte più produttiva del Paese ed abbandonando alla “elemosina europea” il resto. Questa, ripeto, è solo una brevissima sintesi: invito, prima d’inoltrarsi a disquisire sul breve quadro esposto, a leggere quegli articoli.

L’unica “novità” era rappresentata dall’affermarsi, al Nord, di un sempre più forte sentimento autonomista, rappresentato politicamente dalla Lega Nord. Tralasciando le vie che potranno (o potrebbero) condurre ad una secessione (poiché le secessioni sono generate dal mutare dei rapporti politici: la loro definizione “sul campo” è mera prassi del momento), notiamo che tale processo – dopo le elezioni regionali del 2010 – si è manifestato più nitidamente.
Un ministro leghista (Calderoli) che sale al Quirinale con una proposta di legge costituzionale già pronta, presentata in un semplice cenacolo privato, la dice lunga sul punto al quale il processo è giunto.
Lo scontro – apparentemente – sembra vertere solamente su questioni di voti e di maggioranze, mentre sono i processi politici che sottendono gli effetti che devono essere soppesati.

Gianfranco Fini riteneva, quando aderì al PdL, d’esser lui il Delfino; invece, si trovò nella parte di Bertinotti della scorsa legislatura: onorato, ma completamente isolato.
Al momento non sappiamo se Fini porterà a compimento il suo intento, ma riteniamo molto difficile che riesca a sottrarsi, ancora una volta, alle decisioni che lo attendono.
In sintesi, le decisioni di Fini lo confinano in due scenari, entrambi riconducibili alla vicenda di Bertinotti: a quello del 1998 oppure al secondo, del 2006.
Nel primo caso – gettando la spada nell’agone politico – Bertinotti riuscì a salvare il suo partito mentre nel secondo, la fine anticipata della legislatura ma anche le mutate condizioni politiche, lo condussero all’estinzione. Vorremmo essere una mosca, per conoscere qualche riflessione a voce alta di Fini, ma riteniamo che la “parabola” del leader comunista abbia attraversato più volte i suoi pensieri.

Continuare nella pantomima di un PdL “partito vero” condurrà Fini direttamente ad occupare, negli anni futuri, poltrone di una certa importanza (col rischio, però, di fare la fine di Pera o di Pisanu) ma lo sottrarrà completamente all’agone politico.
Formare un gruppo parlamentare interno al PdL – di fatto, un suo partito – in qualche modo gli restituisce margini di manovra che, col trascorrere del tempo, Berlusconi gli sottrarrebbe inesorabilmente.
Le lamentele di oggi sono figlie di quelle di ieri, quando AN s’accorse che, nel Nord, il consenso guadagnato con la “svolta di Fiuggi” era inesorabilmente eroso dalla Lega: alcuni coordinatori locali di AN – già alle elezioni regionali del 2005 – si lamentavano “che il partito, nel Nord-Est, stava sparendo”.
Da qui – oggi – riparte la vocazione “sudista” del partito di Fini: non a caso, una delle lamentazioni più calcate, riguarda proprio la situazione siciliana e del Sud in genere, unici luoghi dove Fini può ancora trovare consensi che non siano “oscurati” dall’espansione berlusconiana.

Per capire le sottili discriminazioni che sono state fatte nei confronti del potenziale elettorato di Fini, prendiamo come esempio un modesto emendamento alla Finanziaria che fu presentato da un “ex AN” sulla scuola.
Il sen. Valditara – vista l’assurda situazione che vede nella scuola italiana il 55% dei docenti con un’età superiore ai 50 anni (la media europea è del 30% di over 50) – si proponeva di “svecchiare” un poco il corpo docente pensionando i circa 60enni anche nel caso non avessero raggiunto i requisiti. Insomma, la sua proposta[3] “regalava” due anni di contributi figurativi. I costi? Irrisori (42 milioni in tre anni, meno di 15 milioni l’anno) ma, la commissione Bilancio, lo bocciò. Perché?
Non si trattava certo di questioni di bilancio: le vicende legate a Bertolaso ed all’allegra compagna di costruttori “gaudenti” che lo circondavano, ha mostrato ben altri livelli di spesa. Solo le spese di Palazzo Chigi sono aumentate, in due anni, di circa 1,5 miliardi di euro: non si tratta, quindi, di quei quattro soldi.
Insomma, il problema non è valutare la proposta di Valditara o i finanziamenti a Bertolaso, bensì di capire chi quei soldi avvantaggiavano.

Nel primo caso docenti (e la qualità della scuola in generale), nel secondo costruttori.
Fra quei docenti, non ci sono soltanto “comunisti” bensì persone di destra: non è un mistero che, nell’elettorato di Alleanza Nazionale, ci fossero moltissimi dipendenti pubblici, quelli che si sono visti dileggiati e trattati come ladri dal minus veneziano. Il risultato? Alle recenti elezioni regionali, 2 milioni di voti in meno per il PdL: riflettiamo che tutte le vittorie e le sconfitte elettorali sono oramai da osservare nel quadro di un’asta al ribasso. Vince chi perde di meno.
Se, al vertice, Berlusconi premia soltanto gli ex di AN et similia che si rivelano fedelissimi non al partito, ma alla sua persona – pensiamo alla Santanché, nominata sottosegretario per essersi prestata a giocare una parte nella vicenda privata del divorzio, accusando Veronica Lario di aver avuto una storia sentimentale…vicende squallide, del peggior gossip – nel Paese tende a premiare il suo elettorato ed a trarre risorse, per farlo, dall’ex elettorato di AN, assimilandolo per composizione sociale ai “comunisti”.

Nel volgere dei prossimi tre anni – dai vertici alla base – l’elettorato di AN sarebbe completamente fagocitato e privo di voce in capitolo. Umberto Bossi, che è “animale politico” come pochi – nel senso che avverte quasi “ad istinto” il mutare del vento – si mostra molto pessimista sulla ricomposizione del dissidio, e già pensa ad elezioni.
Questa la situazione attuale che potremmo circoscrivere a due situazioni: ricomposizione o frattura.

Nel primo caso, Fini seguirà il destino che è stato di Bertinotti nel 2006, nel secondo caso – in un modo o nell’altro – farà saltare il banco. Berlusconi non accetterà mai di governare passando ogni giorno sotto le forche caudine di Fini, e saranno quindi elezioni.
Da qui in avanti, il discorso diventa più interessante: dove andrà Fini?

Non è un mistero che siano già in corso, oggi, abboccamenti con Casini, con Rutelli e, probabilmente, con esponenti del PD, ma fermiamoci alla “triade” Fini-Casini-Rutelli.
Nel panorama di una forte disaffezione dell’elettorato di destra (2 milioni in meno! Il 5% circa degli aventi diritto!), questo nuovo “centro” potrebbe raggranellare fra il 10 ed il 15% dei consensi, forse più.
Restando pressoché stabile l’elettorato del PD e dell’IDV, la diminuzione dei consensi dell’asse PdL-Lega non consentirebbe più a Berlusconi di governare.
A quel punto, il “porcellum Calderolensis” si rivolterebbe contro Berlusconi stesso e, soprattutto al Senato, non ci sarebbe una maggioranza in grado di governare. Insomma, la famosa “quota 162” che fu l’assillo di Prodi.
Grande confusione sotto il cielo: chi avvantaggerebbe?

Non è un mistero che potenti lobbies stiano seguendo attentamente quanto sta avvenendo: dal Governatore Draghi che pubblica sempre dati economici più pessimisti rispetto a quelli del Governo, a Montezemolo ed alla Marcegaglia che chiedono soldi per le imprese, fino alle associazioni meno appariscenti, più occulte, ed agli scenari internazionali.
Sotto l’aspetto internazionale, il progetto secessionista della Lega non è visto di buon occhio: qualcuno (leggi: Germania) non gradirebbe certo di ritrovarsi un Centro-Sud che sarebbe la copia della Grecia. E, questo, nonostante sia stata la Germania stessa – ma in anni lontani, e le situazioni cambiano – la grande mecenate del sen. Miglio.

Un tentativo “centrista” o di centro-sinistra sarebbe visto di buon occhio dalla burocrazia europea – il solito governo d’emergenza nazionale – per togliere ancor più ricchezza e diritti e salvare l’unità della Nazione.
Sull’altro versante – ossia sulla sopravvivenza politica di Berlusconi – c’è poco da fare affidamento: quando Berlusconi confessa di sentirsi un “pirla”[4] mentre parla con Tremonti, ammette di non rendersi conto della gravità dei conti pubblici italiani. Oramai, le differenze con la Grecia sono soltanto dei soffi.
In realtà, l’attuale Governo non ha il “fiato” per raggiungere l’agognato traguardo di fine legislatura: mancano i soldi per tutto, ed il fondo del barile è già stato raschiato. Altro che ponti e centrali nucleari.

Potrebbero rivolgersi – dal punto di vista fiscale – al loro elettorato, ma sarebbe un suicidio politico: molti che votano Berlusconi, lo fanno per avere condoni fiscali, edilizi, “scudi fiscali” ed un generale disinteresse fiscale sui loro patrimoni.
La scuola è già stata azzerata per coprire l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati, i nostri ragazzi guadagnano 1.000 euro il mese (da precari e quando va bene), le pensioni sono state tagliate, i contratti sono soltanto un ricordo: che fare?

Berlusconi, se potesse – ossia se non dovesse, terminata l’avventura di Governo, fare l’imputato “a vita” – sarebbe il primo a voler lasciare la nave che affonda, ma non può: lotterà fino alla fine per non trascorrere il resto dei suoi anni da un’aula giudiziaria all’altra.
Un futuro Governo di unità nazionale sarà costretto ad inasprire la fiscalità: Draghi ha più volte annunciato che bisognerà inasprire ancor più la materia previdenziale.
Gli italiani, mostrando saggezza, per più del 40% hanno dimostrato di non credere più a questa classe politica, non recandosi ai seggi: senza lunghe analisi, hanno già capito che la scelta è fra la padella e la brace.

Fin quando nuove forze politiche non riusciranno ad affermarsi, per uscire dal quadro asfittico dell’attuale politica, non ci sarà speranza: troppe sono le cose che andrebbero cambiate.
Anzitutto, pochissimi livelli decisionali: uno Stato forte ed un solo livello intermedio, cancellando Province e Regioni. Interventi sull’energia rinnovabile, creando know-how e posti di lavoro in Italia, intaccando – finalmente ! – quei 40-60 miliardi di euro che sono la “bolletta energetica” annuale, il sempiterno “buon pascolo” per ENI ed ENEL. Per trasformarli in ricchezza fruibile dagli italiani.
Le cose le sappiamo tutti: il ritorno della sovranità monetaria allo Stato, la fine delle “avventure di pace” nel mondo (con quel che costano!)…e poi, scuola, sanità, trasporti…

Questo è un Paese da rifondare, e non saranno certo le “imboscate” romane di uno o dell’altro a cambiarlo: ci vorrebbero capacità, serietà ed indipendenza dai poteri forti. Ossia vera democrazia: quel che manca.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.