27 maggio 2008

Vattelapesca forever

Puoi raggiungere risultati altamente superiori con un team molto motivato, che dispone di macchinari vecchi e fatiscenti dislocati in un vecchio capannone, rispetto a quello che riuscirai a raggiungere con un team demotivato e privo di stimoli, che ha accesso alle migliori attrezzature e infrastrutture.
Reinhold Würth, imprenditore tedesco che ha costruito, partendo da una ferramenta, un’azienda di levatura mondiale, che occupa 51.000 dipendenti e che spazia dai sistemi di fissaggio ai pannelli solari.

A dire il vero, non meriterebbe nemmeno d’interessarsi alle vicende della misera borghesia italiana, tanto è diafana e poco incisiva nel panorama europeo; verrebbe da dire: lasciamo questi poveri parvenu in SUV al loro misero destino, se il loro fato non intersecasse il nostro.
Era tanto tempo che non s’udiva un condensato di bugie e pessime intenzioni – di tal, miserrimo livello – in una relazione di Confindustria: anche gli imprenditori italiani confermano l’andamento “in picchiata” del Paese.
L’assemblea, che ha accolto Emma Marcegaglia come novella presidentessa degli industriali italiani, è iniziata con un minuto di silenzio per l’oramai quotidiano morto sul lavoro. Probabilmente, sicuri delle statistiche, erano riusciti a programmare già tutto il giorno prima. Avrebbero potuto fare tre ore di silenzio, perché il resto del tempo è servito soltanto a sparare cavolate a fiumi.

La prima uscita è in perfetta sintonia con il minuto di silenzio, per uno dei tanti poveracci che crepano nei lager italiani definiti “luoghi di lavoro”: de-tassazione degli straordinari! Evviva! Siamo con te – echeggiano – Veltrusconi in sala.
Chi ha un minimo di conoscenza del lavoro, anche un semplice delegato sindacale, dovrebbe conoscere gli studi che da decenni si attuano sul rapporto fatica/lavoro, ossia sulla stanchezza del lavoratore.
Senza entrare troppo nei particolari né ingombrare spazio con grafici, si sa che l’attenzione è vigile nelle prime quattro ore di lavoro, poi inizia a decrescere nelle successive due, mentre nelle ultime due finisce per crollare. Non bisogna essere degli scienziati per capirlo: chiunque lavori od abbia lavorato lo sa.
In un Paese flagellato da anni, sempre più, dalla piaga dei morti sul lavoro, la “bella pensata” è quella d’aggiungere altre ore di lavoro all’orario: dai, che così ti porti a casa una bella “busta”! Insieme alla roulette russa.
Veltrusconi plaude.
E’ naturale pensare che, se aggiungiamo ore di lavoro, la fatica aumenta, la qualità del lavoro decresce ed il rischio di farsi male aumenta enormemente.
Risultato: lavoratori sempre più stanchi, maggior incidenza del rischio.
Per lor signori, invece, gli straordinari significano meno persone impiegate (e, quindi, minori costi fissi) ed un maggior sfruttamento del singolo lavoratore. Ne crepa qualcuno? E beh? Quanti minuti di silenzio si possono fare nelle ventiquattr’ore?
Il denaro può rappresentare certo una motivazione, ma se il lavoratore – proprio perché sono sempre meno e lavorano di più – quando torna a casa ritrova i figli disoccupati o sotto-occupati, che fa? S’attacca ai 200 euro di straordinario?
Il modello proposto, e benedetto da Veltrusconi – inutile girare intorno al problema – è quello americano: paghe basse, lunghi orari di lavoro, poche vacanze. Insomma: trotta e galoppa (se ci riesci) in silenzio. E’ sotto gli occhi di tutti quale “miracolo economico” stiano vivendo gli USA con questa impostazione.

E veniamo alla seconda “pensata” di Emma. Per scaldare la platea, è sempre utile dare addosso ai fannulloni, che sono identificati con i maledetti statali. Emma non pensa che, così parlando, demotiva ancor più milioni di statali, ma Emma non ha una cultura dello Stato: d’altro canto, la classe imprenditoriale italiana non ce l’ha mai avuta.
Veltrusconi, in sala, ammicca.
Emma, però, non si è nemmeno informata; allora provvediamo noi a fornirle qualche dato, perché qui siamo oramai arrivati alla nota teoria: “dammi tre mezze bugie e ti costruisco una mezza verità”.
Emma e Veltrusconi non sanno (e, da parte di Veltrusconi, è più grave) che la Ragioneria Generale dello Stato – alcuni mesi fa – aveva promosso una rilevazione su base nazionale per conoscere la situazione delle assenze per malattia nel pubblico impiego. L’esigenza era scattata dopo l’esternazione del predecessore di Emma, il Lucherino da Montezemolo, il quale aveva urlato, inorridito: «Si assentano tre volte i loro colleghi del settore privato! Ci costano 14 miliardi di euro l’anno!». Dovessimo mai fare i conti di quanto ci è costata la FIAT.
Comunque, ecco i dati delle ore annue d’assenza, elaborati dalla CGIA di Mestre su quelli forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato:

Ministeri: 14,31
Corpi di polizia: 13,31
Agenzie fiscali: 13,11
Presidenza del Consiglio: 12,95
Regioni e nelle Autonomie locali: 12,73
Enti non Economici: 12,69
Sanità: 12,40
Enti di ricerca: 11,38
Regioni a statuto speciale e le province autonome: 7,31

La media ragionata, sulla base dei dipendenti in servizio nelle varie amministrazioni eseguita dalla CGIA di Mestre, è di 11,54. Quella dei lavoratori metalmeccanici del settore privato è di 9,6. Differenza: 1,94 giorni l’anno – meno di due giorni! – per un costo di circa 4 miliardi di euro, non 14 come aveva urlato il Lucherino. Va bene che gli zeri davanti non contino nulla, ma gli “1” qualcosa contano.
Evidentemente, Lucherino, Emma & Veltrusconi hanno bisogno di qualche ripetizione in Matematica: oppure, dovrebbero tornare a scuola “d’onestà”, visto che i dati sono ufficiali, emanati dalla Ragioneria Generale e disponibili per tutti sul Web.
E due.

Il terzo boccone è di quelli ghiotti, perché Emma si lancia nell’agone energetico: e facciamo ‘sto nucleare!
Berlusconi fa finta di dire sì, Veltroni finge di dire no. Ad entrambi, frega assai poco: lasciamola dire. Scajola assicura che sarà posata la “prima pietra” di quattro centrali entro pochissimi anni. All’uomo che osò definire “un rompicoglioni” Marco Biagi, a cadavere ancora caldo, avremmo molti consigli da dare sul come utilizzare quella prima pietra. Ne basterebbe una.

Abbiamo però una buona notizia da fornire ai tanti, infervorati sostenitori dell’atomo: il problema delle scorie è stato risolto!
Non possiamo, ovviamente, rivelare qui le nostre fonti, ma possiamo assicurare che esiste già l’assenso di un Comune italiano per la custodia del materiale nucleare esausto prodotto dalle centrali.
Possiamo rivelare solo il nome del comune: nulla più. Ovvio: c’è il segreto di Stato su tutto, oramai, anche sul rubinetto del gas sul balcone. Lo vuoi spostare? Ti mandano il SISMI.

L’ameno borgo appenninico di Vattelapesca ha già assicurato patron Berlusconi che, grazie ad alcune provvidenziali caverne, sarà possibile stivare nelle profondità della terra tutte le scorie, in modo sicuro e per sempre.
Silvio si è commosso: ha promesso al Sindaco che costruirà nel comune di Vattelapesca Milano 12 e – per almeno un decennio – dagli studi TV che costruirà nella città satellite s’esibiranno ogni sabato sera Maria de Filippi, Mariano Apicella e Mara Carfagna. Come soubrette, ovviamente. Perché: fa dell’altro?
I costi per la ristrutturazione delle caverne sono stati stimati in circa 2,4 miliardi di euro: tutto sommato, un terzo del Ponte di Messina. Un affare: tanto, pagheranno i nostri figli e nipoti.
Un vero e proprio fremito di gioia ha colto la lobby nucleare: pare addirittura che il professor Franco Battaglia, pasdaran dell’atomo, voglia esibirsi in un brano soul intitolato “My sweet reactor”.
I costi dell’impresa sono stati “girati” sulla scrivania di Tremonti il quale – in compagnia dell’inseparabile calcolatrice a manovella – li sta esaminando. Anche qui, grazie ad una “gola profonda”, siamo riusciti a sbirciare.

Le centrali in costruzione saranno quattro, ciascuna per una potenza massima di 1.350 MW: complessivamente 5.400 MW di nuova potenza elettrica, circa 1/10 se la calcoliamo sui picchi di richiesta della rete.
La potenza totale annua che si riuscirà ad ottenere – 24 ore su 24 per 365 giorni – sarà di 47.304.000 MWh, che sarà disponibile per circa 25 anni. Oddio, le moderne centrali durano anche di più, ma dobbiamo considerare i notevoli costi di manutenzione delle stesse su lunghi periodi. Insomma (forse) le attenuanti compensano (difficilmente) le aggravanti.
Quanto renderanno?
Qui, la materia è complessa. I costi del nucleare dipendono in gran parte da chi si assume l’onere dell’arricchimento dell’Uranio: se, come in Francia, sono i militari a farlo, una bella fetta dei costi sembra scomparire. In realtà, cambia solo capitolo di bilancio e viene “spalmata” sulla fiscalità generale.
Altri Paesi, come la Germania – che non hanno armamento nucleare – hanno costi maggiori. Il MIT (USA: paese con armamento nucleare) stimava alcuni anni fa un costo di 65 $ il MWh, mentre in Europa ci si orienta fra gli 82 euro della Francia ed i 118 della Germania. Si tratta di una stima, ricavata dal prezzo di vendita dell’energia alle industrie[1].
L’Italia, non avendo armamento nucleare, s’avvicinerebbe forse di più alla Germania, ma siamo ottimisti: 100 euro il MWh e non ne parliamo più.
Di conseguenza, in quei 25 annui le centrali renderebbero 118.260.000.000 euro di controvalore, ossia circa 118 miliardi di euro.
Fin qui, tutto bene e Tremonti si strofina le mani. Poi, si passa ai costi.
Tremonti non valuta l’andamento del prezzo dell’Uranio – in crescita esponenziale – perché non è suo compito, e nemmeno s’interessa alle stime della IEA[2]: circa 40 anni d’Uranio a questi prezzi ed agli attuali consumi, poi si va al raddoppio (sempre che i cinesi non si “mangino” tutto) per altri 40 anni. Quindi, fine dell’Uranio.

Ovviamente, un sito così importante richiede un’attenta sorveglianza militare: almeno un paio di compagnie più il comando e la logistica. Una cinquantina di dipendenti civili (amministrazione, mensa, comunicazioni, ecc) e siamo a duecento persone, dal fantaccino al grande dirigente.
Ci sono poi i costi fissi per la manutenzione e le compensazioni che il comune di Vattelapesca ha richiesto e che sono state – per ovvi motivi politici – subito accettate.
Riassumendo:

Potenza prodotta in 25 anni: 1.182.600.000 MWh
Controvalore economico: 118 miliardi di euro.

Spese annue:
Stipendi annui (3000 euro mensili medi lordi): 7.800.000 euro
Compensazioni richieste da Vattelapesca: 180.000 euro
Spese di manutenzione (automezzi, energia, comunicazioni, ecc): 45.000 euro

Per un totale di 8.045.000 euro, circa 8 milioni annui. Beh, poteva andare peggio – pensa Tremonti – prima di verificare gli anni di spesa.
Gli anni di spesa sono circa 20.000 – legge dal foglietto che gli ha lasciato Scajola… – e facciamo ‘sta moltiplicazione…
Rattle, rattle, rattle…
Fanno 160.900.000.000 euro, 160 miliardi, quasi una volta e mezza il ricavato d’energia. Tremonti fa spallucce: saranno cavoli dei futuri ministri economici.

Ciò che c’è di veramente allucinante in questa follia è quel numero – 20.000 – che corrisponde a grandi linee al tempo di decadimento delle scorie. Se le centrali inizieranno a funzionare nel 2025 e termineranno – poniamo – nel 2050, nel 22.050, finalmente, a Vattelapesca potranno chiudere baracca e buttare tutto nel cassonetto.
Ma, qualcuno si rende conto di cosa sono 20.000 anni?
Se riflettiamo sulla storia che conosciamo – a partire da tradizioni scritte convincenti – pur esagerando, non giungiamo a 2500 anni. Di questi due millenni e mezzo, solo gli ultimi 200 anni sono stati, in qualche modo, “tecnologici”.
Con una “bordata” alla platea degli imprenditori italiani, Emma non racconta ciò che succederà a Vattelapesca nei prossimi 20.000 anni. Potremmo azzardare:

Nel 3456 un terremoto distrugge l’impianto: ricostruzione totale.
Nel 4215 l’Unione Africana attacca dallo spazio e colpisce Vattelapesca, insieme ad altre 80 città italiane.
Nel 13467 un’epidemia sconosciuta falcia la popolazione ed il sito viene abbandonato…

Siamo alla completa follia.
Qualcuno potrà azzardare che si troveranno altre soluzioni…che nasceranno nuove tecnologie…bla, bla, bla…la realtà, è che oggi questo è lo stato dell’arte, non altro. Vattelapesca forever.

Nessuno, ovviamente, riflette un solo secondo sul significato reale di “20.000 anni” e nemmeno si sogna di comunicare che, negli USA, la produzione eolica reale (non la potenza di picco) ha superato di gran lunga quella nucleare. Che la Danimarca ha raggiunto il 20% di produzione elettrica di sola fonte eolica.
Nei cantucci, qualcuno inizia a far conti: se sommiamo i 7 miliardi del Ponte con i 14 della TAV, più…quanto le centrali? 6-8? Bene! E Vattelapesca? Peccato, solo 2 miliardi…comunque…somma: sant’Iddio, che manna!
E tre: questo è il livello di chi dovrebbe guidarci.

Intanto, in platea, Veltrusconi gongolano e si scambiano battute: «Hai visto, io, con Maroni? 61 anni e 36 di contribuzione!» Attacca Berlusconi. «Niente da fare, amico mio, ti ho battuto con il “mio” Damiano: 62 anni e 37 di contribuzione!», risponde il Veltro. «Siamo una bella squadra», conclude il Berlusca.
La nostra rampante presidentessa ascolta, e riesce ad intendere qualche brandello del dialogo. Qui – pensa – con quei due che blaterano sulle pensioni, corro il rischio di giocare la parte della bella statuina. Supera allora il grande Houdini e rilancia: «Le pensioni? Fine dell’età fissa per andarci (come se esistesse ancora…): “indicizziamo” la pensione alla previsione di vita!» Scroscio d’applausi. Sì, qualcuno aggiunge: così le donne – in una sola “botta” – aumentano d’almeno dieci anni!. Risate, pacche amichevoli: l’atmosfera si galvanizza.

Un tempo s’indicizzavano i salari, ossia la ricchezza prodotta, oggi t’indicizzano gli anni che ti restano da vivere. Ogni anno, l’occupazione nelle grandi imprese decresce pressappoco dell’1% e la produttività, ossia la ricchezza prodotta, cresce dell’identico valore: se vent’anni fa, con 100 operai si costruivano 100 automobili, oggi con 80 se ne fanno 120. Ci saranno pure i costi d’investimento, ma il rapporto fra le retribuzioni degli operai e dei dirigenti è passato da 1:100 ad 1:7000. Traccia evidente delle tasche nelle quali vanno a finire quelle 20 automobili in più, ed il risparmio di 20 operai.
Un anno fa la benzina costava 1,25: adesso 1,50. La pasta 60 cent il pacco, oggi la stessa confezione costa 90 cent. Veltrusconi tace: qui, è meglio non parlare di “indicizzazione”…
In questa “indicizzazione” della vita delle persone c’è tutta la protervia e la spocchia della razza padrona: noi siamo i proprietari delle vostre vite, del sangue e della linfa che scorre nei vostri corpi e ce la aggiudichiamo a colpi di riforme scritte dai nostri lacché veltrusconiani.
Non esiste più una semplice vita, così, senza aggettivi: esiste solo una vita lavorativa, produttiva, fruttifera (per noi eletti). Non può esserci decrescita, scelta, contrazione d’inutili consumi: no, più orpelli sugli scaffali dei supermercati, più vita smarrita fra le catene di montaggio, più soldi per noi e per le nostre banche. Veltrusconi tace ma gongola: sa che avrà la giusta mercede, i trenta denari della tradizione.

La razza padrona finge d’essere il “motore” della Nazione, dimenticando che – senza i muratori – Michelangelo non avrebbe mai costruito la cupola di San Pietro.
Cos’ha costruito questa generazione di padroni del vapore? Ricordo anni lontani, quando ad Ivrea esisteva un’azienda in grado di produrre processori e software almeno di pari livello rispetto alla IBM americana. IBM varava il processore 286, Olivetti rispondeva con l’M24, diventando il secondo produttore mondiale di PC. Passano gli anni e, oggi, ad Ivrea gli stabilimenti Olivetti si sono trasformati nella solita archeologia industriale abbandonata: vetri rotti, ruggine, abbandono, dove un tempo gli Olivetti avevano costruito addirittura gli asili nido interni – tutto vetro, affinché i bambini potessero avere il meglio – per aiutare, e di conseguenza motivare, le loro maestranze. Quella era gente che poteva stare al livello di Reinhold Würth.
Quel che poi è avvenuto ha nome e cognome: Carlo de Benedetti, grande boiardo di Stato, capace d’acquistare la SME per un terzo del suo valore, condannato in primo e secondo grado per la vicenda del Banco Ambrosiano. Assolto poi, provvidenzialmente, dalla Cassazione.
De Benedetti dapprima trasformò un’attività produttiva – Olivetti – in una società di servizi, Omnitel, che infine divenne Vodafone. Si potranno raccontare mille storielle sulla vicenda de Benedetti, ma la realtà è una sola: l’ingegnere torinese, per Ivrea, è stato peggio di Gengis Khan. Deserto.
L’altro bravo messere è morto suicida (almeno, questa è la verità ufficiale), ma vale la pena di ricordare come Raul Gardini riuscì a distruggere la chimica italiana in pochi anni di corruzione e d’incompetenza, a braccetto della classe politica dell’epoca, con l’affaire Enimont. Sono lontani i tempi dei premi Nobel per la Chimica italiani: oggi, la chimica italiana non esiste praticamente più.

Poi, per decenni, lor signori sono andati a braccetto con la classe politica per il “sacco” dei fondi europei: con l’abile trucco d’assegnare alle Regioni la concessione dei fondi – le quali coinvolsero poi le Province – si riuscì a non dare una sola moneta senza, in cambio, ricevere qualcosa. Oggi, mentre Spagna ed Irlanda hanno mantenuto allo Stato la concessione dei fondi, possiamo osservare i risultati: capannoni abbandonati, costruiti in fretta per acchiappare i soldi, per avere i finanziamenti. E dopo?
Dopo…pagheremo un buon avvocato, se necessario, ma il più delle volte non ce n’è stato bisogno. Se un De Magistris scopre l’inghippo – la questione dei depuratori in Calabria, storia di fondi europei – si caccia il magistrato. L’imperativo è uno solo: prendi i soldi e scappa.

Ci sono anche bravi imprenditori, onesti e fantasiosi, che cercano di trasferire nella realtà il parto del loro ingegno: il più delle volte, si vedono surclassati dal furbacchione di turno che cerca solo appoggi politici. Il grave problema – tutto italiano – è che non sono certo questi imprenditori ad essere spalleggiati da Emma: l’interlocutore è, sempre, il potere politico colluso. Se Reinhold Würth è partito da una ferramenta ed ha costruito un impero, anche i Tanzi sono partiti da una salumeria: il primo si è espanso anche nel settore del fotovoltaico ed ha creato un’ampia collezione d’arte. Il secondo, ha finito per falsificare certificati di credito con lo scanner.
Questa è la differenza fra una classe imprenditoriale – che guadagna, certo, per i rischi che corre e per le energie che investe nell’impresa – ed una di zecche lustrate a festa, solo buone a succhiare il sangue della nazione. Qualcuno s’è accorto che, con la de-tassazione degli straordinari, avverrà semplicemente che parti di produzione verranno spostate dall’area dell’orario normale allo straordinario? In pratica, elusione fiscale occulta.

Perché tutto ciò può continuare di fronte alla platea degli italiani i quali, ordinatamente, si mettono in fila – almeno 70 su 100 – per approvare Veltrusconi e i suoi Casini?
Hanno ragione quelle voci che stanno gridando da tempo – ciascuno con modi e stili diversi – al naufragio dell’informazione: Travaglio, Grillo, Barnard…
Il cortocircuito inizia nelle redazioni dei giornali e delle TV, nell’assurda catena di “supervisori” che un giovane deve superare per essere ammesso alla professione: in pratica, c’è sempre qualcuno che deve garantire per te, altrimenti sei fuori.
Quando, finalmente, il giornalista approda ad una scrivania, per anni avrà sempre un direttore responsabile che gli terrà il fiato sul collo: quando reagirà, finalmente, come i cani di Pavlov, allora riceverà la sua poltrona di comando.
Se qualcuno, poi, sgarra, sono pronte le contromisure: qualcuno ricorda perché la RAI – in anni lontani – cacciò un grande attore come Dario Fo, premio Nobel per la Letteratura? Dario Fo fa notizia: i tanti che non s’assoggettano, finiscono fuori nel più agghiacciante silenzio.
In questo modo, la classe politica e quella imprenditoriale possono progettare, allenarsi ed eseguire i pessimi concerti che ci ammansiscono: perché non c’è contraddittorio, opinione a confronto, nulla.
E, attenzione: potremmo affermare che l’intera Europa è prigioniera del potere finanziario che si sostanzia in queste performance. Solo in Italia, però, la rappresentazione va in scena con una scenografia, oramai, sudamericana. Per quel che era il Sud America vent’anni fa.
Mediocri capitani d’industria hanno bisogno di pessimi politici, i quali si servono di sedicenti giornalisti per raccontare montagne di balle. Voilà, signori: il pranzo è servito.

[1] Fonte: Romanello, Lo Monaco, Cerullo, I veri costi dell’energia nucleare, Pisa, 2006 (pdf).
[2] International Energy Agency.

19 maggio 2008

Parla con loro

Cara Lea, cara figlia mai nata,
questa mia vorrebbe essere una lettera ma già so che sconfinerà inevitabilmente nel diario, perché è trascorso tanto tempo dalla tua nascita mai avvenuta, e abbiamo un sacco di cose da dirci.
Anzitutto, vorrei rassicurarti: stiamo tutti bene, come tranquillizzava tutti noi Marcello Mastroianni – in un celebre, quasi omonimo film – recandosi in visita ai figli.

Quelli che sarebbero stati tuo fratello e tua sorella “grandi” già lavorano, dopo essersi diplomati e laureati. Lavorano…cioè…ci provano ma tu, dal Regno del Mai Nato, queste cose le sai in un battito d’ali di farfalla: anche il loro lavoro è fragile e impalpabile come la vita delle farfalle. Chissà se ci sono le farfalle là, dove sei tu, ma tanto tu sai cosa sono.
Quelli che sarebbero stati tuo fratello e tua sorella “piccoli”, invece, studiano e tentano di credere che al termine delle loro fatiche qualcuno avrà bisogno di loro, di quello che hanno imparato, di quello che sono, semplicemente, come esseri umani. Ci provano, ma aspettano con timore il momento della verità.

Noi due – ovvero quelli che sarebbero stati il tuo papà e la tua mamma – cerchiamo di tirare avanti e d’aiutare, come possiamo, i ragazzi a credere ancora in qualcosa perché siamo coscienti che, anche se tutto sembra contraddirci, se viene a mancare anche la fiducia in se stessi il crollo è sicuro. Facciamo – o forse, meglio, recitiamo – semplicemente la nostra parte.
Quelli che sarebbero stati i tuoi nonni so che li conosci oramai quasi tutti, perché sono tornati lì da te, e avrai senz’altro avuto modo di chiacchierare con loro: hai visto che bravi nonni avresti avuto? Erano persone semplici, che ci avevano insegnato il valore della rettitudine e della solidarietà con l’esempio: ti avranno raccontato della loro vita nelle fabbriche e nei campi, delle loro speranze per un mondo che non dovesse rifiutare un piatto di minestra e un letto d’ospedale, alla bisogna, a nessuno.

Probabilmente, stanno meglio lì da te, perché quello che è toccato loro d’osservare negli ultimi anni so che li amareggiava: non riuscivano a capire perché – loro che erano vissuti pensandosi quasi ricchi in un mondo con meno cose – dovevano sentirsi poveri in un altro, quello dove le cose sono tante, vorticano, cambiano, si sostituiscono con altre cose sempre diverse, ma non si riesce ad essere sereni, figuriamoci felici. Ho qualche difficoltà a spiegarti i loro dubbi, perché nemmeno io riesco a capire la cosa nei particolari: spero che lì, da voi, sia tutto più chiaro.

Forse, quello che faceva soffrire i tuoi mai nonni, era osservare come gli anziani fossero tenuti in così poco conto. Erano abituati a riconoscere nel nonno, nella vecchia zia, nel lontano cugino che viveva con loro nelle grandi case di un tempo, un valore di saggezza e d’amore familiare: quando la famiglia era qualcosa di un poco diverso dal microcosmo (scusami la parola difficile) al quale siamo abituati. Se non c’era la mamma t’aiutava la zia, e il nonno ti portava a passeggio raccontandoti mille storie, dalle quali imparavi un sacco di cose.
Soffrivano poi nel vedersi soli – sapendo d’attendere solo la morte – nei loro minuscoli appartamenti di periferia: inorridivano certo – ma non lo facevano mai capire – quando il giornale scriveva che un anziano era stato ritrovato, morto, dopo mesi.
La loro unica compagna era, da tempo, la televisione, dalla quale ricevevano soltanto la copertina patinata di un mondo che non comprendevano più. Risi, lazzi, maleducazione, ostentazione: l’opposto rispetto a quanto avevano ricevuto dalla loro educazione.

Osservavano anche, passando per strada, i volti dei nuovi emigranti: gente che giunge da terre lontane, che nemmeno loro sapevano con precisione dove fossero, perché a quei tempi non c’erano i soldi per comprare l’atlante. Ci s’accontentava dei racconti di qualche zio che aveva fatto la guerra lontano, oppure quando tornavano in visita ai parenti quelli che erano andati in America tanto tempo prima, che non sapevano più parlare l’italiano ed utilizzavano solo il dialetto.
Eppure, guardando quelle famiglie numerose che si recavano – tutti insieme – al mercato e poi tornavano carichi di sporte della spesa, penso che non potessero fare a meno di tornare indietro nel tempo, quando anche noi eravamo tanti, e per comprare un paio di scarpe s’andava tutti insieme al mercato. Perché un paio di scarpe era un paio di scarpe, mica la pubblicità di un marchio.

Dalla televisione, però, tuonavano che quelle non erano vere “famiglie” perché consideravano “familiari” anche i lontani parenti: no…la famiglia è solo quella cosa con il papà e la mamma, al massimo due figli, che paga il mutuo per la casa, le rate della macchina, compra cibo-schifezza nei supermercati-plastica e butta tutto in strada, per alimentare gli inceneritori-energia e gli assessori-banditi. Senza discutere.
Loro, però, ricordavano famiglie numerose dove il cappotto passava da un fratello all’altro, dove la vecchia nonna rammendava, dove non si buttava nemmeno lo zerbino. Si fermavano, in strada, per osservare l’albero di ciliegie di un giardino e stimavano quanti giorni mancavano alla maturazione: raramente sbagliavano.
Non capivano, però, perché ci si dovesse interrogare su quanti anni mancavano all’esaurimento del petrolio: sapevano, dalla loro saggezza, che tutto ciò che la natura non rigenera è destinato inevitabilmente ad estinguersi. Allora, perché crucciarsi? Meglio tagliare il bosco, che quello ricresce – pensavano loro – miseri, poco acculturati tapini.

Non so – Lea – come siamo giunti a questo punto: qualcuno sostiene che dopo vent’anni di TV spazzatura noi stessi siamo diventati spazzatura, altri che tutto sia deciso da poche persone che comandano l’intero pianeta, altri ancora che sia tutta colpa della Cina, degli USA, d’altri ancora…
Forse tu, che hai il privilegio d’osservare i millenni in un battito d’ali, avrai senz’altro una risposta: io non ce l’ho.
I giovani guardano meno Tv degli anziani, eppure non sono meno maleducati, quando comandava la nobiltà erano sempre in pochi a decidere, ma non c’era il senso di perdita d’identità che oggi viviamo. L’Oriente già c’era e, fino al 1500, superava l’Europa per quantità di cose che riuscivano a fabbricare. Gli USA sono stati anche gli USA di Roosevelt, il quale predicava che “anziani e disabili dovevano essere a carico della collettività”. Sai com’è andata a finire.
No, non riesco a trovare una sola risposta, e nemmeno credo che una sola risposta ci sia, ma un dubbio, sempre più, m’assale.

Sai quanto ti avremmo desiderata – Lea – e non sei venuta, ma oggi non è più un cruccio: pensarti giovane, sottoposta a questo mare in tempesta di pessime emozioni che giungono da tutti i quadranti, mi fa paura. Cosa ti potrei raccontare? Cosa ti potrei assicurare?
Se i tuoi mai nonni sono lì da te, parla con loro – cara, tenera Lea – e fatti raccontare da loro qualcosa di meglio di quanto potrei narrarti io. Chissà, forse un giorno ci conosceremo, e potrò abbracciarti.

Il tuo mai papà

14 maggio 2008

Colpirne 10 per educarne 1000

Di questi tempi, è piacevole sollazzarsi sul Web alla ricerca dei naufraghi lasciati su spiagge lontane, dispersi dal terrificante uragano delle recenti elezioni: cercando, scovando con il binocolo spiagge che si pensavano deserte, s’intravedono sparuti gruppi di giovani e meno giovani, un mondo di ex alla deriva che costruisce incerte capanne, edifica casette sulle paludi, pianifica d’ergere grattacieli su aguzze vette. Dell’immaginazione.

Qualcuno, pensa invece di tornare alla Patria avita, al focolare dal quale è stato brutalmente scacciato: è il caso dei Verdi, che meditano un ingresso nel PD magari tardivo, ma qualcosa pur sempre è. Bisognerà andare a piedi scalzi a Canossa, cospargersi il capo di cenere (rigorosamente di fonte biologica) e, infine, sperare nella pietà del Papato o dell’Imperatore, secondo il vento che tira. Durerà probabilmente anni il pellegrinaggio – cinque senz’altro – così, se tutto andrà a buon fine, avremo anche gli “Ambientalisti – ombra”. Che già avevamo.

Altri, invece, non cercano spazio nelle riserve e passano il tempo a lucidare vessilli che hanno loro stessi insozzato – è il caso di uno schiavo liberato, un tal Di Liberto – oppure s’appressano al tremebondo regno dei farnetichi – è il caso della “compagnia cantante” di Rifondazione – che continua, come se nulla fosse accaduto, a presentare, approvare e bocciare tesi e antitesi, risoluzioni programmatiche, analisi e riflessioni (poco critiche). In quella lontana isola – che la penna di Melville descriverebbe con gran maestria – quando la sintesi non è più possibile s’inizia a tuonare il verbo della scissione: minacciata, contata, ricontata, rientrata, riproposta…Pare che qualcuno, dimenticato solo su uno scoglio, stia pensando – per scindersi finalmente dai traditori dei lavoratori – di ricorrere al bisturi.
C’è chi, invece, da settimane tace.

A dire il vero, non sarebbe richiesto un commento del sindacato su quanto è accaduto ma, visto che Epifanio si è sbilanciato ad affermare che “le elezioni non sono proprio andate come desideravamo”, bisognerebbe sapere cosa medita per il futuro, perché la nuova situazione politica non esime il sindacato dal porre (e porsi) profonde riflessioni.
Non parliamo degli altri “confederali”: Bonanno si è già perfettamente acclimatato sulle poltrone dell’isola delle Vespe, al punto che gorgheggia, svolazza e sbatte le ali che sembra un cardellino, mentre intrattiene i nuovi padroni del vapore che lo osservano, incuriositi da tanto frullar per l’aria. Di Angeletto non si hanno notizie, come del resto della UIL non se ne hanno da decenni nei luoghi di lavoro: sarà un sindacato “virtuale”, pronto a reggere le sfide della società informatizzata e presente, oramai, solo nell’agone elettronico.
La sfiga di Epifanio è quella d’essere ancora – in qualche modo – punto di riferimento per molti lavoratori: arrabbiati, delusi, stufi delle manfrine neoliberiste che ci ammansiscono, ma che non perdono d’occhio la vecchia CGIL, se non altro per una questione di tradizione.
Deve, oltretutto, fronteggiare la fronda interna del solito Rinaldini e della sua FIOM i quali, poveracci, hanno perso qualsiasi riferimento ancora visibile nel mondo politico. Non si parla ancora di scissione, ma di voti contrari nelle varie assemblee e riunioni già si sente il vento di tempesta, al quale il buon Epifanio ha risposto “dimettendo” due delegati sindacali milanesi oramai troppo “fuori linea”. Una semplice questione di democrazia interna, che nella CGIL segue, da sempre, il metodo di Josif (non Broz).

Ora che “l’Armata Rossa” è definitivamente migrata con le forze Bianche, anche Epifanio riflette: un tempo, il futuro politico di un ex sindacalista era garantito dalla cosiddetta sinistra, fosse un posto come direttore dell’INPS, uno scranno parlamentare o una poltrona da sindaco. Che, per come sono andate le cose a Roma, c’è da scordarsela per un po’.
Che fare? Si chiedeva Lenin in ben altre ambasce: non confondiamo la porcellana con la terracotta.
Il nuovo ministro del Lavoro – Sacconi – ha chiesto alla CGIL di non “riproporsi come la vecchia, solita CGIL”. Siamo in completo accordo con Sacconi: cambiano, probabilmente, i punti d’osservazione.

Il primo “pizzino”, inviato dai sindacati (all’apparenza, unitari) alla nuova classe politica – ufficiale ed “ombra” – è stata una proposta di quelle che colano grasso, mica roba da ridere. In buona sostanza, si trasformeranno i contratti da biennali a triennali, in completo accordo con i desiderata di Confindustria.
Della cosa non sono stati informati i lavoratori né, tanto meno, è all’orizzonte una consultazione referendaria: s’ha da fare, via, cosa stiamo a perder tempo…
Di tempo, il buon Epifanio non ne perde, perché sa che non ne ha molto per accreditarsi presso i nuovi padroni PDL-PD: quelli che perderanno “tempo”, come sempre, saranno i lavoratori, i quali si troveranno a rinnovare contratti non più dopo la scadenza del secondo anno, bensì del terzo.
“Lavorando” accuratamente sulle “vacanze contrattuali” – vedi l’ultimo, immondo rinnovo contrattuale del pubblico impiego – si potrà “scorporare” un anno intero dalla contrattazione. Risultato: se – considerando un’inflazione ufficiale al 3% – dopo tre anni i lavoratori (per recuperare soltanto il potere d’acquisto dei salari!) dovrebbero ricevere il 9% d’aumento, con qualche trucco già utilizzato si scenderà al 6-7%, ed un’altra fetta di ricchezza andrà a schizzare nelle tasche degli imprenditori e delle banche. Oltre, ovviamente, in quelle di lor signori, che continueranno a gozzovigliare con 19.000 euro il mese. Poi, s’allagheranno gli studi televisivi con i pianti di coccodrillo sulla povertà degli italiani. Tutto fa brodo: anzi, audience.

Fermi! Cosa state bestemmiando! Il nuovo credo – ufficiale ed “ombra” – ci parla di merito, meritocrazia, premio per chi fa di più…basta con i fannulloni…rubapagnotte…
Puntuale, “Repubblica” – giornale “ombra” – piazza telecamere nascoste (e la privacy? Mah…) all’ingresso della Corte di Cassazione, per inchiodare i dipendenti che “timbrano” e poi vanno a posteggiare l’auto. Chi conosce Roma e le adiacenze del “Palazzaccio” sa bene cosa significa trovare un parcheggio nell’area. Di più: oramai cosciente d’essere il megafono di uno sterile governo ombra, Repubblica si lascia andare a pruderie che credevamo soltanto appannaggio del Daily Mirror e della famiglia reale inglese:

“Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.”

Tutti saranno rimasti incuriositi dalla fantomatica “bionda” che saliva sull’auto (non poteva essere una donna che era rimasta in panne con l’auto…che aveva avuto un’improvvisa urgenza…) no: si scatena la pruderie su cosa si “può fare” in 25 minuti. Viva i grandi giornalisti di regime, pagati con le nostre tasse, sia gli “ufficiali” che gli “ombra”.

Di rimbalzo, echeggia il buon Brunetta che si lancia in un’iperbole, di quelle che scuotono l’audience: basta! Licenziare tutti i fannulloni (che gli italiani, grazie al “giornale ombra” appena citato, identificano ovviamente con gli impiegati della Cassazione) e passare alle misure drastiche: “Colpirne uno per educarne cento”. Lo avesse mai detto Travaglio, lo avrebbe carcerato per fiancheggiamento delle BR.
Noi, però, siamo in piena sintonia con il vulcanico neo ministro veneto: ha ragione! Siamo qui per aiutarlo, per concorrere a trovare qualcuno che potrebbe essere “colpito” per educare. Siccome siamo “collaborativi”, e non “ombra”, ci permettiamo di segnalare una lista di persone che, forse, andrebbero “rieducate”. Poi, decida lui com’è giusto che sia:

1) Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’ENI: 10 milioni di euro.

2) Giancarlo Cimoli, che guidava Alitalia, una compagnia sull’orlo del baratro e intanto si portava a casa uno stipendio che valeva due milioni e 790mila euro, oltre a compensi vari finiti nel mirino della procura di Roma.

3) Roberto Poli, presidente dell’ENI: 2,8 milioni di euro.

4) Vittorio Mincato, presidente di Poste Italiane: 4,8 milioni di euro. Ricevette una buonuscita di 25 milioni di euro dall’ENI.

5) Elio Catania, ex presidente delle Ferrovie: 2 milioni di euro.

6) Piero Gnudi, Amministratore delegato dell’ENEL: 2,6 milioni di euro.

7) Alfio La Manna, vice presidente della società Esercizi aeroportuali di Milano: 2,26 milioni di euro.

8) Mario Draghi, Governatore della Banca d'Italia: 450 mila euro l'anno. Sembra quasi un poveraccio.

9) Corrado Calabrò, Presidente dell'Autority delle Telecomunicazioni: 440 mila euro.

10) Pierfrancesco Guarguaglini, Finmeccanica: 2,6 milioni di euro.

Forse i dati non sono aggiornatissimi, ma è difficile tenere il ritmo con questi signori che si spostano da una scatola cinese all’altra, da una holding di Stato ad una “consociata”, per poi ritornare dalla “mamma” e ripartire.
Cos’hanno concluso, questi signori, con le loro retribuzioni milionarie (in euro)? Poco o nulla, e qualcuno di loro ha condotto l’azienda che guidava nel baratro.
A fronte, troviamo i comuni lavoratori a 20.000 euro l’anno, i ricercatori pagati 800 euro il mese con contratti a termine, i precari che non arriveranno mai a mettere insieme una pensione decente per campare, nemmeno a 65 anni.

Ora, tutti sappiamo che la pubblica amministrazione non è certo un modello d’efficienza, che ci sono gli scansafatiche e chi s’accontenta di fare il poco che gli viene richiesto.
Qualcuno, però, si domanda: cos’hanno di fronte queste persone?
Gli esempi che osservano tutti i giorni non sono tanto i dieci signori citati, bensì migliaia, decine di migliaia di parvenu che occupano quei posti soltanto perché hanno ricevuto una raccomandazione, perché sono figli o nipoti di politici e cardinali.
Come reagiscono queste persone, osservando per decenni il teatrino di “chi tutto puote”, scorrendo la lista dei dipendenti RAI nei quali non ce n’è quasi uno che non sia riconducibile ad una parentela, familiare e politica?
E, se la pubblica amministrazione non funziona, la colpa è ovviamente degli impiegati di quarto livello?
Se in un azienda i risultati non sono quelli previsti – visto che si tira in ballo sempre il settore privato – chi perde il posto per primo, centinaia d’operai o i manager? Purtroppo, spesso entrambi, quando le responsabilità maggiori sono sempre di chi comandava, non certo di chi doveva eseguire.

Non prendiamo però troppo sul serio Brunetta, anche se lui ama definirsi un “professore bravo”: Brunetta, lasci che siano gli altri a dirlo, l’autoreferenzialità potrà essere segno di distinzione nella Casta, ma nel Paese reale è sinonimo di sicumera e spocchia. Non prendiamolo troppo sul serio le boutade di Brunetta, perché non è il solo a conoscere le strategie di marketing.
Dopo una vendita – e le elezioni, oramai, non sono altro, visto che non eleggiamo realmente più nessuno – c’è una fase nella quale l’acquirente deve essere convinto che ha fatto la scelta giusta. Così, Bossi tuona con la Libia, Maroni con i romeni, Brunetta con gli impiegati pubblici…e compagnia cantante.
Berlusconi & soci li lasciano fare, perché sono soltanto le comparse del grande circo veltro-berlusconiano: i veri attori, sono altrove.

Per questa ragione abbandoniamo Brunetta alle sue farneticazioni, mentre ci interessa molto sapere cosa farà Epifanio di fronte ai contratti triennali, alla maggior precarizzazione del lavoro, alle “semplificazioni” invocate da Montezum…pardon…Montezemolo, alle pressanti richieste di de-regolamentazione del lavoro, in un paese che si ritrova a contare ogni giorno quattro morti nelle fabbriche e nei cantieri.
Questo, perché – anche se non tutti se ne sono accorti – meno della metà degli elettori ha votato l’attuale governo e oramai un terzo degli italiani – vuoi per astensione (in gran parte cosciente), vuoi per i meccanismi della legge elettorale – non ha più rappresentanza politica.
Sono le stesse persone che hanno inviato, senza biglietto di ritorno, chi le ha tradite nelle isole degli ignavi: Epifanio ci mediti, perché le isole non mancano. Oggi a me, domani a te.

09 maggio 2008

Quando ce vo’, ce vo’

Vorrei segnalare la bella puntata di “Annozero” di Giovedì 8 Maggio: spesso sono stato critico con Santoro, e proprio per questa ragione voglio segnalare il merito di chi sa ancora fare del buon giornalismo televisivo. Quando si ricorda di farlo.
La puntata non era soltanto dedicata all’assassinio di Nicola Tommasoli, ma – proprio come nel miglior giornalismo – partiva dall’evento per “allargarsi” a 360 gradi.
Intendiamoci: nessuno sostiene che Santoro ci abbia spiegato l’arcano – questo è pessimo giornalismo al quale siamo, purtroppo, abituati – mentre ha saputo presentare una realtà variegata, più opinioni a confronto, molti “input”, che qualificano un prodotto editoriale.
Forse un po’ carente l’analisi in Studio – fra una Assunta Almirante fuori luogo in quel contesto, ed una Titta de Simone (ex parlamentare PRC) ancora troppo legata a schemi ideologici – ma la composizione giornalistica della puntata era veramente encomiabile, per come sapeva trasmettere l’incertezza di fondo e l’insicurezza del mondo giovanile, che s’espande e si sostanzia nei comportamenti descritti.
Ciò dimostra che il servizio pubblico – quando lo vuole fare – ha strumenti e mezzi per fare dell’ottimo giornalismo: a quando la “pulizia” dello studio dai pessimi politici che lo ingombrano da decenni, e l’invito ai tanti, ottimi giornalisti/blogger che c’informano sulla Rete? In pratica: quando torneremo alla vecchia Samarcanda – dov’era la gente a parlare – e non i loro pessimi “dipendenti”?

07 maggio 2008

Buonanotte, Nicola

Mi domando che madri avete avuto.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Pier Paolo Pasolini, Ballata delle madri


Ho cercato per tutta la sera un’immagine di Nicola Tommasoli, e non l’ho trovata; forse un comprensibile riserbo dei parenti: auto della Polizia, Carabinieri nella notte e poi le foto dei cinque “bravi ragazzi” che lo hanno ammazzato. Nient’altro.
Sì, perché tutti si sono sperticati ad urlarlo ai quattro venti: erano bravi ragazzi. Un po’ “fascisti”? Forse. “Nazisti”? Può darsi, ma bravi ragazzi comunque, nell’attesa d’essere interrogati per omicidio preterintenzionale.
Tutti cercano analisi e spiegazioni per capire: una sigaretta, non ce l’ho, t’ammazzo a calci.

Massimo Cacciari, dalle colonne del “Corriere della Sera”, compie un’iperbole. Che ha un senso, non è certo campata in aria, poiché Cacciari è lo scomodo enfant prodige cacciato: nei salon de la musique ou de la philosophie, ma cacciato. Troppa grazia, sant’Antonio, recitano dai loft del PD. Meglio lasciarlo dov’è.
Anche Cacciari, però, diventa un minimalista quando afferma che tutta la vicenda ha radici nella scomparsa della DC, la Balena Bianca che tutto riusciva a contenere ed a metabolizzare. Eh sì, perché la DC era solo un partito politico, mica la Madonna scesa in terra per mettere a posto tutto il sistemabile.
Se la DC, nel Veneto, poteva acquietare il troppo fermento anticomunista e le intemperanze di qualche fondamentalista, non si può far carico, alla scomparsa della Balena Bianca, chi ammazza con la scusa di una sigaretta. Bisogna andare oltre.

“Oltre”, significa guardare negli occhi quei cinque ragazzi e capire perché. La prima istanza, legittima, è quella di chi li considera “figli del sistema”, coerenti con le istanze pubblicitarie: ogni giorno, per scacciare i demoni di quello precedente, deve inventare un nuovo credo. Ad una Doretta Graneri che, oramai 30 anni fa, uccise i parenti per l’eredità hanno fatto seguito i Pietro Maso per la stessa ragione. Qui, però, non c’erano eredità e soldi, bensì una sola sigaretta. Il nuovo credo – o fatto, avvenimento, evento…quasi perversa saga – è mostrare l’inconcepibile agli occhi altrui, sbalordire, proprio come nella pubblicità, con qualcosa che – agli occhi del gruppo, clan…popolo – sia segno di grandezza, ancorché perversa, ma incoerente nel segno e nel volgere con qualsiasi pretesa di “normalità”. Uno spot assolutamente vincente, verrebbe quasi da dire.

Il Veneto, oggi, è nell’occhio del ciclone: le foto dei ricercati campeggiano su tutti i giornali ed i siti Web, Verona è nella polvere della sua arena. Non si cheta il primo colpo che, da Viterbo, ne giunge un secondo.
Qui, per fortuna, non c’è il morto ma c’è il video di un ragazzo al quale arrostiscono i capelli con l’accendino, in una scuola media. Si vede che va di moda: bisogna farne “una” sempre più eclatante rispetto a quella del giorno prima, come nella pubblicità. Altrimenti, nessuno ti nota.
Il colpevole, quattordicenne, è stato affidato ai “servizi sociali”. Lo immagino in un cascinale dell’Etruria che pascola caprette, al massimo che trasporta qualche carriola di letame: ai cavalli non lo lasciano avvicinare. Avesse mai conservato l’accendino, con quelle criniere e quelle code…

Mi chiedo, senza arrivare ad appendere la gente per i piedi, se non si potrebbe far di meglio: ma, veramente, qualcuno pensa che basti qualche colloquio (pur necessario) con lo psicologo per “rimettere in sesto” un quattordicenne che dà fuoco ai compagni?
Anzitutto, non sarebbe meglio fargli capire che c’è una relazione fra l’atto e le pena? Poniamo che, invece d’essere affidato ai servizi sociali, lo avessero precettato per qualche lavoretto da poco, qualcosa che non presenti pericoli, del tipo: vai a grattare, col raschietto, la colla che rimane nei tabelloni pubblicitari. Un mesetto, tutti i pomeriggi, sole o vento, gratta e taci: se a scuola trovavi il tempo per bruciare i capelli ai compagni, ne troverai dell’altro per studiare la sera. Poi, passa pure dallo psicologo – ne hai senz’altro bisogno – ma c’è un imprinting che resta: faccio il bullo? Gratto per un mese, fino ad avere i calli nelle mani. Non ti va di grattare? Bene: al carcere minorile c’è una branda che t’aspetta.

Invece, la cultura giuridica permissiva degli ultimi decenni (riflettiamo sul concetto pentito/sconto di pena, che ha scardinato l’ordinamento giuridico e annichilito i percorsi investigativi che non contemplano “pentiti”), ritiene il perdono prima panacea per ogni male. Al massimo, qualche pena pecuniaria (che rimpingua sempre le casse di qualche amministrazione) o amministrativa. Il carcere è riservato per lo più agli extracomunitari ed ai tossicodipendenti, e quindi non è il luogo più adatto per sanare chi ha queste pulsioni: mai sentito parlare di pene alternative?
Se ne sente parlare quasi come barzellette, trovate geniali di magistrati fantasiosi ed invece sono proprio quello di cui abbiamo bisogno: prima che si arrivi ad uccidere, a rubare, a terrorizzare. Ci sono moltissime possibilità d’applicare pene alternative, il problema è volerlo. La società permissiva non è solo figlia di una pessima sinistra: è alimentata anche da potenti soffi di destra, laddove si considerano “degni” del carcere soltanto i cittadini italiani di serie B e le serie inferiori, tossici, rumeni, marocchini, ecc. In fondo, anche se stuprano ed ammazzano, si continua ad affermare che “erano bravi ragazzi”. No, erano delinquenti mascherati della peggior risma, che da tempo erano conosciuti dalle Forze dell’Ordine, le quali non li avevano segnalati come avrebbero dovuto fare alla Magistratura, che sarebbe stata in grado (volendo) d’applicare una serie di pene alternative.

Dov’è il vulnus?
Sono più d’uno.
Il primo, come ricordavamo, è l’appellativo, desueto, che sono “bravi ragazzi”. Lo erano anche Izzo, Guido e gli altri mazzolatori del Circeo di trent’anni fa. Non basta appartenere alla classica “buona famiglia” per avere la licenza d’uccidere: ad oggi, il capo d’accusa per i mazzieri di Verona è omicidio preterintenzionale. Non volevano uccidere! Non lo desideravano! Ma, quando prendi a pugni e calci una persona anche a terra, non ti rendi conto che la puoi uccidere?
Il secondo vulnus è più sottile, tanto che non viene quasi menzionato.
Stiamo diventando una società dove la permissività è diventata un valore e l’autorità un disvalore: il pater è oramai dimenticato e considerato terribilmente demodè, solo il perdono collettivo – magari ritualizzato in un talk show – è la catarsi collettiva di salvezza. Fino al prossimo morto: oramai sono troppi i casi (vedi quello di Sanremo) di gente che ammazza dopo aver compiuto, indisturbata, un primo omicidio.
Ecco come si esprimevano i magistrati di Genova[1] nei confronti di Luca Delfino, prima che uccidesse la fidanzata Maria Antonietta Multari, quando era solo “sospettato” dell’uccisione di Luciana Biggi:

“Una personalità disturbata, un uomo socialmente pericoloso”: questa la definizione data di lui dagli investigatori genovesi. Al pm, Enrico Zucca, fu presentata “una marea di indizi” a carico di Delfino, come dice il capo della mobile, Claudio Sanfilippo, ma mai prove concrete di colpevolezza, “la pistola fumante”, come lui stesso la definisce. Anche se, insiste l'investigatore, “gli elementi per metterlo in carcere c'erano tutti”. L'indagato ha sempre ammesso di avere passato quella serata finita in tragedia insieme alla donna, ma ha ostinatamente negato di averla assassinata: “L'ho lasciata pochi minuti prima che venisse uccisa”.

Se questo è il Paese che non ha saputo trovare colpevoli per Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Italicus e treni vari, la stazione di Bologna (una sentenza che non ha mai convinto nessuno), Ustica…fino al Moby Prince – ed avrò senz’altro dimenticato qualcosa e qualcuno – non possiamo credere che, nello spicciolo ed immediato incedere delle indagini per la gente comune, le cose vadano meglio.
Non starò a tediare il lettore con statistiche fuori luogo in questo momento, ma tutti sappiamo che gran parte dei delitti rimangono impuniti: uno sberleffo, per quel milione di persone che dovrebbero occuparsi della nostra sicurezza. Riflettiamo che la più lunga catena d’omicidi seriali, in Italia, ha avuto come protagonisti quelli della “Uno bianca”, il che è tutto dire. Si fa un gran parlare di “poliziotti di quartiere” e di “prevenzione”, ma li vediamo materializzarsi soltanto quando ci scappa il morto. Quando non sono loro a farlo.

La “sicurezza”, allora, viene abilmente triturata per essere somministrata – via ago e fleboclisi pubblicitario – nelle campagne elettorali: a nessuno importa un fico secco se domani ci saranno altri morti ammazzati, anzi. Meglio se la “tensione” rimane alta, perché la tensione alimenta l’attenzione, e l’attenzione ben diretta ed orchestrata finisce per scaricarsi come deve nella scheda elettorale.
Un romeno, ubriaco, uccide quattro ragazzi con l’auto impazzita, e tutti gridano alla forca per i romeni: poche settimane dopo, sono italiani ubriachi a far strage, ma in quel caso non si citano, nei TG, nemmeno i nomi dei colpevoli. L’antidoto all’insipienza non deve essere messo in commercio.

I tromboni di regime si sperticano, allora, nell’assegnare responsabilità, o peggio colpe, a destra ed a manca. La scuola: ecco dove non si fa abbastanza, ecco qualcuno che ha delle colpe. Chi sostiene tesi del genere, non comprende – perché non sa – come funziona l’oramai smarrita scuola italiana.
A Viterbo, com’è stato possibile dar fuoco ai capelli di un ragazzo in una scuola?

Anni fa, nell’Italia che era ancora un paesello di provincia, appena un insegnante telefonava per comunicare che era malato, partiva la telefonata al Provveditorato e, spesso, il supplente arrivava nella stessa mattina.
Poi, s’iniziò a considerare – per risparmiare – che potevano sostituirlo i colleghi nelle ore libere, le cosiddette “ore a disposizione”, che nascono dalla non coerenza fra l’orario di servizio (18 ore) con quello di cattedra (che può essere di 16 o 17, ad esempio). Detto fatto: risparmi ottenuti, ed il supplente viene chiamato solo dopo 14 giorni di malattia.
Arrivò la Moratti e – sempre per risparmiare – rimise “ordine” nelle cattedre: hai due ore libere? Vai ad insegnare Geografia in una prima: altri denari del contribuente risparmiati.
Va da sé che, se tutti hanno un orario di cattedra che coincide con l’orario di servizio, ore a disposizione non ne restano, o ben poche. Ma si risparmia.
Il “risparmio” – e questo è bene che i genitori lo sappiano – lo pagano i loro figli, che restano a scuola, talvolta, in situazioni sempre più precarie: “siamo usciti prima”, “non abbiamo fatto niente perché non c’era il prof”, “ci hanno messi in tre classi a guardare un film”.
E la sorveglianza? Sempre meno persone – docenti ed ATA – per sorvegliare i ragazzi durante l’intervallo: quando una persona deve sorvegliare un intero corridoio, come può prevenire qualcosa? Il più delle volte, arriva a cose fatte.

Anche a scuola, la sanzione è diventata un optional evanescente. Un tempo, dopo un’ammonizione sancita dal Preside, giungeva automatica la prima sospensione. Non ti bastava? Bene, “beccati” la seconda, così vai con tutte le materie a Settembre. Ci si pensava non due, bensì tre volte.
Oggi, complici la permissività dilagante (mai compresa, dalla sinistra, come disvalore e sempre cavalcata senza nessun provvedimento dalla destra), la mancanza di sanzioni e la ridicolizzazione del ruolo del pater, s’arriva a dar fuoco ai capelli del compagno. Il premio è la “passerella” su Youtube, che ti fa salire nell’Olimpo dei famosi per qualche ora: non sei più un signor nessuno, sei uno che ha dato fuoco ad un compagno a scuola.
Anche sul concetto di autorità, sarebbe meglio darsi una lavatina di capo e, a mente fredda, ripensarci un poco. Un conto è l’autoritarismo vuoto e bieco, quello di chi ti vessa soltanto perché ne ha il potere, un altro è quello di chi comprende che devi essere – in qualche modo – avvisato del tuo pessimo comportamento.

Purtroppo, nel Bel Paese, conosciamo molto il primo e quasi nulla il secondo. In gioventù, fui fermato dalla Polizia Stradale francese (insieme ad un amico facevo autostop) per un controllo: non ero certo, dopo giorni sulla strada, un damerino.
Scherzando, dissi al flic: “Adesso ci portate in prigione?” Il poliziotto rispose “Se avete combinato qualcosa, sì, altrimenti no” e parve sorpreso dalla mia domanda. Chiamò con la radio della moto (anno 1972…) una centrale, dove chiese conto dei nostri documenti. Poche parole, poi restituì i documenti: “Monsieur, bon voyage” e diede il classico “calcio” alla motocicletta. Mi tornarono alla mente le provocazioni dei poliziotti italiani in borghese, i quali – mentre eri tranquillamente seduto su una panchina dei giardini – ti appellavano: “Capelli lunghi, sei ricchione?”

Infine, non dobbiamo dimenticare che la “sciatteria” italiana in termini di giustizia (i tempi di Matusalemme per una sentenza…), di sicurezza (proprio stasera, a Brescia, hanno scarcerato quattro kosovari, colpevoli di rapine in ville, per decorrenza dei termini di carcerazione preventiva) ed infine nell’educazione, sono funzionali ad una società autoritaria, non liberale.
La mano che ci consegna sudditi – e non cittadini – nelle mani di poliziotti incapaci d’indagare, e di giudici non sempre solleciti nel giudicare, è la stessa che nega diritti essenziali come la salute (con la chiusura degli ospedali, le riduzioni di personale, ecc) e che non vuole una scuola magistra vitae, bensì un’azienda che produce cervelli all’ammasso.
Di conseguenza, il povero Nicola – che immagino intento a disegnare pezzi meccanici con il CAD – è stato utile a tutti: della sua vita, a nessuno è fregato un accidente. Si potranno riempire i palinsesti televisivi, nell’attesa che sia nominato il governo e, finalmente, voltare pagina.
Nel silenzio che calerà, la sentenza di primo grado sarà forse “esemplare”, poi – siccome sono “bravi ragazzi”, e dunque ricchi – ci penseranno “buoni avvocati” a fare in modo che fra Appello, Cassazione e legge Gozzini, fra qualche anno siano nuovamente liberi. Come i massacratori del Circeo per i quali, dove non giunse la legge, arrivò la “fuga” dal carcere.

Rimani tu, Nicola, che credevi, quella sera, di passarla tranquilla a passeggio con gli amici, magari una ragazza: chissà…
Di te non è apparsa nemmeno una foto: ti hanno fatto a pezzi ed hanno pure donato gli organi. Non sia mai che si butta qualcosa.
Spero che al tuo funerale nessuno applauda – stupida catarsi per esorcizzare la morte – e che qualcuno pianga. Non i parenti, gli amici: che la gente pianga, per te e per noi, per come siamo ridotti, impotenti, di fronte a questa barbarie di Stato.
Che una canzone dolce t’accompagni, Nicola, nel tuo cammino fra le ombre: non voltarti per cercare dei perché. Almeno tu, guarda avanti.

[1] Fonte: La Repubblica, 10 Agosto 2007

27 aprile 2008

S’à da fare

Oggi, 27 Aprile, ho risolto un dubbio, un tarlo che qualche volta m’assaliva. Sono riuscito a farlo perché ieri, 26 Aprile, mi sono recato presso il Conservatorio Musicale di Cuneo per assistere al saggio di fine anno del corso di tromba e trombone, al quale partecipava anche mio figlio Emiliano, studente del primo anno.
Al termine delle esibizioni – cinque trombe e due tromboni, più qualche brano “d’ensemble” – il docente del corso – il prof. Fabiano Cudiz, prima tromba al Carlo Felice di Genova – ha rivolto un breve saluto ai pochi presenti, per lo più parenti dei musicisti, alcuni dei quali ancora “in erba”.
Ebbene, quelle poche parole mi hanno colpito e mi hanno spronato a continuare il lavoro per Italianova – che sta andando avanti dietro le quinte – perché, senza saperlo, toccavano le medesime corde.
Il docente ha invitato i genitori a sorreggere gli sforzi che sostengono i loro figli, perché c’è qualcuno che “fa anche 150 chilometri in un giorno, per seguire le lezioni” e questo è il caso di mio figlio, che da mesi mangia panini in treno, intanto che ripassa la lezione liceale per il giorno seguente. Ma ci sono anche altri aspetti.
“C’è chi lavora, e deve sottrarre a qualche modesto divertimento il tempo per studiare e seguire le lezioni”. Sono venuto così a sapere che uno studente di trombone – prossimo al diploma finale – lavora come macellaio in un salumificio, e si alza alle 4 della mattina per recarsi al lavoro. Spera, dopo tanti anni di studi e sacrifici, di trovare finalmente un posto in orchestra, e noi glielo auguriamo con tutto il cuore. Uno dei musicisti, non era vestito con la tradizionale “divisa” – camicia bianca e pantaloni neri – bensì con semplici jeans ed una camicia colorata. Il docente non ha pensato di riprenderlo nemmeno per un secondo: lavora, ed era riuscito a giungere in tempo per le prove soltanto facendo i salti mortali, senza avere il tempo di recarsi a casa per cambiarsi d’abito. Eppure, tutti insieme, hanno fatto un’egregia figura.
Ecco: per questa gente dobbiamo lavorare, per creare un’Italia che sia degna dei loro sforzi, delle loro (giuste) aspettative. Come nella musica, siamo sicuri che esistono milioni d’italiani che continuano a vivere in questo disgraziato Paese con ostinazione, studiando, lavorando o impegnandosi come volontari in mille attività nobili ed utili.
Stiamo lavorando: Alessio – il nostro straordinario webmaster – ha già pronto uno dei siti più belli che si vedano sul Web, e lo stiamo preparando per il debutto. Per noi? Per soddisfare il nostro ego? Sarebbe un ben misero investimento.
Per la gente che prende il treno la mattina presto e va a lavorare, per quelli che studiano e non si lamentano se non ci sono le possibilità economiche per la gita scolastica, per coloro che – giunti alla pensione – fanno i volontari in ospedale, per coprire i “buchi” che la nostra sciagurata classe politica non riesce a risolvere.
C’è un’Italia di briganti e papponi, ma ce n’è un’altra di gente onesta, fantasiosa e volenterosa: a questi dedichiamo il nostro lavoro, che speriamo un giorno possa servire e dare frutti. Per tutti.

info@italianova.org

26 aprile 2008

Leggiamo con apprensione

Appena svaniti i clamori della campagna elettorale, siamo felici che alcuni, importanti “nodi” della politica italiana siano stati finalmente sciolti. Soprattutto, finalmente s’interviene nei trasporti i quali, come la scuola, la sanità e il lavoro, rappresentano realtà importanti per gli italiani, nella vita d’ogni giorno.
Per il lavoro, con la de-tassazione degli straordinari, il problema è risolto: invece di lavorare 8 ore, ne lavorerai 10 e guadagnerai 1500 euro invece di 1300. Fatto. Aumentano gli infortuni perché sei più stanco? Mettiti il casco e taci, fannullone.
Della scuola si sa poco: informazioni non confermate affidavano Viale Trastevere a Sandro Bondi, ma si tratta con ogni probabilità di uno scherzo. Si sa, Bondi è buontempone: tutto sommato – però – dopo la Moratti ed il Fiorone, un guitto assiso alla suprema cattedra non ci starebbe male. Ma era Bondi o Boldi? Non sappiamo, tanto sono intercambiabili.
Anche sulla Sanità, c’è mistero: appena condannato un ex ministro di Berlusconi (Sirchia, 3 anni per “mazzette” sulle apparecchiature degli ospedali), è meglio soprassedere sul futuro successore. Tanto, negli ospedali italiani, c’è libertà di crepare anche senza ministro.
Quello che più ci sovviene, invece, è sapere che la vicenda di Alitalia ha finalmente “imboccato” il giusto corridoio aereo.
Confessiamo d’aver punto esperienza sul volo: una innata ritrosia – unita a considerazioni fisiche sulla scarsa densità del fluido definito “aria” – ci ha finora preservati dal salire sui rombanti cilindri alati.
Ascoltando, però, le molte – sagge – considerazioni esposte da esperti rappresentanti delle istituzioni, delle parti politiche e, infine, da personaggi del jet set, abbiamo tentato di farci un’opinione. Tenendo saldamente i piedi per terra.
Il primo punto che ci è saltato agli occhi, è che lo Stivale non è baciato dalla fortuna per il trasporto aereo: fosse una padella od un uovo, avremmo maggiori chance. Sì, perché la “natica” del Bel Paese – definita sommariamente “Nord” – ha una larghezza approssimativa di 600 chilometri, e le principali destinazioni dell’area distano mediamente 250-350 chilometri. Ora, non è molto conveniente recarsi all’aeroporto più vicino – sia esso Caselle, il Marco Polo od Orio al Serio, per atterrare a Ronchi dei Legionari od a Malpensa: con i tempi di trasferimento alla città che dobbiamo raggiungere, si fa prima a prendere il treno.
Diversa la situazione dello stivale vero e proprio: qui, le distanze aumentano considerevolmente e rendono appetibile la velocità del mezzo, che compensa il trasferimento alla città di destinazione.
Ovviamente, se devo raggiungere Milano da Palermo, avrò convenienza a scendere a Linate: con un taxi e con la metro, posso sperare di giungere in centro abbastanza in fretta. Diverso è il caso se dovrò scendere in un grande aeroporto situato in aperta campagna, fra le province di Novara e di Varese, ossia a Malpensa.
Malpensa, però, non è nata per i brevi trasferimenti interni, bensì come “ponte di lancio” verso il pianeta, le destinazioni internazionali.
Anche qui, però, casca l’asino: per andare a Tokyo od a Los Angeles, non ha molta importanza se parto da Fiumicino o da Malpensa. Molto spesso – mi raccontano amici che fidano più di me nella scarsa densità dell’aria – è conveniente raggiungere un altro aeroporto europeo (Londra o Amsterdam, ad esempio) per questioni di convenienza economica: l’importante è che il sistema di trasferimento intermedio funzioni in tempi brevi.
In definitiva, ci sono due sistemi di trasporto a confronto: uno, prevede che da molti punti “A” del pianeta si raggiungano altrettanti punti “B” di Gaia. Gli utenti di quei punti saranno ovviamente avvantaggiati dalla comodità del volo diretto: il problema, è definire se ci sono abbastanza utenti che da un determinato punto “A” vogliono raggiungere un certo punto “B”. Altrimenti, i costi lievitano.
Un secondo metodo prevede invece che da un aeroporto qualsiasi di una nazione si raggiunga un solo punto “A”, dal quale partono voli per il punto “B”, a sua volta unico (o quasi) nel paese di destinazione.
A ben vedere, è la stessa logica che regna nel trasporto terrestre: milioni d’autotreni si spostano incessantemente da una miriade di punti “A” ad altrettanti punti “B”, ordinatamente in coda sulle aerovie terrestri chiamate “autostrade”.
La logica intermodale prevede, invece, che chi deve spedire merci le invii ad un determinato punto “A” – un nodo intermodale – nel quale affluiranno le merci dell’area, le quali saranno distribuite su vari vettori – ferroviari, marittimi od aerei – fino ad un punto “B”, laddove un container, ad esempio, terminerà il viaggio su strada per brevi tratte. L’UE, definisce queste brevi tratte nell’ordine dei 50 Km: questo sarebbe il “raggio d’azione” del trasporto su strada.
Invece, il legname della Scandinavia viaggia su camion fino all’Italia, e gli esempi si sprecano: basta osservare un giorno “d’ordinaria follia” sulle nostre autostrade. Non starò a tediare il lettore con i racconti che giungono dalle terre dei Goti, dei Franchi e dei Germani, laddove si sono ingegnati a trasportare le merci sfruttando le vie d’acqua interne e la navigazione di cabotaggio: noi – eredi di Caio Duilio – non accettiamo lezioni dai popoli barbari.
Proprio per mostrare la magnificenza di Roma ai popoli nordici, abbiamo deciso di costruire l’ottava meraviglia del mondo moderno: un ponte sul mare che unirà la Sicilia alla terraferma. Lo faremo sfidando gli Dei e la malasorte, giacché – proprio in quei luoghi – si sono verificati i terremoti più devastanti che abbiano colpito Enotria. Ergeremo torri ciclopiche all’interno delle città – che avranno una cubatura paragonabile a quella delle Twin Tower – poi stenderemo un nastro d’acciaio e cemento che unirà due terre le quali – affermano i geologi – s’avvicinano inesorabilmente di 1 cm l’anno. Sarà poco, sarà tanto? Ovviamente, i sostenitori del ponte s’affrettano ad affermare che la cosa non è minimamente da prendere in considerazione, così come il regime dei venti che regna nello Stretto.
Non c’interessa tanto la disputa tecnica sull’argomento, quanto rispondere ad una domanda: ma, questo ponte, serve veramente?
Ritornando alla questione del traffico aereo, abbiamo un dato confortante: le tratte aeree fra la Sicilia e le principali destinazioni del paese – Napoli, Roma, Pisa, Bologna, Bari, Milano, Torino, Trieste – sono vantaggiose, poiché la tratta è considerevole e compensa ampiamente i trasferimenti da/per gli aeroporti.
Si tratta quindi di lavorare più sul fronte delle tariffe e degli aeroporti, per renderle le prime più accessibili alla popolazione, e più moderni i secondi.
Non si capisce proprio perché, un siciliano che può raggiungere Milano in un paio d’ore, debba “scoppiarsene” 24 di treno. Se, invece, vuole proseguire con l’auto, sono già disponibili i traghetti veloci per Genova: 18-20 ore, meno di quello che ci si mette in autostrada, a meno di scambiare l’A1 per la pista di Monza.
Se la prospettiva è invece quella del turismo – soprattutto straniero – ci sembra un’idea peregrina quella di far viaggiare due pensionati tedeschi da Francoforte a Palermo in treno.
Rimane il trasporto delle merci, per le quali sembrerebbe affascinante l’idea d’eliminare quel paio d’ore che comporta il trasbordo dei treni sui traghetti. Anche qui, però, l’idea d’affidare al solo ponte il trasferimento delle merci da/per l’Europa, non ci sembra la miglior soluzione.
In fin dei conti, il ponte risolve i problemi di un solo percorso – fra i tanti – che le merci seguono per/dalla Sicilia.
Se osserviamo la posizione dell’isola, scopriamo che rappresenta proprio il centro del Mediterraneo: gli scambi – esaminando il problema in una prospettiva europea e mediterranea – non avvantaggiano chi si propone di portare dei treni in Calabria, bensì chi pensa di commerciare con Atene e Barcellona, Marsiglia e Trieste, Genova e Tunisi…
La prospettiva dei trasporti merci da/per l’isola non è quindi quella prevalentemente ferroviaria, bensì quella marittima: a tal riguardo, la Sicilia è ampiamente dotata di porti, magari da potenziare, ma già presenti.
Fra l’altro, i prodotti dell’industria petrolchimica siciliana già oggi viaggiano prevalentemente sul mare, poiché quel tipo di materiali (prevalentemente liquidi) usa le comuni petroliere e gasiere.
I rifornimenti e le esportazioni da/per l’isola sono più convenienti se avvengono via mare: una nave fluviale/marina, già oggi, può condurre merci da Palermo ad Anversa. In un prossimo futuro, i canali europei saranno in grado di consentire il passaggio delle navi del tipo V – 2.000 tonnellate di portata utile – mentre il sistema Reno-Danubio consente già il passaggio a navi da 3.000 tonnellate. Non dimentichiamo, inoltre, le tradizionali tratte marittime: Genova, Napoli Barcellona, Algeri, Patrasso, Trieste…
Sommando le due esigenze – trasporto prevalentemente aereo per i passeggeri e marittimo per le merci – a cosa serve costruire quel ciclopico ponte?
La logica è la stessa che ha portato a costruire Malpensa: colate di cemento che arricchiscono soltanto chi le compie, null’altro. Sottolineiamo che, qui, non si tratta del classico “no a tutto”, ma della critica ad un sistema di trasporto che ci vede ultimi, in Europa, per flessibilità e convenienza.
La logica italiana è, invece: “Vediamo quel manufatto quanto rende, in termini di ricchezza per i nostri amici costruttori e per le casse dei nostri partiti senza dimenticare – ovviamente – le nostre tasche”. Questo è il diktat che sta dietro a Malpensa, al Ponte sullo Stretto di Messina ed alla TAV. Nient’altro.
Succede poi, per star dietro alle richieste di tutte le forze politiche – di maggioranza e d’opposizione – che la compagnia di bandiera di un Paese non esteso, che non ha molte, lunghe tratte interne che rendano convenienti i voli interni, pensi di “raddoppiare” il terminal principale per i voli internazionali, quando altre nazioni più estese si guardano bene dal farlo. E’ ovvio che si fa la fine del classico vaso di coccio.
Tutto l’ambaradan viene cacciato allora in una campagna elettorale, dove ciascuno cerca di tirare le ali dei velivoli dalla propria parte, con il risultato di fracassare la carlinga.
Per salvare il salvabile, allora, si cacciano dalle tasche degli italiani 300 milioni di euro – per queste cose si trovano sempre, per gli ospedali e le pensioni da 512 euro non ci sono mai – e si fa un “prestito ponte”, di quelli che saranno resi il giorno del mai. Speriamo che, domani, non ci chiedano una altro “prestito per il ponte”.
C’è, però, una soluzione “strutturale” dietro l’angolo, pronta per mostrare che il futuro governo sa già oggi cosa fare: correte italiani – di là dei monti e dei mari – per salvare la compagnia di bandiera. Non si può rispondere picche agli amici degli amici, e allora si nicchia. Tronchetti-Provera non “prova” e dubita, ma afferma che forse sì, se c’è qualcuno che sa condurre una compagnia aerea, si può fare…se il piatto è ricco mi ci ficco, altrimenti…poi arriva “l’amico” Putin e promette che…sì…Aeroflot s’interesserà…vedrà…sempre, però, “salvaguardando i propri azionisti”.
Insomma, nessuno sembra concedere ampio credito alla “chiamata alle armi” di Berlusconi: tutti meno uno.
L’unico che afferma “sì, si deve dare una mano” è un tizio che – coloro i quali hanno già qualche capello grigio – ben conoscono, e risponde al nome di Salvatore Ligresti.
La storia di questo onest’uomo è nota: nasce a Paternò, in Sicilia, ma “mette a frutto” le sue doti nella Milano “da bere” degli anni ’80. Come altri “miracolati”, investe la classica “fortuna” che non si sa da dove spunta e, negli anni ’80, è considerato il più potente immobiliarista di Milano.
Purtroppo, finisce nella rete di Mani Pulite, ma non si cruccia: “scarica” Craxi ed ottiene così il patteggiamento della pena, due anni e quattro mesi. Che sconta, ovviamente, in affidamento ai servizi sociali: lor signori non ingombrano mai le carceri.
Non intendiamo in questa sede riprendere l’infinita vicenda politico/affaristico/giudiziaria di Salvatore Ligresti: il lettore potrà trovare sul Web ottimi articoli di Gianno Barbacetto e d’altri illustri giornalisti che tratteggiano, con sconforto, “l’ineluttabilità” del controllo politico/finanziario da parte di questa gang che ci governa.
Oggi, Totò Ligresti “dà una mano” per Alitalia. Grazie, non è il caso, dovrebbero rispondere politici che non si servono, per sanare i problemi, di pregiudicati, anche se d’alto bordo.
Invece, pare che Alitalia – come ricordato dal buon Vauro – finirà per diventare “Aligresti”, o forse peggio. Con buona pace dei leghisti che difendono Malpensa, con l’ausilio di finanzieri pregiudicati ed in odor di mafia, già condannati per reati di corruzione: padron Berlusconi s’è rivolto, come sempre, a chi di dovere. Similis similia solvitur, già affermavano gli alchimisti.

16 aprile 2008

Ma tutto questo Fausto non lo sa…

Old man look at my life,
I'm a lot like you were…

Vecchio uomo, guarda alla mia vita:
io, sono un po’ come tu eri…

Neil Young, Old Man, dall’album Harvest (1972)

Anch’io, caro Fausto, militavo nello PSIUP nel lontano 1972: allora, ero un giovane studentello, tu un piccolo bonzo sindacale. Già a quel tempo – ricordi? – ci fu la “batosta” elettorale che ci cacciò fuori dal Parlamento, ma la situazione era diversa. Pur con le dovute cautele, il PCI era ancora un partito di sinistra.
Francamente, osservandoti sulle poltrone di Vespa l’altra sera – io, che non sono andato a votare schifato proprio da voi – m’hai fatto gran pena. Dev’essere deprimente oltre misura, dopo una vita passata (a tuo dire) a credere in qualcosa, vederlo franare sotto le suole delle scarpe, avendo attorno un sedicente giornalista, leccapiedi ex-democristo, che recita il tuo de profundis.
Con garbo ammaliante al vetriolo, l’Insetto non ha esitato a tracimare nella pietas per chi giace nella polvere dell’arena: «Torni a trovarci quando vuole…troverà sempre la porta aperta…». Tu, sai che così non è, non sarà più, ed è in gran parte colpa vostra. Mentre Vespa biascicava la sua litania da sacrestia, avevi lo sguardo perso. Perdonami, siamo torinesi, e nei tuoi occhi ho letto l’estratto sintetico di quel bon ton piemontese che entrambi abbiamo aborrito: «Un rosolio, ragioniere?», «C’am saluta madama Burel…[1]», «A sunu la marcia real? Alura ‘a pasa l’ Principe…[2]».
Mamma mia, che desolazione: sentirsi l’artefice della scomparsa mediatica di quel poco che rimaneva della sinistra italiana.

Non è mio costume sparare sulla Croce Rossa: autorevoli colleghi stanno già correndo sulla via dello sciacallaggio, abusano dei “Io l’avevo detto!” per guadagnare – sperano, loro – un posto nel Limbo da qualche parte, pronti a leccare le suole dei nuovi padroni. Quanti ne abbiamo contati, in questi decenni.
Eppure, oggi, io non provo nei tuoi confronti acrimonia né desiderio di vendetta – e sì che ne avrei forse il diritto – per quel che ci avete fatto: la scomparsa della sinistra dalla politica italiana non è un fatterello senza importanza, come la Carfagna che forse diventerà ministra.
Intendiamoci: per quel che era diventata la sinistra italiana, forse meglio così. Non conta niente che le vostre facce scompaiano, conta invece molto che i veri valori della sinistra – per quel che fu – rimangano, perché senza quei valori non resta altro che un mondo globalizzato e potenzialmente suicida, incapace di comprendere il vicolo cieco nel quale sta correndo, che non ha sentore del muro che l’attende.

Penso che tu abbia bisogno di spiegazioni, perché non sei in grado di comprendere: d’altro canto – i sottufficiali del tuo partito e di quelli limitrofi – non mostrano d’aver compreso quel che è successo.
Non voglio tediarti oltremodo: rammenta solo che Diliberto attribuisce la sconfitta alla sparizione della falce e martello; sì, è lo stesso Diliberto che voleva portare in Italia la salma di Lenin. Oppure, un ricchissimo radical-chic campano, il quale non s’accorge che l’immondizia brucia nelle strade, che la diossina invade le mammelle delle bufale e continua a baloccarsi credendosi il ministro dell’Ambiente. Di balocchi, è morto anche quel tuo caporale – tal Ferrero da Cuneo – che doveva ripianare le ingiustizie sociali con un ministero della “Solidarietà sociale”, qualcosa a metà fra la “solidarietà compassionevole” di Bush e le dame di San Vincenzo.
Oggi – mentre i grandi “innovatori” del PD riscoprono i “governi ombra” di berlingueriana memoria – dalle tue parti s’afferma che “bisogna tornare nelle piazze”. Scusami la brutalità: continuate a non capire un cazzo.

Non vorrei partire da troppo lontano, ma è bene ricordare che tutta la logica marxiana non nasce da elucubrate affermazioni ideali, bensì dall’analisi dialettica della realtà. Non vado oltre.
Ebbene, quale realtà avete vissuto in questi anni?
L’ultimo “sussulto” da vera sinistra che ricordo fu la caduta di Prodi nel 1998: aveva promesso le 35 ore settimanali, non mantenne la promessa, lo faceste cadere. Non fa una grinza. Il bello (si fa per dire…) venne dopo.

Il primo strappo, lacerante, fra la sinistra italiana ed il suo elettorato fu il Kosovo: un insipiente ex segretario della FGCI – tal D’Alema da Gallipoli – per mostrare a Clinton che l’Italia era “alleato fedele”, non ebbe remore nel comandare agli AMX italiani di bombardare la Serbia. Attenzione: non si trattò del (pur discutibile) uso delle basi americane in Italia, bensì della cosciente compartecipazione alla criminale impresa, che oggi sappiamo non finalizzata alla liberazione od alla protezione di nessuno. I “beneficiari” di tale impresa furono i clan mafiosi albanesi comandati da quel Hashim Tachi, che sarebbe (il condizionale è d’obbligo) ricercato[3] per crimini di guerra dal Tribunale dell’Aia, con un particolare insignificante: oggi, è diventato Primo Ministro di uno stato che esiste solo sulla carta, ed i primi ministri non s’arrestano.
Tutta quella guerra fu una profonda ferita per la sinistra italiana: sul ponte Branko – a Belgrado – Michele Santoro intervistò un ex appartenente alle organizzazioni comuniste giovanili jugoslave, che parlava un buon italiano e conosceva personalmente D’Alema. «Cosa stai facendo, Massimo?» chiedeva incredulo. Non ebbe mai risposta.
Dopo, scoprimmo che due brigate islamiche organizzate da Osama Bin Laden avevano combattuto in Bosnia – le brigate Handsar e Kama – le quali portavano lo stesso nome delle due divisioni islamiche, inquadrate nelle Waffen SS, che combatterono i partigiani durante la seconda guerra mondiale.

La scimmia del Quarto Reich ballava la polka sopra il muro…" cantava De André in quegli anni e, a reggere la coda al Quarto Reich di Clinton e poi di Bush, c’era tutta la sinistra italiana schierata, in ordine di combattimento. Poco importa se qualcuno si chiamò fuori: Diliberto, Rizzo, Cossutta, Pecoraro, Mussi, Salvi e tutta la compagnia cantante oliarono – metaforicamente – le ruote dei nostri cacciabombardieri. I cosiddetti “pacifisti”: ma andassero…
Quella guerra sancì una tale frattura – nell’intera Europa – che, per la prima volta, i socialdemocratici persero la maggioranza alle elezioni europee del 2000. L’anno dopo, le perse il centro-sinistra italiano, e ci furono i cinque anni di Berlusconi.
Era proprio necessaria quella guerra? A rivederla a posteriori – ma già nel 1999 molti lo denunciarono – non produsse che nuove disgrazie, ed altre ne arriveranno – purtroppo – in futuro. La scelta italiana era obbligata? La Grecia – paese NATO – non concesse agli USA nulla, nemmeno l’uso del porto di Patrasso. L’Italia era poco importante? No, perché – a detta d’alti ufficiali USA – senza la collaborazione italiana la guerra sarebbe stata fortemente improbabile, giacché le basi appena acquisite in Ungheria non erano ancora in grado di sopperire alla bisogna.
Non commentaste quella guerra – lo ricordo – la dimenticaste in fretta, soprattutto nei pressi degli appuntamenti elettorali: un oscuro funzionario DS torinese si sbilanciò nell’affermare che le elezioni europee del 2000 erano state perse “perché gli italiani non avevano capito la fine della guerra nel Kosovo”. Probabilmente, a non capire, era qualcun altro.

Venne finalmente Berlusconi e trovaste un nemico da additare al “popolo di sinistra” il quale – bisogna purtroppo riconoscerlo – cascò in gran parte nell’inganno: c’è un “nemico”, è “ricco”, è “piduista”, è “fascista” od alleato dei fascisti. Una vecchia logica da guerra partigiana – affossiamo prima il nemico e poi vediamo cosa fare – ebbe il sopravvento: cinque anni persi senza comprendere che il mondo stava cambiando, e in fretta.
Quando riprendeste il governo, nel 2006, il “popolo della sinistra” italiano vi concesse l’ultima cambiale.

Già le prime avvisaglie non furono confortanti. Al posto di Boselli – all’Istruzione – un socialista che avrebbe almeno garantito un minimo di laicità nella povera scuola italiana, imposero Fioroni, il quale trascorse più tempo a visitare scuole private che pubbliche. Inoltre, continuò scientemente il lavoro di smantellamento della scuola pubblica iniziato dalla Moratti. Prova ne sia, che gli organici continuano ad essere tagliati e, la scuola italiana, scende ogni anno di un “gradino” nelle graduatorie internazionali. Comprendere che era necessaria una riforma complessiva, che prendesse atto del mutare dei tempi? No, i soliti “ritocchi” qui e là e tira a campare.
La scuola, però, è lontana e non tutti ne avvertono l’importanza.

Tutti gli italiani, però, fanno rifornimento di carburante: le uniche cose che siete riusciti a biascicare…dunque, sono state…no, non mi viene in mente niente. Silenzio assoluto. Viaggi in Kazachistan per conto dell’ENI di Prodi, laute prebende incassate sul prezzo dei carburanti e dai dividendi azionari di ENEL ed ENI. Vi siete accorti che il petrolio è arrivato a 113 $/barile?
E tutto l’ambaradan che prometteste sulle energie rinnovabili? Sarebbero i 200 MW lautamente sovvenzionati per il fotovoltaico? Quante installazioni d’aerogeneratori avete bloccato, finendo prigionieri delle stupidaggini “estetiche” propagandate – immaginiamo non solo per ragioni ideali – da un personaggio squalificato come Sgarbi?
Perché avete bloccato il piano eolico proposto dal precedente ministro Matteoli, che prevedeva l’installazione di 13.000 MW di potenza eolica di picco?
Perché la Spagna ha già in funzione la prima centrale solare termodinamica da 10 MW e l’Italia – nella quale il termodinamico è stato progettato! – non c’è ancora nulla?
Perché il ministro Bianchi – un ministro “comunista”! – comunicò, alla nomina, che avrebbe lavorato per realizzare le cosiddette “autostrade del mare” ed una forte impronta intermodale nei trasporti, e non ha fatto niente?
Perché il trasporto merci su ferro (non parliamo della TAV, ma delle linee esistenti) non è stato incrementato?

Perché, nonostante l’UE finanziasse al 50% le spese di progettazione ed al 10% i lavori per rendere nuovamente navigabile il Po, non avete fatto niente?
E qui, caro Fausto, entra proprio in gioco il tuo partito, perché – come risposta ad un articolo nel quale argomentavo proprio sulla navigazione interna, come avviene nei principali paesi europei – mi pervenne una risposta che devi spiegare. Mi giunse da un certo Marco Boffini, che non conosco, il quale assegnava al tuo partito proprio il merito d’aver bloccato i lavori per il collegamento fluviale fra Milano ed il Po. Eccola:

"Purtroppo questo canale avrebbe attraversato la pianura padana tagliandola praticamente in due e distruggendo molte aree agricole penalizzando le comunità locali. Per fortuna la costruzione di questo obbrobrio è stata abbandonata (grazie anche alla battaglia fatta da Rifondazione Comunista in Regione). Spero che lei non sia intenzionato a proporre la riapertura del progetto. E' giusto sistemare e potenziare ciò che già esiste, ma è assolutamente improponibile la realizzazione di nuovi canali, soprattutto nel territorio della pianura padana, così intensamente abitato e nel quale le realtà economiche locali sono strettamente connesse al territorio che, in presenza di un canale, riceverebbe un danno notevole."

Mi chiedo se i solerti amministratori di Rifondazione Comunista siano altrettanto pronti nel bloccare “raddoppi” autostradali od altre opere del genere. Per quel che mi risulta, un canale non è proprio un “obbrobrio”: in genere, è un luogo fresco, dove si può andare a pesca od a fare un pic-nic. Ti ricordo, inoltre, che una nave fluviale “toglie” dalla strada 80 autotreni e comporta l’impiego di circa un terzo del carburante, a parità di masse trasportate. In Provenza ne ho visto uno, in costruzione, nuovo di trinca, in Germania osservano una custodia maniacale per gli alvei dei fiumi. Meno male che in Italia abbiamo i solerti politici di Rifondazione, che s’oppongono a questi “obbrobri”.

Tutta la politica ambientalista del governo Prodi (sbaglio o c’eravate anche voi?) è stata un nulla di fatto: la ciliegina sulla torta è stata la crisi dell’immondizia in Campania, ma era una spada di Damocle che pendeva da tempo.
Inceneritori sì, inceneritori no? A qualcuno è passato per la mente che esistono anche altri metodi (oltre, all’ovvia raccolta differenziata) per smaltire i rifiuti? Qualcuno è andato in Israele – non per la solita visita a Yad Yashem – per osservare l’impianto di Haditha, che usa tecnologie nuove (fermentazione anaerobica con produzione di metano) a bassissimo impatto ambientale? Oppure, qualcuno ha interpellato il CNR – più precisamente il dott. Paolo Plescia – che ha progettato e realizzato il THOR (un impianto già funzionante in Sicilia), un progetto innovativo tutto italiano?
Lo sai che esistono altre, importanti innovazioni nelle tecnologie per i rifiuti, che nessuno di voi si è mai preso la briga di conoscere?
In Polonia, addirittura, con gli scarti di materiali organici hanno brevettato un sistema che ricava idrocarburi!
Potrei continuare per pagine e pagine, ma la sostanza è una sola: sul piano ambientale, avete deluso proprio i vostri elettori, che s’attendevano uno “scatto di reni” che non fosse la solita, ritrita polemica sul nucleare o l’acquiescenza ai desiderata di ENI ed ENEL, ossia petrolio e carbone. Con il risultato, che proprio i ceti meno abbienti si trovano salassati dai più alti costi energetici europei. Fallimento totale.

E veniamo all’apoteosi, ossia al peggio che siete riusciti a fare in soli due anni.
La notte del 23 Luglio 2007, come novelli carbonari, si sono riuniti i “vertici” del governo, dei sindacati, degli imprenditori – le cosiddette “parti sociali”, riedizione in salsa prodiana delle corporazioni di fascista memoria – le quali hanno steso una riforma del precariato che non ha migliorato di un’unghia la precedente stesura del centro destra. E sì che, in campagna elettorale, ne avevate detto peste e corna.
Poi siete riusciti a peggiorare la riforma Maroni sulle pensioni, perché la riforma Damiano richiede (dal 2012) un anno in più d’età e di contributi (62 anni e 37 di contributi) rispetto alla riforma del centro destra (61 e 36).
Molti lavoratori – paradossalmente – riceverebbero dei vantaggi se fosse ripristinata la riforma Maroni, il che è tutto dire. Dov’eravate?

Ecco, questo è il punto: non c’eravate, perché a quell’appuntamento – importantissimo per i lavoratori – non eravate stati invitati. Non c’era un solo rappresentante della cosiddetta “sinistra radicale”. Avete protestato, minacciato di far cadere il governo, almeno detto la vostra? No, ve ne siete stati buoni buonini nei vostri cantucci parlamentari – a 19.000 euro il mese – mentre ci toccava ascoltare il terribile dilemma, ovvero se Vladimir Luxuria dovesse usare i cessi degli uomini o delle donne. Ma, veramente, avete ancora la faccia di parlare?

Bisognava salvare il governo “per arrestare le destre”. Complimenti: risultato ampiamente raggiunto.
Non avete nemmeno compreso, poi, la ragione della caduta di Prodi.
Vi siete lasciati ipnotizzare dai richiami europei sulla necessità di rimettere a posto i conti pubblici, senza capire che i vostri voti servivano ai banchieri per salassare ancora di più i poveri italiani. Giunti ad un soddisfacente salasso, un tal Lamberto Dini – più che un “apprendista stregone” da Ceppaloni – ha tolto l’appoggio dei suoi tre senatori e Prodi è caduto come un piccione. “Piccionato” proprio da quei poteri bancari e dalle burocrazie finanziarie europee che sono l’espressione delle borghesie dominanti – uso per un attimo un linguaggio che dovrebbe esserti più familiare – e che vi hanno usato finché servivate, con le vostre boutade da palcoscenico di Luxuria e Caruso, con la pietosa messinscena di un Diliberto che consegna ad un cameraman sorpreso – ad una puntata di Ballarò – una proposta di legge per la riforma dei costi della politica. Perché non l’ha sbattuta sul tavolo di Prodi prima che il cosiddetto “risanamento” fosse giunto a conclusione?

Adesso vi lamentate del PD che vi ha “rubato” i voti: non considerate che avete perso circa due milioni di voti per pura e semplice astensione. Che fare?
Un piccolo consiglio – in qualche modo “leninista” – mi sentirei di darvelo, gratis.

Perché continuate a governare negli Enti Locali con il Partito Democratico? Se, per Veltroni & soci, avete “la rogna addosso”, perché governare con loro?
Comprendiamo che nel piccolo comune ci siano ragioni di opportunità spicciola, ma nelle amministrazioni regionali, provinciali e nei grandi comuni non si capisce perché quella “rogna” sia, tutto sommato, accettata.
Se le proposte politiche sono così distanti, come si fa a prendere decisioni comuni con personaggi come i sindaci di Bologna e di Firenze, che attuano oramai – in sede locale – la stessa politica liberista di Veltroni?
Invece di “scendere nelle piazze” – che, mi spiace comunicarvelo, sono per lo più deserte perché abbiamo capito che si va in piazza solo quando conviene ai caporioni sindacali per le loro carriere personali – perché non mostrate loro che, senza di voi, perderebbero centinaia di “succose” amministrazioni?
Se avete compreso la lezione, dovreste trarne le conseguenze: appena potranno, cercheranno “sponda” da Casini piuttosto che da voi. E voi rimarrete con la solita pippa.
Invece, mi sa che – passata la buriana – tornerete a parlarci di “rinascita” proprio partendo dai governi locali, perché sono oramai gli unici posti dove dei politici falliti come voi possono sperare di trovare asilo. Non saranno più 19.000 euro il mese, ma ci si può accontentare anche di 3.000: quando non si sa fare un cazzo, sono tutti soldi regalati. Come dite? Vi mancano i “cosiddetti” per farlo? Non avevamo dubbi.

Più che nelle piazze, dovreste forse visitare un po’ di più Internet, ma la cosa non vi piace.
Il sottoscritto – caro Fausto – non ha mai chiesto a nessuno di pubblicare i suoi articoli: semplicemente, sono stati i gerenti di vari siti a chiedermelo. La stessa cosa avvenne con il portale Web del tuo partito – Piazza Liberazione – e per alcuni mesi inviai anche a loro i miei pezzi.
Poi, prima dello scorso Natale se ben ricordo, il sito fu improvvisamente chiuso, senza fornire spiegazioni: cose che capitano, pensai.
Invece, qualche mese dopo, riemerse “privato” di tutti quegli autori che s’erano mostrati critici sull’operato del governo Prodi: anche all’auto-censura siete giunti!
“Depurata” da tutti gli autori scomodi, la rinnovata Piazza Liberazione è tornata ad occuparsi delle magnificenze di Cuba, di politica internazionale, e poco di un governo del quale era – oggettivamente – espressione critica, ma pur sempre espressione.

Questo è un punto importante: cercare di plagiare il Web, per i propri scopi, è il peggior investimento possibile. Sul Web il dibattito ambientale, quello sulla finanza e sulla teoria del valore, sui costi della politica, sull’organizzazione dello Stato – praticamente su tutto – è avanti anni luce rispetto ai vostri miseri antri di sedicenti innovatori. Vorreste innovare osservando il mondo attraverso la lente delle risultanze teoriche del marxismo, senza comprendere che l’analisi marxiana parte sempre dall’osservazione della realtà.
Un errore madornale, imperdonabile, soprattutto perché c’è bisogno di un dibattito serio sul futuro dell’umanità: dovremo sempre lavorare di più, consumare di più, fino a che l’eutrofia si trasformerà inevitabilmente in distrofia? Avete mai sentito parlare di teorie sulla decrescita?

No, purtroppo se ne parla nei libri e sul Web: voi – troppo impegnati ad occupare l’agorà televisiva – leggete poco e v’informate poco. Questo, soprattutto, è ciò che vi ha fatto perdere di vista la realtà, lo “scollamento” oggettivamente inevitabile.

Potremmo chiudere semplicemente con la preghiera per i defunti, ma sarebbe rischioso pensare che domani ci sarà già qualcuno pronto a ricevere il testimone della sinistra scomparsa. Proprio oggi, sul blog di Grillo, un lettore magnificava presunte doti “taumaturgiche” del miliardario genovese, per aver “azzeccato” con esattezza i nomi degli eletti.
Ho osservato il file (ufficiale) con le previsioni di Grillo e non c’azzeccava nulla. Il grande “santone” prevedeva 14 senatori per la Sinistra Arcobaleno e 12 per la Lega Nord: una “preveggenza” politica encomiabile.
Siamo curiosi di sapere cosa intesserà questa volta Grillo per il 25 Aprile, dedicato all’informazione, perché non ci sembra che si possa passar oltre al terremoto politico che c’è stato.
Se Grillo vuol continuare ad essere quel che è – ovvero un Masaniello elettronico – liberissimo di farlo, ma chi s’illude che da quelle istanze possa nascere una proposta politica efficace, a mio modo d’intendere s’illude, e pesantemente.

Gli spazi di discussione politica non sono più le piazze – dove migreranno, solinghi in cerca di claque, i Luxuria ed i Caruso – ma l’agorà di Internet. Qui, a mio avviso, s’è formata la (positiva) disillusione politica che ha condotto la sinistra italiana a dover prender atto del suo fallimento.
Qui, dovrà rinascere una nuova proposta: il processo richiederà tempo e riflessione. L’esperienza delle piccole liste – alcune con proposte nobili e credibili – è fallita perché a monte del voto c’è il dibattito: questa è una legge incontrovertibile del vivere sociale. Cambiano i mezzi e gli scenari, ma l’uomo continua ad essere un animale sociale, che ha bisogno del confronto per crescere e progredire. Senza confronto e discussione, nessuno t’affida un mandato.
E, in questo dibattito, sarà importantissimo il contributo che potrà portare la sinistra – senza trascurare certo altre istanze e tradizioni – “depurata”, però, del pessimo teatrino degli ignavi che ci ha mostrato nell’ultimo decennio. E’ morto il Re, viva il Re.

[1] “Mi saluti la signora Borrello”. E’ una battuta, diffusa, per tratteggiare il perbenismo piccolo borghese della città prealpina.
[2] “Suonano la marcia reale? Allora sta per passare il Principe!” Qui, invece, è l’anima sabauda della città a farsi viva.
[3] Si vedano, al riguardo, le dichiarazione del gen. Fabio Mini, che comandò la forza KFOR in Kosovo, reperibili facilmente sul Web.

09 aprile 2008

La piemontese della coscia

A dir il vero, ero partito per scrivere tutt’altro: ero, come si suol dire, in altre faccende affaccendato. Colpa del Web e del suo irrompere immantinente, senza chiedere permesso.
Basta indugiare un secondo, e concedersi il lusso di una svolazzata sulle agenzie, che ti compare l’ultima follia di questa assurda campagna elettorale, la meno amata – da sempre – dagli italiani.
Di spalla al pezzo forte, ossia alle alchimie politiche di Silvio Berlusconi – che immagina “una Camera alla sinistra qualora Napolitano dovesse dimettersi” – c’è il vero piatto di giornata, ovvero il prorompente ingresso nell’agone politico di una giovane (si fa per dire…) puledra piemontese, tale Daniela Santanché.

E passi che il Cavaliere s’ingozzi di boutade e di cattivo gusto: Napolitano sarà pure un anziano intellettuale partenopeo – forse intento a rileggere Benedetto Croce, forse a sfogliare gli almanacchi di San Gennaro – ma parlare di “dimissioni” di un Presidente della Repubblica, di quella veneranda età, è proprio cattivo gusto. Si fa prima a chiedere il numero di telefono dell’impresa di pompe funebri.
Di spalla alle serie (!) riflessioni politiche del Cavaliere, ecco irrompere la prorompente piemontese della coscia: qui, il lettore avrà bisogno di qualche chiarimento.

La bella manzetta è cuneese di nascita, e quindi abitiamo le stesse terre anche se il sottoscritto – ci tiene a precisarlo – non ha avuto i natali da queste parti.
Anche volendo cercare evanescenti comunanze, bisogna spiegare al lettore di Cosenza o di Gorizia che la provincia di Cuneo è “granda”, e tutto contiene. Da una lato, verso oriente, c’è l’introversa Langa di Pavese e di Fenoglio, con i suoi silenzi che s’interrompono soltanto per le schioppettate di “Un giorno di fuoco”, oppure per le diafane luci della luna e dei falò. E’ una terra dimenticata, separata da aspri colli sia dalla placida pianura piemontese, sia da quel mare di Conte “che non sta fermo mai”. Una Shangri-là con i suoi segreti, con i suoi Kafiri sempre pronti a violarla.
Dall’altra, verso occidente, c’è una vasta pianura che s’incunea, nella sua parte terminale verso la montagna: là sorge una città chiamata – onomatopeico – Cuneo, la quale ha dato i natali alla sopraccitata manza. E non basta: non so se proprio in città o nel circondario, anche a Pinocchio/Ferrero – che si è dilettato per un paio d’anni nel paese dei balocchi chiamato “Solidarietà Sociale” – ed a Mazarino/Damiano, che partì per demolire i lager per lavoratori creati dalla destra e finì per renderli ancora più tetri. A margine, c’è sempre una ministra della Salute della quale sappiamo poco – una biondina cotonata “anni 60”, tale Livia Turco – ed un ex ministro della Salute, tale Costa, che oggi è il Presidente della Provincia, dopo che s’era battuto per anni per l’abolizione delle Province. Come si cambia.

Non vorremmo tediare il lettore oltremodo, ma è necessario precisare che nella “granda” provincia s’alleva una razza di vacche chiamata “piemontese della coscia”, per la precipua specificità di possedere bicipiti copiosi, tali da concupire qualsiasi Pannella digiunatore.
Si fa un gran parlare della “Fiera del Bue Grasso” di Carrù, come dell’apoteosi dei sensi per chi straccia le analisi del colesterolo, convinto d’annacquarle con copioso Barbera d’annata.
Ora che abbiamo tracciato il quadro d’insieme – pur tralasciando particolari piccanti e gustosi, da provincia francese dell’Ottocento – possiamo affrontare il diniego politico della robusta manza nei confronti del Cavalier che tutto puote. In poche parole, la pulzella ha lanciato nell’agone politico il rifiuto per future alleanze, comunicando all’agenzia AGI il 9 Aprile 2008: "Berlusconi è ossessionato da me. Tanto non gliela do...".

Ora, a tutto eravamo preparati, ma che si mischiassero elementi di diritto costituzionale, d’opportunità politica, di grandi strategie per il futuro dell’italico stivale con le negate grazie di una manzetta piemontese “della coscia”, ci sembra un po’ eccessivo: in fin dei conti, forse anche Monica Lewinsky ha avuto una parte nella storia, ma mica ne menava gran vanto. Chissà se, anche grazie ai bollori spenti dalla giovane stagista, il “buon” presidente democratico – così amato dai veltroniani – finì per non invadere la Serbia?

Di conseguenza, invitiamo la giovane manza a passar oltre ai suoi rigidi principi: Parigi val bene una messa!
Non si leverà mai da noi, che la seguiamo con apprensione, nessun grido di disapprovazione: mai qualcuno ardirà ad accostarla a qualsiasi Violetta della storia o dell’arte, né ad una stralunata epigone di Madame Bovary, tanto meno ad un’enigmatica Mata Hari. Se il sacrificio è necessario per la stabilità della nazione, la signora ricordi che ministerium significa servizio: donna Veronica è signora di gran gusto, e saprà certamente comprendere certi sacrifici fatti nel nome del supremo interesse nazionale, come seppe fare – con gran signorilità – la famiglia Petacci.

Perduto per qualche attimo dalla novità prorompente, accompagnata dalle immagini osé della parlamentare della Destra, m’ero quasi scordato di quel che andavo facendo. Stavo meditando su un breve articolo di Carlo Gambescia dal titolo “Un minimo di chiarezza sulla tesi del superamento della dicotomia destra-sinistra”, pubblicato sul blog dell’autore e ripreso da altri siti e blog. Lo stavo rileggendo e meditando anche alla luce di un libro che ho appena letto, e che mi ha profondamente colpito.
Di là delle negazioni al “dialogo” della Destra, e delle profferte confusionarie della variegata sinistra, c’è qualcuno – in questi mesi occupati da un clamore afono di melensa campagna elettorale – che fa sul serio. Come, del resto, al sempre crescente disinteresse per penosi Festival di Sanremo, rimane l’ancora di salvezza del Premio Tenco per la vera canzone d’autore.

E di vero libro d’autore si deve parlare per affrontare il testo, fresco di stampa, “Alla ricerca della speranza perduta”, di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi (Edizioni Settimo Sigillo – euro 25), che – in qualche modo – ci può indicare un sentiero sul superamento della dicotomia destra-sinistra, il dilemma che indicava Gambescia.
Sgomberiamo subito il campo da interpretazioni frettolose e di bassa lega – quali “opposti estremismi che si giungono”, oppure più sofisticate tesi sulla condivisione di un fumoso “piano istituzionale” – perché qui di tutt’altro si parla: siamo al Tenco, non a Sanremo.
Affermare che i due autori riescano ad indicare una risposta alla domanda (implicita) di Gambescia sarebbe fuori luogo, poiché è così tanta l’acqua portata al mulino, in quelle 290 pagine, che non si può contenerla in un catino. Farebbe comodo – lo so – sarebbe comodo, ma ciò che è comodo non presenta crudamente le asperità che c’attendono.
Spezzando una lancia d’ottimismo, potremmo affermare che nella lunga “cavalcata” fra l’analisi critica del Novecento, l’ellenismo che trasuda ad ogni pagina e il pragmatismo di chi avverte la pericolosità degli anni a venire, si può tracciare al minimo un quadro dinamico, ma estremamente preciso, della situazione attuale. Cosa che pochi analisti – oggi – riescono a fare.
Anzitutto si sgombrano macerie: macerie di guerra fredda, di luoghi comuni – soprattutto – di falsi perbenismi e di ammiccanti concessioni al riguardo della globalizzazione.
Senza peli sulla lingua, appare chiaro sin dalle prime pagine che l’attuale fase di globalizzazione viene osservata sia da Destra (Tedeschi) sia da Sinistra (Preve), come il “rullo compressore” dell’economicismo sfrenato, che altro scopo non ha che quello d’omogeneizzare paesi e mercati, con l’unico obiettivo di renderli ricettivi ai desiderata della finanza liberista. E, già questo, è un primo passo.

Tornando a Gambescia – che pone il problema del superamento in termini “descrittivi” e “normativi”, assegnando al primo termine un sentore empirico (di “evidenze sensibili”, potremmo affermare) ed al secondo l’arduo compito di “normare” la transizione verso una piattaforma di sentimenti e progetti condivisi – potremmo almeno affermare che si traccia un sentiero.

Va detto a chiare lettere che entrambi gli autori non avvertono il minimo desiderio di rinunciare al loro passato (cosa, di per sé, insulsa in essere), ma intendono partire dal loro bagaglio culturale confrontandolo punto per punto.
Ecco, allora, dipanarsi nel testo il confronto su guerra e falsi pacifismi, geopolitica “liberata” dai fantasmi del Novecento e, allo stesso tempo, estrapolata proprio dalle vicende storiche del secolo appena concluso: un lungo viaggio senza pelli di salame agli occhi, per essere brevi e concisi.
Un viaggio non facile – avvertiamo il lettore – poiché s’intersecano i richiami ai greci ed a Gentile, a Del Noce (non Fabrizio) ed a De Benoist. Rilievi critici e convergenze dapprima inaspettate, poi da cogliere con sorpresa, quasi con stupore.

La chiave di volta del libro è il richiamo al comunitarismo, non come risposta avversa e contraria ai sinceri valori internazionalisti e libertari, ma come rinnovato rispetto per le altrui differenze, viste come elemento di comune arricchimento, al di fuori dei facili perbenismi da sacrestia.
Sarebbe troppo sostenere che Preve e Tedeschi siano riusciti a dipanare completamente la matassa ed a renderci – in chiave facilmente fruibile – risposte ai dilemmi esposti da Gambescia: sarebbero caduti, in definitiva, in una sorta di trabocchetto “globalizzante”. In piena contraddizione con le tesi esposte.
Non è quindi un testo per palati raffinati, ma per palati “forti”, ossia disposti ad affrontare e meditare sui mille spunti che si dipanano fra le righe, i quali conducono a nuove riflessioni. Che, però, arricchiscono: proprio da queste pagine, a mio parere, potrebbe partire un dibattito dai toni nuovi, per rifondare – un giorno certamente non vicino – le basi sociali del nostro povero Paese. Che, oggi, s’interroga in prima pagina sulle (im)possibili alleanze fra manze e cavalieri, con annesso ius primae noctis.

Tutto ciò è da serbare e da rimuginare da martedì prossimo in poi, quando qualcuno avrà la sua vittoria di Pirro, ci ammansirà con nuovi proclami di rinnovata fiducia e dipingerà fulgidi futuri. “Chi mi riparlerà di domani luminosi…” recitava Fabrizio de André nel 1968: sono trascorsi 40 anni, e fra qualche giorno torneranno al solito copione.

Qualche parola in più è necessaria per quei piccoli movimenti che hanno deciso di presentarsi alle elezioni, e che da martedì prossimo torneranno nell’ombra. Perché?
Poiché, senza una necessaria fase di riflessione sui valori e sulle istanze della destra e della sinistra (quelle vere, non i teatrini per allocchi con annesse “manzette”), si finirà per continuare a gettare via il bambino con l’acqua del bagnetto.
Fascismo e Comunismo hanno fallito? Bene, non ci resta altro che uno sfolgorante capitalismo iperproteico, globalizzato, intercambiabile: dai capelli brizzolati di Bush agli occhi a mandorla di Hu – Jin – Tao. Questo, vorrebbero farci credere, è ciò che s’intende per “politica internazionale”.
In alternativa, dissertate sulle “alleanze” dettate dalle manze dalla coscia lunga, che “la danno” o “non la danno”: italiani, vi lasciamo scegliere! Più “democratici” di così…