18 luglio 2008

Fascismi paralleli

Gli ultimi atti del governo – il cosiddetto decreto sicurezza in particolare – contengono provvedimenti che sono stati bollati come razzisti dalle principali cancellerie europee: il prelievo delle impronte ai bambini ROM, ad esempio, è qualcosa che evoca pessimi ricordi, soprattutto nell’Europa che non dimentica cosa fu l’Italia.
Il tutto, come chi s’informa sa bene, senza nessuna urgenza per prendere un provvedimento del genere: non esiste, nelle cronache giudiziarie o nelle investigazioni, nessun elemento che porta a concludere che i ROM sequestrino bambini italiani. I quali, talvolta, spariscono (come in altre parti del mondo “civilizzato”): sarebbe meglio, forse, gettare l’occhio su altri traffici, quali le adozioni illegali o, peggio, il traffico clandestino d’organi destinati ai trapianti. I ROM, in questo caso, sono perfetti come capro espiatorio: se non ci fossero, bisognerebbe inventarli. E si “beccano” pure le leggi razziali.
E’ chiaro che, parlando di leggi razziali, la memoria corre subito a quelle emanate dal Fascismo anche se, ad onor del vero, esse non condussero – nella società italiana – a nessuna “caccia all’ebreo”. Negli stessi giorni nei quali Mussolini emanava le famose leggi del ’38, promuoveva al grado di generale un tal ufficiale Levi, segno che le leggi razziali furono più un “pegno” dovuto all’alleato germanico che frutto del regime. Diversa fu la situazione durante la guerra, quando a comandare furono i nazisti.

Nelle analisi che spesso appaiono sul ventennio fascista, l’accento cade sempre sulla guerra (civile, oppure di liberazione, secondo i punti di vista), sull’impreparazione bellica del regime, sul “gossip” dell’epoca, sulla debolezza della monarchia, sulla fine di Mussolini, ecc. Esistono ovviamente testi analitici, dove s’affronta la genesi e l’affermarsi del Fascismo, ma pochi li affrontano: al massimo, si cita la classica suddivisione fra primo e secondo fascismo, ossia la fase movimentista e quella di governo. E morta lì.
E’ interessante, invece, raccogliere testimonianze dirette – i cosiddetti “fatti” che il giornalismo italiano spesso finge di dimenticare – fin quando abbiamo a disposizione testimoni diretti. I quali, ovviamente, non possono avere valore d’universale, ma raccontano cose avvenute: situazioni, persone, luoghi, sui quali è difficile compiere operazioni di disinformazione. Vedremo, in seguito, che il lupo perde il pelo ma non il vizio, poiché le stesse metodologie sono usate ancora oggi, con più discrezione, intorno a noi.

Ho perciò deciso d’intervistare mia madre – classe 1927 – che ben ricorda ciò che avvenne in quegli anni in una delle “frontiere” più calde del regime: l’area del basso Po, a cavallo fra Emilia e Veneto.
I ricordi di mia madre hanno duplice valenza: da un lato ci sono le memorie personali, dall’altra quelle ricevute dai parenti che furono però comprovate – come vedremo in seguito – dall’esperienza personale.
Quando mia madre nacque, la famiglia possedeva casa e terreni nella cosiddetta “bassa”. Inutile citare luoghi: tanto, la “bassa” è sempre “bassa”, ovunque la si osservi. Avevano bestiame, terreni coltivati ad erba medica, grano, granturco, barbabietole da zucchero e vigna: il problema, era che la famiglia era socialista.
Le condizioni economiche della famiglia erano buone, tanto che i “vecchi” si recavano a “passar le acque” a Recoaro Terme, segno che quei campi rendevano abbastanza da consentire anche qualche modesto svago e qualche “investimento” in cultura. La “cultura” della grandi famiglie patriarcali era quasi esclusivamente musicale: ancora impregnati dalla musica di Verdi, dalla grande stagione risorgimentale, non lesinavano qualche lira per affidare i figli ad un maestro di musica.

I primi ricordi di mia madre, però, narrano un’infanzia segnata da ripetuti crolli economici, che coincisero con i suoi primi anni di vita.
La cagione di tutti i guai fu il rifiuto di rimuovere, dall’ingresso della grande casa patriarcale, le fotografie di Felice Cavallotti e di Giacomo Matteotti. Una bestemmia, per il Fascismo in ascesa.

Due parole – sempre tratte dai ricordi di mia madre – per definire chi fossero i fascisti dell’epoca.
Alcuni erano ricchi proprietari terrieri – talvolta aristocratici, di quella aristocrazia che il primo Fascismo intendeva abbattere – ma non rappresentavano la grande proprietà terriera: altri possidenti, non avevo affatto aderito al movimento di Mussolini.
Quelli che invece erano compresi quasi all’unisono nei Fasci Littori, erano una schiera raccogliticcia di reduci che non avevano ricevuto nulla dopo i sacrifici della Grande Guerra, oppure sottoproletari, perdigiorno, abituali frequentatori di bische e taverne. La gran parte della popolazione, che continuava a coltivare la terra od a gestire i commerci di sempre, non era attratta dalle idee “rivoluzionarie” di Mussolini: le interpretavano come un’intemperanza, una “scapigliatura” che non avrebbe avuto seguito. Se, un Re imbelle, non avesse ceduto altrimenti.

Il primo atto che si materializzò, per quella famiglia socialista che non aveva mai torto un capello a nessuno, fu la confisca del bestiame: un colpo gravissimo per l’economia dell’epoca. Difficile trovare paragoni: forse, sarebbe come togliere oggi, all’improvviso, l’intero parco automezzi ad un’azienda di trasporti.
Colpiti senza preavviso, il percorso divenne difficile: per alcuni anni cercarono di vendere la produzione agricola – ma la concomitante crisi economica non li favorì – e, in breve tempo, contrassero dei debiti che li portarono a dover vendere la proprietà.
Un parente, però, s’offrì d’acquistare per loro una modesta casa di otto camere con un po’ di terreno, per salvaguardare almeno la sopravvivenza. La vendetta dei fascisti, però, non si fece attendere.

Appena insediati nella nuova casa, quattro delle otto camere furono requisite per collocarvi la “Casa del Fascio” locale, ed i terreni prospicienti furono anch’essi immediatamente confiscati, per crearvi attività ricreative per la popolazione che accettava d’aderire al Fascismo: giochi da bocce, sale da ricreazione, ecc.
Così, il mio bisnonno – che amava giocare a Ramino – si trovò impossibilitato ad entrare nella struttura “ricreativa” che era stata creata rubandogli la terra, giacché non aderiva al Fascismo.
Quelli che non avevano aderito al Fascismo, decisero allora di ritrovarsi – semplicemente – in una casa privata per non rinunciare al poco divertimento dell’epoca: un mazzo di carte.
Saputa la cosa, i fascisti irruppero nella casa sfondando la porta e distruggendo mobili e suppellettili; il messaggio era: se non aderisci, nemmeno una “mano” di Ramino ti sarà concessa.

Dopo pochi anni trascorsi in quell’inferno, s’aprì quasi necessariamente la via dell’emigrazione: la diaspora fu europea ed americana, dal Sud al Nord, dell’Italia, dell’Europa e delle Americhe.
A fronte di pochi successi, le miserie e le privazioni furono incommensurabili: non racconterò nulla, perché sarebbe un inutile concedersi ai sentimentalismi personali. Quello che mi spaventa, è l’oggi.

Sull’opposto versante – quello delle concessioni – il Fascismo collocava nelle aree bonificate famiglie che, ovviamente, dovevano aderire al regime, pena l’emigrazione o l’emarginazione economica. Anche le avventure coloniali altro non furono che il tentativo di placare la spinta demografica interna: sempre, però, accompagnate dal necessario imprimatur del regime. In altre parole, una regia semplice come lo erano i mezzi di persuasione dell’epoca: aderisci, o perisci. In questo quadro, spesso sono state ricordate le bastonature e l’olio di ricino – pur avvilenti e dolorose – mentre nessuno pone mai all’attenzione del grande pubblico i mezzi che garantirono la sopravvivenza sociale del regime: un’attenta scelta operata per anni, nella quale era premiata l’adesione e scacciata l’opposizione.
“Scacciata” è forse il termine più esatto: il regime mostrò anche il viso duro – ricordiamo i fratelli Rosselli – ma si limitò al confino per tanti antifascisti. La necessità primaria del regime era quella di mostrare l’adesione di massa al Fascismo: episodi violenti avrebbero turbato il “sogno” mussoliniano, meglio allora “dimenticare” gli oppositori a Ventotene.

Nei confronti della Chiesa cattolica, poi, ci fu il “grande successo” dei Patti Lateranensi: anche in quel caso, era necessità primaria del regime garantirsi l’appoggio della Chiesa sul fronte sociale. Detto fatto: le concessioni fatte alla Chiesa con quel trattato – che durano tutt’oggi – hanno riconosciuto privilegi impensabili, ad uno Stato estero, sul territorio italiano. La Chiesa ricambiò generosamente, e non solo con la benedizione dei gagliardetti littori – memoria corta, monsignori? – bensì con il finanziamento dell’apparato bellico fascista tramite lo IOR, prontamente “sdoganato” dalle sole opere di carità, da Pio XII.

Altre nobili iniziative del regime furono la creazione dell’Ordine dei Giornalisti – memoria corta, direttori? – per controllare ancor meglio la stampa già controllata e il ferreo appoggio alla classe industriale dell’epoca – memoria corta, imprenditori? – che culminò con l’icona di Benito Mussolini e Giovanni Agnelli che inauguravano la Fiat Mirafiori.

Quel “ferreo appoggio”, però, non generò frutti, al punto che gli aviatori italiani andarono a morire contro gli Spitfire inglesi sui biplani FIAT CR-42[1], mentre i marinai italiani sparavano decine d’inutili salve sulle navi inglesi, poiché la cariche italiane erano così imprecise da non consentire la valutazione del tiro[2], e gli alpini gelavano nella steppa russa con le suole di cartone.
Vuota retorica? No, perché l’appoggio senza condizioni – ossia senza elaborazione politica – sulle “vie” da seguire in campo tecnologico ed industriale, condusse la nazione che aveva inventato la radio a non sapere cosa fossero il radar e l’ASDIC[3]. Fino al 1943, i cacciatorpediniere italiani non ebbero mezzi per individuare un sommergibile immerso!

Riassumendo, il regime mostrò cedimento e connivenza con la classe imprenditoriale e con la Chiesa cattolica, promozione sociale soltanto per chi aderiva senza condizioni e rimozione – perlopiù “morbida” – di qualsiasi opposizione.
E veniamo all’oggi.

Ciò che mi ha suscitato sorpresa – e la necessità di una “immersione” nel passato – è stata la lettura di un articolo del recente Decreto Ministeriale n. 112, appena “partorito” – si dice “in un quarto d’ora” – dal governo Berlusconi. Si tratta dell’art. 72[4]:

1. Per gli anni 2009, 2010 e 2011 il personale in servizio presso le amministrazioni dello Stato, anche ad ordinamento autonomo, le Agenzie fiscali, la Presidenza del Consiglio dei Ministri, gli Enti pubblici non economici, le Università, le Istituzioni ed Enti di ricerca nonché gli enti…può chiedere di essere esonerato dal servizio nel corso del quinquennio antecedente la data di maturazione della anzianità massima contributiva di 40 anni…La disposizione non si applica al personale della Scuola.

Quale magnanimità! Dopo le forche caudine di Maroni/Damiano sulle pensioni, ecco che il generoso Berlusconi concede cinque anni d’anticipo sull’età del collocamento a riposo! E’ per tutti? No, la Scuola non è prevista. Fatto singolare, giacché uno studio della Banca d’Italia indica proprio nell’anzianità dei docenti uno dei principali ostacoli a qualsiasi riforma della scuola italiana. Prontamente, la governante di casa Brunetta – una tal Mariastella Gelmini – s’è affrettata a dichiarare che “non si tratta d’età, bensì di motivazioni”: ci risparmi le riflessioni che compie mentre pulisce l’argenteria di un “professore bravo”, come Brunetta ama autodefinirsi. Curioso anche lo “studio” prontamente pubblicato dalla Banca d’Italia – ossia da Draghi – il quale sosta sulla riva del fiume, nell’attesa che passi il cadavere – politico, ovviamente – di Berlusconi.
Non sono previsti gli Enti Locali ed altre amministrazioni…viene da chiedersi: perché?

Il D.M. 112 è un vero atto di guerra nei confronti dei soli dipendenti pubblici: riduzione del 30% dello stipendio anche per pochi giorni di malattia, reperibilità per le visite fiscali dalle 8 alle 20; in pratica, gli arresti domiciliari – e quando ci si deverecare nelle strutture sanitarie per curarsi e, quindi, cercare di guarire? Mah… – e “risparmi” sulla sola Scuola per quasi 8 miliardi di euro, contro gli improbabili 4 della tanto sbandierata Robin Tax.

Aprendo una parentesi, vogliamo ricordare che la nuova “creaturina” di Tremonti è la riedizione della “tassa sul tubo” del suo precedente governo. Una barzelletta, giacché lo Stato è il principale socio di ENI ed ENEL: si tratta, in definitiva, di una pietosa partita di giro, nella quale i soldi cambiano solo collocazione nel bilancio. Il solito trucco di Trecarte…pardon…Tremonti…

Torniamo al “regalo” pensionistico di Berlusconi. Tutti quei dipendenti potranno fruirne? Sembra di no…

2. E' data facoltà all'amministrazione, in base alle proprie esigenze funzionali, di accogliere la richiesta dando priorità al personale interessato da processi di riorganizzazione della rete centrale e periferica o di razionalizzazione o appartenente a qualifiche di personale per le quali e' prevista una riduzione di organico.

Ecco, si fa chiarezza: è “facoltà dell’amministrazione”. Nel senso: tu sì, lui no. Dipende dal processo di “riorganizzazione”.
Già c’insospettisce che siano rimarcati nel decreto i dipendenti della Presidenza del Consiglio dei Ministri: conoscendo Berlusconi, non ci sarebbe da stupirsi se tutto il can can fosse stato creato per sistemare qualche “velina”…no, sarebbe troppo “attempata” per i suoi gusti…forse, allora, qualche dipendente al quale si deve riconoscenza? Approfondiamo la questione.

3. Durante il periodo di esonero dal servizio al dipendente spetta un trattamento temporaneo pari al cinquanta per cento di quello complessivamente goduto…al momento del collocamento nella nuova posizione. Ove durante tale periodo il dipendente svolga in modo continuativo ed esclusivo attività di volontariato, opportunamente documentata e certificata, presso organizzazioni non lucrative di utilità sociale, associazioni di promozione sociale, organizzazioni non governative che operano nel campo della cooperazione con i Paesi in via di sviluppo, ed altri soggetti da individuare con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze da emanarsi entro novanta giorni dall'entrata in vigore del presente decreto, la misura del predetto trattamento economico temporaneo è elevata dal cinquanta al settanta per cento…
Allora: stai “a riposo” per cinque anni con metà stipendio[5]. Se, invece, svolgi attività di volontariato, la tua retribuzione sale al 70%. Un bel regalo – veramente sorprendente – per tutte quelle attività “sociali” della Chiesa cattolica, già ampiamente remunerate con trasferimenti della pubblica amministrazione. Uno dei tanti esempi, le colossali “torte” sui tossicodipendenti. Così, la Chiesa avrà a disposizione manodopera gratis la quale – è bene sottolinearlo – per quel 20% in più non sarà più volontaria – e quindi libera – ma legata a filo doppio alle “caritatevoli” istituzioni religiose.
Inoltre, i destinatari di tali provvedimenti non saranno tutti, bensì soltanto coloro per i quali l’amministrazione concederà il placet – fin troppo facile capire a chi sarà concesso – ed addirittura Brunetta & soci scoprono le loro carte quando affermano che ne godranno “altri soggetti da individuare con decreto del Ministro dell'economia e delle finanze…
Con una simile legge – che lascia tutte le porte aperte alle sole circolari ministeriali od a decreti “attuativi” – il governo potrà gestire a piacimento le generosa elargizione.
Non ti basta quel misero 70% dello stipendio? Ebbene, lo Stato ti riconosce la possibilità d’arrangiarti:

5. Il trattamento economico temporaneo spettante durante il periodo di esonero dal servizio e' cumulabile con altri redditi derivanti da prestazioni lavorative rese dal dipendente come lavoratore autonomo o per collaborazioni e consulenze con soggetti diversi dalle amministrazioni pubbliche…

Così, oltre al 70% dello stipendio, potranno raggranellare denari da consulenze od altre prebende di varia natura, come confermato nello stesso decreto all’art. 46:

1…le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali, con contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, ad esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria…

Insomma, una legge “ad personas” per facilitare gli “amici degli amici”.

Scorrendo gli articoli del decreto, mi sono chiesto cosa pensassero gli eventuali “gonzi”, dipendenti pubblici, che avessero votato Berlusconi. Non è un caso che la scuola sia esclusa dal decreto: analizzando i flussi elettorali, sanno benissimo che il centro destra non gode nella scuola d’ampi consensi.
Conseguentemente, ne sono esclusi i dipendenti degli Enti Locali, in gran parte governati – oggi – dal centro sinistra.

Rimane il problema di compensare proprio quei “gonzi”, considerando che il novello PDL non ha un’organizzazione territoriale diffusa. Il poco sul quale possono contare è in gran parte di Alleanza Nazionale – partito destinato all’estinzione, con la nomina di Fini al posto che fu di Bertinotti – che finirà per scomparire mediaticamente e, quindi, anche politicamente. Tentando un parallelismo storico, il Berlusconi/Mussolini riserva al Fini/Balbo medesimo destino (politico), ossia la distruzione di qualsiasi Delfino.

C’è il problema di creare quadri sul territorio – dove la pallida opposizione conserva importanti posizioni – e catalizzare lo sviluppo dei Circoli della Libertà/Fasci Littori: e chi paga?
Ecco allora il buon Ministro dell’Economia – del quale alcuni hanno apprezzato le “innovazioni” – stendere “entro novanta giorni” l’elenco dei misteriosi “altri soggetti” che godranno dei pensionamenti anticipati. A questo punto, il quadro diventa chiaro: daremo 5 anni di “bonus pensione” ai nostri, e che gli altri si fottano. Alalà.

Per gli stinti epigoni della sinistra italiana, che ritengono il berlusconismo un animale privo di cervello e vaneggiano imprecisate “superiorità culturali”, sarà una sorpresa scoprire come Berlusconi non solo li abbia gabbati più volte (e continuerà a farlo!), bensì riesca con decreti all’apparenza “innovatori” a finanziare con le casse dello Stato la nascita di un ceto politico a lui fedele.
I penosi Veltroni, Fassino, D’Alema & Co, si consolano affermando – loro dichiarazioni – che il governo perde consensi. E chi se ne frega, risponde – in pieno stile fascista – Berlusconi: ho una maggioranza schiacciante, pieno potere sui media, appoggio dagli USA. Chi sono, queste fastidiose zecche, per importunarmi?
Le scelte economiche condurranno al disastro? E’ già pronta la solita filastrocca del Tremonti[6] “innovatore”:

«Non ci sono tesoretti ereditati, non c'è alcuna giacenza. I numeri che abbiamo trovato sono tutti negativi… riteniamo importante blindare la manovra finanziaria dello stato per i prossimi tre anni prima dell'estate per metterlo al riparo dalle tempeste…»

La solita solfa: siamo in braghe di tela…la congiuntura internazionale negativa…eccetera…
In realtà, i soldi per i grandi “interessi” del regime berlusconiano si troveranno, anche facendo debiti: TAV, Ponte sullo Stretto, centrali nucleari, (forse) Alitalia…
Ecco la medesima saldatura del Fascismo con la classe imprenditoriale: una connivenza acritica, che non considera le reali necessità del Paese, bensì i metri cubi di cemento che saranno affidati in appalto. Sempre, ovviamente, con il noto “teorema di Craxi”, ossia il 30% in tangenti. Del Turco docet.
L’Italia rimarrà definitivamente indietro nei settori tecnologici di punta? Non investendo nell’istruzione, in formazione e ricerca è assodato: lo riconosce anche la governante di casa Brunetta.

La Lega sarà accontentata con la solita caramellina, ossia una sorta di federalismo fiscale che assomiglierà tanto alle vecchie “gabbie salariali”, così da non penalizzare l’economia meridionale: la quale, continuerà tranquillamente – con gran pace di Lombardo e del suo Movimento – a campare nella più completa evasione fiscale. Con la mafia bisogna convivere: parola di Lunardi, gran cementiere.

Rimane un aspetto mai abbastanza sottolineato: Berlusconi non fa tutto quello che fa per difendersi dalla Magistratura – se se ne andasse, riceverebbe immediatamente completo salvacondotto – bensì per soddisfare un delirio d’onnipotenza che è più materia per strizzacervelli.
E’ sì appoggiato dagli imprenditori e dalla Chiesa, ma in un rapporto subalterno come lo fu Mussolini: difatti, il Badoglio della situazione è già in panchina, ossia Mario Draghi.

Rimangono da definire i contenuti, ovvero il “credo” del potere berlusconiano: i valori del berlusconismo sono un’acquiescenza totale ed acritica verso il liberismo e la globalizzazione. Ieri il Fascismo contro le “democrazie plutocratiche”, oggi il Berlusconismo contro la “democrazia partecipativa”: lui stesso, ha affermato che per governare “bastano una trentina di persone: gli altri, devono solo votare e procacciar voti”. Basta ed avanza il Gran Consiglio.
Ieri le avventure coloniali per procacciare il grano, oggi quelle neocoloniali per rapinare petrolio e minerali necessari al vagheggiato capitalismo senza limiti di sviluppo. Ciò che chiede Berlusconi ai suoi elettori, difatti, non è un percorso ragionato, bensì un atto di fede.

Tutti coloro che s’oppongono non verranno contrastati, bensì – come dal Fascismo – semplicemente emarginati: quanti giovani laureati italiani scelgono, già oggi, l’Europa ed il Mondo? Una nuova emigrazione – devastante per il Paese – perché ad emigrare sono, spesso, le migliori menti. Cosa riceverebbero in Patria? Un posto in un call centre, oppure una raccomandazione dopo ore d’anticamera presso un notabile che occupa quel posto per semplice e totale affidamento al potere. Quando non sia “una” notabile, che lo ha ottenuto per ben altri meriti.
Riassumendo, ecco un quadro generale della situazione:

Settore
Fascismo
Berlusconismo
Industria
Bassa tecnologia
Bassa tecnologia
Struttura politica
Partito Unico
Partito Unico
Opposizione
Aventino
Inesistente
Emigrazione
Bassa scolarità
Alta scolarità
Politica Estera
Avventure coloniali
Avventure neo-coloniali
Controllo dell’informazione
Ordine dei Giornalisti
Controllo delle TV
Istruzione generalizzata
Assente
Demolita
Credo politico
Autarchia
Liberismo sfrenato
Energia
Carbone del Sulcis
Nucleare
Rapporto con la Chiesa
Succube
Succube
Cultura
Avanspettacolo
Talk-show

Ciò che i poveri Veltroni e Fassino – menti all’ammasso della politica italiana – non comprendono è che il berlusconismo non è mai stato così vivo: non fu così nel 1994 e nemmeno nel 2001. Se qualcuno spera ancora in Antonio Di Pietro, sappia che sulla manovra economica del governo l’ex pubblico ministero ha dichiarato “disponibilità”: forse, Di Pietro è ferreo sulle questioni legate alla giustizia, ma sull’economia è uomo di destra, convinto assertore del capitalismo internazionale. Non c’è nessuna speranza, tanto meno dalla diaspora della ex sinistra.
Quello che lascerà Berlusconi, e la sua compagnia di nani e ballerine, come il Fascismo, saranno solo macerie, materiali e morali: prepariamoci.

[1] Ancora prodotti e consegnati nel 1943!
[2] Il tiro navale dell’epoca, si basava sulla semplice ricognizione ottica sui punti d’impatto dei proiettili in mare. Per regolare l’alzo dei cannoni, però, era necessario disporre di cariche di lancio (esplosivo) esattamente uguali l’una all’altra, cosa che l’industria italiana non riuscì mai ad attuare. Nessuna nave inglese fu mai affondata o gravemente danneggiata dal tiro delle corazzate italiane.
[3] Strumento per rilevare un corpo immerso, altrimenti detto SONAR.
[4] Ho volutamente omesso le parti del decreto che richiamavano a precedenti leggi e decreti, per agevolare la lettura. Le parti omesse non contraddicono né inficiano in alcun modo il testo proposto.
[5] Il generoso “regalo” è completato dal conteggio degli anni, ai fini previdenziali, come lavorati a stipendio pieno.
[6] Discorso di Tremonti alla Camera, del 17 Luglio 2008, per la presentazione del decreto fiscale.

10 luglio 2008

Dalla Luna alla Terra

Cari lettori, vi saluto dalla località di villeggiatura che ho scelto per le vacanze. Quest’anno, per festeggiare la nascita del mio 38° criceto, ho deciso di farla un po’ “grossa” e mi sono detto: ma sì, crepi l’avarizia, e sono andato sulla Luna.
Come? Mi sono rivolto ai discendenti del barone di Munchausen, che hanno organizzato tutto: comodo viaggio in dirigibile, orbita panoramica sul satellite prima della discesa, infine la confortevole sistemazione in camera singola con vista sulla Terra.

Da qui, ieri, ho osservato – grazie al potente telescopio della struttura turistica – la grandiosa manifestazione chiamata “NoCav”, con annesso audio ed effetti speciali.
Devo confessare che la cosa, vista con il sottofondo degli spazi siderali, più di tanto non mi ha stupito: ho ammirato l’eloquenza e la fine satira di Travaglio, il “grido di dolore” di Moni Ovadia, le esternazioni un po’ “osé” della Guzzanti e la constatazione – ovvia – di Grillo, che Pertini non avrebbe mai firmato quell’atto. Eh, lo credo bene che “U Sciandru” non l’avrebbe mai fatto: quando abitavo a Stella (SV, paese natale di Pertini), ricordo che Pertini non si recava nemmeno per un semplice saluto nella Federazione del PSI dell’epoca, a Savona. Perché?
Poiché sapeva che – a riceverlo – ci sarebbe stato un certo Alberto Teardo, tessera P2 in tasca, e “U Sciandru” non amava le società segrete. Soprattutto quella. “U Sciandru”, nonostante le spesse lenti, sapeva ben distinguere chi lavorava per la Repubblica e chi, invece, complottava per affossarla.
Se, invece, Napolitano accetta di firmare un decreto per salvare da un giusto processo un altro piduista incallito, sta dall’altra parte della barricata. Almeno, così si vedono le cose dalla Luna.

Il resto non l’ho visto perché era ora di cena e qui, sulla Luna, si è molto attenti all’etichetta. Mi hanno riferito che Di Pietro ha ricordato la P2 – pietra miliare se si vuol capire cosa sta succedendo nel nostro disgraziato Paese – e che nessuno è stato “tenero” con il “Cav”. Normale amministrazione.
Oggi, invece, dopo una lauta colazione, sono ritornato al telescopio e…insomma, non riuscivo a capire…tutto lo schermo era occupato da un colossale ditone. Sulle prime, non ho compreso, poi è giunto l’audio.
Era sempre Di Pietro, che indicava me…cioè, la Luna…ed affermava, confusamente, che:

«Guardare soltanto le sbavature e non vedere il lago di immoralità e di illegalità che all'interno delle istituzioni commettono coloro che devono governare, vuol dire ancora una volta guardare il dito perché si ha vergogna di guardare la luna di cui si fa parte[1]

A parte l’ingombrante ditone dipietrino, la dichiarazione mi sembrava un pochino confusa, soprattutto perché, la sera stessa della manifestazione, Di Pietro aveva detto:

«Italia dei Valori e io personalmente ci dissociamo del tutto, considerandole fuori luogo e fuori tema nello spirito e nel significato, dalle polemiche ingiustificate con il Papa. Quando il diavolo entra in azione, bisogna prendersela con il diavolo e non con il Papa. Confermo il doveroso rispetto di tutti noi per il Papa, per il presidente della Repubblica e per coloro che hanno un modo differente dal nostro di fare opposizione[2]».

Infine, Di Pietro sembra decidere (con un occhio attento ai sondaggi d’opinione):

“Noi gridiamo ad alta voce: non mi dissocio. Lo grido io in via personale e poi come responsabile dell'Italia dei Valori, dalla manifestazione di ieri, non mi dissocio dal senso vero delle parole di Grillo, da quelle di Travaglio. Non mi dissocio dalle parole delle persone di piazza Navona[3]".

Allora…mumble, mumble…con il Papa o contro il Papa? Con Napolitano o con Pertini? Di Pietro decida, e non per mera convenienza politica dell’ultima ora. Fare politica con l’occhio attento ai sondaggi elettorali, genera la pessima prassi denominata “politica reattiva”, ossia azzerare ogni forma d’elaborazione per seguire le semplici richieste degli elettori.
Agli antipodi di questo percorso stanno, da una parte, Winston Churchill – “sangue e lacrime, ma sconfiggeremo Hitler” – e dall’altra i Taliban: la gente esulta se impicchiamo qualcuno con i carri-attrezzi? E impicchiamoli…
La politica reattiva è la rinuncia a qualsiasi elaborazione politica autonoma: è il puro cedimento ai desideri della piazza. Qualsiasi piazza.

Può affermare, Di Pietro, che il Papa e le gerarchie vaticane siano candide come agnellini ed incolpevoli di tutte le nefandezze italiane? Vada a rileggersi le molte pagine che parlano dello IOR, di mons. Marcinkus, Roberto Calvi, Michele Sindona, il Banco Ambrosiano e, dulcis in fundo, Licio Gelli.
Se ancora non basta, chieda a qualcuno del suo staff d’erudirlo su chi fu Bernardino Nogara, che trattò – come presidente dello IOR – con tutti: dai nazisti ai Rothschild, dagli ustascia croati alla Chase Manhattan Bank. Gli italiani devono sapere cosa si è nascosto e si nasconde dietro ai paramenti delle finanze vaticane: che ne dice, Antonio? Facciamo ancora una volta una genuflessione? Oppure scegliamo una parte e non ci voltiamo più dall’altra?
Non dimentichiamo che il buon Antonio – oggi sulla cresta dell’onda, mentre cerca di cavalcare meriti non suoi – fino a qualche mese fa sedeva su una poltrona ministeriale, dalla quale – ovviamente, per puro caso – si guardò bene dal liquidare la società “Ponte sullo Stretto”, creata a suo tempo da Berlusconi, che tuttora ringrazia per il gentil regalo. Così, il Cavaliere – impalato metaforicamente a Piazza Navona – potrà tranquillamente regalare ai suoi amici (leggi: Lunardi) miliardi di euro per la costruzione di un inutile ponte, che saranno pagati da noi, dai nostri figli e nipoti. Grazie, Antonio.

Non vorrei che questa mia fosse considerata un attacco senza ragione a Di Pietro. Purtroppo, conosciamo da decenni la tecnica che prevede – a sinistra di una formazione riformista – quella più “radicale” Insomma, PDS e Rifondazione.
La tecnica è nota. Serve ad acchiappare gli scontenti del partito riformista affinché non “si perdano”, per ricondurli nell’alveo dove tutti i politici di questo Parlamento finiscono per essere conniventi. Non ci credete?
Proponiamo a Di Pietro di presentare tre leggi:

Ritorno della sovranità monetaria al popolo, ossia eliminazione del signoraggio delle banche private.
Conto Energia generalizzato per tutti, con criteri di “silenzio assenso” dopo aver presentato le certificazioni.
Obbligatorietà, per tutti i candidati al Parlamento, di dichiarare anticipatamente tutte le società ed associazioni – palesi o segrete – delle quali fanno parte, pena l’immediata perdita dell’incarico.

Proviamo a vedere se ci sta? Se ne presenta una sola?

Già che abbiamo scomodato il Cavaliere, riflettiamo sulla sua risposta al “NoCav day”: “Preferisco il clima del G8 ed occuparmi dei fatti”.
Ora, sul “clima” del G8 sarebbe stato meglio sorvolare, vista la brutta figura rimediata dopo le dichiarazioni statunitensi sull’Italia, contenute nel “kit” consegnato alla stampa con tanto di cartellina ufficiale dell'Amministrazione di Washington:

«…un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali…è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio.»

Mica male, dall’amico Bush per il quale stiamo rivoluzionando le regole d’ingaggio in Afghanistan e, sotto mentite spoglie (“consiglieri”, “addestratori”, ecc), il governo sta studiando come far tornare i nostri soldati in Iraq. Balle?

Qui, sulla Luna, abbiamo a disposizione l’ADSL a 7 Gbyte il secondo: provvede a tutto Telecom-Luna.
Grazie alla potenza della linea, sono andato a cercare i decreti legge approvati dal Governo nei famosi “15 minuti”. Intercettazioni telefoniche? Leggi ad personam? No: leggi “ad personas”, ovvero dirette a noi, che ci balocchiamo con le boutade del Cavaliere – che già conosciamo – con l’insipienza di Veltroni – per la quale non è nemmeno necessario sprecare una parola – e con le “intemperanze” dell’eroe del giorno, ovvero Antonio di Pietro.

Non è cambiato niente nelle nostre missioni all’estero?
Guarda a caso, abbiamo già due feriti in zona d’operazione: è andata bene perché – come recita il proverbio – “meglio due feriti che un morto”. Non possiamo, però, sperare che vada sempre bene se mandiamo i nostri soldati a dare la caccia ai Taliban sulle montagne afgane. I russi ne sanno qualcosa.
E chi paga? Carissimi: noi. Difatti:

1. L'autorizzazione di spesa di cui all'articolo 1, comma 1240, della legge 27 dicembre 2006, n. 296, e' incrementata di euro 90 milioni per l'anno 2008, per il finanziamento della partecipazione italiana alle missioni internazionali di pace. A tal fine e' integrato l'apposito fondo nell'ambito dello stato di previsione della spesa del Ministero dell'economia e delle finanze. (Decreto Legge 25 giugno 2008, n. 112, art. 63[4])

Dove prendere i 90 milioni per inviare più carne da macello a disposizione di Bush?
Il decreto n. 112 è una vera e propria “miniera” di “soluzioni”. Ad esempio (uno fra i tanti…):

Art. 71. Assenze per malattia e per permesso retribuito dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni
1. Per i periodi di assenza per malattia, di qualunque durata, ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni di cui all'articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, nei primi dieci giorni di assenza e' corrisposto il trattamento economico fondamentale con esclusione di ogni indennità o emolumento, comunque denominati, aventi carattere fisso e continuativo, nonché di ogni altro trattamento accessorio…I risparmi derivanti dall'applicazione del presente comma costituiscono economie di bilancio per le amministrazioni dello Stato e concorrono per gli enti diversi dalle amministrazioni statali al miglioramento dei saldi di bilancio. Tali somme non possono essere utilizzate per incrementare i fondi per la contrattazione integrativa.

Dopo aver sbandierato l’importanza della contrattazione integrativa, si rimangiano tutto e taglieggiano i malati “di qualunque durata” per far cassa! L’essere malati, per lor signori, significa essere subito accolti nelle strutture sanitarie riservate che hanno alla Camera ed al Senato. Se non basta, godono di convenzioni ridicole (non per noi che le paghiamo…) nelle più esclusive cliniche private.
Per noi – i paria del settore pubblico – non basta pagare ormai tutto, i ticket e quant’altro, non è sufficiente sperare di trovare qualcuno che ti curi sul serio, no: dobbiamo anche essere privati di parti di salario per partecipare al “miglioramento dei saldi di bilancio”!

A parte l’evidente incostituzionalità di questo articolo – perché solo i dipendenti pubblici? I quali, è bene ricordarlo, non hanno tassi d’assenteismo molto diversi dai dipendenti privati[5] – c’è qualcosa che indigna e sconcerta allo stesso tempo. Che dovrebbe allarmare tutti, pubblici e privati.
Vi siete accorti che è sparito il Ministero della Sanità/Salute?
Il Ministero è stato “accorpato” a quelli del Lavoro e del Welfare, sotto l’attenta regia di Sacconi. Ora: qualcuno può spiegarci cosa c’entra la gestione il lavoro con la salute?
Se consideriamo i bisogni primari delle popolazioni, nulla.
L’autentica bestemmia, contenuta in questa scelta, è quella di considerare la salute solo come un ostacolo alla produzione: non conta più se hai mal di denti o mal di pancia – non ce ne frega proprio niente dei tuoi malanni – l’importante è che tu produca lo stesso, a qualsiasi costo. E, per farti passare la voglia (sic!) d’essere malato, ti paghiamo di meno! Questa, signori miei, si chiama solo in un modo: trattamento da schiavo.

Non importa se gli studi epidemiologici[6] narrano di malattie endemiche e fastidiose che colpiscono gran parte degli italiani – che il 27,2% fa uso quotidiano di farmaci, che effettuano più di 15 milioni d’accertamenti diagnostici il mese, che quasi 300.000 persone facciano ogni mese un day hospital, che quasi il 25% soffra di malattie dell’apparato scheletrico, che una famiglia su dieci ha un disabile del quale si deve occupare, ecc – per lor signori la cosa non ha alcuna importanza. Sentiti i banchieri e Confindustria, hanno decretato – de facto – che la malattia non esiste e, qualora si faccia viva, come atto demoniaco va punita privando chi è malato di parte del salario.

Il “bestiario” del decreto n. 112 prosegue, e ne forniamo alcuni brevi stralci:

Art. 44. Semplificazione e riordino delle procedure di erogazione dei contributi all'editoria
a) semplificazione della documentazione necessaria per accedere al contributo e dei criteri di calcolo dello stesso, assicurando comunque la prova dell'effettiva distribuzione e messa in vendita della testata, nonché l'adeguata valorizzazione dell'occupazione professionale;
b) semplificazione delle fasi del procedimento di erogazione, che garantisca, anche attraverso il ricorso a procedure informatizzate, che il contributo sia effettivamente erogato entro e non oltre l'anno successivo a quello di riferimento.

Non bastava la vergognosa legge che mantiene con stipendi da nababbi i vari Feltri, Ferrara, Padellaro & soci: bisogna “semplificare”, perché i soldi arrivino loro subito! Una chicca, poi – considerando il “basso stato” del giornalismo italiano – quel “l'adeguata valorizzazione dell'occupazione professionale”, che suona come uno sberleffo.

Art. 46/6. Per esigenze cui non possono far fronte con personale in servizio, le amministrazioni pubbliche possono conferire incarichi individuali, con contratti di lavoro autonomo, di natura occasionale o coordinata e continuativa, ad esperti di particolare e comprovata specializzazione anche universitaria, in presenza dei seguenti presupposti di legittimità…

Ma…non era stata promesso un vigoroso “taglio” alle consulenze? Leggendo il decreto (anche nei successivi commi) sembra che non cambi nulla. Anzi.

Art. 36. Class action
1. Anche al fine di individuare e coordinare specifici strumenti di tutela risarcitoria collettiva, anche in forma specifica nei confronti delle pubbliche amministrazioni, all'articolo 2, comma 447 della legge 4 dicembre 2007, n. 244, le parole «decorsi centottanta giorni» sono sostituiti dalle seguenti: «decorso un anno».

Così, la legge sulla class action diventerà operativa nel 2009, quando ci sarà stata un’altra Finanziaria di mezzo per toglierla definitivamente di torno. I risparmiatori gabbati di Parmalat, genuflettendosi, ringraziano.

Art. 58. Ricognizione e valorizzazione del patrimonio immobiliare di regioni, comuni ed altri enti locali
1. Per procedere al riordino, gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare di Regioni, Province, Comuni e altri Enti locali, ciascun ente con delibera dell'organo di Governo individua, sulla base e nei limiti della documentazione esistente presso i propri archivi e uffici, i singoli beni immobili ricadenti nel territorio di competenza, non strumentali all'esercizio delle proprie funzioni istituzionali, suscettibili di valorizzazione ovvero di dismissione. Viene così redatto il Piano delle Alienazioni immobiliari allegato al bilancio di previsione.

E così, un’altra bella fetta del patrimonio pubblico passerà in mani private. Di chi? Ah, saperlo…io, però, qualche idea l’avrei…dei soliti “alienanti”?

Il decreto n. 112 ha però un pregio: ha spiegato alcune situazioni poco chiare, che adesso sono di diamantina lucentezza.
Uno dei vari “rebus” di questo governo riguarda le cosiddette “competenze”, per le quali gli stessi ministri si sono divertiti a duellare. Ad Umberto Bossi, che accusava la Gelmini di non aver insegnato un solo giorno, la Ministra dell’Istruzione ricordava le sue profonde competenze professionali come costituzionalista.

Ora, è evidente che non si può chiedere la competenza diretta dei politici nei loro dicasteri: altrimenti – se sono vere le intercettazioni citate da Sabina Guzzanti su Mara Carfagna – la Ministra delle Pari Opportunità dovrebbe immediatamente spostarsi al comando dei Vigili del Fuoco. Altrimenti detti…
Non vale neppure il paragone con Monica Lewinsky: ammettendo una parità di prestazioni, la povera Monica è stata dimenticata, mica è diventata ministra. Non c’è proprio giustizia.

Invece, Mariastella Gelmini, al suo primo incontro con i sindacati svoltosi il 12 di Giugno, aveva accolto molti dei suggerimenti – almeno di metodo – proposti dai sindacati per cercare di mettere fine all’insulso tourbillon della scuola italiana.
Qui, ogni volta che cambia ministro, ne inventano una nuova, sempre peggiore della precedente: ne sanno qualcosa i ragazzi che frequentano la gran puparata dei corsi estivi di Fioroni.

I sindacati erano rimasti sorpresi dalla disponibilità e dalla competenza della Gelmini, al punto che il segretario della CGIL/scuola era soddisfatto: «…apprezzando l'approccio, la sobrietà e l'ascolto di un corpo sociale da più parti malamente sollecitato…». Traduzione: ci possiamo capire.
Da parte sua, la Ministra aveva dichiarato d’essere disponibile ad affrontare «…i problemi dovuti agli stipendi troppo bassi dei docenti, alla sburocratizzazione del linguaggio ministeriale e all'alleggerimento del numero di provvedimenti amministrativi che soffocano l'autonomia scolastica… a chiedere il re-investimento nella scuola dei tagli operati sul sistema, a sbloccare il contratto quadriennale dei Dirigenti scolastici…»
Insomma, una bella fiera di buone intenzioni. Tutti soddisfatti.
Passano un paio di mesi, e il decreto n. 112 chiarisce chi tiene il bastone per il manico:

Art. 64
3- il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze…
4- il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze…

Cosa dovranno fare “di concerto” i due ministri? Lo raccontano i commi precedenti:

1. …a decorrere dall'anno scolastico 2009/2010, sono adottati interventi e misure volti ad incrementare, gradualmente, di un punto il rapporto alunni/docente, da realizzare comunque entro l'anno scolastico 2011/2012, per un accostamento di tale rapporto ai relativi standard europei.

2. Si procede, altresì, alla revisione dei criteri e dei parametri previsti per la definizione delle dotazioni organiche del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario (ATA), in modo da conseguire, nel triennio 2009-2011 una riduzione complessiva del 17 per cento della consistenza numerica della dotazione organica determinata per l'anno scolastico 2007/2008…

Gli “standard europei”, ovviamente, riguardano l’innalzamento degli alunni per classe, non gli stipendi.
I due commi, significano la perdita – in un triennio circa – di 100.000 docenti e 43.000 ATA: una scure pesantissima, mai vista di tali proporzioni. Il compito della povera Gelmini sarà – “di concerto” – quella di garantire i diktat di Tremonti (e Brunetta).
E i “risparmi”? Saranno re-investiti nella scuola?

6- …devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012.

In tutto, quasi 8 miliardi di euro. E cosa ne faranno?

9. …parte delle economie di spesa di cui al comma 6 e' destinata, nella misura del 30 per cento, ad incrementare le risorse contrattuali stanziate per le iniziative dirette alla valorizzazione ed allo sviluppo professionale della carriera del personale della Scuola a decorrere dall'anno 2010…

E il restante 70%?

…saranno resi disponibili in gestione con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca…

Ecco da dove andranno: da Tremonti. Di concerto.
E la scuola? A cosa serve oramai? Per laureare ingegneri e mandarli a lavorare nei call centre? Il ricorso alla cassa integrazione è aumentato del 22% negli ultimi quattro mesi, e si teme per 300.000 posti di lavoro nell’industria.
Giustamente, se l’industria italiana decide di estinguersi, a cosa serve investire – come fanno in Europa – sull’istruzione? Meglio risparmiare, così avremo quattro soldi per le “tessere” alimentari dei pensionati. In un’ottica di guerra, non farebbe una grinza.
Ma, non c’erano roboanti promesse di risparmi?

Raggiante, Silvio Berlusconi – il 15 Aprile 2008 – dichiarava al Sole 24 Ore:

«Dobbiamo modificare la nostra architettura istituzionale: più poteri al premier, una sola camera legislativa, dimezzamento dei parlamentari e anche dei consiglieri regionali e comunali, eliminazione delle province».

Detto fatto: il 17 giugno del 2008 è in dirittura d’arrivo il provvedimento che sancisce la fine delle province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli. Tutte province governate dal centro sinistra, ovviamente. La provincia di Palermo – chissà perché – manca.
Poi, intervengono “nuovi fattori” ed il governo medita di “rinviare” a dopo la Finanziaria (alle calende greche, nell’attesa che la gente si dimentichi delle promesse elettorali): così, il 18 Giugno, in un silenzio pressoché totale, l’abolizione delle Province e delle Comunità Montane passa nel dimenticatoio.

Insomma, se non fosse vero, il decreto n. 112 sembrerebbe un’accozzaglia d’appunti gettati lì senza ragione, senza senso, senza nessun obiettivo. Una specie di “lista” della spesa incongrua, che squalifica chi l’ha scritta. Non parliamo, però, sempre male dei nostri governi: qualcosa di buono fanno.

Molto interessante, invece, il Decreto “Provvedimenti Energia” del 30 Maggio 2008 dove, finalmente, si liberalizza la produzione d’energia elettrica con gli aerogeneratori. Liberi tutti. Potrete far quello che vorrete e produrre tutta l’energia che desiderate. Rivolgersi all’ENEL.

Art. 11
3) …gli interventi di incremento dell’efficienza energetica che prevedano l’installazione di singoli generatori eolici con altezza complessiva non superiore a 1,5 metri e diametro non superiore a 1 metro…non sono soggetti alla disciplina della denuncia di inizio attività di cui agli articoli 22 e 23…

No, non avete letto male. Si parla proprio – in un decreto ufficiale dell’attuale governo in carica! – di “liberalizzare” gli aerogeneratori alti un metro e mezzo e larghi un metro! Ma, ci hanno preso per il paese dei nanetti? Oppure la “statura” – in tutti i sensi – del premier c’entra qualcosa? Similis similia…mah…
Con alcune modifiche tecniche, a questo punto, ciascuno di noi che possiede un ventilatore di buon diametro (attenti a non superare il metro!) potrebbe diventare produttore in più modi:

1) Tenendo il ventilatore nel soffio del vento con il braccio, dalla finestra. Unico inconveniente: durante l’Inverno, si rischia la polmonite.


2) Sul balcone. Attenti, però, a regolare la piantana ad un’altezza di mezzo metro: sommata al metro del ventilatore, rientra ancora nei termini di legge. Con quel coso che gira vorticosamente all’altezza delle vostre palle, non potrete più uscire sul balcone? Tanto, vi rendeva qualcosa quel balcone?


3) Trovando accordi – su base condominiale – per sistemare a turno i ventilatori sul colmo del tetto, incollandoli con l’Attak. Bisogna però mettere in conto lunghe riunioni condominiali e turni di sorveglianza sul colmo del tetto. Con l’Attak in mano.

Dopo questa – che sembrerebbe una storia pazzesca raccontata dalla Luna, ed invece è il vero testo di un Decreto Ministeriale! – devo ritirarmi per iniziare ad organizzare il ritorno sulla Terra. Devo tornare nel Paese dei mulini da un metro e mezzo, dei nanetti politici e dell’energia.
C’è un dirigibile della società Munchausen in partenza per Saturno…mo’ ci penso…


[1] La Repubblica, 8 Luglio 2008.
[2] Corriere della Sera, 8 Luglio 2008.
[3] Repubblica, 9 Luglio 2008.
[4] Fonte: Altalex.com.
[5] 11,5 giorni/anno nel settore pubblico contro 9,6 dei metalmeccanici privati. Fonte: CGIA di Mestre su elaborazione dei dati forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato.
[6] Fonte: ISTAT, Condizioni di salute, fattori di rischio e ricorso ai servizi sanitari, 2005.

30 giugno 2008

Maledetto petrolio

Le idee migliori sono proprietà di tutti.”
Lucio Anneo Seneca

E’ quasi impossibile trascorrere un solo giorno senza sbattere contro l’evidenza della realtà energetica italiana: eppure, quel che tiene banco è il penoso teatrino delle intercettazioni telefoniche, delle “veline”, delle leggi ad personam, dei magistrati da assolvere o condannare, dei ministri-ombra di se stessi…
In mezzo a tutto questo bailamme, nessuno parla quasi più dell’evidenza – lampante – che stiamo diventando sempre più poveri per il costo dell’energia.
Come ogni anno, viene pubblicata[1] la classifica delle principali holding planetarie:

1) Exxon Mobil (USA);
2) PetroChina (Cina);
3) General Electric (USA);
4) Gazprom (Russia);
5) China Mobile (Hong Kong);
6) Bank of China (Cina);
7) Microsoft (USA);
8) AT&T (USA);
9) Royal Dutch Shell (UK);
10) Procter & Gamble (USA);
...
36) ENI;
69) Intesa Sanpaolo;
70) Unicredit;
100) ENEL;

316) FIAT.

Nelle prime dieci posizioni troviamo ben quattro corporation del petrolio, ed una (General Electric) che fornisce servizi all’industria petrolifera. Se cerchiamo aziende italiane, la prima è ENI (petrolio, 36° posto) ed al 100° troviamo ENEL (energia), mentre FIAT occupa solo la 316° posizione.
Rispetto all’anno precedente, i movimenti “a salire” sono stati tutti delle imprese energetiche, mentre le banche hanno perso terreno: i subprime hanno chiesto dazio.
Tornando alle prime posizioni, è curioso notare che le prime quattro sono occupate da petrolio & affini, mentre la grande Microsoft è solo al settimo posto: senza energia, anche i veloci processori perdono terreno.
Niente di nuovo sotto il sole – verrebbe da dire – e invece qualcosa di nuovo c’è o, almeno, qualcosa che sarebbe meglio meditare.

Si cercano ipotesi fra le più disparate per non riconoscere l’evidenza più limpida: un bene divenuto essenziale, presente in quantità finita nel pianeta e con una domanda in forte crescita (Cina), logicamente, aumenta di prezzo.
E’ pur vero che non tutto l’aumento è reale (riflettiamo sul precipitare del dollaro), ma è altrettanto evidente che anche messer euro non riesce a tener testa al vero bene primario del pianeta, al signor oro nero che ha preso il posto dell’oro giallo nel definire i valori delle monete. Potremmo quasi misurare il valore relativo di euro e dollaro valutandoli sul barile di petrolio.

Il prezzo del greggio[2], dall’estate del 2005 ad oggi, è passato da 60 $/barile agli attuali 140 circa: l’euro, nel medesimo periodo, è passato da 1,2 ad 1,6 sul dollaro (approx)[3]: un barile di petrolio del 2005 costava 50 euro, oggi ne costa quasi 90. Ecco perché la benzina aumenta nonostante l’apprezzamento della moneta europea.
Il prezzo dei carburanti sarebbe dovuto salire dell’80% circa: consideriamo, però, che l’aumento del prezzo va ad incidere sulla parte “industriale” del costo dei carburanti, che è circa la metà perché il resto sono imposte.
Se riflettiamo che la benzina è passata – sempre negli ultimi tre anni – da 1 euro ad 1,5 euro (incremento del 50%), i conti – pressappoco – tornano. Per il gasolio il problema è diverso: siccome il rapporto fra benzina e gasolio, nella distillazione frazionata del greggio, varia poco – e parallelamente è aumentata la richiesta per l’alto numero d’auto a ciclo Diesel in circolazione – l’aumento del prezzo incorpora maggiori costi industriali per soddisfare la domanda.

A margine, notiamo che circolano sul Web storie fantasiose su un fraudolento aumento del greggio, le quali basano queste ipotesi su un prezzo del greggio – nel 2000 – di 60 $/barile, il che è tragicamente falso.
Il prezzo del greggio, nel 2000, oscillò intorno ad un valore medio di circa 25-30 $/barile[4], valore raggiunto rapidamente, dopo aver toccato il minimo degli ultimi vent’anni il 16 febbraio 1999, con un prezzo di 9,82 $/barile[5].

Non cerchiamo quindi lontano dal buon senso ipotesi fantasiose: stiamo vivendo la parabola calante dell’Evo Petrolifero. Qualcuno afferma che il famoso “Picco di Hubbert” è già avvenuto, oppure è prossimo: poco importa, se valutiamo l’andamento del mercato.
Altri affermano che il petrolio è abbondante perché non ha origine biologica (ipotesi che non spiega la presenza di colesterolo nel greggio, la rifrazione della luce polarizzata e la preponderanza d’idrocarburi con atomi di Carbonio dispari, tutte caratteristiche delle molecole di derivazione organica). Se così fosse, basterebbe rivelare dove si trovano i fantomatici ed immensi giacimenti di petrolio d’origine inorganica.
Ultima trovata è la speculazione: vero, verissimo che sui future del greggio si specula a piene mani, ma solo perché la richiesta è in continuo aumento e tale da non guardare troppo in faccia ai prezzi. PetroChina, nell’anno appena trascorso, ha comprato a man bassa diritti d’estrazione in Africa senza badare troppo al prezzo, giacché è più importante garantire energia al colossale apparato industriale cinese che spilluzzicare sui centesimi. La speculazione, dunque, nasce e prospera perché è il mercato stesso a garantirne il successo: provate a speculare sui future dei carri da buoi.

Che ci piaccia o non ci piaccia, dunque, la situazione è di una semplicità disarmante: qualche decennio d’estrazione – a costi sempre maggiori, dovuti anche al progressivo esaurimento dei giacimenti meno profondi ed ai maggiori costi di raffinazione per le sezioni più profonde e dense del prodotto – e poi…carbone a volontà! Per un altro secolo, forse[6].
Dopo esserci immersi nell’universo petrolifero, torniamo agli affari di casa nostra, ovvero a cosa stanno facendo i nostri politici per tentare di trovare soluzione al problema: niente.

Il precedente governo, per non rischiare di commettere errori, decise semplicemente di non far nulla o quasi: l’unico intervento – che segnaliamo più per correttezza che per incisività del provvedimento – è stata l’incentivazione che ha riguardato e riguarda il solare termico, gli impianti per l’acqua sanitaria.
Provvedimento di per sé accettabile, se non fosse che gli italiani che possono sborsare 4-6000 euro per un impianto non sono tantissimi: i più, cercano più che altro di non farsi sbattere fuori di casa per non aver pagato il mutuo. Oppure, vagano negli hard discount alla ricerca del prezzo più basso. Altro che le elucubrazioni di un ambiental-chic come Pecoraro.

L’attuale governo, invece, ha scelto la via del decisionismo: ottimo, verrebbe da dire. Sì, se non avessero “deciso” di prendere la strada sbagliata.
La barzelletta del nucleare italiano è l’ultima trovata di patron Berlusconi e del suo ministro Scajola. Udite udite, popolo, e pascetevi. Fino al 2013, ci sarà la fase di “identificazione” dei siti dove dovrebbero sorgere le famose quattro centrali nucleari: poi, si dovrebbe passare alla costruzione. Sotto controllo militare (!).
Se tutto dovesse filare liscio – cosa assai rara nello Stivale – per il 2020 ci sarebbe il primo KW di produzione nucleare.
Nel frattempo, non sappiamo a quanto potrà arrivare il prezzo dell’Uranio (che sale come un’iperbole, poiché è una fonte non rinnovabile) e non sappiamo nemmeno chi caccerà i soldi per una simile, ciclopica impresa: inizino a scovare i quattrini per Alitalia, come avevano strombazzato. Altrimenti, di tante “cordate”, rimarrà solo la corda per impiccare i lavoratori.
Senza considerare i costi della conservazione delle scorie: se qualcuno ha ancora dei dubbi sulla non convenienza economica del nucleare, legga il mio “Vattelapesca forever” e si faccia un’idea.
Perché tanta sicumera senza senso? Perché ignorano, non sanno, sono…insomma…non mi va d’usare il participio presente di quel verbo…

Uno dei principali ostacoli allo sfruttamento delle energie rinnovabili, riguarda il falso concetto che abbiamo di rivoluzione industriale. Per molti (tantissimi fra coloro che ci governano), la rivoluzione industriale fu quella cosa che nacque in Europa alla metà del Settecento. Prima, regnava il nulla.
Complici gli Illuministi – che ebbero buon gioco nel mostrarsi i veri progressisti dell’epoca – ciò che avvenne prima, sotto il profilo tecnologico, era considerato irrilevante.
In qualche modo corresponsabili dello sciagurato inghippo, furono tanti storici che – del Medio Evo – studiarono più il pensiero filosofico e religioso e poco quello scientifico e tecnologico. Insomma, per i più, il Medio Evo (e parte del successivo Evo Moderno) erano privi di tecnologia.

Ci ha un poco salvati da questa pericolosa impasse la scuola storica francese[7], che iniziò a studiare e catalogare con pazienza le miniature, i rari testi, i quadri…insomma, tutto ciò che poteva in qualche modo squarciare il velo imposto dall’ingombrante pensiero filosofico medievale, e farci osservare come viveva la gente all’epoca. Ricordiamo anche Carlo Maria Cipolla ed il suo (fra i tanti) Uomini, tecniche, economie.
Insomma, cosa raccontano questi storici?
Narrano un mondo povero d’energia, se lo paragoniamo agli attuali consumi, che però riusciva a sfruttare tutto ciò che aveva a disposizione per risolvere la penuria d’energia e migliorare le condizioni di vita delle popolazioni. Riflettiamo che, all’avvento della propulsione a carbone sulle navi, l’intero pianeta era già stato esplorato. A vela.

Tutti sanno che gli olandesi riuscirono a vivere in una terra paludosa prosciugando i polders mediante i mulini a vento: non tutti sapranno quale meraviglia della tecnica erano quei mulini. La potenza non era alta – 10-20 kW al massimo – ed era regolata mediante sistemi di governo delle pale che erano stati mediati dalle attrezzature veliche navali. Anche l’invenzione del pennone girevole su un estremo (boma) fu olandese, quando dovettero risolvere il problema d’utilizzare piccoli velieri, molto maneggevoli, per la sorveglianza delle coste.
Il mulino a vento olandese, oltre che come pompa idraulica, era usato per macinare cereali e spezie (ricordiamo l’importanza della compagnia olandese delle Indie) e per segare il legname. Era, in qualche modo, una “centrale energetica polivalente” dell’epoca, che funzionò a meraviglia per secoli.
Sarebbe interessante valutare – ma le fonti sono purtroppo scarse – il “risparmio energetico”, inteso come forza muscolare economizzata, operato per secoli dagli olandesi mediante i loro mulini. I quali – è bene ricordarlo – non sorsero solo nelle Zeven Provinzen, ma dalla Galizia alla Danimarca.
E dove non c’era vento?

Qui, la pittura è stata d’aiuto agli storici: scorci di fiumi dove sorgevano serie di mulini ad acqua disposti “in cascata”, oppure canali d’alimentazione per i mulini, ruote, macine, ecc. Siccome il mulino ad acqua – in epoca medievale – era spesso privilegio delle famiglie nobili o degli ecclesiastici, qualche fonte scritta è stata ritrovata negli archivi.
Ciò che emerge dalle loro analisi – come un’immagine che prende forma in un bagno fotografico – è un mondo che preannuncia e già riproduce lo schema della rivoluzione industriale: macine per i cereali, ma anche magli per la metallurgia e telai mossi dalla forza dell’acqua. Insomma: l’avvento dei combustibili fossili si “adagiò” su un modello che era già formato!

Essere inconsapevoli di quei fenomeni, che ci sembrano lontani e quindi ininfluenti, è ciò che porta a concludere – come usa fare Franco Battaglia – che le energie naturali sono “energie vecchie” perché già usate dall’uomo in tempi lontani. A parte l’errore di metodo che Battaglia compie quando afferma che l’energia solare è anch’essa “vecchia” – l’uomo non ha mai trasformato l’energia solare in energia meccanica: la usò, ma passando sempre attraverso la fotosintesi vegetale (legname, cereali, ecc) – non si comprende perché quantità d’energia presenti ed abbondanti nel Pianeta debbano essere trascurate soltanto perché – a suo dire – “vecchie”.
Forse perché il simpatico professore emiliano ha studiato la Storia sul Bignami? O perché l’industria termonucleare paga bene i suoi sponsor? Delle due l’una: scelga.

Tutto ciò, è soltanto la classica “immersione” nella Storia?
No, perché chi ha oggi superato la cinquantina, ha ancora visto con i suoi occhi le ultime immagini di quel tempo, gli estremi afflati di quell’epoca.
Non dobbiamo andare troppo lontano: fino a pochi anni or sono, mi recavo ad acquistare la farina in un vecchio mulino ad acqua nell’entroterra ligure. Nell’azienda dove lavorò per molti anni mio padre, l’energia era tratta da una ruota ad acqua collegata ad un alternatore che forniva 40 KWh. 40 KWh non sono proprio niente: possono far ruotare una decina di torni.
Presso la casa dove abitavo da bambino, scorreva una roggia con forte pendenza che alimentava piccole turbine per la produzione idroelettrica e qualche mulino: oggi, la roggia è secca perché nessuno ha più provveduto alla manutenzione.
Mia madre – che durante la Seconda Guerra Mondiale sfollò in un mulino – ricorda quattro mulini dove oggi non ci sono che ruderi, che macinavano cereali ed erano usati per muovere telai per tessere, oltre che per illuminare – grazie ad una dinamo – le abitazioni.
Molti fra noi, scavando un poco nei ricordi familiari, troveranno identici racconti: se non basta, ricordiamo Bacchelli ed i suoi mulini del Po, migliaia di mulini, dalla sorgente al delta.
Insomma, non dovremmo – se vogliamo trovare soluzioni al problema energetico – scervellarci in chissà quali elucubrazioni: potremmo iniziare a ricordare.
Quando è terminato quel mondo?

Fornire delle date è cosa ardua, ma di certo la nazionalizzazione della fornitura elettrica (ENEL) del 1960-61 diede un colpo mortale alla produzione diffusa d’energia elettrica. Ci furono ovviamente dei benefici: la razionalizzazione della distribuzione, che condusse a dei risparmi, ma quello era un altro mondo, per costi, consumi e classe politica.
La nazionalizzazione pose fine all’attività di piccoli e medi produttori (che furono indennizzati) ed inaugurò il metodo della produzione centralizzata, appannaggio di un solo ente statale.
Oggi, si parla di privatizzare il settore elettrico (decreto Bersani del 1999), ma questa “privatizzazione” non parla il linguaggio della produzione diffusa sul territorio: ossia, la ammette, ma solo per impianti di “media taglia”.
Quel “media taglia” significa potenze troppo elevate per una produzione veramente diffusa sul territorio: in pratica, parliamo di decine di MW invece di decine di KW.
Ovviamente, non c’è nulla di male ad installare parchi eolici in località ventose ed isolate (oppure in mare, off-shore) per ottenere cospicui volumi energetici, come non sarebbe male seguire l’esempio spagnolo, che prevede la costruzione di ben 28 centrali termodinamiche (paradossalmente, l’invenzione ed i primi sviluppi sono italiani, di Rubbia e dell’ENEA!). Per farlo, è però necessario “muovere” cospicue risorse e realizzare complessi accordi per i finanziamenti. Eppure, non credo che risolveremmo il problema.

Stabilito che c’è molto da fare per attuare un serio risparmio energetico, che passa per mille canali: dalle lampadine agli elettrodomestici, ai climatizzatori, ecc, la produzione elettrica sarebbe incrementabile solo se fosse veramente diffusa.
La diffusione sul territorio, inoltre, sarebbe un antidoto ai “picchi” di produzione d’alcuni sistemi (come l’eolico), dei quali s’è lamentato il gestore della rete elettrica. Più la “base” è larga e diffusa, più la media tende ad essere costante.

Cosa impedisce il grande passo di un doppio contatore in ogni casa (per chi lo desidera, ovviamente), con un “conto energia” generalizzato?
Due fattori: il primo, già citato, è una sorta di pessimismo di fondo legato ad un’errata valutazione della storia energetica dell’Europa. Il secondo, che quasi ne discende, è la ferrea convinzione che il controllo centralizzato sia la panacea per tutti i mali. Inoltre, garantisce il controllo politico dell’energia e – chi controlla l’energia – oggi controlla la tua vita. Prova a far funzionare il tuo PC a pedali.
Vogliamo ipotizzare alcuni scenari?

Il cosiddetto “micro-idroelettrico” consiste nel produrre poche decine di kWh da rogge, piccoli canali, torrenti, addirittura sfruttando la caduta degli acquedotti. Qualcuno – facendo lo slalom fra le mille pastoie burocratiche – ci è riuscito: il caso di Varese Ligure, che ha vinto il premio “The best 100% Communities Renewable Energy Partnesrship Rural Communities”, indetto dall'UE, come “migliore comunità rurale dell'UE per aver attuato il progetto più completo ed originale di sviluppo sostenibile”, è conosciuto ma scientemente ignorato.
Oltre agli aerogeneratori ed ai pannelli fotovoltaici, gli amministratori del comune hanno installato una turbina sulla conduttura dell’acquedotto, che ha una caduta di 120 metri ed una portata di 8.3 litri/secondo, la quale aziona un alternatore e produce circa 20 MWh l’anno. Si realizzerà a breve un progetto sul torrente Caruana, con due turbine che produrranno circa 1390 MWh annui.
A poche decine di metri dal mio studio, sorge un mulino d’origine medievale che sfrutta un canale di prelievo a monte sul fiume Bormida: da anni, non aziona più le macine direttamente con l’acqua, bensì produce energia elettrica (30 kWh) che vende all’ENEL, per poi acquistarla quando deve azionare i macchinari. Insomma, un semplice conto energia.
A conti fatti, la piccola roggia che alimenta la turbina – la si attraversa con un salto – porta ogni mese nelle casse pressappoco 1500 euro[8], senza far altro che lasciarla girare.
Quante situazioni, potenzialmente simili, ci sono nel Bel Paese? Decine di migliaia? Centinaia di migliaia?
Aggiungiamo la possibilità di sfruttare la corrente lenta dei grandi fiumi con mulini galleggianti, oppure le cadute d’acqua delle chiuse (se si decidesse, finalmente, di metter mano al trasporto fluviale!), gli acquedotti, ecc: insomma, la produzione idroelettrica non è confinata ai soli grandi impianti. Inoltre, la possibilità di consumo “in loco” o nelle vicinanze, ridurrebbe le perdite del trasporto in rete.
Basterebbe richiedere ai comuni il censimento delle cadute d’acqua disponibili, compresi i diritti ancora (eventualmente) esistenti di proprietari d’immobili che godevano della servitù di un corso d’acqua (i discendenti dei mugnai, ad esempio).
Potremmo, a quel punto, avere un quadro d’insieme delle risorse disponibili ed attuare piani per lo sfruttamento. Come?

Prendiamo a paragone la legge che concede incentivi per il solare termico: il cittadino dovrebbe investire 4-6000 euro (ricevendo lo sgravio fiscale del 55%) per risparmiare energia elettrica o gas per gli usi dell’acqua sanitaria.
Per prima cosa, non tutti sono nelle condizioni di ricevere lo sgravio fiscale: un dipendente, a tempo determinato o saltuario, è già tagliato fuori. In altre parole, sono provvedimenti destinati a chi è già garantito.
Inoltre, gli impianti – per essere utilizzati anche nella stagione invernale – sono sovradimensionati e, d’estate, l’acqua viene conservata addirittura sotto pressione a temperature di 180 gradi. Il tutto, per risparmiare sull’acqua calda.

Proviamo invece ad immaginare un investimento simile, che non conduca solo al risparmio sulla bolletta energetica, ma che porti anche un guadagno: se il consumo medio di un’abitazione è di circa un kWh, un piccolo impianto da 10 kWh ne renderebbe 9 all’ENEL, e ci farebbe incassare – al netto dei nostri consumi – 500 euro il mese circa. A quel punto, chiunque capirebbe che l’offerta è vantaggiosa e potrebbe anche accendere un piccolo mutuo per diventare produttore: un investimento che si ripagherebbe in breve tempo ed in assoluta sicurezza, tanto che lo Stato potrebbe tranquillamente esserne garante[9].
Oppure, immaginiamo una serie d’impianti da gestire: sarebbe conveniente – per tutti, cittadini e Stato – investire in formazione (sul modello tedesco) per chi perde il lavoro e volesse diventare gestore di piccoli impianti pubblici. Cinque impianti da 30 KWh, ad esempio, fornirebbero un gettito superiore ai 7.000 euro mensili, che consentirebbero di pagare il gestore, i costi d’investimento ed ottenere anche un gettito nelle casse statali.

Identico modello potrebbe essere seguito per il micro-eolico, laddove con investimenti della stessa grandezza si potrebbero installare aerogeneratori con potenze di picco inferiori ai 20 kW, e diametri dei rotori inferiori ai 10 metri, tanto per accontentare i “puristi” dell’ambiente. Piccole realizzazioni come queste, a pochi chilometri di distanza, sono praticamente invisibili.
E dove non c’è né vento e né acqua?

C’è pur sempre il sole e, se tali provvedimenti fossero attuati, siamo certi che l’industria saprebbe produrre impianti termodinamici di piccola taglia, considerando – come ebbe a dire lo stesso Carlo Rubbia – che “oggi, cioè in fase preindustriale, il costo complessivo dell’impianto oscilla tra i 100 e i 150 euro a metro quadrato. E da un metro quadrato si ricava ogni anno un’energia equivalente a quella di un barile di petrolio[10]”. La previsioni di costo del kW di fonte termodinamica – per il 2020 – è di circa 6 centesimi di euro, contro i 10-11 circa della fase pre-industriale[11]. Altro che le centrali nucleari di Berlusconi.
E per chi abita in città e non ha a disposizione nulla?
Bene: vuoi investire nell’energia? Lo Stato emette dei “bond energia” – con interesse a tasso fisso e garantito – che serviranno per incentivare chi è nelle condizioni di produrla. Con l’iperbolico aumento dei prezzi, sarebbe un affare per chi investe e per chi produce. In alternativa, il sole “picchia” anche sui tetti.

Una politica attenta al recupero dei grandi numeri delle energie rinnovabili – già usate in passato, ma nuovamente utilizzabili con le moderne tecnologie, soprattutto se diffuse sul territorio – sarebbe la vera salvezza dalle “bollette killer” che gli italiani ricevono.
La “bollette energetica” italiana per il 2008 sarà di circa 70 miliardi[12], e per il 2009 – se il trend dei prezzi si manterrà tale – subirà ulteriori aumenti: vivremo strangolati, nell’attesa delle fumose centrali nucleari di Berlusconi del lontano 2020.
Esiste un’alternativa?

Anzitutto, cambiare radicalmente ed in toto questa classe politica incapace di pensare al bene collettivo, allo Stato come universale dei cittadini e non come fonte di guadagni, vantaggi, impunità e prebende.
Infine, torniamo per un attimo alla Storia.
Uno dei fattori – dapprima catalizzante, poi limitante – allo sviluppo energetico, nel Medio Evo, furono i privilegi largamente diffusi che assegnavano alla nobiltà ed al clero lo sfruttamento delle fonti energetiche, soprattutto i mulini ad acqua.
Con l’appannarsi del potere nobiliare ed ecclesiale, e con l’affermarsi della borghesia come nuovo soggetto economico – che, è bene ricordarlo, cominciò prima degli eventi politici generalmente ricordati – avvenne una sorta di “liberalizzazione” ante litteram, ossia gli impianti si moltiplicarono ed iniziò la cosiddetta rivoluzione industriale, all’inizio con la sola forza del vento e dell’acqua.
Ebbene, oggi, non troviamo interessanti parallelismi fra le due situazioni?

Non viviamo forse schiacciati da un potere politico che c’impedisce – al pari della truffa sulla moneta – di creare da soli l’energia che ci serve? Perché, allora, ci sono decine d’adempimenti burocratici da espletare ad ogni passo?
Si tratta del semplice corrispettivo di quello che un tempo era il potere per censo: la nascita ed il nome garantivano la “vita” economica dell’individuo. Oggi, non sono forse le grandi “famiglie” dell’economia – unite ai loro lacché politici – ad impedire qualsiasi riforma che conceda ai cittadini di creare veramente ricchezza?

Immaginiamo una riforma semplicissima, che consentisse “conti energia” a tutti, senza impedirli – di fatto – con le pastoie burocratiche: presento la documentazione, due mesi di tempo e poi vale il principio del silenzio assenso.
Pensiamo di raggiungere un semplice 20% di produzione nazionale (obiettivo caldeggiato, a parole, dall’UE) con mezzi diffusi sul territorio: significherebbero 14 miliardi di euro che rimarrebbero nelle tasche degli italiani e non in quelle delle corporation. Lo signori, invece, s’inventano le Robin tax per gettare un po’ di fumo negli occhi.

Scommettiamo che, riformando in questo modo la produzione energetica, molti italiani tornerebbero ad entrare nei ristoranti senza fare, prima, complessi calcoli sui prezzi esposti? Io, ci scommetterei una cena.

[1] Fonte: Repubblica, 28 – 6 – 2008.
[2] Fonte: www.traderlink.it.
[3] Ibidem.
[4] Fonte: Bloomberg.
[5] Fonte : EIA, Energy Information Administration (USA).
[6] Il metano segue, all’incirca, l’andamento dei prezzi e le previsioni d’esaurimento del petrolio.
[7] Ricordiamo, ad esempio, la rivista "Annales" e gli storici Lucien Febvre e Marc Bloch.
[8] Considerando un prezzo medio di vendita del kWh, nelle 24 ore, di 0,07 euro, dato tratto dalla “Borsa elettrica”.
[9] Perché, se lo Stato si fa garante per circa 3 miliardi di euro nei confronti degli investitori privati per la costruzione del Ponte di Messina, non potrebbe fare la stessa cosa per un investimento sicuramente più redditizio e solido?
[10] Fonte: intervista concessa a Repubblica da Carlo Rubbia nel 2004.
[11] Fonte: dati forniti nel Giugno del 2007 da Carlo Rubbia ad Agor@ Magazine, citando le previsioni della Banca Mondiale, del Dipartimento per l’Energia americano e della IEA (International Energy Agency).
[12] Fonte: Ansa da Nomisma Energia, 10 Maggio 2008.

24 giugno 2008

Meteora

Caro Pierpaolo,
sono trascorsi molti anni da quella sera del 1975, quando ci lasciasti soli, improvvisamente, come una cometa che scompare negli abissi dello spazio.
Io, questo spazio l’ho di fronte a me e fisso una stellina che m’occhieggia fra le fronde dell’olivo. L’olivo che ha preso il posto dei vari ciliegi selvatici arrostiti dall’arsura estiva, i quali avevano preso il posto della gaggia orientale, quasi secolare, che c’era quand’ero bambino.
Mi chiedo dove tu sia. Non importa: tanto, sei stato un intellettuale mai sopportato dagli intellettuali, un poeta mai compreso dai poeti, un politico trattato ad alzate di spalle, un omosessuale mai omologato fra gli omosessuali. Sei stato un vero jolly, Pierpaolo, e per questa ragione non devi meravigliarti se sei passato come una meteora. Che, però, ha colpito.
Sono trascorsi tanti anni da Valle Giulia, eppure ancora se ne parla, si discute, la si legge e si disserta. Sempre con il solito andazzo: chi solleva le spalle, chi scrive un’inutile critica postuma, chi la esalta, chi non sa e si ferma a guardare la stella, come sto facendo in questo momento.
Gli eroi lasciano questo mondo correndo su un carro di fuoco. Forse un’Alfa rossa. Perché lo lasciano? Forse perché questo mondo non ha più necessità delle loro rime, dei loro aghi piantati a cucire il cielo plumbeo di una realtà selvaggia, invadente e sozza come una lanca sul limitare della borgata.
Sapessi, Pierpaolo, cosa ci stanno raccontando: che le ideologie sono merda, perché uniformare e strutturare il pensiero in una costruzione logica – che ha dunque struttura, forse rigidità – è cosa grama, da mestatori della psiche indegna d’esser avvisa.
Ci propongono, invece, un pensiero così debole da schiantarsi ad ogni angolo del nostro vivere, così mellifluo ed impalpabile da scorrere senza tempo e senza sapore sui palati televisivi, della carta stampata, nei balli a palchetto della politica strapazzata come due povere uova cadute dal cesto. Fino a pervadere il palcoscenico delle menti, che – attonite – s’inchinano di fronte a tanto potere dell’insipienza.
E le madri, chiamate a correo di tanto, terrifico clamore?
Non so, Pierpaolo, se le tue madri siano state così colpevoli: m’inchino, rispetto la tua intuizione ma non la comprendo. E, dunque, m’arresto.
Posso dirti, però, che i padri non si mostrano più, come se la caduta delle tue madri – angeli ribelli, fuoriuscite dai cascinali dov’erano schiave del sesso e dei campi – avesse chiesto contrappasso e nemesi alla Storia. Che, talvolta, ci rifiutiamo di vivere.
Il teatrino che ci mostrano è così mesto che non vale la pena d’insozzare la tua mente – chissà cos’è divenuta, nel frattempo – con il racconto delle nostre triste cronache: risparmiamo il clamore del nulla.
Vorremmo però salutarti senza nessun ardore di speranza, senza obliare né nascondere il nichilismo – al quale tu non hai mai ceduto, lo sappiamo – per dileggiarti con un dolce canto al quale, tu, voleresti la maschera come un bambino scoppia una bolla di sapone.
Troppo tempo è trascorso, inutilmente, senza trovare sentiero e ragione, né metter pace negli animi lacerati ma vivi. Troppo tempo scivolato senza senso, senza corpo, senza ragione. Vorremmo dirti per approdare ad un nuovo tempo, ma non scorgiamo che nuvole all’orizzonte, e la luna tarda a mostrarsi in cielo.

19 giugno 2008

Lo stano caso del dottor Alphan e di Mr. Gherd

Dobbiamo riconoscere che la vicenda, sin dall’inizio, ci ha stupito. Sulle prime, abbiamo pensato ad una sostituzione di persona, poi ad una collaborazione. Infine, giacché i due occupavano la medesima carica istituzionale – quella di Ministro di Grazia e Giustizia – abbiamo capitolato e siamo andati a rileggere Robert Louis Stevenson.

Per quanto mi scervellassi, non riuscivo a trovare una risposta all’enigma: possono, due diverse persone ed allo stesso tempo, occupare il medesimo posto di ministro in un governo? Cos’è il Ministero della Giustizia, una poltrona per due?
Ho meditato, allora, di ricorrere alla Sibilla Cumana. Mentre ero già in auto, pronto a partire per Cuma, mi è giunta sul cellulare un’agenzia della Reuters (l’ANSA, oramai, è stata messa alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio), dove avvertivano che il celebre antro di Cuma è già stato occupato dai militari, che lo stanno riempiendo di monnezza.
Riportata la valigia in casa, ho meditato di rivolgermi alla Rete: detto fatto. Ho creato un avatar su Second Life – ho assunto le sembianze del Duca di Sanfelice – ed ho atteso. Senza far nulla, è stata lei a trovarmi: devo riconoscere che la Sibilla, con tanto di calze a rete e parrucca bionda, mi ha un po’ stupito.
In ogni modo, è stata chiara: i due non sono proprio due, bensì quasi uno, ed ha iniziato a raccontarmi la vicenda.

Il buon Niccolò Alphano è un pezzo di pane, quello che in Piemonte chiamano “n’ bun’om”. Portamento solare, fisico possente, tradisce nelle sembianze l’origine contadina: è – per dirla con Guccini – il “primo della razza che ha studiato”.
Il giovane avvocato siciliano ha creduto finalmente di riscattare, con quell’incarico offerto su un piatto d’argento, generazioni di zappaterra e di scavatori di zolfo che l’avevano generato.
Non sapeva – il tapino – che gli avevano teso una trappola: nel calice di champagne con il quale aveva brindato alla nomina, era stata sciolta una pozione.
Qui, dobbiamo fare un passo indietro e mettere ordine nel racconto della Sibilla.

Miglia e miglia lontano dal buon Niccolò, in una grande metropoli del Nord, viveva un modesto avvocatucolo di nome Angelino Gherdini, del tutto opposto a Niccolò, come il sole dalla luna: fisico smagrito, profonde occhiaie, sguardo allucinato.
Per anni, il buon Angelino – figlio di un tranviere e di una casalinga della Bovisa – aveva svolto con modestia il suo mestiere: ha visto, signor Rossi, che sono riuscito a farle prendere due milioni in più per aggiustare la Punto? Oppure, ci siamo riusciti, signor Bianchi: hanno provveduto a murare la finestra che il suo vicino aveva aperto sul suo cortile. Già che c’erano, gli hanno murato anche la porta d’ingresso. Con lui dentro.
La sera, guardava “Un giorno in Pretura” e sognava: chissà se un giorno, anch’io, riuscirò a srotolare delle arringhe di fronte a processi importanti…assassini, ladri, banditi…roba grossa…
Intanto, la mamma gli riordinava le fatture sul tavolo della cucina, sotto la luce al neon. Vedrai Angelino – lo rassicurava la mamma – anche per te verrà il tuo momento: lo dicono sempre a Canale5 che, come nel Sogno Americano, ognuno avrà la sua occasione…
Angelino sospirava, mentre preparava la borsa per recarsi in Tribunale il giorno seguente, ed andava a letto fiducioso.

L’occasione si presentò un giorno grigio di Novembre, quando entrò nel suo studio Milvio Merlettoni, e gli sciorinò sulla scrivania un testamento olografo.
Milvio era il nipote di Manlio Merlettoni, passato a miglior vita la settimana prima: Milvio chiedeva d’essere assistito nelle eventuali controversie con i parenti.
Angelino era di umili origini, ma non era fesso; notò subito che la sola cosa autentica, in quel documento, era la firma: tutto il resto, era un neutro testo battuto a macchina.
Stava quasi per restituire il documento – una frase di cortesia, del tipo “Il nostro studio non si occupa di…” – quando gli cascò l’occhio sui beni che il buon Milvio avrebbe ereditato.
Una cinquantina d’appartamenti nel centro di Milano, una villa a Portofino ed una a Cortina d’Ampezzo, fabbricati industriali, latifondi agricoli e poi azioni, titoli di Stato, obbligazioni estere…denaro…conti in Svizzera ed in Lussemburgo…una fortuna da Paperon dé Paperoni. Rimase interdetto.
«Mah…lei è l’unico erede?» chiese soprappensiero.
«No» rispose il buon Milvio «ma quel documento non dice che…»
«Certo…però, gli altri eredi…»
«Guardi che la firma è autentica!»
«Non lo metto in dubbio: ma, gli altri eredi, sanno di questo documento?»
«No, perché quel documento l’ho scritto io» tagliò netto Milvio. Poi, continuò: «Se riuscirò ad ottenere tutto, le elargirò il 10%».
Gherdini non era mai stato forte in Matematica, al Liceo aveva sempre uno striminzito sei, però fece in fretta a capire che il 10% di un universo è sempre una fortuna incommensurabile.
«Mah…come l’ha avuto?» chiese sorpreso.
«Non è stato difficile» rispose il buon Milvio «vede: il nonno Manlio aveva gran fiducia in me. Andavo spesso a casa sua, viveva solo e ci vedeva poco, per sbrigare le solite faccende: ICI, tasse, bollette…»
«E poi?»
«Un giorno come un altro, mentre lui parlava – eh, se non ci fossi tu, Milvio, come farei a sbrigare tutte queste faccende… – e gli facevo firmare dei documenti…ecco, nonno, questa è l’ICI, firma, poi c’è la spazzatura…misi nel mazzo dei documenti un foglio in bianco e lui lo firmò. Dopo…»
«Certo» ammise Angelino «dopo è stato tutto facile…»
Mi domando perché la Sibilla mi racconti queste vecchie storie…che c’entra tutto ciò con due Ministri della Giustizia assisi sullo stesso trono?
Mi fa cenno d’attendere: capirò, al momento opportuno. Abbiate fidanza.

Passano gli anni e Milvio compie una folgorante carriera politica: brucia le tappe, passa dai Liberi Muratori al Partito dei Liberi Costruttori, quindi dei Liberi Televisori, infine del Liberi Tutti e Basta.
I parenti buggerati, però, non gliela danno vinta e cominciano a presentare ricorsi su ricorsi al Tribunale di Milano: circonvenzione d’incapace, plagio…c’è sempre però il buon Angelino – oramai affermato e ricco avvocato – che li tiene a bada.
Il problema s’aggrava quando il buon Milvio vuole raggiungere le più alte vette del potere: Presidente del Consiglio…no, voglio ancora di più, più in alto…per aspera ad astra…

L’unica carica alla quale può ancora aspirare è quella di Grande Vecchio della Montagna: il problema è che il posto è occupato da un attempato avvocato napoletano, persona mite, che però non vuole farsi soffiare il posto.
Allora, Merlettoni lo sfida.
Il problema più pressante è una zia di Vigevano, che pare abbia anch’essa una copia del testamento: quella è pericolosa, ed ha consegnato tutta la faccenda ad una avvocato inglese, tale Milk.
Bisogna fermare la zia di Vigevano.
Nelle lunghe e dolci serate romane, Angelino e Merlettoni cercano ogni via d’uscita: annettere Vigevano a Gaza, così dopo ci pensano gli israeliani? No, con l’Europa non si può: per ripicca, annetterebbero Macherio alla Spagna di Zapatero.

Torna allora alla mente, a Merlettoni, il vecchio trucco usato con il nonno: io non ci posso andare – caro Angelino – e te la devi cavare da solo. In cambio – anche Angelino ha imparato a chiedere – voglio il Ministero della Giustizia.
Non si può, sarebbe troppo sporca: Alphano se la darebbe…capirebbe d’esser solo un portaborse…
Facciamo così, sintetizza Merlettoni: lasciamo Niccolò Alphano a fare il Ministro di giorno, e tu lo farai di notte. Pensa un po’, il prossimo Inverno, con quelle giornate così corte…sarai tu il vero capo dei giudici!
Angelino abbozza, perché sa di non poter andar oltre.

Così, sale una sera dal Grande Vecchio, portandosi appresso un plico di carta da firmare e tutte le commedie di Eduardo in DVD, scaricate gratis da Internet.
«Che bel regalo…» gli occhi del Grande Vecchio brillano.
«C’è anche “Sabato, domenica e lunedì”, quello con Pupella Maggio…»
«Sì Eccellenza, lo volete vedere subito? Ecco, basta infilarlo nella fessura del lettore…»
«Eh, quante diavolerie inventano oggi…guarda, guarda! Proprio come l’ho visto io al San Carlo nel ’63…Madonna mia, sembra vivo…Eduardo, sembri proprio tu…»
«Eccellenza…ehm… eccellenza: ci sarebbero due firmette da mettere qui, su dei documenti del Governo…»
«Ma, i DVD li posso tenere?»
«Eh certo, eccellenza, certo…»
«Di cosa si tratta?»
«Normale amministrazione: per togliere la monnezza a Napoli, per tassare finalmente i petrolieri e dare più soldi ai poveri…sa…»
«Bravi, bravi: quelli di prima mi parlavano sempre di banche, di affari – non capivo mai un accidente – ma non m’hanno mai portato niente, manco ‘na mozzarella di Mondragone…»
«Ecco firmi: qui…ancora qui…»
«E tu come ti chiami?»
«Angelino, eccellenza».
«Bravo Angelino, tu sei proprio nu bbrav’è uaglion’e, bravo. Ferma, aspetta: hai sentito la battuta? Hai sentito?»
«Bellissima eccellenza: ecco, firmi qui, ancora qui, qui…
Fatto.
Quattro convenevoli, poi il commiato: pare che il Grande Vecchio, quella notte, abbia visto otto commedie, fino alle cinque del mattino.

Quando il risultato è raggiunto, però, ci si rilassa e si commettono errori.
Invece di mettere in cassaforte il prezioso documento, firmato in bianco, Merlettoni lo dimentica nell’anticamera di Palazzo Chigi.
Eh, da lì, passano tutti: vedono, leggono la firma e capiscono al volo.
Pare che Margherita Boniver ci abbia scritto un decreto per avere due tette come Luisa Corna, mentre Borghezio ha sancito la nascita dei Pasdaran Padani, prima forza armata della Repubblica. Tanto, è già tutto firmato. Pure la richiesta per due gomme antineve, trovò Merlettoni la mattina: doveva essere stato l’autista.
Il problema, pensa mentre si rassetta il parrucchino, è sempre la zia di Vigevano: l’anziana vegliarda è riuscita ad ottenere un rinvio a giudizio, e presto ci sarà la sentenza. Come fermarla?
Ancora una volta, gli viene in aiuto il buon avvocato milanese, che stende sul foglio già firmato un testo di legge, il quale prevede che:

I processi penali relativi a fatti commessi fino al 30 giugno 2002 che si trovino in uno stato compreso tra la fissazione dell'udienza preliminare e la chiusura del dibattimento di primo grado, sono immediatamente sospesi.”

«Ma…Angelino, non ti sembra un po’ troppo? E come lo facciamo digerire alla gente?»
«Cosa ci sta a fare il mio alter ego di giorno, quel siciliano…»
«Beh, è il Ministro della Giustizia!»
«Sì, e io sono Perry Mason…»
«Va beh, Angelino» Merlettoni ridacchia «dai, stavo scherzando…il problema è che con questo provvedimento fermiamo una marea di processi per sequestro di persona, estorsione, rapina, stupro, associazione per delinquere, frodi fiscali, corruzione, abuso d'ufficio, immigrazione clandestina, detenzione di materiale pedopornografico, molestie e maltrattamenti in famiglia, omicidi colposi per colpa medica o a seguito di incidenti stradali, traffico di rifiuti…guarda che quei maledetti magistrati montati da mia zia non staranno zitti…sempre lì a perseguitarmi…»

«Perché non mandi Alphano in televisione a raccontare che la Giustizia è ingolfata di procedimenti, ed ha bisogno di una “pausa di riflessione”? Che la gente è stufa di processi a gente per bene è che vuole giustizia – anche sommaria – per i veri delinquenti: per i Rom, per i romeni, per i romani…»
«No, i romani no: altrimenti Fini s’incazza.»
«Ah, già, scusa…e poi chi se ne frega di Fini…tanto hai capito cosa volevo dire, no?»
«Sì, sì: lo mandiamo domani: quello è uno che sta agli ordini. Lo avvisi mezz’ora prima e lui racconta qualsiasi cosa in Televisione, anche che i Carabinieri hanno arrestato Bin Laden a Piazza Navona…»
«E allora, che problema c’è…» detto fatto.

Tanto per metterci un po’ di fantasia in più, io – in quel provvedimento – ci avrei aggiunto anche “solo per quelli nati a Monaco di Baviera che vivono nel Principato di Monaco”, oppure “solo per coloro che hanno ascoltato Così parlò Zarathustra a Zagabria”, non so…ce ne sarebbero tante da dire…
Non so se sono fuori tempo massimo, caro Merlettoni, ma anch’io avrei una richiesta da scrivere su quel foglio, fra le tette della Boniver e le gomme dell’autista.

Il 9 di Agosto del 2007, ho preso una multa dall’Autovelox, già pagata. Mi hanno, però, tolto 5 punti della patente ma, il provvedimento, non è ancora giunto.
Ora, visto che pare possano inviare la notifica entro l’anno o poco oltre, mi sa che ad Agosto o Settembre mi taglieranno quei benedetti punti.
L’Autunno – lo dico sempre – è una stagione pericolosa: maturano zucche e mele, pere e cavolfiori. Pare che maturino anche le sentenze.
Perciò, non potrebbe inserire in quel foglietto, già firmato dal Grande Vecchio, una piccola postilla…non so…provo a buttarla giù…

Comma 21/2 quater:
Per tutti gli automobilisti che hanno ricevuto sanzioni per eccesso di velocità, nel periodo 1/8/2007-31/8/2007, la sanzione è sospesa di un anno, nell’attesa del pronunciamento delle Camere sulla liceità degli Autovelox sulla superstrada Alessandria – Acqui Terme.

Troppo personale? Eh sì, ma se allunghiamo il periodo restringiamo la zona di riferimento: il risultato deve essere sempre una costante. Provo a riformularlo:
Per tutti gli automobilisti che hanno ricevuto sanzioni per eccesso di velocità, nel periodo 1/1/2007-31/12/2007, la sanzione è sospesa di un anno, nell’attesa del pronunciamento delle Camere sulla liceità degli Autovelox nel territorio dei Comuni di Cassine, Cassinelle, Cassinasco, Cassinotto, Cassinino e Cassinc….

Insomma, lei ha capito benissimo e so che potrà intervenire: per una volta, ci faccia sorridere. Per non farci piangere per la vergogna.

11 giugno 2008

Message in a bottle

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia…

la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c’erano i segni
di una pace terrificante…

Fabrizio de André – La domenica delle salme – dall’album “Le nuvole” – 1990


Cara Unione Europea, cara ONU, caro Dio,
non so se siete in grado d’ascoltarmi né se, in fin dei conti, voi tutti esistiate veramente per noi, poveri italiani.
In un bellissimo articolo, Marco Travaglio analizzava freddamente quelli che potranno essere gli effetti della proibizione delle intercettazioni telefoniche sul funzionamento della giustizia italiana. Praticamente: tolti i mafiosi – che, bontà loro, utilizzano da tempo i “pizzini” – di tutti gli altri reati non si potrà sapere più nulla.
E’ la solita tecnica del Cavaliere, vecchia come il cucco: siccome io ho bisogno di quel provvedimento, lo “allargo” a tutti così non potranno dire che serviva solo a me. Varare la legge sconquasserà quel poco di giustizia che rimane? Perché, a cosa serve la giustizia? Non sarete più sicuri a casa vostra? Sposate mia figlia, così verrete a vivere a Macherio!

Ma non di questo volevo parlare a voi, assisi nell’Empireo, perché avrete già letto l’articolo di Travaglio – voi che tutto sapete – ma per interrogarvi su un dubbio che m’assilla: il titolo.
Travaglio titolava l’articolo “Prove tecniche di fascismo”: certamente non vi sarà sfuggito che il termine “fascismo” non era usato in senso storico – ossia per compiere una mera sovrapposizione con il Ventennio – bensì per indicare un regime autoritario, antidemocratico, autocratico ed oligarchico. L’unico esempio storico vissuto dal popolo italiano: insomma, “stanno facendo le prove per mettercelo nello stoppino”.
Qui, mi verrebbe quasi da dissentire: prove tecniche? Forse il buon Marco era in vena d’ottimismo, quando ammetteva “prove” di fascismo. A mio parere siamo invece almeno alla prova generale, se non alla “prima”. Qualcuno, già afferma che si stia andando in replica.
Ho provato allora a scorrere, come in una moviola, le pagine dei quotidiani per osservare se siamo ancora alle “prove” oppure se vendano già i biglietti al botteghino.

La prima notizia – si parte sempre dal titolo principale – riguarda la vicenda della clinica (adesso, pare che siano una decina) milanese dove si facevano interventi chirurgici “un tanto a botta”, ossia: posto x il numero degli interventi che devo effettuare in un anno per ottenere tot soldi (y), dovrò semplicemente dividere x per il numero dei pazienti z (x/z) ed otterrò y senza faticare.
Se ti tocca un’appendicite vai via contento che t’è andata bene ma, se le esigenze della produttività aziendale richiedono più sacrifici, ti può capitare una serie sfigata, del tipo: due interventi al fegato, l’asportazione di tre unghie incarnite ed una cornea come bonus. D’altro canto, la produttività dell’azienda è il bene primario ed è il solo valore che si deve tenere in conto: il buon Berlusca ha promesso “lacrime e sangue” per rimettere in piedi l’Italia (ma, per una volta, non potrebbero lasciarci seduti?), e non è questo il momento di fare dei piagnistei.
Ci sarebbe da verificare il “Piano Industriale” di quella clinica, per osservare se le scansioni degli interventi erano rigorosamente correlate (una procedura desueta e troppo rigida), oppure se s’interveniva con le moderne tecniche “flessibili” – diremmo “a random” – con l’ausilio dell’informatica d’ultima generazione.
Siamo quasi certi che – nella Lombardia rampante – la seconda scelta era la preferita: ogni mattina, i solerti chirurghi, a turno, schiacciavano un tasto del computer e il programma – magicamente – svolgeva la sequenza degli interventi.

Camera 12: “un 27 al 52, un 24 al 53, ed un 12 al 52”.
Camera 13: “un 21 al 44, un 14 al 43 ed un 22 al 42”.

Nella camera 13 il software aveva “spalmato” bene gli interventi; non starò qui a spiegare dettagliatamente la matrice delle sigle: vi basti sapere che al 44 toglievano un rene, al 43 le tonsille ed al 42 il prepuzio. Il software, assicuriamo, è in grado di distinguere il sesso dei pazienti.
Nella camera 12, invece, al 53 toglievano le tonsille, mentre al povero 52 partivano in una sola “botta” la milza e mezzo polmone. Il 54 riposava: il computer non sbaglia mai.
Vorremmo chiedere all’arzillo Brunetta d’intervenire sul “Piano Industriale” della clinica, per verificare la bontà del sistema informatico: visto che vuole riformare tutta la Pubblica Amministrazione, inizi almeno dall’ABC.

Passiamo quindi all’articolo di terza pagina, quello di cultura.
Oggi, si parla di favole: Fedro? Esopo? Andersen?
No, si commenta un libro appena pubblicato da una giovane e promettente scrittrice – tale Mariastella Gelmini – che avvolge il lettore con un protettivo e caldo languore, narrando la triste saga della scuola italiana. Il finale, come sempre, è a lieto fine.
Si narra d’orchi ed orchesse, che da perfidi manieri lanciarono i loro malefici sulle candide anime, sui teneri virgulti dell’italico vigore, le giovani speranze dell’italica stirpe. Non vogliamo, in questa recensione, privarvi del piacere della scoperta e non andiamo quindi oltre: tanto per mettervi un poco la voglia di leggere, però, possiamo anticiparvi che si parte da una misteriosa formula della scuola detta “delle Quattro I”, laddove una delle quattro “I” è, allo stesso tempo, una e trina. Abbiamo cercato a lungo nella Kabbalah e nella Ghematria, ma non siamo riusciti a squarciare il velo dell’arcano: di vero esoterismo si tratta, altro che di Dan Brown.
Possiamo però anticiparvi che il finale accontenterà tutti: i giovani virgulti saranno amorosamente annaffiati di sapienza, liberati dalle male piante del relativismo ed infine elevati all’onore del vero sapere. I dotti, invece, riceveranno ampia mercede per questa missione: i loro compensi saliranno alle stelle, come avviene nelle terre dei Cimbri, dei Franchi e dei Germani. Dai 25.000 pezzo d’oro che oggi li compensano, saranno elevati a più…a più…30.000…ma che dico…40.000…forse ancora…
La magica fatina che opererà la trasmutazione ha anche un nome – Stella Maris – così è chiamata nel racconto: non sappiamo né riusciamo ad identificare la genesi e, soprattutto, l’originalità di tale scelta. Roba da “Premio Strega”. E vissero a lungo felici e contenti.

Voltiamo pagina e siamo in Economia…no…forse è la pagina storica…no, forse parlano di viaggi…
L’immagine è chiara, quel giovane col berretto verde e la penna è Robin Hood: che uno storico sia riuscito a squarciare l’alone della leggenda? Forse, si tratta solo di una pubblicità di viaggi…
No, non è il popolare Robin – leggiamo nella didascalia – si tratta di un misterioso eroe senza tempo – una specie di Highlander formato Cesano Maderno – che da poco è salito alla ribalta.
Julius Dreiberg, questo è il suo nome, ed è signore di Sondriekssen…ma, l’altro, chi è?
Trafitto da un nugolo di frecce, giace un povero San Sebastiano…no, non è il Santo della leggenda…dicono che è un certo Paul Mc Scarron, signore di ENIan, abbattuto dal potente immortale.
Sullo sfondo, si notano appena moltitudini d’esseri bruti – non gentili come i due attori della vicenda – che acclamano il loro eroe per la vittoria.
“Nobile Julius” – mi par d’avvertire, salire dalla bella riproduzione d’autore – “siamo ai tuoi piedi, baciamo le tue ginocchia in segno di riconoscenza e di sottomissione…sia sempre lode a te…”. Non capisco…meglio leggere…
Vengo così a sapere che il trafitto, signore di ENIan, dominava l’italico stivale grazie a migliaia di castelli gialli, ed aveva come insegna un cane con sei zampe e la lingua di fuoco. Qual nobile insegna, per scudi e stendardi.
Ogni volta che un cocchio, carrozza o vil carro di bruti s’avvicinava a un castello, gli armigeri del signore pretendevano gabelle. Anche il grano era tassato e sempre più caro, tanto che vecchi ed infanti li ghermiva la fame.
Per questo viene ricordato il nobile Julius – adesso lo so anch’io, che mi pensavo sapiente – e la storia non finisce qui. Senza soppesare titoli e blasoni, il nobile Julius aveva altresì abbattuto i due perfidi fratelli Mc Morralt’, signori di Maitland: milady Mc Morralt’ s’era dapprima adirata contro il nobile Julius, poi l’aveva scongiurato di risparmiare la vita allo sposo, ma a nulla era valso.
Incurante dei pianti e delle minacce di vendetta della potente nobildonna di Maitland, Julius aveva continuato la sua battaglia: troppo dolore gli recava ascoltare i pianti dei miseri, che chiedevano pane per i figli e biada per i loro striminziti ronzini.
Fino in fondo, aveva compiuto il suo dovere: restituire ai poveri il maltolto, asciugare le lacrime dello sconforto, placare i morsi della fame.
Oggi, lo ricordano in tante piazze italiane: ritto, con la mano tesa verso Oriente, indica alle moltitudini di diseredati la via maestra per riconquistare dignità e serenità d’animo. Lottare sempre, per togliere il maltolto dalle tasche dei potenti: sia gloria a te, nobile Julius!

Basta, per oggi non leggerò più: la vista si stanca.
Socchiudo le palpebre e ricordo i racconti di mia madre, delle nonne, attorno al fuoco del camino.
In un tempo lontano, gli italiani si rallegravano perché erano diventati padroni di un Impero: le moltitudini acclamavano il loro Capo, che li ammansiva con favole dal sapore austero ed accattivante.
Legioni d’italici scudieri erano pronti a difendere ogni lembo del grande impero, potenti navi corazzate col tricolore solcavano i mari, sciami d’aeroplani s’alzavano dai loro alveari di cemento per proteggere la nazione.
Poi, un brutto giorno, videro tornare quei poveri scudieri ridotti in cenci, con le bende ai piedi morsicati dal gelo. Le navi non le vide più nessuno: di latta erano, e non d’acciaio, e le loro maestose torri non erano in grado di colpire nulla, perché i colpi erano fatiscenti. Gli sciami sublimarono nelle sabbie, sui mari, disgregati da un male oscuro.
Provarono, i miseri, a ricostruire la loro terra – e con gran fatica ci riuscirono – ma non s’accorsero che c’era chi li attendeva al varco.

Appena ebbero accumulato qualche sacco di grano ed un po’ di legna, le ombre s’inventarono mille gabelle per sanare – raccontavano – un grande debito che loro stessi avevano creato, svendendo il tesoro dello stato a dei malfattori.
Furono così abili in quel furto, attuato con gran destrezza, che nessuno si rese conto di cosa stesse accadendo.
Per rabbonire i pochi che chiedevano giustizia ed innalzavano lamentazioni, s’impadronirono di tutti i banditori – dal misero imbonitore al gran maestro d’occultismo – per essere certi di scacciare nel clamore anche il più flebile sussulto.
Infine, privarono anche il popolo dei più semplici diritti: privati del battere moneta, del diritto di replica e di critica, finirono anche per negar loro il diritto d’assemblea.
Con una legge, una sola legge, consentirono soltanto alle ombre di salire al potere: da lì, emanavano decreti e non discutevano più leggi. Tanto, non cambiava nulla: erano sempre le ombre a scrivere le vite degli altri.
Infine, per non farli cadere in sempre più profonde depressioni, li affabulavano con canti sapienti, raccontavano saghe accattivanti, inventavano ogni giorno nuovi eroi.
Gran parte della popolazione li seguì nelle fredde terre delle Riserve, e pochi rimasero sulle colline, ma solo per praticare la Danza degli Spettri.
Altro che “prove tecniche”.