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01 novembre 2020

Giochi del mare, e del destino beffardo

La Gretel alla fonda

Silenzio, solo silenzio.

Nulla è più vero, nulla ha più sostanza: il nulla non può né espandersi né comparire, giacché è l’assenza del sé, l’astrazione della presenza.

Vie vuote, sguardi persi, contatti prima veri, poi sgusciati via come anguille fra le mani: eternamente vive, ed eternamente libere.

 

In navigazione verso Portofino (con vento contrario)

Venezia si perde, si osserva e si chiede chi è. Difficile risponderle. La Venezia più splendida pare essere quella vuota, liberata dalle presenze estranee le quali, paradossalmente, sono quelle che la fanno vivere.

No, non la fanno vivere, perché – nota a margine – arricchiscono soltanto americo-cinesi o russo-inglesi che l’hanno comprata, come sul banco della pescheria: tranciata a pezzi oppure a fette, come il grande tonno che mi occhieggia e mi guarda lamentoso, per la voglia di mare che ancora ha negli occhi. Poi, la testa sarà buttata, perché la sua voglia di mare non conta niente. Contano solo i baiocchi che genererà.

 

Eureka! L'Ammiraglio esulta: è finalmente entrato il bullone che ferma la delfiniera, così potremo agganciare lo strallo di prua!

 

Lasciamo ed entriamo, lasciamo l’automobile al piano numero nove del parcheggio a torre per infilarci sul vaporetto numero 2 della “circolare” che ci porterà alla Giudecca: sia sempre maledetto il bastardo del cantiere, che ieri non ha “avuto tempo” per far calare con la gru la barca in mare, ed oggi è già tempesta: come si può, con un mare che mostra onde oltre i due metri, prendere il mare da un porto che – pur osservando scrupolosamente la via segnata dalle briccole – non supera i due metri di profondità? Vogliamo, nel cavo dell’onda, andare a sbattere con la chiglia nel fango? L’Ammiraglio, dopo la riunione dello Stato Maggiore della Gretel, ha sentenziato, e all’Ammiraglio si obbedisce e basta.

Bisogna cambiare porto – difatti gli avevamo detto che saremmo andati a Novigrad, in Croazia – e lui, il gran bastardo, non ha trovato il tempo per lasciarci andare, liberi in mare. Sa già che, con il periodo delle tempeste, prenderà altri baiocchi, almeno quelli dell’Inverno. Speriamo che la grappa gli vada di traverso, anche la miglior rakja della Bosnia, per tutto l’Inverno.

 

Intanto, il Nostromo, ligio agli ordini spennella l'antivegetativa

Venezia, in ogni modo – anche se non arrivi dalle bocche del Lido o di Malamocco – è sempre un mistero: paradossalmente, non è né bella e né brutta, ma solo affascinante, misteriosa, zeppa di consuetudini e di domande inevase.

Come si fa a pensare un capoluogo di regione, una città che tutti conoscono nel pianeta, un gioiello di storia gloriosa che, oggi, ha 53.000 abitanti? (1)

Posso affermare di conoscerla bene, anzi, benissimo, visto che ho imparato ad andar per mare – oramai 50 anni fa – proprio fra i suoi canali interni, le sue “autostrade” da tenere sempre ben presenti, catalogate dalle briccole che segnano il canale navigabile nella laguna. Ancora ricordo quando mio padre volle tentare – senza ascoltare gli avvertimenti di un 17enne – di “tagliare” una curva per accorciare il percorso verso Burano per leggere un misterioso cartello che non riusciva a scorgere bene: quando riuscì a leggerlo, c’era scritto solo “secca” e, nel medesimo istante, la prua s’infilò nel fango del fondo. Così mi toccò scendere in mare per alleggerire la barca (mio padre non sapeva nuotare, mio fratello aveva solo 8 anni), infilarmi fino alle ginocchia nel fango e riportare la barca nel suo elemento: l’acqua. Anche sotto la chiglia: meno male che era solo una lancetta di 4 metri a fondo quasi piatto.

 

L'Ammiraglio è perplesso: il Capitano starà dando bene la vernice speciale dell'elica?

 

Poi, siccome non amavo molto arrostirmi sulla spiaggia, accettavo volentieri di fare le mille “commissioni” che, volentieri, assegnavano ad un ragazzo i “marinai” di terra ferma: uno scalmo perso, una coppiglia d’elica rotta, un remo spezzato, una candela “fredda” di ricambio per il motore…

Così, solo, m’infilavo fra le fresche calli di Fondamenta Nuove, fra uno “squero” dove eleganti gondole prendevano forma  e magazzini – sotterranei, non riesco ancora oggi a capire come potessero esistere magazzini di materiale nautico sotto terra, dove la terra non c’era! – per cercare quello scalmo, quella coppiglia…

L’Arsenale era ancora usato: non ne uscivano più galee, certo…ma barconi da trasporto, qualche barca a vela, bragozzi…una volta mi capitò d’incocciare un corteo funebre che traversava la laguna per dirigersi verso l’isola di San Michele, dove c’è il cimitero (2). Un corteo di gondole, silenzioso: nemmeno i remi schioccavano contro l’acqua della laguna. Ricordo che spensi il motore, un segno di rispetto non richiesto ma gradito.

 

 

L'Ammiraglio ed il Capitano valutano bene la tenuta, i rimandi ed il sartiame dell'albero. Terrà? Ancora non sanno del brutto scherzo che farà loro il "gruista" del cantiere.

La Giudecca è sempre più “solida” e sincera delle rive del Canal Grande: ci abitano più persone vere, non ectoplasmi, efebi od ingioiellate da piazza San Marco, caffè Florian od Harry’s Bar…meglio Malamocco e Pellestrina con i loro minuscoli orti, verdeggianti fra le case ed il blu della laguna. Ma, in tutto, sono oramai 50.000 persone.

Ci sono isole abbandonate, come le Grazie, Poveglia e tante altre, che sono abitate solo per figura: Sant’Erasmo – un tempo “orto di Venezia” – oggi è anche lei alla ricerca del turismo inconsistente di Venezia, quel turismo che morde e fugge in un amen, e dove ogni morso lascia il segno.

Scendiamo dal vaporetto a Palanca – la fermata si chiama così perché, all’epoca, traversare verso la Salute in gondola costava una palanca – e noto con piacere che i vaporetti sono diventati silenziosi e discreti: fa più casino il mio motore da 40 cavalli, che è un semplice diesel da barca a vela. E’ per quello che fanno casino: per dirti “basta” ed alzare la vela.

Il Nostromo ed il Capitano complottano: come la prenderà, l'Ammiraglio, per il casino che c'è qua dentro? Mi sa che finiamo mozzi entrambi...

 

 Siamo ospiti di un amico dell’Ammiraglio, che insegna all’Accademia a Venezia e lo attendiamo in un bar sul canale: finiamo nel discorso più abominevole fra uomini…la tale? Sì, la conoscevo…abbiamo avuto una storia…come, anche tu? Il terzo annuisce, sì, anch’io…bei tempi. Concordiamo: che donna! Ne valeva senz’altro la pena. Suvvia: non scadiamo nelle bagatelle da bar sport!

Nessuno vuole parlare di se stesso, perché tutti abbiamo troppo passato e poco futuro davanti, e lo sappiamo bene. E, in quel passato, sono annidati molti nodi dolorosi che nessuno vuole far emergere, nodi che hanno cominciato ad aggrovigliarsi quando ci conoscemmo, fra i banchi dell’università nell’Autunno del 1969, e si sono aggrovigliati e dipanati solo dopo le lacrime. Il bello – si fa per dire – è che ciascuno di noi ben conosce i nodi e le lacrime dell’altro.

L'Ammiraglio e il Nostromo sono felici, anche dopo il brutto scherzo del gruista...eh, nella vita ne abbiamo passate tante, passeremo anche questa...(ed io rimango Capitano, eh, eh, eh...)

 

Da quel tempo lontano n’è trascorso di tempo…eppure – chissà, forse una magia del Fato – non siamo rimasti amici: siamo stati generati fratelli, l’uno per l’altro. Uno per tutti e tutti per uno, come i Moschettieri.

Anche quando il Nostromo era disperso in terre persiane ed io stavo per partire per andarlo a prendere con l’automobile, senza sapere per certo dov’era: non esistevano telefonini…gli iraniani erano incazzati con tutti ed orgogliosi della loro rivoluzione. E il Nostromo era là, da qualche parte, fra Qom ed Isfahan. Gliela avrò resa quella sua Lambretta con la quale rimasi senza benzina per correre dietro ad una donna…glielo avrò detto dove l’avevo lasciata?

A Venezia, finalmente! Siamo un po' obnubilati dalle bottiglie...cerchiamo di tornare un po' in noi stessi...noi stessi? 'Azzo, che casino tornare in se stessi!
 

L’Ammiraglio è Ammiraglio e non si discute: a lui spetta sempre la sentenza finale, perché così è, il rango glielo impone. Anche se ha calcato tanti teatri italiani, e pure qualche set cinematografico, rimane un Ammiraglio: lui ha il comando indiscusso dei due scapestrati che da una vita si porta appresso. Il Nostromo, silente e meditabondo, ha sempre avuto un debole per le belle donne: quando, però, ha notato che sempre più uomini ammazzavano sempre più donne, ha fondato un’associazione, un luogo dove gli uomini potessero sedersi in cerchio e guardarsi negli occhi, prima di dar mano ai coltelli od alle pistole. Oggi, molti lo cercano ed anche dall’alto qualcuno s’è accorto che sedersi in cerchio è la miglior soluzione per frenare la stupida mattanza. Solo che, dall’alto, fanno fatica a capire le soluzioni semplici, ma il Nostromo è tignoso e determinato: non molla mai, è una roccia di determinazione, e continua a tallonarli. Mica si è Nostromi per nulla.

Il Capitano, il Capitano…i due sanno che avere il comando di una barca è una responsabilità mica da riderci sopra…capire subito perché non parte la pompa di sentina rappresenta la differenza fra stare asciutti o finire in mare…più che rispettarlo lo amano, come si amano i pazzerelli giocherelloni.

 

Così, ci godiamo insieme la pace di una Venezia inconsulta, perché incapace di vivere la sua odierna pace e, pur amandola oltre ogni possibile velleità, sa di non potersela permettere: questa è la dicotomia che deborda dalla città più strana della Terra, la città dove ci sono i supermercati, ma il camion del supermercato deve essere imbarcato dal mini-traghetto merci che passa quasi ogni mezz’ora, per poi sbarcare nel solo posto dove sia possibile la discesa del camion. E dopo? Dopo…barche, carrelli e tante, tante braccia.

 

Il Mulino Stucky, là fuori, veglia su di noi...

Arriva Adriano, insieme a due suoi ex allievi e c’è subito un remescio fra Adriano e l’Ammiraglio perché l’Ammiraglio ha una barca a vela – un Dinghy 12 piedi  (3,6 metri) – ma non vorrebbe vederla disseccarsi nel garage dove la tiene. Discutono, si animano…Adriano non ha posto per metterla…pochi ormeggi nei canali, anche nei canaletti…e mi viene il dubbio che per Adriano sia più comodo spostarsi con la “carta Venezia” coi vaporetti, piuttosto che affidarsi al motore (che non parte, rimane senza benzina…) mentre la navigazione a vela, nella laguna, è una follia, giacché non ti riconoscono la precedenza, come usa in mare.

Io (il Capitano) ed il Nostromo osserviamo silenti il battibecco fra due marinai che si rimpallano una barca in regalo: uno non può più tenerla, l’altro non sa dove metterla…mah…il Nostromo osserva insieme a me l’assurdo (ed amichevole) diverbio. Il Nostromo è tale perché suo fratello ha una barca a vela in Liguria…ma suo fratello è il maggiore…e dunque “cazza un po’ la randa!”…si signore…”lasca un po’ il fiocco!”…fatto!...così, nella vita familiare, si diventa Nostromi senza sapere nemmeno il perché.

 

Adriano ha le borse della spesa: ‘ndémo a magnar o non andémo? Andiamo a cena, dai, e piantatela un po’ lì con quella barca! Nel tragitto gli spieghiamo la nostra odissea col bastardo del cantiere, il motivo per il quale non siamo arrivati via mare…te lo vedi? Non ghe se posto per barche a Venezia! E si ricomincia.

Scorre la calle, strusciano i giubbotti da mare contro le strette pareti di pietra ed arriviamo a casa, c’inerpichiamo su per una scala da brivido, mentre Adriano ci racconta che, sotto, ha pure l’orto! Piccolo, va beh…però per quel che serve basta…

Adriano merita di conoscerlo (3) e mi raccomando, guardate il filmato per due motivi: prima cosa gli orchestrali sono quelli che gestiscono il bar dov’eravamo prima, per seconda cosa toccate con mano cosa spreca la musica italiana, oggi, per trasmettere nell’etere un oceano di cazzate.

 

Tò: passava di qua una chitarra...

Si mangia, finalmente, e si beve. E si suona: a volte mi ricordo pure che sapevo suonare, ma il violino oramai dorme sonni gravidi di eoni trascorsi, mentre il piano, quando lo apro, mi manda subito un messaggio: “Accordare” “Accordare” “Accordare”…e piantala! Guarda che ti metto nella stanza in fondo, al posto della pianola elettronica se non la pianti! Non la pianta, ed ha ragione.

Eppure, nella magia veneziana di una notte di quasi-tempesta anche le note tornano a scendere dalle mani, anche la voce torna a salire su, verso il soffitto affrescato, nei toni tenui di una casa che ha visto Venezia scorrere, dalla galea alla super accessoriata nave da crociera la quale, orgogliosa come una baldracca stinta, ti sfila ad un tiro di fionda dalla finestra, lasciandoti solo un’onda immonda che sciaborda, nervosa e prorompente.

 

Ma la notte procede – ed il vaporetto della notte non aspetta – così io e il Nostromo torniamo in albergo: una albergo che, almeno, è economico e non nasconde la sua povertà portandola dignitosamente, come se il tempo si fosse fermato in Via della Povertà. L’Ammiraglio si ferma da Adriano: che vogliano continuare, ancora ed ancora, la bega di un Dinghy che nessuno vuole? Mentre torniamo rammento sempre la sequela di maledizioni per il tizio del cantiere, che mi fa dormire in un alberghetto squalliduccio mentre sarei potuto addormentarmi con l’oblò di prua proprio sopra i miei occhi. E chi se ne frega se fuori c’è tempesta…

 

Venezia ci saluta con l'immagine di questa chiesa, vicina a san San Basilio...con quel cielo ambiguo, che già si tinge dei colori dell'alba...

 Arrivederci alla prossima Primavera, non c’è altro da fare per adesso: i marinai, quando sono a terra, piantano fave e piselli, così li masticheranno, gioiosi, in mare, rammentando così l’eterno sposalizio fra l’acqua e la terra, fra il sole ed il vento. All’infinito.

PS: forse volevate leggere l’ennesima puntata della serie Tv “Coronavirus & Company” in onda a reti unificate. Mi spiace: avevo voglia di raccontare storie di mare  e di una città magica, che ancora una volta è capace di farti sognare e ti terrà compagnia per tutto il lungo Inverno. Spero anche a voi.

 

(1) https://nuovavenezia.gelocal.it/venezia/cronaca/2015/02/23/news/da-175-000-a-56-000-abitanti-cosi-si-svuota-venezia-1.10921951

(2) https://www.youtube.com/watch?v=eFoeIaEud2A

(3) https://www.youtube.com/watch?v=MN_len5r1LI

13 novembre 2019

Per favore, mandateli in Africa con un barcone


Un tempo, quello che accadeva dopo disastri apocalittici come il fallimento del Mose di Venezia, seguiva un copione consueto: un uomo (o più uomini) chiudeva la porta del suo studio, apriva un cassetto, osservava per un attimo la pistola, controllava il tamburo poi, senza aspettare troppo, la portava alla tempia e premeva il grilletto.
Prima, s’era concesso le lacrime scrivendo l’ultima lettera alla moglie: “Cara, perdonami se ti ho fatto del male: ti ho sempre amata, dal primo giorno che ti vidi…” non andiamo avanti, lasciamo almeno il riserbo, per decenza, ad un uomo che prende una simile decisione, senza giudicare.

Abitudine che si è persa, da quando gli uomini non sono più uomini ma pagliacci, che si coprono di gloriuzza di fronte alle Tv ed alle truccatissime giornaliste, che rilasciano interviste in studi ovattati, in ville faraoniche per le quali sono stati, quasi sempre, condannati. E prescritti.

Mi chiedo con quale faccia il sindaco di Venezia – Brugnaro – chieda lo stato di “calamità naturale” per la sua città, quando la calamità naturale è che esistano persone del genere, come Brugnaro e, soprattutto, Galan e Zaia, che del Mose furono e sono i santi patroni, mentre san Marco, dai cieli, li fulminava con le acque per tanta insipienza.

Sappiamo tutti la ragione del disastro: acciaio di cacca, nessuna competenza, fiducia in persone perverse, sorrisi furbetti mentre si accettava una busta. Tutte abitudine apprese nella corrosione, giorno per giorno, anno dopo anno, dell’inutilità di fare le cose per bene e per tutti, meglio farle andar bene per sé, parandosi il sederino dietro a tutte le bandiere e gli stendardi. All’occorrenza, cambiarli se uno stendardo era corroso da troppi sospetti e sentenze.

Cosa si può fare, ora?
Buttare altri miliardi nei Mose – che sono due, quello del Lido e quello di Malamocco – e continuare come prima, a far mazzi e mazzette di critiche e dubbi, ma tirare avanti.
In cambio dello stato di calamità, per favore, chiamate l’ing. Johan Peter Killan che, nel 1984, progettò e costruì la grande diga sull’estuario della Schelda, che tuttora funziona benissimo e non ha mai dato problemi. Un’opera che, per essere costruita, necessitò d’affondare piloni alti come case di dieci piani ad una distanza di 25 cm l’uno dall’altro, che furono calati nei termini del progetto senza nessun errore.


La Diga sull'estuario della Schelda progettata da Killan nel 1984

Nel frattempo, sotterrate nei fondali quel contorto sistema fatto di ruggine e plastica che chiamano Mose, affinché san Marco non debba più vederlo: ha aspettato mezzo secolo, dal 1969, prima di mettervi alla prova. E avete fallito: ci avete presi in giro per mezzo secolo.


Io non desidero istigare nessuno al suicidio, ma una piccola cosa dovrete farla in cambio: lasciate tutto – non come Veltroni! – e recatevi a Sciacca o da quelle parti, salite su un barcone ed andate in Africa. Scendete ed andate alla malora per sempre, voi e le vostre truffe camuffate da trovate geniali, voi ed i vostri ingegneri-servetti senza palle di fronte al maestoso potere politico.
Un po’ di sabbia o di savana non potrà che farvi bene. Saluti.

Pubblicazione non regolare e senza scopi di lucro. Per gli eventuali diritti sulle immagini rivolgersi all'autore.     

17 gennaio 2017

E trovala una bella storia da raccontare!

Vorrei iniziare l’anno con una bella storia, perché di storie tristi e balorde ne ho raccontate troppe, però non la trovo, non ci riesco proprio: sarò un depresso cronico?
Allora sogno. Sogno di ritrovarmi sulle sponde di un fiume dalle acque chete dove, ogni tanto, un pesce guizza e disegna un cerchio nell’acqua che, mentre la corrente – al rallentatore – muove lo scenario, lentamente si cancella e scompare. Fino al prossimo pesce, fino a quella barca laggiù – ancora lontana – ma sono certo che, se aspetterò ancora, sfilerà proprio di fronte a me, alla mia lenza che scompare nell’acqua torbida.
Ma ecco, eccolo che arriva, ecco il pensiero disturbante che davvero intorbida – non le acque – ma i pensieri.

Il canale navigabile Padova-Venezia, della lunghezza di 27 chilometri e mezzo, è compreso tra l'area dell'Interporto di Padova (Zona Industriale) e termina in Laguna, in corrispondenza del preesistente canale Dogaletto. L'idrovia, incompiuta in quanto priva della parte centrale, oggi è visibile in due tratti, a valle di Padova, e nella parte terminale del suo percorso. Lungo il tracciato è possibile vedere i ponti stradali e gli unici due manufatti idraulici realizzati, la chiusa mobile a paratie in destra idraulica della Cunetta di Brenta, realizzata nel 1981, e la conca di navigazione Romea (o Gusso), nel tratto terminale (in località Gambarare). La storia dell'idrovia nasce nel 1955, sulla base di un'idea delle Camere di commercio di Padova e Venezia, con un progetto elaborato dal Genio civile di Venezia; la costituzione del Consorzio per l'Idrovia Padova - Venezia è del 1965. I lavori iniziano nel 1968, ma già nel 1977 sono fermi. Con ritardi e a singhiozzo i lavori proseguono, fino alla soppressione del Consorzio nel 1988.”

L’idrovia (1) “nasce” nel 1955, quando avevo 4 anni e la nonna m’accompagnava all’asilo, dalle suore: che bello andare all’asilo! Poche auto in circolazione...frotte di bambini, fiocchi rosa ed azzurri, sole, aria di Maggio.

Nel 1965 – anni torbidi, fra una improbabile “liberazione” e la cappa mefitica di un’adolescenza troppo stretta, esageratamente miope per occhi curiosi – finalmente, “la costituzione del Consorzio”.

1968, anno liberatorio, nella vulgata odierna. In realtà, solo sbuffi di alito tenue, un Fiorile rivoluzionario tenta di penetrare dalla Gallia Transalpina a quella Cisalpina, con scarso successo. Rimarrà la malinconia di due geni, i fratelli Taviani, che – proprio in Fiorile incorniceranno in chiave storica tutta la nostra disillusione d’italiani, nati dalla parte sbagliata? Ognuno la pensi come vuole. Ah, finalmente, finalmente cominciano i lavori: si fa il canale! Le chiatte torneranno a ritmare il tempo con i diesel lenti, “testa calda”, come già si muovevano – a colpi di remo, anch’esso ritmico e quasi musicale – sul Brenta, i veneziani coi parrucchini.

Scocca il 1977...una risata vi seppellirà...per qualcuno è già tardi, per altri è ancora presto e s’inizia ad avvertire un senso di vuoto, scricchiolii di paratie, colpi sordi di secche che rimbombano la carena. L’opera viva soffre: i lavori si fermano, nelle menti deluse di una generazione e sul canale. Perché? Ma quanti perché dovremmo spiegare in quest’Italia maledetta, non faremo mai  a tempo! Noi a spiegarli e loro a crearli!

Scorrono come un torrente in piena, fetido di veleni, gli anni ’80 e, nel 1990, De André pubblica “La domenica delle salme”, il suo testo più profetico ed ispirato, più lugubre e disincantato. A parer mio, ovvio, che magari si può anche dire che non ho mai capito un cazzo. Ah, nel 1988 i “consorzio” del canale – immaginato nel 1955 e nato nel 1965 – muore, ossia viene sciolto. Forse ascoltò le rime di Faber:

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia...”

e decise d’andarsene, in silenzio, di traghettare nei soli luoghi dove potesse sopravvivere: affogò nel sogno.

Poi il ritmo riprese, aumentò d’intensità, si tinse di colori nuovi...si collega Milano al mare! Ma la storia nasce lontano.
Nel 1941, quando mio padre era solo un quindicenne ammarato, suo malgrado, in una faccenda chiamata “guerra”, fondarono il consorzio “Milano-Cremona Po” (2), ma c’era la guerra, e ci si buttò a costruire corazzate ed aeroplani, mica canali.
Tutto sonnecchiò per molti decenni...cullato da mamma FIAT e da Società Autostrade...fino a quando mio padre, oramai in pensione, lesse che si scavava, da Cremona verso Nord: noi tireremo diritto!
Ma si fermarono quasi subito, dopo appena 13 chilometri di canale: bello, largo, acque placide. 13 chilometri d’acqua nella Pianura Padana, gioia per i pescatori. Ah, sì...perché nel 2000 il consorzio fu sciolto: chissà se incontrò, nelle vie dell’Ade, l’altro, quello che doveva raggiungere Venezia da Padova.

Oggi, 15 Gennaio 2017, leggo che il futuro sarà l’auto elettrica. Che bello. Personalmente, preferirei avere ancora sotto il sedere la mia vecchia, cara Lancia Fulvia HF di un tempo, ma se mi daranno una Smart elettrica la guiderò lo stesso...mica m’impressiono...
Il problema è che, credere di risolvere il problema del trasporto parlando di auto elettriche e di colonnine di ricarica, è come pensare di risolvere i problemi della Sanità italiana discutendo sul diametro delle ruote delle sedie a rotelle.
E l’energia dove la vai a pescare? Sono le persone il problema? O le merci?

Leggo anche (fine 2016)  che l’UE – sì, quella cattiva, proprio quella roba là – ci ha spronato (accollandosi il 40% dei costi, a patto che noi, finalmente, riusciamo a scavare un canale completo), a completare l’opera, perché ogni nave fluviale “toglie” 85 TIR dalle autostrade, e muove un solo motore, per giunta molto parco nei consumi. Che domani potrà anche essere elettrico, ma intanto bisogna fare il canale. L’ultimo anelito “politico” italiano, sulla questione, l’ha generato Maroni: dopo attente riflessioni, ha proposto a tutti – per il canale, ovvio – un “tavolo di discussione”.

Nell’attesa di prossimi sviluppi, riascolto un altro brando del mio autore preferito, sempre lui, Fabrizio:

Chi mi riparlerà
di domani luminosi
dove i muti canteranno
e taceranno i noiosi...”

Perché? Poiché osservo che non serve a nulla, né scrivere articoli né pubblicare libri (3)...l’italiota medio non cambia...gli fai vedere una macchina elettrica e pensa che il futuro sia quello: alla guida di un mezzo che non consuma carbone o petrolio (cioè, lo consuma, ma è bruciato da un’altra parte) si culla nel suo sogno di salvare il pianeta. Per questo l’auto elettrica conta come la ruota della carrozzella nella Sanità.
 E chi sa trasfigurare i sogni in consensi, ci sguazza.

Le merci?
Sapete quanti TIR di farina devono entrare in Roma per portare il pane tutti i giorni? Almeno 45, una colonna di camion lunga più di un chilometro, e solo per il pane. V’immaginate quante colonne di camion devono arrivare, almeno in periferia, per scaricare farina, verdure, carni, vini, ecc?
Eppure, sarebbe facile rendere navigabile il Tevere almeno fino a Fiumicino, che è oramai la periferia di Roma.
Lo stesso a Milano, se non si fossero fermati a 13 chilometri da Cremona: in passato, data la pessima condizione delle strade (con il collasso delle vie consolari romane), si portava quasi tutto via fiume.
Avete mai percorso il tratto autostradale Savona-Genova? Tutte le merci che viaggiano dalla penisola iberica verso l’Est dell’Europa s’incanalano in un budello di due corsie, senza corsia d’emergenza!?! C’è da tremare a percorrerla.

E qui bisogna essere riflessivi e capire, anche le cose che non vorremmo sentire: come mai, mentre noi italiani fondavamo e chiudevamo consorzi per la navigazione fluviale, in Germania si portava il “tirante d’acqua” – ossia il pescaggio utilizzabile, la profondità certa – a 3 metri in tutti i tratti del Reno, utilizzando anche l’esplosivo nei tratti a fondo roccioso?
Come farebbero, i tedeschi, se non avessero dei canali, a circolare ancora fra Cologna, Duisburg, Essen, Dortmund, Hannover e Munster senza finire in un solo, colossale ingorgo senza fine?

Oggi – è vero – abbiamo bisogno di una nuova classe dirigente, ma chi è in grado di crearla? Da una parte i ladri, dall’altra i sognatori.
Ma sì, compriamoci (se abbiamo i soldi per averla) una bella Smart elettrica e sogniamo beati: siamo fra i pochi, veri salvatori del Pianeta!

(3) http://www.macrolibrarsi.it/ebooks/ebooks-il-futuro-dei-trasporti.php