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17 novembre 2010

Jack Falazza’s Story


Se veramente vogliamo capire la personalità di Giacomo “Jack” Falazza, gentili studenti, non possiamo esimerci dall’analizzare l’ambiente in cui visse, nel lontano 2018, nell’oramai stridente e claudicante Milano, la megalopoli che iniziava a rivelare, ad occhi attenti, i primi segni di cedimento.
Così esordì il prof. Claudio Veraderian, in quell’uggioso Novembre del 2092, di fronte alla platea di studenti – non più di 25 persone – che erano presenti nell’aula 37 dell’Università di Castelnuovo né Monti, intitolata a Nelson Mandela, Facoltà di Storia, Corso di Storia Contemporanea, Seminario sui fenomeni sociali precedenti la Grande Fusione.

Iniziamo dall’ambiente in cui visse.
Nato nell’ultimo decennio del ‘900, Jack Falazza era il prodotto di una normalità che potremmo, con un bisticcio linguistico, definire soltanto “normale”. Figlio di un impiegato comunale e di un’insegnante di Religione, Jack crebbe come la gran parte dei contemporanei, nell’Italia Unita di quegli anni, con il senso del vuoto apparente nel cuore, del futuro senza senso negli occhi.
A complicare il suo senso di colpa nei confronti dell’ineluttabilità degli eventi, ossia dell’impossibilità d’approdare a scenari che avessero almeno i connotati della concretezza, la figura della madre: donna d’antichi principi, nata e cresciuta nella seconda parte del ‘900, aveva ereditato dal suo tempo quella sorta d’anelito, tensione, sublimazione verso un mondo che doveva essere – se non proprio perfetto – almeno migliore.
La madre connotò sicuramente Jack in modo definito, catalizzando certamente in lui quel coacervo d’istinti adolescenziali, tesi all’idealismo, che sono patrimonio della giovane età di tutte le epoche, mentre la figura del padre, nella breve avventura umana del figlio, è sicuramente sullo sfondo. Non abbiamo prove di una sua conclamata omosessualità – cosa, d’altro canto, poco o nulla influente per gli aspetti che andremo a trattare – mentre una misantropia di fondo è senz’altro accettata da più analisi, condotte da psico-storici e da psicoanalisti contemporanei.

Vi chiederete perché l’attuale storiografia si soffermi così sulla figura di Falazza – in fin dei conti una meteora del suo tempo – e la ragione sta tutta nell’abitudine, assai rara all’epoca, di tenere un diario cartaceo, che è stato successivamente analizzato da più studiosi di scuole diverse, per trarne il massimo insegnamento possibile sulle strutture sociali di quegli anni.
L’obiezione più comune, che viene posta contro i “Falazzisti” dagli storici più tradizionali, è di dedicarsi più all’analisi del materiale non ufficiale, ossia non prodotto dalle elite dell’epoca, piuttosto che ai documenti di fonte certa.
La risposta degli studiosi cosiddetti “Falazzisti”, ossia della Scuola Storica Comportamentale, è che gli archivi dell’epoca sono zeppi di materiale insulso ed intelligibile: ore ed ore trascorse a visionare il materiale video dell’epoca non lasciano nessuna traccia, non mostrano nessun indizio. E, a detta di molti, suscitano una noia senza fine.

E’ questa una premessa che – da docente – era mio dovere sottoporre al vostro giudizio, poiché le conclusioni alle quali giunge la Scuola della quale faccio parte non sono certo le uniche e, ci tengo a sottolinearlo, sono da altri studiosi viste in modo assai critico. Perciò, se qualcuno non avesse ben compreso le metodologie che saranno qui seguite, oppure non le condividesse, senza nessun problema potrà fare altre scelte, seguire altri corsi.
Nessuno si mosse.

Bene – pronunciò con soddisfazione il professor Veraderian – andiamo ad iniziare.
La biografia di Falazza è assai scarna: mediocre studente in un Liceo Scientifico, si diploma con voti non certo esaltanti nell’anno 2009 e s’iscrive alla facoltà di Scienze della Comunicazione, contro il volere materno – come lui stesso racconta nel suo diario – che lo avrebbe, invece, voluto medico. Come già ricordavo, non vi sono annotazioni di merito nei confronti della figura paterna, che riteniamo dunque poco influente nella sua formazione e, successivamente, nelle sue scelte.
Dal 2012 in poi, vi sono alcuni anni nei quali le sue vicissitudini sono tratteggiate in modo molto evanescente: aiutante di un veterinario nel 2014 in Toscana, correttore di bozze per una rivista on-line nel 2014. In ogni modo, nel 2015 si laurea con una tesi su “Influenza delle culture territoriali nella comunicazione planetaria”: un titolo quasi inflazionato in quegli anni. Difatti, Falazza metterà la laurea nel cassetto e non la userà più.

Nel frattempo, la madre era morta nel 2014 ed il padre era stato ricoverato in un istituto psichiatrico l’anno seguente, dove poco dopo era morto: da quel momento in poi, la famiglia di Falazza scompare dalla scena. Jack, è solo.
Per quanto siamo riusciti a risalire nella vita di Falazza, abitò in zona Lambrate per tutta la vita ma, gli sconvolgimenti successivi alla Fusione, non ci consentono di risalire con certezza ad un’abitazione, giacché molte andarono distrutte e fu, successivamente, deciso un radicale cambiamento nell’identificazione della viabilità.
La parte che a noi interessa, dell’intensa e brevissima vita di Falazza, riguarda soltanto il biennio 2016-2018, dalle prime annotazioni sulla sua attività criminale fino alla sua morte.

Falazza racconta poco del suo incontro con il fantomatico GDL, la persona che in qualche modo sicuramente impresse un carattere del tutto originale alla sua vita e che lo condusse, non ancora ventinovenne, alla morte.
Falazza accenna appena, nel suo diario, la figura di GDL e la tratteggia con pochi colpi di penna: all’apparenza romano (nemmeno lui, però, è certo), alto, atletico, sui 50 anni.
Ciò che fa pensare ad un rapporto più stretto fra i due è proprio l’importanza che assume nelle prime pagine del diario – che avete in copia – da pag. 5 a pag. 12 per poi scomparire del tutto, come inghiottito da una voragine.
Come potrete notare, nelle pagine che ho indicato ne parla quasi in ogni paragrafo “Incontrato GDL al Parco Lambro il 19/4: riflessioni, considerazioni, analisi”. E ancora, questa volta il 24/8: “prime indicazioni operative da GDL, apparato di controllo dei risultati, target”. Infine: “posizionamento e metodologie d’approccio: GDL conferma l’operatività del progetto”.
Qui, a pagina 12, terminano le citazioni di GDL, come se un accordo preso antecedentemente lo obbligasse a tenere per sé qualsiasi contatto. Oppure – questo è più probabile, ma non possiamo provarlo – i canali di comunicazione fra i due si spostarono in un ambito elettronico oggi non analizzabile né ritrovabile.

A pagina 15, c’è la descrizione della prima “operazione” (così lui le chiama) di Falazza: è il 16 Febbraio del 2017 quando avvicina, nell’allora centralissima Via Torino, il pensionato Maurizio Varni, ex dipendente della Banca Ambrosiana, nella quale aveva rivestito – fino alla pensione – l’incarico di Direttore dei Servizi Esteri.
Varni – siamo riusciti a visionare il rapporto di Polizia dell’epoca – non aveva nessun legame con l’eversione, non partecipava alla vita politica né aveva problemi finanziari o sentimentali: Falazza lo descrive come un uomo dall’aspetto ancora giovanile – aveva 64 anni – e lo fredda nell’androne di un palazzo dove il Varni si stava recando per un consulto medico.
Le modalità dell’assassinio resteranno quasi sempre identiche – a parte alcune “operazioni” molto complesse, che analizzeremo in seguito – ossia l’avvicinamento e poi uno, due colpi al massimo alla nuca con la stessa arma, la Beretta bifilare col silenziatore che fu ritrovata addosso al suo cadavere. Poi, Falazza s’allontanava rapidamente, prima che qualcuno potesse intervenire.
Così andò anche nell’occasione della morte del dott. Alfonso de Mestri, ex direttore dell’ufficio comunale affissioni, 67 anni: ucciso a due passi dalla fermata dell’autobus 235, quasi alla periferia di Monza.
Le vittime che Falazza ricorda nel suo diario sono ben 46, più di una il mese! Ciò che insospettisce, che sembrerebbe indicare una traccia, è la posizione sociale delle vittime: tutte in buone condizioni economiche, di sesso maschile (salvo tre) e, stranamente, pensionati/e.

Le due cosiddette “operazioni”, che Falazza portò a termine, riguardarono il sabotaggio degli autobus della compagnia di viaggi “Calbetti & Sgorlo”, i quali effettuavano collegamenti rapidi fra Milano e la riviera romagnola, oppure brevi gite per associazioni che prendevano a nolo i mezzi.
In entrambi i casi, Falazza descrive con precisione le modalità del sabotaggio.
Utilizzò alcuni componenti elettronici già pre-confezionati, ai quali doveva solo collegare l’esplosivo: per gli acquisti, si rivolse ai normali circuiti di vendita sulla rete, ma utilizzò sempre un indirizzo IP falso, utilizzando un servizio che un sito, IPYOU, forniva gratuitamente dalle isole Cayman.
In pratica, il sito forniva un falso indirizzo IP ed il database veniva distrutto automaticamente ogni due ore, impedendo così qualsiasi intromissione e controllo: nessuno è mai riuscito a risalire fino ai responsabili del sito, che era mascherato sotto le vesti di un innocuo social network.
Falazza non parla, invece, del reperimento dell’esplosivo, tanto meno si conosce se scelse a caso le sue vittime, oppure se vi fu un intervento esterno che lo guidò.
L’apparecchio che Falazza installò, in entrambi i casi sugli autobus, era un sofisticato congegno che attivava l’esplosione soltanto quando il mezzo superava la velocità di 100 Km/h ed avveniva un’improvvisa decelerazione. Veniva semplicemente applicato, con un aggancio magnetico, su un braccetto dello sterzo ed in prossimità di un condotto d’alimentazione dell’aria per l’impianto frenante: l’effetto era la perdita, contemporanea, dello sterzo e dell’apparato frenante.
In entrambi i casi, gli autobus saltarono la corsia dell’autostrada e s’abbatterono nella corsia opposta: 87 vittime nel primo incidente, all’altezza di Parma sull’Autosole, il 14 Maggio 2018 e 94 morti nel secondo, avvenuto pochi chilometri prima del casello di Rimini, il 13 Agosto dello stesso anno.

Dopo il secondo incidente – tutti i mezzi d’informazione diedero gran spazio ai disastri – c’è uno strano silenzio nel diario di Falazza: pare quasi ammutolito. Non parla più di “obiettivi” né di “strategie” e, addirittura, si lascia andare a considerazioni sulla vita e sulla morte, sul post mortem, su un possibile aldilà.
Sembra quasi un Falazza stralunato quello che, il 22 Settembre 2018, si reca alla stazione per prendere il treno con destinazione Trieste, dove ancora era in vita un fratello del padre, l’unica persona della famiglia, a parte i genitori, che cita nel diario (pag. 56).
E, come potrete notare, il diario termina alla pagina successiva: nell’autobus 157 – la linea dalla stazione di Lambrate alla Stazione Centrale – Falazza viene rinvenuto esanime dal conducente, quando oramai il mezzo era prossimo al deposito.
Stranamente, non fu richiesta l’autopsia: il medico che constatò la morte la definì, nel suo referto, come avvenuta per “arresto cardiocircolatorio”.

La platea del prof. Veraderian, che fino a quel momento era rimasta silente ed attonita, si permise qualche sussurro e qualche timido sbadiglio. Veraderian tacque, perché sapeva che doveva affrontare la parte più difficile della lezione.
Bevve un bicchiere d’acqua, si nettò la fronte con il fazzoletto e s’accinse a riprendere.

La vicenda di Falazza rimase circoscritta ad una noterella di cronaca per moltissimo tempo, fino a pochi anni or sono.
Nel 2056, un certo Kevin De Laudatis s’appresta a metter ordine nella casa di campagna, abitazione nella quale era vissuto fino a qualche anno prima il padre, morto nel 2048.
Nella soffitta, rinviene un voluminoso incartamento – parzialmente rovinato dall’incuria e dai topi – che sta per gettar via, quando nota – in bella calligrafia – la firma del padre su molte pagine.
Incuriosito, porta il tutto al piano inferiore e cerca di capirci qualcosa, ma le pagine – zeppe di sigle, annotazioni, nomi di città, riporti, indicazioni, date – non gli raccontano nulla: gettare nel fuoco tutto, con quella firma elegante, tracciata con la stilografica di suo padre – quel “Gregorio De Laudatis” che sembra incombere da ogni foglio – gli sembra un sacrilegio ed allora decide di riporlo in uno stipetto, protetto da una busta di nylon. E lo dimentica.

Passano gli anni ed i decenni, Kevin De Laudatis muore in un incidente aereo ed il figlio – il noto attore professionista Gregorio De Laudatis – ritrova, a sua volta, l’incartamento. E’ incuriosito, come se quei vecchi fogli ingialliti gli volessero narrare un copione ermetico del quale, disgraziatamente, non possiede la chiave: abituato, però, a decifrare i sentimenti fra le righe delle tragedie di Shakespeare, intuisce che quei fogli contengono una vicenda, vorrebbero narrare avvenimenti oramai lontani, ma non sa che fare.
Una sera, dopo una cena insieme ad alcuni conoscenti, gli viene l’idea di mostrarlo ad un amico – siamo oramai quasi ai giorni nostri – che è il dott. Vittorio Nat Chang, commissario di Polizia a Rieti.
Il commissario osserva con sufficienza quei vecchi fogli ingialliti, come se fosse un antico erbario che ha smarrito i profumi, e lo sfoglia rapidamente. Poi, qualcosa avviene.

In alto a destra, su alcune pagine, legge tre R maiuscole in fila – RRR – e la cosa lo incuriosisce, poiché è la stessa codifica che ancora oggi viene usata per disciplinare, in ambiente cartaceo ed elettronico, il massimo livello di riservatezza.
Si getta allora con maggior attenzione proprio su quelle pagine, lettere e cifre vergate soltanto per pochi, segrete come la notte più buia per chi non conosce la chiave d’accesso. Alcune sigle, però, gli sono familiari: sono le codifiche, di due lettere, delle vecchie province: MI, RM, NA, BA, TO…si tratta dunque di una rendiconto, di qualcosa che contiene, sigillate nelle cifre, vicende reali. Chiede, ed ottiene, di poter tenere con sé il documento, per mostrarlo al suo ex commissario capo, oramai in pensione da anni.
Il dott. Venanzio Re osserva, e conclude che quelle codifiche – benché usuali nella Polizia – non sono appannaggio esclusivo del loro settore, bensì erano e probabilmente sono ancora usate da altri corpi dello Stato, compresi i servizi di sicurezza nazionale.
Fino a quel punto, però, il misterioso “archivio De Laudatis” – così era oramai chiamato – continuava a mantenere intatto il suo alone di mistero.

Doveva giungere un ignaro laureando in Storia – Gaetano Luppi – per iniziare a squarciare il velo del mistero: incerto sulla tesi da presentare per l’esame di laurea, s’imbatte nella pubblicazione elettronica del “Diario Falazza”, che precedentemente era stato anche pubblicato in veste cartacea, e lo trova interessante per analizzare una vicenda precedente la Grande Fusione.
Ovviamente, le conclusioni alle quali giunge Luppi sono scontate, anche se il lavoro è pregevole e ben redatto, al punto che ne scaturisce un libro: la vicenda di una “scheggia impazzita” dell’epoca, la storia di un serial killer, utile come soggetto in primo piano per tratteggiare il tormento di quegli anni.
Pochi mesi dopo, un altro laureando – Giorgio Jovanovic – consultando una serie di materiali d’archivio, s’imbatte nell’archivio De Laudatis, ma con una differenza: Jovanovic ha letto il libro di Luppi.
Scorrendo alcune pagine, nota che sotto la sigla “MI” sono annotate una serie di date: le ultime due hanno una colonna in più, con riportate due cifre, “87” e “94”. Improvvisamente, il lampo.
Prende una copia del libro di Luppi e confronta le date: corrispondono! A conferma che è sulla buona strada, sulla prima colonna di sinistra, accanto alle date c’è la codifica “GF”.

Il lavoro, però, è ancora lungo: perciò, si crea un gruppo di ricerca interno alla facoltà che inizia una fatica certosina. Si tratta, in sintesi, di trovare corrispondenza fra quelle date e possibili omicidi ed incidenti – o considerati tali all’epoca – corrispondenti alle date ed alle province indicate nell’archivio De Laudatis.
Le prime corrispondenze, le coerenze calano e s’incastrano con precisione: addirittura, è indicato l’esatto numero di vittime che si ebbe nell’incendio di un albergo di Bordighera nell’Inverno del 2019, stagione nella quale era prevalentemente occupato da pensionati benestanti che svernavano al sole della Liguria. La data ed il numero delle vittime, 42, corrispondevano perfettamente, per un incendio che fu classificato come accidentale e non doloso, causato da un cortocircuito.
La certezza che si era sulla buona strada, però, fu ritrovare tutte le date degli omicidi del serial killer di Ferrara – noto come Brown Blood, che rispondeva al nome di Gerardo Moscardini – il quale aveva ucciso, fra il 2016 ed il 2020, ben 72 persone nella provincia, prima di suicidarsi gettandosi sotto ad un treno. Difatti, accanto alle date, c’era la sigla “GM”.

Quei fogli ingialliti, l’archivio De Laudatis, narravano una vicenda criminale, della quale qualcuno teneva la contabilità come se fossero state pedine di una scacchiera, da eliminare ad una ad una.
Complessivamente, dai dati fino ad oggi accertati, siamo di fronte a numeri impressionanti, che rasentano le 70.000 unità ma che possono anche andar oltre, poiché il lavoro sul documento è tutt’altro che terminato.
A quel punto, Vidal Montego – giovane studentessa fiorentina – raccolse tutto il coraggio che riuscì a trovare e pose la domanda: perché? Cui prodest?

Il professor Veraderian sapeva che qualcuno, prima o dopo, sarebbe giunto al dunque, a chiedere conto della ragione di tanto lavoro, ed un po’ temeva quel momento.
Ancora una volta bevve un po’ d’acqua, poi s’accinse a rispondere: non prima, però, d’aver chiarito che non si potevano confondere come un tutt’uno la Polizia Criminale ed un Istituto di Ricerca Storica come il loro.

Per dare una risposta, dobbiamo anzitutto definire la vicenda nel suo ambito temporale: le prime date annotate nel documento sono del 2015, mentre le ultime sono del 2021. Siamo di fronte, quindi, ad un’attività criminale che durò ben sei anni: probabilmente, gli eventi che precedettero la Grande Fusione posero termine alle attività dell’organizzazione.
Poi, ci sono gli aspetti sociologici, che sono però più ardui da tratteggiare: chi erano le vittime?
Se siamo riusciti a conteggiare ed a classificare migliaia e migliaia di false morti accidentali – comprese quelle degli assassini, come Falazza – per quanto riguarda le vittime il compito è più laborioso: si tratta di rintracciare biografie assai lontane nel tempo e – non dimentichiamo – fra noi e quegli eventi vi furono i traumi epocali della Grande Fusione.

Siamo, per ora, riusciti ad identificare ed a collegare alla loro biografia 8.623 persone, in gran maggioranza di sesso maschile e di livello sociale medio alto.
Già questo è un dato che insospettisce poiché, soffermandosi su quegli anni – di profonda depressione economica e bassi redditi – verrebbe da pensare che quei crimini fossero degli omicidi mirati.
Ma, il dato che più c’allarma, è che per il 99,7% le vittime erano pensionati, a fronte di un’incidenza dei pensionati nella popolazione, all’epoca, del 50% circa!

Qualcuno uccideva scientemente pensionati benestanti… – si lasciò sfuggire dalle labbra Stefano El-Warrani, studente di Pistoia – e, per farsi perdonare quella frase sfuggita quasi dall’inconscio, la collegò alla domanda: chi era quel, quel…De Laudatis?

Anche qui, il professor Veraderian comprese che doveva stare ben attento a non cadere in una troppo facile conclusione, a non inculcare nei suoi studenti un risultato che, dal punto di vista del rigore scientifico nella ricerca, non era assolutamente scontato. Però, una risposta la doveva.

Quando la ricerca iniziò a farsi pregnante di fatti gravi, di tanto sangue violentemente e scientemente versato del quale s’era prima all’oscuro, un paio di ricercatori si recarono da Gregorio De Laudatis – l’attore, ovviamente, ed un coro di sorrisi stemperò la tensione – per saperne di più.
Non fu difficile, anche se i rapporti fra suo padre ed il nonno non furono mai gioiosi: la scelta di Kevin d’intraprendere la carriera di concertista aveva seccato il padre, che aveva invece previsto per il figlio un fulgida carriera diplomatica. C’erano, però, parecchi documenti dell’epoca: inconfutabili, certi, incontrovertibili.
Mio nonno, Gregorio De Laudatis – aveva affermato l’attore – come risulta dai documenti in mio possesso, lavorava presso l’allora Ministero del Welfare: era Direttore Generale della Previdenza Sociale.

Ogni riferimento a persone, luoghi o situazioni è, ovviamente, puramente casuale.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.