Non tutti saranno d’accordo con me – d’altra parte, non lo
pretendo! – ma “Il Fatto Quotidiano” è un prodotto editoriale che ha
sopravanzato di un’incollatura gli altri giornali italiani, soprattutto perché
gran parte dei contenuti editoriali sono prelevati da dei blog correlati (non
so con quali regole ed accordi) al giornale.
Anche altri giornali lo fanno o incominciano a farlo, ma “Il
Fatto” si nota, si vede che è più avanti in questa, nuova frontiera dell’informazione.
Così, in economia, spunta ogni tanto qualcosa da Loretta
Napoleoni, da Albero Bagnai e da Fabio Scacciavillani, economisti dal vasto
sapere, anche se accomodati su opposte poltrone.
Mentre i primi due sono abbastanza conosciuti nella galassia
della nuova editoria digitale, il terzo è un solenne sconosciuto: si definisce
“Capo economista del fondo d’investimenti dell’Oman”, ossia (presumo, dalla
traduzione letterale dall’inglese, Scacciavillani non s’abbassa alla periferica
lingua italiana) è un tizio che decide dove, come e quando i soldini dell’Oman
(o di altri: che ne so?) debbano confluire su questa o su quell’azienda, su una
certa obbligazione, eccetera, eccetera.
Un mestiere che, oggi, è comune nella galassia di questo
mondo globalizzato, laddove gli unici interessi in gioco sono la remunerazione
del capitale e la certezza degli stessi, almeno per tempi ragionevoli: del
lavoro, delle persone, nemmeno una parola. L’economia è pensata e praticata
come scienza a sé stante, differita in una diversa galassia rispetto alla sua
menzione originaria: “oikos nomos”, ossia “governo della casa”. Nell’economia
di Scacciavillani non vi è traccia di esseri umani, al massimo – ma proprio al
massimo – sono destinati ad essere bruciati, esplosi nel “motore” capitalista
(il carburante).
Ecco il prodromo di un dibattito che si svolse mesi or sono
proprio su “Il Fatto”:
“Il motore della
crescita economica sono le innovazioni; gli investimenti in capitale fisico e
in capitale umano sono il carburante; il risparmio e quindi i capitali
finanziari costituiscono il lubrificante; istituzioni, amministrazione
pubblica, leggi e tribunali i pneumatici; il tachimetro è la produttività.”
Tutte le componenti dell’economia sono attentamente elencate
in questa metafora automobilistica (sic!), manca il lavoro, un optional, una
fanfaluca per la quale non serve nemmeno un accenno: per quel che si riesce a
capire, Scacciavillani è un economista legato alla scuola di Milton Friedman e
dei suoi “Chicago boys”, ovvero la punta di lancia del “turbo-capitalismo”
odierno. Fin qui, nulla da eccepire: è un uomo che vive disconnesso dalla
realtà economica complessiva (ossia, capitale, mezzi di produzione, lavoro,
ecc) e, prono alle teorie economiche di una scuola, nega tutto il resto, altrimenti
non potrebbe continuare a fare ciò che fa.
Se Scacciavillani visitasse una periferia italiana od una
banlieu francese, non riuscirebbe a risolvere tutto con un’alzata di spalle,
perché ad un uomo intelligente (come io penso sia) non sfuggirebbe la
connessione sugli interessi di un fondo d’investimenti internazionale e le
nuove povertà che si “accendono”, improvvisamente, in un’area del Pianeta.
E nemmeno si risolve tutto imputandolo a manager
inefficienti: che ne possono, oggi, i dipendenti di Almaviva Contact, mica i
manager sono figure elettive!
Ciò che, invece, non riesco a sopportare in Scacciavillani è
il linguaggio: violento, accusatorio, sempre univoco nelle sue conclusioni. Mai
qualche dubbio, solo certezze ed insulti. Ecco alcuni esempi:
“Invece
l’indottrinamento delle menti labili prone a interiorizzare lo slogan “Lo Stato
siamo noi” (individui apparentemente sani di mente...”
...i vincoli di
Maastricht... rendono insostenibili i comportamenti cialtroni esaltati dai
teorici delle fritture di pesce per comprare voti ricorrendo alla spirale
svalutazione-inflazione...
“...nelle madrasse
virtuali dove i creduli si abbeverano alle fonti del webetismo, l’euro è
assurto a bersaglio preferito dei sempiterni Minuti dell’Odio.”
C’è una colossale contraddizione che stride negli articoli
di Scacciavillani – e, di questo, mi domando come i responsabili del “Fatto”
non se ne siano accorti – poiché, nelle sua esternazioni, si rivolge
affibbiando patenti di colpevolezza ad una totalità (gli italiani, ossia,
almeno chi comprende la lingua italiana), arrivando – in un batter d’ali – a
negare una liaison fra la classe dirigente ed il corpo elettorale. In altre
parole: delle due l’una. O gli italiani sono responsabili delle loro
“malefatte” elettorali, ed allora peste ci colga, oppure la locuzione “Lo Stato
siamo noi” è vera, ed i nostri governanti sono degli abusivi: che colpa abbiamo
noi italiani? Si rivolga alle “alte sfere” che – immaginiamo – ben conosce.
Termini come “le
madrasse dell’odio” per chi cerca di comprendere le interiezioni fra
economia e potere, ci sembrano francamente eccessivi e fuorvianti:
personalmente, quando ascolto Alberto Bagnai, non mi pare d’averle mai udite
nei confronti della “poltrona opposta”. Eppure, a parlare, è un ex Direttore
Generale del Ministero del Bilancio, mica un economista del fondo di
Piripicchio: già...forse il buon Fabio si troverebbe meglio nell’alveare delle
poltrone bianche, laddove è l’Insetto-Regina a tessere la tela fra quei “cialtroni” che governano nel nome degli
italiani. Vero Scacciavillani?
Allora, io che sono per natura pacato e paziente, le
propongo una riflessione.
Quando, la prossima volta che sentirà parlare – nelle “madrasse dell’odio” – di lavoro minorile
e profitti, prima di cliccare “Yes” ed affidare tot milioni di dollari a quella
azienda di Chin-Chung-Chang, rifletta su quale dei due diritti è preminente.
Se il diritto di quegli adolescenti ad avere una vita da
umani e non da schiavi, proni da mane a sera sul lavoro, oppure quello dei suoi
“clientes”, ovvero quelle persone che la pagano e che assegnano, ad ogni donna
del loro harem, una prebenda di 25.000 dollari mensili solo per l’acquisto di
lingerie, da indossare – ovviamente – nei loro momenti di sollucchero e
goduria.
Se la conforta vivere in quel mondo che tritura adolescenti
e donne come fossero ninnoli, faccia lei: la coscienza è la sua.
Da parte mia, preferisco rimanere in queste “madrasse dell’odio” dove si cerca, con
tanta fatica, di capire se poi è vero (come lei sostiene) che il trattato di
Maastricht ha posto termine all’Europa di Postdam e di Yalta. Ed ho fonti che
raccontano altre storie, ma a lei non interessano: non si ascoltano “le madrasse dell’odio”.
A risentirla, Scacciavillani: non mancherò di visitarla e,
in futuro, credo che rimbeccherò queste sue sfavillanti sortite di “buona
scuola” letteraria: come nota, si può dir peggio, molto peggio di chiunque
senza usare un solo termine offensivo: si chiama aikido, baby, ossia rivoltare
la forza dell’aggressore contro lui stesso.
Non te la prendere, Fabio, torna a verificare quanto
guadagna il “fondo per la salvezza del nostro sedere”, lo stesso che t’incarica
d’istruirci su come il mondo dovrebbe andare: nelle “madrasse dell’odio” cerchiamo di cavarcela da soli, vai tranquillo.
