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12 giugno 2013

Vite sospese



Gianna cammina veloce lungo il corridoio, quasi corre, quasi scappa. Vorrebbe scappare, non ne può più. Per quasi 40 anni, ogni anno, ha accolto i “primini”, li ha sfogliati uno per uno, come i vasi dei fiori che innaffia ogni giorno sul balcone, con cura, bGiannando alla loro sete ma senza affogarli.

Per 40 anni ha fermato il tempo e si è cullata nell’illusione che strega la scuola: quel mutare immutabile – “diverso tutti gli anni, e tutti gli anni uguale” come ricordava Guccini – e non importa se cambiavano gli occhiali, se spuntava qualche ruga, se ingrassava, se facevano male i piedi.

Ogni anno, a Settembre, il rito si ripeteva ed arrivavano giovani virgulti: a volte con lo sguardo bonario di chi è intimidito...chissà come saranno queste superiori...oppure spavaldo e di sfida (più che altro per insicurezza) – pieni di “piscio e vento” come raccontavano gli americani, un tempo, per le reclute – oppure ombrosi, perché qualche lama della vita già li aveva colpiti, mostrando tutto la crudezza del vivere, il carapace che non si dovrebbe nemmeno vedere a quell’età, ma capita anche questo.



Ogni anno, a Settembre, arrivano anche quelli della “quinta” dell’anno prima, a mostrare serietà e compunto, abiti giovanili ma con un’impronta oramai di serietà, di chi guarda avanti nella vita e progetta. Non sa bene cosa, ma qualcosa ha in mente, qualcosa per mettere alla prova le sue capacità, il suo ingegno, le sue speranze: il più delle volte, con un’aggiunta amara: “non qui, quasi certamente non qui, all’estero...”.

Gianna li ascoltava ma senza perdere troppo tempo: giovani virgulti che oramai erano piccoli tronchi, già legnosi ancorché teneri, con le foglie verdi e smaglianti, pronte a ricevere anche il primo, timido, raggio di sole del mattino. Non perdeva troppo tempo perché oramai toccava ad altri ascoltarli, forgiarli, trasformarli in alberi fruttiferi: là, che aspettavano, c’erano i vasi con le piantine, che se li lasci soli un attimo tornano indietro, fino alle elementari, e fanno battaglie con le palline di carta, con le cerbottane improvvisate.



Poi, ti dicono che puoi andare in pensione. Ci metti un poco ad abituatici, perché non è facile staccarsi da quell’idea d’eternalismo che i giovani virgulti ti “passano”. La vita è sempre uguale, nulla cambia, ogni anno arrivano come un rito, una consuetudine, una tradizione. Gianna ha vissuto come tante altre donne: ha i suoi figli – oramai grandi – un marito che brontola ogni volta che lei deve passare interi pomeriggi a correggere, ha la sua vita, ma è una vita ritmata e scandita dai tempi della scuola, da quel Settembre, Natale, Pasqua, Giugno, Esami che dura da tanti anni.

Fatica un po’, ci pensa, poi scopre – superate le chiacchiere di corridoio – che è vecchia, almeno, quasi vecchia.

Ci mette un po’ a realizzarlo: nel buio della notte, nel letto di casa – oppure nella livida luce dell’alba, perché man mano che il tempo passa si fa fatica a riaddormentarsi – ci pensa a lungo, ci riflette. Sarò troppo vecchia? E dopo, cosa farò? M’aspetta solo più l’ultimo appuntamento, quello che non puoi mancare: ci sarà il preludio amaro del pannolone e tutto il resto? Oppure avrò la fortuna d’andarmene come Marisa, un colpo e via?



I pensieri bui lasciano il posto a qualche momento di gioia, di dolcezza: e se Gaia e Marco – finalmente – si sistemassero un po’ meglio che con questi lavori raffazzonati...e decidessero di mettere in cantiere un piccino? Nonna! Ancora abbastanza giovane, non decrepita almeno.

Beh...portare il piccolo al parco la mattina, prendere un caffè con un’amica...stare un po’ di più con mio marito – quello, da quando è andato in pensione, ha solo più occhi per il suo quadrato d’orto – però una crociera insieme si potrebbe fare...insomma, non tutto è nero.

Poi, quando arriveranno i soldi della liquidazione potremmo far sistemare la vecchia casa dei nonni, quella in collina: Giampiero ci terrebbe tanto...

A poco a poco, il pensiero delle classi, dei ragazzi svanisce e prende il suo posto un futuro per ora fumoso, ma fatto di passatempi ed impegni semplici, di piccole cose: famiglia, figli (magari nipoti!), come rendersi ancora utili e ricevere un poco di gioia.

Adesso Gianna conta i mesi: lavora meglio, più rilassata, perché sa che quella sarà la sua ultima classe. E’ giusto così – inizia a rendersene conto – hanno bisogno di gente più giovane di me, che li innaffi nel modo giusto, per farli crescere in questa jungla che è diventato il vivere.



Giovanni è seduto alla scrivania ed ascolta distrattamente il vociare dei ragazzi in cortile, che entra dalla finestra trasformato in un informe brusio: apre la scrivania, il cassetto con la chiave che tiene sempre nel suo mazzo in tasca.

Eccola lì, la pistola di papà che – chissà perché – aveva sempre conservato: la sua l’aveva lasciata volentieri all’Esercito, ma la Beretta di papà l’aveva conservata come un ricordo. Strano conservare come ricordo un gingillo di morte, eppure anche quel “ferraccio” – forse perché personale, impugnato di sicuro da quella persona, il padre – trasmette quasi affetto. Un affetto gelido come l’acciaio della canna, elegante ed essenziale come la cascata di molle ed ingranaggi che racchiude, in poco spazio, l’arma.

Ripone la pistola dopo avere controllato il caricatore: è in forma perfetta, come quando papà – capitano d’artiglieria – la portava a spasso per l’Africa. Chiude nuovamente il cassetto a chiave ed osserva il foglio.



Come sono scarni i risultati delle analisi: tutto a posto…salvo qui e qui, due soli punti.

Appena le aveva aperte qualcosa aveva sospettato, due dati soli, ma fuori posto di brutto. Il medico li aveva interpretati…ma…fidarsi della sua interpretazione, zeppa di “se”, “però” e “forse”?

“Se” rimanevano così, “però” dovrebbero essere sballati anche questo e quell’altro, “forse” è ancora presto per saperne di più…certo, una fortuna prenderli in tempo, se è quello, quello che fa paura…la prima cosa è vedere cosa c’è, una bella ecografia.

Ecco l’altro risultato, l’ecografia: la macchia c’è, evidente, il medico gliela aveva fatta notare ed anche lui l’aveva vista…già, ma cos’è? Bisognerà fare una biopsia, di certo, perché così si sa troppo poco – aveva affermato il medico.

Questo avveniva la scorsa settimana.



Oggi è arrivato il risultato della biopsia: niente di terribile – aveva pronunciato il medico aggrottando la fronte – però bisogna intervenire, subito. Anzi, ti prenoto in fretta una visita dal prof. Rossi, qui all’Ospedale Civile: è uno bravo, lo conosco personalmente, siamo stati compagni d’Università.

Adelio Rossi non è molto diverso dal suo medico – riflette Giovanni dopo essere stato visto dal primario – sembrano fatti con lo stampino: positivi, simpatici, pronti allo scherzo. E come potrebbero essere diversi?

Ti devono dire che ti strapperanno un pezzo di carne, poi che dovrai fare la “chemio” e sperare che le metastasi non siano già passate, come quinte colonne, di là delle tue linee di difesa. Altrimenti...



Che fare? Si chiede Giovanni, nelle sere di tarda Primavera, quando dovresti sentirti felice perché il bel tempo torna, qualche bagno in mare ti dovrebbe ristorare e farti sognare avventure tropicali fra la spiaggia libera ed il mercato del pesce.

Niente: non c’è niente da fare che consegnarsi a Rossi, speriamo che abbia detto la verità, speriamo che sia bravo, speriamo che...



Un giorno come un altro va al sindacato e chiede per la pensione: il prossimo anno, gli dicono, sempre che non cambino qualcosa...sa, qui ne arriva una nuova tutti i giorni...oramai fanno le leggi sulle pensioni “on demand”, dipende da quanto “sfora” il bilancio statale...

Con tutti gli accidenti che ho per la testa – riflette Giovanni – non ho voglia di metterci anche questo: quando dovrò fare la domanda? Al solito: verso Gennaio, quando pubblicheranno il decreto, risponde l’impiegata.

Giovanni esce...Gennaio...chissà come starò a Gennaio? Avrò di nuovo i capelli? Ma che mi frega dei capelli, l’importante è sopravvivere...



Com’è andata a finire per Gianna e per Giovanni lo sappiamo: un giorno come un altro, qualcuno ha deciso che non era più il 2012, bensì il 14, 16, 19...

Chi lo ha fatto? Una tizia che frequentava la quinta ragioneria insieme ad un altro bellimbusto: cosa straordinaria, entrambi sono diventati ministri del Lavoro, una coincidenza che agghiaccia. Sì, la Fornero e Damiano – oltre ad essere entrambi sponsorizzati dal PD, uno dentro, l’altra fuori dal partito – furono compagni di scuola.

Ora, Damiano cincischia (dalla sua posizione di presidente della commissione Lavoro) per non tradire la vecchia amica: tira in lungo, esodati e tutto il resto possono aspettare, le nostre pensioni d’oro non si toccano perché con un tempismo eccezionale le ha salvate la Consulta. Noi, siamo tranquilli: adesso si tratta solo di dare uno zuccherino qui e là, e di farlo sembrare una torta Sacher.

E’ un’epoca di pentiti, niente da dire: al pari dei loro colleghi di mafia, adesso “si sbottonano” con la stampa e Dagospia può riportare le lamentazioni dell’ex ministro Riccardi, ora (politicamente) soletto solingo ma ben protetto nella “sua” comunità di S. Egidio:



«Più Monti assumeva provvedimenti lacrime e sangue, più esodati la Fornero creava, più saliva la protesta e la sofferenza delle classi più deboli, più a Palazzo Chigi erano soddisfatti perché proprio quella era la dimostrazione lampante di credibilità verso la signora Merkel. Cioè, più legnate riuscivano a dare al Paese e più pensavano di essere forti in Europa».

...

L'ex ministro rivela anche che Mario Monti era convinto di dover distribuire legnate per rieducare gli italiani. Si sentiva un professore che stanga gli alunni svogliati per indurli a studiare a comportarsi meglio.



Potremmo definirle “I lamenti di un povero trombato”, ma agghiacciano lo stesso.

In un Paese normale, queste affermazioni (che Monti non ha smentito) portano diritto all’accusa di alto tradimento, ossia operazioni politiche interne al fine di favorire una potenza straniera. Un tempo, queste “cosette” erano punite con la fucilazione: alla schiena, perché non ritenuti degni nemmeno di guardare in faccia il plotone.

La follia ha invaso le stanze del potere: non solo la protervia, l’abuso, la corruzione...qui stiamo rasentando la pazzia perché – dopo elezioni che hanno praticamente annullato il precedente governo – i nuovi governanti non sanno prendere decisioni che urtino gli illustri predecessori. A dimostrare che il diktat di quel “professore” fallito, che ha portato il debito pubblico alle stelle ed il PIL a picco, è tuttora il verbo.



Perché una simile follia? Non sono così uniti né aggregati attorno ad un pensiero unico: le molte frizioni che ci sono state per la crisi greca mostrano che il fronte dell’incomunicabilità totale fra istituzioni e governi non è più così saldo. Le popolazioni, per ora, continuano a non contare: qualcuno, però, sempre più insistentemente comincia a citare il “demonio” dei liberisti falliti, John Maynard Keynes. Ci torneremo in un prossimo articolo, sui rapporti fra sociologia ed economia.



E Gianna e Giovanni?

Non riescono più a pensare alla scuola: non è possibile costruirsi una vita poi, scaduti quei termini, ripensarne un’altra e pianificarla. Sistema una casa, preparati alla pensione, fai i conti dei soldi: basteranno? Poi, una Fornero qualunque ti fa ritornare da capo per molti anni, oppure ti “esoda” in un limbo senza attributi, vuoto come la nebbia e pauroso come la notte: l’industria privata (che non sa che farsene dei sessantenni, figuriamoci oltre) ne ha approfittato a piene mani, i lavoratori no ed è stato creato un neologismo gentile, “esodato", che non significa nulla nella lingua italiana, soltanto uno che se ne è andato da un luogo. Per approdare ad un altro? Non si sa.

Lavorare ancora un anno in più è comprensibile: l’orizzonte dei cinque anni, invece, è troppo lontano, oltre la foschia che cala d’Estate sul mare. E che fa paura perché terra incognita, come le Colonne d’Ercole di un tempo.



Gianna e Giovanni s’informano e leggono: il Ministero dell’Istruzione – il loro ministero – sta pagando, mediante il CNR, una nave soccorso per sommergibili alla Marina Militare e si pensa che la bella abitudine iniziata continuerà con le nuove fregate classe Fremm ed oltre.

Che bello: si “istruisce” costruendo navi da guerra. Per chi? Per l’Italia? Ma non facciamo ridere! Siamo solo degli appaltatori delle imprese yankee.



Gianna e Giovanni stanno provando sulla loro pelle quella “sofferenza” della quale godeva Mario Monti perché s’era “troppo ricchi” e, dunque, troppo felici: ancora una volta la piramide di Wilhelm Reich, dove in testa stanno solo i demoni che non hanno goduto nulla nella loro vita e che una sola cosa sanno fare. Vendicarsi per la loro ignavia.



06 gennaio 2013

Operazione Polli di Renzo





Sessant’anni, donna, operaia tessile.

Un giorno come un altro – immagino, sono un uomo – il seno ti fa male e vai a fare il test; la risposta è senza appello: cancro al seno, operare subito, siamo già in “zona rischio”.

Diligente, sai che non hai scelta: superi la paura, ti fai ricoverare e ti operano. La tua unica speranza è sopravvivere: per te, tuo marito ed i tuoi figli.

L’operazione va bene ed i medici sono soddisfatti, anche tu tiri un sospiro di sollievo: sarà vero? Vedremo, intanto poteva andare peggio, potevano non dirti niente e, con un po’ di sfortuna in aggiunta, intravedere un camice bianco che scoteva la testa.



Terminata la convalescenza, ti contattano per mettere una protesi: è giusto, perché una donna con un seno solo deve sentirsi come una barca col timone bloccato, che non riesce a stare al vento e sbanda.

Tutto va bene e te ne torni a casa col tuo nuovo seno di silicone: non è più come prima – certo – ma anche l’occhio vuole la sua parte e, almeno, sotto il golf sembra una cosa normale, che non ti sia successo niente.

Fai la domanda per l’invalidità – non sei una persona che fa un lavoro sedentario – e non sai cosa ti diranno, ma speri: capiranno cosa ti è cascato sulla testa inaspettatamente? Il pianto ricacciato, la paura che i tuoi cari intorno al letto d’ospedale non ti dicessero la verità, che anche i medici mentissero per pietà.

Inoltre, anche dopo l’operazione, sollevare pesi forza troppo i muscoli attigui alla parte colpita dal tumore.

La risposta arriva dopo mesi – tutto quel che è un tuo diritto, oramai, in Italia giunge sempre in ritardo: ebbi il riconoscimento della legge 104 per mia suocera, invalida su una sedia a rotelle, ed il primo permesso me lo diedero il giorno del funerale! – e, lì per lì, non ti sembra molto chiara: ti viene riconosciuto il 74% d’invalidità.

Cosa vuol dire? In pratica, che non hai diritto a nulla: per avere qualche beneficio (del tutto aleatorio, tipo liste speciali, ecc) bisogna arrivare al 75%. Par en punt Martin l’à perdü le braie (per un punto Martino ha perso i pantaloni, raccontava mia nonna, torinese “doc”).

T’hanno presa in giro.



Eppure hai raccontato che, in un turno di 8 ore, sollevi circa 1.400 kg: 175 chili l’ora non sono molto, ma dopo aver subito un simile intervento chirurgico sono ben oltre le tue possibilità, e i medici lo sanno! Perché?

Ci sono parecchie ragioni tecniche, anche se la verità “che tutto muove” è la protervia del potere.

I medici, soprattutto quelli delle commissioni mediche, sono sottoposti ad uno spietato forcing da parte dell’INPS, il quale si arroga sempre di più strumenti di controllo sulle invalidità concesse: il che, non impedisce che, gli stessi politici (vedremo in seguito) si diano un gran daffare per proteggere i loro accoliti.

Da qui nascono i ciechi che giocano a carte e gli invalidi che trotterellano sui campi di calcio: in altre parole, ci vuole la classica “spinta”, altrimenti finisci col 74%.



Un secondo ostacolo riguarda i ricorsi: un tempo, si faceva ricorso alla Commissione Medica Regionale la quale – erano, spesso, medici militari – era meno soggetta alle volontà della Casta. Ci pensò Berlusconi nella legislatura 2001-2006: pensi che ti abbiano fatto un torto? Rivolgiti alla giustizia civile: ricorri al giudice monocratico…poi l’Appello, la Cassazione, fino alla Corte Costituzionale, al CEDU…intanto, sarai certamente morto.

I legali affermano che non è difficile vincere in primo grado, dopo…non ci giocano più di un cerino.

Cara amica: non ti rimane che continuare a sollevare i tuoi 1.400 chili per turno ancora per qualche anno…se sarai viva…altrimenti, lascerai il tuo 40% di pensione alle casse dell’INPS che sa cosa farne. Oh, come lo sa: ci sono molte liquidazioni milionarie dei manager di stato che aspettano, più le pensioni d’oro…



Mi ricordo di te, anche se non ci sei più, perché – per uno strano caso della vita – fui il tuo tutore per i passaggio in ruolo.

Piccola parentesi: nel “nuovo che avanza” sopravvivono usanze medievali come quella che – chi passa di ruolo nella scuola – viene valutato, soppesato, attentamente scrutato da due colleghi che devono stendere un’accurata relazione. I quali, spesso, saltano la barricata e finiscono per essere gli avvocati difensori dei colleghi: chi non lo farebbe?

Il tuo caso era un imprevisto accidente, perché non eri passata in ruolo l’anno precedente – storia più unica che rara – giacché avevi lasciato correre la verve di scrittrice nella tua relazione: soprattutto era stato quel “strano a dirsi, giungere all’alfa quando già s’intravede l’omega”. Non te lo perdonarono.



L’anno dopo ci mettemmo una pezza: il Dirigente Scolastico sapeva che eravamo pronti alla sfida, che portavamo appresso una serie di sentenze e lasciò correre. Brindammo al tuo passaggio di ruolo.

Già, l’omega: giusta la citazione, perché avevi già 53 anni e una carriera da precaria alle spalle. Capii la tua ironia.

Eri anche scrittrice, una fine scrittrice, ma pochi se n’accorsero: le tue storie inventate osservando i gatti nel cortile – umanizzati, ma col dubbio che fossero umani dalle sembianze gattesche – erano divertenti, come le tue peregrinazioni all’estero alla ricerca di un’adozione perché non potevi avere figli. E li amavi tanto.

Però, non ce la facevi già più, a 53 anni. Come lo ricordo.

Scorrevo il registro – una classe difficile, d’accordo, più adatta per dei sergenti che per una mamma trepidante – e vedevo le tue note: due, poi tre, quattro la settimana. Erano il segno che non riuscivi, che la tua bontà non serviva: per quelli ci voleva un po’ di frusta – chiedevano la presenza dell’autorità come una certezza nella quale credere, che scambiavano per autoritarismo – e non una mamma pietosa innamorata dei classici.

Fu un anno d’inferno: finalmente finì, entrasti in ruolo e – come da contratto – facesti domanda di trasferimento. Ti persi di vista.



Fu un giorno di Primavera quello in cui vidi il tuo manifesto mortuario: era l’anno maledetto, l’anno della riforma Fornero. Forse capisti che i tuoi 58 anni, oramai, non contavano più nulla, che saresti dovuta rimanere ancora chissà quanto a lottare con classi sempre più demotivate e, quindi, aggressive. Giovani senza colpa, come lo erano i nuvolosi che correvano in cielo di quel giorno maledetto nel quale lessi della tua morte.

Non fu una morte epica: fu un ictus scaturito dal tuo sempre maggior nervosismo, dalle porte che si chiudevano improvvisamente e che si riaprivano in un futuro lontano, del quale era difficile anche pronunciare il numero. 2019? E cosa significa?

Spero che ti sia reincarnata in una gatta e scruterò i gatti del vicinato: se ne vedrò una nera che fa sempre la matta, saprò d’averti ritrovata.



Come sono belli i giardinetti coi bambini che giocano, i ragazzini che flirtano in quello strano modo che non comprendiamo più. I gesti sono meno evidenti ma, a ben vedere, gli sguardi sono gli stessi.

Nessuno fa caso ad un uomo di mezza età che sembra cercare solo una panchina: non ha fretta, il passo è lento e sembra soppesare ogni istante, mentre osserva le gemme degli alberi che sbocciano, il primo timido verde che s’affaccia al mondo, ad una stagione calda dove trionferà di verzura per poi accettare la caducità della vita e finire nel bidone del netturbino.

L’uomo la trova, si siede: estrae un pacchetto dalla borsa che sembra un panino. Adesso farà merenda, osservando i ragazzi che giocano a basket nell’attiguo campo coi canestri.

Invece no: estrae una pistola da tiro cal. 22 e si spara. Muore sul colpo.

E’ un insegnante di 58 anni, che è stato malato di cancro e che non sa quanto la vita ancora gli concederà: per quanto tempo il male starà fermo? Riuscirò a vedere il figlio sistemato, magari un nipotino?

Quando legge i criteri della riforma Fornero capisce che per lui non c’è speranza: a 62 anni ed oltre non c’arrivo più, troppo distante, anche se sembra dietro l’angolo.

E così se ne va dal mondo con l’immagine dei ragazzi che ha cresciuto per una vita: chiede quasi scusa per il disturbo, ma la 22 fa poco rumore, magari non tutti s’accorgono. Che sia finita.



Anche di te mi ricordo, perché la tua statura non passa inosservata: non è che fossi una perla di sapienza, ma non è richiesto per fare il netturbino. Due occhi placidi – t’amo pio bove – incorniciati dai riccioli: non mancavi mai se c’era da farsi un bicchiere di bianco d’Estate o sostare al bar per un caffè come rifugio d’Inverno, giusto per chieder tregua al vento del Nord.

Poi ci prendesti gusto, ma sapevi di potertelo permettere.

Non mancavi un festival dell’Unità, sempre in prima fila se c’era da spostare le sedie o dare una mano in cucina: a volte, addirittura, ti mettevano ad appiccicare gli adesivi all’ingresso, un mestiere senza infamia né lode e privo di particolari “know-how”.

Già, ma tuo padre era un capoccione del partito e tu eri entrato nel PCI già al concepimento: non lo sapevi, ma avevi già la tessera in tasca quando eri in grembo. E, quando fu tempo, quel posto da netturbino.



Gironzola, gironzola con la scopa e la bicicletta col bidone: fermati a parlare con un passante, a fumarti una sigaretta…poi entri in un negozio a fare due chiacchiere…nella bella stagione c’è una macchia di fichi sul tracciato della vecchia ferrovia: il luogo perfetto per piazzarci una brandina e sonnecchiare.

Così, ogni tanto sparivi e nessuno sapeva dov’eri: fino al giorno nel quale il tuo capo ti sorprende a russare della grossa, là, vicino all’imbocco – oramai chiuso – della vecchia ferrovia. Avrei desiderato essere una mosca per godermi la scena: qualche cicala che canta, vociare di bambini che giocano al pallone e tu che russi. Poi il capo che ti riprende e tu che accampi scuse: quali? Mah…



Rivoluzione: si passa dalle bici col bidone alle “Ape” col cassonetto: sei diventato un netturbino semovente, uno spazzino motorizzato. L’Ape è perfetta per allontanarsi di più dai ficcanaso: c’è un grazioso boschetto lassù, in alto ma non distante dalla città. Fai trasloco.

Ossia: carichi la vecchia branda con tutti gli ammennicoli e ti trasferisci in una macchia della boscaglia, fresca ed al riparo dagli sguardi indiscreti. E ronfi.

Passa il tempo perché quel rompiscatole del tuo capo deve setacciare le boscaglie, gli anfratti, le cantine…dove ti sei cacciato? Gli servirebbe un “Apache” col radar per scovarti, ma ha solo una vecchia “Uno” e pure senza radio.

Passano gli anni, ma è solo questione di tempo, un giorno – di sfiga per te e di culo per lui – s’inoltra proprio in quella macchia d’alberi e ti scova. Si ripete la scena d’anni prima, là, sulla vecchia ferrovia: a questo punto della storia ci stai quasi simpatico ed il tuo capo sembra un bel rompicoglioni. Ma sei pagato per fare quel mestiere: non dimenticarlo.



Stavolta la cosa si fa seria – e ti pareva: anni passati a fare il segugio… – ed il capo non molla: entra in scena il paparino, che ti fa una ramanzina e racconta la storia di Stakanov per cercare di redimerti ma – lo immagino – lo fissi coi tuoi occhi liquidi dove appena traspare quel poco che t’interessa. Ossia la moglie, la pastasciutta ed i bianchi.

M’arriva la notizia che sei andato in pensione. Ma come?!? Hai poco di più di cinquant’anni…mal di schiena, hai il mal di schiena.



Oddio, non discuto sui guai altrui ma il mal di schiena l’ho avuto anch’io, e mica poco: ricordo giornate a scuola dopo nottate trascorse in compagnia di Toradol, Contramal o Cortisone.

Il preside che un giorno mi disse: “Professore, stia a casa”, mentre m’osservava piegato in due – al punto che i ragazzi mi toccavano la gobba prima delle versioni di greco e latino – ed io risposi: “Già, a casa sono solo col mio “compare” che non dà tregua: qui, almeno, mi distraggo un po’…” Quando ce la facevo.

Anch’io feci la domanda per vedere “cosa mi davano”: ricordo il medico legale che mi visitò, il quale mostrò la mia colonna “dal vivo”, osservando “Guardate, guardate voi stessi la colonna…”

Non gliene fregò nulla: appena entrato, una specie di medico che sembrava un ottuagenario colonnello degli Alpini mi ragguagliò: “guardi che noi non diamo nulla”. La commissione di Ceva – per inciso – è famosa per il suo “rigore” ed è ingolfata di ricorsi legali.



A te, invece, la pensione. Non è cambiato nulla: continui a girare per i bar, fra un bianco, un caffè ed una partita a cirulla, solo che non hai più né l’Ape e nemmeno la bici.

Ah sì, qualcosa è cambiato: adesso si chiama “Festa Democratica”.



E qui finisce la cronaca, che spero v’abbia divertito e rattristato: casi veri, persone a me vicine o che ho personalmente conosciuto, ma basta inserire “insegnante suicida” in Google e compare la lista. A me dà 1.210.000 pagine: certo, molte sono dei doppioni, ma sono più di un milione.

L’ultimo caso è quello di Carmine Cerbera, il docente precario di 48 anni che s’è suicidato a Calandrino, nei pressi di Napoli, lasciando moglie e figlie: in molti casi, perdendo il posto, il suicidio rimane l’unico modo di garantire la sopravvivenza alla propria famiglia. Abbiamo il coraggio d’aprire gli occhi di fronte a questa terribile atrocità e continuiamo a leggere. Il ministro Profumo “conosce bene e rispetta”, ma cosa conosce? Cosa rispetta?

E poi ci sono i casi dei piccoli imprenditori: chi si suicida perché non ha più un soldo e chi perché non avrà più anni. Le pensioni d’oro? E chi le tocca…



Lontano da me difendere solo la scuola: la riforma delle pensioni è e rimarrà (forse) l’unico provvedimento di questo governo a rimanere in piedi. Perché? Poiché non è aria fritta: si nutre di carne e sangue, come le bestie immonde.

Abbiamo visto scomparire la pagliacciata dell’abolizione delle Province in una nuvola di fumo: già lo sapevamo, quando “abolisci” qualcosa ma – prima – non fai una seria re-distribuzione delle competenze, vuol dire che sei un mendace.

E poi: perché le Province? E’ tutta l’architettura amministrativa che andrebbe rivista, dai piccoli Comuni alle inutili Regioni (abbiamo vissuto meglio fino al 1979, anno della riforma sanitaria e della loro “consacrazione”, e nessuno ne avvertiva la mancanza) eppure, qualcuno nel 1970 pensò bene di dare attuazione all’articolo della Costituzione che le riguardava. Gli altri 200 articoli, circa, li dimenticarono.



La “Spending Review” è solo una delle tante leggi Finanziarie, una roba inguardabile e buffonesca: ma chi è Enrico Bondi? Da quando, lo Stato, vara un governo “tecnico” e poi fa scrivere una legge economica a terzi? Cos’è, una legge in appalto?



La riforma del lavoro non ha cambiato nulla (in meglio ovviamente): i ragazzi continuano a lavorare di tre mesi in tre mesi (quando capita) oppure giocano a “Il Laureato” nei call centre. In compenso, per i loro padri è più facile essere licenziati.



La vera chicca, però, è stata la creazione della Fornero: ricordiamo che, il governo, sancì che non ci sarebbe stata trattativa con le parti sociali per la previdenza. E per cosa c’è, allora? Per le date del Campionato di Calcio?

Qui, ci sono un paio d’elementi da sottolineare: il primo è la straordinaria (e voluta) inadeguatezza della Fornero, una donna che la osservi e ti chiedi come possa una contadinotta vestita a festa come lei essere salita così in alto.

La Fornero è docente universitaria soltanto perché suo marito, il professor Deaglio, lo ha deciso: altrimenti, una persona con la sua scarsa cultura non sarebbe diventata niente di più che una commercialista qualunque. Quattro conti per l’IRPEF e l’IVA delle piccole “boite” (officine) piemontesi.

Ella stessa, in un pazzesco ardire, si è definita “non preparata” per fare il ministro, con un linguaggio ed un’espressione più utile per descrivere chi salta un appello all’Università, di certo non l’affidamento di un ministero cruciale!

Candidamente, lo ha ammesso: “erano i mercati e l’Europa a volerla (la riforma)”. Senza accorgersi di confessare un altro reato: tradimento. Che esisterebbe se lei avesse avuto un mandato politico (qui, lo ammetto, la cosa è dubbia), e allora tutto torna nelle mani di Napolitano, che ha eseguito la più scellerata alchimia politica ed oggi se ne duole: comprende che la Storia lo giudicherà severamente, come il peggior presidente della Storia Repubblicana.



Napolitano è il secondo aspetto, perché nel momento in cui decise per le “non elezioni” s’assunse una responsabilità istituzionale enorme: oggi, col Paese in macerie per la calata degli Unni finanziari, sa di lasciare in eredità una nazione sconquassata da mille crisi che s’intersecano. Sociali, economiche, finanziarie, industriali, culturali: e, per prima, di fiducia nel futuro. Proprio l’esatto contrario di quello che vorrebbero far credere: Wall Street è salva, Main Street è precipitata nel fango.



Cosa possiamo fare?

Cambiare mentalità, capire come ci hanno portato fino a questo punto: per riscoprire l’unità dei diseredati, dei sans papier ai sans argent. Ai sans vie.

Jiddu Krishnamurti affermava che, in presenza di un grande dolore, si doveva ricostruire minuziosamente la “mappa del dolore” per potersi almeno muovere al suo interno e poter ricostruire. Un percorso analitico, dunque.

Molti credono d’aver capito tutto delle vicende economiche e, soprattutto, degli stratagemmi mediatici necessari per sorreggerle: consentitemi d’avere qualche dubbio.



La nostra divisione è la loro vittoria. Ci hanno lavorato per anni: siamo pressappoco un esperimento biologico, dei cani di Pavlov o poco di più. Divide et impera, questo è sempre l’obiettivo.

Bisogna che i ricchi diventino più ricchi ed i poveri più poveri, ma non possiamo dirlo: perché? Diamine! Noi (Casta, imprenditori, faccendieri, boiardi di stato, prelati, bronto-crati, ecc) siamo i più ricchi e dunque…difendiamo la nostra ricchezza!

Prova: il coefficiente di Gini (1) (che misura la disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza) ci pone al 37° posto, ma nel 2005, e stanno molto attenti a non pubblicare più dati (veri). Ah, il 37° posto, comunque, sta fra la Grecia e la Moldavia: gli altri Paesi europei sono molto lontani (2).

Il 10% della popolazione possiede circa metà della ricchezza nazionale: provate un poco ad immaginare, a “selezionare” una persona su 10 – quando siete alla spiaggia, al supermercato – e poi dividere i beni in due. Una casa a noi ed una a lui, e così via: come può reggere un simile squilibrio? Come mascherarlo?

Scateniamo una guerra, anzi, più guerre. La chiameremo “Operazione Polli di Renzo”.



La prima è fra dipendenti pubblici e privati: magistrale nominare ministro Brunetta, un uomo così amato/odiato dove lo vai a trovare? Polarizza subito i consensi/dissensi e ti fa scoppiare la bagarre: gli italiani saranno impegnati nell’azzuffarsi fra idraulici evasori ed impiegati nullafacenti, si scambieranno accuse al vetriolo e si dimenticheranno di noi. Quando sarà ora di votare s’infileranno ordinatamente dietro le schiere, abilmente preparate, destra/sinistra.



La seconda guerra deve mettere a confronto giovani ed anziani, ma qui il lavoro deve essere più attento perché si va ad “operare” all’interno delle famiglie.

Posto che qualsiasi provvedimento deve toccare marginalmente chi è già in pensione – un elettorato enorme, che vota e che non bisogna giocarsi – si deve colpire pesantemente chi è al lavoro. Ma, sempre, con la giustificazione della “disparità” fra chi è garantito e chi no: togliendo, ovviamente, a chi è garantito senza aumentare le garanzie per chi non lo era.

Qui è essenziale l’aiuto dei sindacati: daremo l’impressione di due sindacati “venduti” (CISL ed UIL) e di uno “che lotta” ma sia chiaro, è solo una montatura. La CGIL è saldamente controllata dal PD, solo alcune schegge impazzite s’allontanano.

Qualcuno scopre i nostri trucchi, ma è destinato all’anonimato (3), poiché il fuoco di fila nei confronti dei giovani è, per fortuna, intenso.



Per prima cosa bisogna agire sulla naturale frizione fra generazioni: i genitori (che sono coloro che li mantengono fin oltre i 30 anni!) devono essere presentati come retrogradi e conservatori, come sempre.

Per i giovani, devono aumentare le trasmissioni Tv nelle quali è il successo la chiave vincente: non sulla bravura, per carità! Solo bellezza, qualche bravura ma in campi secondari come la musica o la canzone: insomma, più dei fenomeni da baraccone che vera bravura, così tutti la bevono. In compenso, molta attenzione a modelli che premiano la bellezza e basta, meglio se un po’ volgare.

In questo modo otterremo una continua eccitazione nei confronti delle vicende (virtuali) che coinvolgono gli adolescenti “di successo”: essi vedranno genitori, insegnanti ed adulti in genere come un modello perdente e saranno succubi della continua “acquolina in bocca”, proprio come i cani di Pavlov.

Qualcuno s’accorge del trucco e rimane schifato? Ragazzi, le porte dell’emigrazione sono sempre aperte…



Ci sono poi una serie di guerre “secondarie” che bisogna alimentare: TAV/No-TAV, Ponte-No-Ponte, ecc.

Che se ne parli, bene o male, ma che se ne parli: mai, però, discorsi approfonditi sull’utilità di quelle opere (che, siamo matti?), solo cronache di botte e qualche gossip, se si trova.



Intanto, osservo dal finestrino dell’auto l’uomo con la paletta dei lavori stradali: quanti anni avrà? Mi sembra vecchio, più vecchio di me che ne ho già 62. O è solo mal tenuto? Ha lo sguardo spento: meno male – penso fra me e me – che lo mettono a fermare le auto con la paletta…c’è un giovane, ma è sulla pala meccanica che sta lavorando…accanto, un nero appoggiato alla pala.

Ma come si fa, a quell’età, a restare otto ore al freddo, in piedi: e se hai veramente mal di schiena? Gli diranno, come hanno detto a me, “noi non diamo niente”? E cosa farà?



C’è una generale incomprensione della falcidia sociale che è stata la riforma Fornero: se lo chiedi ai quaranta-cinquantenni ti rispondono “tanto io non c’arrivo”, “per noi non ci sarà più”, i giovani “io morirò prima”, eccetera.

E’ una bella rimozione collettiva del dolore, per sopravvivere, come succede negli ambienti estremi: mai pensare al dopodomani, già sopravvivere oggi è dura. Eppure arriverà, inesorabile: anzi, c’è da sperare d’arrivarci. Cos’è?



Se ti va bene è soltanto un malessere generale, una stanchezza che prima non provavi: hai bisogno di fermarti a riposare. Quando avevo 40 anni avevo un appezzamento di terreno con gli albicocchi, 37 per la precisione: in un mesetto li potavo tutti. Ora ne ho uno e ci metto giorni e giorni a potarlo.

Non parliamo della scuola: passavo le notti a correggere – quasi mi piaceva perché c’era la Coppa America di Vela e tenevo la Tv accesa – adesso, dopo un “pacco” di relazioni m’addormento. I ragazzi li sopporti per un paio d’ore, poi hai bisogno di una boccata d’aria, di sederti tranquillo in un posto senza rumore, eppure ci devi stare.

Qui interviene un’altra frattura: c’è chi pensa che solo chi ha un lavoro manuale sia “usurato”. E’ un errore di percezione: eppure, tanti ci cascano.



I casi sono tanti e molto diversi: nel privato, ad esempio, viene spesso usata la legge sull’amianto per pensionare persone (gli anni di contribuzione raddoppiano) che l’amianto l’hanno appena sfiorato. Chi l’ha lavorato veramente – la Eternit di Alessandria, l’ACNA di Cengio – è morto da tempo oppure l’ha solo visto, e così sopravvivrà, come capita all’ACNA dove ci sono pensionati di 50 anni.

La legge sull’amianto non si applica nel pubblico, eppure nei laboratori l’amianto c’era: nel privato ne hanno goduto anche gli impiegati. E’ stata una valvola di sfogo per mandare in pensione persone della quali il ciclo produttivo non sapeva più che farsene: è arrivata la Fornero e sono diventati “esodati”.



Nel pubblico sono “soprannumerari”, ma è stata la Gelmini (la folle) a dimezzare le ore di laboratorio negli Istituti Tecnici: un’ora la settimana. Mi dite voi che si fa? Profumo ha confermato tutto, salvo promettere “la priorità e l’importanza dell’istruzione tecnica e professionale”. Una buffonata, visto che la quota/PIL che l’Italia destina alla scuola è sensibilmente inferiore a quello che destinano gli altri Paesi Europei (5).

Eppure gli operai ti guardano come un privilegiato se racconti che non ce la fai più a tenere una classe, che esci col mal di testa ogni giorno: tu capisci la fatica fisica, loro non capiscono la fatica mentale.

E’ un’altra affermazione dell’operazione Polli di Renzo che va a segno.

Cosa devono farci pagare?



La scarsa risposta che gli italiani hanno dato alla previdenza complementare (6), i quali non hanno consegnato diligentemente il loro TFR ai forzieri delle banche: il cambio – speriamo che la capiscano, afferma l’INPS – hanno ricevuto la controriforma delle pensioni più pesante d’Europa.

Converrebbe chiedere a Mastropasqua (presidente INPS) che mestiere fa, visto che ha 25 incarichi per un milione di euro l’anno di compenso (8).

Giocando sull’aumento della speranza di vita – che è stata pressappoco di un anno in un decennio (7) – raccontano d’incrementi pazzeschi: le statistiche sono le peggior menzogne. Quanto ne risentirà la qualità del lavoro?



Già oggi, la scuola – che è il settore che conosco – è al lumicino: nonostante le apparenze, le dichiarazioni, le promesse, ecc, fra i corridoi a nessuno frega più niente. E ti credo, hanno alzato l’età della pensione di 5 anni in un botto! Rovinando la vita alle persone che s’erano già preparate il “passaggio”, con un avviso dato con l’anticipo di sei mesi!

I colleghi, tristissimi, i conti se li sono fatti: incrociando la riforma Fornero con quella Sacconi, dalla prima ricavi 66 anni, ma dalla seconda una tabella di marcia – tre mesi la volta in più – che ti porta fino a 70 ed oltre.

La vita che ti viene concessa, dopo, è quella col pannolone: sì, anche per i giovani che fanno finta di non pensarci.



A loro frega meno ancora: si preparano ad una scuola privata (finanziata dallo Stato) d’elite nella quale mandare i loro rampolli…degli altri…e chi se ne frega! La Sanità? Noi paghiamo, gli altri…quando ascolto mia cugina, in Francia, raccontare che tutte le medicine sono gratis, tutti i ricoveri sono gratis, tutte le visite specialistiche sono gratis o rimborsate al 90% mi prende lo sconforto. Anche da noi era così: 40 anni fa.



Il danno, corrispondente ai due “e chi se ne frega”, incrociati, sarà lampante fra qualche anno: prepariamoci ad una società sempre più violenta, dove si uccide per uno sguardo ad una ragazza o per rubare una collanina d’oro ad una vecchietta. Succede già oggi: moltiplicate, gente, moltiplicate…



E così andremo a votare: a destra il Partito dei Briganti, al centro quello del Rotary…a sinistra? Non saprei se definirlo dei Ladroni – rubano tutti – ma quello dei Falsoni senza dubbio.

Nella generale ingiustizia e protervia della riforma Fornero c’è anche un errore, sì, proprio un errore che sta condannando 3.500 persone che avevano diritto ad andare in pensione: ci sono anch’io fra quei 3.500, non mi nascondo dietro ad un dito.

Lo hanno riconosciuto tutti – persino “a denti stretti” la Fornero – e c’è una memoria giuridica dell’ex sen. Imposimato (oltretutto, Presidente onorario aggiunto della Suprema Corte di Cassazione) la quale ha un titolo che è tutto un programma: Caro Polillo “Quota 96” ha ragione e voi torto, marcio (11). Polillo è sottosegretario all’Economia.

Semplicemente, si sono “scordati” che la scuola va ad anno scolastico, non ad anno solare: tutti i calcoli vanno quindi riferiti al 31 Agosto, non al 31 Gennaio, che per il calendario scolastico (dal quale dipendono tutte le operazioni sul personale) è una data senza senso.



Premesso che è tutto l’impianto della riforma Fornero ad essere disastroso, alcuni parlamentari si sono battuti per sanare, almeno, quello che a tutti gli effetti è solo un errore.

Essi sono Manuela Ghizzoni, Mariangela Bastico e Vincenzo Vita, tutti del PD: nessuno di loro è più in lista, nonostante i mille trucchi per raggirare chi ha votato alle primarie (9).



Auspico che il prossimo governo di centro sinistra, se otterrà i voti necessari, con Bersani premier, assuma “quota96” come impegno prioritario. Auspico, inoltre, che ci sia in parlamento chi, come me e Manuela Ghizzoni, voglia condurre con altrettanto impegno e determinazione la nostra-vostra battaglia.”



È ufficiale: Matteo Richetti ha vinto le primarie del Pd a Modena…Sconfitte le deputate uscenti Manuela Ghizzoni e Mariangela Bastico.”



Non andrà in Parlamento, e nel frattempo si dimette anche da segretario dell’Umbria Lamberto Bottini, arrivato penultimo. Non senza mandare accuse molto pesanti: “In occasione di queste primarie, si manifesta infatti con chiarezza un atteggiamento protagonista e pervasivo di alcuni vertici istituzionali che hanno giocato una partita dal mio punto di vista discutibile per il ruolo di governo che compete alle istituzioni, che ha influito in maniera decisiva sui risultati della consultazione”.”

(Fonte: L'Unità)

Questo ci chiarisce qualcosa del futuro: Berlusconi, da parte sua, farà l’accordo con la Lega (conviene ad entrambi) per poi mollarla ed andare con Monti, Monti starà dov’è (non serve altro) perché Bersani, dopo le elezioni, mollerà Vendola e qualche altro rompiscatole come Fassina. Preventivamente, si cerca d’escludere le “ali” estreme: i montani – tanto se ne andranno con Monti, Bersani lo sa – e, più pericolosi, una schiera di prim’attori e di peones che ritengono ancora che i diritti delle persone siano preminenti rispetto a quelli delle banche. Anche se poi – per onore di verità – hanno votato tutte le leggi di Monti.



Perciò, mentre Berlusconi sputa su Monti, Bersani tace per non scoprire troppo le sue intenzioni – ossia che tutto continuerà come prima – e Scalfari da penoso è diventato vomitevole (10), quando afferma di essere “cambiato” nei confronti di Monti (glielo avrà detto De Benedetti?) e noi già intravediamo il nostro futuro.

Soltanto se i “contro Monti” – Lega, Grillo, Ingroia e domani Vendola – saranno abbastanza da creare grattacapi si può sperare qualcosa, soprattutto mettendosi in testa che non andare a votare, a loro, non frega nulla: governerebbero col 30% dei votanti, e vi direbbero pure che nelle “grandi democrazie” funziona così. Per loro, ovviamente.