Com’è piacevole affrontare un argomento quando le acque si
sono chetate, quando l’ansia di cercare risposte uniche e risolutive,
definitivamente risolutive, s’è diluita, sciolta, perduta come si stempera nel
deserto infinito, fino a scomparire, l’acqua di uno uadi.
Nella piana fra Ilo e il mare tutto s’è acquietato: ora la
polvere torna a ricoprire i volti degli eroi e dei meno eroici, dei guerrieri
comuni, degli inconsapevoli che la storia invita ad un pranzo di gala al sangue.
“Inconsapevoli” definiti innocenti: chi mai può dirsi completamente innocente
dal karma che ci regola e, puntualmente, scade inevitabilmente come il latte
dimenticato in frigorifero?
Domani ci sarà un altro evento definito “epocale”, che
“cambierà il mondo”, dove “nulla sarà più come prima”...eccetera,
eccetera...mentre, invece, il “mondo” – inteso come somma delle pulsioni
ataviche dell’Uomo – rimane tale e quale. Chi ricorda “l’apocalittico”
attentato di Madrid, la Somalia, il Ruanda...? Niente, tutto tritato, sbriciolato
nel frantoio dal quale non esce olio, bensì merda, fregnacce.
A dipingerlo a tinte forti ci pensano i giornalisti: d’altro
canto, questo è un mestiere di puttane, abituati/e a sorprendere il
cliente/lettore suscitando da un’inezia le emozioni più forti ed importanti,
per i loro padroni, ovvio. D’altro canto, cosa c’è di meglio – dopo una notte
in redazione, a scervellarsi se sia meglio scrivere del cane che morde l’uomo o
dell’uomo che morsica il cane – che affogare tutto fra i seni di una puttana
vera, le grazie di una “collega” che sa come fare, che conosce così bene il
mestiere da distillare tutto quel coacervo di pulsioni, emozioni, nervosismo,
ansie, dicerie, cattiverie...in un orgasmo liberatorio, senza complicazioni
sentimentali?
In fondo – pensa il giornalista – è quello che faccio
anch’io: emozioni! emozioni! emozioni! Tutto al prezzo di una copia signore e
signori! Al costo di un’alba dal sapore di profumo da poco prezzo che
t’impregna l’automobile, proprio mentre il giornale va in edicola. Perfetto,
sincronicamente assoluto.
E sono morti dei giornalisti/sberleffari, uccisi dai
terroristi/giustiziatori. I primi (dicevano) di difendere la sacralità del
diritto di satira, i secondi (raccontavano) di difendere la sacralità dell’Islam.
I primi dipingevano Maometto in mutande (anche di più), i secondi riempivano
caricatori mentre sognavano di conquistare tutta l’Europa.
Ah, a proposito: chiediamo ai primi quanto è stata compresa
la filosofia illuminista ad Est di Berlino e di Istanbul, ed ai secondi com’è finita a
Poitiers con Carlo Martello, oppure come s’è trovato Maometto Scirocco a
Lepanto.
Se vogliamo dare una tinteggiata di storiucola da scuola
elementare, allora meditiamo che i caccia francesi, americani & Co. stanno
suonando una brutta sinfonia sui cieli dell’Iraq del Nord, una sinfonia che per
i Nuovi Califfi è insopportabile, perché mostra l’antica supremazia del Nord
sul Sud del mondo, che è vecchia millenni.
In altre parole: se ti metti contro il Nord del pianeta –
con armi tradizionali – le puoi solo prendere. Allora, si procede con il
terrorismo, dove il Nord mostra come si vincono le battaglie e poi si perdono
le guerre.
Che storia è questa? Questa non è più Storia da scuola
elementare.
Premesso che l’Europa – ai tempi dei grandi Califfati –
interessava ben poco agli arabi: per loro, già Fez era un avamposto dimenticato
che portava solo a luoghi inospitali e barbari. La cultura – e dunque anche
l’economia dell’epoca (comunque la pensi Tremonti) – era ad Est: Persia, India
ed oltre.
Poi, l’equilibrio cambiò e – per giungere all’Evo Moderno –
si stabilì un nuovo rapporto con gli Arabi (sottolineo: gli arabi, non gli
ottomani né i persiani): la fonte della ricchezza era per tutti (nonostante quanto pensasse Montesquieu) la schiavitù,
le piantagioni, il cosiddetto “Triangolo degli schiavi”.
Brevemente: gli schiavi producono materie prime, in Europa
si raffinano e si rivendono prodotti finiti. A chi? Al terzo vertice del
triangolo, gli arabi, che erano i grandi schiavisti dell’epoca. Insomma: il
ventre delle donne africane (nere) è stato la cassaforte dell’Europa.
Abbandonati i neri al loro destino, col petrolio si creò un
nuovo equilibrio (che tutti conosciamo) che rendeva ricche le borghesie arabe,
al punto che (Israele a parte) non esistevano motivi di frizione.
Ennio Remondino è un bravo giornalista e seppe indicare il
punto di viraggio degli equilibri, il mutare di una situazione che era stabile
da circa mezzo millennio. Nella Primavera del 1991, da Amman – seguiva gli eventi
della Prima Guerra del Golfo dalla capitale giordana – notò: “Il dialogo con le
borghesie arabe sta venendo meno, c’è sempre più chiusura, i due mondi
s’allontanano” (ricordo a braccio).
Era la prima volta che lo strapotere degli arsenali
euro-americani s’abbatteva su una nazione araba e il tutto era amplificato dai
media planetari (la CNN, poi venne Al-Jazeera): la sofferenza della popolazione
irachena giungeva in tutti i salotti. Seduti sui divan, gli arabi potevano osservare la distruzione di un popolo,
eseguita senza che un solo euro-americano fosse presente sui loro territori.
Poi giunsero, ma solo per i saluti finali.
La ferita successiva fu Sarajevo – città cosmopolita, ma con
preponderanza islamica – abbandonata per anni al suo destino di morte: lì,
nacquero i primi gruppi di guerriglieri “in conto proprio”, gli stessi che
avevano combattuto i sovietici in Afghanistan, ma in conto terzi.
In quegli anni, gli arabi pensarono che il loro rapporto
privilegiato con gli europei era terminato, ed essi finirono nel gran calderone
dei popoli senza storia e senza dignità: difatti, iniziarono i copiosi flussi
migratori verso la “terra dei padroni”, l’Europa.
Quando la miseria imperversa (anche per la struttura
classista di molte nazioni arabe), si mette da parte la dignità e s’emigra.
Insieme ai neri, agli indiani, ai mille popoli medio-orientali ed orientali,
divenuti carne da cannone per l’economia europea: stavolta – nell’immaginario
collettivo – non c’era più differenza fra un marocchino povero ed il suo corrispettivo
senegalese.
Avevamo fatto notare una differenza: gli arabi dagli
ottomani e dai persiani. Gli ottomani hanno sempre goduto di una “immigrazione
controllata” da parte della Germania, ed oggi i “turco-tedeschi” sono milioni,
mentre i persiani – dopo la rivoluzione del 1979 – non sentono la necessità
d’emigrare, perché la struttura sociale iraniana è più complessa e (in un certo
modo, non vorrei essere frainteso, “moderna”) più simile a quelle europee,
oppure all’India.
In mezzo a questo panorama sociale, il problema israeliano,
ossia di quei territori conquistati con le guerre del ’66 e del ’73 –
parzialmente restituiti – ma non come indicavano due precise risoluzioni
dell’ONU. Il detonatore di mille sofferenze.
La Francia – gravata da 7 milioni d’immigrati algerini, di
prima, seconda, terza...generazione – non è riuscita a mantenere l’equilibrio:
nelle sue banlieu crescono
generazioni di nordafricani che non godono più di quel welfare così
omnicomprensivo per la quale Parigi era famosa: la crisi economica morde anche
là.
Dalla loro parte, queste generazioni nate dopo il 1990
tendono sempre meno all’integrazione francese (dipende dalle famiglie, dalle
situazioni, ecc) e s’arroccano in nirvana fuori della Storia, credendo più
nella favola che nella realtà. Ma è proprio la realtà ad essere indigesta, il
campionario di beni che li circonda ed ai quali non hanno accesso: di
conseguenza, s’affidano sempre di più al Corano (riletto in un modo
strumentale) che al Metano, paradosso della modernità algerina.
In mezzo a questa umanità derelitta – poiché priva di un
retroterra culturale autoctono, che sia immagine fiorente di una cultura e non
edulcorato succedaneo – pescano i vari gruppi terroristici (che sappiamo
benissimo essere al servizio d’altri potentati, per altri fini, altri scopi,
altri giochi geopolitici) per trovare i loro martiri, i loro guerrieri
assassini, pronti a morire in una Gestalt che sa più di romanticismo tedesco
che di modernità (?) islamica.
Il tutto ha un aspetto geografico curioso: tutti anelano
sempre a chi sta un pochino più a Nord, come se il “Nord” fosse sinonimo di
pace e di tranquillità di spirito, d’equilibrio sociale, d’anelata giustizia.
I nostri altoatesini si rifiutano – penoso stratagemma, che
si ripete in ogni bar alla richiesta di un cappuccino, per banalissimi motivi –
di parlare italiano come se si trattasse di una caduta di principi, di razza,
di valore. Nel mentre, i veri austriaci – gli abitanti dell’Inn – li snobbano con
un’alzata di spalle e giudicano gli italiani per quel che sono, ossia se sono
educati, rispettosi delle regole e delle leggi...e meno che mai importa loro
che non parlino tedesco. Più della razza – potremmo dire – poté il turismo.
A loro volta, i bavaresi sono considerati i terroni di
Germania, i francesi del Sud – più che altro per i loro frequenti “soggiorni”
algerini in anni lontani – sono sdegnosamente definiti pied noir dai parigini, i gallesi considerati rozzi e bifolchi
dagli inglesi delle Midlands...gli italiani del Sud sono terroni, mafiosi...
L’emisfero australe s’è stranamente salvato da questa
curiosa nemesi geografica, ma solo per una ragione: sono state terre di
conquista, completamente alienate dalla loro substanzia originale.
Perciò, non ci rimane che interrogare l’unica persona che
può fornirci una risposta: Babbo Natale, che è senz’altro più “in alto”, ossia
più a Nord, di tutti quanti.
Quando glielo abbiamo chiesto, ha sorriso mentre grattava la
testa ad una delle sue renne, che lo osservava con occhi mansueti, pienamente
ricambiato da Babbo il quale – ovvia ovvietà – ha fatto finta di non aver
compreso la domanda. Sarà stato il mio pessimo lappone, ne sono certo: ai
posteri l’ardua sentenza.
