
Premessa
Gira e rigira, quando si parla di decrescita, si finisce sempre per litigare.
Sembra quasi una “spesa pazza” al supermercato, nella quale ciascuno osserva il carrello dell’altro e si chiede se sia il vicino alla cassa il maggior consumista, il responsabile dei mucchi di rifiuti che debordano. Poi, c’è chi ritiene di non avere abbastanza e si chiede: perché dovrei avere di meno?
La faccenda assume toni planetari quando, qualche giornalista, politico, scrittore…statunitense, pone principi “planetari” per decrescere. Apriti cielo! Proprio lui – cittadino della nazione idrovora delle risorse mondiali – chiede agli altri di fare sacrifici?!? Un bailamme senza fine.
Ma, decrescere, significa avere di meno? Vuol dire tornare indietro, vivere peggio?
Forse, prima di parlare di decrescita, bisognerebbe aver chiaro cosa significa “crescere” poiché, mai come in questo caso, la lingua è una sequenza di tranelli.
Liquidando la faccenda in modo moooolto semplicistico, si potrebbe affermare che a crescere è la quantità di beni e servizi a disposizione dell’essere umano. Già, ma di quale essere umano? Del filippino o del francese? Del grande proprietario terriero filippino o dell’operaio francese della banlieue? E poi: quale deve essere la qualità, la durata e l’effettiva fruibilità di quei beni e di quei servizi?
Infine: di quale tipo di “beni e servizi”? Gli afgani, oggi, sono forse la popolazione che può osservare scorrere dalle finestre di casa il miglior “campionario” di beni e servizi tecnologici. Forse se la giocano con i palestinesi, che hanno il record d’esser già oggi bersagli del primo videogioco-reality del pianeta[1].
Entrambi, non sono molto soddisfatti per la “quantità e la qualità di beni e servizi” che si “prendono cura” delle loro vite. Anche se la loro realtà sembra molto distante dalla nostra, vedremo che – concettualmente – non siamo poi così lontani come parrebbe.
Un serio discorso sulla decrescita è inseparabile da un’analisi sulla produzione di beni e servizi, sulla qualità degli stessi, sulla loro durata (od obsolescenza programmata), sugli attori del processo di produzione, sui loro diritti e doveri, sui compiti della classe politica. Infine, sulle proposte attuabili per invertire il senso di marcia di un’umanità impazzita.
Un serio discorso sulla decrescita non può essere proposto in poche righe: perciò, ho deciso di suddividere un lungo articolo tre parti. In realtà, si tratta di un saggio: una prima parte centrata sugli attori dei processi produttivi, una seconda sui beni e sui servizi ed una terza che sarà la sintesi, dove proveremo a tracciare qualche proposta operativa.
Ho preferito, per le due prime parti, mantenere un’esposizione più didascalica, proprio – com’è nel mio stile – per mettere in sintonia esperienze comuni, dalle quali nascono riflessioni condivise, senza le quali ogni sintesi risulta monca poiché perfetta sotto l’aspetto razionale, ma scipita per scarsa consapevolezza.
Nella terza parte, invece, dovremo “raccogliere” ciò che avremo “seminato” nelle prime due. Attualmente, la seconda parte è quasi conclusa mentre della terza non ho ancora scritto una parola, proprio perché attendo riscontri, critiche, suggerimenti, ecc.
Signori: in carrozza.
Parte Prima
Decrescita “oggettiva” in salsa capitalista
E’ strano tornare, dopo tanti anni, a varcare le porte delle piccole imprese, quelle con qualche decina di dipendenti, al massimo cento, duecento persone. Lo faccio perché, talvolta, mi serve qualche pezzo od intervento specialistico per sistemare la mia barca.
Così, in queste limpide mattine d’Estate, torno a vedere quel mondo che ben ricordo: d’Estate, un tempo, gli studenti andavano a lavorare in fabbrica per raggranellare qualche soldo, ed io non ero un’eccezione.
E poi: mio padre e mio suocero, entrambi orgogliosi d’aver lavorato per decenni nelle industrie che “facevano qualcosa”…“qualcosa” che era destinato alla gente, per vivere meglio, per avere di più.
Oggi, calcando quelle sale d’attesa nuovissime, quegli arredamenti lindi in fibra sintetica ed acciaio, si respira la medesima aria: quella del “voler fare”. Certo, anche per arricchirsi oppure per mantenere il posto di lavoro.
Grattata la vernice, però, qualche defaillance viene a galla.
Sto cercando chi possa cromare due bocchettoni.
«Vada a C…là fanno le cromature.»
«Ma…c’è ancora quella fabbrica?»
L’uomo allarga le braccia: «C’era…oppure provi a telefonare a questo numero…»
«Questi…cromano?»
«No, però sanno chi croma…»
L’impressione che si ricava “a pelle” è che un mondo il quale, per semplicità, potremmo indicare come intriso “d’etica del lavoro” sopravviva nei suoi valori, mentre nella realtà perda colpi, si stia squagliando. Spieghiamo meglio con un esempio.
I grandi investimenti della prima metà del Novecento, nell’entroterra savonese, erano centrati sulla produzione di coke metallurgico (Fornicoke), prodotti chimici per l’industria (ACNA) e per l’agricoltura (Montedison). Completavano il quadro il settore fotografico (Ferrania, poi 3M) ed una miriade di piccole aziende di supporto, dal legno al metallo, dalla plastica all’elettricità…il cosiddetto “indotto”, il quale, però, non viveva solo di grandi commesse da parte delle grandi aziende, perché svolgevano reciproci compiti di manutenzione ed operava anche per l’utenza privata.
C’era, inoltre, una gestione dei sottoprodotti più intelligente: scarti dell’industria del carbone diventavano materia prima per i cementifici, i gas prodotti dall’arrostimento del carbone vergine erano utilizzati dalle industrie dei fertilizzanti, e così via. Si trattava, in sintesi, di un sistema industriale complesso ed interdipendente, pianificato nei minimi dettagli.
Oggi, di quel mondo rimane soltanto la Fornicoke, solamente perché i cinesi hanno deciso di non esportare più coke metallurgico (non ne hanno abbastanza per le loro industrie!), mentre la Ferrania – colpita forse più dall’ingordigia delle banche e dalle mire sulle sue aree – non ha resistito all’impatto del digitale e procede in un’agonia senza fine. Gli altri, sono defunti da tempo.
Questa è già una forma di “decrescita”, poiché anche l’indotto viene trascinato nella polvere dal crollo dei grandi gruppi i quali, apriamo una brevissima parentesi, sono gli unici a potersi permettere la ricerca che potrebbe invertire il percorso. Parentesi chiusa.
Ho preferito portare un solo esempio, giacché so perfettamente che tutti noi abbiamo avuto sotto gli occhi quelle situazioni: dal settore laniero biellese quasi completamente azzerato al triste spettacolo della Olivetti di Ivrea, vetri rotti che testimoniano la fine del “sogno” di Adriano Olivetti, la fabbrica integrata con il territorio e le necessità della popolazione.
In definitiva, senza ombra di dubbio, la quantità di beni e servizi che veniva prodotta mezzo secolo fa era superiore all’attuale: all’epoca, l’Italia era un Paese che costruiva infrastrutture, aziende…la popolazione cresceva e si edificavano case, automobili per spostarsi…s’esportava in Oriente invece d’esportare…
Cresceva l’apparato produttivo ed aumentava la produttività – grazie all’automazione – e quel mondo sembrava correre sereno verso auto sempre più grandi, stipendi più alti, maggiori diritti, centri siderurgici da costruire, porti da ampliare…
Poi, giunse la saturazione.
Non è un fenomeno assurdo ed incomprensibile: nasce, semplicemente, dalla testardaggine di persone che non hanno compreso la ciclicità d’ogni evento. Mentre la natura ci mostra percorsi ciclici da miliardi di anni, l’Uomo s’intestardisce nel pianificare la propria immagine come una retta, un vettore puntato – tanto per creare una meta – verso le stelle, il firmamento.
“Crescita” e “decrescita” – in questo universo fuorviato – sono dunque fenomeni naturali? Avvengono, semplicemente, per il ciclico morire e rinascere dell’Araba Fenice capitalista? L’Uomo, può solo interpretare – al meglio che può – un copione, oppure dovrebbe essere il regista della rappresentazione?
Andiamo avanti.
Capitalismo a senso unico?
Una seconda riflessione ci porta nel “Gotha” industriale italiano: a casa Agnelli, ma non dalle parti dell’Avvocato, bensì nelle stanze del figlio Edoardo, scomparso in tragiche (e, a dir poco, misteriose) circostanze.
L’iconografia ufficiale ci ha sempre mostrato il figlio dell’Avvocato come uno scherzo del destino, ossia una sorta di “hippie” nato, per contrappasso, nella più potente famiglia industriale italiana. Niente di più falso.
Edoardo Agnelli parlò di un suo “futuro” nell’industria ed in economia, in parecchie interviste[2], solo che fece comodo ignorarle. Come, ad esempio, l’intervista ad “Epoca” del 1987 (che non sono riuscito a ritrovare in elettronico: se qualcuno la trova…), che lessi e rilessi – all’epoca – perché la considerai di grande importanza.
Riporto un passo di uno dei tanti articoli[3] comparsi dopo la sua morte, perché qui ritornano – nei ricordi di Marco Bava[4] – gli stessi concetti che Edoardo espresse ad “Epoca”.
“Bava conferma l’approccio pesantemente critico del suo giovane amico nei confronti del capitalismo selvaggio che stava assorbendo anche la FIAT, laddove avrebbe voluto creare un’azienda attenta alle esigenze del Paese e protagonista del suo sviluppo non solo economico ma anche e soprattutto sociale: a fronte delle possibilità economiche che gli si prospettavano, avrebbe voluto investirle affinché la FIAT non fosse più un parassita dello Stato tramite incentivi alla rottamazione e sussidi vari, bensì un attore attivo e attento anche alle scelte strategiche globali all’estero.”
Ricordo che fui così colpito dalla lucidità di questo giovane Agnelli – considerato, nella vulgata, una sorta di “parassita di famiglia” – tanto che lo ricordai in un precedente articolo “Lo strano caso del dottor Fiat e di Mr. Luke[5]”, del quale faccio più in fretta a riportare un estratto:
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Insomma, ben lontano dall’icona del giovane debosciato che è passata alla storia (che dire, allora, del nipote Lapo e del suo amore per le “piste”?), Edoardo Agnelli spiegava (nell’intervista ad “Epoca” del 1987) qual era il suo pensiero, la sua visione della più grande azienda italiana. E c’è da stupirsi.
Erano anni nei quali si discuteva sul futuro dei trasporti – mica come oggi, che si decide soltanto per il diktat di questo o quel gruppo finanziario, per le vicinanze o per le divergenze con la burocrazia europea – e la FIAT , ovviamente, era il fulcro della discussione.
Il pensiero di Edoardo Agnelli, sinteticamente, era questo: ritengo la FIAT una grande opportunità per l’Italia. Il futuro tecnologico del Paese, ovviamente, dovrà essere deciso dalla classe politica: il compito della FIAT sarà quello di farsi trovare preparata all’appuntamento.
Il giovane Agnelli portava anche degli esempi: se la classe politica deciderà di dotarsi di centrali nucleari (tema molto sentito in quegli anni), la FIAT dovrà esser in grado d’entrare in quel mercato. Se, invece, si sceglierà la ferrovia, l’azienda produrrà locomotori. Oppure navi, aerei: insomma, la visione di Edoardo Agnelli era quella di un’azienda che era al servizio del Paese, mica quella di un gruppo che piegava il Paese ai suoi desideri.
Aprendo una parentesi, notiamo che questa impostazione fu quella dei grandi gruppi industriali tedeschi (Krupp, Blohm & Voss, Thyssen, ossia il “capitalismo renano”) che – nel bene e nel male – seguirono le vicende politiche della nazione, nazismo compreso, compiendo la loro funzione di produttori di beni e sopravvivendo a mille rovesci.
Anche il cugino Giovanni Alberto, che diresse per pochi anni la Piaggio, confermava quel modo d’intendere il futuro industriale del paese: il sindaco comunista di Pontedera dell’epoca lo ricorda come una persona con la quale si riusciva sempre a ragionare ed a trovare una soluzione soddisfacente per tutti, un vero capitano d’industria, ma anche un sereno e pacato mediatore fra interessi non sempre convergenti.
Non sapremo mai se le riflessioni di Edoardo Agnelli ed il comportamento del cugino avrebbero aperto una nuova stagione nei rapporti fra il potere politico e gli imprenditori, fra chi deve decidere cosa fare e chi deve attuarlo: un destino tragico si frappone fra noi e quelle risposte.
Un destino che non sappiamo (e mai lo sapremo?) se fu opera del Fato (per entrambi?) oppure degli uomini: non dimentichiamo che “altri” ebbero enormi vantaggi dalla “scomparsa” dei due eredi Agnelli. Ma non è questa la sede per aprire questo, ennesimo vaso di Pandora italiano: altri lo stanno facendo e noi continueremo con la nostra analisi.
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Le parole di Edoardo Agnelli risultano, oggi, quasi profetiche a dimostrare che quel “ragazzo” d’idee ne aveva, ed erano idee adamantine, poiché tornavano a legare, in qualche modo, il mondo dell’industria alla sua funzione primitiva: fornire beni e servizi per migliorare la vita delle persone. Un umanista? Certo. L’umanesimo è forse da aborrire nel mondo dell’impresa? Se la risposta è sì, allora ben venga la cosiddetta globalizzazione, ossia quel nome gentile ed accattivante che cela la cruda realtà: il mercato planetario dei lavoratori, i nuovi schiavi senza diritti.
Oggi, possiamo seguire – passo dopo passo – le scelte FIAT che ignorarono con un’alzata di spalle le impostazioni “renane” di Edoardo Agnelli: il duopolio Giovanni Agnelli/Cesare Romiti i quali, per anni, continuarono a calcare la politica della produzione a basso costo e di basso livello.
Ricordiamo, a latere, che Edoardo Agnelli giunse a rivolgersi – in piena Tangentopoli – a suo padre dandogli del “lei”, per ricordargli che lo statuto della FIAT non comprendeva l’uso della corruzione per gestire gli affari della famiglia. Già, ma era soltanto un visionario.
Intanto, le auto FIAT arrugginivano da sole, distrutte dal “cancro” interno che derivava dalla cattiva qualità dell’acciaio utilizzato, mentre i settori di qualità – come la Lancia – erano abbandonati: la gloriosa casa che un tempo produceva i gioielli che il mondo c’invidiava, i quali vincevano i rally internazionali, fu abbandonata come se fosse un sub-contraente. Ed il gruppo perdeva fette di mercato.
Per contrappeso, fu imposto lo specchietto per le allodole: il marchio Ferrari. Visibilità e clamore mediatico, al posto della qualità nella produzione diretta al vasto pubblico.
L’uomo della Ferrari – Luca di Montezemolo – fu poi “l’esecutore testamentario” di casa Agnelli e ne rappresentò la continuità: mentre, a livello mondiale, l’industria automobilistica iniziava a proporre modelli sperimentali con nuovi propulsori elettrici, celle a combustibile e l’Idrogeno nel serbatoio al posto della benzina la FIAT continuava, imperterrita, nel credere solo nei macinini a petrolio. Ciò che ha condotto, oggi, Marchionne a migrare in Serbia: domani sarà la Mongolia o l’Ecuador, nella continua ricerca del salario più basso.
Oggi, le auto elettriche di nuova concezione non circolano soltanto perché i colossi petroliferi non consentono che parta la distribuzione dell’Idrogeno oppure – come nel caso della Toyota RAV4-EV – perché, semplicemente, i gruppi petroliferi acquistano le case produttrici degli accumulatori (batterie) e poi, con il sorriso sulle labbra, le chiudono[6].
Ma, avere già oggi “in casa” prototipi perfettamente funzionanti e competitivi, sarà domani la “marcia in più” di Toyota e BMW (solo per citarne due), mentre la FIAT continuerà a cercare qualche posto dove la gente lavora per un pezzo di pane.
Ecco dove si divise il destino industriale del maggior gruppo italiano: il pragmatismo del profitto immediato ebbe la meglio sulla programmazione a lungo termine, l’impresa considerata come un “a sé stante” ebbe la meglio su quella che prevedeva anche una sua destinazione sociale.
E, i risultati, non sono certo esaltanti: se non ci sarà la chiusura degli storici stabilimenti di Mirafiori, a Torino, sarà solo perché sarebbe una débacle mediatica ma le produzioni, oramai, sono migrate altrove.
Potremmo allora dividere il pensiero del capitalismo (italiano e non) in due filoni: quello degli Edoardo Agnelli e degli Adriano Olivetti – la fabbrica come luogo di produzione che è, allo stesso tempo, fonte di risorse sufficienti per chi ci lavora (per acquistare, ad esempio, gli stessi prodotti) ed “incastonata” in un quadro di programmazione economica generale – e quello dei Marchionne e delle Marcegaglia: il luogo fisico della creazione del profitto e basta, a qualsiasi costo, senza regole, più soldi per noi e morta lì.
Abbiamo preferito trattare con dovizia l’aspetto industriale della decrescita, perché salta subito agli occhi un dato: una politica di decrescita è possibile solo nel primo caso, mentre nel secondo è addirittura inutile parlarne. Come si può discutere di decrescita (che, ricordiamo, coinvolge la gestione delle risorse disponibili nel Pianeta, oggi scellerata) con chi sostiene unicamente questa assurda ed infinita “moltiplicazione dei pani e dei pesci”?
Non crediamo che le figure sopra citate di “capitalisti illuminati” fossero delle mosche bianche: nel panorama della piccola e media impresa del dopoguerra, erano più frequenti di quel che si pensi.
C’è una terza via, che fu quella battuta dai sistemi di governo che misero sotto il rigido controllo della parte politica l’economia: i paesi del socialismo reale, oppure la compartecipazione (Mitbestimmung, “codecisione”) alla gestione strategica dell’impresa (il dibattito sulla partecipazione agli utili è altra cosa, non prevista dalla normativa – di rango costituzionale – tedesca) che fu talvolta proposta anche dalle destre.
Qui, il dibattito è aperto, poiché i sistemi del socialismo reale dovettero creare di sana pianta una sorta di borghesia interna al partito, la quale doveva svolgere i compiti di coordinamento che sono, invece, appannaggio delle borghesie nel capitalismo. Una borghesia di burocrati che funzionò poco e male, al punto che la piccola corruzione interna – quella del “conosco la sorella del magazziniere nella fabbrica di…” – era il sistema distributivo più efficiente.
I regimi di destra del ‘900 sono invece non-accomunabili perché sostanzialmente diversi: appiattito sulla borghesia capitalista il Fascismo, chiuso in un’autarchia prevalentemente contadina il Franchismo, solo il Nazionalsocialismo ebbe un vivido rapporto (in tutti i sensi) con il capitalismo tedesco, che fu però piegato alle esigenze di programmazione bellica del regime.
E, sia il Fascismo e sia il Nazionalsocialismo, durarono troppo poco per trarne valide conclusioni.
La “codecisione” tedesca è invece argomento più interessante, poiché la decrescita deve per forza essere un percorso deciso in sede politica, e l’industria è attore di questi processi, come del resto gli altri settori economici.
Posto che con l’attuale classe imprenditoriale è impossibile tracciare dei profili di decrescita, e che la stessa classe imprenditoriale italiana attuò una sorta di “notte dei lunghi coltelli” nei confronti dei “capitalisti illuminati”, è solo facendo leva sulla politica – ossia in quel quadro decisionale collettivo che dovrebbe essere il “faro” per la Nazione – che si potranno ottenere dei risultati.
In altre parole, siamo così assordati dal clamore afono di Confindustria – afono perché ripetitivo, privo di spunti di proposta, noioso persino nelle forme – che non rimane altra scelta che smettere d’ascoltarli.
Talvolta, imprenditori e politici accennano a forme di compartecipazione, ma lo fanno in modo strumentale, per avere visibilità momentanea sui media: se veramente desiderassero aprire un dibattito in tal senso, avrebbero tutti i “canali” per farlo.
Un serio dibattito sulla compartecipazione alla gestione delle imprese è invece una proposta che può smuovere intelligenze sopite, far tornare nell’agone della discussione e del confronto le menti, ed annichilire le stupide, sterili e perfettamente allineate al pensiero dominante contrapposizioni destra/sinistra. Che oseremmo oramai ridefinire, per una seconda volta, come “storiche”.
La grande silenziosa: la parte politica
Chiusa in un alveo dorato, la classe politica non viene nemmeno più definita con quel termine bensì, sbrigativamente ed incisivamente, come “Casta”. E, con tutte le ragioni del caso.
Il mutamento della classe dirigente italiana in Casta iniziò negli anni ’80 del secolo scorso: fu un mutamento che, di là degli evidenti fatti storici – pensiamo a Tangentopoli – fu preparata per tempo, con astuzia e chirurgica precisione.
Siccome questo lavoro, per la sua ampiezza, è già più un saggio che un articolo, propongo la lettura del mio “Storia di lucidatori di sedie[7]” per chi desiderasse approfondire le metodologie che furono attuate per giungere all’obiettivo di staccare il ceto politico da qualsiasi legame o controllo da parte degli elettori e, nel contempo, per garantire la fedeltà assoluta degli eletti al sistema bipartisan decisionale.
Se volessimo segnalare qualche data puramente indicativa, il “sistema” prese vigore con la fine delle presidenza Pertini (1985).
Subito dopo, s’insediò alla presidenza uno dei più astuti gestori di grandi interessi, Francesco Cossiga: proprio in quegli anni, i lavoratori persero definitivamente uno degli istituti più importanti per salvaguardare il potere d’acquisto (la cosiddetta “scala mobile”) e l’Italia partecipò, finalmente, ad una vera guerra, la Prima Guerra del Golfo.
Il processo d’espropriazione della legittimità costituzionale, nel voto e nella partecipazione alle decisioni, terminò con la promulgazione della legge elettorale del 2006 (Legge Calderoli, o “porcata”).
E’ fin troppo facile individuare, in questo processo, l’ingombrante opera delle società segrete, la P2 in primis, ma anche il “lavoro” del Partito Socialista dell’epoca, partito nel quale si sono formati personaggi come Cicchitto, Brunetta e Sacconi, coloro che reggono le trame economico/sociali nell’impostazione berlusconiana.
La “scala mobile” – aborrita come il demonio dal capitalismo liberista – era in realtà il legame che univa la produzione dei beni con la disponibilità su larga scala degli stessi. La sua eliminazione consentì al capitalismo d’incamerare ingenti risorse, le quali furono successivamente utilizzate – ricordiamo lo “storico” viaggio di Craxi in Cina – per accelerare quel percorso. Fornendo capitali a Nazioni allora in via di sviluppo, si crearono le basi per la successiva fase di globalizzazione dei mercati.
Prima di questo processo, era già iniziata l’epurazione silente nella sinistra: tutti gli iscritti al PCI che propendevano per una gestione “sociale” dell’economia furono esautorati da posizioni importanti nel partito – pensiamo a Spaventa, Giolitti, Preve e tanti altri, l’espulsione del gruppo del “Manifesto” (la “bolla” d’espulsione fu scritta da D’Alema), ecc – ma il fenomeno più importante fu la cernita nelle piccole amministrazioni, per scalzare i futuri dirigenti di domani ed il grande “bestione metaforico” (come lo definisce Preve), s’avviò verso l’ultimo girone del suo destino, quello dei Veltroni, dei D’Alema, dei Bersani. Il fondo del barile, dopo la raschiatura.
Anche la destra non volle essere da meno: riflettiamo che cacciarono senza il minimo pudore la migliore mente che avevano, ossia Marco Tarchi, pure lui scomodo per quelli (leggi: Fini) che oggi si propongono come i defensor fidei.
Alcuni finirono nella trappola della lotta armata, altri caddero nella droga: i più, si ritirarono semplicemente da ogni velleità di partecipare alla vita democratica del Paese, con la bocca amara ed il fegato marcio.
Nella galassia centrista fu la morte di Moro a sentenziare il de profundis per un’interpretazione del cattolicesimo che si differenziasse da quella sancita nelle stanze vaticane: se mons. Romero – un martire nei fatti, senza ombre – non è ancora Beato, qualcosa vorrà pur dire. Soprattutto, alla luce di un “Renatino” della Magliana sepolto nella basilica di S. Apollinare, regno dell’Opus Dei.
Così, i tanti movimenti di rinnovamento – nel cattolicesimo – finirono per occupare una posizione a latere della dottrina e della prassi: dei due relatori al Concilio Vaticano II – Hans Kung e Joseph Ratzinger – sappiamo che il primo, voce critica, è tuttora solo un professore di teologia. Il secondo…
Perciò, i cattolici che scorgevano e praticavano una profonda motivazione sociale nel loro credo, oggi li ritroviamo su posizioni chiaramente anti-liberiste, nelle lotte per la gestione pubblica dell’acqua, contro la guerra, le mille mistificazioni, ecc…oppure (pochi) nel PD. Auguri per quest’ultimi.
Non possiamo, quindi, rivolgerci a questa classe politica per attuare politiche di decrescita – sono tutti sfegatati liberisti! – ma possiamo parlare ai loro elettori, e lo facciamo più spesso di quel che si creda: il forte astensionismo alle ultime elezioni, qualcosa mostra.
Nei confronti della classe politica, l’unica richiesta che possiamo fare – e sarebbe opportuno battere spesso questo chiodo – è quella di una riforma della legge elettorale. Bersani l’ha chiesta, ma non crediamo che il nostro intendimento collimi con il suo.
L’unica legge elettorale che può far “saltare il tappo” – ossia rimescolare le carte e far giungere sui banchi del Parlamento una nuova classe politica – deve, forzatamente, essere perfettamente proporzionale e senza sbarramenti: altrimenti, tornerebbero i soliti trucchi di sempre.
Inoltre, si dovrebbe chiedere a gran voce una legge elettorale che consenta di presentare liste come in Germania: 50 firme vidimate dal segretario comunale.
Se qualcuno ancora crede che le leggi elettorali siano una garanzia di “governabilità”, s’accomodi all’edicola, acquisti un giornale, oppure apra il sito Web di un quotidiano…e s’abbeveri di tanta “governabilità”. “Governare” significa saper trarre la sintesi delle istanze che giungono dalla società, non appoggiare una fazione a scapito dell’altra finché dura: per le lotte fratricide fra Guelfi e Ghibellini, basta rileggere Dante.
Da circa 20-25 anni, l’Italia non ha più governo che non sia una quasi paradossale applicazione della dottrina marxista da parte della borghesia, la quale – con la caduta dell’URSS – pensò semplicemente d’aver arraffato un Paese al Lotto. L’attività “di governo” è ridotta semplicemente alla ripartizione delle sfere di potere, che si regge a sua volta sulla lotta fra gruppi per interessi convergenti/divergenti: anche all’estero il fenomeno è attuale ma, nel Belpaese – per una serie di ragioni che sarebbe qui inutile riproporre – il fenomeno è più “avanzato” e marcato. Da noi, Bossi e Berlusconi – per il loro modo di concepire i rapporti politici – se la giocano con Beria e Stalin
L’unico modo, per giungere ad attuare nuove modalità economiche, è quello di far saltare questo ingombrante “tappo” della Casta e, l’unica prassi da seguire (per ora), è continuare come stiamo facendo, coinvolgendo sempre di più gli italiani – stufi dei soliti teatrini – con proposte serie.
Qualcuno obietterà che il trastullarsi fra le tastiere è tempo perso ma, a ben vedere, questo “trastullo” è l’unica, vera novità del panorama politico italiano.
Ci sono, ovviamente, molti modi di passare il tempo al PC: c’è il pessimismo di chi non crede più ad altre proposte che non siano un mutamento profondo – oseremmo affermare “esistenziale” – dell’essere umano e chi, invece, ritiene che su precise proposte si potrebbe trovare unità d’intenti, anche per la decrescita. Ci sono poi quelli che, mascherati con fantasiosi nick, postano i loro commenti dalle sedi dei partiti: ce ne potesse fregar di meno.
Nella seconda parte scenderemo quindi con maggior precisione ad analizzare i meccanismi insiti nel processo di produzione dei beni e dell’organizzazione dei servizi. Per concludere, nella terza parte, con la sintesi e qualche proposta politica operativa.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
Gira e rigira, quando si parla di decrescita, si finisce sempre per litigare.
Sembra quasi una “spesa pazza” al supermercato, nella quale ciascuno osserva il carrello dell’altro e si chiede se sia il vicino alla cassa il maggior consumista, il responsabile dei mucchi di rifiuti che debordano. Poi, c’è chi ritiene di non avere abbastanza e si chiede: perché dovrei avere di meno?
La faccenda assume toni planetari quando, qualche giornalista, politico, scrittore…statunitense, pone principi “planetari” per decrescere. Apriti cielo! Proprio lui – cittadino della nazione idrovora delle risorse mondiali – chiede agli altri di fare sacrifici?!? Un bailamme senza fine.
Ma, decrescere, significa avere di meno? Vuol dire tornare indietro, vivere peggio?
Forse, prima di parlare di decrescita, bisognerebbe aver chiaro cosa significa “crescere” poiché, mai come in questo caso, la lingua è una sequenza di tranelli.
Liquidando la faccenda in modo moooolto semplicistico, si potrebbe affermare che a crescere è la quantità di beni e servizi a disposizione dell’essere umano. Già, ma di quale essere umano? Del filippino o del francese? Del grande proprietario terriero filippino o dell’operaio francese della banlieue? E poi: quale deve essere la qualità, la durata e l’effettiva fruibilità di quei beni e di quei servizi?
Infine: di quale tipo di “beni e servizi”? Gli afgani, oggi, sono forse la popolazione che può osservare scorrere dalle finestre di casa il miglior “campionario” di beni e servizi tecnologici. Forse se la giocano con i palestinesi, che hanno il record d’esser già oggi bersagli del primo videogioco-reality del pianeta[1].
Entrambi, non sono molto soddisfatti per la “quantità e la qualità di beni e servizi” che si “prendono cura” delle loro vite. Anche se la loro realtà sembra molto distante dalla nostra, vedremo che – concettualmente – non siamo poi così lontani come parrebbe.
Un serio discorso sulla decrescita è inseparabile da un’analisi sulla produzione di beni e servizi, sulla qualità degli stessi, sulla loro durata (od obsolescenza programmata), sugli attori del processo di produzione, sui loro diritti e doveri, sui compiti della classe politica. Infine, sulle proposte attuabili per invertire il senso di marcia di un’umanità impazzita.
Un serio discorso sulla decrescita non può essere proposto in poche righe: perciò, ho deciso di suddividere un lungo articolo tre parti. In realtà, si tratta di un saggio: una prima parte centrata sugli attori dei processi produttivi, una seconda sui beni e sui servizi ed una terza che sarà la sintesi, dove proveremo a tracciare qualche proposta operativa.
Ho preferito, per le due prime parti, mantenere un’esposizione più didascalica, proprio – com’è nel mio stile – per mettere in sintonia esperienze comuni, dalle quali nascono riflessioni condivise, senza le quali ogni sintesi risulta monca poiché perfetta sotto l’aspetto razionale, ma scipita per scarsa consapevolezza.
Nella terza parte, invece, dovremo “raccogliere” ciò che avremo “seminato” nelle prime due. Attualmente, la seconda parte è quasi conclusa mentre della terza non ho ancora scritto una parola, proprio perché attendo riscontri, critiche, suggerimenti, ecc.
Signori: in carrozza.
Parte Prima
Decrescita “oggettiva” in salsa capitalista
E’ strano tornare, dopo tanti anni, a varcare le porte delle piccole imprese, quelle con qualche decina di dipendenti, al massimo cento, duecento persone. Lo faccio perché, talvolta, mi serve qualche pezzo od intervento specialistico per sistemare la mia barca.
Così, in queste limpide mattine d’Estate, torno a vedere quel mondo che ben ricordo: d’Estate, un tempo, gli studenti andavano a lavorare in fabbrica per raggranellare qualche soldo, ed io non ero un’eccezione.
E poi: mio padre e mio suocero, entrambi orgogliosi d’aver lavorato per decenni nelle industrie che “facevano qualcosa”…“qualcosa” che era destinato alla gente, per vivere meglio, per avere di più.
Oggi, calcando quelle sale d’attesa nuovissime, quegli arredamenti lindi in fibra sintetica ed acciaio, si respira la medesima aria: quella del “voler fare”. Certo, anche per arricchirsi oppure per mantenere il posto di lavoro.
Grattata la vernice, però, qualche defaillance viene a galla.
Sto cercando chi possa cromare due bocchettoni.
«Vada a C…là fanno le cromature.»
«Ma…c’è ancora quella fabbrica?»
L’uomo allarga le braccia: «C’era…oppure provi a telefonare a questo numero…»
«Questi…cromano?»
«No, però sanno chi croma…»
L’impressione che si ricava “a pelle” è che un mondo il quale, per semplicità, potremmo indicare come intriso “d’etica del lavoro” sopravviva nei suoi valori, mentre nella realtà perda colpi, si stia squagliando. Spieghiamo meglio con un esempio.
I grandi investimenti della prima metà del Novecento, nell’entroterra savonese, erano centrati sulla produzione di coke metallurgico (Fornicoke), prodotti chimici per l’industria (ACNA) e per l’agricoltura (Montedison). Completavano il quadro il settore fotografico (Ferrania, poi 3M) ed una miriade di piccole aziende di supporto, dal legno al metallo, dalla plastica all’elettricità…il cosiddetto “indotto”, il quale, però, non viveva solo di grandi commesse da parte delle grandi aziende, perché svolgevano reciproci compiti di manutenzione ed operava anche per l’utenza privata.
C’era, inoltre, una gestione dei sottoprodotti più intelligente: scarti dell’industria del carbone diventavano materia prima per i cementifici, i gas prodotti dall’arrostimento del carbone vergine erano utilizzati dalle industrie dei fertilizzanti, e così via. Si trattava, in sintesi, di un sistema industriale complesso ed interdipendente, pianificato nei minimi dettagli.
Oggi, di quel mondo rimane soltanto la Fornicoke, solamente perché i cinesi hanno deciso di non esportare più coke metallurgico (non ne hanno abbastanza per le loro industrie!), mentre la Ferrania – colpita forse più dall’ingordigia delle banche e dalle mire sulle sue aree – non ha resistito all’impatto del digitale e procede in un’agonia senza fine. Gli altri, sono defunti da tempo.
Questa è già una forma di “decrescita”, poiché anche l’indotto viene trascinato nella polvere dal crollo dei grandi gruppi i quali, apriamo una brevissima parentesi, sono gli unici a potersi permettere la ricerca che potrebbe invertire il percorso. Parentesi chiusa.
Ho preferito portare un solo esempio, giacché so perfettamente che tutti noi abbiamo avuto sotto gli occhi quelle situazioni: dal settore laniero biellese quasi completamente azzerato al triste spettacolo della Olivetti di Ivrea, vetri rotti che testimoniano la fine del “sogno” di Adriano Olivetti, la fabbrica integrata con il territorio e le necessità della popolazione.
In definitiva, senza ombra di dubbio, la quantità di beni e servizi che veniva prodotta mezzo secolo fa era superiore all’attuale: all’epoca, l’Italia era un Paese che costruiva infrastrutture, aziende…la popolazione cresceva e si edificavano case, automobili per spostarsi…s’esportava in Oriente invece d’esportare…
Cresceva l’apparato produttivo ed aumentava la produttività – grazie all’automazione – e quel mondo sembrava correre sereno verso auto sempre più grandi, stipendi più alti, maggiori diritti, centri siderurgici da costruire, porti da ampliare…
Poi, giunse la saturazione.
Non è un fenomeno assurdo ed incomprensibile: nasce, semplicemente, dalla testardaggine di persone che non hanno compreso la ciclicità d’ogni evento. Mentre la natura ci mostra percorsi ciclici da miliardi di anni, l’Uomo s’intestardisce nel pianificare la propria immagine come una retta, un vettore puntato – tanto per creare una meta – verso le stelle, il firmamento.
“Crescita” e “decrescita” – in questo universo fuorviato – sono dunque fenomeni naturali? Avvengono, semplicemente, per il ciclico morire e rinascere dell’Araba Fenice capitalista? L’Uomo, può solo interpretare – al meglio che può – un copione, oppure dovrebbe essere il regista della rappresentazione?
Andiamo avanti.
Capitalismo a senso unico?
Una seconda riflessione ci porta nel “Gotha” industriale italiano: a casa Agnelli, ma non dalle parti dell’Avvocato, bensì nelle stanze del figlio Edoardo, scomparso in tragiche (e, a dir poco, misteriose) circostanze.
L’iconografia ufficiale ci ha sempre mostrato il figlio dell’Avvocato come uno scherzo del destino, ossia una sorta di “hippie” nato, per contrappasso, nella più potente famiglia industriale italiana. Niente di più falso.
Edoardo Agnelli parlò di un suo “futuro” nell’industria ed in economia, in parecchie interviste[2], solo che fece comodo ignorarle. Come, ad esempio, l’intervista ad “Epoca” del 1987 (che non sono riuscito a ritrovare in elettronico: se qualcuno la trova…), che lessi e rilessi – all’epoca – perché la considerai di grande importanza.
Riporto un passo di uno dei tanti articoli[3] comparsi dopo la sua morte, perché qui ritornano – nei ricordi di Marco Bava[4] – gli stessi concetti che Edoardo espresse ad “Epoca”.
“Bava conferma l’approccio pesantemente critico del suo giovane amico nei confronti del capitalismo selvaggio che stava assorbendo anche la FIAT, laddove avrebbe voluto creare un’azienda attenta alle esigenze del Paese e protagonista del suo sviluppo non solo economico ma anche e soprattutto sociale: a fronte delle possibilità economiche che gli si prospettavano, avrebbe voluto investirle affinché la FIAT non fosse più un parassita dello Stato tramite incentivi alla rottamazione e sussidi vari, bensì un attore attivo e attento anche alle scelte strategiche globali all’estero.”
Ricordo che fui così colpito dalla lucidità di questo giovane Agnelli – considerato, nella vulgata, una sorta di “parassita di famiglia” – tanto che lo ricordai in un precedente articolo “Lo strano caso del dottor Fiat e di Mr. Luke[5]”, del quale faccio più in fretta a riportare un estratto:
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Insomma, ben lontano dall’icona del giovane debosciato che è passata alla storia (che dire, allora, del nipote Lapo e del suo amore per le “piste”?), Edoardo Agnelli spiegava (nell’intervista ad “Epoca” del 1987) qual era il suo pensiero, la sua visione della più grande azienda italiana. E c’è da stupirsi.
Erano anni nei quali si discuteva sul futuro dei trasporti – mica come oggi, che si decide soltanto per il diktat di questo o quel gruppo finanziario, per le vicinanze o per le divergenze con la burocrazia europea – e la FIAT , ovviamente, era il fulcro della discussione.
Il pensiero di Edoardo Agnelli, sinteticamente, era questo: ritengo la FIAT una grande opportunità per l’Italia. Il futuro tecnologico del Paese, ovviamente, dovrà essere deciso dalla classe politica: il compito della FIAT sarà quello di farsi trovare preparata all’appuntamento.
Il giovane Agnelli portava anche degli esempi: se la classe politica deciderà di dotarsi di centrali nucleari (tema molto sentito in quegli anni), la FIAT dovrà esser in grado d’entrare in quel mercato. Se, invece, si sceglierà la ferrovia, l’azienda produrrà locomotori. Oppure navi, aerei: insomma, la visione di Edoardo Agnelli era quella di un’azienda che era al servizio del Paese, mica quella di un gruppo che piegava il Paese ai suoi desideri.
Aprendo una parentesi, notiamo che questa impostazione fu quella dei grandi gruppi industriali tedeschi (Krupp, Blohm & Voss, Thyssen, ossia il “capitalismo renano”) che – nel bene e nel male – seguirono le vicende politiche della nazione, nazismo compreso, compiendo la loro funzione di produttori di beni e sopravvivendo a mille rovesci.
Anche il cugino Giovanni Alberto, che diresse per pochi anni la Piaggio, confermava quel modo d’intendere il futuro industriale del paese: il sindaco comunista di Pontedera dell’epoca lo ricorda come una persona con la quale si riusciva sempre a ragionare ed a trovare una soluzione soddisfacente per tutti, un vero capitano d’industria, ma anche un sereno e pacato mediatore fra interessi non sempre convergenti.
Non sapremo mai se le riflessioni di Edoardo Agnelli ed il comportamento del cugino avrebbero aperto una nuova stagione nei rapporti fra il potere politico e gli imprenditori, fra chi deve decidere cosa fare e chi deve attuarlo: un destino tragico si frappone fra noi e quelle risposte.
Un destino che non sappiamo (e mai lo sapremo?) se fu opera del Fato (per entrambi?) oppure degli uomini: non dimentichiamo che “altri” ebbero enormi vantaggi dalla “scomparsa” dei due eredi Agnelli. Ma non è questa la sede per aprire questo, ennesimo vaso di Pandora italiano: altri lo stanno facendo e noi continueremo con la nostra analisi.
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Le parole di Edoardo Agnelli risultano, oggi, quasi profetiche a dimostrare che quel “ragazzo” d’idee ne aveva, ed erano idee adamantine, poiché tornavano a legare, in qualche modo, il mondo dell’industria alla sua funzione primitiva: fornire beni e servizi per migliorare la vita delle persone. Un umanista? Certo. L’umanesimo è forse da aborrire nel mondo dell’impresa? Se la risposta è sì, allora ben venga la cosiddetta globalizzazione, ossia quel nome gentile ed accattivante che cela la cruda realtà: il mercato planetario dei lavoratori, i nuovi schiavi senza diritti.
Oggi, possiamo seguire – passo dopo passo – le scelte FIAT che ignorarono con un’alzata di spalle le impostazioni “renane” di Edoardo Agnelli: il duopolio Giovanni Agnelli/Cesare Romiti i quali, per anni, continuarono a calcare la politica della produzione a basso costo e di basso livello.
Ricordiamo, a latere, che Edoardo Agnelli giunse a rivolgersi – in piena Tangentopoli – a suo padre dandogli del “lei”, per ricordargli che lo statuto della FIAT non comprendeva l’uso della corruzione per gestire gli affari della famiglia. Già, ma era soltanto un visionario.
Intanto, le auto FIAT arrugginivano da sole, distrutte dal “cancro” interno che derivava dalla cattiva qualità dell’acciaio utilizzato, mentre i settori di qualità – come la Lancia – erano abbandonati: la gloriosa casa che un tempo produceva i gioielli che il mondo c’invidiava, i quali vincevano i rally internazionali, fu abbandonata come se fosse un sub-contraente. Ed il gruppo perdeva fette di mercato.
Per contrappeso, fu imposto lo specchietto per le allodole: il marchio Ferrari. Visibilità e clamore mediatico, al posto della qualità nella produzione diretta al vasto pubblico.
L’uomo della Ferrari – Luca di Montezemolo – fu poi “l’esecutore testamentario” di casa Agnelli e ne rappresentò la continuità: mentre, a livello mondiale, l’industria automobilistica iniziava a proporre modelli sperimentali con nuovi propulsori elettrici, celle a combustibile e l’Idrogeno nel serbatoio al posto della benzina la FIAT continuava, imperterrita, nel credere solo nei macinini a petrolio. Ciò che ha condotto, oggi, Marchionne a migrare in Serbia: domani sarà la Mongolia o l’Ecuador, nella continua ricerca del salario più basso.
Oggi, le auto elettriche di nuova concezione non circolano soltanto perché i colossi petroliferi non consentono che parta la distribuzione dell’Idrogeno oppure – come nel caso della Toyota RAV4-EV – perché, semplicemente, i gruppi petroliferi acquistano le case produttrici degli accumulatori (batterie) e poi, con il sorriso sulle labbra, le chiudono[6].
Ma, avere già oggi “in casa” prototipi perfettamente funzionanti e competitivi, sarà domani la “marcia in più” di Toyota e BMW (solo per citarne due), mentre la FIAT continuerà a cercare qualche posto dove la gente lavora per un pezzo di pane.
Ecco dove si divise il destino industriale del maggior gruppo italiano: il pragmatismo del profitto immediato ebbe la meglio sulla programmazione a lungo termine, l’impresa considerata come un “a sé stante” ebbe la meglio su quella che prevedeva anche una sua destinazione sociale.
E, i risultati, non sono certo esaltanti: se non ci sarà la chiusura degli storici stabilimenti di Mirafiori, a Torino, sarà solo perché sarebbe una débacle mediatica ma le produzioni, oramai, sono migrate altrove.
Potremmo allora dividere il pensiero del capitalismo (italiano e non) in due filoni: quello degli Edoardo Agnelli e degli Adriano Olivetti – la fabbrica come luogo di produzione che è, allo stesso tempo, fonte di risorse sufficienti per chi ci lavora (per acquistare, ad esempio, gli stessi prodotti) ed “incastonata” in un quadro di programmazione economica generale – e quello dei Marchionne e delle Marcegaglia: il luogo fisico della creazione del profitto e basta, a qualsiasi costo, senza regole, più soldi per noi e morta lì.
Abbiamo preferito trattare con dovizia l’aspetto industriale della decrescita, perché salta subito agli occhi un dato: una politica di decrescita è possibile solo nel primo caso, mentre nel secondo è addirittura inutile parlarne. Come si può discutere di decrescita (che, ricordiamo, coinvolge la gestione delle risorse disponibili nel Pianeta, oggi scellerata) con chi sostiene unicamente questa assurda ed infinita “moltiplicazione dei pani e dei pesci”?
Non crediamo che le figure sopra citate di “capitalisti illuminati” fossero delle mosche bianche: nel panorama della piccola e media impresa del dopoguerra, erano più frequenti di quel che si pensi.
C’è una terza via, che fu quella battuta dai sistemi di governo che misero sotto il rigido controllo della parte politica l’economia: i paesi del socialismo reale, oppure la compartecipazione (Mitbestimmung, “codecisione”) alla gestione strategica dell’impresa (il dibattito sulla partecipazione agli utili è altra cosa, non prevista dalla normativa – di rango costituzionale – tedesca) che fu talvolta proposta anche dalle destre.
Qui, il dibattito è aperto, poiché i sistemi del socialismo reale dovettero creare di sana pianta una sorta di borghesia interna al partito, la quale doveva svolgere i compiti di coordinamento che sono, invece, appannaggio delle borghesie nel capitalismo. Una borghesia di burocrati che funzionò poco e male, al punto che la piccola corruzione interna – quella del “conosco la sorella del magazziniere nella fabbrica di…” – era il sistema distributivo più efficiente.
I regimi di destra del ‘900 sono invece non-accomunabili perché sostanzialmente diversi: appiattito sulla borghesia capitalista il Fascismo, chiuso in un’autarchia prevalentemente contadina il Franchismo, solo il Nazionalsocialismo ebbe un vivido rapporto (in tutti i sensi) con il capitalismo tedesco, che fu però piegato alle esigenze di programmazione bellica del regime.
E, sia il Fascismo e sia il Nazionalsocialismo, durarono troppo poco per trarne valide conclusioni.
La “codecisione” tedesca è invece argomento più interessante, poiché la decrescita deve per forza essere un percorso deciso in sede politica, e l’industria è attore di questi processi, come del resto gli altri settori economici.
Posto che con l’attuale classe imprenditoriale è impossibile tracciare dei profili di decrescita, e che la stessa classe imprenditoriale italiana attuò una sorta di “notte dei lunghi coltelli” nei confronti dei “capitalisti illuminati”, è solo facendo leva sulla politica – ossia in quel quadro decisionale collettivo che dovrebbe essere il “faro” per la Nazione – che si potranno ottenere dei risultati.
In altre parole, siamo così assordati dal clamore afono di Confindustria – afono perché ripetitivo, privo di spunti di proposta, noioso persino nelle forme – che non rimane altra scelta che smettere d’ascoltarli.
Talvolta, imprenditori e politici accennano a forme di compartecipazione, ma lo fanno in modo strumentale, per avere visibilità momentanea sui media: se veramente desiderassero aprire un dibattito in tal senso, avrebbero tutti i “canali” per farlo.
Un serio dibattito sulla compartecipazione alla gestione delle imprese è invece una proposta che può smuovere intelligenze sopite, far tornare nell’agone della discussione e del confronto le menti, ed annichilire le stupide, sterili e perfettamente allineate al pensiero dominante contrapposizioni destra/sinistra. Che oseremmo oramai ridefinire, per una seconda volta, come “storiche”.
La grande silenziosa: la parte politica
Chiusa in un alveo dorato, la classe politica non viene nemmeno più definita con quel termine bensì, sbrigativamente ed incisivamente, come “Casta”. E, con tutte le ragioni del caso.
Il mutamento della classe dirigente italiana in Casta iniziò negli anni ’80 del secolo scorso: fu un mutamento che, di là degli evidenti fatti storici – pensiamo a Tangentopoli – fu preparata per tempo, con astuzia e chirurgica precisione.
Siccome questo lavoro, per la sua ampiezza, è già più un saggio che un articolo, propongo la lettura del mio “Storia di lucidatori di sedie[7]” per chi desiderasse approfondire le metodologie che furono attuate per giungere all’obiettivo di staccare il ceto politico da qualsiasi legame o controllo da parte degli elettori e, nel contempo, per garantire la fedeltà assoluta degli eletti al sistema bipartisan decisionale.
Se volessimo segnalare qualche data puramente indicativa, il “sistema” prese vigore con la fine delle presidenza Pertini (1985).
Subito dopo, s’insediò alla presidenza uno dei più astuti gestori di grandi interessi, Francesco Cossiga: proprio in quegli anni, i lavoratori persero definitivamente uno degli istituti più importanti per salvaguardare il potere d’acquisto (la cosiddetta “scala mobile”) e l’Italia partecipò, finalmente, ad una vera guerra, la Prima Guerra del Golfo.
Il processo d’espropriazione della legittimità costituzionale, nel voto e nella partecipazione alle decisioni, terminò con la promulgazione della legge elettorale del 2006 (Legge Calderoli, o “porcata”).
E’ fin troppo facile individuare, in questo processo, l’ingombrante opera delle società segrete, la P2 in primis, ma anche il “lavoro” del Partito Socialista dell’epoca, partito nel quale si sono formati personaggi come Cicchitto, Brunetta e Sacconi, coloro che reggono le trame economico/sociali nell’impostazione berlusconiana.
La “scala mobile” – aborrita come il demonio dal capitalismo liberista – era in realtà il legame che univa la produzione dei beni con la disponibilità su larga scala degli stessi. La sua eliminazione consentì al capitalismo d’incamerare ingenti risorse, le quali furono successivamente utilizzate – ricordiamo lo “storico” viaggio di Craxi in Cina – per accelerare quel percorso. Fornendo capitali a Nazioni allora in via di sviluppo, si crearono le basi per la successiva fase di globalizzazione dei mercati.
Prima di questo processo, era già iniziata l’epurazione silente nella sinistra: tutti gli iscritti al PCI che propendevano per una gestione “sociale” dell’economia furono esautorati da posizioni importanti nel partito – pensiamo a Spaventa, Giolitti, Preve e tanti altri, l’espulsione del gruppo del “Manifesto” (la “bolla” d’espulsione fu scritta da D’Alema), ecc – ma il fenomeno più importante fu la cernita nelle piccole amministrazioni, per scalzare i futuri dirigenti di domani ed il grande “bestione metaforico” (come lo definisce Preve), s’avviò verso l’ultimo girone del suo destino, quello dei Veltroni, dei D’Alema, dei Bersani. Il fondo del barile, dopo la raschiatura.
Anche la destra non volle essere da meno: riflettiamo che cacciarono senza il minimo pudore la migliore mente che avevano, ossia Marco Tarchi, pure lui scomodo per quelli (leggi: Fini) che oggi si propongono come i defensor fidei.
Alcuni finirono nella trappola della lotta armata, altri caddero nella droga: i più, si ritirarono semplicemente da ogni velleità di partecipare alla vita democratica del Paese, con la bocca amara ed il fegato marcio.
Nella galassia centrista fu la morte di Moro a sentenziare il de profundis per un’interpretazione del cattolicesimo che si differenziasse da quella sancita nelle stanze vaticane: se mons. Romero – un martire nei fatti, senza ombre – non è ancora Beato, qualcosa vorrà pur dire. Soprattutto, alla luce di un “Renatino” della Magliana sepolto nella basilica di S. Apollinare, regno dell’Opus Dei.
Così, i tanti movimenti di rinnovamento – nel cattolicesimo – finirono per occupare una posizione a latere della dottrina e della prassi: dei due relatori al Concilio Vaticano II – Hans Kung e Joseph Ratzinger – sappiamo che il primo, voce critica, è tuttora solo un professore di teologia. Il secondo…
Perciò, i cattolici che scorgevano e praticavano una profonda motivazione sociale nel loro credo, oggi li ritroviamo su posizioni chiaramente anti-liberiste, nelle lotte per la gestione pubblica dell’acqua, contro la guerra, le mille mistificazioni, ecc…oppure (pochi) nel PD. Auguri per quest’ultimi.
Non possiamo, quindi, rivolgerci a questa classe politica per attuare politiche di decrescita – sono tutti sfegatati liberisti! – ma possiamo parlare ai loro elettori, e lo facciamo più spesso di quel che si creda: il forte astensionismo alle ultime elezioni, qualcosa mostra.
Nei confronti della classe politica, l’unica richiesta che possiamo fare – e sarebbe opportuno battere spesso questo chiodo – è quella di una riforma della legge elettorale. Bersani l’ha chiesta, ma non crediamo che il nostro intendimento collimi con il suo.
L’unica legge elettorale che può far “saltare il tappo” – ossia rimescolare le carte e far giungere sui banchi del Parlamento una nuova classe politica – deve, forzatamente, essere perfettamente proporzionale e senza sbarramenti: altrimenti, tornerebbero i soliti trucchi di sempre.
Inoltre, si dovrebbe chiedere a gran voce una legge elettorale che consenta di presentare liste come in Germania: 50 firme vidimate dal segretario comunale.
Se qualcuno ancora crede che le leggi elettorali siano una garanzia di “governabilità”, s’accomodi all’edicola, acquisti un giornale, oppure apra il sito Web di un quotidiano…e s’abbeveri di tanta “governabilità”. “Governare” significa saper trarre la sintesi delle istanze che giungono dalla società, non appoggiare una fazione a scapito dell’altra finché dura: per le lotte fratricide fra Guelfi e Ghibellini, basta rileggere Dante.
Da circa 20-25 anni, l’Italia non ha più governo che non sia una quasi paradossale applicazione della dottrina marxista da parte della borghesia, la quale – con la caduta dell’URSS – pensò semplicemente d’aver arraffato un Paese al Lotto. L’attività “di governo” è ridotta semplicemente alla ripartizione delle sfere di potere, che si regge a sua volta sulla lotta fra gruppi per interessi convergenti/divergenti: anche all’estero il fenomeno è attuale ma, nel Belpaese – per una serie di ragioni che sarebbe qui inutile riproporre – il fenomeno è più “avanzato” e marcato. Da noi, Bossi e Berlusconi – per il loro modo di concepire i rapporti politici – se la giocano con Beria e Stalin
L’unico modo, per giungere ad attuare nuove modalità economiche, è quello di far saltare questo ingombrante “tappo” della Casta e, l’unica prassi da seguire (per ora), è continuare come stiamo facendo, coinvolgendo sempre di più gli italiani – stufi dei soliti teatrini – con proposte serie.
Qualcuno obietterà che il trastullarsi fra le tastiere è tempo perso ma, a ben vedere, questo “trastullo” è l’unica, vera novità del panorama politico italiano.
Ci sono, ovviamente, molti modi di passare il tempo al PC: c’è il pessimismo di chi non crede più ad altre proposte che non siano un mutamento profondo – oseremmo affermare “esistenziale” – dell’essere umano e chi, invece, ritiene che su precise proposte si potrebbe trovare unità d’intenti, anche per la decrescita. Ci sono poi quelli che, mascherati con fantasiosi nick, postano i loro commenti dalle sedi dei partiti: ce ne potesse fregar di meno.
Nella seconda parte scenderemo quindi con maggior precisione ad analizzare i meccanismi insiti nel processo di produzione dei beni e dell’organizzazione dei servizi. Per concludere, nella terza parte, con la sintesi e qualche proposta politica operativa.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=7269
[2] Vedi: http://www.namir.it/AGNELLI/ilfiglio.htm
[3] Vedi: http://www.eurasia-rivista.org/2851/la-morte-di-edoardo-agnelli
[4] Marco Bava, consulente finanziario ed amico di Edoardo.
[5] Vedi: http://www.disinformazione.it/dottor_fiat.htm
[6] Vedi: http://auto-elettriche.blogspot.com/2009/04/auto-elettriche-toyota-rav4ev.html
[7] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/storia-di-lucidatori-di-sedie.html