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19 marzo 2020

Dove sono finiti i soldi per gli ospedali?

Camion dell'Esercito trasportano bare a Bergamo


A Bergamo si muore. Come ai tempi dei monatti, della peste di manzoniana memoria. A Bergamo medici ed infermieri sono tornati carne da cannone, sono inviati al macello come i giovani sottotenenti della Prima Guerra Mondiale. Non facevano in tempo a nominarli ufficialmente che erano già morti. “Sua Maestà comunica che vostro figlio…Aspirante Sottotenente del 27° battaglione, Divisione…è caduto per la Patria al fronte…eccetera…
Morivano come le mosche, perché gli austriaci sapevano che “quello con la pistola” che andava all’assalto era il sottotenente e, morto quello, l’assalto si scompaginava. C’erano appositi cecchini, pronti per loro nelle trincee. Alcuni giovani ufficiali, per non farsi riconoscere, prendevano il fucile di un caduto e andavano all’assalto.

Oggi, giovani medici appena laureati – cos’è la specializzazione? Nulla! E l’esame di Stato? Niente! – con ancora in bocca il sapore della torta della festa di laurea si vedono sbattuti in corsia, muniti di scafandro asettico (se c’è!), in compagnia d’infermieri che barcollano per la stanchezza, stralunati fra le flebo da mettere e i monitor dell’ossigenazione del sangue da controllare, con i campanelli che suonano, la gente che chiede, magari con rispetto e comprensione per quello che sta accadendo, ma chiedono. Perché stanno male, hanno paura: domandano un bicchiere d’acqua e la grazia.

Perché siamo giunti a non avere più una struttura sanitaria all’altezza della situazione? Magari abbastanza buona nelle regioni del Nord, ma al Nord vive più della metà della popolazione italiana, mentre il governo sa bene che deve assolutamente fermare sulla “linea gotica” il propagarsi del contagio, perché se arriva al Centro-Sud non ci saranno che pochi ospedali, pochi posti in rianimazione, poco di tutto.
La vicenda della sanità italiana – del suo smantellamento, chiamato anche “privatizzazione” – non è diverso da quello della privatizzazione delle autostrade o della scuola, per la quale la Costituzione recita “senza oneri per lo Stato”, riferendosi alle scuole private, ed invece con i soliti sotterfugi si passa oltre anche alla Costituzione.

Ma la vicenda più eclatante, che pochi conoscono, è stato il vero e proprio drenaggio dei bilanci di molti ministeri – due in primis: Sanità e Scuola (vi siete chiesti perché Fioramonti ha sbattuto la porta e se n’è andato?) – a favore di un solo “vincitore” della battaglia, il ministero della Difesa.
In questi pochi anni, diciamo una decina, s’è visto un fiorire d’iniziative per armare il Paese e non si può nemmeno incolpare destra o sinistra, alto e basso, perché questi provvedimenti sono programmi che durano decenni, e con la volatilità dei governi italiani non ci si può affidare a questo o quello. Meglio fidarsi di qualcuno che sta più in alto e li controlla tutti, non sto a far nomi perché tanto sapete a chi mi riferisco.

L’Italia sembra che debba andare in guerra – F-35 e ben 4 portaerei! Sapete che, presto, l’Italia avrà ben 4 portaerei? (1) – e contro chi, di grazia? E’ pur vero che, seguendo l’adagio latino – si vis pacem para bellum – i mezzi da guerra si preparano nei tempi di pace ma un’idea di politica estera, e dunque di programmazione militare, bisognerà pur averla?
In pochi anni, il tonnellaggio della Marina Militare è raddoppiato – se guardiamo agli anni ’80 addirittura triplicato! – e non sappiamo perché, chi è la minaccia, cosa prevedono le strategie militari in proposito. A parte le solite facezie, le complesse elucubrazioni farcite di termini anglosassoni, per spiegare tutto in modo che nessuno capisca niente. Mentre, proprio la Marina, “brilla” per inchieste di malaffare & compagnia varia (2).

Proprio come avvenne in passato, prima della 2GM, quando l’ammiraglio Jachino recitava la lezione di fronte al Parlamento: l’ha detto Mussolini, le portaerei all’Italia non servono, ed ha ragione. Si vide dopo se non servivano: si capì subito con la notte di Taranto, ma era troppo tardi.

Se vogliamo cercare un nome e cognome, uno dei molti colpevoli di questo andazzo, un nome c’è: è stato Matteo Renzi – sì, proprio lui: quello che va a scusarsi in Europa per quello che sta facendo il governo italiano, mentre con Salvini prepara l’inciucio per disarcionare il governo in carica…la follia di Renzi cerca riscatti anche in questi tempi amari, nei quali il silenzio sarebbe d’obbligo, non solo necessario! – e proprio lui, negli anni 2015-2016 fu l’autore della cosiddetta “legge navale” per fornire all’Amm. De Giorgi (quello che inaugurò la portaerei Conte di Cavour in sella ad un cavallo bianco) tutto il necessario. O il superfluo?

La legge navale fu, dapprima, un intervento “spalmato” su più anni di bilancio poi, improvvisamente, il Ministero dell’Economia anticipò alla Marina tutto in una botta. Non si sa nemmeno quanto fu di preciso perché le cifre variano secondo come si leggono i bilanci: in ogni modo, compresi in una forbice fra 5 e 6,2 miliardi di euro (3). Portaerei, incrociatori, fregate, sommergibili, pattugliatori, rifornitori di squadra, aerei, elicotteri…una ferraglia infinita.
E dove li ha presi, quei soldi, il saltimbanco di Rignano?
Risparmi, sì risparmi…sempre a carico dei soliti noti: Sanità e Scuola.
Fra l’altro, in una confusione di strategie e di obiettivi, mentre russi e cinesi se la ridevano.

I russi hanno mostrato al mondo il missile Kalibr durante la guerra in Siria, che ha praticamente distrutto il quartier generale e le milizie del Califfato. C’è anche la versione anti-nave, che ha una portata di 1.200 km, traiettoria parabolica e sensore auto-cercante del bersaglio.
Basterebbero tre installazioni di questi missili (Salento, Sicilia e Sardegna, abbiamo tutta la tecnologia per costruirne di simili) per proteggere tutti i mari italiani ed una buona fetta di Mediterraneo, con una spesa irrisoria ed una durata ben più elevata della ferraglia che va in mare.
Non sto raccontandovi balle: la Marina USA ha richiamato tutte le sue 12 portaerei per capire come fare a renderle “invisibili” alla nuova minaccia. Ma per gli ammiragli italiani non sono una cosa seria: portaerei! porterei! Papere nello stagno.

Poi, si scopre che i nostri ospedali non hanno mascherine, tute protettive, respiratori, apparecchi per la rianimazione: ce ne ha inviati, impietosita, la Cina. Regalati.
E così si torna indietro, ad un secolo fa: ieri andarono i giovani di 18 anni a morire, con solo tanto ardor patrio ed una pistola a farsi ammazzare, oggi, solo nel bergamasco ci sono 600 medici infettati dal Coronavirus e gli ospedali rischiano di diventare dei lazzaretti.

Di più: bisogna utilizzare la Fiera di Milano per farne un grande ospedale! Peccato che manchino le solite attrezzature ed il personale. Nel frattempo, l’ex ospedale di Legnano (4) sarebbe – certo, con gli interventi di manutenzione ed aggiornamento – in breve tempo più fruibile, perché già nato come un ospedale.
Purtroppo, sulla polemica dell’ospedale alla Fiera di Milano s’è già imbastita la solita querelle politica (fu Formigoni a chiudere l’ospedale di Legano, sic!) perché i nostri politici non vogliono valutare la convenienza, bensì la spesa, che in questi tempi di “facili appalti” promettono d’essere mooolto succosi!
Difatti,  l’assessore Gallera – vox della Lega e di Forza Italia, non dimentichiamo – ha subito respinto la richiesta che è venuta dai COBAS e dal M5S. “Troppo rovinato”, “Ci sono stati atti di vandalismo”…piccola domanda all’assessore: chi doveva vigilare sulla struttura? Babbo Natale? Batman? Superman? Oppure l’assessorato regionale?

Come potrete notare, in questo maledetto/benedetto Paese le querelle si riattivano, anche a secoli di distanza: vogliamo l’ospedale alla Fiera! Vogliamo una grande Marina!

Riccardo Orioles – grande giornalista! – oggi, scriveva: “Coronavirus, quando questa guerra sarà finita inizierà il dopoguerra. E lì ci sarà da discutere” (5). Già, vero: di quante cose dovremo discutere! Ce lo faranno fare? Ci sarà una vera campagna elettorale, con argomenti al posto degli slogan?
Staremo a vedere, ma toccherà a noi ricordare: anche agli insulsi.



28 settembre 2019

Futuri inaspettati, pagabili in comode rate


La notizia più interessante, nel panorama politico, è senz’altro l’inizio delle indagini sui (presunti) trascorsi affaristico/politico/stragisti di Silvio Berlusconi con la mafia. Qualcuno griderà al complotto: libero di farlo, però, prima, dovrebbe tenere in conto alcune cosette.

La vicenda, di per sé, non è nuova: già Paolo Borsellino – che s’aspettava d’essere ammazzato (1992) – ne parlò in una serie d’interviste, nelle quali tracciava i primi lineamenti della nuova strategia dei rapporti stato/mafia risultante dal crollo dei vecchi equilibri politici della prima Repubblica.

La “sospetta” tempistica? Non so se sia un esempio di giustizia ad orologeria, come qualcuno sospetterà, e domando: e se fosse capitato tre mesi fa, in pieno crisi politica? Oppure fra tre mesi, quando ci saranno i definitivi “allineamenti” per le elezioni amministrative di Primavera?
Il vero problema italiano è che la classe politica vive continuamente in uno stato di fibrillazione: dunque, qualsiasi novità, notizia di reato o semplice inchiesta giudiziaria, scuote i palazzi della politica come un uragano.

La notizia, di per sé, è vecchia e parecchio strana: un uomo che decide d’entrare in politica e ne scalerà i vertici, come Silvio Berlusconi, si tiene in casa – con la pietosa scusa dello “stalliere” – un personaggio come Vittorio Mangano, capo-mandamento della cosca di Porta Nuova a Palermo, pluriomicida e più volte condannato? Oppure era obbligato?

Oggi, le accuse che sono state rivolte a Berlusconi sono di una certa gravità e, cosa importante, tutte non-prescrivibili grazie alle leggi varate dai suoi governi, data la pesantezza delle accuse.

Insomma, questo è soltanto l’epilogo di fatti già annunciati, già noti ma complessi, zeppi di contraddizioni e di accuse portate e poi ritirate, com’è usuale nelle indagini su Cosa Nostra, che muove pedine, pizzini e pentiti, falsi, veri, oppure ad intermittenza. Per questa ragione, l’accusa di “giustizia ad orologeria” non ha senso e costrutto interni, giacché se fosse avvenuta un anno fa o fra un anno, per la classe politica, avrebbe avuto la stessa valenza.

La classe politica non sopporta d’essere chiamata a rispondere di reati – anche gravissimi – e si ritiene al di sopra d’ogni giudizio da parte della Magistratura. Insomma, la tripartizione dei poteri non è mai stata pienamente accettata nell’ordinamento italiano: siamo rimasti legati al vecchio concetto di “intangibilità” dei potenti, che Alberto Sordi ben evidenziò nel Marchese del Grillo con la vicenda del povero Aronne, oppure lo sberleffo di Don Raffaé da parte di de André. Come disse il Belli: Io so io, e voi non siete un cazzo, continua ad imperare.
Ciò non esime la Magistratura dalle sue responsabilità, come ha dimostrato la penosissima vicenda del CSM: anche qui, il connubio intrinseco fra potere giudiziario e potere politico.

Più interessante, invece, è la strategia che le forze politiche assumeranno di fronte alla prossima, evidente “defenestrazione” di Berlusconi a quasi un trentennio dalla sua comparsa nell’agone politico. Oddio, il vecchio capataz di Arcore in qualche modo doveva finire: anche se pesantemente truccato, gettato in scena come un ectoplasma e sempre sorretto da parlamentari (femmine) “badanti”, faceva più sorridere che paura.

Con lui, però, scompare dalla scena politica quel concetto di centro-destra di sapore post-montanelliano, che si nutriva di forze fresche prelevate dalla Destra più intransigente per convogliarle verso un centro più dialogante. Che, però, metteva in crisi le forze di Destra più intransigenti e “nutriva” in modo asfittico il Centro cattolico e legato all’Oltretevere.
Oggi, quale di queste strategie è attuabile per la coalizione di Destra?

Se è vero che Salvini è riuscito a costruire, grazie ad una notevole e ben gestita campagna mediatica, una figura di riferimento forte e attraente, è anche vero che quella figura risulta “ingombrante” per molti aspetti: è visto con sospetto dalla destra tradizionale, figlia o nipote di Almirante, ed anche da quella meno pretenziosa, che ha conosciuto la penosa vicenda di Fini, terminata con la sua sconfitta, personale e politica.

Anche nel partito di Berlusconi, però, i “mal di pancia” non si sono fatti attendere: tanto è vero che il tentativo di Toti di fondare “qualcosa” di “vicino ma non uguale” a Forza Italia, e di “amicizia ma non sudditanza” verso la Lega, è abortito con uno 0,qualcosa nei sondaggi elettorali. Non che i sondaggi elettorali siano oro colato, però quando si prende lo 0,qualcosa il significato è chiaro. Come, del resto, avviene da anni per formazioni d’estrema Destra quali Forza Nuova o per i partitini che la Sinistra sforna ogni due per tre.

Di primo acchito, verrebbe da pensare ad un “soccorso” alla Lega dopo l’abbandono del governo ed al superamento (indolore? quanto?) del lungo periodo d’interregno che ci separa dalle elezioni del 2023. Perché è chiaro, sin da oggi, che le forze politiche attualmente al governo vorranno nominare il nuovo Presidente della Repubblica (previste per il 2022) – questo è più che ovvio – e non ci sarà manovra di palazzo capace di schiodarle da questo obiettivo, di primaria importanza.
Allora, forse, l’attuale “downgrading” di Forza Italia (conseguente alle vicende giudiziarie di Berlusconi) non è un inutile soccorso alla Lega, quanto una apertura verso nuovi equilibri che segneranno – veramente – l’ingresso nella Terza Repubblica. E, qui, la “chiamata” al Bildenberg – per quanto squalificato e ridotto ad un mero evento di costume – di Matteo Renzi qualche significato l’ha.

L’uomo di Rignano non ha dato gran prova di sé: partito dal 40% di consensi ha dilapidato velocemente un simile vantaggio, finendo intrappolato da una riforma costituzionale mal gestita e, peggio ancora, finendo pugnalato da inchieste giudiziarie – legittimissime! -  che avevano coinvolto i genitori e parenti vari.
Il ragazzotto, di per sé, vanta una lunga frequentazione con il capataz di Arcore, si dai tempi nei quali Mediaset gli fece un “regalo” corposo (o pagamento occulto?) con la vincita ad un gioco a premi: viste le mille “provvidenze” di Berlusconi, a pensar male non si fa peccato.

Le recenti vicende (ed elezioni) avevano lasciato l’uomo di Rignano confinato, a rigor di logica, al suo scranno di senatore – ma la logica, in Italia, non è molto aristotelica e più legata agli empirismi di palazzo – e, dunque, il senatore controllava e controlla un buon numero di deputati, tanti da creare un nuovo soggetto politico.
Non ci si lasci abbindolare dalle difese in extremis nei confronti di Berlusconi (“stupito”, “senza prove”, ecc): sono soltanto dei segni d’omaggio e formali ringraziamenti. In realtà, il guitto della politica italiana, vuole ereditare: nient’altro. E, qui, si apre un bel dilemma al quale, però, l’inossidabile trasformismo della politica nazionale saprà fornire risposte.

Per prima cosa, Renzi ha dipinto un acquerello dalle modulazioni tenere: Italia viva sarà la ripulita e profumata casa dei veri “centristi” obbligati, obtorto collo, ad entrare, silenti, nel truce maniero dei bolscevichi rampanti dal Veltroni-pensiero. Una sorta di “nuovo CCD”? Il sospetto viene, ma non addossiamo al monello di Rignano pensieri e parole impure, come il copione della trattazione richiede.

La strada è stretta, inutile raccontarselo, però Renzi non pone fine al tempo: è giovane, ha rottamato in LeU i vecchi apparatcik del partito e, dunque, può divertirsi nel gioco del trasformismo senza temere trasformazioni troppo veraci. In altre parole, sarà capace di fingersi il grande nemico di Salvini fin quando gli servirà. Dopo? Eh, dopo…e chi lo sa quali bischerate m’inventerò? Fossi al posto di Conte – dopo le formali rassicurazioni di appoggiare il governo sine die – farei un salto a trovare Enrico Letta. Credo che insegni a Parigi: vuole il telefono? Ah, già lo tiene.

Eppure, quello di Renzi è un gioco pericoloso, e lui lo sa bene, perché oggi è assolutamente sprovvisto di sufficienti “scorte” politiche per affrontare il drago rampante padano ma, da bravo politico qual è, sa benissimo che dopo un’ascesa senza limiti non puoi che aspettarti due cose: un crollo rovinoso oppure una discesa lenta ed inesorabile. Salvini si nutre di promesse: fino a quando il suo elettorato s’accontenterà e non dirà “vedo”?

Qui è il nocciolo della questione – non Conte, i 5Stelle o robetta del genere, questi trastulli lasciamoli pure al PD – bensì come, da una stretta e poco confortevole poltrona da senatore, potrà diventare – chiamato a gran voce! – il difensore dei valori europei, globalismi, eccetera eccetera…e dovrà scendere nell’arena solo, ad incontrare il suo nemico. Il Salvinardo.
Come Macron debellò la Le Pen, questa è l’opera che nella sua stamberga di Rignano legge e rilegge, alternandola al Principe, del quale ha letto e capito qualcosa solo fino al capitolo settimo, saltando poi l’ottavo – Di quelli che per scelleratezze sono pervenuti al Principato – e finendo di non capire una mazza nei capitoli inerenti i costi per ottenerlo.
Però, sette capitoli li ha letti: dai, che oggi è già tanto.

Da buon toscano, il Renzino, è una persona furba e schietta: quello che si trasforma rapidamente nel tombarolo il quale s’appropria d’altrui tesori e poi li rivendica come, da sempre, propri. Perché toscano, e dunque etrusco.
In altre parole, Renzi è il miglior avvocato di se stesso che sia riuscito a trovare e, mettergli in bocca futuri intrallazzi o trappoloni farseschi, è come attendersi risposte limpide dal pappagallo di un pirata (i pappagalli sono molto longevi) che risponderà sempre “un giro di chiglia!” (1). Che ne farai di Conte? “Un giro di chiglia”. Cosa aspetta Salvini? “Un giro di chiglia!”. Cosa vorresti dal papa? “Un giro di chiglia!”. Perché?

Poiché, nell’immaginario che lui stesso ha creato di se stesso – oggi si va per ectoplasmi viventi e saltellanti sul Web, gli impegni politici sono fanfaluche – c’era soltanto la necessità di rientrare in gioco, non altro.
Quando si è alzato in Senato per parlare, ed esprimere appoggio al Conte2, era l’avvocato Matteo Renzi che difendeva il nuovo governo nascente ma senza attaccare troppo il vecchio, perché nei confronti di Salvini non è mai stato brutale od offensivo: “sono il tuo futuro avversario, ma (per ora) ti rispetto”, pareva dire.

Renzi sa benissimo che iniziare il gioco delle minacce, del “stacca/attacca” la fiducia al governo gli darebbe una pessima notorietà: è un avvocato, sa benissimo quali sono i rischi di un’arringa troppo veemente, come, del resto, sono avvocati Conte, Bonafede, Toninelli, Bongiorno…e tanti altri. Solo Salvini non lo è, e si vede: ottimo comunicatore, è una “bestia” da Web come Di Battista, ma non sa mediare e contrattare un accordo. O sfonda, o perde.
Di Maio, invece, non è avvocato ma non ha nemmeno una comunicazione molto efficace: ha doti di mediazione naturali (s’è visto nell’accordo con Arcelor per Taranto) ma, più di tanto, non riesce a combinare: probabilmente, proprio per questa ragione fu scelto da Beppe Grillo per guidare il Movimento, un elemento di mediazione che previene scissioni? Probabile: difatti, in tutto il trambusto che c’è stato, pochissimi hanno lasciato il Movimento e, passato il momento “clou”, non lo lasceranno.

In definitiva, l’unica strategia di Matteo Renzi, oggi, è quella di “ereditare” qualche parlamentare (da Forza Italia, principalmente), una è arrivata dal M5S, qualcuno può darsi si muoverà dal PD o dalle forze di centro sempre molto “mobili”. Ma, oggi, la sua strategia è attendista: vuole logorare Salvini sulla lunga distanza, aspettando il momento giusto per avere sufficienti forze parlamentari e mettere un piede “pesante” nella coalizione di governo. Quasi sicuramente, quel momento verrà con l’elezione del Presidente della Repubblica, nel 2022.

Conte, oggi, non ha molte scelte di fronte: ha una buona immagine nell’elettorato, che sa difendere bene, e dunque sa che – in futuro – la sua immagine sarà sempre molto “spendibile” per richiamare consensi: la strategia del governo è di basso profilo. Sparita la contrapposizione a muso duro con l’Europa, scomparse tutte le velleità “no-euro” e “no-Europa” – sulle quali, in realtà, nemmeno Salvini premette molto sull’acceleratore, difatti i suoi due “alfieri” (Borghi e Bagnai) sono sempre rimasti nell’ombra – quindi, molto della partita sarà vissuta dal governo per ottenere qualcosa di “sostanzioso” dalla nuova commissione, viste anche le pessime condizioni tedesche.

La strategia di Salvini dovrà essere riveduta, per due ragioni: la vicenda dei migranti non è molto cambiata, prima arrivavano di nascosto, oggi arrivano alla luce del sole, però con un accordo europeo di redistribuzione che, per oggi, è solo provvisorio ma esiste. La seconda è la strategia di volere elezioni ad ogni costo, che è svanita e, dunque, si tratterà di correggere la sua esposizione politica e, soprattutto, mediatica, per far fronte alla nuova situazione. E’ molto difficile cambiare la strategia d’attacco su tutta la linea di Salvini, la sua totale esposizione mediatica, perché l’elettorato di Salvini vuole “risultati subito” e Salvini, oggi, non è in grado d’offrirli.

Difatti, il “boom” elettorale dei sondaggi scende, proporzionalmente all’esposizione mediatica di Salvini: non sono io a dirlo, bensì Libero, il quotidiano che gli è più vicino. Ed anche Il Giornale titola più su faccende europee che sulle vicende italiane, vale a dire glissa, sospende, non s’azzarda.
Vedremo come se la sfangherà, perché è difficile mutare una strategia per lo sfondamento in una per l’attesa: è come passare da Germanico a Quinto Fabio Massimo, e non sempre riesce.

Certamente, il vero sconfitto, oggi, è il M5S che era partito come colui che avrebbe mutato non la pelle, bensì l’intero organismo della politica italiana: va bene il taglio dei parlamentari, ma il continuo bisogno di alleanze (prima la Lega, poi il PD) per stare al governo cancella molte delle promesse e delle speranze iniziali. Hanno tentato, fallendo, la via delle alleanze e, oggi, se ne vedono i frutti.
La sua immagine è appannata, anche il consenso è intorno al 20%: questo accade a chi promette la luna e, dopo, non può fornirla. D’altro canto, la stessa parabola che ha obbligato Sryza e poi Podemos ad accettare più miti consigli e abbandonare le posizioni più estreme.

Il poco è sempre meglio del nulla”, rammentava Parmenide…già…però, oggi, nel clamore mediatico del Web, ogni ridimensionamento è considerato un fallimento, ogni parola data ed impossibile da realizzare un tradimento. D’altro canto, è la sempiterna vicenda fra chi vuole innovare e chi desidera, invece, mantenere. E’ la molla che spinge la Storia verso una risultante che è sempre una mediazione fra opposti, non la volontà rivoluzionaria o reazionaria. Facciamocene una ragione.

(1) Giro di chiglia: punizione molto usata nella marineria velica, consisteva nel legare il malcapitato con due funi ai polsi. Poi, gettato a babordo, veniva recuperato a tribordo compiendo un giro subacqueo della parte immersa (opera viva). Se sopravviveva…

19 febbraio 2019

Il copione

Strano è questo Paese, differente da tutte le lande che conosco: magari qualcuno di voi conoscerà altre lande, assai strane per bizzarrie, costumanze, vagheggi, saghe, singolarità, leggende…mai come questa, che ripete i suoi copioni fedelmente, come un amanuense che ricopia con attenzione le medesime storie, alterando solo un poco i personaggi, così da sfoderare sempre una panoplia all’apparenza originale, in realtà intessuta da lamenti antichi, orride quotidianità intrise d’insulso, condite da false perestrojke coperte da nuvole vaganti, come aironi notturni, sul nulla.

E così, compare un nuovo personaggio – oddio, nuovo…si fa per dire – e permette a tanti (anch’io, non faccio che ricopiare) eventi lontani solo con l’aggiunta di una pennellata, che ricopre l’antico e lo fa diventare moderno. Voilà, uovo fresco di giornata.

Stavolta è toccato a tal Renzi, Tiziano – non writer, non painter – di professione distributore di giornali in altre epoche, quando lassù regnava Andreotti, oggi ridipinto nella veste – assai stramba – di presidente fedifrago di cooperative, con la di lui moglie a tener bordone.
Non ci si stupisce poi di tanto.

Così fu e così è, per sempre, come recita l’italico copione, assai ricco di spunti da mediocre avanspettacolo, sin da quando vedemmo, tutti vedemmo l’ira funesta del popolino imberbe, concretizzarsi nel lancio di monetine contro l’uomo del PSI, colto alla sprovvista – dopo una pubblica ammenda parlamentare assai ardita – dal coordinatissimo lancio di monete in diretta Tv, una meraviglia di sincronismo simultaneo fra coloro che si dicevano “fascisti” e l’olimpo della comunication dell’epoca. Che ridere, sì, a volte si ride di gusto.

O come quando s’attese il gran momento, l’ingresso del Cavaliere Senza Mafia e Senza Pudore entrare in scena, coi capelli sulle ventitré, a fianco del Big President dei fantastellati United States in una Napoli ridipinta all’occorrenza. E privata della monnezza, mi raccomando.
Colpo di scena finale – cosa dice il copione? – consegnare un legato dell’Imperatore, con sigillo a ceralacca ancor calda, che contiene una misera informazione, di sua garanzia. Illustrissima, per sua Eccellenza.

E così si urla, si discute, ci s’inalbera in una vaga spianata contesa da mille sembianze di nuove certezze: sì! Il popolo voterà, sancirà dalla sua comodissima location, oppure da un semplice Android, lillipuziana memoria di stirpe, e rintuzzerà il sempre ovvio copione, per poter mazzolare con furia il sempiterno potente. Ma il server – si dice – rifiuta l’aggravio, s’infuria, si stacca, non vuol sentenziare, mai più de-liberare la ovvia, scontata licenza di pollice verso. Nel gran Colosseo dell’Urbe del Cosmo, s’appiana il silenzio con magna tristezza per voto mai giunto. Di scambio? Sconnesso? Mai visto?

Gran colpo di scena: regista perfetto, mai visto con tanta saggezza d’incompiuta presenza. E sale sul palco novello Tiziano, per dare una svolta a tanta mestizia.

Così van le cose nelle lande desuete, dove il copione è uno solo, sghimbante solerti novelle e penose sentenze.

Così accorrono le folaghe, e dietro le folaghe le gabbianelle, poi i gabbiani e tutti, solerti, si tuffano sul branco d’acciughe che scorron le acque. Inconsapevoli, inarrestabili, nella loro desolante insipienza.

10 luglio 2018

Governo balneare


Mattina d’Estate, quartiere periferico: cerco disperatamente un bar aperto, nel chiasso di stridii e rumori di autobus, per trascorrere un’ora e mezza. Niente di speciale: ho portato la macchina dal meccanico. E arriva lei, inaspettatamente, Sooror, da Tehran: la radio nazionale iraniana che, ogni tanto, mi chiama per un’intervista. Mi obbliga ad affrontare una situazione che continuo a rimuovere, quella dello strano connubio fra la forza politica più “vecchia” della repubblica e la più giovane. Fra un M5S che è nato da una costola di una sinistra becera, assolutista e orgogliosa del nulla che ha creato e, dall’altra, gli eredi delle “corna verdi”, Pontida, l’ampolla di acqua del “sacro” Po…e 50 milioni spariti nel nulla.

Di là della questione della cinquantina sparita – inutile: Bossi è sempre stato un ciarlatano, già ai tempi del sen. Miglio (che era di tutt’altra pasta) ed i figli l’hanno fottuto mica male, Lega Ladrona… – c’è poco da cincischiare. Serve a poco – come giustificazione – ricordare che gli altri hanno fatto peggio: sembra di riascoltare Craxi nel famoso discorso alla Camera, “Se qualcuno non sapeva nulla, si alzi, adesso!”
Ma qual è il futuro della Strana Alleanza?

In realtà, stiamo vivendo uno spezzone di Prima Repubblica: i governi balneari, Leone, sempre lui quando scoppiava la canicola ed i problemi s’accavallavano.
Perché, ad onor del vero, è stato fatto poco o nulla, a parte continuare in una strana ed eterna campagna elettorale.

La “questione migranti” è stata, in qualche modo, affrontata però, a capire veramente quel che è successo, tutto continua come prima. Qualche nave rimandata al mittente, altre che invece hanno avuto il “via libera” per sbarcare…ma, sul fronte europeo, nulla è cambiato. Macron continua a “fare il buliccio con il culo degli altri” – come usa dire a Genova – e la Merkel ha, semplicemente, detto “no” alla mobilità dei migranti in Europa: dove sbarcano, restano.
Gli austriaci, sempre servizievoli nei confronti dei loro padroni tedeschi, hanno abbozzato “Se mai, chiudiamo il Brennero” (anche se spiace un po’, per l’ambaradan logistico che andrà a succedere…100 euro in più per TIR, acc…) Conte crede d’aver capito una cosa, gli spagnoli un’altra, gli ungheresi un’altra ancora…così va l’Europa, “tutti assieme, in ordine sparso”.
Insomma, a fronte di una possibile crisi politica tedesca, che l’Italia vada a farsi fottere. Gliene potesse fregar di meno: tanto, andiamo al mare in Italia, poi si vedrà.

Quel “si vedrà” racchiude tutta la suspense della situazione, la storia di un governo nato non certo bene, obbligato a prendersi sul gobbo ministri che già furono di Monti, altri che hanno fatto lingua in bocca con Berlusconi. Paura, paura ad esprimere quello che gli italiani hanno veramente detto a Marzo: un “basta!” lungo milioni di chilometri, forte come milioni di decibel, profondo come milioni di metri. 
Ora, se Salvini pensa veramente che quel che raccontano i sondaggi sia realtà – ossia se saranno voti – sta prendendo una badilata di quelle che ti spianano il muso. Sta condensando in un nuovo contenitore i medesimi voti, che furono di Fini, di Casini, di Buttiglione…oggi (ancora per poco) di Berlusconi e di sua pochezza (in peso numerico) Meloni. Fuori da lì, c’è poco: perché?

Poiché la storia della Destra italiana non è una storia d’intelletto, creativa: era già tutto perso al tempo di Ezra Pound o, se vogliamo, di Benedetto Croce, “sua filosofica indecisione”. Non elabora nulla, salvo triturare nel frullino i medesimi valori “adattati” al contesto odierno.
E’ sempre – parliamo di valori – la “maggioranza silenziosa” che fu di Montanelli, il “poderoso” centro-destra del ’94, ossia un fiume di valori che mi ricordano i versi di una vecchia canzone: “Vecchia, piccola borghesia…”
Al contrario della sinistra – che dai tempi “sovietici” è riuscita a riciclarsi nei valori di Blair, ossia quelli del neo-liberismo: avrebbe fatto meglio a “ripensare” una sinistra europea più combattiva e, soprattutto, “pensante” – la destra ha “trovato” (si fa per dire) per strada un imprenditore dei media come Berlusconi. Il quale ha confezionato una “frittura” di tutto ciò che la vecchia destra conservatrice e reazionaria conteneva. E lo ha rilanciato sulle Tv. Niente d’eccezionale, però ha funzionato.
Potrà funzionare di nuovo?

A mio avviso, no. Perché?
Il “fenomeno Berlusconi” è irripetibile, e Salvini non è certo l’erede di Berlusconi (meglio Renzi, senz’altro) e batte sempre sullo stesso chiodo, senza fantasia. Migranti, migranti, migranti…prima gli italiani…certo, però qualcuno comincia a dire: se quei soldi li avete presi, dovete restituirli, altrimenti siete nella stessa risma del PD, di FI, di Fini, dei vari centristi, ecc, ecc.
E qui c’è poco da dire (anche se i media ci hanno provato): il M5S ha avuto una decina di “infedeli” che hanno truffato sui rimborsi degli stipendi parlamentari. Una decina, in tutto – subito cacciati – ma era una questione interna, di accordi interni al partito: non hanno mai preso un euro dei rimborsi elettorali che loro spettavano.
Se, domani, Salvini chiederà “modifiche” al decreto Dignità (già, di per sé, poco “dignitoso”), suggerite da Berlusconi, lo scontro sarà già nell’Autunno, ma non credo che avverrà.

I nodi verranno al pettine quando dovranno affrontare il “nocciolo duro” dei loro programmi: la Flat Tax ed il Reddito di Cittadinanza. Perché sono riforme “pesanti” in termini di miliarduzzi, entrambe.

Personalmente, non capisco la Flat Tax: in un’Italia che è ai primi posti per sperequazione sul reddito (l’indice di Gini), riduciamo le aliquote ad una sola, due al massimo? A parte – trucchi da avvocaticchi a parte per ingannare la Consulta – che la Costituzione recita, all’art 53 “Il sistema tributario é informato a criteri di progressività – e non vedo proprio come si potrebbe by-passarla – c’è qualcosa che non mi convince.
Si narra che, abbassando le tasse ad una (o due) aliquote, tutti le pagheranno: e perché? Già me li vedo – dai “signori del ferro” di Brescia ai “signori del frumento” di Foggia – tutti a correre da Equitalia: “adesso che sono diventate “giuste” le paghiamo volentieri!” Uh, come ci credo. Addirittura le cosche: riabilitateci! Vogliamo pagare!

Che gli attuali sistemi di accertamento del reddito siano iniqui ed imprecisi, ne sono pienamente convinto – basti pensare al farraginoso metodo degli “studi di settore”, per il quale un ristoratore che compra un’orata e poi non la vende, avrebbe guadagnato lo stesso – però c’è un sistema semplice, adottato nella Repubblica Socialista Nord-Americana: il reato d’evasione fiscale, siccome toglie risorse a tutti, è un reato contro la Nazione e, dunque, un reato penale. Si sorvola spesso su questo concetto, ma se non si pagano le tasse non ci sono più medici che ti aspettano al Pronto Soccorso, maestri in aula con i bambini, pompieri quando scoppia un incendio: soltanto quando si è accertata la base fiscale, ossia chi sono e quanti sono i contribuenti, qual è il loro reddito, allora si può parlare di sistemi fiscali. Altrimenti, sarà sempre e solo aria fritta: non sarebbe proprio necessario fare loro vedere il sole a scacchi: basterebbe il profumo. La borghesia è, per sua intima costituzione, codarda.
Infine, ricordiamo che Al Capone non fu “beccato” per centinaia di omicidi, bensì per evasione fiscale.

Dall’altra parte il M5S scalpita per vedere, finalmente, il suo “sogno nel cassetto” realizzato.
Abbiamo già detto mille volte che non si tratta di un vero RdC, bensì di un serio assegno di disoccupazione (la legge ricalca, a grandi linee, il sistema tedesco) perché è scandaloso che la seconda potenza industriale d’Europa non abbia un supporto al reddito in caso di disoccupazione.
La Legge Fornero, in aggiunta, ha creato una vasta zona d’ombra, che potremmo tratteggiare così: le aziende non sanno più che farsene dei dipendenti over 55, mentre la pensione arriva a 67. Si tratta di un “limbo” dove sguazzano circa 6 milioni di persone e le loro famiglie.

Un’analisi più seria dovrebbe prendere in esame le modalità dell’attuale sistema industriale – che viene definito ancora “manifatturiero”, mentre in realtà è “macchine-fatturiero” – e questo muta radicalmente i termini del problema.

Combinando il flebile “decreto Dignità” con la questione dei migranti, possiamo notare quanto le vere “pietre angolari” del sistema industriale (e, dunque, anche finanziario e sociale) siano state ignorate.

1) I padroni, se possono (ossia se glielo lasciano fare), pagano sempre di meno: questa è una legge vecchia quanto il mondo. E tu scrivi pure tutti i “decreti Dignità” che vuoi: se non aggiungi la sanzione amministrativa o penale, non avrai mai forza contrattuale all’interno della società.
2) La seconda ragione è più complessa e coinvolge da un lato il tasso di scolarità e, dall’altro, la tipologia delle aziende. A parte i dirigenti, la struttura di una moderna azienda è composta da molti quadri intermedi, che sono in gran parte tecnici. Sono quelli che fanno funzionare le macchine di processo: semplificando, i robot. Per far funzionare un’azienda moderna, servono tecnici specializzati e manodopera senza particolare preparazione, poiché la macchina va servita, non è lei a servire l’uomo. Perciò, da un lato tecnici scolarizzati e ben preparati, dall’altro dei semplici “robot-umani”. Per ora, il rapporto numerico è ancora a favore dell’uomo (per le mansioni semplici): domani, si vedrà. Ma questo è un altro discorso che, però, bisognerebbe iniziare a fare: non ho remore nel definire che questo è stato il grande errore delle sinistre europee, quello che le ha fatte finire ad osannare Blair o la Clinton.

 Questo governo – diciamolo fuori dai denti – è solo una copia edulcorata del governo Monti: nei ruoli chiave, (Economia-Esteri) ci sono tutti uomini legati alle istituzioni europee: dove sono finiti i Bagnai, i Fioramonti, i Rovertini, i Borghi? Erano uno specchietto per allodole elettorale?

Come può pensare, il M5S, di proporre una legge che costerà decine di miliardi l’anno? Le obiezioni di Cottarelli e di Boeri non sono retoriche, bensì reali: ad esse, bisogna dare una risposta.
La risposta esiste, ed è una sola: la società industriale avanzata (ossia altamente automatizzata) non può sopravvivere se non si pone sul piatto una domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una domanda semplice: dalla risposta che si dà a questa domanda – ma non perché fu proposta da Marx – ne discendono due scenari, ossia una società ordinata e vitale da un lato, un pessimo film hollywoodiano di fanta-storia, zeppo di fucili mitragliatori, dall’altra.

Ai tempi di Moro e di Berlinguer, le aliquote fiscali erano sette, e la più alta prevedeva una tassazione del 75% sui guadagni: si viveva abbastanza bene, ad Agosto tutti andavano in vacanza, non c’era quasi ticket sui medicinali, negli ospedali c’era posto e si veniva ricoverati “per analisi”. Gli studenti universitari meritevoli ricevevano un “pre-salario” di 500.000 lire che, riportati d oggi, sarebbero circa 5.000 euro l’anno, le donne andavano in pensione a 55 anni egli uomini a 60: chiunque con 35 anni di contributi. Il debito pubblico era sotto il 60% e tutto in mani italiane eppure, nei consessi internazionali, gli economisti si cospargevano il capo di cenere…ah, l’Italia, il suo debito pubblico…
A forza di ripeterlo, la vulgata è diventata un imperativo.

Era veramente una società fondata “sul lavoro”, ma oggi è stato realizzato il miracolo: le mansioni pesanti o ripetitive sono delle macchine, non dell’uomo. Solo l’azienda che produce con queste modalità sopravvive, le altre sono destinate al fallimento.
Allora, diamo una risposta alla domanda: il profitto è solo prodotto dal capitale?
E’ una risposta che non richiede complesse trattative europee, che non scomoda la geopolitica, non tocca principi etici: tutto ciò che ci circonda e che vediamo – dalle autostrade ai grattacieli, dagli autobus alle biciclette – è stato creato solo dal capitale?
Se così non è, o non lo ritenete, significa che una parte dei profitti vanno corrisposti a chi lavora – si potrà decidere se monetizzarlo subito, se posticiparlo nella futura pensione, se stornarlo sul welfare ecc…ma tutto questo è un problema successivo – ed allora bisognerà aprire nuovi orizzonti: potrà essere una seria leva fiscale, oppure la partecipazione agli utili aziendali (la tedesca mitbestimmung)…altro…vari tipi di “compensazione” sociale…ma la decisione cambia, e cambia il paradigma di riferimento.
Altrimenti, vi racconto già come andrà a finire.

Maledetto, però è bravo: è stato l’unico a capire.
Mi riferisco a Vittorio Sgarbi: un essere che, spesso, mi dà il voltastomaco al solo vederlo apparire. Ma è stramaledettamente intelligente, vede “oltre” e capisce prima degli altri. Che, ad onor del vero, sono una pletora di pecore stupide (PD o FI, non cambia).
Non vi ha stupito che Sgarbi abbia dato il suo, personale voto a favore del governo Conte? Perché già sa come finirà.

Ne ho avuto esperienza quando lottai contro la riforma Fornero: articoli sempre sul filo della decenza, ma al vetriolo, che cospargevano sale sulle ferite con il sorriso fra le labbra.
Il meccanismo è semplice.
La compagine di governo è solo apparentemente un consesso: in realtà, ci sono Esteri ed Economia da una parte, tutti gli altri dall’altra. Questo spiega l’ostracismo per Paolo Savona.
All’epoca, si lottava per vedere riconosciuta “quota 96” (la somma degli anni di lavoro più l’età anagrafica) ed era sorprendente osservare il “ciclo” che si ripeteva. Ricordo, fra i parlamentari, due nomi: Boccia e Damiano, del PD, che si mostravano (?) d’accordo con le nostre rivendicazioni.
Si perveniva ad un accordo di massima, poi il tutto passava all’Economia: Monti non si scomodava nemmeno, inviava un sottosegretario il quale, puntualmente, respingeva “non c’è copertura finanziaria”. E tu, da capo, a cercare voci di bilancio da tagliare.
Quando il gioco divenne pesante – e i miei articoli più velenosi – mandarono in pensione il sottoscritto ed il gestore del blog, che era seguito da migliaia d’insegnanti. All’insaputa l’uno dell’altro. Ci prendemmo delle “botte” di traditori, ma non potevamo farci niente, eravamo stati messi in pensione d’autorità a 63 anni.
Cosa succederà al RdC?

Andrà cento volte in commissione e verrà approvato, mille volte alla Presidenza del Consiglio…sarà approvato e riapprovato, ma…al ministero dell’Economia risponderanno picche: manca la copertura finanziaria. Poi, ci sarà il tormentone dei “decreti attuativi”, mediante i quali la platea degli aventi diritto sarà ristretta allo 0,0…%, i fondi – quindi – saranno stanziati con enormi ritardi…li conosco, lo fanno abitualmente.
Così, il M5S si logorerà, inizieranno le sfide interne fra “buonisti” e “duri e puri”…intanto, la Flat Tax passerà, perché va ad incrementare il reddito di pochi, ed i tagli necessari saranno trovati dopo. Sulla nostra pelle.

Vittorio Sgarbi, da furbastro di tre cotte qual è, aveva compreso che quel governo raffazzonato era quel che ci voleva per annientare le istanze della popolazione. “Populisti”, che è come dire “privi della coscienza di muoversi in un universo pre-ordinato”.
Nell’Autunno vedremo questo canovaccio andare in scena: guarderemo quali risposte sapranno dare i 5stelle: per gli altri, c’è sempre un paracadute, quello targato Berlusconi, o chi per lui. Dudù tornerà all’ovile per essere scannato: missione compiuta. Vedremo se il M5S si trascinerà in una crisi senza fine, pendolando fra vecchie parole d’ordine e nuove, pragmatiche, realtà oppure se si darà una scossa e farà saltare il banco finché è in tempo. Il PD continuerà a litigare: la fine della “feral tenzone” è prevista intorno al 2030.
Cala il sipario, si accendono le luci in sala, il pubblico mormora e stropiccia gli occhi: ci sarà ancora il tempo per un drink?

01 maggio 2018

Sparare sul pianista? E poi? Che succede?



Ricordate l’ultima scena del bellissimo “Zorro” di Antonio Banderas ed Anthony Hopkins? Rammento appena le parole a braccio… “quando la polvere si posò, tutto era finito…” …così m’è parso di percepire quando Renzi ha finito di parlare, ben imbeccato dal solito leccasuole di rango, Fabio Fazio. Un duetto imperdibile, da mostrare ai nipotini, per fare loro capire – che se lo ficchino ben bene in testa – fin dove può arrivare la perversione dell’essere umano.
Più dolore mi ha causato leggere, qui e là, i commenti dei lettori su vari portali e giornali: quasi tutti contro Di Maio…è stato un ingenuo, è “rinco”, è un pulcino…e via così. Senza accorgersene, seguivano l’onda di Renzi: la politica è roba da stadio, Maremma maiala, te la giochi come una mano a poker…chi ha fatto il Job Act? Mica io! Chi ha salvato Banca Etruria coi soldi dei contribuenti? Io non so’ stato. Io volevo salvare l’Italia con una bella riformina costituzionale, e ‘sti burini d’italiani m’hanno inchiappettato. Che pena.

Posso capire che molti commentassero per partigianeria politica, ma credo che gli utili ingenui abbiano, in queste ore, ingrossato le loro fila.
Ma cosa doveva fare Di Maio?

Un terzo dei votanti gli hanno affidato il mandato: il movimento dei “vaffa” di pochi anni fa è diventato il primo partito italiano. Ed aveva già fatto un po’ d’esperienza parlamentare nella scorsa legislatura: perciò, correttamente hanno detto “se qualcuno vuol fare delle cose buone insieme a noi, noi ci siamo: firmiamo, però, un bel contratto di fronte agli elettori, così non si potrà sgarrare”.
Forse un po’ ingenuo, poiché un governo, quando entra in carica, non sa cosa si troverà davanti: potrà o non potrà realizzare le promesse elettorali, ma si dovrà impelagare anche in faccende che non aveva previsto.
Un po’ ingenuo?
Io non credo.

Di Maio ha fatto tutto quel che ha fatto solamente per far capire a Mattarella che aveva ben compreso quali sono le vie istituzionali di una democrazia, ed ha portato a termine il suo compito senza il minimo errore: secondo me – e l’aria che tirava la capiva anche un grullo – mai e poi mai avrebbe avuto prima il consenso, ossia la firma su quel famoso contratto, e poi i voti dal PD, che s’è visto di che pasta è fatto. Renzi continua a controllarli come dei polli all’ingrasso: al momento buono, saprà a chi vendere bene la sua merce. Altro che voti per il M5S.

Di Maio, con semplicità, ha mostrato agli italiani che il Re è nudo, nudo come non mai. Non lo capiscono? Date loro tempo, dai primi “vaffa” di Grillo sono passati solo una decina d’anni.
Se il primo a mostrare la propria nudità è stato il PD, con un ex segretario “semplice senatore” che va in Tv e mette in riga i vari accoliti d’un tempo, riempiendo le loro tasche d’invettive e (poco) velate minacce, il secondo è quel Salvini che promette urbi et orbi l’abolizione della legge Fornero.
Dimenticando, però, che i suoi alleati sono stati proprio stati gli autori di quel misfatto, che tutti approvarono senza fiatare: solo la Lega Nord e l’Italia dei Valori votarono contro. PD, PDL, Unione di Centro (ex-democristi) e Futuro e Libertà per l'Italia, ossia gli ex di Fini, (più quisquilie varie) s’abbuffarono alla promessa di “risparmi” (sulla pelle degli altri) di decine di miliardi di euro.
Il terzo non è nemmeno da ricordare, ossia il “picciotto” di Arcore che non fa più nemmeno notizia: mandi, mandi i suoi tirapiedi travestiti da giornalisti a verificare se l’amica della compagna di Fico, a Napoli, è una vera amica oppure è a libro paga, mentre Fico risiede a Roma e paga regolarmente una colf. A proposito, già che ci siamo, possiamo vedere la ricevuta del veterinario per le vaccinazioni di Dudù?

Se Di Maio ha una pecca…questa sì…è di capire poco di calcio…eh…davvero…
Qual è l’obiettivo di una squadra di calcio? Segnare un goal in più degli avversari. E come si fanno i goal? Dipende.
Nel caso più semplice, c’è un lancio lungo della difesa, un’ala colpisce di testa a fa un assist alla punta: tiro al volo sotto la traversa, goal. Netto, nulla da dire. Questa – temiamo – è l’idea del calcio di Di Maio.
Ci sono però più casi.
Ad esempio, respinta della difesa, palleggio a centro campo, di nuovo dietro ai difensori, poi appoggio sulla destra, dribbling, traversone verso sinistra, stop, passaggio al centrocampista che arriva in corsa, tiro, respinto dai difensori, carambola sul piede dell’attaccante, tiraccio “sporco”, palo, rimbalzo sulla schiena del portiere. Goal. Detto anche gollicchio o gollonzo, più semplicemente goal di culo. Ma uno vale uno, eh…Di Maio…è così…

Insomma, il parlamento italiano è un po’ come M5S contro Resto del Mondo…cosicché…quelli del Resto del Mondo (da qui in avanti, RdM) sono forti, hanno ottimi giocatori, però non sono abituati a giocare in squadra. Più che altro, tutti vogliono la maglia numero 10 e nessuno vuole stare in porta: capita, capita nei migliori oratori.
Per riuscire a giocare una partita, quelli del RdM hanno bisogno di circa tre mesi d’allenamenti: tu stai al centro, tu un po’ più a destra…tu in porta…eh no, io in porta non ci sto!...allora, da capo…io sto al centro, tu fai la mezzala, no, guarda che oggi si dice “mezza punta”, no, no…perché si comincia col dire mezzala e si finisce per dire “vecchiume”, io non ci sto! E via discorrendo…

Di Maio ha fatto, da subito, l’errore di dire “io faccio il centravanti”: siccome nel M5S nessuno ha fiatato, gli altri gliel’hanno lasciato fare. Mica si fa la strategia per l’avversario.
Ed hanno cominciato le trattative per fare l’11 stellare, la squadra delle 11 Stelle in Movimento.
Venga, venga signor centravanti…dunque…facciamo un bell’accordo di governo…però lei non vuole come terzino Tale…e noi…capirà… Tale dobbiamo farlo giocare, altrimenti Quale s’incavola e non ci paga più la luce dello stadio. Allora è andato di là: venga signor centravanti, che piacere…certo, potremo, faremo, saremo…vediamoci fra una settimana. In quella settimana, Tale e Quale si sono iscritti al campionato inglese e sono migrati: Di Maio è venuto a saperlo da un talk show in prima serata. Piange, poraccio.

A questo punto, il M5S ha ritirato la squadra e l’ha iscritta al campionato di hockey su ghiaccio della Namibia. Per tutta risposta, quelli del RdM hanno subito chiesto: il pallone ce lo lasciate, vero?
E così hanno iniziato i tre mesi d’allenamento: a Ferragosto ci saranno le prime amichevoli, poi si vedrà se incontrare la squadra della Volkspartei oppure il M5S, di ritorno dalla Namibia. Mattarella tenta il suicidio: viene salvato in extremis, adesso è in rianimazione insieme a Napolitano. E chi fa il Presidente? Per ora ci mette una toppa la Casellati, ma – mancando gli ex presidenti da consultare – chiama Fico, prendono un caffè sul Torrino, poi allargano le braccia, sconsolati. Dall’estero, però, mugugnano: italiani del picchio, coprite sempre le vostre magagne con la solita foglia di Fico!

Allora, adesso che faccio? Vi racconto come finisce il campionato o vado direttamente a Zorro? Ok, volete sapere come finisce il campionato.

Ora che il M5S s’è ritirato sull’Aventino – nell’attesa delle elezioni – il RdM propone alla Casellati di fare un governicchio, così, tanto per scaldarci un po’ i muscoli…e se rifacessimo la legge elettorale? La Casellati è d’accordo, Fico un po’ meno, ma lui è solo il supplente della supplente, che ci può fare?

Passa il tempo, Mattarella e Napolitano ronfano, nel loro coma farmacologico, e sognano mozzarelle ed arancini mentre, goccia a goccia, dalla flebo scende la solita, anonima, soluzione di glucosio e proteine.

Il nuovo governo, tutti quelli del RdM, governa oramai da 3 anni quando Mattarella esce dal coma e si risveglia: c’è un governo? Oh…si mette a piangere…non lo speravo più…
Un così bel governo, così tranquillo…perché non farlo arrivare a scadenza naturale? Sarebbe un peccato, proprio adesso che si parla dei mondiali di Pallavolo da assegnare all’Italia…quanti palazzetti dello sport da rifare…Luca Lotti è in visibilio…

Il ministro dell’Interno, Salvini, ha dato ordine di sparare alle navi italiane nel Canale di Sicilia: basta con l’invasione, finiamola! Da Bruxelles, però, hanno pregato di correggere l’ordine d’operazione, aggiungendo un “a salve” dopo le parole “aprire il fuoco”. Gli ammiragli hanno abbozzato, riconoscendo la saggezza d’oltralpe.
Il risultato è stato grandioso: cacciatorpediniere e fregate hanno evoluito mostrando maestosa perizia marinara, mentre le bocche da fuoco da 76/62 vomitavano valanghe di fumo al ritmo di due colpi il secondo.
Il filmato è visibile su Youtube alla voce machecazzofacciamo.youtube.com ed è stato acquistato dalla RAI del Presidente Vittorio Sgarbi: dopo quello sulla parata navale del 1938 di Napoli, è il più cliccato. La Marina è soddisfatta per il successo: Sgarbi, dalla sua postazione sul cesso, in RAI, ha inviato un caloroso #caghiamotuttiassieme ai valorosi equipaggi.
Alcuni, però, sui malandati pescherecci non erano stati avvertiti dell’inghippo europeo ed hanno dato mano a qualche Kalashnikov che avevano giù, in sentina. Risultato: tre morti e 14 feriti sulle navi italiane. Subito definiti “incidenti sul lavoro”, ed immortalati all’hashtag #senzadime/maipiùincidentisullavoroinmare.

Insomma, il nuovo governo – che ha finalmente scritto una legge elettorale, detta “della salvatio” – gode di buona salute, di una robusta maggioranza parlamentare, fornita da tutto l’arco costituzionale (a parte gli “aventiniani” del M5S): pecca un po’ per sostegno popolare, ma non si può avere tutto dalla vita. D’altronde, dopo la luminosa riuscita del 2018, si può guardare con fiducia a tutti gli appuntamenti elettorali da oggi al 2098. Poi, si vedrà.

La nuova legge elettorale è stata scritta sulla falsa riga del campionato di calcio. Le elezioni non si fanno più: si prende l’ultimo sondaggio ufficiale, approvato dall’apposita commissione. Poi, per 45 giorni, i partiti più votati possono fare campagna acquisti fra i non eletti: la fase detta “del trombone”.
Infine, si fanno le elezioni sul modello dei play-off: i partiti, dopo sorteggio, si scontrano con voto elettronico (votando da casa col telefonino), ad eliminazione diretta, fino alla finale: il vincitore, governa col 55% alla Camera ed al Senato. Un sistema molto stabile e veloce: il partito che vince rappresenta, in genere, meno del 10% della popolazione, ma in due mesi si fa tutto e si archivia ‘sto problema delle elezioni.

Il M5S è sempre, oramai stabilmente, il primo partito italiano nei sondaggi: si teme, però, che – a causa della nuova legge elettorale – sia sconfitto nella fase finale dal televoto. La “fase del trombone” è molto importante per inserire nelle liste candidati famosi: una simulazione dimostrava che, ad esempio in Lazio, l’inserimento di Totti da parte di uno dei partiti principali sarebbe determinante per una vittoria schiacciante.

Mattarella, dopo la necessaria riabilitazione, ha incontrato il premier Gentiloni ed il ministro dell’economia Padoan facendo loro i complimenti per l’ottimo lavoro eseguito. Soprattutto per “l’importante continuità di governo che perdura da quasi quattro anni”.
Berlusconi è raggiante, perché Dudù ha scodellato sei bei cucciolini, Renzi è diventato ministro del Lavoro e la compagna (oggi moglie) di Salvini – dopo anni di successi, come presentatrice, in Mediaset ed in RAI – è stata finalmente promossa giornalista: è una delle voci “di grido” del Tg1. Il direttore del Tg1, Fazio, gongola per i successi e lo share della sua rete.
Purtroppo, non è stato possibile archiviare la riforma Fornero: visti gli importanti risultati di “risparmio” ottenuti, l’ONU l’ha dichiarata “patrimonio dell’umanità”, è stata esportata in molti Paesi ed Elsa Fornero è stata nominata senatrice a vita, da un Mattarella perfettamente guarito e raggiante.

Io, questa storia non la volevo raccontare perché ne preferivo un’altra, quella in cui Mattarella mandava tutti a casa e si tornava a votare. Ma è colpa di Zorro, mica mia.
E’ stato lui a comparirmi in sogno, ed a narrarmi il vero finale del suo film: dopo che la polvere si posò – raccontò – in quel silenzio sentimmo dei tamburi rullare. Era il generale di Santa Ana con le sue truppe.
Dopo un solo mese, la miniera era nuovamente in funzione: non era più schiavitù come prima, questo è vero, ma poco ci mancava. Non si lavorava più per i “don”, ma “per il Messico”: questa era la sola differenza.
Sfiduciato, decisi di tornare in Spagna: sotto il falso nome di Zoroastro Mendoza aprii una libreria a Barcellona, dove vissi fino alla morte.

Io volevo raccontarvi una bella storia, di bei sentimenti, di democrazia, di fiducia nel popolo italiano, della sua voglia di cambiare percepita da tutti, con due “4”: il 4 Dicembre 2016 ed il 4 Marzo 2018.
Non pensavo che giungessero a tanto, che si mettessero tutti assieme – dopo tutto quel che avevano detto – per eliminare il M5S dalla stanza dei bottoni. Eppure, io stesso l’avevo previsto (1), ma non ci ho voluto credere. Però, non sparo sul pianista che ci ha provato.

(1) https://comedonchisciotte.org/buffonate-furbizie-da-poco-e-tanta-tanta-ignoranza/

10 marzo 2018

La speranza perduta

Ho preso a prestito parte del titolo di un bel libro di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi, che ben si presta per dare qualche risposta ai giorni che stiamo vivendo: se il responso degli elettori è stato chiaro – l’unica vera maggioranza politica è quella fra il M5S e la Lega, le altre profumano d’inciucio lontano un miglio – perché, negli ambienti di “palazzo” e sui giornali, si ha così paura a pronunciarla?

La risposta non è così semplice come pensiamo, e nemmeno riposa in una generica (anche se ovvia) “opposizione” dell’UE ad una simile soluzione della crisi politica italiana, poiché quando i birilli saltano è inutile cianciare – come fa Draghi – che “l’euro è una via senza ritorno” (o roba del genere), poiché le istituzioni comunitarie stanno in piedi finché le oligarchie delle singole nazioni ne hanno beneficio e, a loro volta, le oligarchie devono fare i conti con la volontà popolare. Possono cercare di dirigerla, ma mai possono negarla.
Ne sono un esempio lampante la vicenda greca: la quale, probabilmente, sfocerà nell’ennesima guerricciola fra Grecia e Turchia, tanto per “distrarre” il popolo greco dalla tragedia che sta vivendo. E per passare sotto silenzio la prova lampante del fallimento europeo.
Oppure, quella britannica: quando, per questioni geostrategiche, si ha la necessità di rendere più laschi certi legami (si noti la vicenda della ex spia russa avvelenata) con l’Europa Centrale, si fa un bel referendum in modo che s’accomodi tutto. Del resto, gli USA hanno tolto le castagne dal fuoco per due guerre mondiali a Sua Maestà Britannica, e la riconoscenza (interessata) è d’obbligo in diplomazia.

Questo, solo per dire che le oligarchie hanno sì molto potere, muovono denaro e servizi segreti, ma in casi come l’Italia hanno un certo riserbo ad intervenire, poiché la situazione è seria. Difatti, come noterete, la vicenda italiana viene quasi “sottovalutata” sui media europei (lo spread non s’è mosso, le fonti ufficiali tacciono) mentre in realtà preoccupa, e molto. Prima di procedere nell’analisi, diamo un rapido sguardo alle possibili soluzioni, che sono soltanto due.

Bisogna ancora, però, fare due conti in casa PD.
Il PD è un partito allo sbando, non in preda ad una crisi di nervi, bensì assalito dalle terribili convulsioni agoniche di un partito che, letteralmente, muore. La responsabilità è di Renzi, che ha tirato troppo la corda del suo elettorato, al punto da inficiare anche il pallido tentativo di Grasso & soci, ma anche di chi glielo ha permesso e, fino a ieri, lo osannava. Oggi, i 150 parlamentari del PD s’aggirano in un teatro vuoto, senza avere coesione interna né una guida autorevole che indichi la strada: 150 personaggi “in cerca d’autore”. L’unico, assiduo dilemma che intasa loro la digestione è come non far saltare per aria la legislatura, che per molti di loro significherebbe la fine della carriera parlamentare. Per questa ragione – passata la “colica” delle elezioni e preso un buon calmante – saranno a disposizione di chi promette di più, almeno in termini immediati (soldi, cariche, ecc), poiché di gettare lo sguardo oltre, ossia garantirsi una rielezione, è uno scenario non più attuale. Vedremo se ritroveranno la forza per presentarsi compatti – in questo caso potrebbe starci un accordo politico con altre forze – oppure se sarà dato il “rompete le righe” e finirà con un “ognuno per sé e Dio per tutti”. In ogni caso, la sorte della cosiddetta “sinistra” italiana è segnata.
Veniamo subito alle alchimie politiche:

1 – Il centro destra “assomma” una quota di ex parlamentari PD (più qualche “perduto”) e tira avanti come può: questa è la visione di Berlusconi, inutile ricordarlo, è il suo “pezzo forte” comprare e vendere braccia da lavoro. Chi avrebbe dei “mal di pancia” sarebbe ovviamente Salvini, al quale – per salvare la Lega e proiettarla nel futuro – non rimarrebbe che una scissione. Intendiamoci: una scissione simbolica, una decina di persone, tanto per poter fare un gruppo parlamentare e “salvare l’anima”. In questo, sarebbe facilitato dalle risultanze delle analisi del voto: solo il 20% degli attuali voti della Lega proviene dalla vecchia Lega Nord, ossia i “duri e puri” della Padania Libera, ecc. Come avevo già sostenuto in un precedente articolo, il premier potrebbe essere Maroni, uomo “non sgradito” al PD e gradito alla Lega, precedentemente (e stranamente) “ritirato” dalla corsa (vincente) per la Regione Lombardia.
Politicamente, questa soluzione è assai gravosa per tutti: per Forza Italia, che proseguirà verso un ulteriore degrado (potremmo azzardare “geriatrico”), per la Meloni e la sua pattuglia di “Italiani” che non si capirà più a chi e per cosa si rivolgeranno, ma soprattutto per la Lega la quale, a differenza dei due compari, ha un leader, ha portato qualche idea nuova ed ha superato la barriera del confinamento regionale al Nord.
Ciò che colpisce, e mi fa pensare che sarebbe lo scenario più gradito dalle oligarchie, è che questo accordo non prevede un coinvolgimento politico del PD (che sarebbe difficilmente digerito dall’elettorato di destra e, contemporaneamente, più debole e controllabile): insomma, “responsabili” e nient’altro, in pieno accordo col lobbismo in auge nel Parlamento Europeo.

2 – Il M5S scende dal piedistallo e fa un accordo politico, di legislatura, con il PD. Non è una strada facile per due ragioni: per prima cosa ci sarebbero molte resistenze interne (che verrebbero “sanate” con una velocissima consultazione “on line”) ma, soprattutto, bisognerebbe trovare una controparte, ossia qualcuno che, nel PD, possa garantire solidità e serietà d’intenti. La differenza fra il centro-destra ed il M5S è tutta qui: mentre per la prima soluzione basterebbe un “accordicchio” senza tante pretese, nel secondo caso il M5S si gioca futuro e sopravvivenza politica, tutto sulle spalle di un Di Maio qualunque. Personalmente, la vedo molto dura e rischiosa proprio per i pentastellati, oltre che difficilmente praticabile: fino a ieri volavano insulti ed ora, tutti “responsabilmente”, assieme? Bisognerebbe che la fortuna (ciclo economico favorevole, accettazione del programma grillino, sfoltimento delle clientele elettorali, ecc)  li assistesse fino alle prossime elezioni, altrimenti la fine che è oggi del PD, domani sarebbe del M5S.

La Lega merita un breve approfondimento. Oggi, forse, Salvini morde il freno nell’alleanza di centro destra perché è un fattore limitante per la “Nuova Lega”: basta riflettere su come la pensano, FI e Lega, sulla riforma Fornero e sui rapporti con L’Europa. Vorrebbe tornare al voto, e comprendiamo il suo desiderio: andare avanti da solo, senza gli impicci del vecchio ciarpame.
Ma, se Salvini fosse andato da solo – per come è stata congegnata questa legge elettorale – nei collegi uninominali del Nord (con Lega e FI divisi), in molti casi, avrebbe vinto il M5S ed avrebbe fatto veramente cappotto.
Se per il M5S è necessario un “bagno di realtà” per comprendere cosa significa governare un Paese, per la Lega è urgente un segnale di “novità”, ossia: fai parte anche tu del vecchio sistema oppure hai deciso di mollare gli ormeggi?

Come prima ricordavamo, c’è da chiedersi se l’impossibilità di un accordo M5S-Lega sia soltanto legato all’ostracismo delle oligarchie, preoccupate dalla quantità di “novità” messe in campo dalle due formazioni.
Io credo di no.

Non sottovalutiamo la portata di questa tornata elettorale, perché la novità non sta tanto nei numeri, quanto nel complesso numeri/idee: in nessuna tornata elettorale europea c’è stato un plebiscito così chiaro contro la gestione europea (Podemos non ha mai “potuto”) soprattutto se ciò avviene nella terza economia europea.
La calma, solo apparente, di Bruxelles – il fastidio mostrato da Juncker ad un giornalista che domandava lumi – tradiscono una sensazione di timore: la paura, in futuro, di non riuscire più a controllare l’Italia come stanno facendo con la Grecia.
In questo – dobbiamo dire – le burocrazie europee hanno commesso lo stesso errore di Renzi: hanno tirato troppo la corda, e se ne sono accorti. Possiamo attenderci un miglioramento delle condizioni economiche? Vedremo, dipende se sceglieranno il bastone o la carota, o se il mix farà pendere più la bilancia verso quest’ultima.
Perché, nonostante gli sberleffi che rivolgono alla nostra Nazione, siamo così importanti?

Oltre ad essere la terza economia europea, l’Italia è la via più breve fra la penisola iberica, il meridione francese e l’Est europeo. Sono questioni strategiche, legate alla delocalizzazione della produzione: sono soldi.
Provate a pensare ad un autotreno catalano che debba recarsi a Bucarest (tratta molto comune) e debba scegliere un altro percorso: dovrebbe salire fino a Basilea e, da lì, scendere in Baviera per proseguire attraversando l’Austria e un pezzo d’Ungheria.
Ma, nel caso l’Italia uscisse dall’UE, non ci sarebbe mica la chiusura delle frontiere! Dirà qualcuno.

Certo che non ci sarebbe.
Ma una nazione sovrana dovrebbe, per forza, controllare nuovamente le frontiere, magari imporre dei dazi doganali, ispezioni, controlli, limiti di velocità (da rispettare!)…insomma, inevitabile burocrazia. E i porti? Sapete cosa significa la burocrazia nei porti, se presa alla lettera?
Non per nulla i tedeschi hanno costruito (dopo il 1999, guerra del Kosovo) – a loro spese – la nuovissima autostrada Fiume – Dubrovnik, che arriva praticamente in Montenegro. Si sono creati una possibile alternativa (i porti della costa dalmata), per ovviare alla misera faccenda che dopo la 1° GM avevano perso (Austria-Ungheria) quei territori, poracci…

Insomma, per il Nord Europa che ci qualifica come PIIGS, è giunto il momento d’iniziare a riflettere: può darsi che questa volta riescano a sfangarla con le ipotesi 1 e 2 ma, alla prossima, calerebbe sicura la mannaia.
Ma noi, siamo pronti?

La risposta e no, senza nessun dubbio.

La vulgata imperante ci propone due forze, il M5S e la Lega, che non possono andare a braccetto per vari motivi: attenzione, è vero.
Tutto questo rimarrà vero fin quando guarderemo alle forze politiche con la vecchia ottica destra/sinistra, e le stesse forze politiche saranno condizionate da questo schema, un cane che si morde la coda. Volete qualche esempio?

Si narra che il M5S sia una forza “assistenzialista” – osservate: sembra proprio una critica che viene da “destra” – e la Lega un raggruppamento “forcaiolo”, specularmente una critica di matrice “sinistra”.

Si omette, invece, un altro dato: la Lega ha portato in Parlamento due economisti non certo ortodossi come Borghi e Bagnai, mentre il M5S ha portato Fioramonti e Roventini, entrambi su posizioni keynesiane. Insomma, la linea economica dei due partiti converge su una linea di “deficit spending” (proibita dall’UE, schiava dei dettami della cosiddetta “scuola di Chicago”, ossia Friedman) e sulla ri-definizione degli accordi di Maastricht, ossia su posizioni di serrata contrattazione, contrapposta alle varie proposte fallimentari di Bruxelles, il potere salvifico dell’austerità, ad esempio.
Vorrei far notare la differente natura del problema italiano: a differenza della Gran Bretagna – nell’ultimo secolo, la “perfida Albione” ha compiuto più di un “giro di walzer” con l’Europa Centrale, ed altrettante volte se n’è staccata – noi non discutiamo la nostra appartenenza alla Comunità Europea: semplicemente, non ci stanno bene le modalità scelte. O discutiamo seriamente ed alla pari, oppure ce ne andiamo.
Qui, il “sentire” dei due movimenti è abbastanza comune, completamente all’opposto del resto del parlamento.

Sul Reddito di Cittadinanza del M5S – che vero RdC non è, ma un semplice assegno di disoccupazione – bisogna riflettere che l’Italia è l’unico Paese industriale dell’Europa a non avere un sistema di protezione sociale, un assegno di disoccupazione che non lasci nel vortice della tragedia le famiglie italiane. E’ civiltà averlo, è sicurezza averlo, è progresso averlo.
Poi, modalità e bilanci li lasciamo agli economisti: sta a loro decidere se avallare i sempre più alti (e sempre più inutili, perché mal fatti) investimenti per la Guerra oppure deviare il flusso sulla sicurezza sociale. Queste elezioni, mi sembra abbiano parlato chiaro: nessuno vuole del semplice “assistenzialismo”, ma ricordiamo che Germania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti qualcosa del genere ce l’hanno da decenni.

Così è per la questione dei migranti: identiche contrapposizioni da campagna elettorale, perlopiù appoggiate su dati fuorvianti: vorrei sapere quanti, fra quelli che hanno votato Lega, li conoscono. Sono l’esatto contrappunto di quelli che si sono recati ai CAF per ricevere – subito! – il RdC grillino.
Vediamo i dati (fonte: UNhcr): nell’intero 2017 sono sbarcati in Italia 111.247 persone, 29.718 sono sbarcate in Grecia e circa 22.000 in Spagna. Considerando l’intera Europa, sono giunte 171.332 persone, 5022 sono annegate nel Mediterraneo.
Non mi sembra proprio un’invasione: nel frattempo, nel 2017 abbiamo avuto un saldo demografico negativo di ben 183.000 persone (fonte: Wikipedia).

Dov’è il problema?
Il problema, molto semplice, è che quelle 111.247 persone rappresentano circa il 65% delle persone sbarcate in Europa, e sono rimaste in Italia! Se fossero state distribuite sull’intera popolazione dell’UE, ne sarebbero rimaste circa un decimo, e nessuno se ne sarebbe accorto, poiché diecimila persone sono funzionali alle dinamiche occupazionali italiane. Non nascondiamoci che i giovani italiani certi lavori non li vogliono proprio più fare.

Così, abbiamo dovuto goderci pure il sarcasmo di Macron: “Eh, se gli italiani non sono capaci di proteggere le loro frontiere…” Cos’abbiamo risposto? Abbiamo chinato il capo ed abbiamo inviato 500 soldati in Niger – questa dovrebbero proprio spiegarcela – forse per sorvegliare meglio le miniere francesi di Uranio? Lavoriamo per Areva? Quanto costerà la missione?

“Le missioni in Niger, Tunisia, Libia…costeranno 125 milioni per il 2017…tuttavia, occorrerà reperire entro il 30 settembre 2018, con un ulteriore apposito provvedimento normativo, ulteriori 491 milioni di euro…” Fonte: Today).

Come notate, nessuno fiata per inviare soldati in Africa per avere una fetta di torta, salvo poi stracciarsi le vesti se gli abitanti se ne vanno. Ah, la Lega si astenne su questo provvedimento, il M5S e LeU votarono contro.
E nessuno si meraviglia e s’incazza se spendiamo mezzo miliardo di euro per mandare i soldati in Niger, no: soltanto per i migranti.
Quel mezzo miliardo, lo pagheremo noi: vedete dove non siamo uniti? Vedete dove la vecchie abitudini destra/sinistra ci calano addosso?

Per essere più realisti del Re, possiamo notare che quel mezzo miliardo sarà, probabilmente, un investimento per l’ENI o magari per ricevere appalti, altro ancora…ma non lamentiamoci, dopo, se arriva della gente, perché siamo là per saccheggiare risorse africane! Gheddafi s’opponeva a tutto ciò: com’è finito?

Varouflakis, ex ministro dell’Economia greco, ha un’opinione drastica sul futuro italiano:

“…grillini e leghisti sono destinati a ripetere lo stesso errore di Renzi. La fine possibile, insomma, è che una volta al governo i partiti “anti-sistema” si ripieghino nel sistema, come accadde a Tsipras…è il destino di qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte quando la proposta viene respinta”.

Facciamo pure la tara a Varouflakis (qui generalizza, come se l’esperienza greca fosse la maledizione di Giove che colpisce urbi et orbi), però indica proprio il rischio che corriamo (alleanze a destra o sinistra, poco importa), ed il rischio è proporzionale alla mancanza di consapevolezza della popolazione su cosa vogliamo, e su come desideriamo venga attuato. A Varouflakis potremmo, però, ricordare che l’Italia non è la Grecia: siamo la terza economia europea, il secondo apparato industriale, abbiamo decine di porti e commerciamo con tutto il Mediterraneo ed oltre.

Il concetto “qualsiasi politico a cui mancano una proposta completa su come ridisegnare la Zona Euro e il coraggio di dire no a Berlino e Francoforte” mi sembra un poco eccessivo: qualsiasi progetto nasce da precedenti accordi, ed ogni accordo è generato da lunghi incontri e confronti. Proprio quello che non avvenne per la nascita dell’UE: decenni al passo di tartaruga, poi l’improvvisa accelerazione dovuta al crollo dell’URSS, infine il raffazzonato “allargamento” per sfruttare il “sonno” ex sovietico, l’era di Eltsin. Anche per nuove politiche, nuovi accordi, nuovi scenari…ci vuole tempo. Ma ci vogliono nuove politiche, nuovi accordi e nuovi scenari.

E domandiamoci, infine, com’è stato possibile un tale rivolgimento.
Tentano di dipingerlo con i colori del “Ancien Régime”, ma da ogni parte c’è un pezzo che non collima più, qualcosa che non funziona…in fondo, le prima parole pronunciate da Di Battista sono le più vere “Oggi è nata la Terza Repubblica, la Repubblica dei cittadini”. Punto e basta.

Come è riuscita a nascere? Quali sono stati i prodromi?
Tutto è nato circa una quindicina di anni fa, con l’accesso di molte persone a nuove piattaforme d’informazione, piattaforme che sono state accettate con alzate di spalle dall’informazione “paludata”: loro, con i loro direttori responsabili, con le loro “gavette” per arrivare a scrivere i necrologi, con i loro giochi al vertice per le direzioni dei quotidiani…ascoltavo Calabresi e mi pareva di sentire un Papa…tutto al macero: oggi, se la carta stampata sopravvive, lo deve alle edizioni Web.

Una marea d’informazione incontrollata ed incontrollabile – solo, purtroppo, limitata dalle diverse lingue – e, oggi, abbiamo accesso ad un colossale “doposcuola” che ci racconta tutto di tutto, che ci può informare, presto e bene, ed è una comunicazione a due sensi: si legge, si ragiona, si commenta. Certo, le nostre capacità critiche sono messe a dura prova, ma…i risultati si vedono!
Forse, oggi, i nuovi partiti hanno bisogno di strutture più agili per percepire i bisogni – ma anche le proteste o le idee – dell’elettorato, perché fatto di cittadini, prima che elettori.
Queste strutture dovranno per forza nascere, poiché sono l’anello mancante, nel nostro Paese, fra la fase decisionale (la Politica, il governo, ecc) e la base che non accetta più di ricevere per “gentilezza divina”.
Esistono sì delle “fondazioni” ma hanno l’unico scopo di fare lobbismo, oppure di fungere da strutture “coperte” per ricevere fondi: mai nulla di veramente utile, nel senso di cultura, idee, proposte, esce da quei luoghi.
Potranno essere nella forma dei “Think Tank” americani, ma non legati alle lobbies con il collante fiscale, bensì libere da ogni imposizione: magari sovvenzionate, sulla base della cultura (utile, vera, praticabile) e “raffinate” dal Parlamento per farle diventare leggi.
Hanno finanziato la stampa per decenni, al solo scopo d’imbrigliare il Paese in una rete di menzogne ben congegnate, nulla vieterebbe di sovvenzionare chi produce cultura, innovazione, in tutti i campi: oggi è ancora troppo presto per parlarne. O no?

Di certo, migliaia, milioni di siti e blog hanno generato questo fenomeno: di questo sono arcisicuro. Per questo sono poco interessato alle mille alchimie che i giornali intessono per far ri-precipitare il nuovo nel consueto, nell’ovvio, nel “responsabile”. Roba vecchia, non più attuale.

Conoscere, informare, è la base del progresso: il solo progresso tecnologico non basta, poiché se l’innovazione tecnologica ci cambia, produce dei mutamenti sociologici e tali cambiamenti è possibile governarli, al meglio, solo con la conoscenza ed il confronto.

Per concludere, mi torna alla mente la Rivoluzione Francese, laddove l’Illuminismo “bruciò” in pochi decenni secoli d’oscurantismo: in questo, aiutato da Luigi XVI, che investì parecchio nell’istruzione. Paradossale, vero?
Contraddizioni del capitalismo: ha avuto bisogno della rivoluzione informatica per controllare meglio il Pianeta e, proprio da quella rivoluzione, nasce l’istanza che chiede più diritti, per semplice diritto di nascita. Curioso, vero?