27 aprile 2008

S’à da fare

Oggi, 27 Aprile, ho risolto un dubbio, un tarlo che qualche volta m’assaliva. Sono riuscito a farlo perché ieri, 26 Aprile, mi sono recato presso il Conservatorio Musicale di Cuneo per assistere al saggio di fine anno del corso di tromba e trombone, al quale partecipava anche mio figlio Emiliano, studente del primo anno.
Al termine delle esibizioni – cinque trombe e due tromboni, più qualche brano “d’ensemble” – il docente del corso – il prof. Fabiano Cudiz, prima tromba al Carlo Felice di Genova – ha rivolto un breve saluto ai pochi presenti, per lo più parenti dei musicisti, alcuni dei quali ancora “in erba”.
Ebbene, quelle poche parole mi hanno colpito e mi hanno spronato a continuare il lavoro per Italianova – che sta andando avanti dietro le quinte – perché, senza saperlo, toccavano le medesime corde.
Il docente ha invitato i genitori a sorreggere gli sforzi che sostengono i loro figli, perché c’è qualcuno che “fa anche 150 chilometri in un giorno, per seguire le lezioni” e questo è il caso di mio figlio, che da mesi mangia panini in treno, intanto che ripassa la lezione liceale per il giorno seguente. Ma ci sono anche altri aspetti.
“C’è chi lavora, e deve sottrarre a qualche modesto divertimento il tempo per studiare e seguire le lezioni”. Sono venuto così a sapere che uno studente di trombone – prossimo al diploma finale – lavora come macellaio in un salumificio, e si alza alle 4 della mattina per recarsi al lavoro. Spera, dopo tanti anni di studi e sacrifici, di trovare finalmente un posto in orchestra, e noi glielo auguriamo con tutto il cuore. Uno dei musicisti, non era vestito con la tradizionale “divisa” – camicia bianca e pantaloni neri – bensì con semplici jeans ed una camicia colorata. Il docente non ha pensato di riprenderlo nemmeno per un secondo: lavora, ed era riuscito a giungere in tempo per le prove soltanto facendo i salti mortali, senza avere il tempo di recarsi a casa per cambiarsi d’abito. Eppure, tutti insieme, hanno fatto un’egregia figura.
Ecco: per questa gente dobbiamo lavorare, per creare un’Italia che sia degna dei loro sforzi, delle loro (giuste) aspettative. Come nella musica, siamo sicuri che esistono milioni d’italiani che continuano a vivere in questo disgraziato Paese con ostinazione, studiando, lavorando o impegnandosi come volontari in mille attività nobili ed utili.
Stiamo lavorando: Alessio – il nostro straordinario webmaster – ha già pronto uno dei siti più belli che si vedano sul Web, e lo stiamo preparando per il debutto. Per noi? Per soddisfare il nostro ego? Sarebbe un ben misero investimento.
Per la gente che prende il treno la mattina presto e va a lavorare, per quelli che studiano e non si lamentano se non ci sono le possibilità economiche per la gita scolastica, per coloro che – giunti alla pensione – fanno i volontari in ospedale, per coprire i “buchi” che la nostra sciagurata classe politica non riesce a risolvere.
C’è un’Italia di briganti e papponi, ma ce n’è un’altra di gente onesta, fantasiosa e volenterosa: a questi dedichiamo il nostro lavoro, che speriamo un giorno possa servire e dare frutti. Per tutti.

info@italianova.org

26 aprile 2008

Leggiamo con apprensione

Appena svaniti i clamori della campagna elettorale, siamo felici che alcuni, importanti “nodi” della politica italiana siano stati finalmente sciolti. Soprattutto, finalmente s’interviene nei trasporti i quali, come la scuola, la sanità e il lavoro, rappresentano realtà importanti per gli italiani, nella vita d’ogni giorno.
Per il lavoro, con la de-tassazione degli straordinari, il problema è risolto: invece di lavorare 8 ore, ne lavorerai 10 e guadagnerai 1500 euro invece di 1300. Fatto. Aumentano gli infortuni perché sei più stanco? Mettiti il casco e taci, fannullone.
Della scuola si sa poco: informazioni non confermate affidavano Viale Trastevere a Sandro Bondi, ma si tratta con ogni probabilità di uno scherzo. Si sa, Bondi è buontempone: tutto sommato – però – dopo la Moratti ed il Fiorone, un guitto assiso alla suprema cattedra non ci starebbe male. Ma era Bondi o Boldi? Non sappiamo, tanto sono intercambiabili.
Anche sulla Sanità, c’è mistero: appena condannato un ex ministro di Berlusconi (Sirchia, 3 anni per “mazzette” sulle apparecchiature degli ospedali), è meglio soprassedere sul futuro successore. Tanto, negli ospedali italiani, c’è libertà di crepare anche senza ministro.
Quello che più ci sovviene, invece, è sapere che la vicenda di Alitalia ha finalmente “imboccato” il giusto corridoio aereo.
Confessiamo d’aver punto esperienza sul volo: una innata ritrosia – unita a considerazioni fisiche sulla scarsa densità del fluido definito “aria” – ci ha finora preservati dal salire sui rombanti cilindri alati.
Ascoltando, però, le molte – sagge – considerazioni esposte da esperti rappresentanti delle istituzioni, delle parti politiche e, infine, da personaggi del jet set, abbiamo tentato di farci un’opinione. Tenendo saldamente i piedi per terra.
Il primo punto che ci è saltato agli occhi, è che lo Stivale non è baciato dalla fortuna per il trasporto aereo: fosse una padella od un uovo, avremmo maggiori chance. Sì, perché la “natica” del Bel Paese – definita sommariamente “Nord” – ha una larghezza approssimativa di 600 chilometri, e le principali destinazioni dell’area distano mediamente 250-350 chilometri. Ora, non è molto conveniente recarsi all’aeroporto più vicino – sia esso Caselle, il Marco Polo od Orio al Serio, per atterrare a Ronchi dei Legionari od a Malpensa: con i tempi di trasferimento alla città che dobbiamo raggiungere, si fa prima a prendere il treno.
Diversa la situazione dello stivale vero e proprio: qui, le distanze aumentano considerevolmente e rendono appetibile la velocità del mezzo, che compensa il trasferimento alla città di destinazione.
Ovviamente, se devo raggiungere Milano da Palermo, avrò convenienza a scendere a Linate: con un taxi e con la metro, posso sperare di giungere in centro abbastanza in fretta. Diverso è il caso se dovrò scendere in un grande aeroporto situato in aperta campagna, fra le province di Novara e di Varese, ossia a Malpensa.
Malpensa, però, non è nata per i brevi trasferimenti interni, bensì come “ponte di lancio” verso il pianeta, le destinazioni internazionali.
Anche qui, però, casca l’asino: per andare a Tokyo od a Los Angeles, non ha molta importanza se parto da Fiumicino o da Malpensa. Molto spesso – mi raccontano amici che fidano più di me nella scarsa densità dell’aria – è conveniente raggiungere un altro aeroporto europeo (Londra o Amsterdam, ad esempio) per questioni di convenienza economica: l’importante è che il sistema di trasferimento intermedio funzioni in tempi brevi.
In definitiva, ci sono due sistemi di trasporto a confronto: uno, prevede che da molti punti “A” del pianeta si raggiungano altrettanti punti “B” di Gaia. Gli utenti di quei punti saranno ovviamente avvantaggiati dalla comodità del volo diretto: il problema, è definire se ci sono abbastanza utenti che da un determinato punto “A” vogliono raggiungere un certo punto “B”. Altrimenti, i costi lievitano.
Un secondo metodo prevede invece che da un aeroporto qualsiasi di una nazione si raggiunga un solo punto “A”, dal quale partono voli per il punto “B”, a sua volta unico (o quasi) nel paese di destinazione.
A ben vedere, è la stessa logica che regna nel trasporto terrestre: milioni d’autotreni si spostano incessantemente da una miriade di punti “A” ad altrettanti punti “B”, ordinatamente in coda sulle aerovie terrestri chiamate “autostrade”.
La logica intermodale prevede, invece, che chi deve spedire merci le invii ad un determinato punto “A” – un nodo intermodale – nel quale affluiranno le merci dell’area, le quali saranno distribuite su vari vettori – ferroviari, marittimi od aerei – fino ad un punto “B”, laddove un container, ad esempio, terminerà il viaggio su strada per brevi tratte. L’UE, definisce queste brevi tratte nell’ordine dei 50 Km: questo sarebbe il “raggio d’azione” del trasporto su strada.
Invece, il legname della Scandinavia viaggia su camion fino all’Italia, e gli esempi si sprecano: basta osservare un giorno “d’ordinaria follia” sulle nostre autostrade. Non starò a tediare il lettore con i racconti che giungono dalle terre dei Goti, dei Franchi e dei Germani, laddove si sono ingegnati a trasportare le merci sfruttando le vie d’acqua interne e la navigazione di cabotaggio: noi – eredi di Caio Duilio – non accettiamo lezioni dai popoli barbari.
Proprio per mostrare la magnificenza di Roma ai popoli nordici, abbiamo deciso di costruire l’ottava meraviglia del mondo moderno: un ponte sul mare che unirà la Sicilia alla terraferma. Lo faremo sfidando gli Dei e la malasorte, giacché – proprio in quei luoghi – si sono verificati i terremoti più devastanti che abbiano colpito Enotria. Ergeremo torri ciclopiche all’interno delle città – che avranno una cubatura paragonabile a quella delle Twin Tower – poi stenderemo un nastro d’acciaio e cemento che unirà due terre le quali – affermano i geologi – s’avvicinano inesorabilmente di 1 cm l’anno. Sarà poco, sarà tanto? Ovviamente, i sostenitori del ponte s’affrettano ad affermare che la cosa non è minimamente da prendere in considerazione, così come il regime dei venti che regna nello Stretto.
Non c’interessa tanto la disputa tecnica sull’argomento, quanto rispondere ad una domanda: ma, questo ponte, serve veramente?
Ritornando alla questione del traffico aereo, abbiamo un dato confortante: le tratte aeree fra la Sicilia e le principali destinazioni del paese – Napoli, Roma, Pisa, Bologna, Bari, Milano, Torino, Trieste – sono vantaggiose, poiché la tratta è considerevole e compensa ampiamente i trasferimenti da/per gli aeroporti.
Si tratta quindi di lavorare più sul fronte delle tariffe e degli aeroporti, per renderle le prime più accessibili alla popolazione, e più moderni i secondi.
Non si capisce proprio perché, un siciliano che può raggiungere Milano in un paio d’ore, debba “scoppiarsene” 24 di treno. Se, invece, vuole proseguire con l’auto, sono già disponibili i traghetti veloci per Genova: 18-20 ore, meno di quello che ci si mette in autostrada, a meno di scambiare l’A1 per la pista di Monza.
Se la prospettiva è invece quella del turismo – soprattutto straniero – ci sembra un’idea peregrina quella di far viaggiare due pensionati tedeschi da Francoforte a Palermo in treno.
Rimane il trasporto delle merci, per le quali sembrerebbe affascinante l’idea d’eliminare quel paio d’ore che comporta il trasbordo dei treni sui traghetti. Anche qui, però, l’idea d’affidare al solo ponte il trasferimento delle merci da/per l’Europa, non ci sembra la miglior soluzione.
In fin dei conti, il ponte risolve i problemi di un solo percorso – fra i tanti – che le merci seguono per/dalla Sicilia.
Se osserviamo la posizione dell’isola, scopriamo che rappresenta proprio il centro del Mediterraneo: gli scambi – esaminando il problema in una prospettiva europea e mediterranea – non avvantaggiano chi si propone di portare dei treni in Calabria, bensì chi pensa di commerciare con Atene e Barcellona, Marsiglia e Trieste, Genova e Tunisi…
La prospettiva dei trasporti merci da/per l’isola non è quindi quella prevalentemente ferroviaria, bensì quella marittima: a tal riguardo, la Sicilia è ampiamente dotata di porti, magari da potenziare, ma già presenti.
Fra l’altro, i prodotti dell’industria petrolchimica siciliana già oggi viaggiano prevalentemente sul mare, poiché quel tipo di materiali (prevalentemente liquidi) usa le comuni petroliere e gasiere.
I rifornimenti e le esportazioni da/per l’isola sono più convenienti se avvengono via mare: una nave fluviale/marina, già oggi, può condurre merci da Palermo ad Anversa. In un prossimo futuro, i canali europei saranno in grado di consentire il passaggio delle navi del tipo V – 2.000 tonnellate di portata utile – mentre il sistema Reno-Danubio consente già il passaggio a navi da 3.000 tonnellate. Non dimentichiamo, inoltre, le tradizionali tratte marittime: Genova, Napoli Barcellona, Algeri, Patrasso, Trieste…
Sommando le due esigenze – trasporto prevalentemente aereo per i passeggeri e marittimo per le merci – a cosa serve costruire quel ciclopico ponte?
La logica è la stessa che ha portato a costruire Malpensa: colate di cemento che arricchiscono soltanto chi le compie, null’altro. Sottolineiamo che, qui, non si tratta del classico “no a tutto”, ma della critica ad un sistema di trasporto che ci vede ultimi, in Europa, per flessibilità e convenienza.
La logica italiana è, invece: “Vediamo quel manufatto quanto rende, in termini di ricchezza per i nostri amici costruttori e per le casse dei nostri partiti senza dimenticare – ovviamente – le nostre tasche”. Questo è il diktat che sta dietro a Malpensa, al Ponte sullo Stretto di Messina ed alla TAV. Nient’altro.
Succede poi, per star dietro alle richieste di tutte le forze politiche – di maggioranza e d’opposizione – che la compagnia di bandiera di un Paese non esteso, che non ha molte, lunghe tratte interne che rendano convenienti i voli interni, pensi di “raddoppiare” il terminal principale per i voli internazionali, quando altre nazioni più estese si guardano bene dal farlo. E’ ovvio che si fa la fine del classico vaso di coccio.
Tutto l’ambaradan viene cacciato allora in una campagna elettorale, dove ciascuno cerca di tirare le ali dei velivoli dalla propria parte, con il risultato di fracassare la carlinga.
Per salvare il salvabile, allora, si cacciano dalle tasche degli italiani 300 milioni di euro – per queste cose si trovano sempre, per gli ospedali e le pensioni da 512 euro non ci sono mai – e si fa un “prestito ponte”, di quelli che saranno resi il giorno del mai. Speriamo che, domani, non ci chiedano una altro “prestito per il ponte”.
C’è, però, una soluzione “strutturale” dietro l’angolo, pronta per mostrare che il futuro governo sa già oggi cosa fare: correte italiani – di là dei monti e dei mari – per salvare la compagnia di bandiera. Non si può rispondere picche agli amici degli amici, e allora si nicchia. Tronchetti-Provera non “prova” e dubita, ma afferma che forse sì, se c’è qualcuno che sa condurre una compagnia aerea, si può fare…se il piatto è ricco mi ci ficco, altrimenti…poi arriva “l’amico” Putin e promette che…sì…Aeroflot s’interesserà…vedrà…sempre, però, “salvaguardando i propri azionisti”.
Insomma, nessuno sembra concedere ampio credito alla “chiamata alle armi” di Berlusconi: tutti meno uno.
L’unico che afferma “sì, si deve dare una mano” è un tizio che – coloro i quali hanno già qualche capello grigio – ben conoscono, e risponde al nome di Salvatore Ligresti.
La storia di questo onest’uomo è nota: nasce a Paternò, in Sicilia, ma “mette a frutto” le sue doti nella Milano “da bere” degli anni ’80. Come altri “miracolati”, investe la classica “fortuna” che non si sa da dove spunta e, negli anni ’80, è considerato il più potente immobiliarista di Milano.
Purtroppo, finisce nella rete di Mani Pulite, ma non si cruccia: “scarica” Craxi ed ottiene così il patteggiamento della pena, due anni e quattro mesi. Che sconta, ovviamente, in affidamento ai servizi sociali: lor signori non ingombrano mai le carceri.
Non intendiamo in questa sede riprendere l’infinita vicenda politico/affaristico/giudiziaria di Salvatore Ligresti: il lettore potrà trovare sul Web ottimi articoli di Gianno Barbacetto e d’altri illustri giornalisti che tratteggiano, con sconforto, “l’ineluttabilità” del controllo politico/finanziario da parte di questa gang che ci governa.
Oggi, Totò Ligresti “dà una mano” per Alitalia. Grazie, non è il caso, dovrebbero rispondere politici che non si servono, per sanare i problemi, di pregiudicati, anche se d’alto bordo.
Invece, pare che Alitalia – come ricordato dal buon Vauro – finirà per diventare “Aligresti”, o forse peggio. Con buona pace dei leghisti che difendono Malpensa, con l’ausilio di finanzieri pregiudicati ed in odor di mafia, già condannati per reati di corruzione: padron Berlusconi s’è rivolto, come sempre, a chi di dovere. Similis similia solvitur, già affermavano gli alchimisti.

16 aprile 2008

Ma tutto questo Fausto non lo sa…

Old man look at my life,
I'm a lot like you were…

Vecchio uomo, guarda alla mia vita:
io, sono un po’ come tu eri…

Neil Young, Old Man, dall’album Harvest (1972)

Anch’io, caro Fausto, militavo nello PSIUP nel lontano 1972: allora, ero un giovane studentello, tu un piccolo bonzo sindacale. Già a quel tempo – ricordi? – ci fu la “batosta” elettorale che ci cacciò fuori dal Parlamento, ma la situazione era diversa. Pur con le dovute cautele, il PCI era ancora un partito di sinistra.
Francamente, osservandoti sulle poltrone di Vespa l’altra sera – io, che non sono andato a votare schifato proprio da voi – m’hai fatto gran pena. Dev’essere deprimente oltre misura, dopo una vita passata (a tuo dire) a credere in qualcosa, vederlo franare sotto le suole delle scarpe, avendo attorno un sedicente giornalista, leccapiedi ex-democristo, che recita il tuo de profundis.
Con garbo ammaliante al vetriolo, l’Insetto non ha esitato a tracimare nella pietas per chi giace nella polvere dell’arena: «Torni a trovarci quando vuole…troverà sempre la porta aperta…». Tu, sai che così non è, non sarà più, ed è in gran parte colpa vostra. Mentre Vespa biascicava la sua litania da sacrestia, avevi lo sguardo perso. Perdonami, siamo torinesi, e nei tuoi occhi ho letto l’estratto sintetico di quel bon ton piemontese che entrambi abbiamo aborrito: «Un rosolio, ragioniere?», «C’am saluta madama Burel…[1]», «A sunu la marcia real? Alura ‘a pasa l’ Principe…[2]».
Mamma mia, che desolazione: sentirsi l’artefice della scomparsa mediatica di quel poco che rimaneva della sinistra italiana.

Non è mio costume sparare sulla Croce Rossa: autorevoli colleghi stanno già correndo sulla via dello sciacallaggio, abusano dei “Io l’avevo detto!” per guadagnare – sperano, loro – un posto nel Limbo da qualche parte, pronti a leccare le suole dei nuovi padroni. Quanti ne abbiamo contati, in questi decenni.
Eppure, oggi, io non provo nei tuoi confronti acrimonia né desiderio di vendetta – e sì che ne avrei forse il diritto – per quel che ci avete fatto: la scomparsa della sinistra dalla politica italiana non è un fatterello senza importanza, come la Carfagna che forse diventerà ministra.
Intendiamoci: per quel che era diventata la sinistra italiana, forse meglio così. Non conta niente che le vostre facce scompaiano, conta invece molto che i veri valori della sinistra – per quel che fu – rimangano, perché senza quei valori non resta altro che un mondo globalizzato e potenzialmente suicida, incapace di comprendere il vicolo cieco nel quale sta correndo, che non ha sentore del muro che l’attende.

Penso che tu abbia bisogno di spiegazioni, perché non sei in grado di comprendere: d’altro canto – i sottufficiali del tuo partito e di quelli limitrofi – non mostrano d’aver compreso quel che è successo.
Non voglio tediarti oltremodo: rammenta solo che Diliberto attribuisce la sconfitta alla sparizione della falce e martello; sì, è lo stesso Diliberto che voleva portare in Italia la salma di Lenin. Oppure, un ricchissimo radical-chic campano, il quale non s’accorge che l’immondizia brucia nelle strade, che la diossina invade le mammelle delle bufale e continua a baloccarsi credendosi il ministro dell’Ambiente. Di balocchi, è morto anche quel tuo caporale – tal Ferrero da Cuneo – che doveva ripianare le ingiustizie sociali con un ministero della “Solidarietà sociale”, qualcosa a metà fra la “solidarietà compassionevole” di Bush e le dame di San Vincenzo.
Oggi – mentre i grandi “innovatori” del PD riscoprono i “governi ombra” di berlingueriana memoria – dalle tue parti s’afferma che “bisogna tornare nelle piazze”. Scusami la brutalità: continuate a non capire un cazzo.

Non vorrei partire da troppo lontano, ma è bene ricordare che tutta la logica marxiana non nasce da elucubrate affermazioni ideali, bensì dall’analisi dialettica della realtà. Non vado oltre.
Ebbene, quale realtà avete vissuto in questi anni?
L’ultimo “sussulto” da vera sinistra che ricordo fu la caduta di Prodi nel 1998: aveva promesso le 35 ore settimanali, non mantenne la promessa, lo faceste cadere. Non fa una grinza. Il bello (si fa per dire…) venne dopo.

Il primo strappo, lacerante, fra la sinistra italiana ed il suo elettorato fu il Kosovo: un insipiente ex segretario della FGCI – tal D’Alema da Gallipoli – per mostrare a Clinton che l’Italia era “alleato fedele”, non ebbe remore nel comandare agli AMX italiani di bombardare la Serbia. Attenzione: non si trattò del (pur discutibile) uso delle basi americane in Italia, bensì della cosciente compartecipazione alla criminale impresa, che oggi sappiamo non finalizzata alla liberazione od alla protezione di nessuno. I “beneficiari” di tale impresa furono i clan mafiosi albanesi comandati da quel Hashim Tachi, che sarebbe (il condizionale è d’obbligo) ricercato[3] per crimini di guerra dal Tribunale dell’Aia, con un particolare insignificante: oggi, è diventato Primo Ministro di uno stato che esiste solo sulla carta, ed i primi ministri non s’arrestano.
Tutta quella guerra fu una profonda ferita per la sinistra italiana: sul ponte Branko – a Belgrado – Michele Santoro intervistò un ex appartenente alle organizzazioni comuniste giovanili jugoslave, che parlava un buon italiano e conosceva personalmente D’Alema. «Cosa stai facendo, Massimo?» chiedeva incredulo. Non ebbe mai risposta.
Dopo, scoprimmo che due brigate islamiche organizzate da Osama Bin Laden avevano combattuto in Bosnia – le brigate Handsar e Kama – le quali portavano lo stesso nome delle due divisioni islamiche, inquadrate nelle Waffen SS, che combatterono i partigiani durante la seconda guerra mondiale.

La scimmia del Quarto Reich ballava la polka sopra il muro…" cantava De André in quegli anni e, a reggere la coda al Quarto Reich di Clinton e poi di Bush, c’era tutta la sinistra italiana schierata, in ordine di combattimento. Poco importa se qualcuno si chiamò fuori: Diliberto, Rizzo, Cossutta, Pecoraro, Mussi, Salvi e tutta la compagnia cantante oliarono – metaforicamente – le ruote dei nostri cacciabombardieri. I cosiddetti “pacifisti”: ma andassero…
Quella guerra sancì una tale frattura – nell’intera Europa – che, per la prima volta, i socialdemocratici persero la maggioranza alle elezioni europee del 2000. L’anno dopo, le perse il centro-sinistra italiano, e ci furono i cinque anni di Berlusconi.
Era proprio necessaria quella guerra? A rivederla a posteriori – ma già nel 1999 molti lo denunciarono – non produsse che nuove disgrazie, ed altre ne arriveranno – purtroppo – in futuro. La scelta italiana era obbligata? La Grecia – paese NATO – non concesse agli USA nulla, nemmeno l’uso del porto di Patrasso. L’Italia era poco importante? No, perché – a detta d’alti ufficiali USA – senza la collaborazione italiana la guerra sarebbe stata fortemente improbabile, giacché le basi appena acquisite in Ungheria non erano ancora in grado di sopperire alla bisogna.
Non commentaste quella guerra – lo ricordo – la dimenticaste in fretta, soprattutto nei pressi degli appuntamenti elettorali: un oscuro funzionario DS torinese si sbilanciò nell’affermare che le elezioni europee del 2000 erano state perse “perché gli italiani non avevano capito la fine della guerra nel Kosovo”. Probabilmente, a non capire, era qualcun altro.

Venne finalmente Berlusconi e trovaste un nemico da additare al “popolo di sinistra” il quale – bisogna purtroppo riconoscerlo – cascò in gran parte nell’inganno: c’è un “nemico”, è “ricco”, è “piduista”, è “fascista” od alleato dei fascisti. Una vecchia logica da guerra partigiana – affossiamo prima il nemico e poi vediamo cosa fare – ebbe il sopravvento: cinque anni persi senza comprendere che il mondo stava cambiando, e in fretta.
Quando riprendeste il governo, nel 2006, il “popolo della sinistra” italiano vi concesse l’ultima cambiale.

Già le prime avvisaglie non furono confortanti. Al posto di Boselli – all’Istruzione – un socialista che avrebbe almeno garantito un minimo di laicità nella povera scuola italiana, imposero Fioroni, il quale trascorse più tempo a visitare scuole private che pubbliche. Inoltre, continuò scientemente il lavoro di smantellamento della scuola pubblica iniziato dalla Moratti. Prova ne sia, che gli organici continuano ad essere tagliati e, la scuola italiana, scende ogni anno di un “gradino” nelle graduatorie internazionali. Comprendere che era necessaria una riforma complessiva, che prendesse atto del mutare dei tempi? No, i soliti “ritocchi” qui e là e tira a campare.
La scuola, però, è lontana e non tutti ne avvertono l’importanza.

Tutti gli italiani, però, fanno rifornimento di carburante: le uniche cose che siete riusciti a biascicare…dunque, sono state…no, non mi viene in mente niente. Silenzio assoluto. Viaggi in Kazachistan per conto dell’ENI di Prodi, laute prebende incassate sul prezzo dei carburanti e dai dividendi azionari di ENEL ed ENI. Vi siete accorti che il petrolio è arrivato a 113 $/barile?
E tutto l’ambaradan che prometteste sulle energie rinnovabili? Sarebbero i 200 MW lautamente sovvenzionati per il fotovoltaico? Quante installazioni d’aerogeneratori avete bloccato, finendo prigionieri delle stupidaggini “estetiche” propagandate – immaginiamo non solo per ragioni ideali – da un personaggio squalificato come Sgarbi?
Perché avete bloccato il piano eolico proposto dal precedente ministro Matteoli, che prevedeva l’installazione di 13.000 MW di potenza eolica di picco?
Perché la Spagna ha già in funzione la prima centrale solare termodinamica da 10 MW e l’Italia – nella quale il termodinamico è stato progettato! – non c’è ancora nulla?
Perché il ministro Bianchi – un ministro “comunista”! – comunicò, alla nomina, che avrebbe lavorato per realizzare le cosiddette “autostrade del mare” ed una forte impronta intermodale nei trasporti, e non ha fatto niente?
Perché il trasporto merci su ferro (non parliamo della TAV, ma delle linee esistenti) non è stato incrementato?

Perché, nonostante l’UE finanziasse al 50% le spese di progettazione ed al 10% i lavori per rendere nuovamente navigabile il Po, non avete fatto niente?
E qui, caro Fausto, entra proprio in gioco il tuo partito, perché – come risposta ad un articolo nel quale argomentavo proprio sulla navigazione interna, come avviene nei principali paesi europei – mi pervenne una risposta che devi spiegare. Mi giunse da un certo Marco Boffini, che non conosco, il quale assegnava al tuo partito proprio il merito d’aver bloccato i lavori per il collegamento fluviale fra Milano ed il Po. Eccola:

"Purtroppo questo canale avrebbe attraversato la pianura padana tagliandola praticamente in due e distruggendo molte aree agricole penalizzando le comunità locali. Per fortuna la costruzione di questo obbrobrio è stata abbandonata (grazie anche alla battaglia fatta da Rifondazione Comunista in Regione). Spero che lei non sia intenzionato a proporre la riapertura del progetto. E' giusto sistemare e potenziare ciò che già esiste, ma è assolutamente improponibile la realizzazione di nuovi canali, soprattutto nel territorio della pianura padana, così intensamente abitato e nel quale le realtà economiche locali sono strettamente connesse al territorio che, in presenza di un canale, riceverebbe un danno notevole."

Mi chiedo se i solerti amministratori di Rifondazione Comunista siano altrettanto pronti nel bloccare “raddoppi” autostradali od altre opere del genere. Per quel che mi risulta, un canale non è proprio un “obbrobrio”: in genere, è un luogo fresco, dove si può andare a pesca od a fare un pic-nic. Ti ricordo, inoltre, che una nave fluviale “toglie” dalla strada 80 autotreni e comporta l’impiego di circa un terzo del carburante, a parità di masse trasportate. In Provenza ne ho visto uno, in costruzione, nuovo di trinca, in Germania osservano una custodia maniacale per gli alvei dei fiumi. Meno male che in Italia abbiamo i solerti politici di Rifondazione, che s’oppongono a questi “obbrobri”.

Tutta la politica ambientalista del governo Prodi (sbaglio o c’eravate anche voi?) è stata un nulla di fatto: la ciliegina sulla torta è stata la crisi dell’immondizia in Campania, ma era una spada di Damocle che pendeva da tempo.
Inceneritori sì, inceneritori no? A qualcuno è passato per la mente che esistono anche altri metodi (oltre, all’ovvia raccolta differenziata) per smaltire i rifiuti? Qualcuno è andato in Israele – non per la solita visita a Yad Yashem – per osservare l’impianto di Haditha, che usa tecnologie nuove (fermentazione anaerobica con produzione di metano) a bassissimo impatto ambientale? Oppure, qualcuno ha interpellato il CNR – più precisamente il dott. Paolo Plescia – che ha progettato e realizzato il THOR (un impianto già funzionante in Sicilia), un progetto innovativo tutto italiano?
Lo sai che esistono altre, importanti innovazioni nelle tecnologie per i rifiuti, che nessuno di voi si è mai preso la briga di conoscere?
In Polonia, addirittura, con gli scarti di materiali organici hanno brevettato un sistema che ricava idrocarburi!
Potrei continuare per pagine e pagine, ma la sostanza è una sola: sul piano ambientale, avete deluso proprio i vostri elettori, che s’attendevano uno “scatto di reni” che non fosse la solita, ritrita polemica sul nucleare o l’acquiescenza ai desiderata di ENI ed ENEL, ossia petrolio e carbone. Con il risultato, che proprio i ceti meno abbienti si trovano salassati dai più alti costi energetici europei. Fallimento totale.

E veniamo all’apoteosi, ossia al peggio che siete riusciti a fare in soli due anni.
La notte del 23 Luglio 2007, come novelli carbonari, si sono riuniti i “vertici” del governo, dei sindacati, degli imprenditori – le cosiddette “parti sociali”, riedizione in salsa prodiana delle corporazioni di fascista memoria – le quali hanno steso una riforma del precariato che non ha migliorato di un’unghia la precedente stesura del centro destra. E sì che, in campagna elettorale, ne avevate detto peste e corna.
Poi siete riusciti a peggiorare la riforma Maroni sulle pensioni, perché la riforma Damiano richiede (dal 2012) un anno in più d’età e di contributi (62 anni e 37 di contributi) rispetto alla riforma del centro destra (61 e 36).
Molti lavoratori – paradossalmente – riceverebbero dei vantaggi se fosse ripristinata la riforma Maroni, il che è tutto dire. Dov’eravate?

Ecco, questo è il punto: non c’eravate, perché a quell’appuntamento – importantissimo per i lavoratori – non eravate stati invitati. Non c’era un solo rappresentante della cosiddetta “sinistra radicale”. Avete protestato, minacciato di far cadere il governo, almeno detto la vostra? No, ve ne siete stati buoni buonini nei vostri cantucci parlamentari – a 19.000 euro il mese – mentre ci toccava ascoltare il terribile dilemma, ovvero se Vladimir Luxuria dovesse usare i cessi degli uomini o delle donne. Ma, veramente, avete ancora la faccia di parlare?

Bisognava salvare il governo “per arrestare le destre”. Complimenti: risultato ampiamente raggiunto.
Non avete nemmeno compreso, poi, la ragione della caduta di Prodi.
Vi siete lasciati ipnotizzare dai richiami europei sulla necessità di rimettere a posto i conti pubblici, senza capire che i vostri voti servivano ai banchieri per salassare ancora di più i poveri italiani. Giunti ad un soddisfacente salasso, un tal Lamberto Dini – più che un “apprendista stregone” da Ceppaloni – ha tolto l’appoggio dei suoi tre senatori e Prodi è caduto come un piccione. “Piccionato” proprio da quei poteri bancari e dalle burocrazie finanziarie europee che sono l’espressione delle borghesie dominanti – uso per un attimo un linguaggio che dovrebbe esserti più familiare – e che vi hanno usato finché servivate, con le vostre boutade da palcoscenico di Luxuria e Caruso, con la pietosa messinscena di un Diliberto che consegna ad un cameraman sorpreso – ad una puntata di Ballarò – una proposta di legge per la riforma dei costi della politica. Perché non l’ha sbattuta sul tavolo di Prodi prima che il cosiddetto “risanamento” fosse giunto a conclusione?

Adesso vi lamentate del PD che vi ha “rubato” i voti: non considerate che avete perso circa due milioni di voti per pura e semplice astensione. Che fare?
Un piccolo consiglio – in qualche modo “leninista” – mi sentirei di darvelo, gratis.

Perché continuate a governare negli Enti Locali con il Partito Democratico? Se, per Veltroni & soci, avete “la rogna addosso”, perché governare con loro?
Comprendiamo che nel piccolo comune ci siano ragioni di opportunità spicciola, ma nelle amministrazioni regionali, provinciali e nei grandi comuni non si capisce perché quella “rogna” sia, tutto sommato, accettata.
Se le proposte politiche sono così distanti, come si fa a prendere decisioni comuni con personaggi come i sindaci di Bologna e di Firenze, che attuano oramai – in sede locale – la stessa politica liberista di Veltroni?
Invece di “scendere nelle piazze” – che, mi spiace comunicarvelo, sono per lo più deserte perché abbiamo capito che si va in piazza solo quando conviene ai caporioni sindacali per le loro carriere personali – perché non mostrate loro che, senza di voi, perderebbero centinaia di “succose” amministrazioni?
Se avete compreso la lezione, dovreste trarne le conseguenze: appena potranno, cercheranno “sponda” da Casini piuttosto che da voi. E voi rimarrete con la solita pippa.
Invece, mi sa che – passata la buriana – tornerete a parlarci di “rinascita” proprio partendo dai governi locali, perché sono oramai gli unici posti dove dei politici falliti come voi possono sperare di trovare asilo. Non saranno più 19.000 euro il mese, ma ci si può accontentare anche di 3.000: quando non si sa fare un cazzo, sono tutti soldi regalati. Come dite? Vi mancano i “cosiddetti” per farlo? Non avevamo dubbi.

Più che nelle piazze, dovreste forse visitare un po’ di più Internet, ma la cosa non vi piace.
Il sottoscritto – caro Fausto – non ha mai chiesto a nessuno di pubblicare i suoi articoli: semplicemente, sono stati i gerenti di vari siti a chiedermelo. La stessa cosa avvenne con il portale Web del tuo partito – Piazza Liberazione – e per alcuni mesi inviai anche a loro i miei pezzi.
Poi, prima dello scorso Natale se ben ricordo, il sito fu improvvisamente chiuso, senza fornire spiegazioni: cose che capitano, pensai.
Invece, qualche mese dopo, riemerse “privato” di tutti quegli autori che s’erano mostrati critici sull’operato del governo Prodi: anche all’auto-censura siete giunti!
“Depurata” da tutti gli autori scomodi, la rinnovata Piazza Liberazione è tornata ad occuparsi delle magnificenze di Cuba, di politica internazionale, e poco di un governo del quale era – oggettivamente – espressione critica, ma pur sempre espressione.

Questo è un punto importante: cercare di plagiare il Web, per i propri scopi, è il peggior investimento possibile. Sul Web il dibattito ambientale, quello sulla finanza e sulla teoria del valore, sui costi della politica, sull’organizzazione dello Stato – praticamente su tutto – è avanti anni luce rispetto ai vostri miseri antri di sedicenti innovatori. Vorreste innovare osservando il mondo attraverso la lente delle risultanze teoriche del marxismo, senza comprendere che l’analisi marxiana parte sempre dall’osservazione della realtà.
Un errore madornale, imperdonabile, soprattutto perché c’è bisogno di un dibattito serio sul futuro dell’umanità: dovremo sempre lavorare di più, consumare di più, fino a che l’eutrofia si trasformerà inevitabilmente in distrofia? Avete mai sentito parlare di teorie sulla decrescita?

No, purtroppo se ne parla nei libri e sul Web: voi – troppo impegnati ad occupare l’agorà televisiva – leggete poco e v’informate poco. Questo, soprattutto, è ciò che vi ha fatto perdere di vista la realtà, lo “scollamento” oggettivamente inevitabile.

Potremmo chiudere semplicemente con la preghiera per i defunti, ma sarebbe rischioso pensare che domani ci sarà già qualcuno pronto a ricevere il testimone della sinistra scomparsa. Proprio oggi, sul blog di Grillo, un lettore magnificava presunte doti “taumaturgiche” del miliardario genovese, per aver “azzeccato” con esattezza i nomi degli eletti.
Ho osservato il file (ufficiale) con le previsioni di Grillo e non c’azzeccava nulla. Il grande “santone” prevedeva 14 senatori per la Sinistra Arcobaleno e 12 per la Lega Nord: una “preveggenza” politica encomiabile.
Siamo curiosi di sapere cosa intesserà questa volta Grillo per il 25 Aprile, dedicato all’informazione, perché non ci sembra che si possa passar oltre al terremoto politico che c’è stato.
Se Grillo vuol continuare ad essere quel che è – ovvero un Masaniello elettronico – liberissimo di farlo, ma chi s’illude che da quelle istanze possa nascere una proposta politica efficace, a mio modo d’intendere s’illude, e pesantemente.

Gli spazi di discussione politica non sono più le piazze – dove migreranno, solinghi in cerca di claque, i Luxuria ed i Caruso – ma l’agorà di Internet. Qui, a mio avviso, s’è formata la (positiva) disillusione politica che ha condotto la sinistra italiana a dover prender atto del suo fallimento.
Qui, dovrà rinascere una nuova proposta: il processo richiederà tempo e riflessione. L’esperienza delle piccole liste – alcune con proposte nobili e credibili – è fallita perché a monte del voto c’è il dibattito: questa è una legge incontrovertibile del vivere sociale. Cambiano i mezzi e gli scenari, ma l’uomo continua ad essere un animale sociale, che ha bisogno del confronto per crescere e progredire. Senza confronto e discussione, nessuno t’affida un mandato.
E, in questo dibattito, sarà importantissimo il contributo che potrà portare la sinistra – senza trascurare certo altre istanze e tradizioni – “depurata”, però, del pessimo teatrino degli ignavi che ci ha mostrato nell’ultimo decennio. E’ morto il Re, viva il Re.

[1] “Mi saluti la signora Borrello”. E’ una battuta, diffusa, per tratteggiare il perbenismo piccolo borghese della città prealpina.
[2] “Suonano la marcia reale? Allora sta per passare il Principe!” Qui, invece, è l’anima sabauda della città a farsi viva.
[3] Si vedano, al riguardo, le dichiarazione del gen. Fabio Mini, che comandò la forza KFOR in Kosovo, reperibili facilmente sul Web.

09 aprile 2008

La piemontese della coscia

A dir il vero, ero partito per scrivere tutt’altro: ero, come si suol dire, in altre faccende affaccendato. Colpa del Web e del suo irrompere immantinente, senza chiedere permesso.
Basta indugiare un secondo, e concedersi il lusso di una svolazzata sulle agenzie, che ti compare l’ultima follia di questa assurda campagna elettorale, la meno amata – da sempre – dagli italiani.
Di spalla al pezzo forte, ossia alle alchimie politiche di Silvio Berlusconi – che immagina “una Camera alla sinistra qualora Napolitano dovesse dimettersi” – c’è il vero piatto di giornata, ovvero il prorompente ingresso nell’agone politico di una giovane (si fa per dire…) puledra piemontese, tale Daniela Santanché.

E passi che il Cavaliere s’ingozzi di boutade e di cattivo gusto: Napolitano sarà pure un anziano intellettuale partenopeo – forse intento a rileggere Benedetto Croce, forse a sfogliare gli almanacchi di San Gennaro – ma parlare di “dimissioni” di un Presidente della Repubblica, di quella veneranda età, è proprio cattivo gusto. Si fa prima a chiedere il numero di telefono dell’impresa di pompe funebri.
Di spalla alle serie (!) riflessioni politiche del Cavaliere, ecco irrompere la prorompente piemontese della coscia: qui, il lettore avrà bisogno di qualche chiarimento.

La bella manzetta è cuneese di nascita, e quindi abitiamo le stesse terre anche se il sottoscritto – ci tiene a precisarlo – non ha avuto i natali da queste parti.
Anche volendo cercare evanescenti comunanze, bisogna spiegare al lettore di Cosenza o di Gorizia che la provincia di Cuneo è “granda”, e tutto contiene. Da una lato, verso oriente, c’è l’introversa Langa di Pavese e di Fenoglio, con i suoi silenzi che s’interrompono soltanto per le schioppettate di “Un giorno di fuoco”, oppure per le diafane luci della luna e dei falò. E’ una terra dimenticata, separata da aspri colli sia dalla placida pianura piemontese, sia da quel mare di Conte “che non sta fermo mai”. Una Shangri-là con i suoi segreti, con i suoi Kafiri sempre pronti a violarla.
Dall’altra, verso occidente, c’è una vasta pianura che s’incunea, nella sua parte terminale verso la montagna: là sorge una città chiamata – onomatopeico – Cuneo, la quale ha dato i natali alla sopraccitata manza. E non basta: non so se proprio in città o nel circondario, anche a Pinocchio/Ferrero – che si è dilettato per un paio d’anni nel paese dei balocchi chiamato “Solidarietà Sociale” – ed a Mazarino/Damiano, che partì per demolire i lager per lavoratori creati dalla destra e finì per renderli ancora più tetri. A margine, c’è sempre una ministra della Salute della quale sappiamo poco – una biondina cotonata “anni 60”, tale Livia Turco – ed un ex ministro della Salute, tale Costa, che oggi è il Presidente della Provincia, dopo che s’era battuto per anni per l’abolizione delle Province. Come si cambia.

Non vorremmo tediare il lettore oltremodo, ma è necessario precisare che nella “granda” provincia s’alleva una razza di vacche chiamata “piemontese della coscia”, per la precipua specificità di possedere bicipiti copiosi, tali da concupire qualsiasi Pannella digiunatore.
Si fa un gran parlare della “Fiera del Bue Grasso” di Carrù, come dell’apoteosi dei sensi per chi straccia le analisi del colesterolo, convinto d’annacquarle con copioso Barbera d’annata.
Ora che abbiamo tracciato il quadro d’insieme – pur tralasciando particolari piccanti e gustosi, da provincia francese dell’Ottocento – possiamo affrontare il diniego politico della robusta manza nei confronti del Cavalier che tutto puote. In poche parole, la pulzella ha lanciato nell’agone politico il rifiuto per future alleanze, comunicando all’agenzia AGI il 9 Aprile 2008: "Berlusconi è ossessionato da me. Tanto non gliela do...".

Ora, a tutto eravamo preparati, ma che si mischiassero elementi di diritto costituzionale, d’opportunità politica, di grandi strategie per il futuro dell’italico stivale con le negate grazie di una manzetta piemontese “della coscia”, ci sembra un po’ eccessivo: in fin dei conti, forse anche Monica Lewinsky ha avuto una parte nella storia, ma mica ne menava gran vanto. Chissà se, anche grazie ai bollori spenti dalla giovane stagista, il “buon” presidente democratico – così amato dai veltroniani – finì per non invadere la Serbia?

Di conseguenza, invitiamo la giovane manza a passar oltre ai suoi rigidi principi: Parigi val bene una messa!
Non si leverà mai da noi, che la seguiamo con apprensione, nessun grido di disapprovazione: mai qualcuno ardirà ad accostarla a qualsiasi Violetta della storia o dell’arte, né ad una stralunata epigone di Madame Bovary, tanto meno ad un’enigmatica Mata Hari. Se il sacrificio è necessario per la stabilità della nazione, la signora ricordi che ministerium significa servizio: donna Veronica è signora di gran gusto, e saprà certamente comprendere certi sacrifici fatti nel nome del supremo interesse nazionale, come seppe fare – con gran signorilità – la famiglia Petacci.

Perduto per qualche attimo dalla novità prorompente, accompagnata dalle immagini osé della parlamentare della Destra, m’ero quasi scordato di quel che andavo facendo. Stavo meditando su un breve articolo di Carlo Gambescia dal titolo “Un minimo di chiarezza sulla tesi del superamento della dicotomia destra-sinistra”, pubblicato sul blog dell’autore e ripreso da altri siti e blog. Lo stavo rileggendo e meditando anche alla luce di un libro che ho appena letto, e che mi ha profondamente colpito.
Di là delle negazioni al “dialogo” della Destra, e delle profferte confusionarie della variegata sinistra, c’è qualcuno – in questi mesi occupati da un clamore afono di melensa campagna elettorale – che fa sul serio. Come, del resto, al sempre crescente disinteresse per penosi Festival di Sanremo, rimane l’ancora di salvezza del Premio Tenco per la vera canzone d’autore.

E di vero libro d’autore si deve parlare per affrontare il testo, fresco di stampa, “Alla ricerca della speranza perduta”, di Costanzo Preve e Luigi Tedeschi (Edizioni Settimo Sigillo – euro 25), che – in qualche modo – ci può indicare un sentiero sul superamento della dicotomia destra-sinistra, il dilemma che indicava Gambescia.
Sgomberiamo subito il campo da interpretazioni frettolose e di bassa lega – quali “opposti estremismi che si giungono”, oppure più sofisticate tesi sulla condivisione di un fumoso “piano istituzionale” – perché qui di tutt’altro si parla: siamo al Tenco, non a Sanremo.
Affermare che i due autori riescano ad indicare una risposta alla domanda (implicita) di Gambescia sarebbe fuori luogo, poiché è così tanta l’acqua portata al mulino, in quelle 290 pagine, che non si può contenerla in un catino. Farebbe comodo – lo so – sarebbe comodo, ma ciò che è comodo non presenta crudamente le asperità che c’attendono.
Spezzando una lancia d’ottimismo, potremmo affermare che nella lunga “cavalcata” fra l’analisi critica del Novecento, l’ellenismo che trasuda ad ogni pagina e il pragmatismo di chi avverte la pericolosità degli anni a venire, si può tracciare al minimo un quadro dinamico, ma estremamente preciso, della situazione attuale. Cosa che pochi analisti – oggi – riescono a fare.
Anzitutto si sgombrano macerie: macerie di guerra fredda, di luoghi comuni – soprattutto – di falsi perbenismi e di ammiccanti concessioni al riguardo della globalizzazione.
Senza peli sulla lingua, appare chiaro sin dalle prime pagine che l’attuale fase di globalizzazione viene osservata sia da Destra (Tedeschi) sia da Sinistra (Preve), come il “rullo compressore” dell’economicismo sfrenato, che altro scopo non ha che quello d’omogeneizzare paesi e mercati, con l’unico obiettivo di renderli ricettivi ai desiderata della finanza liberista. E, già questo, è un primo passo.

Tornando a Gambescia – che pone il problema del superamento in termini “descrittivi” e “normativi”, assegnando al primo termine un sentore empirico (di “evidenze sensibili”, potremmo affermare) ed al secondo l’arduo compito di “normare” la transizione verso una piattaforma di sentimenti e progetti condivisi – potremmo almeno affermare che si traccia un sentiero.

Va detto a chiare lettere che entrambi gli autori non avvertono il minimo desiderio di rinunciare al loro passato (cosa, di per sé, insulsa in essere), ma intendono partire dal loro bagaglio culturale confrontandolo punto per punto.
Ecco, allora, dipanarsi nel testo il confronto su guerra e falsi pacifismi, geopolitica “liberata” dai fantasmi del Novecento e, allo stesso tempo, estrapolata proprio dalle vicende storiche del secolo appena concluso: un lungo viaggio senza pelli di salame agli occhi, per essere brevi e concisi.
Un viaggio non facile – avvertiamo il lettore – poiché s’intersecano i richiami ai greci ed a Gentile, a Del Noce (non Fabrizio) ed a De Benoist. Rilievi critici e convergenze dapprima inaspettate, poi da cogliere con sorpresa, quasi con stupore.

La chiave di volta del libro è il richiamo al comunitarismo, non come risposta avversa e contraria ai sinceri valori internazionalisti e libertari, ma come rinnovato rispetto per le altrui differenze, viste come elemento di comune arricchimento, al di fuori dei facili perbenismi da sacrestia.
Sarebbe troppo sostenere che Preve e Tedeschi siano riusciti a dipanare completamente la matassa ed a renderci – in chiave facilmente fruibile – risposte ai dilemmi esposti da Gambescia: sarebbero caduti, in definitiva, in una sorta di trabocchetto “globalizzante”. In piena contraddizione con le tesi esposte.
Non è quindi un testo per palati raffinati, ma per palati “forti”, ossia disposti ad affrontare e meditare sui mille spunti che si dipanano fra le righe, i quali conducono a nuove riflessioni. Che, però, arricchiscono: proprio da queste pagine, a mio parere, potrebbe partire un dibattito dai toni nuovi, per rifondare – un giorno certamente non vicino – le basi sociali del nostro povero Paese. Che, oggi, s’interroga in prima pagina sulle (im)possibili alleanze fra manze e cavalieri, con annesso ius primae noctis.

Tutto ciò è da serbare e da rimuginare da martedì prossimo in poi, quando qualcuno avrà la sua vittoria di Pirro, ci ammansirà con nuovi proclami di rinnovata fiducia e dipingerà fulgidi futuri. “Chi mi riparlerà di domani luminosi…” recitava Fabrizio de André nel 1968: sono trascorsi 40 anni, e fra qualche giorno torneranno al solito copione.

Qualche parola in più è necessaria per quei piccoli movimenti che hanno deciso di presentarsi alle elezioni, e che da martedì prossimo torneranno nell’ombra. Perché?
Poiché, senza una necessaria fase di riflessione sui valori e sulle istanze della destra e della sinistra (quelle vere, non i teatrini per allocchi con annesse “manzette”), si finirà per continuare a gettare via il bambino con l’acqua del bagnetto.
Fascismo e Comunismo hanno fallito? Bene, non ci resta altro che uno sfolgorante capitalismo iperproteico, globalizzato, intercambiabile: dai capelli brizzolati di Bush agli occhi a mandorla di Hu – Jin – Tao. Questo, vorrebbero farci credere, è ciò che s’intende per “politica internazionale”.
In alternativa, dissertate sulle “alleanze” dettate dalle manze dalla coscia lunga, che “la danno” o “non la danno”: italiani, vi lasciamo scegliere! Più “democratici” di così…

26 marzo 2008

Un’altra puntata del Great Game

Fanatico è colui che non può cambiare idea, e non intende cambiare argomento.”
Winston Spencer Churchill

In questi giorni, come tanti, ho scorso gli articoli sul Tibet ed ho guardato i filmati su Youtube: della TV mi fido sempre meno. Ho un certo riserbo a parlare del Tibet, giacché vivo quasi una sorta di “conflitto d’interesse”: sono buddista da circa vent’anni.
A prima vista, sarebbe semplice chiudere la vicenda esortando tutti a sostenere le sacrosante libertà dei tibetani, ma sarebbero parole al vento.
Riflettiamo che, durante la recente visita in Italia di S.S. il XIV Dalai Lama – Tenzin Ghiatzo – l’unico uomo “politico” – per così dire – che ebbe il coraggio di parlare con lui fu Beppe Grillo. Se qualcun altro lo ha ricevuto e non ne sono a conoscenza me ne scuso, ma è acclarato che nessuno dei leader politici e delle figure istituzionali ha osato parlare con questa persona, che rappresenta soltanto le istanze di un governo in esilio.
Dispiace ascoltare voci che, in qualche modo, avallano la conquista cinese oppure accusano i tibetani di chissà quali nequizie per la spedizione “geografica” che i nazisti fecero in Tibet nel 1939. Sono affermazioni di chi conosce poco la storia tibetana, di là delle cronache della David-Neel e di qualche orientalista: in realtà, abbiamo iniziato a conoscere il vero Tibet solo dopo la diaspora, dai profughi che si sono insediati in Europa e negli USA.

Iniziamo con il raccontare che i primi a violare i sacri confini della terra dei Lama furono i britannici, nel 1904, al comando di Francis Younghusband, i quali non ebbero difficoltà – durante la loro avanzata, nei pressi di Phari, a Chumi Shengo[1] – ad accettare la resa di un contingente tibetano armato con fucili ad acciarino. Appena i tibetani s’arresero e furono ben visibili, i britannici scaricarono loro addosso nastri e nastri di mitragliatrice, compiendo un massacro. British honour.
Perché gli inglesi e quella data? Se riflettiamo un attimo sulle date, ci rendiamo conto che era lo stesso anno nel quale l’ammiraglio russo Rozhedestvensky cercava di raggiungere il Giappone con la flotta del Baltico, dopo gli esiti rovinosi della battaglia dello Shantung, nella quale i giapponesi avevano distrutto la flotta russa del Pacifico, di base a Port Arthur. L’anno dopo, ci sarebbe stato l’epilogo a Tsushima. Dunque, un momento di debolezza per la Russia, già minata al suo interno dai latenti moti rivoluzionari.
La Cina, a sua volta, era nel bel mezzo di una buriana, ovvero la rivolta dei Boxer e – in definitiva – era alle prese con l’ultimo atto delle sue millenarie dinastie.
Gli altri protagonisti del Great Game nell’Asia Centrale, dunque, erano alle corde: la Gran Bretagna cercò semplicemente d’approfittarne.
Quando Younghusband entrò in Lhasa, non fu considerato proprio un visitatore amichevole, anche se i tibetani – vista la potenza britannica – fecero di necessità virtù.
La ragione della fretta inglese nel porre una sorta di “prelazione” sul regno tibetano era dovuta all’intraprendenza dell’altro competitore del Great Game d’inizio secolo, ossia la Russia degli zar. Il rivale di Younghusband era il colonnello russo Grombtchevski, che era stato inviato su quelle montagne per lo stesso scopo: garantire “amicizia” e “collaborazione”[2]. Nell’attesa di riuscire a farne un sol boccone.
Gli inglesi lasciarono quasi subito il Tibet, formulando una soluzione furbesca: riconobbero il diritto di protettorato della Cina sul Tibet, una questione controversa, che affonda le sue radici dai tempi di Gengis Khan. Perché lo fecero?
Probabilmente per complicare le cose ai russi, giacché conoscevano bene le condizioni disastrose nelle quali versava il morente Impero Cinese. Come si potrà facilmente capire, la complessità di quelle vicende richiederebbe ben altre analisi, che prendessero in considerazione tutte le velleità delle potenze dell’epoca, ma un articolo rimane pur sempre un articolo, e non un libro.
Sarebbe dunque lungo ricordare la complessità del Great Game nell’Asia Centrale d’inizio secolo: sottolineiamo solo che gli attori erano tre – britannici, russi e cinesi – e che la Prima Guerra Mondiale e la guerra civile in Cina posero fine alle ambizioni sul Tibet[3].
A margine, possiamo notare come la situazione tibetana del 1900 fosse straordinariamente simile a quella dell’odierno Afghanistan: una terra non molto importante per le ricchezze naturali, quanto per la sua posizione geo-strategica. Difatti, sono decenni che ci si scanna nelle pietraie afgane, per un territorio che – di per sé – vale poco o nulla.
L’ultimo “sussulto” del Great Game fu però cinese: nel 1910, le truppe manciù cinesi entrarono in Lhasa ed il XIII Dalai Lama dovette fuggire in India. Durò poco: lo scoppio della guerra civile in Cina condusse alla ritirata, nel 1912. Per rendere più agibile la collocazione degli eventi, ricordiamo che l’ultima (e molto discussa) imperatrice cinese, Ci Xi, morì nel 1908, lasciando come erede un bambino, Pu Yi, la storia del quale è narrata nel film “L’ultimo imperatore” di B. Bertolucci.
Le guerre mondiali del ‘900 portarono – paradossalmente – tranquillità sull’Himalaya: inglesi, cinesi e russi erano occupati a scannarsi, in patria e per il mondo, e nessuno si ricordava del Tibet.

Nessuno, a parte i tedeschi (nazisti), che inviarono una spedizione nel paese nel periodo 1938-39 (come la parallela missione in Amazzonia, alla ricerca di segreti esoterici): in quale Tibet giunsero il dott. Ernst Schäfer, biologo e zoologo (ed ufficiale delle SS), e gli altri componenti della spedizione?
Il XIII Dalai Lama – Thubten Ghiatzo – era morto nel 1933 e, nel 1934, la reggenza era stata assunta dall’abate del monastero di Reting, Reting Rimpoche. L’attuale Dalai Lama (il XIV) – Tenzin Ghiatzo – nacque nel 1935 e fu ufficialmente riconosciuto come sua precedente incarnazione nel 1940 (1939 secondo altre fonti).
I tedeschi giunsero quindi in un momento delicato, come tutte le reggenze, e furono ben accolti dal reggente, che fece loro dono di parecchie, antiche scritture buddiste. La spedizione terminò nel 1939 e, il 4 Agosto del 1939, l’aereo che li riportava in patria atterrò all’aeroporto di Berlino.
Una seconda spedizione partì nel 1939, ma fu interrotta dagli eventi bellici: Heinrich Harrer (alpinista, prima appartenente alle SA e poi alle SS) e Peter Aufschnaiter(agronomo), partiti per scalare il Nanga Parbat[4], furono internati dagli inglesi poiché di nazionalità austro-tedesca, ma riuscirono a fuggire ed a raggiungere Lhasa nel 1946. Rimasero parecchi anni nella capitale, dove Aufschnaiter lavorò come agronomo, cartografo e per la sistemazione di canali ed impianti idroelettrici. Harrer divenne amico dell’allora giovane Dalai Lama, e le sue vicende sono raccontate nel famoso libro Sette anni nel Tibet (poi divenuto un non esaltante film).
Questi sono gli unici e documentati contatti fra la Germania nazista ed il Tibet dei Lama: un po’ pochino, a mio avviso, per far gridare a Fulvio Grimaldi che “il Dalai Lama flirtava con i nazisti, nel segno della comune purezza ariana”. In primis, nessun Dalai Lama ebbe a che fare con la prima spedizione: sulla seconda – che spedizione non era più, perché non esisteva più la Germania nazista quando i due giunsero a Lhasa – riflettiamo che il Dalai Lama era un ragazzino di dieci anni.
La figura del reggente – Reting Rimpoche – fu invece discussa, al punto che la condotta non proprio “monacale” dell’abate lo costrinse a dare le dimissioni nel 1944. Nel 1946, volle riprendersi il potere, ma fu fermato ed imprigionato nelle carceri del Potala, dove morì (qualche fonte afferma avvelenato, ma non ci sono certezze). La vicenda di Reting Rimpoche è però tutta interna al Tibet ed ai suoi equilibri, e nulla ha a che vedere con i nazisti.
Heinrich Harrer e Peter Aufschnaiter rimasero in Tibet fino al 1951, quando il giovane Dalai Lama (dichiarato maggiorenne a sedici anni per l’invasione cinese) fuggì ai confini del paese, verso l’India, per poi tornare a Lhasa e cercare un accordo con i cinesi. I due tedeschi, invece, tornarono in patria.
Cos’era successo, nel frattempo?

La fine del processo rivoluzionario in Cina, aveva riaperto i giochi: russi ed inglesi erano poco interessati al Tibet – i primi affaccendati con la nuova Guerra Fredda, i secondi che cercavano di salvare il salvabile dell’Impero – e la Cina ebbe tutte le vie aperte per conquistare Lhasa.
Sulle ragioni dell’intervento cinese, ci sono varie ipotesi. Di natura geostrategica nei confronti dell’India, oppure per una sorta di “frattura” nelle relazioni con l’URSS (durante la cosiddetta fase della “destalinizzazione”) che s’evidenziò alla fine degli anni ’50: forse, la principale ragione fu la pura e semplice conquista territoriale.
Il Tibet non era certo uno stato florido, ma i cinesi del dopoguerra erano praticamente alla fame: alcuni monaci tibetani, imprigionati, raccontarono che il cibo, per i prigionieri, era quasi “simbolico”. Nemmeno le guardie, però, avevano di che scialare: addirittura, però, gli stessi cinesi Han affamati s’avvicinavano ai “campi di rieducazione” in cerca di cibo. La carestia, in quegli anni, in Cina era quasi la regola e non l’eccezione.
Era quindi una situazione poco comprensibile per noi occidentali, quando il “ricco” è colui che detiene un semplice sacco di cereali.
Le razzie nei monasteri condussero ad accumulare oro e preziosi, ma anche il legname ed altri prodotti naturali furono depredati e spediti in Cina: il solito copione di una guerra di conquista, questa volta operato dal più straccione degli imperialisti che si possa immaginare.

Qual era la situazione interna del Tibet, in quegli anni?
La società tibetana era feudale fino al midollo, con un rilevante potere ecclesiale che aveva voce in capitolo su quasi tutto, anche se le cariche pubbliche erano “sdoppiate”, ovvero in ogni amministrazione c’era un pari grado, civile ed ecclesiastico.
Siccome, spesso, i grandi abati dei monasteri provenivano da importanti famiglie aristocratiche, il potere si “saldava” nelle mani del “primo e secondo stato” quasi in ogni luogo. La grande nobiltà, generalmente, preferiva dimorare a Lhasa, mentre i nobili in sottordine accettavano di fare i governatori (bon-po) nelle aree più lontane: a ben vedere, nulla di diverso dalla struttura russa, cinese o d’alcuni stati dell’Italia pre-risorgimentale.
Le condizioni economiche della popolazione erano naturalmente improntate ad una generale povertà, resa meno evidente rispetto ad altri luoghi dalla specificità dell’ambiente ecologico tibetano: grazie all’altitudine, la ridotta carica batterica nell’aria consentiva di conservare i cereali, in apposite torri, per quasi un secolo, mentre la carne seccata e salata rimaneva intatta per un anno intero.
Per questa ragione, è giusto affermare che nel Tibet (almeno, negli ultimi due secoli) non c’erano state gravi carestie, ma è altrettanto vero che la disparità di ricchezza fra la nobiltà e la popolazione rurale era enorme.
Uno dei cardini dell’ordinamento tibetano era l’ereditarietà dei debiti, sia nei confronti dei privati, sia con lo Stato, e questa era la vera “maledizione” dei contadini tibetani, sempre in ritardo con pagamenti e rimesse. Fu la prima riforma che introdusse, appena riconosciuto come capo di Stato, l’attuale Dalai Lama, nel 1951: cancellò l’ereditarietà dei debiti.
Il clero non viveva nel lusso, ma i monaci in Tibet erano decine, forse centinaia di migliaia, e questo era un aggravio che pesava tutto sulla popolazione rurale, priva di qualsiasi protezione sociale da parte dello Stato.
Sulla supposta protervia degli ecclesiastici, non abbiamo molte fonti attendibili: possiamo soltanto immaginare che ci fossero i più svariati comportamenti, secondo il feudatario – civile od ecclesiale – che governava quella regione. Il Tibet abolì la pena di morte già nel XIX secolo (poiché in contrasto con il dettato buddista), ma mantenne – come qualsiasi società feudale – le pene corporali. Insomma, nei giudizi che possiamo formulare, dobbiamo ricordare che parliamo di una nazione medievale proiettata nel XX secolo.
Ciò che – a mio avviso – molti commentatori non hanno compreso, è che eravamo di fronte ad una società feudale come le nostre del XVII-XVIII secolo, catapultata – grazie all’isolazionismo cercato fino all’inverosimile, ed alle due guerre mondiali che avevano posto in seria difficoltà gli eventuali colonialisti – nella seconda metà del XX secolo.
Nel 1951 – potremmo quasi affermare – un mondo che aveva appena attraversato mezzo secolo terrificante, e che aveva tratto da quelle esperienze (in positivo ed in negativo) una nuova impostazione sociale, si trovò improvvisamente di fronte un paese vasto come mezza Europa, popolato da 6-8 milioni d’abitanti (le cifre sono approssimative, e comprendono l’intero Tibet, Amdo e Kham inclusi) che vivevano secondo tradizioni ancestrali.
L’impatto, fu tremendo.

E’ mia opinione che, se non ci fossero stati gli imperialisti cinesi, quel mondo sarebbe franato ugualmente: falce e martello o Coca-Cola, il Tibet medievale era condannato.
Se ne resero conto, a posteriori, anche parecchi Lama tibetani giunti in Occidente, i quali ammisero d’essersi illusi di poter continuare a vivere nel loro “nido samsarico[5]”, come se il resto del pianeta non li riguardasse.

Nel Tibet esistevano già prima dell’invasione cinese cellule comuniste, simpatizzanti per la Rivoluzione Cinese, ma erano individui che credevano di riuscire a coniugare il grande principio della Compassione buddista con l’uguaglianza di matrice marxista. Dopo pochi anni, s’accorsero che quella sintesi era solo ideale, cancellata dalla brutalità delle truppe cinesi.
Nel decennio 1950-1960 ci fu il tentativo, da parte cinese, di cooptare il giovane Dalai Lama e l’altrettanto giovane Panchen Lama al marxismo leninismo, con viaggi in Cina e nomine – soltanto simboliche – nell’organigramma cinese. Intanto, in Tibet avvenivano tragedie.
Nel 1959 – e qui ci sono opinioni discordi su chi fomentò o diresse i disordini – il Dalai Lama fuggì da Lhasa per raggiungere l’India: recentemente, due scrittori statunitensi hanno raccontato che la fuga fu organizzata dalla CIA, ma non possiamo affermarlo con certezza. Se si crede agli americani, si crede loro sempre, anche quando sbatacchiano fialette di presunto antrace all’ONU, non solo quando fa comodo.
E’ invece accertato che gli USA eseguirono lanci d’armi[6] (solo di fabbricazione inglese, e molto vecchie, per non inimicarsi troppo la Cina) ai resistenti tibetani che, in ogni modo, non impensierirono mai l’esercito cinese.
Addestrarono piccoli gruppi di tibetani alla guerriglia, ma non appoggiarono mai con forza la causa tibetana: perché?

Nel 1951, quando avvenne la prima occupazione, gli USA erano impegnati in Corea e non se la sentivano d’aprire un altro fronte. Soprattutto, temevano un eventuale fronte contro la Cina in un Paese che non era toccato dal mare: la potenza anglo-americana è sempre stata fedele a Nettuno.
L’appoggio aereo fu probabilmente scartato per le esperienze della Seconda Guerra Mondiale, quando in Cina combattevano le famose “Tigri Volanti” di Charlie Chennault: il problema era rifornirli partendo dall’India.
Gli americani scoprirono quanto fosse difficile sorvolare l’Himalaya, perché le cime svettano oltre i 25.000 piedi d’altitudine, quote molto elevate per gli aerei da trasporto dell’epoca. Difatti, parecchi equipaggi si dovettero lanciare per problemi meccanici e presero terra anche in Tibet.
L’ultima ragione che non portò Washington ad un evidente appoggio alla causa tibetana fu la stessa che condusse a sospendere i rifornimenti alla guerriglia: la politica sorretta da George Bush (padre), quando era ambasciatore a Pechino, era quella di creare legami in chiave antisovietica. In quegli anni, Cina ed URSS giunsero addirittura a confrontarsi militarmente sui fiumi Amur ed Ussuri – per questioni di confini – e tutto ciò mandava in brodo di giuggiole Washington. E Taiwan? Quando mai gli USA accettarono che l’isola si dichiarasse completamente indipendente dalla grande Cina? Una indipendenza de facto poteva anche passare, mentre quella de iure avrebbe condotto a fratture con Pechino: il Tibet, a ben vedere, valeva ancora di meno.
Di conseguenza, gli USA hanno usato più che sorretto la causa tibetana, ed anche gli ultimi avvenimenti sembrano confermarlo.

Liberi da ogni ingerenza esterna (incubo della politica cinese, dai tempi della parziale occupazione europea d’inizio ‘900) i cinesi si dedicarono alla “modernizzazione” del Tibet.
I cinesi non compresero – abituati ai grandi numeri – che la società tibetana era un microcosmo assai fragile: la richiesta di 2.000 tonnellate d’orzo per sfamare le truppe d’occupazione e gli animali al loro seguito – fatta da un generale cinese al governo tibetano nei primi anni – provocò quasi ilarità: non c’era, nell’intero paese, un simile quantitativo di granaglie!
Abituati al frumento, i cinesi non gradivano l’orzo: collettivizzarono le terre ed imposero la coltivazione del grano, al posto del tradizionale orzo.
Il frumento, in Tibet, cresce soltanto nella bassa valle del Brahamaputra – nei pressi di Shigatse – mentre nel resto del paese l’altitudine non consente che l’orzo, le patate e poco altro.
I cinesi “liberatori”, grazie a questa bella invenzione, inflissero ai tibetani la più grave carestia che gli abitanti ricordassero a memoria d’uomo. Obbligarono anche ad adottare, in tutto il Paese, l’ora di Pechino: chi difende l’operato cinese contro i “Lama nazisti”, queste cose dovrebbe raccontarle.
Sull’altro piatto della bilancia, i cinesi hanno modernizzato il Paese costruendo strade, ferrovie, aeroporti, ecc, ma hanno trasferito decine di milioni di cinesi Han in terre, per loro, poco ospitali: i cinesi Han sono una popolazione di pianura, abituata ai grandi fiumi e che mal s’adatta a vivere a 3.500 metri d’altitudine.

La situazione odierna vede alcune decine di milioni di cinesi Han (intorno ai 40 milioni) convivere con circa 6,5 milioni di tibetani e con una minoranza musulmana (da secoli presente in Tibet), chiamati Hui.
Devo confessare che i filmati della recente rivolta mi hanno lasciato alquanto perplesso, per la violenza con la quale sono stati portati avanti – indubbiamente – dalla minoranza tibetana, poco avvezza a questi scenari di guerriglia urbana. Sembrava quasi d’osservare Gaza o Beirut.
Riflettiamo che lo stesso Dalai Lama – più volte – ha affermato che l’indipendenza del Tibet dalla Cina non è più in agenda: quello che chiede è il rispetto delle tradizioni e del credo buddista. Il quale – nonostante si siano fatti vivi i soliti “avvoltoi della storia”, che non esitano ad imputare sommosse o guerre per altre ragioni alla religione – non ha mai fomentato guerre nel mondo. Di certo, cristiani, musulmani ed ebrei hanno ben altro su cui meditare.
Inutile qui ricordare che la minoranza Tamil dello Shri Lanka è sì buddista, ma le ragioni della contrapposizione sono politiche, e non c’entrano niente con il buddismo. Come se la ragione delle guerre in Medio Oriente fossero l’Islam o l’Ebraismo! Cerchiamo dalle parti del petrolio, che è meglio.
Quei manifestanti di Lhasa mi hanno colpito perché erano straordinariamente violenti, organizzati, efficaci nei loro attacchi di guerriglia urbana. Qualcosa che stride con il carattere dei tibetani.
Ho il sospetto che – ancora una volta – non fosse in agenda la libertà del Tibet, ma qualcos’altro. Forse l’enorme debito che gli USA stanno accumulando nei confronti della Cina? O i dollari che i cinesi cercano subito di rivendere, perché è come essere pagati con monete di ghiaccio, che si sciolgono con il trascorrere del tempo? Una rivolta con un copione “globalizzato”, che sembra avere il giusto marchio per essere sbattuto sui principali media planetari. Dopo i tanti fallimenti delle due presidenze Bush, un po’ di Tibet in rivolta può risollevare le quotazioni di Washington. La speranza, nello Studio Ovale, è l’ultima a morire.

La rivolta di Lhasa non condurrà a nulla di buono per i tibetani, tanto che lo stesso Dalai Lama ha subito lanciato un appello per la fine delle violenze da entrambe le parti.
Chi, oggi, può pensare d’infastidire la Cina con delle manifestazioni di piazza? I cinesi reagiranno come sempre, ovvero con la forza bruta, e non hanno rivali.
Solo qualche sprovveduto nostrano va in piazza a gridare libertà per il Tibet: facile farlo a Roma, un po’ più arduo farlo a Lhasa, dove ti prendi le fucilate cinesi.
Qualcuno, ancora più fesso, non s’è accorto di compiere una discriminazione senza remore: difendiamo strenuamente la libertà dei palestinesi e dei curdi, e che i tibetani vadano a farsi fottere. Di questo passo, potremo dissertare se i curdi sono “buoni” quando combattono i turchi e “cattivi” quando appoggiano gli USA in Iraq. Oppure giocarci ai dadi chi dovrà ammazzare l’altro in Kosovo, serbi od albanesi: è un vicolo cieco, che si chiama nazionalismo.
Il vero internazionalismo passa sopra a razze e religioni, nel nome della comune appartenenza alla razza umana. Non declina le rime delle alleanze fra le borghesie finanziarie, perché sono quelle stesse borghesie – arabe, europee, russe, ecc – che recitano i versi della guerra per raggiungere i loro scopi di dominio sul proletariato: cinese e tibetano, inglese ed irlandese, armeno e turco, basco e spagnolo.
Chi si sente profondamente internazionalista, inorridisce nel vedere le sofferenze di questo o di quel popolo “tirate per la giacchetta” per miseri scopi di bottega: nella guerra del 1982, con chi ci si doveva schierare, con gli imperialisti britannici o con i fascisti argentini?
Non provo e non trovo contraddizioni fra il pensiero marxista e molti assiomi delle principali religioni: scopro invece terribili compromessi e macchinazioni – fra sedicenti idealisti, dottrinari e dottrinali – per cercare d’essere domani il nuovo padrone, al posto di quello che oggi ci schiaccia. Ora, nessun cane abbaia tanto perché gli sia cambiata la catena.
E, fra un padrone americano ed uno cinese, forse sceglierei ancora quello made in USA: se non altro, perché è senz’altro più fesso, ed avrei qualche speranza di batterlo.


[1] Chumi Shengo, in tibetano, significa sorgenti termali. Patrick French – Oltre le porte della città proibita – Sperling & Kupfer - 2000.
[2] Patrick French, op. cit.
[3] Ho cercato di riassumere qualche aspetto di quegli importantissimi avvenimenti nel mio libro “Europa Svegliati” – Malatempora – 2003.
[4] Heinrich Harrer era un valente alpinista, ed aveva fatto parte della cordata che aveva scalato per la prima volta la parete Nord dell’Eiger.
[5] Il Samsara, nella filosofia buddista, rappresenta i sei regni della rinascita (Inferi, Spiriti, Animali, Uomini, Semidei, Dei) che gli esseri percorrono infinite volte, prima di giungere alla condizione di Liberato (Arhat) od Illuminato (Buddha).
[6] Tenzin Ghiatzo – La libertà nell’esilio – Sperling & Kupfer - 1998

13 marzo 2008

La Nazionale avversaria








Di questi tempi, fioriscono sul Web le più disparate proposte sul come comportarsi alle prossime elezioni: si va dall’astensionismo puro, al non-ritiro della scheda elettorale con richiesta di segnalazione nel verbale, al voto per formazioni che non avranno nessun peso.
Tutto ciò (avrò certamente dimenticato altre proposte) è perfettamente comprensibile, poiché il livello di sopportazione degli italiani è oramai traboccato, ma ha poco senso se non riusciamo a comprendere profondamente il livello di commistione interna dell’attuale classe politica.
Si fa presto a dire “sono tutti d’accordo” perché, se non riuscirete a dimostrarlo, v’accuseranno sempre di qualunquismo.
Partendo da una vicenda sindacal-giudiziaria, che ha coinvolto circa 70.000 italiani, dimostrerò – senza ombra di dubbio – che l’attuale classe politica è tutta collusa, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Vedremo, in seguito, contro chi e perché. E li sfido a dimostrare il contrario.

La storia parte intorno al 1970, con la legge sull’ordinamento regionale (che prevedeva l’abolizione delle Province): come eludere quell’impegno, che avrebbe significato perdere qualche migliaio di posti per i politici “trombati”, i figli di mammasantissima, le mogli in cerca di carriera?
Che il Bel Paese se ne freghi del Diritto – quando cozza con gli interessi della Casta – lo sappiamo: la vicenda di Europa7 insegna, ma anche questa storia non ha niente da invidiare.
Cercherò d’essere più conciso possibile – a scapito d’aspetti secondari – ma, quando s’affrontano i “fatti”, bisogna cercare d’essere precisi.

Per inventare qualche nuovo “ambito” di competenza per le Province, non bastavano certo la caccia e la pesca: ci voleva qualcosa di “sostanzioso”.
S’inventarono allora che per alcuni tipi di scuola – tutte le altre, eccettuati i Licei Classici, gli Istituti Tecnici Industriali, Istituti Professionali e Magistrali – il personale non docente (ed una piccola parte di docenti) sarebbe stato alle dipendenze delle Amministrazioni Provinciali. Motivazione? Nessuna, perché non si capisce per quale motivo un Liceo Classico debba avere personale dello Stato ed uno Scientifico della Provincia: una pura e semplice ripartizione per mantenere in vita le Province. Un po’ “d’ossigeno”, fin quando non fossero state inventate nuove competenze. Per scaldare le sedie di lor signori con i nostri soldi.
Mi rendo conto che pochi italiani conosceranno la vicenda ma, fino al 31 Dicembre 1999, le cose stavano così.

Nel 1997, viene emanato il cosiddetto “decreto Bassanini”, che individuava un futuro “aziendale” anche per settori come la scuola e la sanità: siamo nel momento aureo del governo Prodi, nel quale tutti corrono – garruli e felici – verso un futuro di “competitività” e “globalizzazione”.
Con il nuovo millennio – complice la “riforma Bassanini” – tale personale deve passare sotto lo Stato, perché non si sono mai viste “aziende” che non abbiano potestà sui loro dipendenti. Riflettiamo che, una simile “pensata” liberista, è stata partorita da un uomo che ha trascorso la vita nelle federazioni con l’effige di Stalin.
La legge, che provvede a questo trasferimento, è la n. 124 del 1999, all’art. 8, comma 2:

2. Il personale di ruolo…omissis…dipendente dagli enti locali, in servizio nelle istituzioni scolastiche statali alla data di entrata in vigore della presente legge, è trasferito nei ruoli del personale ATA statale ed è inquadrato nelle qualifiche funzionali e nei profili professionali corrispondenti per lo svolgimento dei compiti propri dei predetti profili…omissis…A detto personale vengono riconosciuti ai fini giuridici ed economici l'anzianità maturata presso l'ente locale di provenienza nonché il mantenimento della sede in fase di prima applicazione in presenza della relativa disponibilità del posto.

Gli “omissis” non nascondono niente, soltanto un po’ di “scrematura” per rendere più agevole la lettura: ciascuno di voi potrà leggere facilmente la legge 124/99 cercandola su Google.

Per una volta, sembra che sia stata scritta una legge chiara: se hai 10 anni d’anzianità maturati presso un Comune od una Provincia, avrai lo stesso stipendio di un pari grado nello Stato.
Il problema è che gli stipendi dello Stato sono leggermente più alti, e bisogna provvedere alla differenza: chi scrisse la legge lo sapeva, ma preferì fare finta di niente.
Nel frattempo, Prodi è caduto, D’Alema s’è dedicato al bombardamento di Belgrado ed è divenuto impresentabile per gli elettori di sinistra. Si tira allora fuori dall’armadio il Dottor Sottile – alias Giuliano Amato – il quale è così “sottile” che riuscirebbe, per turlupinarvi, a passare sotto gli zerbini.

Lo ricordano milioni di piccoli risparmiatori, quando – siccome l’inflazione era al 15%, lo Stato aveva una “fame” di denaro immensa, e di conseguenza i Buoni Postali avevano alti rendimenti – il Dottor Sottile pensò bene di “rivedere” – a posteriori – quei rendimenti. Ovviamente, quando la paura per il bilancio dello Stato era passata.
Così, milioni di nonnine che avevano risparmiato 100.000 lirette per il nipotino, si videro gabbare da una legge che interveniva sui rendimenti di un contratto di natura privata, fra il risparmiatore e le Poste, laddove lo Stato non avrebbe avuto nessun diritto di metterci il becco. Ma, si sa, in Italia il Diritto è un optional.

In questo caso, la situazione era più spinosa: riflettiamo che 70.000 dipendenti fanno “massa elettorale”, e sono dell’ordine di grandezza di un’azienda come la FIAT. In questi frangenti, torna utile passare la palla all’ala, ossia ai sempre fedeli sindacati confederali & affini.
Siamo nel Luglio del 2000 – governa ancora il centro sinistra – e, mentre il solleone brucia strade e spiagge, si riuniscono i soliti “carbonari”: funzionari ministeriali, ARAN e Sindacati. Ripeteranno l’identico copione per l’accordo del 23 Luglio 2007, sulle pensioni e sul welfare.
Nasce il primo pateracchio: l’anzianità non viene più riconosciuta, ma “temporizzata”. La lingua italiana sa arrampicarsi su trapezi impossibili.

Ai suddetti dipendenti viene attribuita la posizione stipendiale, tra quelle indicate nell’allegata tabella B, d’importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31-12-1999 costituito da stipendio e retribuzione individuale di anzianità nonché, per coloro che ne sono provvisti, dall’indennità specifica prevista dall’art. 4, comma 3 del CCNL 16-7-1996 enti locali come modificato dall’art. 28 del CCNL 1-4-1999 enti locali, dall’indennità prevista dall’art.37, comma 4, del CCNL 6-7-1995 e dall’indennità prevista dall’art.37, comma 1, lettera d) del medesimo CCNL.

Ci avete capito qualcosa? Dubito, ma non fa niente.
Nella Tabella B, c’era scritto praticamente che quella gente sarebbe sì passata sotto lo Stato, ma avrebbe continuato a percepire lo stipendi di prima! A questo servono i sindacati! Ovviamente, quando governa il centro sinistra.

Arriva Berlusconi e la situazione non cambia: anzi, partono migliaia di ricorsi alla Magistratura del Lavoro, che per la quasi totalità danno ragione ai lavoratori. I Magistrati di primo grado, evidentemente, fra il pateracchio sindacale di Luglio, ed il testo della legge 124/99, ritengono più chiaro il secondo.
Così la pensa anche la Corte di Cassazione, che inizia ad emanare le prime sentenze definitive, che danno tutte ragione ai lavoratori.
Da notare che moltissime cause vengono promosse dalla stessa CGIL – che ha sostenuto l’accordo capestro! – che, quindi, ricorre contro se stessa! Ma, ricordiamo, sta governando il centro destra ed ogni sgambetto è lecito.

La situazione allarma Berlusconi e Tremonti, i quali s’affrettano – nella legge finanziaria per il 2006 – ad inserire un comma nel quale forniscono “l’interpretazione autentica” della legge del 1999! Non potrebbero abolirla – altrimenti quella gente tornerebbe sotto Province e Comuni! – e allora “s’interpreta”. Sei anni dopo.
Il comma della Finanziaria è una vera “perla” del Diritto: in pratica, recepisce in pieno la “temporizzazione” firmata dalla CGIL! Aggiunge però una nota “partenopea” – giacché, nel frattempo, alcune sentenze sono diventate definitive ed a vantaggio dei lavoratori – ossia “E' fatta salva l'esecuzione dei giudicati formatisi alla data di entrata in vigore della presente legge”. Traduzione: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato, salutamm’e paisà”. Chi ce l’ha fatta, buon per lui: gli altri, corrano.

Qualcuno, s’accorge che questa è una “porcata” al quadrato e firma un ordine del giorno al Senato. Sono i senatori: Acciarini (DS), Soliani (DS), Cortina (Verdi), Manieri (SDI), Betta (Margherita), Franco V. (Ulivo), Modica (DS), Tessitore (Ulivo), Zavoli (DS), D’Andrea (Margherita), Monticane (Margherita), Togni (RC). (Ordine del giorno atto Senato 3613-b). Affermano:

Il Senato, considerato che: con un emendamento per la finanziaria 2006 approvato dalla Camera il Governo taglia le retribuzioni dei lavoratori Ata e Itp della scuola provenienti dagli EE.LL., inventandosi una interpretazione “autentica” che stravolge l’art’8 della legge 124/99 e mira a disconoscere i diritti dei lavoratori stessi e a cancellare tutti i provvedimenti pendenti;
La Corte di Cassazione ha ripetutamente riconosciuto il diritto ad una giusta retribuzione per il servizio prestato e che in base a sentenze favorevoli dello stesso organo della magistratura centinaia di lavoratori hanno ottenuto uno stipendio corrispondente all’attività lavorativa prestata;
altre decine di migliaia di lavoratori nella stessa situazione giuridica, ma il cui procedimento di fronte alla Corte di Cassazione è ancora pendente, vedrebbero così negata ogni loro prospettiva con una perdita salariale annua stimabile in alcune migliaia di euro.
Impegna il Governo:
a ripristinare il diritto al riconoscimento del servizio stabilito da ripetute sentenze della Cassazione ed adottare immediatamente i provvedimenti necessari per evitare situazioni di disparità tra lavoratori, vessatorie e profondamente ingiuste.

La cosa incredibile è che l’Ordine del Giorno viene approvato all’unanimità dal Senato, anche da quelli che avevano appena votato a favore dell’emendamento-capestro!
La coscienza, in qualche modo, bisogna pur lavarsela: d’altro canto, lo stesso estensore della nuova legge elettorale non avrà remore a definirla una “porcata”. Oramai, non fanno altro.
Fra l’altro, le migliaia di procedimenti persi dal Ministero dell’Istruzione, non sono a “costo zero”: l’ultima sentenza che è stata emanata (2008), prevede il pagamento di 2.000 euro di spese processuali da parte dello Stato! Insomma, si spende per le sole spese processuali probabilmente la metà del contenzioso! Il PIL, però, aumenta.

Nell’antro della CGIL, mentre Berlusconi impera, si studiano le contromisure: bisogna a tutti i costi contribuire alla causa che ha regalato a Cofferati la poltrona di sindaco di Bologna (e, in futuro, altre poltrone per noi). Si prova con la Corte Costituzionale: non sarà mica ritenuto costituzionale un comma che discrimina, fra chi ha completato l’iter giudiziario e chi invece è ancora in corsa e, soprattutto, che introduce un principio di retroattività del Diritto!
Dimenticano d’esser stati loro stessi, nel 2000, a dare “inizio alle danze” contro i lavoratori.
E vai con i Grandi Costituzionalisti!
C’è subito un intoppo. Anzi, più d’uno.
Il primo è gravissimo: nell’Aprile del 2006 è tornato in sella Romano Prodi. Adesso, che si fa? Si rischia di metterlo nello “stoppino” al “governo amico”?
C’è però “in corsa” una riforma della giustizia che abolisce la precedente riforma Castelli – non molto gradita alla magistratura, soprattutto ai piani alti – e forse qualcosa si può fare.

Così, la memoria dell’Avvocatura dello Stato che deve sostenere il comma voluto da Berlusconi (e scritto a suo tempo dalla CGIL!) porta, in calce, la firma di Romano Prodi! Uniti nella lotta.
E i signori: Acciarini, Soliani, Cortiana, Manieri, Betta, Franco V., Modica, Tessitore, Zavoli, D’Andrea, Monticone, Togni, che s’erano così generosamente e coraggiosamente impegnati? Dov’erano? E il Senato che aveva approvato all’unanimità? Ah, saperlo…
La Corte Costituzionale – non sappiamo se per ringraziare l’allora Guardasigilli Mastella – s’inventa una mostruosità tale per cui tutto può essere retroattivo, e le normative europee in materia di lavoro non vanno interpretate così come sono. Eh no, siamo nel Bel Paese. Soltanto quando comoda: Europa7 insegna.
La Corte di Cassazione si deve adeguare: pur tuttavia, qualche coraggioso magistrato continua ancora oggi a considerare un mostro il pronunciamento della Corte Costituzionale, ed a dare ragione ai lavoratori! Temo per loro: il collaudato metodo “Forleo-De Magistris” incombe.
I COBAS giungono a definire la vicenda una storia di “mobbing di Stato”, e non sono lontani dalla realtà.

Dopo le “adunate oceaniche” – oggi – la CGIL chiede umilmente al ministro Fioroni almeno la “rateizzazione” del “maltolto”, ossia dei soldi che i lavoratori avevano ricevuto dopo le sentenze di primo e/o secondo grado! Il grande sindacato italiano – quello che ci ha regalato un anno in più di lavoro rispetto alla riforma Maroni, ed ha sancito la liceità di tutti i contratti a termine che taglieggiano i giovani – si prostra di fronte a Sua Eminenza il Fiorone, il peggior Ministro dell’Istruzione che abbia occupato la poltrona di viale Trastevere dai tempi della Jervolino. Avessero, almeno, un po’ di dignità: quella dignità che i lavoratori hanno, e che i sindacalisti venduti calpestano.

Dopo questa illuminante storiella, chi vorreste votare? Storac-Berluscon-Veltron-Casin-Bertinotti?
Questa vicenda non viene da Marte: i nostri grandi “costituzionalisti” sono riusciti a concepire un tale mostro giuridico, grazie al quale ci saranno tre diversi tipi di bidelli con medesima anzianità. Uno, proviene dagli Enti Locali ed è riuscito a rientrare nell’emendamento “partenopeo” – sentenza passata in giudicato, scurdammoce o’ passat’e – mentre un secondo è da sempre dipendente statale e non rientra nel problema. Un terzo, che spazza 1/3 del corridoio come gli altri, prende meno soldi perché è intervenuta dapprima la CGIL nel 2000, che poi ha passato la palla a Berlusconi nel 2005: infine, l’assist finale di Prodi ed il goal.
Questa è l’interpretazione “autentica” dei nostri costituzionalisti, i quali non riescono nemmeno più a considerare l’elementare principio d’eguaglianza di fronte alla legge.

Questa vicenda dimostra inequivocabilmente che c’è stata commistione e, anzi, addirittura collaborazione contro un diritto elementare dei lavoratori. Mica un’iperbole del diritto: semplicemente, riconoscere che due persone che svolgono la stessa mansione, nella stessa struttura, con identici compiti ed uguale anzianità percepiscono la stessa retribuzione.
Ma, di là di questa vicenda, avete notato qualche contrapposizione per argomenti che stanno a cuore agli italiani – la vicenda dei truffati Parmalat, dei bond argentini, la benzina che non fa che salire e nessuno fa nulla, la scuola che va a catafascio, la malasanità, ecc – oppure le contrapposizioni si limitano alla gestione dei ruoli? Tu giocavi con quello! No, non è vero: gli ho passato una sola volta la palla ma per sbaglio! No, vi ho visti mangiare il gelato insieme! Questo è il livello.

Vi prego, il giorno delle elezioni risparmiatevi almeno il sangue gramo, perché la Nazionale italiana dei Politici è coesa e gioca con una strategia ben oliata e funzionale. Giocano con un modulo vecchio – il cosiddetto WM – perché, se scatta un fuorigioco, emanano immediatamente un Decreto Legge che lo annulla. Anche retroattivamente.
Dalle ultime anticipazioni, che siamo riusciti ad avere dai vari ritiri, pare che la formazione sarà questa:

Portiere: Guglielmo Epifani. E’ collaudato difensore per qualsiasi situazione rischiosa, anche quando si lotta per anni contro il precariato e poi, per ordini superiori di poltrone & affini, bisogna rimangiarsi tutto. Affidabile al 100%, para i rigori e, se per caso una palla va in rete, s’appella subito alla concertazione, all’unità sindacale e fa annullare tutto.

Terzino destro: Raffaele Bonanni. Difensore arcigno, di vecchio stampo, capace di “mordere i garretti” anche all’attaccante più scaltro. Le voci che circolano sul suo conto, ossia che avesse a che fare con il malaffare del calcio-scommesse, sono ovviamente infondate. E’ soprannominato “Don Raffaé”.

Terzino sinistro: Luigi Angeletti. Uomo più di spinta che di copertura. Si lancia spesso in avanti sulla fascia, corre e porta acqua a tutti i mulini, senza distinzione, dai no-global a Confindustria. Lascia un po’ a desiderare sulla continuità: pare, a volte, che giunto a metà campo abbia già esaurito il fiato. Purtroppo, non sono più i tempi del “cinese”.

Mediano destro: Piero Fassino. Noto per la sua interpretazione, insieme a Luciano Ligabue, della versione “live” del noto brano “Una vita da mediano”. Difficile dire oggi fin quando riuscirà a tessere abilmente le trame di centrocampo: in particolare, senza perdere mezza squadra ogni volta che avanza.

Centromediano: Pierferdinando Casini. Giocatore eclettico, dalle mille risorse. Capace di difendere i valori cattolici della famiglia, anche se più d’una, come la sua. Per il futuro spera di continuare a rivestire il ruolo di cerniera di centrocampo, nel quale eccelle, soprattutto dopo che Clemente Mastella – suo outsider – ha appeso le scarpette al chiodo.

Mediano sinistro: Roberto Maroni. Dopo il grave infortunio che ha chiuso la carriera di Umberto Bossi, il ruolo d’inventare qualcosa di nuovo al centrocampo gli è giunto per censo. Abile nello scompaginare le difese avversarie con improbabili secessioni: in fin dei conti, è stato preferito al coriaceo Calderoli per la maggior affidabilità, ossia la disponibilità a votare qualsiasi “porcata” gli chiedano. Senza, però, urlarlo dopo ai quattro venti.

Ala destra: Giulio Tremonti. E’ la grande speranza del calcio italiano, inutile nasconderlo. Capace di tuonare contro Bruxelles e la Cina, d’imbonire i grandi banchieri e di scrivere libri da no-global. Un eclettismo indomabile: performance da grande campione, inutile nasconderlo. Pecca, purtroppo, sulla continuità, laddove – in passato – fu colto da “saudade” e dovette essere sostituito a metà gara. Un’incognita da non sottovalutare.

Mezzala destra: Letta, Gianni ed Enrico. Purtroppo, le inique regole del calcio non consentono di farli giocare insieme, poiché i due non sono in antagonismo, bensì sono la naturale continuità l’uno dell’altro. Come Plinio il Vecchio e Plinio il Giovane. Nell’attesa che si riescano finalmente a riformare gli ingiusti regolamenti UEFA – e l’Italia possa finalmente dimostrare d’aver buon diritto, a differenza d’altri, a giocare in 12 – sarà praticamente una staffetta. Questo è uno dei ruoli che non riserverà sorprese, per continuità ed affidabilità.

Centravanti: Silvio Berlusconi. Il vecchio bomber è una delle certezze di questa Nazionale. Sicuro ed esperto, il vecchio “puntero” può preoccupare soltanto per le sue condizioni fisiche, che durante alcuni passati match non sono sembrate ottimali. Ha promesso che, all’esordio in campionato, sfoggerà una capigliatura alla George Best.

Mezzala sinistra: Walter Veltroni. La scelta del “leggero” Veltroni per sostenere le punte è stata obbligata, giacché il grande regista della Nazionale – Romano Prodi – ha deciso di chiudere con il calcio. Abile nel dribblare anche le evidenze più acclarate, ha come difetto quello di voler sempre “correre da solo”, una caratteristica che mal si sposa con la necessità del gioco di squadra. Speriamo che la lunga esperienza maturata nella Stella Rossa, nella Dinamo e nel Partizan gli sia d’aiuto, anche se oggi pare guardare con più attenzione ai Chicago Rangers.

Ala sinistra: Fini/D’Alema. Questo ruolo è il vero cruccio del coach – Giulio Andreotti – poiché i due sono molto simili, ma dotati di forte carattere e decisi a non lasciarsi soffiare il posto. Entrambi, affermano d’avere idee chiarissime, addirittura “da quando sono N.A.T.O.”. Il loro affiatamento con il bomber Berlusconi è fuor di discussione – anni di gioco di squadra lo confermano – ma le troppo spiccate doti caratteriali e l’ambizione sfrenata potrebbero giocare loro brutti scherzi. Si prospetta l’eterna staffetta “Rivera-Mazzola”.

Veniamo alle riserve. Svanita la convocazione di Rutelli – il centrocampista ha dichiarato di “voler concludere la carriera nella Roma” – i ruoli di centrocampo sono forse i più difficili da coprire. Ma partiamo con ordine:

Portiere: Renata Polverini è il naturale successore di Epifani. Partita come ala destra, si è scoperta estremo difensore. Eclettismo del calcio.

Difesa: a parte alcuni vecchi “senatori” della difesa – Bindi, Turco, Bertinotti, Matteoli – si fanno i nomi di Cicchitto e di Alemanno. Il primo, purtroppo, ebbe problemi con il “calcio scommesse” e la Procura Milanese, ed anche la sua lunga militanza nel Castiglion Fibocchi suscita qualche perplessità. Sul secondo s’appuntano più speranze, anche se un po’ “leggero”, privo del necessario “physique du rôle”.

Centrocampo: è il reparto dove più scarseggiano gli eventuali sostituti. Abbandonata l’ipotesi Calderoli – troppe “porcate” e cartellini rossi – l’unica alternativa sembra essere Rocco Bottiglione, che però prende ordini solo dal cappellano della squadra. Come cursore sembra che stia salendo la quotazione di Mussi ma, a parte correre, sembra che non sappia fare altro.

Attacco: nel ruolo di “bomber” si fa largo il nome di Fiamma Nirenstein, che ha avuto una lunga militanza nel Maccabi, ma proprio questa sua abitudine di voler sempre e solo attaccare lascia qualche perplessità. Nel gioco europeo, un attaccante deve a volte saper rientrare: anche alcune “frizioni” interne, con un massaggiatore – un tal Ciarrapico – destano qualche preoccupazione. Michela Vittoria Brambilla ha invece rifiutato il ruolo, vista l’impossibilità di giocare con le calze autoreggenti. In alternativa, è sempre pronto Diliberto, abile nella corsa e nel palleggio ma poco abituato ad inquadrare la porta: non segna dal 1972.


Come potrete notare, la squadra è ben disposta in campo: manca, purtroppo, la squadra avversaria.
Siamo noi i destinatari di tanto clamore, sotto la duplice veste di pubblico plaudente e destinatario di tutte le loro nequizie. Sono disposti a fare i circenses a vita, basta che il pane sia razionato per noi ed abbondante per loro.
Tutto l’apparato gioca sempre e soltanto contro i nostri interessi, fin quando non saremo in grado di mettere in campo anche noi una squadra: qualcosa di reale, non proclami e fumo negli occhi.
C’è, allora, da scompigliarsi i capelli per il 13 Aprile?
Io non so ancora cosa farò: dipenderà anche dal tempo e dalle possibili alternative, mare o qualche gita. Se troverò il tempo e la voglia d’andare al seggio, ricorderò un famoso italiano che – decenni or sono – fu grande interprete dei tanti Pasquini che da sempre sbeffeggiano il potere. Credo che lo voterò: Vota Antonio!