
“…penetra in questo nostro regno in isfacelo un esercito potente, il quale, approfittando della nostra negligenza, ha già messo piede, segretamente, in alcuni dei nostri porti migliori ed è sul punto di spianare al vento la sua bandiera.”
William Shakespeare – Re Lear – Atto Terzo, Scena Prima.
Sono ore gravi.
In queste ore, stiamo vivendo una vera e propria “notte della Repubblica” e non molti se ne rendono conto: a parte il fiato sprecato nelle trombe, l’opposizione non si rende conto della gravità di quel che sta accadendo. Siamo giunti ad un passo dal “commissariamento” del Parlamento: sarebbe auspicabile, almeno, un nuovo “Aventino”, se solo i partiti d’opposizione avessero ancora un briciolo di coraggio.
L’eversione sta tutta nel non aver rispettato un articolo della legge delega[1], che il Governo stesso aveva richiesto alla sua maggioranza, per attuare il cosiddetto “federalismo”.
Non sono quisquilie, sono le basi sulle quali poggia la nostra democrazia:
"Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo. Il Governo, qualora, anche a seguito dell'espressione dei pareri parlamentari, non intenda conformarsi all'intesa raggiunta in Conferenza unificata, trasmette alle Camere e alla stessa Conferenza unificata una relazione nella quale sono indicate le specifiche motivazioni di difformità dall'intesa." (art. 4)
Invece, l’attuale Governo ha ritenuto di emanare ugualmente il decreto, il quale era stato approvato dalla Commissione Bilancio ma non da quella per l’Attuazione dell’art. 119 della Costituzione (sempre il cosiddetto “federalismo”), il cui parere è stato negativo, non essendo stata raggiunta la maggioranza (15 a 15).
Lo ha fatto perché, altrimenti, Bossi avrebbe rotto l’alleanza con Berlusconi e l’avrebbe lasciato in braghe di tela con le sue vicende di nani e ballerine (un eufemismo: con l’accusa di sfruttamento della prostituzione minorile).
Come riporta “Repubblica”[2], in Consiglio dei Ministri il problema d’aspettare i rituali trenta giorni e la presentazione alle Camere (come previsto dalla legge delega), per tentare di rimettere a posto una legge bislacca, s’era posto: qualcuno aveva adombrato il rischio che il Quirinale ritenesse passata la misura. E il rischio, come s’è visto, c’era.
Uno ieratico Maroni, negli stessi istanti, andava in giro per il Parlamento a raccontare che già c’era un accordo per andare alle elezioni a Maggio[3], e lo spifferava niente di meno che al PD Castagnetti: siamo, evidentemente, alle Quinte Colonne ed al gioco di spie.
Perché?
Berlusconi e Bossi sanno benissimo che la tanto attesa legge per il cosiddetto Federalismo è fallita: altri passaggi attendono altre parti del provvedimento, e saranno forche caudine, disordini istituzionali, attacchi al vetriolo.
Che fare?
I leghisti del Nord chiedono a gran voce di rompere l’alleanza con Berlusconi – molti di loro, persone per bene, non se la sentono più d’appoggiare il Caimano erotomane con le minorenni – ma questo significa prendersi, come nel 1994, la responsabilità di far cadere il Governo.
In alternativa, la Lega rischia seriamente di far cadere se stessa, perché il trend elettorale dell’ultimo mese evidenzia un’inversione di tendenza. Il caso Ruby, pesa.
Meglio, allora, lasciare tutto nelle mani di Napolitano: qualora il Presidente avesse emanato la legge, si sarebbe cantata vittoria mentre, in caso contrario, la responsabilità sarebbe stata fatta ricadere, per il volgo, tutta nelle mani di un Presidente Napolitano, di nome e di fatto. Dopo la decisione di Napolitano – schermaglie a parte, livori ricacciati nel profondo, bile ingoiata a tonnellate, frasi di circostanza, rassicurazioni espresse facendo le corna sotto il tavolo… – già si capisce che si andrà alle elezioni.
In questa gran bagarre, c’è un silenzio politico che assorda.
A parte le rituali dichiarazioni pro e contro la scelta (a nostro avviso eversiva) del Governo, non si notano dichiarazioni d’intenti, iniziative o quant’altro per una decisione in sé eversiva: tutti gli attori della politica avevano ben compreso che le carte, oramai, erano soltanto nelle mani del Presidente della Repubblica. Questo non assolve la loro timidezza.
Si trattava, per la delicatezza del caso, di una situazione molto spinosa: vediamo il perché.
La Repubblica Italiana nacque con un impianto legislativo di chiaro stampo parlamentare, lo testimoniano molti articoli, a partire dall’art. 70:
"La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere."
Soltanto dopo, all’art. 71, entra in gioco il Governo, ma solo alla pari con gli altri attori:
"L'iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.
Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli."
Veniamo ai casi nei quali il Governo può emanare le leggi, la cosiddetta legge delega, all’art. 76:
"L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti."
Ed il decreto legge all’art. 77:
"Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.
Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti."
L’intento del legislatore costituente è chiaro: fornire al Governo un mezzo per intervenire rapidamente nelle emergenze oppure, quando vi siano dei contrappesi (e le commissioni parlamentari lo sono), affidare al Governo “per tempo limitato e per oggetti definiti” alcune, specifiche materie. Così importanti come la ripartizione amministrativa della fiscalità sul territorio nazionale? Può essere considerato un “oggetto definito”?
L’obiettivo dei vari Governi di Silvio Berlusconi (ma non dimentichiamo l’avallo che questa impostazione ha ricevuto da esponenti del centro-sinistra, ad esempio Bassanini) è sempre stato quello di trasformare la Repubblica da parlamentare a presidenziale e, questo, senza passare sotto le forche caudine della procedura di riforma costituzionale. S’è visto che fine fecero, quando ci provarono, nel 2006.
Capita l’antifona, sono iniziarono delle manovre che non possono essere definite eversive (fino a ieri sera) – poiché circoscritte all’ambito mediatico e del lessico politico – quali la pressante citazione di una presunta “Costituzione materiale” e la proposizione a vanvera di un “federalismo” associato all’art. 119 della Costituzione, laddove la parola “federalismo” non compare. Eppure, i costituzionalisti conoscevano a dovere la materia: perché non lo citarono?
A rischio di ripeterci ancora una volta, vorremmo ricordare che i processi federativi e confederativi sono percorsi d’aggregazione fra entità statali, le quali decidono – per svariati motivi – di procedere nella condivisione di principi comuni, fino alla creazione di una entità superiore, alla quale sono demandati compiti e funzioni che viene definita, appunto, Stato federale o confederale. Un lampante esempio fu lo Zollverein (unione doganale) tedesco dell’Ottocento, oppure la Confederazione Elvetica.
I processi di maggiore autonomia finanziaria delle singole amministrazioni, in qualsiasi tipo d’impianto statale, sono definiti semplicemente riforme amministrative, nulla di più.
I processi di secessione, invece, avvengono quasi ovunque per cause belliche: l’unico caso pacifico che possiamo ricordare, nella Storia Contemporanea, è la separazione consensuale fra le Repubbliche Ceca e Slovacca, le quali già esistevano (sotto diversa forma) prima del 1918.
Se l’intento della Lega Nord è quello di frantumare l’Italia sui confini ante 1861, oppure di staccare soltanto il Lombardo Veneto dal resto, si tratta di una legittima rivendicazione la quale, però, non trova corrispettivi nell’impianto legislativo italiano per essere attuata. E nemmeno, salvo una pacifica e condivisa decisione, in ambito internazionale.
A nostro avviso, i sostenitori della Lega Nord dovrebbero rendersi conto, anzitutto, della pochezza dei loro sostenitori: nel Veneto, roccaforte della Lega, il partito di Bossi – nel 2008 – ha raccolto soltanto il 27,1% dei voti[4] per la Camera, in Lombardia soltanto il 16%. Sono questi “numeri” da secessione?
Stabilito che una secessione non è praticabile per due ragioni – chi la sostiene, nelle aree potenzialmente secessioniste, non raggiunge nemmeno un terzo dei voti e non esistono strumenti legislativi per avviare un simile percorso – non rimane che praticare la via dell’autonomia amministrativa e di dimenticare i termini “federalismo” e “secessione”.
Personalmente, ritengo che i sostenitori della Lega Nord siano stati ingannati da un ventennio di menzogne: i mali dell’Italia non si risolvono con una separazione che si tradurrebbe in un minor “peso” internazionale del nuovo Stato (poniamo il Veneto), totalmente compreso nei confini italiani. L’isolamento lo esporrebbero ancor più alle “tempeste” internazionali, la sua moneta sarebbe subito presa di mira dalla speculazione, l’industria incontrerebbero enormi difficoltà per le esportazioni nel suo naturale bacino italiano. Sono tutte difficoltà che sono sorte e che tuttora pesano, e parecchio, sulle repubbliche ex jugoslave.
Questo spiega anche perché il sostegno alla Lega Nord provenga dalle classi sociali meno abbienti, giacché gli imprenditori preferiscono dare il loro appoggio a partiti di centro-destra nazionali, consci dei pericoli ai quali sarebbe esposta l’imprenditoria veneta se “corresse” da sola.
Chiudo qui la dissertazione: ciascuno è libero di pensarla come crede e di rivolgersi ai vaneggiamenti dei vari Della Luna.
Il vero problema italiano è una classe politica completamente allo sbando e non solo corrotta – lo sono le classi politiche di molti Paesi – ma totalmente incapace: sono stati scelti per premere semplicemente dei pulsanti a comando, e solo quello sanno fare.
Nei giorni scorsi, è intervenuto in questo dibattito Massimo D’Alema[5]: non proviamo soverchia simpatia per il Presidente del PD, ma gli riconosciamo grande acume politico. D’Alema, sinteticamente, ha “dipinto” la situazione: stiamo correndo su un binario pericoloso, gli italiani sono sempre più distaccati dalla loro classe politica, bisognerebbe chiedere loro quale tipo di Stato preferiscono, se parlamentare o presidenziale. D’Alema giunge a proporre una legislatura (neo) “costituente”: ipotesi un po’ fumosa, ma l’analisi coglie nel segno.
Torniamo, allora, agli avvenimenti di ieri: una commissione parlamentare boccia, sostanzialmente, l’impianto riformatore che il Governo ha steso.
A quel punto, partono infinite dissertazioni sulla “validità” costituzionale di quel respingimento: chi afferma, come Berlusconi, che era soltanto un “parere”, una sorta di partita finita zero a zero – quando anche gli allievi delle elementari sanno che l’approvazione richiede la metà più uno – e chi grida al golpe.
Se si fosse passato oltre quel “parere” – a nostro avviso – avrebbe semplicemente significato che una legge delega, stilata due anni or sono – la quale affidava il compito di varare una riforma amministrativa al Governo – bastava, da sola, per emanare una qualsiasi legge. Senza controlli né contrappesi, poiché la commissione parlamentare competente l’aveva bocciata. Contraddicendo completamente l’art. 70.
Non si può parlare di “golpe”: è eccessivo, ma d’eversione sì.
Il Presidente Napolitano, fortunatamente, ha compreso il rischio che correva la Repubblica con l’emanazione di quella legge – di là della sua validità o meno – e non ha commesso un madornale errore: avrebbe fatto passare il principio che il Parlamento – affidato al Governo il compito di stesura di un testo di legge – potrebbe rimanere senza strumenti di controllo. E il Parlamento, ricordiamo, è l’unico strumento democratico di controllo che gli elettori hanno (o “dovrebbero” avere).
Il solo fatto che un Governo abbia tentato un simile azzardo, però, si configura come un attacco, e quindi vilipendio, della Costituzione: da quel momento in poi, anche formalmente, la Repubblica Italiana – nata con la Costituzione del 1947 – avrebbe cessato, di fatto, d’esistere.
Da domani, le stesse persone che hanno tentato un simile azzardo contro le legittime basi della Repubblica, torneranno a dilapidare sorrisi e menzogne, ad occupare ogni angolo dei monitor e delle TV. Continueranno nella loro stantia solfa del “ammodernamento”, delle “riforme”, del “futuro”, della “serietà”, del “controllo”…in realtà, per come si sono comportati, hanno gettato la maschera: Berlusconi, Bossi, Tremonti, Calderoli e tutta la compagnia sono soltanto degli eversori, nemici giurati della Repubblica.
E’ assolutamente necessario, a qualsiasi costo e tappandosi anche bocche ed orecchie, mandare al più presto in malora questa banda d’eversori che sta tentando di violentare il Paese: questa volta Napolitano c’ha messo una pezza ma, se la società civile non darà segni di ribellione, per quanto potrà ancora farlo?
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
Questa pubblicazione non può essere considerata alla stregua della pubblicazione a stampa, giacché ha carattere saltuario e si configura, dunque, come un libera espressione, così come riferito dall'art. 21 della Costituzione. Per le immagini eventualmente presenti, si fa riferimento al comma 3 della Legge 22 Maggio 2004 n. 128, trattandosi di citazione o di riproduzione per fini culturali e senza scopo di lucro.
William Shakespeare – Re Lear – Atto Terzo, Scena Prima.
Sono ore gravi.
In queste ore, stiamo vivendo una vera e propria “notte della Repubblica” e non molti se ne rendono conto: a parte il fiato sprecato nelle trombe, l’opposizione non si rende conto della gravità di quel che sta accadendo. Siamo giunti ad un passo dal “commissariamento” del Parlamento: sarebbe auspicabile, almeno, un nuovo “Aventino”, se solo i partiti d’opposizione avessero ancora un briciolo di coraggio.
L’eversione sta tutta nel non aver rispettato un articolo della legge delega[1], che il Governo stesso aveva richiesto alla sua maggioranza, per attuare il cosiddetto “federalismo”.
Non sono quisquilie, sono le basi sulle quali poggia la nostra democrazia:
"Il Governo, qualora non intenda conformarsi ai pareri parlamentari, ritrasmette i testi alle Camere con le sue osservazioni e con eventuali modificazioni e rende comunicazioni davanti a ciascuna Camera. Decorsi trenta giorni dalla data della nuova trasmissione, i decreti possono comunque essere adottati in via definitiva dal Governo. Il Governo, qualora, anche a seguito dell'espressione dei pareri parlamentari, non intenda conformarsi all'intesa raggiunta in Conferenza unificata, trasmette alle Camere e alla stessa Conferenza unificata una relazione nella quale sono indicate le specifiche motivazioni di difformità dall'intesa." (art. 4)
Invece, l’attuale Governo ha ritenuto di emanare ugualmente il decreto, il quale era stato approvato dalla Commissione Bilancio ma non da quella per l’Attuazione dell’art. 119 della Costituzione (sempre il cosiddetto “federalismo”), il cui parere è stato negativo, non essendo stata raggiunta la maggioranza (15 a 15).
Lo ha fatto perché, altrimenti, Bossi avrebbe rotto l’alleanza con Berlusconi e l’avrebbe lasciato in braghe di tela con le sue vicende di nani e ballerine (un eufemismo: con l’accusa di sfruttamento della prostituzione minorile).
Come riporta “Repubblica”[2], in Consiglio dei Ministri il problema d’aspettare i rituali trenta giorni e la presentazione alle Camere (come previsto dalla legge delega), per tentare di rimettere a posto una legge bislacca, s’era posto: qualcuno aveva adombrato il rischio che il Quirinale ritenesse passata la misura. E il rischio, come s’è visto, c’era.
Uno ieratico Maroni, negli stessi istanti, andava in giro per il Parlamento a raccontare che già c’era un accordo per andare alle elezioni a Maggio[3], e lo spifferava niente di meno che al PD Castagnetti: siamo, evidentemente, alle Quinte Colonne ed al gioco di spie.
Perché?
Berlusconi e Bossi sanno benissimo che la tanto attesa legge per il cosiddetto Federalismo è fallita: altri passaggi attendono altre parti del provvedimento, e saranno forche caudine, disordini istituzionali, attacchi al vetriolo.
Che fare?
I leghisti del Nord chiedono a gran voce di rompere l’alleanza con Berlusconi – molti di loro, persone per bene, non se la sentono più d’appoggiare il Caimano erotomane con le minorenni – ma questo significa prendersi, come nel 1994, la responsabilità di far cadere il Governo.
In alternativa, la Lega rischia seriamente di far cadere se stessa, perché il trend elettorale dell’ultimo mese evidenzia un’inversione di tendenza. Il caso Ruby, pesa.
Meglio, allora, lasciare tutto nelle mani di Napolitano: qualora il Presidente avesse emanato la legge, si sarebbe cantata vittoria mentre, in caso contrario, la responsabilità sarebbe stata fatta ricadere, per il volgo, tutta nelle mani di un Presidente Napolitano, di nome e di fatto. Dopo la decisione di Napolitano – schermaglie a parte, livori ricacciati nel profondo, bile ingoiata a tonnellate, frasi di circostanza, rassicurazioni espresse facendo le corna sotto il tavolo… – già si capisce che si andrà alle elezioni.
In questa gran bagarre, c’è un silenzio politico che assorda.
A parte le rituali dichiarazioni pro e contro la scelta (a nostro avviso eversiva) del Governo, non si notano dichiarazioni d’intenti, iniziative o quant’altro per una decisione in sé eversiva: tutti gli attori della politica avevano ben compreso che le carte, oramai, erano soltanto nelle mani del Presidente della Repubblica. Questo non assolve la loro timidezza.
Si trattava, per la delicatezza del caso, di una situazione molto spinosa: vediamo il perché.
La Repubblica Italiana nacque con un impianto legislativo di chiaro stampo parlamentare, lo testimoniano molti articoli, a partire dall’art. 70:
"La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere."
Soltanto dopo, all’art. 71, entra in gioco il Governo, ma solo alla pari con gli altri attori:
"L'iniziativa delle leggi appartiene al Governo, a ciascun membro delle Camere ed agli organi ed enti ai quali sia conferita da legge costituzionale.
Il popolo esercita l'iniziativa delle leggi, mediante la proposta, da parte di almeno cinquantamila elettori, di un progetto redatto in articoli."
Veniamo ai casi nei quali il Governo può emanare le leggi, la cosiddetta legge delega, all’art. 76:
"L'esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principî e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti."
Ed il decreto legge all’art. 77:
"Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.
Quando, in casi straordinari di necessità e d'urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.
I decreti perdono efficacia sin dall'inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti."
L’intento del legislatore costituente è chiaro: fornire al Governo un mezzo per intervenire rapidamente nelle emergenze oppure, quando vi siano dei contrappesi (e le commissioni parlamentari lo sono), affidare al Governo “per tempo limitato e per oggetti definiti” alcune, specifiche materie. Così importanti come la ripartizione amministrativa della fiscalità sul territorio nazionale? Può essere considerato un “oggetto definito”?
L’obiettivo dei vari Governi di Silvio Berlusconi (ma non dimentichiamo l’avallo che questa impostazione ha ricevuto da esponenti del centro-sinistra, ad esempio Bassanini) è sempre stato quello di trasformare la Repubblica da parlamentare a presidenziale e, questo, senza passare sotto le forche caudine della procedura di riforma costituzionale. S’è visto che fine fecero, quando ci provarono, nel 2006.
Capita l’antifona, sono iniziarono delle manovre che non possono essere definite eversive (fino a ieri sera) – poiché circoscritte all’ambito mediatico e del lessico politico – quali la pressante citazione di una presunta “Costituzione materiale” e la proposizione a vanvera di un “federalismo” associato all’art. 119 della Costituzione, laddove la parola “federalismo” non compare. Eppure, i costituzionalisti conoscevano a dovere la materia: perché non lo citarono?
A rischio di ripeterci ancora una volta, vorremmo ricordare che i processi federativi e confederativi sono percorsi d’aggregazione fra entità statali, le quali decidono – per svariati motivi – di procedere nella condivisione di principi comuni, fino alla creazione di una entità superiore, alla quale sono demandati compiti e funzioni che viene definita, appunto, Stato federale o confederale. Un lampante esempio fu lo Zollverein (unione doganale) tedesco dell’Ottocento, oppure la Confederazione Elvetica.
I processi di maggiore autonomia finanziaria delle singole amministrazioni, in qualsiasi tipo d’impianto statale, sono definiti semplicemente riforme amministrative, nulla di più.
I processi di secessione, invece, avvengono quasi ovunque per cause belliche: l’unico caso pacifico che possiamo ricordare, nella Storia Contemporanea, è la separazione consensuale fra le Repubbliche Ceca e Slovacca, le quali già esistevano (sotto diversa forma) prima del 1918.
Se l’intento della Lega Nord è quello di frantumare l’Italia sui confini ante 1861, oppure di staccare soltanto il Lombardo Veneto dal resto, si tratta di una legittima rivendicazione la quale, però, non trova corrispettivi nell’impianto legislativo italiano per essere attuata. E nemmeno, salvo una pacifica e condivisa decisione, in ambito internazionale.
A nostro avviso, i sostenitori della Lega Nord dovrebbero rendersi conto, anzitutto, della pochezza dei loro sostenitori: nel Veneto, roccaforte della Lega, il partito di Bossi – nel 2008 – ha raccolto soltanto il 27,1% dei voti[4] per la Camera, in Lombardia soltanto il 16%. Sono questi “numeri” da secessione?
Stabilito che una secessione non è praticabile per due ragioni – chi la sostiene, nelle aree potenzialmente secessioniste, non raggiunge nemmeno un terzo dei voti e non esistono strumenti legislativi per avviare un simile percorso – non rimane che praticare la via dell’autonomia amministrativa e di dimenticare i termini “federalismo” e “secessione”.
Personalmente, ritengo che i sostenitori della Lega Nord siano stati ingannati da un ventennio di menzogne: i mali dell’Italia non si risolvono con una separazione che si tradurrebbe in un minor “peso” internazionale del nuovo Stato (poniamo il Veneto), totalmente compreso nei confini italiani. L’isolamento lo esporrebbero ancor più alle “tempeste” internazionali, la sua moneta sarebbe subito presa di mira dalla speculazione, l’industria incontrerebbero enormi difficoltà per le esportazioni nel suo naturale bacino italiano. Sono tutte difficoltà che sono sorte e che tuttora pesano, e parecchio, sulle repubbliche ex jugoslave.
Questo spiega anche perché il sostegno alla Lega Nord provenga dalle classi sociali meno abbienti, giacché gli imprenditori preferiscono dare il loro appoggio a partiti di centro-destra nazionali, consci dei pericoli ai quali sarebbe esposta l’imprenditoria veneta se “corresse” da sola.
Chiudo qui la dissertazione: ciascuno è libero di pensarla come crede e di rivolgersi ai vaneggiamenti dei vari Della Luna.
Il vero problema italiano è una classe politica completamente allo sbando e non solo corrotta – lo sono le classi politiche di molti Paesi – ma totalmente incapace: sono stati scelti per premere semplicemente dei pulsanti a comando, e solo quello sanno fare.
Nei giorni scorsi, è intervenuto in questo dibattito Massimo D’Alema[5]: non proviamo soverchia simpatia per il Presidente del PD, ma gli riconosciamo grande acume politico. D’Alema, sinteticamente, ha “dipinto” la situazione: stiamo correndo su un binario pericoloso, gli italiani sono sempre più distaccati dalla loro classe politica, bisognerebbe chiedere loro quale tipo di Stato preferiscono, se parlamentare o presidenziale. D’Alema giunge a proporre una legislatura (neo) “costituente”: ipotesi un po’ fumosa, ma l’analisi coglie nel segno.
Torniamo, allora, agli avvenimenti di ieri: una commissione parlamentare boccia, sostanzialmente, l’impianto riformatore che il Governo ha steso.
A quel punto, partono infinite dissertazioni sulla “validità” costituzionale di quel respingimento: chi afferma, come Berlusconi, che era soltanto un “parere”, una sorta di partita finita zero a zero – quando anche gli allievi delle elementari sanno che l’approvazione richiede la metà più uno – e chi grida al golpe.
Se si fosse passato oltre quel “parere” – a nostro avviso – avrebbe semplicemente significato che una legge delega, stilata due anni or sono – la quale affidava il compito di varare una riforma amministrativa al Governo – bastava, da sola, per emanare una qualsiasi legge. Senza controlli né contrappesi, poiché la commissione parlamentare competente l’aveva bocciata. Contraddicendo completamente l’art. 70.
Non si può parlare di “golpe”: è eccessivo, ma d’eversione sì.
Il Presidente Napolitano, fortunatamente, ha compreso il rischio che correva la Repubblica con l’emanazione di quella legge – di là della sua validità o meno – e non ha commesso un madornale errore: avrebbe fatto passare il principio che il Parlamento – affidato al Governo il compito di stesura di un testo di legge – potrebbe rimanere senza strumenti di controllo. E il Parlamento, ricordiamo, è l’unico strumento democratico di controllo che gli elettori hanno (o “dovrebbero” avere).
Il solo fatto che un Governo abbia tentato un simile azzardo, però, si configura come un attacco, e quindi vilipendio, della Costituzione: da quel momento in poi, anche formalmente, la Repubblica Italiana – nata con la Costituzione del 1947 – avrebbe cessato, di fatto, d’esistere.
Da domani, le stesse persone che hanno tentato un simile azzardo contro le legittime basi della Repubblica, torneranno a dilapidare sorrisi e menzogne, ad occupare ogni angolo dei monitor e delle TV. Continueranno nella loro stantia solfa del “ammodernamento”, delle “riforme”, del “futuro”, della “serietà”, del “controllo”…in realtà, per come si sono comportati, hanno gettato la maschera: Berlusconi, Bossi, Tremonti, Calderoli e tutta la compagnia sono soltanto degli eversori, nemici giurati della Repubblica.
E’ assolutamente necessario, a qualsiasi costo e tappandosi anche bocche ed orecchie, mandare al più presto in malora questa banda d’eversori che sta tentando di violentare il Paese: questa volta Napolitano c’ha messo una pezza ma, se la società civile non darà segni di ribellione, per quanto potrà ancora farlo?
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
Questa pubblicazione non può essere considerata alla stregua della pubblicazione a stampa, giacché ha carattere saltuario e si configura, dunque, come un libera espressione, così come riferito dall'art. 21 della Costituzione. Per le immagini eventualmente presenti, si fa riferimento al comma 3 della Legge 22 Maggio 2004 n. 128, trattandosi di citazione o di riproduzione per fini culturali e senza scopo di lucro.
[1] Vedi: http://www.parlamento.it/parlam/leggi/09042l.htm
[2] Vedi: http://www.repubblica.it/politica/2011/02/04/news/bei_quirinale-12041643/
[3] Vedi: http://www.corriere.it/politica/11_febbraio_04/partita-finale-elezioni-verderami_8b84809e-3028-11e0-b267-00144f02aabc.shtml
[4] Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Elezioni_politiche_italiane_del_2008_(Veneto)
[5] Vedi: http://www.massimodalema.it/interventi/documenti/dett_dalema.asp?id_doc=3694








