
Suscita quasi l’ilarità ascoltare le dichiarazioni di Sergio Marchionne[1] – no, possibile Serge Marchionnì no, probabile Sergy Marchionny – perché sono lo scivolamento sul nulla: solida lastra d’acciaio? Possibile. Sottile strato di ghiaccio sull’abisso? Probabile.
C’è un piano industriale della FIAT per il futuro? Possibile. Non si deve saperne nulla? Probabile.
“Un leone usa tutta la sua forza per uccidere un coniglio” – sentenziava nel Medio Evo nipponico Mijamoto Musashi – ma l’assegnazione delle parti non è ancora decisa. Sembra probabile una FIOM in versione coniglio ed un Marchionnone con gli artigli pronti – “senza il sì, si chiude Mirafiori” – ma tutto sta nella capacità di reazione della FIOM, che potrebbe ribaltare il canone. Possibile?
La posta in gioco non è soltanto la questione FIAT, bensì la grande “questione lavoro” italiana iniziata con la legge Treu, proseguita con la legge 30/Biagi: oggi si presenta il conto con il tandem Marchionne/Sacconi, appoggiato dalle seconde linee Bonanni/Angeletti.
Sono a confronto due linee di pensiero completamente antitetiche: la versione “savana selvaggia” dei quattro compari approdati alle chimere del berlusconismo rampante (in fase di ristrutturazione centro/destra/sinistra con o senza Berlusconi), in contrapposizione al modello europeo del mercato del lavoro.
Per mandare a quel paese tutte le fesserie di Marchionne, basterebbe rispondere ad una domanda: da quando è stata inaugurata (da Treu in poi) la nuova “stagione” nel mercato del lavoro, le cose – per gli italiani (sottratti Marchionne e i quattro scalzacani che lo seguono) – sono andate meglio? Raffiniamo la domanda: sottraendo gli azionisti e gli attacché al governo, gli italiani hanno ricevuto benefici?
Basterebbe ricordare che, il direttore dell’INPS, non osa pubblicizzare i futuri piani previdenziali dei giovani perché ci sarebbe da attendersi una rivolta (parole sue): tutto finirebbe lì!
L’obiezione dei Marchionnini è che, senza quelle riforme, le cose sarebbero potute andare anche peggio: ci sembra, tutto sommato, un sillogismo da osteria.
Potremmo obiettare – fra un bicchiere di bianco ed un caffé – che il se ed il ma (in Toscana) sono il pane dei grulli, e dunque un vaso dei fiori poteva cadere sulla mia testa, su quella di Marchionne o su quella del tandem “riformista” sindacale. In quel caso, data la pochezza della materia grigia presente, un solo vaso sarebbe già stato letale.
Marchionne, poco elegantemente, si sottrae all’obiezione che la FIAT, in pratica, con i soldi che ha preso dallo Stato dovrebbe essere una public company come la Régie Renault. Dice “perché non li ha chiesti lui”. Beh, però se li è ritrovati. Possibile? No, probabile.
Lamenta la fatica di correre per il mondo a “cercar soldi”, ma non spiaccica una parola sui futuri piani industriali del Lingotto: perché?
Poiché tutta l’operazione sembra centrata sull’ennesimo “prendi i soldi e scappa”, in questo caso negli USA.
Chrysler non è di proprietà FIAT: gli stabilimenti Chrysler sono di proprietà del fondo pensione dei lavoratori. Dunque, anche Chrysler è assimilabile a qualcosa che non è frutto di quel capitalismo “puro e duro” che Sergino vuol far credere: in buona sostanza, gli americani – forti dei capitali dei fondi pensione – sono inattaccabili, mentre per l’Italia è pronta la parte della Corea di turno. Anzi, Malesia? Possibile. Zimbabwe? Probabile.
Il topolino, scaturito dalla montagna dei quattro moschettieri da strapazzo, è semplice: ricattare l’Italia al punto da farla lavorare per un tozzo di pane gettato sotto il tavolo dei potenti.
Per questa ragione non ci sono progetti per auto di nuova generazione – saputo, Serge, che è già pronto il Kangoo elettrico? – e nemmeno la FIAT mostra interesse per un fenomeno che sarà senz’altro in crescita: le piccole auto elettriche per il car sharing urbano.
Su “Repubblica”[2] – visto che il neo pretendente alla poltrona di sindaco di Torino è Fassino, il quale ovviamente concorda con Marchionne al 100% – si sperticano nel giudicare una “buona speranza” il fatto che, dunque…la quota di mercato FIAT di Dicembre 2010 è “solo” in calo dell’1,9%, mentre quella annua è del 2,7%...dunque…c’è da ben sperare. Come un tizio al quale diagnosticano: lei non ha la broncopolmonite, solo la polmonite. Orsù: gioisca.
Sempre Repubblica[3], si dichiara “soddisfatta” per la buona accoglienza che ha ricevuto il titolo FIAT all’apertura dei mercati: un “balzo” da 15,43 a 16 euro. Ammette che gli analisti s’aspettavano una quotazione a 16,80 ma, tanto per dare una mano alla coppia Marchionne/Fassino, va bene così.
Questo si chiama giornalismo finanziario “de no antri”, poiché i listini – in un solo giorno – non raccontano nulla sul piano delle scelte strategiche di un’azienda! Vediamo almeno la prima trimestrale?
Probabilmente, la difesa dei valori costituzionali è una “lotta ad ore” per il giornalismo radical-chic di sinistra: la difesa dei principi sul lavoro, esposti nella Costituzione – pare di capire – succede sempre nei giorni “no”.
Niente da fare: quando sono in gioco gli interessi della borghesia, nazionale ed internazionale, possiamo leggere gli stessi articoli sugli stessi giornali che si fanno la guerra per questo o per quello, per Berlusconi o contro Berlusconi. E’ quella che già Marx definì “la sostanziale unitarietà delle borghesie”, e non possiamo che riconoscerla come tale.
Sacconi rincara la dose[4], con una serie di sofismi che lo qualificano come l’ultimo giapponese dell’atollo berlusconiano (al quale è stato tolto il tappo): il grande male – secondo il nostro Jaruzelski da strapazzo – sarebbero gli accordi sindacali del 1993: aboliti – oh, finalmente! – sembra tirare un respiro di sollievo, dimenticando che su ogni accordo manca la firma, da mesi e mesi, del principale sindacato italiano. E che, alla sinistra della CGIL, sono sempre più forti i COBAS e la FIOM.
Sacconelski s’ostina a definire “modernità” il “superamento” di quegli accordi, come fossero rottami dell’ancien régime: vorremmo ricordargli che la stagione dei grandi “entusiasmi”, susseguenti il Congresso di Vienna del 1815, durò pochissimo. Di lì a poco, fu tutto un fiorire di costituzioni, concesse od estorte con la forza.
Se tutto va bene, madama la marchesa, non si capisce proprio perché il centro di Roma sia stato messo a ferro e fuoco dai dimostranti un pomeriggio qualunque, oppure perché cresca ogni giorno la parte d’italiani che si dicono schifati al pensiero di votare. O ancora, che un partito quasi nato dal nulla – piaccia o non piaccia Vendola – giunga ad incassare proiezioni di voto vicine all’8%: sono tutti sintomi che il sistema sta traballando.
Qualcuno dirà: governeranno lo stesso. Risposta: la citazione di Jaruzelski non è stata casuale.
Tirando le somme, Marchionne aspetta il momento giusto per trasformare la FIAT nella “bad company” di Chrysler – altrimenti non si capisce perché s’ostini a non pubblicizzare il piano industriale dell’azienda – mentre Sacconi aspetta che qualcuno gli dica come si farà a tirare avanti con un paio di voti di maggioranza – altrimenti non si capisce come mai la Lega mandi sempre più evidenti segni d’insofferenza – ed entrambi sperano d’avere abbastanza tempo per portare a termine i loro fini. Che, non dimentichiamo, sono semplicemente quelli di continuare ad impoverire la gran parte degli italiani per arricchirne pochi.
Possibile? No, probabile.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
C’è un piano industriale della FIAT per il futuro? Possibile. Non si deve saperne nulla? Probabile.
“Un leone usa tutta la sua forza per uccidere un coniglio” – sentenziava nel Medio Evo nipponico Mijamoto Musashi – ma l’assegnazione delle parti non è ancora decisa. Sembra probabile una FIOM in versione coniglio ed un Marchionnone con gli artigli pronti – “senza il sì, si chiude Mirafiori” – ma tutto sta nella capacità di reazione della FIOM, che potrebbe ribaltare il canone. Possibile?
La posta in gioco non è soltanto la questione FIAT, bensì la grande “questione lavoro” italiana iniziata con la legge Treu, proseguita con la legge 30/Biagi: oggi si presenta il conto con il tandem Marchionne/Sacconi, appoggiato dalle seconde linee Bonanni/Angeletti.
Sono a confronto due linee di pensiero completamente antitetiche: la versione “savana selvaggia” dei quattro compari approdati alle chimere del berlusconismo rampante (in fase di ristrutturazione centro/destra/sinistra con o senza Berlusconi), in contrapposizione al modello europeo del mercato del lavoro.
Per mandare a quel paese tutte le fesserie di Marchionne, basterebbe rispondere ad una domanda: da quando è stata inaugurata (da Treu in poi) la nuova “stagione” nel mercato del lavoro, le cose – per gli italiani (sottratti Marchionne e i quattro scalzacani che lo seguono) – sono andate meglio? Raffiniamo la domanda: sottraendo gli azionisti e gli attacché al governo, gli italiani hanno ricevuto benefici?
Basterebbe ricordare che, il direttore dell’INPS, non osa pubblicizzare i futuri piani previdenziali dei giovani perché ci sarebbe da attendersi una rivolta (parole sue): tutto finirebbe lì!
L’obiezione dei Marchionnini è che, senza quelle riforme, le cose sarebbero potute andare anche peggio: ci sembra, tutto sommato, un sillogismo da osteria.
Potremmo obiettare – fra un bicchiere di bianco ed un caffé – che il se ed il ma (in Toscana) sono il pane dei grulli, e dunque un vaso dei fiori poteva cadere sulla mia testa, su quella di Marchionne o su quella del tandem “riformista” sindacale. In quel caso, data la pochezza della materia grigia presente, un solo vaso sarebbe già stato letale.
Marchionne, poco elegantemente, si sottrae all’obiezione che la FIAT, in pratica, con i soldi che ha preso dallo Stato dovrebbe essere una public company come la Régie Renault. Dice “perché non li ha chiesti lui”. Beh, però se li è ritrovati. Possibile? No, probabile.
Lamenta la fatica di correre per il mondo a “cercar soldi”, ma non spiaccica una parola sui futuri piani industriali del Lingotto: perché?
Poiché tutta l’operazione sembra centrata sull’ennesimo “prendi i soldi e scappa”, in questo caso negli USA.
Chrysler non è di proprietà FIAT: gli stabilimenti Chrysler sono di proprietà del fondo pensione dei lavoratori. Dunque, anche Chrysler è assimilabile a qualcosa che non è frutto di quel capitalismo “puro e duro” che Sergino vuol far credere: in buona sostanza, gli americani – forti dei capitali dei fondi pensione – sono inattaccabili, mentre per l’Italia è pronta la parte della Corea di turno. Anzi, Malesia? Possibile. Zimbabwe? Probabile.
Il topolino, scaturito dalla montagna dei quattro moschettieri da strapazzo, è semplice: ricattare l’Italia al punto da farla lavorare per un tozzo di pane gettato sotto il tavolo dei potenti.
Per questa ragione non ci sono progetti per auto di nuova generazione – saputo, Serge, che è già pronto il Kangoo elettrico? – e nemmeno la FIAT mostra interesse per un fenomeno che sarà senz’altro in crescita: le piccole auto elettriche per il car sharing urbano.
Su “Repubblica”[2] – visto che il neo pretendente alla poltrona di sindaco di Torino è Fassino, il quale ovviamente concorda con Marchionne al 100% – si sperticano nel giudicare una “buona speranza” il fatto che, dunque…la quota di mercato FIAT di Dicembre 2010 è “solo” in calo dell’1,9%, mentre quella annua è del 2,7%...dunque…c’è da ben sperare. Come un tizio al quale diagnosticano: lei non ha la broncopolmonite, solo la polmonite. Orsù: gioisca.
Sempre Repubblica[3], si dichiara “soddisfatta” per la buona accoglienza che ha ricevuto il titolo FIAT all’apertura dei mercati: un “balzo” da 15,43 a 16 euro. Ammette che gli analisti s’aspettavano una quotazione a 16,80 ma, tanto per dare una mano alla coppia Marchionne/Fassino, va bene così.
Questo si chiama giornalismo finanziario “de no antri”, poiché i listini – in un solo giorno – non raccontano nulla sul piano delle scelte strategiche di un’azienda! Vediamo almeno la prima trimestrale?
Probabilmente, la difesa dei valori costituzionali è una “lotta ad ore” per il giornalismo radical-chic di sinistra: la difesa dei principi sul lavoro, esposti nella Costituzione – pare di capire – succede sempre nei giorni “no”.
Niente da fare: quando sono in gioco gli interessi della borghesia, nazionale ed internazionale, possiamo leggere gli stessi articoli sugli stessi giornali che si fanno la guerra per questo o per quello, per Berlusconi o contro Berlusconi. E’ quella che già Marx definì “la sostanziale unitarietà delle borghesie”, e non possiamo che riconoscerla come tale.
Sacconi rincara la dose[4], con una serie di sofismi che lo qualificano come l’ultimo giapponese dell’atollo berlusconiano (al quale è stato tolto il tappo): il grande male – secondo il nostro Jaruzelski da strapazzo – sarebbero gli accordi sindacali del 1993: aboliti – oh, finalmente! – sembra tirare un respiro di sollievo, dimenticando che su ogni accordo manca la firma, da mesi e mesi, del principale sindacato italiano. E che, alla sinistra della CGIL, sono sempre più forti i COBAS e la FIOM.
Sacconelski s’ostina a definire “modernità” il “superamento” di quegli accordi, come fossero rottami dell’ancien régime: vorremmo ricordargli che la stagione dei grandi “entusiasmi”, susseguenti il Congresso di Vienna del 1815, durò pochissimo. Di lì a poco, fu tutto un fiorire di costituzioni, concesse od estorte con la forza.
Se tutto va bene, madama la marchesa, non si capisce proprio perché il centro di Roma sia stato messo a ferro e fuoco dai dimostranti un pomeriggio qualunque, oppure perché cresca ogni giorno la parte d’italiani che si dicono schifati al pensiero di votare. O ancora, che un partito quasi nato dal nulla – piaccia o non piaccia Vendola – giunga ad incassare proiezioni di voto vicine all’8%: sono tutti sintomi che il sistema sta traballando.
Qualcuno dirà: governeranno lo stesso. Risposta: la citazione di Jaruzelski non è stata casuale.
Tirando le somme, Marchionne aspetta il momento giusto per trasformare la FIAT nella “bad company” di Chrysler – altrimenti non si capisce perché s’ostini a non pubblicizzare il piano industriale dell’azienda – mentre Sacconi aspetta che qualcuno gli dica come si farà a tirare avanti con un paio di voti di maggioranza – altrimenti non si capisce come mai la Lega mandi sempre più evidenti segni d’insofferenza – ed entrambi sperano d’avere abbastanza tempo per portare a termine i loro fini. Che, non dimentichiamo, sono semplicemente quelli di continuare ad impoverire la gran parte degli italiani per arricchirne pochi.
Possibile? No, probabile.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://www.repubblica.it/economia/2011/01/03/news/borsa_3_gennaio-10799882/?ref=HREA-1
[2] Vedi: http://www.repubblica.it/motori/attualita/2011/01/03/news/mercato_auto_crollo_record-10818507/?ref=HREA-1
[3] Vedi: http://www.repubblica.it/economia/2011/01/03/news/borsa_3_gennaio-10799882/?ref=HREA-1
[4] Vedi: http://www.repubblica.it/economia/2011/01/04/news/sacconi_l_accordo_del_1993_morto_ma_i_diritti_non_sono_stati_svenduti-10829014/?ref=HREC1-4







