14 marzo 2010

A scuola da Jafar


E’ un bel lusso essere nonni, non tutti – oggi – riescono a diventarlo: sarà che si diventa oramai padri a 50 e più anni, che i figli si sposano tardi…insomma, diventare nonni – nell’era globalizzata – è diventato un miraggio. Soprattutto, esserlo senza essere confinati in un letto e dunque di peso per i figli affaccendati in mille lavori e lavoretti: giovani che s’arrabattano e s’affannano per portare a casa un salario da fame. Un altro bel regalo della globalizzazione.
Fra i privilegi dell’esser nonni, c’è quello di rivedere i vecchi cartoni che, quando s’era genitori, o non esistevano oppure (più frequente) non s’aveva il tempo di seguire insieme ai figli (i quali, alla prima occasione, te lo fanno notare con un pizzico di sarcasmo).
La “nonnità” è quindi un privilegio, anche se chi scrive è un nonno che ancora lavora, ma impegnando poco di se stesso: il minimo indispensabile, quello richiesto dai “brunettiani” per non essere tacciato di “fannulloneria”. Perché? Poiché, quando si è nonni, s’inizia a percepire il tramonto della vita, quello che le tradizione colte del Pianeta (quella dell’India, ad esempio) riservavano all’anziano per prepararsi all’ultimo passaggio.

Noi, invece – schiavizzati dalla cultura del “giovani sempre”, per fornire “un’occasione di consumo” alla finanza anche quando non ce ne sarebbe più bisogno – posticipiamo l’età della pensione inviando, contemporaneamente, nell’etere messaggi subliminali: vecchi/giovani che saltano staccionate, s’inerpicano su ripidi pendii, giocano a calcio perdendo nelle azioni più concitate non la palla, bensì il libretto della pensione.
Ci sembra, tutto sommato, un mondo alla rovescia, dove chi dovrebbe decidere se ha meno di 70 anni non viene nemmeno preso in considerazione, mentre se ne ha solo (!) 40 riceve pacche sulle spalle ed inviti a “pazientare”. Verrà il tuo momento, credimi, quando sarai così bacucco che nemmeno più il Viagra ti salverà: sai che consolazione…

Lasciamo queste riflessioni ad altri lidi, ad altri articoli, perché – proprio mentre stavamo rivedendo “Aladin” con il nipotino al fianco – siamo stati colti da una folgorazione della logica, un’Epifania della sintesi politica, un’illuminazione sui tempi che stiamo vivendo.

A dire il vero, tutta la vicenda di Alfredo Milioni, dei suoi panini, delle telefonate, delle “assistenti del cavo orale” catapultate in politica[1], più che farci inorridire ci fa ridere. E di gusto. Com’è possibile che, una paperotta che ti lava i denti la sera (ma perché il Pelatone non se li lava da solo?), diventi degna di uno scranno in politica? Per fare cosa? Il ministro della sanità orale? Mah…
Giustamente, il Web ha incoronato Alfredo Milioni come l’icona del suo tempo: uno sfaccendato che ammette d’esser entrato in politica solo per non guidare più gli autobus, è “nel personaggio” se si dimentica delle liste da consegnare per mangiare un panino con la porchetta. Oppure, pressato da troppe telefonate – scrivi, cancella, riscrivi, ri-cancella, sovrapponi un nome… – alla fine il buon Alfredo sbotta: ma andatevela a piglià…vado a mangiare un panino con la porchetta…li mortacci vostri…
Nel miglior stile di Albertone: non fa una grinza.
Stante la consueta normalità della vicenda, nel panorama della politica “alla Cosimo Mele” – la coca non è coca se è la coca di un politico, la squinzia un po’ escort è solo un’assistente sociale, s’organizza l’orgia solo perché si è lontani dalla famiglia, ecc – tous va bien, c’est habituel.
Quello che invece non torna è l’atteggiamento del Nanus Primus dal cavo orale assistito, il quale va a tirar fuori addirittura “l’interpretazione autentica” di una norma del 1968.

Stiamo proprio riflettendo su questa “autenticità” quando, sullo schermo, transita Jafar che è stato chiamato dal Sultano per rispondere della (presunta) esecuzione di Aladin.
La situazione ci appare subito comica: anche sullo schermo c’è un vecchietto che abita nel Palazzo più alto, sul “colle” di Aqaba e che, ad onor del vero, non sembra tanto sveglio. Anzi.
E c’è Jafar.
Quel che incuriosisce è che, per giustificare la richiesta del Sultano sulla repentina esecuzione, Jafar sostiene che è stato il Sultano stesso a chiedergli di far rispettare l’ordine ad Aqaba, e così lui ha fatto. Ha dunque “interpretato” le volontà del Sultano.

Le interpretazioni più comuni nel Diritto sono tre: letterale, logica e teleologica. La prima non necessita di spiegazioni – è quella per la quale vale la più comune accezione dei termini e delle frasi, con il rischio che se rubi una banca od una mela sia la stessa cosa – la seconda è la più comune, che si affida al buon senso del magistrato, ossia alla correlazione della norma con la vicenda sotto esame. La terza riguarda principalmente l’interpretazione della norma alla luce dello scorrere del tempo.
C’è poi l’interpretazione “autentica”, che sembra più che altro la figlia di un Dio minore.

Jafar non applica nessuna delle tre interpretazioni, giacché non tutti i crimini sono puniti con la repentina decapitazione (letterale), tanto meno cerca di correlare il crimine di Aladin con la pena (logica), mentre ad Aqaba il tempo non scorre, e quindi non può esistere interpretazione teleologica.
Jafar, ricevuto dal Sultano il generico ordine di far rispettare la legge ad Aqaba, fa in pratica quel che vuole e si giustifica affermando che è stato il Sultano stesso a chiedergli di farlo: potrebbe starci un’interpretazione logica, ma il Sultano gli ricorda che le condanne a morte vanno discusse con lui prima, e non dopo.
Curiosamente, tutto ciò che fa Silvio Berlusconi è ripetere, alla noia, che lui fa tutto quel che fa perché ha ricevuto quel mandato dagli italiani.
Quando s’afferma che l’Italia è oramai un sultanato, non si è proprio fuori strada.

Con l’interpretazione autentica, insomma, si va a riscrivere – di fatto – una norma precedente ritenuta generica o di non facile interpretazione; di più: ha valore retroattivo!
Fuor di metafora, viene da chiedersi perché sia stata lasciata aperta una simile “porta” del Diritto, dalla quale può passare tutto ed il contrario di tutto.
L’unica spiegazione è che i giuristi ritennero, in casi sporadici, che ci potessero essere dubbi così fondati da richiedere al legislatore di tornare sui suoi passi e chiarire. Seguendo questa logica, le interpretazioni autentiche non dovrebbero accadere a distanza di molto tempo: se una norma è poco chiara, si dovrebbe capirlo subito.
E, invece, osservate cosa combina il piazzista di Arcore con la sua mania “jafariana”: approfitta di una interpretazione che fu accettata solo per ambiti temporali limitati – altrimenti diventa un’interpretazione teleologica, la quale deve giustificare le mutate condizioni (sviluppo tecnologico, ecc) per essere valida – per fare e disfare a piacimento. Retroattivamente!
E, il buon Jaf…pardon, Berlusconi, è un maestro d’interpretazioni “autentiche”.

Nel 2005, Berlusconi si trova alle prese con una delle tante “rogne” che puntualmente scadono perché è sempre occupato dagli affari suoi e non da quelli degli italiani: la vicenda del personale scolastico, transitato nel 2000 dagli Enti Locali allo Stato, viene al pettine. Dopo numerosi ricorsi e sentenze, la Corte di Cassazione sancisce semplicemente che due lavoratori con identico livello e la stessa anzianità di servizio debbano percepire lo stesso salario.
La Corte, interpreta in modo letterale l’art. 8 della legge 124/99:

2. Il personale di ruolo…omissis…dipendente dagli enti locali, in servizio nelle istituzioni scolastiche statali alla data di entrata in vigore della presente legge, è trasferito nei ruoli del personale ATA statale ed è inquadrato nelle qualifiche funzionali e nei profili professionali corrispondenti per lo svolgimento dei compiti propri dei predetti profili…omissis…A detto personale vengono riconosciuti ai fini giuridici ed economici l'anzianità maturata presso l'ente locale di provenienza nonché il mantenimento della sede in fase di prima applicazione in presenza della relativa disponibilità del posto[2].

Insomma, il testo è così chiaro che consente l’interpretazione letterale: passi dagli Enti Locali allo Stato (senza licenziamento e riassunzione, chiariamo) e percepirai, di conseguenza, lo stesso salario di un dipendente statale tuo pari grado.
Il che, però, richiede di mettere a bilancio una cifra – quisquilie, al confronto di quel che lo stesso Berlusconi sta letteralmente sprecando, nominando Direttori Generali alla Presidenza del Consiglio delle semplici segretarie, però delle segretarie “a lui care” – e non ci sta. Gli “altri”, quelli che vedono calpestare un loro diritto sancito molti anni prima (quando potevano scegliere se accettare il trasferimento) a Berlusconi non interessano: non sono mica “care” segretarie, sono soltanto carne da cannone.
Fa allora inserire nella Finanziaria per il 2006 un minuscolo comma (218), che è definito di “interpretazione autentica”, con il quale “chiarisce” il significato di quella norma del 1999.
Ecco come Jafarioni interpreta “autenticamente” l’art 8 della Legge 124/99:

Ai suddetti dipendenti viene attribuita la posizione stipendiale, tra quelle indicate nell’allegata tabella B, d’importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31-12-1999 costituito da stipendio e retribuzione individuale di anzianità nonché, per coloro che ne sono provvisti, dall’indennità specifica prevista dall’art. 4, comma 3 del CCNL 16-7-1996 enti locali come modificato dall’art. 28 del CCNL 1-4-1999 enti locali, dall’indennità prevista dall’art. 37, comma 4, del CCNL 6-7-1995 e dall’indennità prevista dall’art. 37, comma 1, lettera d) del medesimo CCNL.
E' fatta salva l'esecuzione dei giudicati formatisi alla data di entrata in vigore della presente legge
[3].[4]

Ci avete capito qualcosa? Della norma originaria è rimasto qualcosa?
Molto semplice: seguendo il “metodo Amato” – il quale ha ammesso che il Trattato di Lisbona è stato scritto volutamente in modo incomprensibile per non essere capito – quelle frasi indecifrabili significano che continuerai a percepire lo stipendio del 1999, senza nessuna comparazione con i pari grado, qualifica ed anzianità dello Stato.
Ridicola poi la disposizione finale, che concede a chi ha avuto una sentenza definitiva di non rientrare nell’applicazione della legge, creando un’ulteriore sperequazione, ma si sa: le interpretazioni “autentiche”, proprio perché tali, sono il frutto di un’intuizione e quindi, se qualcosa non ci sta dentro…oh, insomma, che noia…sono solo per il volgo…
Recentemente, infine, lo scendiletto del capataz – Jago/Sacconi – è riuscito a far passare una norma che sottrae le controversie sul lavoro al giudice naturale, affidandole ad un non meglio identificato “arbitrato”. Del Gran Visir?

La vicenda della scuola, per chi desiderasse prenderne visione[5], è kafkiana (per il centro-destra e per il centro-sinistra): siccome in presenza di sentenze favorevoli quei lavoratori ebbero dallo Stato il dovuto, oggi si trovano a doverlo rendere con gli interessi. Una rapina: alcuni di quei poveri bidelli, dopo una vita di lavoro, sono andati in pensione con 400 euro il mese, poiché devono restituire mensilmente cifre altissime. Lo Stato si premunisce: restituisci in fretta, prima che la “sentenza” dell’aspettativa di vita vada in giudicato.
Vorremmo chiedere dov’è – ad ascoltare certe becere prostrazioni – il difensore dei deboli Tremonti, quello che in campagna elettorale scriveva libri su libri contro la globalizzazione. C’è ancora? Attendiamo nuove pubblicazioni.

A questo punto, Jafarioni si è ripetuto con il “decreto ad listam”, con il quale ha “interpretato” l’art. 9 comma 1 della Legge 17 Febbraio 1968[6]:

Le liste dei candidati per ogni collegio devono essere presentate alla cancelleria del tribunale di cui al primo comma dell'articolo precedente dalle ore 8 del trentesimo giorno alle ore 12 del ventinovesimo giorno antecedenti quelli della votazione ; a tale scopo, per il periodo suddetto, la cancelleria del tribunale rimane aperta quotidianamente, compresi i giorni festivi, dalle ore 8 alle ore 20.

Con questa bella innovazione:

Il primo comma dell'articolo 9 della legge 17 febbraio 1968, n. 108, si interpreta nel senso che il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale. La presenza entro il termine di legge nei locali del Tribunale dei delegati può essere provata con ogni mezzo idoneo[7].

Scrivere un simile articolo di legge significa essere semplicemente degli incompetenti, non sapere nemmeno dove s’inizia a scrivere un testo di legge. I delegati “fanno ingresso”: come si può provarlo? “Con ogni mezzo idoneo”.
Cosa significa? Dico al magistrato che Milioni è al bar, ma è passato un momento dal Tribunale? Scatto una foto a Milioni all’interno del Tribunale e vale come prova? E l’ora? Scatto con l’ora sullo sfondo? E come si fa a sapere se la foto è taroccata? E la documentazione che Milioni ha sotto braccio, è la stessa che sarà consegnata?
Non basta ancora aver emanato una legge elettorale per la quale i parlamentari sono tutti “senatori del Re”, ossia nominati dai partiti e non scelti dalla popolazione: con questa norma i candidati si presenteranno “al buio”. Si dirà “parole” per arrestare il processo di formazione delle liste? Cos’è, una partita di poker? Ogni serio commento è superfluo.

La spicciola realtà è che, quando Berlusconi non riesce ad ottenere quel che vuole – proprio come Jafar – non esita ad usare tutti i mezzi a disposizione, anche quelli che la Costituzione limita ai casi eccezionali – come legiferare per Decreto – e li utilizza per la comune normalità, by-passando tutte le strutture di controllo.
Recentemente, il “pentito” avv. Taormina ha dichiarato che, quando Berlusconi lo chiamava perché desiderava che fosse presentata una delle tante leggi ad personam (per salvarlo dall’ennesimo processo) non parlava mai di leggi per la Nazione. Gli chiedeva, semplicemente, di scrivere una norma per lui, perché gli serviva così. E gli italiani? Chi se ne frega!
Se ancora non l’avete letta, prendete visione dell’intervista di Taormina: è illuminante[8].
I risultati, si vedono.

Nei giorni scorsi, l’OCSE ha redatto il consueto rapporto dove tira le orecchie un po’ a tutti: la solita solfa, lavorare di più e guadagnare di meno. Ci sono, però, alcuni passaggi riservati all’Italia che non sono consueti: viene chiaramente esplicitato che l’Italia non sta soffrendo per la crisi internazionale (per qualche aspetto sì, ma di riflesso), bensì per i suoi mali strutturali. Apparato produttivo fatiscente, scarsa intraprendenza degli imprenditori, organizzazione del lavoro desueta, ecc.
A tutto questo, i vari governi hanno sempre risposto con ricette vecchie: “flessibilità” (usiamo un eufemismo) per i giovani e spostamento dell’età pensionabile per i più anziani, con l’obiettivo di finanziare il welfare (da fame) con le casse previdenziali.
Tutto l’andazzo è chiaramente a termine poiché, se è vero che c’è pace sociale, è altrettanto vero che la fiducia degli italiani nella vita sta crollando: sempre di più, le persone “tirano a campare” con l’impressione di vivere in una grande galera, dove nessuno t’ascolta e dove non puoi cambiare niente.
Tutto ciò, ha dei pesanti riflessi sul lavoro inteso come progettualità, impegno, dedizione: a parte le sorridenti facce dei politici e del gossip, c’è poca allegria in giro. Se il PIL va sotto zero, il QFN (Quoziente di Felicità Netta) è sotto i piedi: dove si vuole andare con una simile crisi di fiducia? Ci salverà la rinnovella Cassa del Mezzogiorno? Per carità…

Oppure, noi insegnanti dovremmo credere in quel pasticcio inverosimile che sarà la cosiddetta Riforma Gelmini? La riforma partita (un piccolo esempio) con 40 classi di Liceo Musicale e 10 di Coreutico, passata quindi sotto la “forbice” di Tremonti e finita con 10 classi di Musicale ed una (sì! Una in tutta Italia!) di Coreutico? E, questo, doveva essere il fiore all’occhiello della riforma!
Non si potevano, semplicemente, ripristinare le vecchie Scuole Medie ed i Licei interni ai Conservatori, com’era un tempo? Eh no – dice Tremonti – novanta Conservatori in Italia sono troppi! Nemmeno uno per Provincia? Ma miss Gelmini firma e tace, tanto sa d’esser lì per figura.
L’importante è far soldi per non far pagare le tasse agli amici degli amici, per foraggiare ogni sorta di corruzione che trasformi i soldi pubblici in privati sollazzi: escort, G8, Protezione Civile…si perde addirittura il conto.
In un simile panorama, l’istituzione della Presidenza della Repubblica ha dei ruoli? A sentire Napolitano parrebbe essere soltanto un passacarte, ma a leggere la Costituzione così non è.

La figura del Presidente della Repubblica, dopo le ultime vicende, ha perso parecchio “smalto” ed è stato costretto a giustificare il suo operato sul sito Web della Presidenza: non era mai successo, in tutta la storia repubblicana, che un Presidente si giustificasse tramite la stampa.
E’ sbagliato “sparare a zero” sulle istituzioni, ma in un Paese democratico si ha il pieno diritto di criticare tutti, anche il Presidente della Repubblica quando, a nostro avviso, sbaglia. E si ha tutto il diritto di criticarlo a viso aperto, non con l’atteggiamento da sacrestia di Bersani & soci, i quali beffardamente affermano che quella valutazione non può essere data dal “volgo”, ossia da chi è digiuno di Diritto.
Dimenticano che prerogativa del Capo dello Stato è di trattenere un decreto 30 giorni prima di firmarlo, se proprio ritiene di doverlo fare.
Inoltre, i rilievi esposti dal TAR del Lazio[9] sono anche di natura Costituzionale (materia di sua competenza), ed il Presidente non può passar oltre il pronunciamento di un magistrato su un decreto così discusso (e da lui stesso firmato a tempo di record) come se niente fosse.

Ma, in democrazia, criticare non significa fucilare: se Napolitano s’è preso a cuore la vicenda degli italiani che non potevano votare per colpa d’Alfredo Milioni, dovrebbe pure prendersi a cuore quelle di milioni d’italiani che non campano più a causa dei disastri di Silvio Berlusconi.

Ora, chi è sostanzialmente un determinista – ossia pensa che tutto sia deciso nelle ristrette cerchie della finanza internazionale, dalla danza dei “grembiulini”, oppure ritiene che la classe operaia tutto sistemerà – può terminare di leggere qui, e lo salutiamo, perché non troverà nulla d’interessante da qui in avanti.
Chi, invece, ancora crede che l’Italia dovrà in qualche modo uscire dal budello dove s’è cacciata, rifletterà che negli anni (o forse addirittura nei mesi) a venire dovranno per forza avvenire degli importanti rivolgimenti.

La parabola di Silvio Berlusconi è al tramonto, oramai è chiaro: qualcuno ritiene che tutto sia ordito dai vari potentati internazionali – e non la escludiamo come concausa – ma il destino di Berlusconi è semplicemente il karma maturato in tanti anni di sotterfugi e di piccole furbizie, condite con il dolo ed ottenute grazie al suo potere sui media. Una situazione che – ricordiamo, per la contemporanea proprietà delle TV – ha avuto un solo parallelo nel Pianeta: in Thailandia dove, peraltro, se lo sono già tolto di mezzo.
L’abbiamo ascoltato in molti, nell’intercettazione dove chiedeva a Saccà di far lavorare alcune attrici solo per comprarsi qualche senatore e far cadere il governo Prodi: cosa che, con Dini e Mastella, puntualmente avvenne. Non dobbiamo ricordare a nessuno che questa si chiama corruzione o concussione ed attentato alle istituzioni della Repubblica. Ma la Procura di Napoli decise che l’intercettazione non aveva rilievo penale: posso comprarmi un senatore? Anche la moglie? C’è per caso un “prendi tre e paghi due”?

L’uomo, occupato solo a celebrare il suo carisma personale, ha dimenticato che il dovere di un politico è quello di scegliere, di compiere delle azioni che – nelle intenzioni – diano buoni risultati. Si potrà affermare che anche in tempi precedenti siano vissuti corrotti e corruttori, ma erano anche uomini di Stato: ancora oggi, il dibattito su Bettino Craxi verte proprio sulla sua dualità, ovvero essere stato indubbiamente un corrotto, ma con il senso delle istituzioni, vedi Sigonella.
Quel che manca a Silvio Berlusconi – offuscato dal suo delirio personale, esplicitato a chiare lettere dalla ex moglie come “malattia” – è il senso del divenire, della continuità oltre la propria persona. Qui è il dramma: lo stesso demone di Jafar.
Tutta la vicenda delle escort ha in sé il nocciolo del problema: un uomo anziano, che fatica ad accettare la sua caducità, e per rimuoverla si circonda di giovani donzelle facendo finta che siano “amiche”, mentre ben sa che sono soltanto delle prezzolate puttane.
Accecato – come giustamente afferma Veronica Lario – dalla sua malattia, perché tale è questo disturbo della psiche, non riesce nemmeno a comprendere cosa significhi governare un Paese: difatti, a parte le strombazzate mediatiche, non lo sta facendo.

Ora, le istituzioni internazionali possono anche fregarsene dell’Italia, ma se l’Italia dovesse finire come la Grecia non sarebbe possibile nessun salvataggio in extremis: non sarebbe soltanto la débacle del nostro Paese, ma un colpo mortale per l’intera Unione Europea.
Ciascuno di noi avrà le sue idee sull’UE, ma ammetterà che un simile spettro l’UE non può permetterselo.
All’estero ed all’interno, dunque, vi sono forze che ritengono oramai Silvio Berlusconi una iattura, un uomo che servì quando era il momento, e che oggi è semplicemente da buttare.
Ovviamente, questi potentati tramano alle sue spalle – come sta facendo Fini da tempo – ma non possono chiudere la faccenda perché non c’è un’alternativa possibile: non si tratta di miseri numeri parlamentari, bensì di prospettive politiche che mancano, d’idee all’ammasso, di un’etica della politica che è andata completamente perduta. Mancano i giovani che portino idee giovani, nuove prospettive, coraggio: tutto quello che la gerontocrazia al potere non può più dare.

L’Italia avrebbe un gran bisogno di riformare alle fondamenta il proprio sistema amministrativo – nessuno, in Europa, si permette di sovrapporre lo schema tedesco a quello napoleonico, i costi sarebbero astronomici – eppure noi lo facciamo: ad ogni elezione promettono d’abolire le Province, ed oggi ne stanno promuovendo altre 24. Perché?
Poiché la macchina partitica del PdL e del PD è praticamente la stessa, con differenze di dettaglio: un ristretto gruppo dirigente ed una pletora di parvenu della politica che bisogna mantenere per ricevere voti.
Oramai, l’appoggio elettorale s’ottiene più con le prebende che con le proposte: siamo tornati alle corporazioni del ‘400, con la moderna rivisitazione del lobbismo. Al resto, pensano nani e ballerine delle TV.

Se qualcuno pensa che tutto il mondo sia paese, viaggi un po’ per l’Europa e si renda conto che sì, esiste la corruzione ovunque, ma nessuno ha un Parlamento infarcito di condannati ed inquisiti: alcuni anni or sono, un parlamentare tedesco si dimise sua sponte perché condannato per un grave incidente stradale.
In aggiunta, c’è quel cancro che si stima controlli il 30% dell’economia nazionale – al Sud praticamente tutto – che era tollerabile nell’era pre-globalizzazione, quando l’apparato produttivo del Nord era in grado di far fronte alle mafie, alla corruzione ed all’evasione fiscale.
Oggi, il tutto è troppo.

Qui non stiamo parlando dell’economia di Wall Street, bensì di quella che regge la sopravvivenza di molti italiani: quella della famiglia, che rimane l’unico sicuro welfare sul quale possiamo contare. Negli ultimi vent’anni, la discontinuità di lavoro di molti giovani – causata dalle note riforme liberiste – è stata calmierata dalle maggiori potenzialità economiche dei genitori.
I giovani d’oggi, non solo non riescono ad avere un reddito costante, ma non accumulano quasi nulla sotto il profilo previdenziale. Il fenomeno sta iniziando ad interessare anche le generazioni che attualmente stanno andando in pensione: con l’abbassamento dei coefficienti ed altri trucchi delle tre carte, i futuri pensionati riusciranno a badare appena a loro stessi, che tutto vada bene.
Sta frantumandosi un equilibrio che ha retto per mezzo secolo: in famiglia, bene o male, si riusciva sempre a trovare una soluzione. Domani, la coperta sarà più corta per tutti: non serve andare lontano per rendersene conto, basta osservare quel che accade intorno a noi, nelle nostre famiglie, con giovani precari e cinquantenni che perdono il lavoro.

Questo disastro avviene principalmente per due motivi: l’Italia, a differenza delle altre nazioni europee, non ha curato il settore agricolo. A differenza di Francia e Germania – dove il ricambio generazionale è completo (circa un giovane agricoltore per un anziano) – il rapporto italiano è di sette a uno: ciò significa l’abbandono d’attività generatrici di ricchezza e l’inevitabile inurbamento. Perché è avvenuto?
Per due ragioni: per la completa assenza di pianificazione economica e poi – last but not least – poiché una persona che non ha indipendenza economica è più ricattabile.
Hanno preferito ingombrare le anticamere della politica piuttosto che incrementare la gente nei campi: oggi, con la rete a disposizione per vendere i prodotti, un’agricoltura di qualità potrebbe essere fonte di reddito per tanti.

La seconda ragione è che l’Italia ha drammaticamente perso il treno delle nuove tecnologie energetiche (e non solo): fra le follie nucleari di Jafarioni e l’inettitudine del centro sinistra, non abbiamo creato quasi niente.
A Parigi sistemano turbine Kaplan sotto i ponti della Senna, a Londra con tetti fotovoltaici riescono a far funzionare intere reti di computer, senza parlare dei Paesi di lingua tedesca, che sono al “top” in queste realizzazioni (basta recarsi a Friburgo per capire che è un altro pianeta): in Italia, Sgarbi scatena per misere questioni di bottega la guerra contro gli aerogeneratori, mentre l’ENI non porta nemmeno a termine la prima centrale termodinamica, attesa oramai da lustri, non da anni. In Spagna, costruiscono oramai quelle di seconda generazione.
Quella dell’energia potrà rivelarsi veramente la pietra tombale di questa classe politica, perché essere fuori da quel mercato significa non partecipare, domani, al più esteso settore economico a livello planetario.

La perdita di ricchezza nei settori tradizionali dell’industria non è stata compensata con la ricerca, con l’attuazione di nuove tecnologie e di nuovi approcci ai settori tradizionali: a poco serviranno le “interpretazioni autentiche” quando questi nodi verranno al pettine. Il problema non siamo noi: sono loro, la loro incompiutezza come politici, la loro incompetenza nel governare una Nazione che potrebbe essere ricca, soddisfare le esigenze della popolazione senza queste continue ristrettezze.

Il problema che potrebbe dover affrontare Napolitano (o un suo successore, ma non crediamo a tempi così lunghi) non sarà più il misero dilemma di firmare un pateracchio elettorale: dovrà usare tutti i suoi poteri per ricostruire una classe politica che è maturata nella corruzione e che, alla fine, n’è rimasta strangolata perché ha finito per rimirarla come unico orizzonte.
L’unica soluzione – se ci si pensa un attimo non è poi così strampalata, anzi, sembra quasi l’unica via d’uscita – sarebbe quella d’usare i poteri che la Costituzione gli conferisce all’art. 88 per lo scioglimento delle Camere.
Un Presidente può sciogliere le Camere senza chiedere niente a nessuno: non lo può fare soltanto negli ultimi sei mesi del suo mandato.

Dovrebbe innanzitutto chiedere una riforma elettorale in senso proporzionale puro, senza sbarramenti, poiché sarebbe l’unico modo per scegliere una nuova classe politica. Ma dove, come in Italia al Senato, ci sono sbarramenti all’8 per cento? Che, in un sistema bicamerale perfetto, significa controllare anche l’altro ramo del Parlamento?
Le “buone coscienze” urleranno che si rischierebbe l’ingovernabilità: perché, oggi, qualcuno governa? Ci sono vere risposte ai problemi del lavoro, dell’energia, della scuola, della sanità…eccetera?
Parallelamente, rimuovere tutti gli ostacoli per la presentazione di nuove formazioni politiche: una sorta di “costituente” che non avrebbe il compito di riscrivere la Costituzione, bensì la prassi della politica che è andata smarrita. Le aggregazioni e le inevitabili bocciature, eventuali sbarramenti per non frammentare troppo il quadro, avverrebbero in seguito: la prima istanza dovrebbe essere quella di portare gente nuova, con idee nuove, nel posto dove la politica va discussa, ossia in Parlamento.
In tanti penseranno che nessun Presidente avrà mai quel coraggio: se lo faranno, non avranno compreso il senso di questa analisi.

Non si tratterà più di una scelta, ma di una situazione così incancrenita che non consentirà altro: una sorta di nemesi non procrastinabile, l’ingovernabile necrosi – di fatto – dell’attività politica.
Nessuno dei piccoli partiti che oggi ritengono di portare in Parlamento “aria nuova” riuscirà mai a farlo: i nani politici controllano tutti i media e sono loro a scrivere le regole per la presentazione di nuove liste. In Germania, per presentarsi alle elezioni, bastano 50 firme.
Nonostante tutto ciò, ed anche ai numeri che ancora riescono a radunare intorno ad essi, gli attuali partiti sono cotti e stracotti, senza una rotta da seguire né gente in grado di reggere il timone: le liste che presentano sono infarcite di persone incompetenti e, in larga parte, poco intelligenti (eufemismo).
Potranno ancora tirare a campare per qualche tempo, ma anche governi “tecnici” o simili pateracchi dovranno nutrirsi dall’humus che manca: una classe politica in grado di pensare: trepidiamo, nell’attesa di conoscere i dati sull’assenteismo alle prossime elezioni, poiché si presume che saranno alti. Buon segno.

Il dilemma che si troverà a dover affrontare il Presidente della Repubblica – tramontato ogni “sogno” secessionista, la Lega s’è accomodata nella greppia – sarà quello di una classe politica incartata, come un motore grippato durante una salita.
Quel che sta accadendo non è più la “crisi” di un centro, della destra o della sinistra: qui si va nel mondo reale. Sta andando in frantumi l’ultima certezza degli italiani, ossia che all’interno della famiglia ci siano sufficienti risorse per ripararsi dalle buriane: la generazione degli attuali 50-60enni non potrà mai soccorrere i propri figli come ha fatto la generazione precedente. Queste sono realtà, non fanfaluche.
E, quando le sofferenze passano dal mondo delle idee e dei dibattiti alla realtà quotidiana, nessuno sa come evolverà una società: la “pace sociale”, propalata ai quattro venti, potrebbe finire in un amen.

Speriamo che il Presidente riesca a comprendere l’incedere dei tempi, i gravi rischi ai quali siamo esposti (la voragine del debito pubblico che avanza), che nulla sono rispetto al “Bagaglino” dell’attuale politica.
Se non dovesse comprenderlo per tempo, gli scenari che si spalancherebbero sarebbero davvero molto fumosi: non vorremmo che dovesse prendere simili decisioni sotto la spinta degli eventi. In quel caso, non basterebbe certo scrivere una bella letterina sul sito del Quirinale.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Vedi:

08 marzo 2010

Il Re dei...




"Al di là delle differenze politiche tutti gli italiani si riconoscono e credono nei valori della Costituzione". Lo ripete il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
...

"Tra questi valori," sottolinea Napolitano, ci sono "l'impegno civile, la solidarietà, il rispetto della legalità, valori fondanti del nostro vivere civile".

Da "Repubblica" del 8-3-2010


Peccato che il primo a non crederci - lo dimostra quel che ha firmato - sia proprio lui.
Legalità??? Ma facitece 'o piacere...

06 marzo 2010

Lettera aperta a Sua Maestà, Vittorio Emanuele IV


«Queste decisioni spettano soltanto a me. Dopo lo stato d'assedio non c'è che la guerra civile. Ora bisogna che uno di noi due si sacrifichi.»


«Vostra Maestà non ha bisogno di dire a chi tocca la pena.»

Non riteniamo, Maestà, di doverVi ricordare chi furono gli attori di quel dialogo, e lo facciamo soltanto per i posteri, che potrebbero avere qualche difficoltà a ricordare: si svolse fra un Vostro lontano Avo, Vittorio Emanuele III, e l’allora Primo Ministro Facta, la mattina presto del 28 Ottobre 1922, il giorno della Marcia su Roma.
Ci scusiamo anche per la forma: al posto della tradizionale Supplica alla Corona, abbiamo preferito usare la Lettera Aperta. Ci assolverete se, fra le tante “interpretazioni autentiche”, ci siamo permessi d’usare un’interpretazione teleologica del Protocollo Reale.

Saltano però agli occhi le profonde difformità fra le due situazioni: a differenza del Vostro Avo, Maestà, qui non scorgiamo pericoli di “stato d’assedio”, né gravi rischi per una democrazia dissacrata dalla presenza o meno d’alcune liste elettorali per delle semplici elezioni amministrative.
Si sa: la Storia si manifesta, in origine, come tragedia per tracimare poi nella farsa. E, ci scusiamo per l’ardire, tutta la vicenda ci sembra più adatta al teatrino dei Pupi piuttosto che alle vette della semantica giuridica, con tutto ciò che ne discende per gli attori della compagnia.
Notiamo, invece, dei raffazzonati e pericolosi tentativi per fare a pezzi i principi della nostra Costituzione – della quale Voi siete il custode – ed un prevaricante diritto d’ingerenza del potere esecutivo su norme elettorali a processo in atto. Come la prenderanno i sudditi, Maestà?

Perché osiamo affermare che la compagnia è oramai più adatta per le rappresentazioni d’avanspettacolo, piuttosto che per l’interpretazione giuridica?
Poiché affermare che, per presentarsi ad una competizione elettorale, è sufficiente dimostrare “d’essere presenti” nel fabbricato della Corte d’Appello per avere accesso alle elezioni, ci suscita più il riso che la riflessione.
Ma…Maestà: avete letto quel che avete firmato? Oppure eravate assorto a catalogare la vostra collezione numismatica? La Regina Vi ha forse interrotto per ricevere un parere sui nuovi arredi del Quirinale? Se così fosse ditelo, suvvia: Voi siete il Re! Che regna per volontà di Dio, non scordatelo.

Se Voi non foste il Re – perdonateci un volgare parallelismo – e foste soltanto uno dei tanti plebei che presiedono le nazioni repubblicane, lo sapete che il malcapitato potrebbe essere messo sotto accusa per attentato alla Costituzione?
Eh sì, perché intervenire con norme di “interpretazione autentica” in materia elettorale, a termini scaduti, senza un voto parlamentare, per un semplice presidente repubblicano potrebbe rivelarsi fatale. Perché? Poiché non si tratta semplicemente di una questione di “regolamenti”: qui, sono i principi basilari che reggono una democrazia che vanno in fumo!

Quando abbiamo, invece, saputo che la “lettura e l’interpretazione dei timbri e delle firme” potrà anche avvenire dopo le elezioni (quando? ah, saperlo…) ci siamo sentiti rinfrancati ed abbiamo sperato.
Cogliamo l’occasione di questa supplica per comunicarVi un nostro segreto desiderio: avremmo tanto desiderato diventare un cardiochirurgo.
Abbiamo a disposizione una serie di graziosi timbri dei nostri – ahimé, oramai cresciutelli – ragazzi, i quali in gioventù si dilettavano a stampare su carta recuperata centinaia di quelle graziose figurine. C’erano il leone e l’asinello, la papera e lo scoiattolo.
Ora, se preparo con la mia stampante una graziosa Laurea in Medicina ed una Specializzazione in Cardiochirurgia – secondo il Vostro regale parere – sarebbe meglio usare il timbro con lo scoiattolo? La papera?

Ah, ho compreso da solo.
E’ bastato visualizzarVi di fronte a me per ricevere la regale illuminazione: come ho fatto a non pensarci prima! Solo Voi, principe di Napoli, potevate illuminarmi: l’asinello! Ma certo…imprimerò il “ciuccio” sull’agognata Laurea In Medicina!
Spero già, dal prossimo Lunedì, di potermi presentare in sala operatoria, col mio bel camice verde: tanto. timbri e firme, quando mai potranno controllarle? Se solleveranno delle obiezioni, m’appellerò alla Vostra regale firma di “interpretazione autentica”.

Grazie, Maestà: è proprio vero che un Sovrano ama i suoi sudditi tutti, ad uno ad uno, con equanimità, e provvede a soddisfare i loro desideri, affinché la loro vita sia felice e colma di gratificanti realizzazioni.
Siamo quindi certi che interverrete celermente, con sovrano incedere, sulle norme che regolano la disoccupazione: tanti italiani – dall’Alcoa a Termini Imerese, “di qua e di là del mare”, e ovunque nello Stivale – aspettano un Vostro cenno, il Vostro certo avvallo sulla norma di “interpretazione autentica” che estenderà l’assegno di disoccupazione per tutti, senza limiti temporali, fin quando non troveranno un nuovo lavoro.
Siamo certi che farete tornare loro il sorriso.

Nel salutarVi, c’inchiniamo al Sovrano.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

03 marzo 2010

De rerum natura (europea)

E’ un qualsiasi giorno di Primavera di un anno molto lontano – fra il 1978 ed il 1981 – quando attraverso il parcheggio, a Savona, per salire sulla mia auto: il vento è ancora fresco ma già s’avverte, inarrestabile, la bella stagione in arrivo.
La giornata è così luminosa che obbliga a strizzare gli occhi per non farsi abbagliare – chissà dove sono finiti gli occhiali da sole… – e quasi non li vedo arrivare. Sono oramai di fronte e non me ne sono accorto: concludo che mi sono comportato proprio da pessimo samurai.
Sono un ragazzo ed una ragazza sulla ventina o poco più, con un mazzo di fogli in mano. Senza chiedermi chi sono, nemmeno come mi chiamo né presentarsi mi spiattellano la richiesta: «Vuole mettere una firma per l’Unione Europea?»

Li osservo meglio; sono vestiti in modo sobrio ma con capi eleganti: lui ha i capelli corti e la faccina da bravo ragazzo, mentre lei ha i capelli biondi, sciolti, che il vento un po’ scompiglia. Entrambi hanno un’aria “acqua e sapone” o, se preferite, un po’ naif.
Mi chiedo da dove siano saltati fuori, perché vadano in giro a chiedere firme per una cosa di là da venire – all’epoca, esisteva solo la CEE, la Comunità Economica Europea – insomma, tutto ha un che di strano…

Forzo un po’ la vista perché sono controluce ed osservo che, alle loro spalle, c’è “Palazzo Nervi”, dove ha sede la Provincia. Ecco, probabilmente, da dove sono usciti: vanno a caccia di “polli” proprio nel cortile di casa.
Chissà se sono i figli di qualche assessore, mandati a soddisfare la voglia d’assomigliare a cotanto papà fra la gente del parcheggio, a raccogliere firme per qualcosa che, all’epoca, non interessava nessuno. Firme che sarebbero finite nell’archivio, alla voce “Sostegno della popolazione alla delibera n°…approvata il…la quale appoggia le richieste per…nei confronti della nascente Unione Europea…eccetera…”
Se fosse stata l’una li avrei liquidati con due parole oppure avrei scarabocchiato la mia firma, giusto per togliermeli di torno, ma è solo la mezza, e dunque gli spaghetti del pranzo sono ancora lontani. Così, argomento, chiedo.

La prima domanda è ovvia: perché dovrei apporre la mia firma per la nascente Unione Europea?
Cadono dalle nuvole: evidentemente, non solo hanno ascoltato una sola campana, ma la stessa campana li ha assordati. Balbettano «Ma…perché è giusto…» si vede che sono giovani implumi, mandati in avanscoperta in un luogo neutro come un parcheggio, tanto per far credere loro che quella è la politica, la democrazia: andare fra la gente, parlare, spiegare…
Sono di una decina d’anni più vecchio, e già so quel che loro non sanno: la vera politica – nel senso dell’intreccio fra voti ed affari – si fa poche decine di metri alle loro spalle, nel cubico fabbricato di vetro ed acciaio.

Il giovane, però, continua: «L’Unione Europea sarà la casa di tutti gli europei, una nazione senza più confini ad ingabbiarci, con pari diritti e doveri ovunque…»
C’è del vero in quanto afferma, ma mi permetto di fargli ascoltare l’altra campana: «E quando l’Unione Europea sarà una sola nazione, come si comporterà con il resto del Pianeta?» Tacciono, allora mi sento autorizzato a continuare.
«Perché, per quel che mi consta, è appena terminata una sanguinosissima guerra – sentito parlare del Vietnam? – e nessuno, qui, ha avuto niente da ridire perché Aviano fosse lo scalo principe per il rifornimento delle truppe americane.»
Il ragazzo m’interrompe: «Ma questo avviene proprio perché non siamo uniti…»
«E quando saremo uniti» ribatto «come ci comporteremo con il Terzo Mondo? Al posto di francesi, belgi, portoghesi, spagnoli, inglesi…in Congo, Rhodesia, Mozambico, Angola, Ciad…manderemo le truppe europee?»
«Ma no…» tenta di ribattere, ma la partita è persa. Li saluto e mi allontano, verso un piatto di spaghetti al pomodoro.

Quanto fa incazzare essere facili profeti, quanto se ne farebbe a meno.
Quei due giovani sono rimasti impressi nella mia mente perché, più volte, gli accadimenti m’hanno portato inesorabilmente a ricordarli: Baghdad 1991, Bosnia 1995, Kosovo 1999, Afghanistan 2001, Iraq (con qualche distinguo) 2003…ed oggi si sente parlare di “terrore islamico” per imbonire la popolazione e condurla verso una improbabile scenario iraniano. Che, confermo, non prevedo assolutamente.
In effetti, avevo solo parzialmente ragione in quella breve discussione perché, prima del 1980, non potevo assolutamente prevedere che l’UE sarebbe diventata lo spauracchio, la vera nemica delle popolazioni europee.
Non potevo, d’altro canto, già sapere che nel 1989 tutto il blocco dell’Est sarebbe crollato, lasciando la macchina capitalista correre indisturbata nel Pianeta, fino alle avventure militari per il petrolio ed il controllo delle aree “sensibili”.
Ma come ha fatto, l’UE, a fotterci così bene?

In quel “procedere” sulla strada della “parificazione” normativa fra i vari Stati, non ricordo un solo episodio dove le nostre libertà siano aumentate o siano state maggiormente garantite dall’UE. E, quando l’UE lo ha platonicamente fatto (vedi il caso di Europa7), i governi se ne sono altamente fregati.
Basta invece una semplice “nota” di Bruxelles che toglie qualcosa (si pensi alla pensione a 65 anni per le donne) per far garrire di gioia ministri ed imprenditori: lo chiede l’Europa! Sulle prime fanno la faccia contrita ed allargano le braccia ma, appena possono voltarsi, sghignazzano e si danno pacche sulle spalle: «L’hanno bevuta…»
Il resto è storia degli ultimi tempi, con una Costituzione mai varata perché liberticida, un Trattato di Lisbona scritto in modo “volutamente complicato per renderlo quasi incomprensibile” (sono ammissioni di uno dei suoi redattori, Giuliano Amato) che consegna nelle mani di persone mai elette (la penosa Commissione Europea) un potere immenso.

Sul livello di questa commissione sarebbe meglio soprassedere, perché sono stati addirittura costretti a fare un esame preliminare di “cultura generale” – del tipo “Qual è la capitale della Lituania? Risposte: Vilnius, Antananarivo, Londra. Barrare quella giusta – e la commissaria bulgara Rumyana Zheleva non ce l’ha fatta[1].
Quando, poi, hanno nominato la baronessa inglese Ashton[2] “Alto commissario per la politica estera”, siamo rimasti un po’ basiti, allorché la nobildonna ha ammesso – che ha sì tanta buona volontà – ma che no, di politica estera non ne capisce una mazza. Almeno un 5/6? No, pare proprio un 4.

Abbiamo osservato questo circo Barnum della politica europea avanzare, nominare un tipetto come Blair responsabile per la Pace in Medio Oriente – che è come incaricare Moggi per la scelta degli arbitri – oppure un trombato in mille elezioni come Tajani ai Trasporti prima ed all’Industria poi. A nostro modesto avviso, l’hanno mandato là perché iniziavano a credere che portasse sfiga.
Insomma, fino ad oggi questa pletora di sfigati che manco conoscono le capitali, confondono la geopolitica con i balli al Rotary e producono infine una quantità di carta impressionate – ci si potrebbe tappezzare San Pietro – si sono accontentati di scaldare, a suon di milioni, delle sedie pagate da noi.
Chissà che fine avranno fatto quei due ragazzi? Saranno riusciti a percorrere tutta la “filiera” della politica? Avranno lucidato abbastanza sedie e poltrone prima d’occuparle[3]? Infine, saranno stati costretti a sottoporsi ad un trapianto di lingua? Ah, saperlo…
Oggi, però, qualcosa è cambiato: meno male, direte voi, e invece no.

Si cambia sempre in peggio: questa è la legge europea. Già tutte le restrizioni per la guida sull’alcool m’avevano fatto girare i cosiddetti: ma come, per colpa degli idioti che vanno in giro strafatti di coca e di Rum, devo stare attento se bevo una birra? Oggi, però, siamo giunti al peggio: signori prego, da questa parte, si scende un altro scalino.

Quando ho letto che mi toccavano la patata, m’è salito il sangue alla testa: prendetevi pure tutto, ma la patata no!
La patata è una delle poche certezze della vita: anche nei momenti di peggior disperazione, una patatina aiuta sempre, tutti lo sanno.
Ebbene, quel mascalzone portoghese che comanda il plotone chenonsamancolecapitali ha deciso che saranno coltivate in Europa le patate Amflora[4], puro OGM, per “soli usi industriali”.
Va beh, direte voi, ci faranno amido, poi zucchero, infine alcool per autotrazione…e invece no: l’amido sarà immesso nei mangimi per animali. Per non lasciare sola la patatina, hanno deciso di “approvare” anche tre qualità di mais OGM, che saranno solo importate e non coltivate in Europa. Tre pannocchie per una patatina: però…
Piccolo particolare della patata Amflora: contiene un gene che interferisce, forse annulla – ma lo sapranno per certo? E solo quello? – l’azione degli antibiotici (uno? tre? quanti?). Non fa nulla: s’à da provà.

Ovviamente, com’è ovvio che sia e come tutti siamo certi che sarà, ogni Stato potrà decidere liberamente, poiché Barrito Barroso ha concluso con una chicca: “quel provvedimento, fa parte di una riflessione sulla politica degli OGM.”
Ora, mi scusi signor Barrito ma, se questa è la nuova logica europea, perché mettiamo in galera chi violenta una donna in un androne? Non stava anch’egli “riflettendo” sulla sessualità trasgressiva? E chi fucila? Riflette sulla pena di morte?
Confessiamo, fra un barrito e l’altro, di non riuscire a seguirla: generalmente, la riflessione precede l’azione. In modo più popolare, usa dire: accendere il cervello prima di parlare. Ah, già, non sanno manco le capitali…

L’azienda che userà quei prodotti (e chi li coltiverà in Europa? Boh…) è la nota BASF – Badische Anilin und Soda Fabrik – uno dei marchi “storici” della chimica tedesca, credo il più antico (senza la BASF, la Seconda Guerra Mondiale sarebbe durata la metà).
L’amido OGM, però, sarà usato per i mangimi che nutriranno gli animali. Domanda: quegli animali, li mangeranno i soli dipendenti BASF o tutti i tedeschi? O, peggio, prima o dopo tutti gli europei? E il pop corn fatto con quel mais, in quali supermercati sarà distribuito? Solo allo spaccio aziendale BASF?
Le norme saranno severe! Come no, abbiamo appena scoperto che un nostro senatore è stato eletto timbrando ventimila schede bianche in una notte: farete così anche per le bolle d’accompagnamento delle merci? Su quei trasporti, manderete Tajani a sorvegliare? Siamo a posto.

Ma, se da Bruxelles giungono barriti di guerra, il mondo scientifico – nonostante abbia ancora le mutande sporche per la “mucca pazza” – emette qualche guaito: “non si possono mettere dei limiti alla scienza.”
Oh, certo: andava ben ai tempi di Galileo, oramai questa risposta sa tanto di merce avariata.
Bisognerà allora ricordare che, quando avvennero le prime morti per il morbo della mucca pazza, erano decenni che in Gran Bretagna nutrivano gli animali con gli scarti di macellazione, triturati e sterilizzati nei mangimi.
I medici, i veterinari, i biologi inglesi avevano previsto che un umile pione – poco di più che un ammasso di proteine – passasse indenne nella catena alimentare per giungere, infine, all’uomo?
Chi ebbe il compito di studiare la prassi – diciamo solo assai bizzarra – di nutrire degli erbivori con della carne? Nessuno fu preso dal dubbio che, proprio perché erbivori, non avessero i necessari enzimi per demolirla? E che, di conseguenza, gli agenti patogeni sarebbero “passati” indisturbati?

Già, ma la resa in semplici termini di peso – la trasformazione dei vegetali in carne – non supera il 5-10%: invece, con il “miracolo” di nutrirli con la ciccia, s’andava oltre il 20%. Miracolo! Non assomiglia un poco alla truffa dei subprime?
La patata Amflora è stata dichiarata “innocua” (con qualche “mal di pancia”) dalle autorità competenti (guarda a caso a Parma, dove sorge il centro europeo che ha questo compito), e quindi potremo mangiare gli animali nutriti con quei mangimi: per ora solo sotto forma di wurstel, per le chips c’è tempo. Domanda: chi mette una firma sotto quel documento, qualora fra decenni dovessimo conteggiare dei morti causati dalla patata transgenica? Dove sarà, all’epoca, quel tizio? Vivo? In pensione? Vecchietto rinfanciullito?
A pagare saranno soltanto gli eventuali morti: nessun altro, lo sappiamo bene.

La scienza non è certo democratica, non lo può essere per struttura, e allora bisognerà che qualcuno si prenda la briga di controllare quel che fanno gli scienziati: per chi non lo avesse capito, quel controllo c’è già oggi, solo che l’hanno in mano le banche e le lobby finanziarie.
Altrimenti, come spiegare che un commissario all’Ambiente contrario alla patata OGM – il greco Stavros Dimas – sia stato sostituito con il, evidentemente, più “morbido” maltese John Dalli?
A questo punto, chi ha smesso di credere alla Fata Turchina avrà compreso quali sono i termini dell’accordo: qualcuno farà soldi a palate, i politici riceveranno la loro parte sotto varie forme (soldi, patatine, ecc) ed a patirne le eventuali conseguenze saremo noi.
Ci restano due punti da affrontare, e non li eluderemo: le responsabilità politiche (compresa la nostra, eventuale, voce) ed il problema di qualche scienziato che non vuole limiti. Partiamo dai secondi.

Nessuno vuole censurare la scienza, ma viviamo in un piccolo pianeta con moltissimi guai: dobbiamo esser certi che la scienza fornisca mezzi per migliorare le condizioni di questo inquinato e disastrato pianeta, non per peggiorarlo. Se gli scienziati non sono in grado di fornire questa certezza, altri dovranno controllare quel che faranno: persone non a libro paga delle banche, per capirci.
Un mezzo c’è, almeno per la catena biologica: eseguire delle ricerche sotto Natura, non sopra di essa. Impossibile?
Negli scorsi decenni, un forte impulso alla produzione di cereali fu dato dalle ricerche che condussero – solo tramite incroci, quindi “sotto” la Natura – ad un rafforzamento degli steli: prima, enormi quantità di cereali si perdevano per l’allettamento, causato dal vento. Questo è un esempio di come si possa migliorare la resa agricola senza nessun rischio.
E le coltivazioni di primizie in quota (lo fanno in Alto Adige), dove i parassiti non trovano condizioni ambientali per attaccare le piante?
C’è molta letteratura che riguarda lo studio delle simbiosi fra i vegetali, le cosiddette simbiosi “vantaggiose” per entrambe le specie. Queste ricerche, però, languono: che dite, Monsanto & Co c’entreranno qualcosa? E le banche che “lavorano” con l’industria dei pesticidi?

C’è poi, soprattutto in Occidente, la pessima abitudine alimentare di mangiare quantità smodate di carne: nessuno dei carnivori che conosciamo ha un intestino lungo come il nostro. Tigri e leoni, in rapporto alla loro altezza, hanno un intestino lungo la metà del nostro, per espellere più in fretta le tossine. Quante malattie della nostra epoca sono dovute all’eccesso di proteine?
Essere vegetariani è una buona scelta per chi se la sente ma, anche esserlo parzialmente (la vera dieta mediterranea), contribuirebbe molto alla salvezza degli equilibri per il nostro pianeta. Il quale, se qualcuno non se ne fosse accorto, sta correndo sul filo del rasoio della penuria alimentare (follia dei biocarburanti compresa).
Non si tratta, quindi, d’imporre limiti alla scienza, bensì d’affermare il primato della politica, poiché in democrazia è chi è stato eletto al governo della polis a doversi assumere queste responsabilità.
Ovviamente, quando immaginiamo una polis ordinata, non ci riferiamo al nostro tempo.

La classe politica italiana, all’unisono, ha reagito contro la decisione europea…ma…l’Italia fa parte dell’UE? Ecco i pessimi frutti delle Costituzioni non vagliate dalle popolazioni, dei trattati imposti dalla nuova nobiltà, come nei secoli bui.
Oggi, assatanati dalla prossima campagna elettorale, timorosi di perdere lo 0,1% dei consensi, ne potremmo trovare uno solo che si pronuncia a favore degli OGM? Ma va là…
Passerà un po’ di tempo, giungerà l’Estate ed andremo in vacanza (chi può…): chi non potrà, si concederà almeno qualche passeggiata serale in più e qualche TG di meno. E, quello, sarà il momento.
Non sarà necessario strombazzarlo ai quattro venti, imbastire polemiche: sarà sufficiente inserire un miserrimo comma in uno dei tanti decreti “milleproroghe” mediante i quali – di proroga in proroga – governano senza mai approvare nulla, in barba alla Costituzione, che prevede il Decreto Legge solo per le procedure d’urgenza (art. 77).
Perché lo faranno?

Poiché, mentre s’acclamano l’un l’altro per la loro contrarietà agli OGM, sono tutti convinti che ogni mezzo per incrementare il sacro PIL sia da utilizzare: gli scienziati? Mi dispiace per loro: sono soltanto dei timbracarte, gente che deve firmare di tutto per avere la vita facile. Non firmi? Ricercatore precario a vita.
In fin dei conti, OGM, “mucca pazza” e subprime sono ingredienti della stessa, mefitica pozione: credere che si possano ingannare impunemente le leggi dell’economia (oikos nomos, “norme per la casa”) e quelle della Natura.
Le seconde, ahimé, sono le più “toste”.
Se ingannare sul fronte economico può causare povertà e perdita di diritti, attentare alle leggi della Natura come apprendisti stregoni può far di peggio, molto peggio: nessuno di loro può, oggi, mettere una firma per assicurare che fra vent’anni non ci sarà la replica della “mucca pazza”. “Antibiotico pazzo 2, la vendetta”.
Eppure, strombazzano, strepitano, s’inalberano e truffano, mentre i banchieri riempiono loro le tasche di soldi, pagati con la nostra salute.

Cosa ci resta da fare?
Ciascuno, ovviamente, pensa con la propria testa ed agisce di conseguenza: già questo lo pone un gradino sopra Barrito Barroso il quale, mentre la fa, “riflette” se doveva proprio farla. Poveri i suoi calzoni.
L’unico modo che abbiamo, oggi, per far comprendere la nostra contrarietà a questa politica, a questo malaffare è non correre più dietro alle loro pernacchie. Smetterla di seguirli in TV, smetterla di votarli.
Si dirà che andranno avanti ugualmente: per certo.
In un Paese come l’Italia, però, tutto si basa sul fatto che la gente, tutto sommato, accetti questo disgusto – rigorosamente bipartisan – e che lo consideri veniale: di conseguenza, che si rechi alle urne, magari anche per votare il più “dissenziente” dei partiti. Il quale, alla prima occasione di mettere le mani sul malloppo, sostituirà il “dis” con un “con”.

Ciò che ci chiedono con il voto non è più una scelta fra diverse posizioni od idee: è semplicemente la conferma della nostra servitù al loro sistema di potere.
Qualcuno si chiederà perché non nascano nuove formazioni politiche, più vicine al “sentire” di molte persone: fin quando l’80% degli italiani li voterà, si sentiranno tranquilli e sicuri. Proviamo ad immaginare una partecipazione al voto che scenda al 60%: un assenteismo consapevole del 20-30% inizierebbe a spaventarli. Perché?
Poiché questo branco d’acchiappatopi comincerebbe a temere che, una nuova forza politica, potrebbe di colpo raccogliere un bottino consistente ed entrare in Parlamento con lo strascico rosso. Di conseguenza inizierebbero, come sono abituati a fare, a dilaniarsi fra di loro come le iene quando c’è carestia, perché un nemico silenzioso li attenderebbe al varco e metterebbe in dubbio il pasto di domani.
D’altro canto, dobbiamo ricordare a noi stessi che, prima d’intraprendere qualsiasi nuovo cammino, bisogna sgombrare le macerie, che non sarà facile: potremmo avere ancora anni di berlusconismo, anche senza Berlusconi.

Perciò, fate come credete, ma pensateci bene prima di metter mano alla tessera elettorale. E pensateci anche quando direte: mangia la bistecchina, Gigino, mangiala, è buona…

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

26 febbraio 2010

Calepino Italiano del 26 Febbraio 2010

Come da copione, la Corte di Cassazione ha sancito che la corruzione dell’avv. Mills, da parte dell’emissario Bernasconi, per conto del corruttore, l’editore televisivo Silvio Berlusconi, avvenne nel 1999 e non nel 2000 e, di conseguenza, che tale reato è da considerare prescritto.
Come da tradizione, il direttore del TG1 – Scodinzolini – nominato dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ha sostituito la parola “prescritto” con “assolto”, comunicando quindi agli italiani quel che da anni sostiene il finanziere/costruttore Silvio Berlusconi, ovvero d’esser bersaglio di un’acclarata persecuzione.
Nella sentenza, viene così riconosciuto un risarcimento, “per danni d’immagine”, da parte del condannato/prescritto Mills nei confronti del presunto corruttore/”prescritto in divenire” editore Silvio Berlusconi, ma contemporaneamente Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Silvio Berlusconi.
Come si giunge a tanto?
La Corte di Cassazione ha stabilito i termini temporali della corruzione sotto la presidenza del magistrato Vincenzo Carbone, che rimane alla presidenza della Corte per volere del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il quale, in due occasioni, ha posticipato l’età della pensione (obbligatoria) per i magistrati, dapprima da 72 a 75 anni, poi da 75 a 78. Insomma, chi vuole resta[1].
Ma, chi ha studiato il provvedimento per rialzare nuovamente l’età della pensione del Presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, è il Consigliere di Stato presso la Presidenza del Consiglio Luigi Carbone, figlio di Vincenzo.
Così, il corruttore/prescritto Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi – condannato a pagare, nel processo civile per la cessione di Mondadori, 750 milioni di euro come risarcimento nei confronti di Carlo De Benedetti, poiché la corruzione degli avvocati e magistrati romani Previti, Acampora, Pacifico e Metta fu dimostrata (corrotti senza corruttore?) – si vedrà risarcire 250.000 euro dall’avv. Mills, una parte dei 600.000 euro che il corrotto/prescritto avvocato inglese acchiappò, tramite intermediario, dal presunto corruttore/”prescritto in divenire” editore Silvio Berlusconi.
Giunti a questo punto, confessiamo che la testa ha iniziato a ronzare e ci siamo chiesti se eravamo all’altezza di un così alto compito, ossia annotare nel nostro calepino le vicissitudini di questo grigio Venerdì di Febbraio.
Siamo giunti alla conclusione che nemmeno il grande Leonardo Sciascia sarebbe stato in grado di tratteggiare un così vasto e complesso quadro, al punto che ne sarebbe rimasto travolto e l’ira l’avrebbe sopraffatto.
Solo la ieratica e talvolta beffarda ironia di Pirandello potrebbe giungere a tanto, poiché distaccata e quasi sorridente, nel rimirare l’agitarsi delle miserie umane. Perciò, qui concludiamo.
Così è, se vi pare.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/giustizia-14/pensione-magistrati/pensione-magistrati.html

24 febbraio 2010

Quando la melma arriva alle labbra, s’invoca la privacy

“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente.”
Bertolt Brecht

E’ di oggi la notizia che il Tribunale di Milano ha condannato Google per aver pubblicato un video girato in una scuola, nel quale si vedeva un giovane affetto da autismo vessato da alcuni compagni di classe[1].
Il fattaccio avvenne nel 2006 in un Istituto Tecnico di Torino: la notizia ed il video fecero il “giro” del Web e, solo dopo, delle redazioni dei giornali.
Ricordiamo che quel video fu importante, per comprendere il livello di “bullismo” nel quale erano precipitate alcune scuole: seguirono quelli con le “pruderie”, le “attenzioni sessuali” – vere, false, presunte, poco importa, questo è la Magistratura a doverlo accertare – da parte d’allievi ed insegnanti.
La condanna, di per sé mite – 6 mesi con la condizionale – è stata inflitta a tre dirigenti di Google per non aver rispettato la privacy del ragazzo vessato, mentre non è stata riconosciuta la diffamazione dello stesso.
Lasciamo la vicenda processuale – i genitori del ragazzo avevano già ritirato la querela nei confronti degli imputati, mentre l’associazione ViviDown proseguirà in Appello per il reato di diffamazione – e scendiamo nel mondo di tutti i giorni, quello dove le botte sono botte e gli sputi pure.
Caliamoci nella parte del ragazzo: solo, impaurito, abbandonato, mentre i suoi aguzzini lo spintonano, lo picchiano, inframmezzando il tutto con saluti nazisti mentre vergano sulla lavagna il simbolo delle SS.

Prima di procedere, vediamo quali possono essere state le responsabilità della scuola, perché – come s’appurò in seguito – quel comportamento era abituale.
Fenomeni sporadici di violenza (contro se stessi, altri, ecc) possono avvenire ovunque ed è molto difficile essere presenti nell’attimo “fuggente”.
Ovvio che durante una lezione è responsabile il docente e, se non è addormentato o in trance, nulla avviene, poiché il docente ha tutti i mezzi per intervenire. Se non ha sufficiente carisma per affrontare la situazione, può sempre avvertire il Dirigente, che a sua volta dovrà prendere provvedimenti, fino a chiamare la Polizia.

E’ invece più difficile controllare i tempi di pausa, ossia l’intervallo oppure i cambi d’ora, poiché in quegli istanti i docenti si spostano da una classe all’altra, lasciandola “scoperta”. Pochi sapranno, però, che la sorveglianza dei corridoi è assegnata ai Collaboratori Scolastici (i bidelli) i quali non sono soltanto dei “frati scopini”.
Chi svilisce i bidelli di fronte agli allievi (purtroppo, talvolta avviene) commette dunque un grave errore, poiché mina l’autorità di chi ha un compito da portare a termine, ossia “supplire” nella sorveglianza mentre i docenti cambiano classe.

Il momento più pericoloso è sempre l’intervallo, perché i corridoi s’affollano e, qualora avvenga un’improvvisa colluttazione – pur mantenendo il proprio posto di sorveglianza in corridoio (ci sono appositi turni) – quando si riesce ad arrivare è sempre tardi.
Capitò molti anni fa nella mia scuola, quando due allievi si presero a botte per una questione di femmine: un dente rotto ed una mano sanguinante. Quel giorno non ero in servizio, ma mi raccontarono che tutto avvenne così fulmineamente che nulla si riuscì a fare.

Un caso più grave avvenne in una scuola non lontana – non citerò il luogo, perché la storia fu assai triste – quello di un ragazzo che, durante l’intervallo, attraversò di corsa la classe e si gettò nel vuoto dalla finestra aperta, uccidendosi. Il tutto, sotto gli occhi dell’insegnante che era seduta alla cattedra, che dovettero poi portare via, anch’ella, in ambulanza per lo choc subito.
La docente fu ovviamente assolta da qualsiasi responsabilità, poiché non si poteva assolutamente prevedere una cosa del genere. Se mai, sarebbe stato necessario ascoltare prima quel ragazzo, capire cosa lo agitava, ma si sa: voti ed interrogazioni hanno sempre la precedenza, con tanto di tabelle esplicative per la valutazione, mentre ascoltare qualsiasi cosa che non sia ripetere la lezione è un optional, che pochi praticano.

Tornando a bomba sul caso di Torino, si scoprì che quei comportamenti erano abituali: il poveretto, chissà da quanto tempo subiva botte ed angherie.
Chi interviene a salvarlo? Il docente? Il Preside? Un ispettore del Ministero? Miss Gelmini in persona? “Papi”?
No, chi lo salva è la colossale ignoranza e la spavalderia dei suoi aguzzini, i quali – non contenti – pubblicano il “frutto”, la prova provata della loro “virilità” nei confronti di una persona inerme. E, se non ci fosse stato Google (o chi per esso, nel senso dell’informazione), oggi quel povero ragazzo sarebbe ancora là a prender botte e sputi.
Ma, l’informazione, cos’è?

E’ una roba che se la prende, da un lato, con il Presidente del Consiglio – e non a torto – e dall’altro con la Magistratura e la “cattiva stampa”. Per noi, gente comune, bisogna perlomeno che ci passi sopra un camion e che dopo faccia retromarcia, per “fare notizia”.
Se non ci fosse stato quel filmato reso pubblico da Google – diamoci una sveglia, signori miei – nessuno si sarebbe accorto di niente: tante belle chiacchiere sul “bullismo”, fiumi di parole con l’autorevole intervento degli strizzacervelli e dei pedagogisti. Quel video, a differenza delle chiacchiere, inchioda.

Mi piacerebbe chiedere a quel ragazzo se quel filmato – indubbiamente difficile da “digerire”, poiché essere filmati alla berlina non fa piacere a nessuno – non ha cambiato la sua vita, almeno per quanto riguarda la sua vita scolastica.
Se così non fosse – ossia se le cose fossero continuate come prima – allora sarebbe la scuola a doversi giustificare ed, eventualmente, a pagare.
Invece, s’invoca la “privacy”.
Ma quale privacy? Quella di prender botte e star zitti?

I giornalisti che fotografarono i bambini vietnamiti che scappavano, con il napalm americano che mordeva loro la carne, rispettarono la “privacy” di quei poveretti, oppure ritennero che fosse di primaria importanza mostrare la mostruosità di quei bombardamenti?
Chi riesce, oggi, in Afghanistan, a raggiungere un villaggio appena “bonificato” dalle forze occidentali – nel quale si notano gli inequivocabili segni delle bombe a caduta libera o di quelle a grappolo – e filma l’orrore dei corpi straziati, dovrebbe forse porsi il dilemma di rispettare la “privacy” di quei cadaveri e dei loro congiunti?
Ci viene il sospetto che questo “richiamo alla privacy” sia il prodromo sin troppo acclarato di un rinnovato “me ne frego!”, di lontana memoria.

Mentre il Paese sta sprofondando nella melma, mentre non c’è più angolo della vita politica che non emetta soffocanti miasmi, il Presidente del Consiglio lancia invettive contro le intercettazioni, che mettono a nudo il groviglio d’interessi corrotti che stanno strangolando il Paese: noi, la gente italiana.
Il problema non è chi dà le botte oppure chi ruba sulla Sanità, non è neppure scoprire se ci sono persone che sono state probabilmente elette al Parlamento grazie alle “soffiate” dei mafiosi.
Il problema è che qualcuno possa scoprirlo.
Che qualcuno pubblichi, smascheri le “bordate mediatiche", mostri il centro dell’Aquila ancora ridotto in macerie. Che ci sia qualcuno che fotografa il viso di una madre sanguinante, perché i pretoriani romani sono saliti lassù, in Val di Susa, per far rispettare l’ordine imperiale.

Nella società dell’apparire, nessuna voce dissidente deve giungere all’udito delle persone: un mieloso, mellifluo cantico di benemerenze deve tutto circondare, quello dei “paladini del bene e della libertà”, l’ultimo miracoloso ritrovato del capataz di Arcore – probabilmente una costola di Mediaset – che dovranno contrastare il “pessimismo” degli italiani.
E, qualora i “paladini” si trovassero di fronte a filmati imbarazzanti – oggi un ragazzo picchiato, domani un assessore che intasca una mazzetta, dopodomani una telefonata dove si concorda un voto di scambio – s’invocherà la “privacy”.

Non dimenticherò mai che, sul cadavere d’Alfredino Rampi, si giocarono le fortune della P2 e, ahimè, le nostre simmetriche disgrazie.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

21 febbraio 2010

Luglio ‘56



Sette ponti più in alto del mare
la girobussola segnava il domani
ventimila tonnellate d’acciaio
ubbidivano alle mie mani
sulla prua si frangeva la notte
la guardia franca stava per montare
e il terzo ufficiale osservava distratto
l’occhio magico che scruta il mare.

Giù nelle cabine si faceva all’amore,
nel gran salone la festa moriva
e l’orchestrina regalava le ultime note
che scivolavano giù nella stiva.
Il marconista s’era tolto la cuffia
…niente più Genova da chiamare…
e fu guardando dall’alto del quarto ponte
che la vide arrivare…

Rit.
Acqua, acqua
acqua giù in sentina
acqua, acqua
acqua giù in turbina.
Getti di vapore in coperta
la pressione che sembra impazzita
battono ancora le eliche l’onda,
cercando un po’ di vita…

Nera com’è nera mio Dio l’acqua di mare
com’è nera, quaggiù nella cala…
Il primo di macchina forse ancora dormiva
mentre scendeva giù per la scala...
Ma qui, in mezzo all’Atlantico, mio Signore
una caldaia no non può scoppiare…
Com’è verde l’acqua a Portofino
com’è verde l’acqua del mio mare.

Ma il comandante certo non dormiva
un comandante no, non può dormire
c’è sempre un ospite da salutare
c’è ancora un cocktail da servire…
Forse fu l’unico a capire,
s’alzò di scatto quando udì lo schianto:
Oh dimmi nave, mia bella nave
chi ti ha affondato una lama nel fianco!

Rit.
Acqua, acqua
acqua nella stiva
acqua, acqua
fra la gente che dormiva…
Ora, lassù in plancia,
il terzo sta ancora a guardare
di fronte all’occhio magico
che non era riuscito a parlare…

Certo, con tre compartimenti allagati,
New York ora è così lontana
Oh Nantucket, oh maledetto oceano,
sia maledetta la tua triste fama…
Ora il primo di macchina è incollato
al manometro del vapore
mentre dall’alto chiedono, implorano:
pressione ancora per due ore.

Ma quando lui salì su in plancia
capì che era solo un addio:
venti gradi sbandati a dritta
senza governo, sei nella mani di Dio…
Forse per un attimo, un attimo solo
pensò che no, non la voleva lasciare…
poi diede ancora l’ultimo ordine:
piano con gli argani, scialuppe a mare!

Rit.
Acqua, acqua
colma d’acqua è la stiva
acqua, acqua
fin sulle bandiere a riva…
ma l’acciaio ancor si dibatteva
si rivoltava, non voleva morire…
Fa mio Signore che il mare non abbia
tanta acqua da poterla coprire…
Fa mio Signore che il mare non abbia
tanta acqua da poterla coprire.

Testo e musica di Carlo Bertani, Luglio 1988.

Riproduzione vietata, tutti i diritti riservati, Copyright 2010. E’ solo possibile linkare a questo blog.

19 febbraio 2010

Le badanti



Je veux dédier ce poème
A toutes les femmes qu'on aime
Pendant quelques instants secrets.
A celles qu'on connaît à peine
Qu'un destin différent entraîne
Et qu'on ne retrouve jamais

Voglio dedicare questa poesia
a tutte le donne che si amano
per qualche segreto istante.
A quelle che si conoscono appena,
che un diverso destino coinvolge
e che non s’incontrano mai.

Antoine Paul – Les passantes – 1911

Svoltano l’angolo della viuzza, antica come il rintocco delle campane, e si gettano frettolosamente nella statale: l’attraversano e si fermano di fronte alla Farmacia. Sembrano aver fretta, attendere qualcuno, essere attese.
Sono due, grassottelle e bionde, hanno entrambe le mani occupate a reggere pesanti sporte colorate: grandi borse di paglia intrecciata, sulle quali s’intravedono le ombre d’improbabili scenari tropicali. Tropici del tempo che fu – verrebbe da dire – tanto le palme ed il mare sono sbiaditi.
Attendono nervosamente, con l’ansia di chi spera: che cosa e come non si sa, ma si spera.
Forse c’è la paura d’esser giunte in ritardo, la speranza che altri ritardino, oppure che l’orologio sia rimasto sapientemente puntato qualche minuto avanti, per non concedere al tempo il lusso di sfuggire.
Parlottano, con quella cantilena russa che arrotonda le vocali e le allunga, per poi troncare la parola in un amen, come a dire che la vita può essere sì armoniosa, mentre il destino è sempre incerto.

Un furgone bianco, che appare dopo aver svoltato la curva, tronca a metà la frase: non sapremo mai se erano confidenze d’amore oppure trepidazioni di madri, poiché quel furgone bianco è il deus ex machina che irrompe nel proscenio, e tutto tacita.
E si ferma, proprio accanto alle donne.
Miracolosamente, la scena si anima e si tinge di nuovi colori: anche le stampe scolorite delle borse sembrano riprendere vigore.
Due uomini scendono: sono magri e slanciati, capelli scuri, giubbe con mille tasche che possono contenere di tutto, scarpe da tennis ai piedi. E parlano.

Non capisco – ovvio – cosa si dicono ma sembrano reminescenze di qualcosa che è lontano, oltre l’orizzonte del tempo, mentre comunicano con frasi brevi: a volte un sorriso sboccia furtivo sui visi delle due donne, oppure un gesto pare quasi voler cancellare la frase appena udita.
La scena adesso prende vigore ed accelera, poiché i due uomini aprono il vano posteriore del furgone e salgono: il contenuto delle borse viene svuotato con cura e, ogni pacchetto, trova un posto che sembra esser già stato assegnato all’inizio dell’avventura, quando il furgone era ancora nella pianura ucraina, placidamente adagiato nell’aia di qualche dimenticata cascina, oppure in un capannone della zona industriale.
Appena le mercanzie hanno raggiunto il loro posto, le borse tornano a riempirsi con altri, misteriosi, involti: non smettono di parlare, di gesticolare, di sorridere.
Terminata l’operazione, i saluti sono furtivi, come quelli dei viandanti nella notte: i due autisti riprendono posto in cabina, ripartono, e le due donne tornano ad imboccare le antiche viuzze del centro storico. L’ultima immagine che la mente registra è una targa ucraina, con misteriosi caratteri cirillici mescolati ad altrettanto intelligibili lettere dell’alfabeto latino.

Quella stessa mattina, so che arriverà la legna: l’Inverno è duro, e non basta mai.
Come tutti gli anni, e tutte le volte che arriva il camion con la legna, già so che Ivan – l’amico “del cuore” di mio figlio – ci sarà. E, come tutti gli anni, si ripeterà la solita cerimonia: non voglio soldi perché io amico. Risposta: proprio perché sei un amico, possiamo farti un regalo? I soldi per la pizza?
Se sono soldi per la pizza allora va bene, Ivan accetta, altrimenti l’amicizia – se fosse stato salariato – sarebbe infranta.
Ma mio figlio lo invita a pranzo, e Ivan non può sottrarsi: anche in quel caso, l’amicizia sarebbe per lo meno incrinata. Deve però recarsi a casa – solo per lavarsi, so che è una scusa – e se ne va.
Torna che profuma di doccia appena fatta con due pacchetti, che posa sul tavolo, precisando che sono per me: si vede che il capofamiglia – in Ucraina – ha ancora un ruolo che da noi s’è perso.
C’è una bottiglia di vodka ed il classico formaggio “a fili”, che assomiglia alle nostre scamorze affumicate e serve ad accompagnare la birra fatta in casa: Ivan, ogni tanto, si ferma con noi a bere una birra e, sempre ogni tanto, porta un po’ di formaggio. L’equilibrio è perfetto, le tradizioni rispettate: tutti possiamo ancora crederci uomini, “sotto il vento e le vele”.

Ivan non s’offende se mi sbaglio e lo chiamo “russo”, anche se mi ha raccontato che è di Lviv, quasi in Polonia, perché c’è un’anima comune che va oltre la geografia e la politica. Anzi, mi sussurra anzitempo di conoscere già il nome del vincitore alle prossime elezioni: «Sarà Yanukovich, è meglio per tutti.» Pragmatismo slavo, merce che talvolta si pensa che non esista, spesso subissata dalla nostra idea dell’oriente slavo: dalla mattanza jugoslava agli incessanti conflitti interni di Dostoevskij.
Ivan frequenta un Istituto Professionale, ma già lavora – quando lo chiamano – per dare una mano nella falegnameria, quella del proprietario della casa che hanno in affitto: lui, la madre e la sorella. Degli uomini della famiglia spesso racconta: padre, nonni, zii…che sono rimasti là, in Ucraina, a seminare e raccogliere le patate, a distillare la vodka, a resistere al vento della steppa. Perché? Poiché c’è un senso atavico in quel “resistere”, quasi che fosse la garanzia dell’esistere, del testimoniare il trascorrere del tempo sotto quei cieli bigi, con le auto scassate e la Polizia che si compra e si vende per cinque euro.
C’è però in Ivan un sentimento nobile che traspare nella dignità del sedersi, di versare la birra nei bicchieri, nel raccontare le storie lontane e vicine. E, man mano che il tempo passa, comincio a capire chi ho di fronte, chi veramente è il ragazzo che osservo spazzare di fronte alla falegnameria.

E’ un pomeriggio d’Autunno, e mio figlio sta provando la lezione che dovrà mostrare al suo insegnante al Conservatorio: squilli di tromba e “stecche” si susseguono ordinatamente. A rompere la sequenza, però, la voce di Ivan; «No, Emi, no: qui tu fatto La naturale, no, dimenticato, bemolle in chiave, non La naturale!»
Vengo così a sapere che Ivan non conosce solo approssimativamente la musica, perché è difficile dare un simile giudizio mentre s’ascolta e si segue, contemporaneamente, lo spartito. “Perché ci vuole orecchio”, direbbe Jannacci.
Così, una sera, racconta con la semplicità dei semplici che lui ha studiato violoncello. Gli chiedo quanto gli mancava, in Ucraina, per terminare gli studi.
Lui, con un’innocenza che è rara da scorgere nei ragazzi italiani appena mettono nel cassetto un “pezzo di carta”, semplicemente afferma: «No, io finito, finito cinque anni di violoncello con diploma.» Punto. E che punto.
Non so cosa prevedano i piani di studio ucraini in merito, però questo ragazzo che studia meccanica al Professionale è diplomato in violoncello. E il violoncello?

Qui, glissa. Non riesco a capire bene che fine abbia fatto il violoncello…c’entra la nonna, voleva che lui studiasse lo strumento…ma di più non si riesce a sapere. Se qualcuno ha notizie di un violoncello scomparso nelle nebbie della globalizzazione, ne dia notizia, per favore.
Può darsi che, con il progredire dell’astronautica, un giorno lontano scopriranno in qualche nube cosmica dimenticata un guazzabuglio d’oggetti che, questa gente travolta da eventi non suoi, non appartenenti alla loro vita, è stata costretta ad abbandonare. Se trovassero il violoncello di Ivan, prego inviare una mail allo scrivente od ai suoi eredi.

Se c’è Ivan, però, c’è anche Samir, che è una discreta testa di c…
Perché?
Poiché Samir ha la bella abitudine di farsi prestare le cose e poi, per riaverle, bisogna cercarlo con i segugi. Per carità, non ruba mai nulla, semplicemente “si dimentica”: la mia prolunga elettrica la tenne sei mesi, punta e mazzetta tre. Per fortuna c’è il fratello Youssuf, che è più serio.
Quando la pazienza termina, allora si ricorre a Youssuf, il quale allarga le braccia «Testa di m…» ruggisce in buon italiano, se lo fa ancora lo dirò a Mohammed.»
Perché Mohammed è il più vecchio dei fratelli, ed è il capofamiglia: guai se lo venisse a sapere! Sarebbero botte.
Ovviamente, per la gente del posto Samir è un “brucia”, uno sul quale non fare affidamento: per quelli un po’ più leghisti, diventa subito un “marocchino di merda.”
Dimenticano, questa buona gente, che spesso si comportano nell’identico modo (o peggio): un familiare di mia moglie, chiese ad un cugino se poteva mettere l’automobile sotto una tettoia che il parente non utilizzava. Certo, io non la uso…
Dopo vent’anni gli presentò il conto: usucapione, adesso è mia, vai pure dall’avvocato se vuoi.
Io stesso ricordo che un amico prete mi prestò un trapano a manovella per fare un buco nel bosco, dove non c’era corrente elettrica: non sapevo come fare, dopo 12 anni, a riportarglielo. Difficile, per uno scrittore, non trovare le parole, eppure non vennero: per fortuna che era prete, e che la carità cristiana ebbe il sopravvento.
Non per questo, però, sono diventato un “italiano di merda.”

Ma i ricordi vanno all’indietro, ad una sera di tanti anni fa, quando un amico allevatore venne a trovarmi portandosi appresso il suo “aiutante”: la luce delle scale era spenta e, l’aiutante, era così nero che quasi non lo vidi.
Ci sedemmo e, soprappensiero, versai del whisky in tre bicchieri: all’ultimo momento mi ricordai, imbarazzato, che l’ospite poteva essere musulmano.
Fu lui stesso, in un italiano stentato, a togliermi dall’imbarazzo: «Sì, musulmano, però…» e scosse il capo sorridendo.
Se l’italiano era approssimativo, il nostro guardiano e mungitore di capre parlava correntemente inglese e francese: quando dico “correntemente” intendo sostenere che non riuscivamo a stargli dietro.
Già, perché oltre alle lingue aveva anche una laurea in Economia.
Come mai, allora, l’emigrazione?

Colpa del Presidente Carter.
La sua famiglia – spiegò – possedeva un’azienda agricola dove producevano arachidi. Subito la mente s’ingombra d’immagini, dove schiene nere e sudare zappano una terra arida e polverosa, accompagnando la fatica con antiche cantilene tribali.
E’ lui stesso a spazzare la mia mente: «Avevamo due trattori, un Fiat ed un Renault, e le cose andavano bene. Io e mia sorella aiutavamo nei lavori di campagna, ma entrambi abbiamo studiato fino alla laurea.»
E poi? Dopo?
Dopo arriva Carter, che è un coltivatore estensivo d’arachidi, ed iniziano complessi “accordi” con il suo Paese: difficile capire i termini della questione, un po’ per la lingua, ma soprattutto perché lui è un economista e spiega con dovizia l’argomento, usando termini tecnici che noi non conosciamo.
In buona sostanza – riusciamo a capire – il prezzo delle arachidi comincia a dimezzarsi ogni anno, per più anni: non c’è bisogno di chiedere altro per comprendere.
Giunge così a Genova – all’epoca non era necessario usare i barconi – sbarca da un mercantile e cerca lavoro: il primo ricordo che ha dell’Italia – ricorda – furono un paio di banane che acquistò in un negozio. Non conosceva ancora il valore del denaro italiano, ma dal resto che gli diedero comprese che erano costate parecchio: lui, le raccoglieva in giardino.

Qualcuno dirà che esistono anche i delinquenti: certo che esistono. Io stesso me ne ritrovai due quasi “precipitati” in casa: s’erano arrampicati lungo le tubazioni esterne del metano. Fui fortunato e loro sfortunati, giacché una sciabola a pochi centimetri dalla gola convince, mentre prendere la via della fuga costò ad uno dei due una caviglia rotta. Mi fecero quasi pena, nel vederli arrancare lungo la viuzza mentre fuggivano, con quello con la caviglia rotta che gemeva e l’altro che cercava di scrollarselo per scappar via veloce: dalla parlata, mi sembrarono albanesi. Ma l’amichetto dei giochi di mio figlio, ai giardinetti, era il figlio di un muratore albanese e mia moglie discorreva con la madre delle solite cose, che tutte le madri hanno da meditare con altre madri.

Viene allora da dire che è in pericolo la nostra cultura, la nostra religione, il nostro “essere” italiani: vorrei ricordare che nessuna cultura, non timorosa di se stessa, ha mai avuto problemi di confronto. Ne siano esempi l’India inglese, dalla quale gli indiani si liberarono, cercando però di mantenere “l’impianto” amministrativo, scolastico ed organizzativo inglese. Oppure la tradizionale emigrazione curda e turca in Germania.

Mustafà era proprio un “vu cumprà” nel senso stretto del termine: girava mercati, strade e case per vendere le solite cose: calze, magliette…
Ogni tanto passava da casa nostra: suonava e proponeva la merce. Talvolta compravamo qualcosa, altre volte no: quasi sempre si beveva un caffè assieme.
Un giorno giunse e, già sulle scale, si lamentava del Ramadan: è dura, però bisogna farlo…
Come un perfetto ignorante, lo invitai a prendere il solito caffè, alle solite quattro chiacchiere: solo dopo ricordai che non poteva prender cibo né bevande durante il giorno.
Notai che era un po’ sulle spine, ma non ci feci troppo caso: in realtà, Mustafà era combattuto fra due precetti, ossia rompere l’impegno religioso oppure offendere l’ospite. Ritenne, evidentemente, che offendere l’ospite sarebbe stato più grave e confidò nella comprensione di Allah. Si sa: gli Dei sono omnicomprensivi, e dunque possono anche sorvolare su un caffè “corsaro”.

Oggi, un’indagine rivela che il 45% dei ragazzi italiani non si fida degli stranieri, oppure li odia. Per conforto, un buon 40% non prova questi sentimenti.
Mi chiedo se questi ragazzi abbiano mai provato ad ascoltare i loro vicini di banco, di scuola, di bar, di piazza.
Ho avuto il privilegio di poterlo fare, di riuscire nel convincerli a farlo.

Quando, anni or sono, nella nostra scuola apparve qualche indizio di razzismo – per carità, semplici risatine di sufficienza, sussurri fra “italiani doc”, marginali tentativi d’emarginazione – in accordo con il Preside decidemmo un’iniziativa “giornalistica”.
Con la redazione del giornalino scolastico e della radio d’Istituto, organizzammo una serie d’interviste: i ragazzi italiani intervistarono i loro coetanei d’altre nazionalità sulla loro terra, il loro passato, le loro esperienze. Dopo, ovviamente, aver ricevuto l’assenso dai ragazzi stranieri all’intervista.
Io non feci altro che organizzare le interviste: tempi, modi, formati audio, ecc. Poi, li lasciai “sbattere”.

Dopo qualche giorno, uno degli intervistatori mi fermò in corridoio e mi condusse sulla scala antincendio – il luogo dove ogni proibizionismo scolastico cede – e solo allora m’accorsi che aveva gli occhi lucidi.
«Prof, ho l’intervista ad Erika, ce l’ho qui nella chiavetta,,,»
«Bene, poi la ascoltiamo e…»
«No, prof, questo lo so, nessun problema…solo che…»
«Che cosa?»
«Solo che…ho dovuto farmi forza per non piangere mentre la intervistavo, ci sono riuscito, però…»
«Però?»
Sbottò: «Ma come si fa a rimanere indifferenti, quando senti raccontare della fame, delle giornate trascorse a cercare semi di girasole per mangiare…e poi gli scafisti, un bambino…non ho capito bene se morì durante la traversata, poi vedremo se si riuscirà a capire meglio riascoltando…e la madre che non voleva che lo gettassero in mare…» scoppiò a piangere.
Volle continuare «Come si può pensare che sia la stessa Erika con la quale andiamo in discoteca: nascosta per giorni in un uliveto nelle campagne del Salento, che si nasconde e striscia per raggiungere un vagone, poi sale sperando che la polizia non trovi lei e la famiglia… ma come si fa, come può succedere…»

Non ho nessuna difficoltà ad ammettere che esistano situazioni ben diverse, nelle quali è difficile comunicare: io stesso, mi trovai nella condizione di far scivolare la conversazione sulla lama di una sciabola.
Però, ascoltiamo poco, quasi niente.
Allora, mi sovviene un dubbio: forse che il nostro “non conversare” sia dovuto più al non avere niente, o poco, da raccontare?
Cosa possiamo raccontare a questa gente che è fuggita da tragedie inenarrabili, quale aspetto della nostra magnificata cultura li può attrarre? Ci sono le bellezze dell’Arte, ma non illudiamoci: sono bellezze d’altri italiani, d’altra gente, d’altri cieli. Non insozziamo il loro ricordo con gli umori delle nostre fauci.
Cosa possiamo raccontare, oggi, di noi?

Vogliamo narrare come una combriccola di schifosi lenoni e prostitute s’è accaparrata milioni – forse miliardi – di euro per dividerseli, nel nome di una poco giustificata “urgenza” negli appalti?
Che tutto deve passare nel dimenticatoio della normalità, benedetto dagli aedi di regime, dai Minzolini ai Vespa? E’ questo che possiamo narrare? Oppure lasceremo difendere la nostra “cultura” ai Borghezio? Ed alla, di loro, fallace e defunta cassandra?

E la grande Europa, quella che nei suoi documenti costitutivi desiderava andar oltre la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che fa? Non riconosce un titolo di studio ucraino soltanto perché conseguito fuori dai sacri confini? Lo nega per fare in modo che un violoncellista sia costretto a spazzare una falegnameria?

Allora, si giunge a pensare: aspettate pure trepidanti i vostri furgoni, che portano la vostra vodka ed il vostro formaggio – tanto, nessuna ragazza italiana andrà a pulire il sedere ai vecchietti – ma rimanete non-integrati, salvaguardate le vostre culture perché, al confronto della nostra, sono sacre.

Giovanni Paolo II ebbe a dire che l’Italia era ormai “terra di missione”: inizio a credere che avesse ragione.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.