12 febbraio 2010

La guerra di Cementland

Se dovessimo cercare le origini di Cementland, finiremmo nella notte dei tempi, almeno alla metà del secolo scorso, probabilmente prima. Ciò che sappiamo, oggi, è che Cementland occupa la penisola italiana ed altre aree europee, ma solo in Italia le sue colonne cingolate hanno sbaragliato le forze avverse.
Come vedremo in seguito, esiste ancora la resistenza partigiana – la quale, talvolta, riesce a colpire duramente Cementland – ma non esistono più forze in grado d’opporsi in campo aperto: tutti i partiti sono stati arruolati da Cementland.
La vicenda di Cementland non appartiene neppure all’universo complottista, giacché non vi sono eclatanti segreti, “gole profonde”, grembiulini che tramano: tutto avviene alla luce del sole, come per qualsiasi occupazione militare. O la sconfiggi, o ti massacra.

L’occupazione militare dell’Italia da parte di Cementland, come ricordavamo, iniziò in anni lontani: narrano le cronache[1], che il quotidiano “La Notte” – di proprietà della famiglia di cementieri Pesenti – all’indomani di Piazza Fontana fu il primo a correre in soccorso alla bufala della pista anarchica. Sapevano già tutto: era stato Pietro Valpreda.
Oggi, i Pesenti fanno parte dello Stato Maggiore di Cementland, ed hanno “diversificato” molto le loro attività – dalla finanza all’editoria – come potrete verificare nel “quadro” tracciato da uno dei fogli clandestini che appoggiano la resistenza a Cementland, “Imprese alla sbarra”[2].

Come è riuscita, questa forza d’occupazione, a mettere a ferro e fuoco la penisola italiana, a domarla ai suoi desideri, a costringerla alla resa, a farsi consegnare il territorio nazionale?

La strategia è stata, negli anni, quella di un costante aggiramento: come qualsiasi forza d’occupazione, si è servita – secondo le situazioni, i tempi e gli obiettivi da perseguire – dell’attacco frontale, oppure (più usato) del sostegno di più Quisling, a loro volta sodali nella ripartizione dei feudi conquistati.
Il Quisling più appariscente è senz’altro il gen. Berluskaiser, il quale ha costruito Milano 2,3,4,5…mentre medita – chissà? – di portare a termine Milano 8, che sorgerà alla periferia di Pescara.
Sarebbe però sbagliato fermarci a questo caso alla luce del sole, giacché il reggente di Cementland – che oggi ha assunto la carica di vicerè della colonia Italia – è circondato da stuoli di vassalli, valvassori e valvassini, i quali s’esercitano nell’arte della trasformazione del territorio in lande cementate, il primo e vero obiettivo di Cementland.
A volte assurgono a ruoli di governo, come Lunardi (“con la Mafia si deve convivere”), poi scompaiono nell’ombra appena c’è una campagna militare da portare a termine, un altro lembo di territorio da seppellire sotto i cingoli delle loro armate. Scambiano allora il posto con altri generali e colonnelli: per un Lunardi che assume un comando sul campo, uno Scajola va a sedersi allo Stato Maggiore.
Più complessa la gestione dei subordinati: qualcosa viene a galla durante le cicliche cerimonie d’investitura chiamate “Elezioni locali”, ma – presto – tutto torna un brusio appena avvertibile, protetto da milioni di metri cubi di cemento.

Per comprendere la strategia di Cementland, ci viene in aiuto un lavoro[3] preparato dal giornalista Vittorio Emiliani nell’occasione di un convegno che si svolse in Calabria sull’occupazione del territorio da parte di Cementland: tutte le fonti citate sono di agenzie come l’ISTAT, Catasto, ecc, quando non provengono proprio dagli archivi e dalla propaganda di Cementland.
Partiamo dall’inizio, proprio terra-terra, ossia dal suolo consumato ogni anno da Cementland in Italia, confrontandolo con gli altri Paesi europei la produzione di cemento, ossia il più comune munizionamento utilizzato dalle forze armate di Cementland:

PRODUZIONE DI CEMENTO IN EUROPA 2004 (milioni di tonnellate):
Spagna: 46,60
Italia: 46,05 (47,8 % al Nord)
Scandinavia: 35,77
Germania: 33,40
Francia: 21,54
Regno Unito: 12,01
Benelux: 11,03
Austria: 4,03
Altri UE: 10,16
Turchia 41,26

Fonte: Associazione Europea del Cemento

L’Italia è praticamente in testa, poiché bisogna ricordare che la superficie della Spagna è di 504.645 km², mentre quella dell’Italia è di 301.338 km²: in altre parole, l’Italia è appena il 60% circa della Spagna! Eppure, Cementland consuma la stessa quantità di munizioni in entrambe le situazioni operative.
Incredibile, poi, che in altri scenari operativi, i quali contemplano più territorio e più popolazione, il quantitativo di munizioni consumate sia enormemente minore.
Questo dato, se analizzato con maggior attenzione, è il corrispettivo del numero di Quisling e di vassalli che Cementland dispiega sul territorio e – per un diverso aspetto – la resistenza che incontra.

Nel 1998, in Germania – ad esempio – una nota rivoluzionaria proveniente dalla ex DDR – tale Angela Merkel, all’epoca Ministro per l’Ambiente, oggi Cancelliere – fissava per decreto la massima cifra di 30 ettari/giorno da concedere a Cementland, contro i 120 di prima. In Gran Bretagna, Cementland fu fermata nel 1946 con il New Towns Act, che sostanzialmente ricalcava lo stesso principio: la comunità definita “Stato” decide il massimo che può essere concesso all’invasore depotenziandone, così, le mire.

Il consumo medio annuo di territorio (periodo d’osservazione 1950-2005), in Italia – vale a dire le aree che Cementland ha occupato in media ogni anno – è di 221.745 ettari, ciò significa che la “soglia” italiana è di 607 ettari/giorno. Se pensiamo che i tedeschi ritennero che una soglia di 120 fosse inaccettabile e, per legge, la ridussero a 30…
Senza nessun controllo né opposizione, Cementland s’espande nel Belpaese ovunque, sempre di più: se la media 1950-2005 è di 607 ettari/giorno, quella del periodo 1990-2005 è più alta: 669 ettari/giorno. L’invasione s’espande a macchia d’olio.
C’è da chiedersi perché sia consentita una tale espansione, come mai nessuna autorità italiana s’opponga all’invasore. La principale ragione è che i governatori italiani sono governatori coloniali, espressioni di Cementland. Ma c’è dell’altro.

Come va la produzione in Italia? Come sta il sacro PIL? Non tanto bene, grazie: bisogna correre ai ripari.




Fonte: Arnaldo Sciamarelli su Eguaglianza&Libertà 17 Novembre 2006.

Come si può facilmente comprendere, senza il contributo di Cementland il PIL italiano sprofonderebbe sotto zero e no, non si può mostrare al mondo le mutande sporche! Interviene Cementland che tutto sistema: la calce non è forse un ottimo sbiancante?
La Germania, che fino a ieri era il primo esportatore mondiale – superata quest’anno per un’incollatura dalla Cina – può permettersi di contrastare Cementland – poiché, in definitiva, non ne ha bisogno – mentre l’Italia, che ha svenduto il proprio apparato produttivo oppure l’ha demolito, è obbligata a piegarsi ai diktat dell’invasore.

Siamo, in definitiva, come il conte Ugolino: divoriamo il territorio che un giorno sarà dei nostri figli per regalarlo a Cementland ed ai suoi vassalli. In cambio, otteniamo un PIL non proprio sotto zero: siamo come degli sciagurati agricoltori che si nutrono con le sementi dei futuri raccolti.
E’ sempre stato così? Non proprio.
In questa tabella, possiamo osservare chi sono gli “attori” del mercato edilizio, vale a dire chi costruisce e perché: ecco il raffronto (valori percentuali) di 20 anni, 1984-2004.



Fonte: elaborazione CRESME su dati ISTAT

Come si potrà notare, nello scorrere dei decenni l’edilizia pubblica s’è praticamente estinta, l’edilizia di cooperativa (assimilabile a quella popolare) ha perso parecchi colpi, ma anche i privati sono retrocessi: chi s’è imposto?
Le imprese: il “cuore” di Cementland.

Siccome neppure l’iniziativa privata basta più, scendono in campo le grandi corporazioni, veri e propri corpi d’armata di Cementland, i quali possiedono di tutto: giornali, reti televisive, parlamentari, amministratori locali, giornalisti…insomma, occupano l’Italia.
Rimane il problema di giustificare la cementificazione di vaste aree, la vera ragione dell’esistenza di Cementland: non bastano le autostrade, le centrali nucleari, i ciclopici ponti, perché queste sono le grandi campagne militari. Servono le piccole guerre d’ogni giorno per mantenere alta la produzione del munizionamento, per trovare sempre nuove missioni alle colonne cingolate, ai caterpillar d’assalto.
Ecco allora spuntare le mille iniziative sportive: si costruisce un ambaradan stratosferico in provincia di Torino – eh, ci fossero tutti gli anni le Olimpiadi… – e poi s’abbandona tutto alle ortiche[4].
La cosa non è nuova: per Torino e per la pratica di costruire e poi d’abbandonare.

Appena decenne, mio padre mi condusse (come tanti, all’epoca) in visita ad Italia ’61, la manifestazione per il Centenario dell’Unità d’Italia. Salimmo sulla famosa monorotaia che, da Corso Unità d’Italia, sarebbe dovuta giungere fino al centro, velocizzando il trasporto pubblico. Era nei piani, tutto previsto.
Invece, terminata la Festa, gabbato lo Santo.
Oramai ventenne, studiavo a Torino e mi prese il vezzo d’andare a curiosare la vecchia Italia ’61, con il ricordo di papà che magnificava tutto…che delusione…
Il Palazzo della Vela era abbandonato e, l’unica cosa rilucente, erano i fuochi accesi dalle prostitute che, saltuariamente, lo usavano per i loro scopi.
Ma passano gli anni e, coerente con i desideri di Cementland, l’opinione pubblica (vale a dire i giornalisti di Cementland) spifferano ai quattro venti l’orrore: Italia ’61 va in malora!
Giungono allora in soccorso alcune unità corazzate di Cementland: il fabbricato è in condizioni pietose – ma non si deve abbandonarlo! – e così si dà inizio ad una nuova ricostruzione. E giù soldi, e tangenti.

L’operato di Cementland può essere riassunto in pochi dati, sull’aumento delle unità abitative (senza andare troppo indietro) fra il 1991 ed il 2005. In questo periodo[5], la popolazione è cresciuta solo del 3%, mentre il numero di stanze del 23,8%!
Insomma, Cementland deve costruire, utilizzare il munizionamento, altrimenti il meccanismo s’inceppa ed il PIL crolla: non vorrete mica veder crollare il PIL, vero? E dopo?

Peccato che già Robert Kennedy si fosse accorto dell’inganno: pare che, appena una persona che ha responsabilità di potere lo ammetta…beh…non serva più…
Ecco cosa disse nel lontano 1968:

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.
Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Ci pensò Sirhan Sirhan.

Un dubbio, però, rimane: se la legge della domanda e dell’offerta ha ancora qualche, seppur minimo, valore, con meno gente e più cemento i valori immobiliari dovrebbero decrescere. E invece…
Invece, le uniche città più care (abitazioni in centro) di Roma e Milano sono New York, Londra, Parigi, Zurigo e Monaco. Milano, è più cara di capitali del calibro di Madrid, Berlino, Amsterdam, Vienna, Bruxelles…
Come riesce, Cementland, ad ottenere questi risultati? Con due accorgimenti.

Per prima cosa, è necessario accentrate la popolazione: il territorio serve solo per le grandi manovre, ma è nei pressi delle città che hanno luogo le battaglie. Perciò, treni ad alta velocità ed abolizione delle linee secondarie. Piccoli ospedali? Rami secchi: tagliare. Scuola? Chiudere. Attività produttive? Emigrare all’estero oppure chiudere. Servizi per la collettività? Accentrare.
Va da sé che, chi ancora cerca di vivere nel territorio, può solo farlo se ha già un lavoro nei pressi: altrimenti, è obbligato ad inurbarsi. Cementland va in brodo di giuggiole.
Ma non basta ancora.

Maledetti italiani: scopano ma non fanno figli! Decrescono! Troppo!
Visto che c’è un intero continente che viene tenuto in condizioni di sempre maggior miseria, approfittiamone!
Non importa se la disoccupazione italiana (quella reale) supera forse già il 10%: meglio se giungono sempre nuovi barconi dall’Africa!
Qualcuno lavora? Bene! In nero? Meglio ancora! Si prostituisce, spaccia, ruba…non importa. Paga l’affitto? Per Cementland basta ed avanza, così il patrimonio immobiliare italiano può gloriarsi d’esser giunto alla stratosferica cifra di 3.522 miliardi di euro! E gli italiani, nel 2005, erano indebitati per 160 miliardi di euro con le banche![6]
Cementland e Bankenland sorridono, soddisfatti, e vanno a cena contenti.
Se qualcuno non crede a queste cifre, passi il confine francese e si rechi in Costa Azzurra: a parte gli improperi dei francesi – che vedono i valori immobiliari impazzire per la vicinanza all’Italia – scoprirà che i prezzi delle abitazioni, pur nella “gettonata” Costa Azzurra, decrescono man mano che ci si allontana dall’Italia.
Dopo Saint-Tropez il fenomeno, praticamente, si estingue: in Spagna, con l’equivalente italiano di un appartamento, si compra una villa.

Ora, qualcuno inorridisce per le parole pronunciate nella notte dell’Aquila a Roma, da quelli che sapevano che quella tragedia, per loro, si sarebbe trasformata in appalti, tangenti e prebende.
I giornali rincarano la dose, mettendo all’indice l’uso delle prostitute di Palazzo come strumento di corruzione e, in definitiva, di prassi politica.
Vorrei precisare e sottolineare che, chi scrive, non è per nulla scandalizzato dai sospiri delle alcove clandestine: lenoni e cortigiane, sotto varie vesti, hanno popolato i palazzi del potere in tutte le epoche. Verificare, per conferma, il potere che ebbe Madame de Pompadour in Francia: per certi versi, più devastante di quello che non ha mai avuto la D’Addario.
Per contro, ci schifano letteralmente i “ricami” che tutti tessono su queste vicende: dai moralismi da sacrestia di certa stampa – “conservatrice” o “progressista”, poco cambia – ai tentativi mediatici del Presidente del Consiglio di porsi come il “Chiavolini”[7] nazionale, contrapposto a Marrazzo, l’uomo che ambiva ad altre “vie”. Che pena.
Le cose da capire e da meditare sono ben altre.

Big Pharma, come sappiamo, ha ottenuto copiose raccolte di fondi grazie alla paura scatenata per la “maiala” che tutti doveva ucciderci. Con la “maiala” si sono arricchiti in parecchi e, addirittura, un oscuro sottosegretario di Cuneo è riuscito a riottenere la poltrona di Ministro della Sanità (o della Salute) che più non esisteva.
A margine – ma non a latere – un faccendiere della sanità pugliese forniva “carne fresca” per il sultanato Chigi/Grazioli. E chi paga?

La guerra di Cementland è più vicina alle nostre case di quanto immaginiamo: la “magnifica pensata”, trasferire il G8 dalla Maddalena a L’Aquila, è stata una mossa strategica di Cementland, nient’altro.
Con un colpo da maestro, il costruttore/editore/assicuratore/finanziere/politico…Berlusconi è riuscito a raddoppiare la posta, a duplicare i metri cubi di cemento: crediamo bene che gli Stati Maggiori di Cementland abbiano immediatamente inviato stuoli di “crocerossine” ardenti! Che, con l’immigrazione di tante bellissime e disponibili brasiliane, diventa uno scherzo fornire.
Torniamo alla domanda: e chi paga?

Negli stessi giorni, Berlusconi vola a Bruxelles e comunica le sue preoccupazioni: forse la disoccupazione, la produzione industriale, la corruzione…no…
Il problema sono le pensioni. Punto.
Troppa gente vive a sbafo: dopo aver lavorato una vita, va in pensione. Oramai, se ci riesce.
Patetica e vile la risposta del segretario della UIL Angeletti, un vero fleur du mal dell’oratoria, il quale si scaglia – apparentemente – contro ogni proposta: “le pensioni sono già a posto”, salvo poi aggiungere una postilla, ossia “tanto siamo già d’accordo con il Governo, di legare l’età della pensione all’aspettativa di vita.”
Il lavoro non è più una parte della nostra vita: diventa una pena da scontare, e l’età della pensione un “fine pena”.

Ecco da dove provengono le risorse per Cementland: dalle varie casse previdenziali. Non è forse vero che 3 miliardi di euro del fondo TFR dell’INPS sono state “stornati” sul bilancio statale, alla voce della spesa corrente?
Questo è soltanto un esempio: tramite le mille gabelle – nazionali e locali – più i prelievi effettuati sulle nostre casse previdenziali – sui nostri soldi – il governo s’impadronisce di risorse non sue. Poi, spaccia una riforma della scuola come “storica ed innovativa” quando, conti alla mano, altro non è che un colossale taglio degli organici per risparmiare quasi 8 miliardi nell’attuale legislatura. Ed affossare definitivamente la scuola pubblica, per avvantaggiare le scuole private le quali, magari grazie a dei prestanome, saranno di proprietà del presidente del Consiglio.
Per le stesse ragioni, non si ha più il “lusso” di trascorrere la notte prima di un intervento in ospedale: si va, digiuni, la mattina presto e s’aspetta. Fra un po’ metteranno i numeri per entrare nella sala operatoria, come dal salumiere. Anche qui si risparmia.

In definitiva, riducono tutte le prestazioni sociali e s’impadroniscono delle risorse degli italiani (ciò che ho appena scritto è solo una sintesi, per non tediare il lettore) mentre, dall’altra, finanziano Cementland sotto varie forme: il Ponte sullo Stretto, le centrali nucleari, la TAV, i vari G8, Olimpiadi, campionati sportivi, celebrazioni per i 150 anni dell’Unificazione, fiere varie…la lista potrebbe continuare.
Fantastico, poi, costruire delle strutture per poi far mancare i fondi: è un raffinatissimo gioco, da menti “raffinatissime”. I lavori s’arrestano e le strutture non terminate degradano: dopo anni si ricomincia, così s’assommano i metri cubi da costruire con quelli da demolire e da rifare. Cementland x 3.
Tanto, la “verità” ci viene raccontata – spesso con un’indignazione che sembra sincera – dai giornalisti del Presidente del Consiglio, dalle reti televisive del Presidente del Consiglio, dalla RAI dei dirigenti nominati dal Presidente del Consiglio, che ascoltiamo grazie ai decoder forniti dalle aziende del Presidente del Consiglio.

Come si può lottare contro questo mostro, questa forza militare che occupa la penisola italiana?
Qualcuno lo ha fatto, ed ha sconfitto Cementland. Come ha fatto?
A Savona, Cementland aveva ordinato la costruzione di un porto turistico da 600 posti barca (notare: in gran parte per imbarcazioni +15 metri, ossia “barche da sogno”, mica per chi ha un gozzo per la pesca o una modesta barca a vela d’altura) e, visto che erano attesi ricconi, cementieri, faccendieri, corruttori e quant’altro, bisognava preparare anche delle residenze.

Il grande architetto Fuksas – quello che si faceva invitare ad “Anno Zero” – aveva un problema: un progetto per una “torre” alta 150 metri era stato rifiutato in Russia. Talvolta capita che alcune unità combattenti di Cementland siano obsolete, oppure non adatte per vari motivi all’utilizzo operativo. Che fare?
Sbologniamo la torre a Savona, con il solito corollario di prebende per tutti: destri, sinistri, alti e bassi. Tanto, con qualche migliaio di metri cubi d’ottime munizioni, avremo sufficienti mezzi per ammorbidire tutti: non si hanno notizie di “massaggiatrici.”

Nasce però, in modo assolutamente spontaneo, un gruppo di persone che si radunano in un “Coordinamento” ed iniziano a proporre modeste iniziative contro l’attacco di Cementland.
Nel luogo scelto per il mega-porto turistico, c’è uno scoglio sul quale c’è la statua di una Madonna, detta “La Madonnetta”, che è lì da tempo immemore, alla quale la popolazione è legata per tradizione e per devozione.
Fuksas, allora, presenta la solita variante nella quale la Madonnina viene inglobata fra i moli galleggianti, le pompe del carburante e le gru per l’alaggio: insomma, diventa la Madonnina del porto turistico dei ricconi! La gente inizia ad incazzarsi.
Il Coordinamento della Margonara cresce – lo so perché la mia figlia maggiore ne fa parte – e propone, proprio dove dovrebbe scattare l’attacco di Cementland, una serie di manifestazioni: la spiaggia è demaniale, nessuno può cacciarli.
Oggi suona un gruppo, domani una modesta festa a base di musica, birra e panini, dopodomani una gara di nuoto…e la gente viene, legge, s’informa.
Poi nasce un blog – http://margonaraviva.blogspot.com/ - e la gente può accedere, conoscere, informarsi, essere informata delle iniziative. La protesta cresce.

Cementland, dapprima, sottovaluta la situazione: i carabinieri, ovviamente, perseguitano il Coordinamento. Ogni sera si chiedono i documenti, sempre alle stesse persone: si perquisisce, s’ispeziona, si minaccia, ma non salta fuori niente.
Per molto tempo tutto tace: anche i Verdi e Rifondazione glissano, il PD è una sfinge. Ma giungono le elezioni regionali. La Margonara diventa un problema politico: per qualche migliaio di voti si può perdere la Regione Liguria!
Nella stanze del PD s’impreca, ma la paura inizia a serpeggiare. E, se per colpa di questi maledetti idealisti, dovessimo perdere la regione?
Il 2 di Febbraio 2010 Fuksas è costretto a gettare la spugna: il Lanzichenecco – paradosso! – torna a Roma imprecando.
Sergenti e caporali locali di Cementland – il servaggio degli enti locali – strisciano e confermano la loro devozione a Cementland, poiché Cementland è vendicativa, ed hanno paura. Leggete cosa scrive[8] un tal De Cia, consigliere comunale di “Democrazia e Socialismo” (sic!):

"Ho letto le dichiarazioni che l'Architetto Fuksas ha fatto in questi giorni nelle quali dichiara di abbandonare il progetto del porticciolo turistico della Margonara. Sono ben consapevole di essere ancora una volta fuori dal coro di quelli che brinderanno a Champagne pensando di aver ottenuto una vittoria con relativa umiliazione del “odiato nemico”. Io ad esempio mi dispiaccio sinceramente che questo possa essere successo. Non considero per niente positivo che una realtà come la nostra ogni qual volta possa ottenere collaborazioni e esperienze professionali di carattere internazionale, si dimostri così provinciale da snobbarle o peggio denigrarle.Chi è contrario al porto alla Margonara, lo sarà comunque al di là di chi imposterà o firmerà il progetto e di quali contenuti architettonici e culturali esso sarà portatore. Ma io credo che non usare energie intellettuali o professionali di caratura internazionale, sia comunque una perdita per la Città. Stento a credere che il vero punto della discussione sul porto turistico sia divenuto l'unico intervento che faceva almeno pensare ad uno sforzo intellettuale e ad un approccio nel quale l'architettura si mette al servizio di un processo di riqualificazione del territorio. Stento a credere che le forze politiche principali, abbiano permesso di mettere in sordina la vera questione che riguarda questa come altre iniziative edificatorie e cioè se l'opera serve ed è utile al territorio, alla sua economia, alla sua qualità della vita.”

Si noti che, su tre aree del porto commerciale di Savona, una è praticamente inutilizzata e le altre parecchio sotto-utilizzate: non sarebbe difficile sistemare centinaia di barche nelle aree già esistenti. Ma, lì, il cemento c’è già: poche munizioni da sparare per Cementland.
La dichiarazione del consigliere comunale – mascherata con la solita patina pseudo-intellettuale ed un poco snob – è in realtà una profonda genuflessione nei confronti dell’architettura globalizzata, del modo di pensare globalizzato, dell’economia globalizzata. In fin dei conti, è una prostrazione a Cementland: speriamo di non essere radiati, anche se abbiamo fallito!

Se a Savona è stata vinta una battaglia – certamente non la guerra! – altre realtà lottano: la gente della Val di Susa contro la TAV prende le botte dai pretoriani giunti da Roma, ma non molla. Contro il Ponte sullo Stretto nascono iniziative e coordinamenti: gente che non vuole che le proprie città siano violentate dai mostruosi piloni del ponte, che avrebbero all’incirca la cubatura delle Twin Tower!
E a Vicenza, nel “profondo Nord” leghista, la gente scende in piazza contro la Cementland targata USA, la guerra che Cementland conduce in favore di chi fa la guerra.
Domani, dopo le elezioni, saranno comunicate le località dove sorgeranno le centrali nucleari: anche qui, la paura inizia a serpeggiare. La Polverini si smarca, corre per il “centro destra” che vuole le centrali ma non le vuole in Lazio, perché sa che la questione potrebbe diventare un pericoloso scivolone elettorale.

Non si può lottare contro le centrali di Berlusconi? Perché sono siti sottoposti all’autorità militare? Mais…qui à peur de qui?
Credete forse che Berlusconi abbia la forza di far sparare i soldati? Comandati dal general Bertolaso, che magari si porta dietro la brasiliana in tenda?
Ma va là!
Ci sono forme di lotta contro le quali il potere globalizzato poco può fare: se vince, è soltanto per il nostro disimpegno!
Cosa ci vuole?

Un coordinamento via Web – basta un blog per ogni centrale – che chiami a raccolta la gente quando spostano le armate di Cementland: migliaia di persone che arrivano con il sacco a pelo e si stendono sulle strade, sulle autostrade, sulle linee ferroviarie. Credetemi: non hanno sufficienti munizioni per sconfiggere un simile movimento.
L’errore sarebbe credere che bastino le manifestazioni – le “messe cantate” che ci lasciano fare – per sconfiggerli: se ne fregano delle messe, delle confessioni e del coro.
Quando, invece, la gente s’organizza e li contrasta sul campo – in modo assolutamente pacifico – non hanno armi: impariamo da Gandhi.


In fin dei conti, non è poi così importante vincere la battaglia ma combatterla: al più, ciascuno di noi potrà guardare negli occhi i propri figli e non sentirsi un rinunciatario, un vigliacco. E, questo, sarà il miglior insegnamento che potremo dare loro.




Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.



[1] Di Giovanni, Ligini, Pellegrini – La strage di Stato – vedi estratto: http://www.uonna.it/bilposs.htm
[2] Vedi: http://www.impreseallasbarra.org/index.php/Pesenti
[3] Vedi: http://dipiter.unical.it/Materiale_didatt_ciccone/ingegneria_del_territorio/Paesaggio,%20relazione%20Provincia%20RM%20%20%20%20%20%20%20%20%20%2011.10.07.pdf
[4] Vedi: http://tuttosbagliatotuttodarifare.blogspot.com/2010/01/abbandonati-gli-impianti-delle.html
[5] Fonte: Annuari ISTAT.
[6] Fonte: ANCI-CRESME, 2005.

[7] Raccontano gli annali apocrifi del Fascismo che, quando Mussolini riceveva qualche signora, gli addetti di Palazzo Venezia giustificavano la sua assenza poiché impegnato in un colloquio con il “Ministro Chiavolini”.
[8] Vedi: http://www.savonanews.it/it/internal.php?news_code=69056

07 febbraio 2010

Cane, Princeps

Principe,
quale meraviglia e quale onore, aver appreso che ci allieterà, al prossimo Festival di Sanremo, con la sua presenza. Mancava, veramente ci mancava.
L’aver saputo, poi, che non sarà presente come ospite bensì come concorrente, ci ha esaltato il cuore: l’erede al trono d’Italia che scende fra gli umili mortali per concorrere – senza raccomandazioni, beninteso! – con le migliori ugole d’Italia! Un solo dubbio: al suo ingresso sul palco, suoneranno la Marcia Reale?
Leggendo la sua confessione, maturata prima di prendere la ferale decisione, l’emozione ci ha sopraffatto: ha scritto lei stesso la canzone che canterete! Lei, Pupo ed il tenore Luca Canonici: speriamo, almeno, nel tenore.
Visto che è precipitosamente corso a Parigi per prendere lezioni di musica – lo sa che, un tempo, il Belpaese era la terra della musica? – e quindi non ci ascolterà, preso come sarà fra la chiave di tenore e qualche bequadro che “scappa” sempre, spiegheremo noi, con umiltà, la nobile decisione.

Lei ha scritto una canzone mentre era a Roma a preparare, con l’immancabile Pupo, una serie di trasmissioni televisive chiamate “I Raccomandati”. Proprio lupus in fabula, è il caso di dirlo.
Così, nelle solinghe serate romane – ha provato a telefonare a papà? Se era solo…beh…lui è nel “giro” e qualcosa le rimediava…– ha preso carta e penna ed ha scritto una testimonianza…ma che diciamo…un’ode all’Italia, Paese amorevole, gioioso, comprensivo…di tutto di più. Titolo, ovvio: “Italia amore mio”.
Poi, al ristorante, l’ha fatta leggere a Pupo il quale – subito esaltato dal real libretto – ha preso la chitarra e ne ha tratto un’ode celestiale, tanto da farla correre subito a Parigi dalla maestra di piano. Certo, con un critico musicale come Pupo, non si possono fare brutte figure. Confidiamo, nuovamente, nel tenore.

Dato che lei – ci permetta – è appena entrato nel mondo della musica e della canzone, la vorremmo rassicurare: già parecchi anni or sono, un menestrello genovese – tal Ivano Fossati – aveva sentenziato che, oggi, “fare tutto è un’esigenza”. Sicché, non ha troppo da preoccuparsi per la sua esibizione: possiamo anticiparle che, sicuramente, negli anni abbiamo ascoltato cose ben peggiori.
Ciò che più ci incuriosisce – Principe – sono i contenuti dell’ode italica da lei vergata, perché ci chiediamo quale Italia avrà visto: ma, l’ha vista – lei – l’Italia? Sa almeno leggere l’italiano? Lo speriamo vivamente.

Eh sì, perché questo Paese comprensivo, dove tutto s’aggiusta sempre, è lo stesso dove è stato fatto scendere dal treno un handicappato grave (senza braccia!) poiché non era riuscito a comprare il biglietto alle macchinette a terra. Sì, Principe, fatto scendere anche se mostrava, nel taschino, i soldi per pagare il biglietto! Se vorrà prendere atto del misfatto, legga, legga il collegamento in nota[1].
Le Ferrovie si sono scusare, sì, ma solo per “l’eventuale” umiliazione subita: “eventuale”. Ha capito, Principe? Provi lei a prendere un treno senza braccia e vedrà quali “eventualità” incontrerà sulle Ferrovie Italiane e questo – è bene dirlo – non per sola colpa del personale, ma soprattutto per i “lavaggi del cervello” che subiscono affinché non vada perso manco un centesimo. Se, poi, il treno ritarda di mezzora, che problema c’è? Nei piccoli paesi s’aspetta, come nei giorni scorsi, a -10° con le stazioni chiuse. Se il treno ha due ore di ritardo, lo si sopprime, così il problema è risolto: uno spunto per una nuova canzone?
Se vorrà fare un intero ellepi – mi creda – di materiale ce n’è, in abbondanza.

Recentemente, la Corte dei Conti[2] (che qualcuno vorrebbe eliminare o depotenziare) ha comunicato che le truffe ai danni dell’Unione Europea, quest’anno, sono state pari a 153 milioni di euro. Il trucco, caro Principe, si spiega in breve.
Siccome i finanziamenti che utilizzano i fondi europei – e questo solo in Italia – devono “passare” all’approvazione delle Regioni e delle Province, è chiaro che ciascuno vorrà la sua parte. Se, ad esempio, chiedo un finanziamento per impiantare un panificio e devo corrispondere il 20% a Caio, il 15% a Tizio ed il 10% a più Semproni, alla fine mi resteranno giusto i soldi per fare un capannone. E il resto? Non arriverà mai! Viaggi, percorra l’Italia dei capannoni abbandonati, è da decenni che se ne costruiscono, ovunque! Poi, provi a cantarla. Suggeriamo il titolo “Due cuori e un capannone”, ma siamo certi che l’amico Pupo saprà far di meglio.

Speriamo che lei abbia trascorso un sereno Natale: noi, italiani, abbiamo atteso trepidando la tredicesima per metterla da parte per il mutuo, mentre il Governo ha incassato quasi 5 miliardi dallo “Scudo Fiscale”. Non conosce il termine? Glielo spiego in un attimo.
Un certo signor Tremonti, che da quasi un decennio gestisce l’economia italiana, lasciò per anni che gli italiani – non tutti certo, solo i ricchi, quelli che grazie alla false fatturazioni riescono a frodare il fisco – portassero i loro “sudati” risparmi nei paradisi fiscali. Poi venne la crisi finanziaria, e quei soldi servivano in Italia: che fare?
Presto fatto: basta pagare il 5% e tutto rientra, compresa la non perseguibilità dei reati fiscali commessi su quei soldi! Il giochino, poi, proseguirà quando quei soldi – in Italia – avranno fruttato: invece di pagare circa il 40% di tasse, li esporteranno nuovamente all’estero! Ogni volta, un 35% secco di guadagno!

Ma torniamo all’Arte, quella con la “A” maiuscola, al 60° genetliaco del Festival della Canzone Italiana: già, canzone…comprendiamo che, per i suoi nobili natali, sia stato concesso uno strappo alla regola.
Un tenore, eh, Principe?
No, non dica che è già successo, perché Canonici non è certo Pavarotti ma, soprattutto, lei tutto ci sembra meno che Zucchero o Sting: non mescoliamo la farina con la crusca, per favore.
Inoltre, dovremmo domandarci quanto questo Festival della Canzone Italiana sia veramente degli italiani, oppure sia una vetrina del peggio.
Eh sì, Principe, perché mentre lei era lontano dall’Italia, affaccendato con le sue banche svizzere, qui in Italia una bella stagione di canzoni e di musica l’abbiamo avuta: lei non sa nulla, vero? Ma, Pupo, non le ha raccontato niente? Ah, forse perché gli sarebbe stato difficile rispondere alla sua domanda, ovvero: “Ma tu, Pupo, dov’eri?”
Già, dov’era Pupo? Avevamo di meglio.

Ora che è libero fringuello e gira per l’Italia, potrà toccare con mano che in tante cittadine liguri (e non solo) fioriscono piazze, vie, piazzette…dedicate a Fabrizio De André. Speriamo che lei, leggendo, non rammenti il Manzoni e lo parafrasi, al punto di chiedere a Pupo “chi era costui?”, perché tutti gli italiani lo sanno. Ma…sa chi fu Alessandro Manzoni?
Le basti sapere che De André è considerato uno dei maggiori poeti italiani del ‘900: per qualcuno il migliore, per altri se la gioca con Montale. Non sono certo queste “graduatorie” ad interessarci: roba da Festival di Sanremo. No, qui si parla d’Arte, al punto che Fernanda Pivano – allieva di Cesare Pavese – giunse a dire che “Bob Dylan era il De André americano”. Il che, soppesando i parallelismi fra le due culture, non fa una grinza.

Oppure, digiti su Google “cantastorie di Pàvana” ed osservi cosa esce: clicchi pure in alto, sul primo collegamento.
Francesco Guccini rimane il testimone di una generazione e della sua storia, ma seppe andar oltre, seppe congiungere le generazioni, le storie, le vite, i luoghi. Anch’egli amava l’Italia…oh, come l’ha amata…ma si è ritirato nel suo eremo di Pàvana, sull’Appennino a lui caro. Scrive, ogni tanto pubblica qualcosa, storie che non sono mai noiose o scontate.
Entrambi non ebbero mai la pensata di scrivere un’ode all’Italia, eppure l’amarono nei loro versi.

Chi invece la scrisse una canzone per l’Italia, “l’Italia liberata”, fu Francesco de Gregori, ma non so se si riconoscerebbe in quelle rime: lei, è uno svizzero prestato a casa Savoia. Dalla quale ci “liberammo”.
Così come non potrebbe mai comprendere un verso di De Gregori come “…confonde la giustizia con il Carnevale…”: vero che non le dice nulla? Eh, lo crediamo bene: lei non sa chi è Corrado Carnevale, il giudice ammazzasentenze!

Sarebbe ingiusto ricordare solo questi tre cantautori, perché ve ne furono tanti altri: il “professor” Vecchioni, il quale ricordava agli eroi che “giunti al mare, non c’è più nulla da conquistare”, il raffinato musicista genovese Fossati e la sua “Pianta del tè”, il menestrello Branduardi, il giullare Dalla, che si divertì a toccare i vertici della poesia in “Com’è profondo il mare”. E poi tanti altri…la ricerca di una musica rock italiana: la Premiata Forneria Marconi, gli Area…la canzone popolare…i Tazenda, la Nuova Compagnia di Canto Popolare e tutta la “banda” napoletana, dai Bennato a James Senese, da Alan Sorrenti a Pino Daniele…
E quanti, quanti ne dimentichiamo!

Come dice, Principe, a quanti festival della Canzone Italiana parteciparono? Quanti vinsero?
A parte qualche fugace apparizione, quasi nessuno di quelle persone salì sul palco dell’Ariston, almeno in quegli anni. Per lei non significherà nulla, ma s’immagina – all’indomani della tragedia di Seveso – se Antonello Venditti avesse lanciato alla platea dell’Ariston il suo “risarciteci i cuori!”? Lei sa cosa fu Seveso, vero?
No, Principe, per loro ci fu sempre e soltanto la “riserva indiana” del Premio Tenco per la canzone “d’autore”. Ma, se la logica non m’ha completamente abbandonato, quando si definisce “canzone d’autore” quella del Tenco, dovremmo chiederci: all’Ariston, cosa va in scena? Il festival dei figli di nessuno? Tertium non datur. O no? Capisce il Latino?

Così è la storia – Principe – e, se avrà modo di capire un po’ di più l’Italia, comprenderà che questa nazione ha completamente cancellato una generazione, ovunque: dalla politica alla canzone, in egual modo.
Siccome quei grandi nomi avrebbero, con la sola loro presenza, oscurato chiunque – perché erano poeti – si decise che quelli erano dei “pazzarielli”: sa, Principe, cos’è per Napoli “O’ Pazzariell’”?
E’ una persona che, in quanto assunto come pazzo, può raccontare la verità: tutto qui. E, siccome questo è il Paese del quale uno dei suoi più grandi scrittori – Leonardo Sciascia – sentenziò che è “senza memoria e senza verità”, tutto ciò che è vero dev’essere confinato, giacché non si può assumerlo come falso, ma nemmeno si può raccontare. Un Limbo? Faccia lei.

Perciò, quando salirà sul palco dell’Ariston, rammenti queste parole e rifletta sul destino che questo Paese – da lei, a suo dire, tanto amato – le ha riservato: un posto di serie B, per quelli che di serie A non potranno mai essere. Cane, Princeps.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Vedi: http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/cronaca/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia/ragazzo-braccia.html
[2] Vedi: http://www.repubblica.it/2009/12/sezioni/politica/fondi-comunitari/fondi-comunitari/fondi-comunitari.html

03 febbraio 2010

Consigli per gli acquisti

Viva la campagna…che mi dà tutti questi grilli, birilli, cavalli, coltelli, mulini, bambini, tacchini, pulcini, casette, cosette, forchette, saette, tramonti, racconti, bisonti, rimpianti, castagne, lasagne, lavagne, montagne, ombrelli, fratelli, cartelli, caselli, bestiame, pollame, catrame, legname, fragori, fattori, pittori, rumori, patate affettate, posate, scarpate, fontane, cantine, gattoni, fornelli, randelli, piselli, martelli, sentieri, bicchieri, mestieri, profumi, dolcini, legumi, barlumi, cipolle, corolle, betulle, farfalle, formaggi, foraggi…
Nino Ferrer – Viva la campagna – 1970.

Spesso, leggiamo articoli dove ci viene spiegata per filo e per segno com’è nata l’attuale crisi economica, quali saranno i suoi esiti, le contromisure da prendere per cercare riparo.
Non essendo un economista, prendo volentieri atto delle analisi altrui, cerco di capirle anche se – in alcuni casi, non molti per fortuna (capita soprattutto agli stranieri, con in aggiunta la fatica della traduzione) – il linguaggio troppo tecnico scoraggia il lettore. Oppure, gli chiede uno sforzo mnemonico e di sintesi che, talvolta, è veramente arduo.
Quando si spiega, dovendo usare un termine, credo si debba sempre scegliere il più comprensibile per tutti, mantenendo però la precisione del linguaggio. Per ovviare i termini più tecnici, meglio usare una perifrasi od una metafora.

Chiusa questa breve parentesi linguistica, torniamo alla crisi economica tanto strombazzata: l’impressione che si ricava, per l’Italia, è che sia stata poco toccata dagli eventi ben noti, ossia dalla creazione dal nulla di ricchezza inesistente sotto forma di bond “tossici”.
Alcuni grandi comuni italiani sono finiti nel sogno ad occhi aperti del Pozzo di San Patrizio, della Cornucopia a costo zero, ma l’Europa continentale è stata senz’altro meno coinvolta rispetto ai Paesi degli Angli.
Ciò nonostante, assistiamo ad un vero e proprio crollo dell’economia italiana: inutile citare i dati sulla disoccupazione o sul vertiginoso aumento della cassa integrazione, perché li conosciamo tutti.
Anche le analisi d’alcuni centri-studi (visto che non è obbligatorio chiamarli “think-tank”?) presentano un quadro scoraggiante: moltissime famiglie italiane non sono in grado di pagare un conto inaspettato di 600 euro, nemmeno pensare d’acquistare una nuova auto, meno che mai una casa.
Tutto questo è opera della crisi finanziaria internazionale?

Qualcosa sì – una riduzione delle esportazioni può starci – ma la verità è un’altra: è il “sistema-Italia” a non funzionare più, ad essere inequivocabilmente desueto. Tutto sta ad indicarlo, basta riflettere un po’.
Si parte da una scuola che è stata riformata l’ultima volta nel 1923, per passare ad una scuola la quale – senza nemmeno una discussione in Parlamento, con una semplice legge delega – rinverdirà gli antichi fasti, tornando pedissequamente all’impianto del 1923. Che andava benissimo nel 1923 (e fino al 1970 circa): poi, però, mostrò tutti i limiti di un sapere pensato per il 10% della popolazione.
Ad orchestrare questa bella pensata, un ministro che non sa nulla di scuola – assente giustificata dalla “plancia di comando” perché presto sarà madre, ma pur sempre assente – un sottosegretario che è lì soltanto perché ha la proprietà del marchio della vecchia DC, un ministro in pectore – Renato Brunetta – per il quale non merita nemmeno approfondire quali siano le sue competenze in campo didattico.

Passando oltre ma rimanendo nel campo del minus (inteso come mente, pensiero, ecc) veneziano, dovremmo riflettere su una delle sue ultime esternazioni: modificare l’art. 1 della Costituzione, da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”. Tossica?
La disquisizione non è priva di senso, perché il piccolo ministro/forsesindacodiVenezia discende questa sua conclusione da un’analisi da perfetto economista embedded, ossia di una persona che sa perfettamente quali sono i cardini dell’economia globalizzata. La quale, proprio perché tale, ha il precipuo compito di scardinare qualsiasi resistenza al produci/consuma senza sapere quel che fai: fatti venire l’ulcera per 8 ore il giorno, giacché ti chiedi qual senso abbia quel che fai, poi recati al più vicino supermercato e compra senza sapere, ancora una volta, quel che mangerai.

Un meccanismo per formare perfetti imbecilli, laddove qualsiasi critica (nel senso, ovvio, di chi ancora esercita il raziocinio) è bandita: defeco ergo sum, ecco il regale incipit dei nostri tempi.
Fallo però in fretta, giacché la produzione costante ed in aumento di rifiuti è necessaria per finanziare gli enti locali, grazie agli inceneritori ed ai contributi CIP6 che incassano sulla nostra bolletta dell’ENEL, quei soldi che in bolletta sono indicati come contributo per le energie rinnovabili. Ci prendono per il sedere alla grande.
Spostare questo cardine della nostra Costituzione, dal lavoro alla finanza, significa semplicemente dire agli italiani: qui non si produrrà più nulla, o ben poco. Un tempo avevamo veri e propri gioielli tecnologici – Ansaldo, Olivetti, ecc – pubblici e privati, e li abbiamo gettati nella spazzatura per riciclarli sotto forma di tangenti e prebende per noi (classe politica) ed i nostri lacchè imprenditori. Oppure siamo noi politici i lacchè? Non si sa e non importa: tutti assieme appassionatamente.

Siccome non si produrrà più nulla, meglio investire laddove ancora si lavora: un unanime coro – destro, sinistro, alto e basso – invita, consiglia, spinge ad investire in “Cindia”, ovvero nelle economie orientali. Le quali, nonostante queste bazzecole della crisi, hanno continuato ad avanzare imperterrite.
Si dà il caso che gli italiani in grado di seguire cotanta sapienza brunettiana (ossia possedere capitali) siano soltanto un 20% circa, a largheggiare, perché gli altri sono quelli che pagano i debiti ed i mutui con la tredicesima. Se desiderate un po’ di “parlar forbito”, pigliatevi l’espressione “inarrestabile declino del ceto medio”.
Continuo?

No, basta ed avanza, perché ho scritto tantissimi articoli[1] per spiegare l’inganno politico/economico/energetico/istituzionale nel quale siamo stati precipitati: non avrebbe senso continuare. Meglio pensare al domani: al nostro domani, non al loro, a questa razza sciagurata.
Giungendo al dunque, una quisquilia come quasi 50 milioni d’italiani si troveranno – nei prossimi anni – ad affrontare il dilemma di come campare. Intendiamoci: non sarà fame – sono furbi, sanno cos’è l’elemosina – ma dimentichiamoci tanti piccoli “benefit” che ancora godiamo.
Tanto – non so se ve ne siete accorti – l’economia da “sguazzo” che propongono – i “pacchetti crociere”, le “impedibili” occasioni di viaggio, la moda all’ultimo grido, l’automobile supertecnologica e via discorrendo – sono pianificati, pensati per un plafond che non supera il 30% della popolazione. Gli altri, semplicemente, stanno a guardare.
Il che, potrebbe non essere proprio un gran danno. Basta riflettere.

Se abbandoniamo quel modo di pensare, non avremo nessun bisogno di una crociera che segue il copione della solita abbuffata a pranzo ed a cena, soltanto che avviene sull’acqua. Con l’imprevisto del mal di mare, che potrebbe farvi vomitare tutto: meglio, si prendono le pastiglie per il mal di mare e s’ingurgita nuovo cibo. Il PIL ringrazia.
Siccome superare i 130 Km orari costa salato, meglio nemmeno possedere uno dei “gioielli” da 200 all’ora: a momenti, ai fatidici 130 c’arriva una Panda.
Insomma, questo mondo di consumi stratosferici sembra creato apposta per gli allocchi che vogliono crederci: non abbiamo nessun bisogno – per la nostra salute fisica e psichica – di questa panoplia d’inutili orpelli.
Rimane il problema dei mancati introiti, degli scarsi guadagni, poiché un Paese che non produce può concedere solo salari da fame. Ovvio, che sono “da fame” anche perché dobbiamo mantenere quel 20% d’aguzzini.
C’è modo di sopravvivere degnamente in un simile scenario?

Sì, a patto di riflettere sulle contromisure da adottare.
Ovviamente, da qui in avanti, non bisognerà più pensare in termini generali – ossia gloabalizzati, si finirebbe nel loro cortile – bensì riferirsi alle situazioni personali, per quella che è semplicemente la nostra situazione economica, lavorativa, familiare, ecc, cercando a quale delle possibili “falle” della globalizzazione possiamo accedere per meglio campare.
Ciascuno prenda in esame la propria vita – famiglia, lavoro, impegni, ecc – e si soffermi su quel che può praticare, per migliorare la propria condizione, sia per l’oggi, sia per le scelte che potremo trovarci ad affrontare domani.

I bisogno primari dell’umanità sono principalmente tre: ripararsi, cibarsi e coprirsi. Iniziamo da quelli.
Il “riparo” è la casa, bene per il quale gli italiani s’indebitano per generazioni.
Pensandola un po’ come un aikidoka – ossia una persona che utilizza la forza d’attacco avversaria e la trasforma in difesa – in fin dei conti lasciano degli spazi, dei “buchi” aperti attraverso i quali potrebbe transitare un esercito.
L’Italia è un Paese a forte urbanizzazione: tutti gli indicatori statistici ed economici lo mostrano.
La ragione?
Una serie d’errori strategici compiuti negli ultimi decenni: nessun serio piano per salvare la nostra agricoltura al punto che oggi, per sette agricoltori anziani, in Italia, ce n’è soltanto uno giovane. In Francia e Germania, ad esempio, c’è praticamente la parità, ossia un normale ricambio generazionale in agricoltura.
La rapida industrializzazione che seguì la Seconda Guerra Mondiale fu pagata dalle campagne, che videro intere comunità giungere al lumicino: oggi, i medesimi luoghi sono praticamente delle comunità di pensionati.

Va da sé che il mercato immobiliare ha seguito l’andazzo e, la medesima situazione abitativa, in un paesino costa da 1/3 ad 1/6 rispetto alla città, affitto o casa di proprietà essa sia, al punto che le agenzie immobiliari sono poco propense a trattare questi immobili, giacché i margini di guadagno sono minimi.
Un appartamento in città, del valore di 300.000 euro, in un paesino scende sotto i 100.000; di più: le case isolate, con terreno annesso (veri “sogni” per chi abita in città), spesso costano ancora meno. Non tutte le aree del Paese seguono questo andazzo – i rustici maremmani non costano certo poco – ma tutta l’area prealpina ed appenninica ha subito una forte riduzione dei valori immobiliari, e sarebbe un peccato non approfittarne.

Si potrà obiettare che il lavoro è in città: con la perdurante crisi, di sistema per l’Italia, l’accentramento nelle città diventerà presto inutile. A ben vedere, l’urbanizzazione – dalla rivoluzione industriale in poi – è stata una necessità, più che una scelta: ora, che le aziende smobilitano, chiudono, riducono il personale, è ancora sensato programmare il proprio futuro in una città?
Ci sono moltissime attività professionali che si possono svolgere anche lontano dalla città – per questo non incentivano la banda larga, sono più furbi di quel che pensiamo – oppure recandosi in città solo per il tempo necessario.
Nelle scuole, spesso, anche personale di ruolo si sposta dalla città al circondario, segno che preferiscono vivere in città. Ma conviene?

Quali sono i vantaggi del decentramento?
Non si tratta soltanto del basso costo delle abitazioni, bensì del minor costo di molti balzelli, ad iniziare dalla tassa sulla spazzatura, l’acqua…per terminare con nessuna multa per divieto di sosta.
E l’energia?
Nei piccoli paesi è prassi che ci si riscaldi con la legna: scaldo circa 180 metri quadrati (più l’acqua calda per circa otto mesi l’anno), in una zona molto fredda e nevosa del Piemonte, con circa 1.500 euro l’anno. Le caldaie a legna, oggi, sono dei veri e propri gioielli, che consentono la carica una sola volta il giorno, ed è possibile controllare molti parametri per risparmiare.
Ho eseguito una semplice comparazione con mia suocera, che abita in Riviera, la quale – per riscaldare una villetta di circa 100 metri quadri – spende un capitale in metano e sta al freddo.

Fra l’altro, questi sistemi centralizzati consentono ogni genera di truffa: dagli scandali dei contatori “taroccati” che ogni tanto saltano fuori, fino all’anidride carbonica immessa nelle tubazioni (con la scusa di mantenere costante la pressione) che ci fanno pagare come metano. Provate a non utilizzare il metano per qualche mese: quando riaprirete le valvole dell’impianto, per parecchi minuti uscirà un gas che sa di metano, ma che non s’incendia. Più, ovviamente, tasse e balzelli che spillano con mille scuse sulle bollette.
Quando acquistate la legna, comprate energia e non foraggiate nessun apparato legato al potere: se, invece, siete robusti potrete tagliarla da soli, in un appezzamento di vostra proprietà oppure comprando il “taglio” a prezzi irrisori. In questo caso vi servirà qualche attrezzatura, ma una motosega ed un vecchio trattore vi costeranno quanto un’utilitaria usata!

Passiamo al secondo bisogno primario: coprirsi.
Mi fa quasi sorridere il pensiero di spendere soldi per gli abiti: la gente butta via di tutto! Approfittiamone!
In questi giorni di freddo, indosso il cappotto che fu di mio padre ed il cappello che fu di mio suocero: le colleghe – sempre attente a come vai vestito – mi chiedono dove ho scovato due capi così eleganti. Dal guardaroba di due persone a me care, ma oramai defunte! Stessa cosa per il lussuoso impermeabile che metterò in Primavera: roba di sartoria parigina. Era dello zio di una mia amica.
Ma non si gettano solo gli abiti dei defunti: un’amica di mia moglie, le telefonò per chiederle se le interessava una pelliccia di visone, giacché l’aveva letteralmente tratta dal sacco che la figlia stava gettando nella spazzatura. Ed è perfetta, senza il minimo difetto!

Conoscere, poi, una persona che fa il rigattiere è forse più proficuo d’avere amici banchieri: nessun pezzo d’antiquariato che ho in casa – dagli armadi in noce ai secretaire, le madie, le culle, le scrivanie – fu pagato più di 100.000 lire. Ci vuole parecchio lavoro per rimetterli in sesto, ma del “fattore” lavoro parleremo al termine dell’articolo.
E non buttano via solo le cose vecchie: tempo fa, il rigattiere mi regalò un lettino da bambini per mio nipote – una marca notissima, “di grido” – ancora imballato nel cellophane. Era stato gettato via senza esser mai stato usato!

In alcune città esistono oramai dei centri di scambio gratuito, oppure magazzini dove si trova a poco prezzo roba usata in buono stato: alcuni esempi? Rarissimo modellino di un leudo (barca ligure con l’albero inclinato verso prua) in legno, perfetto: cinque euro. Binocolo Zeiss perfettamente funzionante, in uso agli ufficiali tedeschi della Kriegsmarine (il meglio che esista): 100 euro.
Un tempo anche e-bay era conveniente, e lo è ancora molto, ma per le cose nuove: lentamente, è diventata una vetrina commerciale per addetti ai lavori. Non mi strappo le vesti per questo mutamento, e per molti acquisti è conveniente, ma il rigattiere rimane la miglior vetrina.

E passiamo al cibarsi.
Nell’abitudine globalizzata, cibarsi significa fare lo shopping al supermercato: attentissimi alle etichette, alla qualità (?), alla certificazione (boh…), alla provenienza (mah?)…
Ciò che vogliono è privarci della possibilità d’essere, almeno parzialmente, autosufficienti: tutto l’ambaradan globalizzato pensa al “fai da te” solo per venderti trapani e seghetti. A patto che li usi pochissimo, altrimenti mandi in malora l’industria del mobile e l’edilizia: contraddizioni capitaliste.
Il verduriere, in campagna e nei piccoli paesi, è sotto casa: si chiama “orto”.

Provate a sottrarre dal vostro bilancio mensile gran parte della spesa per i vegetali: fatto? Quanto vi rimane?
L’orto non è soltanto una fonte di ricchezza e di salute: è una pratica zen.
Ci vuole tempo, impegno ed un po’ di fatica ma la ricompensa è, sul piano meramente pratico, avere deliziosi minestroni e fantasiosi sughi ogni giorno, verdure così gustose che – quando assaggerete quella del supermercato – vi sembrerà di masticare della plastica.
Ci sono, inoltre, due importanti “ricadute”: la prima è la fiducia in se stessi che nasce dalla soddisfazione di provvedere, da soli, ad un bisogno primario. Non si tratta di un borioso “l’ho fatto io”, bensì della consapevolezza d’essere in grado d’ottenere dei risultati senza dover chiedere niente a nessuno. E, di conseguenza, nessuno potrà ricattarvi per quello che sarete in grado di fare da soli.
Il secondo frutto è più sottile, e si gusta negli anni: è la pace interiore che si prova osservano le file ordinate degli ortaggi che crescono, la bellezza dei fiori che diverranno frutti, i contrasti di colore fra il verde acceso della Primavera e la terra smossa, oppure il rigoglio di colori dell’Estate e dell’Autunno. Vi scoprirete silenziosi e consapevoli attori di un processo del quale fate parte, e la vostra mente farà una gran scorpacciata d’endorfine.

Ma l’orto non è soltanto un piacere solitario, se avrete la fortuna d’avere un vicino con il quale andate d’accordo: un vicino, tanti anni fa, mi regalò 125 piantine di finocchio, che trapiantai. Quell’anno, le condizioni meteorologiche furono favorevolissime per i finocchi: regalai finocchi a tutto il vicinato.
L’orto diventa, dunque, il luogo dove la ricchezza perde significato, perché – quando un ortaggio cresce bene ed è abbondante – a parte la modesta quantità che potrete congelare, il resto vi toccherà regalarlo. E lo farete con gioia.
Lo scambio diventa la regola con i vicini: hai una pianta d’albicocche? Più famiglie faranno la marmellata. Sei scarso d’insalata? Quello che, nell’Estate, ha raccolto le tua albicocche, provvederà.
Posso raccontare queste cose per esperienza diretta, per centinaia di baratti che ho fatto senza toccar moneta: mangio i germogli di bambù di mio cugino perché a lui non piacciono, tanto qualcosa da barattare ci sarà sempre.

Autosufficienza e baratto sono una delle migliori medicine che possiamo prendere per guarire dalla malattia del capitalismo: ricordiamo che, fra i Nativi Americani, era usuale scambiare in modo rituale gli oggetti, come le offerte sacrali del nostro mondo antico.
Voglio però terminare con una tiratina d’orecchie.

Si trovano appezzamenti da adibire ad orto sempre più facilmente: perché? Poiché sono pochissime le persone sotto i 40 anni che meditano di tenere un orto: i vecchi se ne vanno, e crescono le erbacce.
In compenso, fioriscono le palestre: vuoi un fisico “da sballo”? Vieni – la mielosa canzone capitalista – spendi ed attueremo la metamorfosi: conosco persone di 90 anni che non hanno mai visto una palestra in vita loro, ma hanno sempre coltivato l’orto, ed hanno dei fisici che ci metterei la firma ad averli io, quando e se arriverò a quell’età.

Cari ragazzi (scusate la deformazione professionale): se volete iniziare a pensare ad un mondo più giusto e più equo, ma anche più gioioso e salubre, qualche abitudine bisogna cambiarla. Ed accettare anche un po’ di fatica.
Va benissimo informarsi, studiare, discutere e criticare ma è meglio anche “saper fare”, perché nessuna pratica della sola mente vi donerà quelle sicurezze interiori che derivano dal mangiare la propria insalata, dal trasformare un tronco d’albero in una scrivania, dal risistemare le tegole del tetto dopo le nevicate invernali.
E, quando sarete temprati dall’esperienza, sempre meno persone potranno raccontarvela per coprirvi di dubbi ed approfittare di voi: ci vuole un po’ d’impegno – questo è certo – ma il risultato è certo. Provare per credere.
Un futuro di comunità interdipendenti deve necessariamente progredire su due gambe: l’analisi teorica, la sintesi delle soluzioni, la curiosità per l’innovazione e lo scambio dell’informazione. Ma, se manca la prassi dell’esperienza diretta, è un mondo che nasce zoppicando. E continuerà a claudicare.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

24 gennaio 2010

Siti del Web o posti dell’anima?

Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto.
Cesare Pavese

“E correndo la incontrai lungo le scale…”, verrebbe da dire, ma le scale non sono quelle della vita, dei sentimenti: sono solo quelle di un ospedale. Entrambi con il nostro mazzo di fogli in mano: appena firmati dal radiologo, dall’anestesista, dal chirurgo…ancora caldi di timori repressi, d’ansie ricacciate.
I suoi fogli, però, non sono “suoi” bensì della persona che accudisce: è una delle rare badanti italiane, e cerca di far bene il suo lavoro.
«Anzi» – propone – «perché, quando hai finito con le tue peregrinazioni, non mi telefoni e andiamo a mangiare qualcosa tutti e quattro assieme?»
Sulle prime non capisco: io, mia moglie e lei facciamo tre. No: ci sarà anche il “badato”.
Sono perplesso: che senso ha andare a pranzo con una persona che deve essere “badata”, che magari deve essere imboccata e poi…ci sarà con la testa?
«Fidati» è l’unica risposta: «vedrai che sarà una sorpresa.» Tanto per far defluire le tossine ansiogene, incassate in una mattinata d’ordinaria inquietudine ospedaliera, accettiamo. Ed entriamo nel ristorante.

Fa caldo e c’è tanta gente, ma l’atmosfera è allegra: qualche giovane che mangia in fretta, leggendo il giornale, i soliti crocchi d’operai dell’ENEL e delle Ferrovie che s’accalorano nell’ultima discussione, mentre non perdono di vista l’orologio.
Attraversiamo l’umanità gustante per giungere al tavolo, dove un uomo anziano c’attende. La sorpresa è, da subito, quella dell’abito: l’uomo è vestito in modo sobrio ma elegante, con il tocco di classe di chi potrebbe apparire ad una cena di gala indossando una maglietta. Giacca, camicia e cravatta in tono, capelli bianchi ben pettinati, viso ben rasato ed occhiali con montatura dorata: appena giungono le due signore, si alza in piedi come non vedevo fare da tanto tempo, da quando l’educazione e l’arte della cavalleria sono finiti nella discarica del savoir vivre.

Per rompere il ghiaccio leggo, al contrario, la pagina del giornale che stava leggendo mentre ingannava l’attesa; c’è il dibattito su Craxi: ladro non ladro, grande politico non grande politico, eccetera…
Due occhi azzurri mi fissano, dopo le presentazioni, e ricadono sulla pagina del giornale, poi – con un filo di voce, ma senza incertezze – parla.
«Certo che per me, che sono stato da sempre socialista, è un gran dispiacere leggere ancora oggi queste cose, perché nel socialismo ci ho creduto. Mio padre fu tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, amico personale di Turati. Quando penso ai politici d’oggi, a Berlusconi…» Scuote la testa.
Non voglio ribattere anche perché non c’è nulla di sbagliato in quanto afferma, così mi limito a dire che anch’io sono cresciuto in una famiglia socialista, così socialista che perse per due volte la casa – durante il Fascismo – perché non accettavano di togliere dall’anticamera le fotografie di Giacomo Matteotti e di Felice Cavallotti.

Roba d’altri tempi, che mi raccontò una bambina di dodici anni con le rughe al volto: una bambina che, pur di tramandare quelle memorie, accettava di soffrire un’altra volta, come se quello che aveva già sofferto non fosse ancora abbastanza.
Andava così: i fascisti entravano, guardavano le due fotografie, non dicevano nulla e se n’andavano. Pochi giorni dopo, arrivava l’ingiunzione di confisca: il fabbricato veniva rapidamente destinato alle attività ricreative per gli iscritti al Partito Nazionale Fascista, mentre prati e campi diventavano piste da ballo, giochi da bocce, campi da calcio…
Per ben due volte – la voce della bambina si tinge di rabbia – riuscimmo a comprare nuovamente una casa ed un po’ di terreno e, per due volte, ci confiscarono tutto.
Così finì la vita di una famiglia d’agricoltori della “bassa”, gente che di certo non scialava, ma alla quale non mancavano mai il pranzo e la cena: emigrazione. Finirono, in affitto, in un vecchio mulino incassato nel fondo di una valle dove il sole compariva poche ore il giorno. Poi la fabbrica, la guerra, la lotta partigiana, di nuovo la fabbrica: tutto per colpa di un altro “nato” socialista, l’ennesimo traditore di un grande ideale.

A. B. – potrebbe essere X. Y. e sarebbe lo stesso: quel che racconto è assolutamente vero, ma non fornirò nessun elemento per identificare la persona. Non è “privacy”, è soltanto il giusto riserbo di chi ancora interpreta il giornalismo come diffusione d’informazione e basta, e non come arma politica o glorificazione di se stessi – non è meravigliato né scosso: di queste storie, ne avrà sentite raccontare chissà quante.
«Guardi, voglio essere franco. Io, Craxi, lo stimai per due soli eventi: quando non consegnò i palestinesi agli americani – la Achille Lauro era italiana, dunque la giurisdizione era nostra, aveva ragione – e quando ebbe il coraggio di rispondere a Gromyko che, se voleva che noi togliessimo i nostri missili da Comiso, che cominciasse lui a togliere i suoi dalla Polonia. Per il resto…» e scuote la testa, fissandomi con due occhi che sono diventati di ghiaccio, fendenti, limpidi come l’acqua di neve.

Dobbiamo interrompere la conversazione perché una signora è giunta al nostro tavolo: ci alziamo – mi ha contagiato, con gran gioia, a stemperarmi nella cavalleria di un tempo – per salutare la donna, anziana ma ben truccata, elegante. Una bella signora d’altri tempi.
Si dicono qualcosa e, educatamente, chiudo l’audio per discrezione ma – appena la signora se n’è andata – torna a fissarmi con quegli occhi che, adesso, sbocciano di frutti maturi e di calore, d’acqua salsa e di tramonti estivi. Pare quasi volersi confessare, con una persona che ha conosciuto da pochi istanti: «Fu una storia d’amore intenso, che durò parecchio: poi, un giorno, lei mi disse che si sentiva troppo amica di mia moglie per continuare, e così finì… »
Mi volto ed osservo la signora, seduta due tavoli più in là: dev’essere stato veramente difficile staccarsi da quel bocciolo, come doveva apparire qualche decennio prima, altro che le misere storie di veline e di escort…
Indovina i miei pensieri, ed aggiunge: «E’ una donna di rara signorilità: ha lavorato tutta la vita ma, nel tempo libero, si dedicava al teatro. Recitava: sapesse come leggeva, in pubblico, poesie e racconti! Una vera e propria Musa…» La osservo nuovamente, e non ho difficoltà a crederlo.
Mentre c’invitano a spostarci ad un altro tavolo, più grande, e ci portano il menu non posso far altro che sovrapporre la raffinata, solo un po’ sfiorita bellezza che abbiamo appena lasciato, con la Contessa.

Già, la Contessa: sono trascorsi molti anni, ma non ho mai dimenticato quel pomeriggio d’Inverno. L’unica circostanza, fortunatissima, che la vita mi riservò per sentirmi – per poche ore – come nel cenacolo di Madame de Warens.
C’era ancora un po’ di neve, anche quel giorno di fine Inverno del 197…non ricordo l’anno. E nemmeno il luogo, che poteva essere Murazzano, Bossolasco, Cravanzana…uno dei borghi “alti” della Langa, quelli sull’antica Via del Sale, la Pedaggera.
Ero stato recapitato in quel luogo da un ansimante furgone Volkswagen, con il quale – da Torino – portavano in quei dimenticati luoghi noi: studenti, disoccupati…per guadagnare qualche soldo con il “porta a porta”. Fu forse l’ultima volta che tentai la fortuna come venditore: vendere shampoo e saponette non era proprio il mio pane.
Così vagavo, poco convinto, fra un viottolo e l’altro, borsa a tracolla e poca voglia di bussare per ascoltare i soliti rifiuti. Poi, decisi per quella porta di noce scuro, con il batocchio di bronzo antico: almeno, pensai, sarebbe stato un nobile rifiuto!

Invece, apparve un viso dolce, appena accarezzato da qualche ruga, che m’invitò ad entrare: capì in un nonnulla cos’ero lì a fare, e mi fece accomodare in una poltroncina foderata con velluto a coste fini, color vinaccia. Poi, mi chiese chi ero e cosa facevo.
Mi presentai e dissi il poco che avevo da dire: ero studente a Torino e, come altri, ogni tanto tentavo la fortuna di riuscire a vendere qualcosa per raggranellare qualche soldo. A dire il vero – aggiunsi – credendoci poco e con scarso successo. Sorrise.
Mi chiese se gradivo un caffè, e s’allontanò.
Solo allora iniziai a guardarmi intorno, e compresi che non ero finito in una casa qualunque: le litografie alle pareti, le statuine di porcellana o di bronzo su antichi tavolini, testimoniavano che quella era una casa antica, di quelle che la Storia l’avevano vista. E, talvolta, l’avevano fatta.
Tornò dopo qualche istante con il vassoio e le tazzine: mentre sorseggiavo il caffè, cercai di capire chi avevo di fronte. Vestita con dimessa eleganza, qualche capello già grigio che striava appena la capigliatura scura, il portamento altero su un corpo formoso, seppur castigato dagli abiti. Portava alcuni anelli alle dita, ma l’impressione che ne ricavai fu che vivesse – sola – in quella magione d’altri tempi.
Fu lei a rompere il ghiaccio, ricordando qualcosa che avevamo in comune: anch’ella aveva studiato a Torino.
Subito dopo aggiunse «Molti anni fa….», tanto per incassare il minimo di galanteria che potessi esprimere «Beh, proprio tanti…» Passò oltre.
Fu in quel preciso istante che iniziò a parlarmi di Cesare.

Sì, di Cesare e basta, con il quale aveva intessuto per molto tempo una lunga amicizia, interrotta e sempre ripresa negli anni, come quel treno di montagna che ansima nelle valli della Langa, e che s’arresta nelle stazioni a prender fiato. Per poi ripartire sempre, ma con calma, per non patire il mal di cuore.
Capii subito a quale Cesare si riferiva: non ce ne sono tanti, da queste parti, a potersi concedere il nome e basta.
Fu però franca, nel confessare che con Pavese era stata una vita d’inferno la sola amicizia: troppo conflittuale e introverso il suo rapporto con l’universo femminile. Sempre desiderato ma mai accolto: quella sete mai placata, che finì per sopraffarlo in un anonimo albergo di Torino.
Per un attimo pensai che avesse qualcosa da recriminare (o da recriminarsi?) per quel ch’era stato, ma fu lei stessa ad indovinare i miei pensieri ed a fermarli, con un sorriso ed un negare del capo.
Saliva, Cesare, ogni tanto saliva da Santo Stefano e sorseggiava il caffè proprio seduto sulla stessa poltroncina dov’ero io adesso: per un attimo, avvertii che le mie natiche urlavano per il disagio.
«Fu tanto tempo fa», concluse, quasi a prevenire il mio imbarazzo.

Raccontò ancora di quei tempi, dopo la guerra, quando l’ideologia univa, amava, odiava, allontanava, soffriva: ma non era l’ideologia a soffrire, bensì erano uomini e donne, carne e sangue sorti dalla terra. E, i più, alla terra tornati.
Forse per dipanare la cappa del passato che stava straripando nel salotto, mi propose di fare una passeggiata in paese: accettai. Potei solo offrirle il braccio, che accettò.
Passeggiando per le antiche viuzze, m’accorsi solo allora di chi avevo al braccio: «Signora Contessa…» «Buonasera Caterina», rispondeva con misura. Gli uomini si toccavano appena la tesa del cappello «Madama…» e lei rispondeva, allora, con un impercettibile chinar del capo ed un timido sorriso.

Giungemmo così alla piazza, dove ci sarebbe dovuto essere il vecchio furgone Volkswagen ad attendermi, ma la piazza era deserta: dovevo esser stato dichiarato disperso sul fronte del marketing.
Quasi per farsi perdonare l’incomodo nel quale ero occorso – uno dei più piacevoli della mia vita, che avrei pagato oltre qualsiasi prezzo – mi chiese di comprare qualcosa. Mi sentii in imbarazzo, poi compresi.
«C’è la corriera che scende verso Dogliani, Bra…parte fra un quarto d’ora…da lì potrai trovare un treno per Torino.»
Nel pronunciare il nome della lontana metropoli, parve quasi confessare l’inconfessabile desiderio di seguirmi, d’abbandonare la sua dimora del ricordo, sentinella rimasta a presenziare un passato oramai ucciso, molti anni prima, da un colpo di pistola.
Giunse la corriera e ci salutammo. Non erano ancora giunti i tempi nei quali abbracci e baci si sarebbero sprecati per un nonnulla: una stretta di mano ed un fugace incontrarci con gli occhi fu tutto. La sua immagine, però, rimase stampigliata nei miei occhi fin quando il treno, sferragliando, non terminò l’abbrivio a pochi passi dal respingente di Porta Nuova.

Sono ancora imbambolato, mentre cerco di ripescare dalla memoria l’immagine della Contessa quando A. B. riprende, perché quelle poche frasi su Craxi non bastano e – ironia del destino – si torna ancora una volta a Torino. Sì, perché quel congresso del 1978 fu una boa, dalla quale la rotta del PSI mai più si volse[1].
Anch’io ricordo quei giorni di fine Inverno, quando al Jolly Hotel Ambasciatori si tenne il congresso del PSI, perché abitavo poco più avanti, in Borgo San Paolo. Poco oltre l’hotel, c’erano “Le Nuove” – ossia le vecchie carceri di Torino – dove si svolse il famoso processo alle prime BR, quello per il quale non si trovavano giurati popolari. Finché non saltò fuori Adelaide Aglietta e, per risposta, le BR fecero saltar giù dal cielo due colpi di mortaio, sparati da un camioncino tre isolati più in là.
«Lì», sentenzia A. B. «terminò definitivamente la grande avventura del Partito Socialista, la scommessa di un partito proletario ma non massimalista, essenziale nei suoi obiettivi ma deciso a difenderli come Cavallotti faceva con la spada. Il dopo…questa gente che s’imbelletta per esser stata socialista…»
Scuote la testa, è quasi commosso dal ricordo.
Difatti, lo precisa: «Sa, mi fa male parlare di queste cose, ed il mio cuore è oramai poco saldo.»
Non rinuncia però alla frecciata finale: «Quando sento personaggi come Brunetta e Cicchitto gloriarsi…“io ero socialista”…non so se arrabbiarmi o ridere.» Decide di sorridere, e riesce così a stemperare il dolore.

Anch’io vado a rovistare nel baule dei ricordi: quelli di una lontana Estate del 1978 quando, lungo le strade che uniscono le frazioni di Stella – abitavo là da poche settimane – impazzava un vecchio camioncino con gli altoparlanti, e declamava fra valli ed uliveti la più incredibili canzone che quei luoghi avessero mai udito.
«Cittadine, cittadini: il nostro concittadino, il compagno Sandro Pertini, è stato eletto Presidente della Repubblica! Cittadine, cittadini…
Ricordo bene che lo chiamavano proprio il “compagno” Pertini» aggiunsi «il “compagno Presidente”…eppure, solo pochi anni dopo, Pertini fece recapitare, alla segreteria provinciale di Savona del PSI, un messaggio tagliente come le lame di Cavallotti.
Siccome giungeva in visita a Savona, fece sapere che se – ad accoglierlo, all’aeroporto di Genova – ci fosse stato Alberto Teardo, avrebbe fatto dietro front e sarebbe tornato a Roma…»
Annuisce: si vede che conosce bene quella vicenda.

Aggiunge solo: «Il cancro, iniziato al congresso di Torino, aveva già generato metastasi: ovunque, ma le condizioni che resero possibile quel vero e proprio colpo di mano, sul partito più ricco di tradizioni che esistesse, erano già state poste anni prima.
Ricordo bene, sul finire degli anni ’60, che nelle riunioni a livello provinciale e regionale si parlava solo più di posti e non di proposte. Intendiamoci:» per un attimo gli occhi prendono fuoco «la cosa esisteva anche prima, ma con diversi attributi.»
Scorge nei miei occhi un’espressione smarrita, perché non comprendo con chiarezza quel che vuole dirmi, quale sia la discriminante. E capisce che deve andare più a fondo, altrimenti mi deluderà.

«Vede» si avvicina, come a volermi confessare una colpa «io fui contrario, all’epoca, alla nomina di un ciabattino alla presidenza di un Istituto di Risparmio. Fui accusato di classismo, di frappormi all’ascesa, nei posti di potere, di chi proveniva dalle classi subalterne.»
Per un attimo, spontaneamente, mi metto al fianco del ciabattino.
«La mia non era una critica al suo essere un ciabattino, bensì al fatto – inequivocabile – che era un ciabattino ignorante, stupido! Mai, mi sarei permesso la stessa critica se fosse stato un ciabattino intelligente e capace!»
Ecco, la semplice risposta, e non mi sembra il caso di ricordare Cipolla e i suoi divertenti grafici…che la percentuale di stupidi, nella Storia, è una costante. Le popolazioni non sono dunque – sempre che sia possibile tratteggiarle in un singolo universale – “stupide” od “intelligenti”: dipende quale delle due parti ha in mano la leva del comando!
Difatti, A. B. – e, insieme a lui, tanti altri – finì fuori dal PSI: terminò la sua carriera politica presiedendo enti e fondazioni, quelle dove non giravano soldi, ovvio. Faccio però notare che A. B. non fu mai un politico di professione e basta, bensì lavorò normalmente fino alla pensione.
Ecco, allora, che dal racconto di A. B. riesco meglio a spiegare quel che m’accadde tanti anni prima, una sera del 1971.

Ero stato chiamato da un dirigente locale del PSI: siccome entrambi c’interessavamo di musica popolare, ritenevo che quello fosse il motivo dell’invito. Mi sbagliavo.
La proposta giunse quasi subito, dopo la prima grappa: «Saresti disposto a prenderti sul groppone la Federazione Giovanile Socialista?» poi, subito dopo, senza attendere risposta «In cambio, possiamo offrirti un posto di Geometra in Comune.»
La prima risposta, ovvia, fu quella che non ero Geometra. La cosa non parve interessarlo: «Sono cose che si sistemano.»
La seconda, altrettanto ovvia – che lui sapeva benissimo – era che militavo nello PSIUP, il Partito Socialista d’estrema sinistra: un partito, all’epoca, dichiaratamente rivoluzionario. Cosa ci sarei andato a fare, in un partito apertamente riformista?
La cosa finì lì, ma per un caso della vita ebbi modo di conoscere quello che accettò (che non era Geometra): il tizio, finì poi nell’ingranaggio di Mani Pulite per tangenti che riguardavano la Sanità, ma fu un ingranaggio piccolo, insignificante, come può esserlo quello che attende di chi si finge Geometra. E continuò con una carriera politica scipita, saporita come una pasta al burro senza sale.
Siamo giunti al caffè, ma si vede che ha ancora qualcosa in gola, un ricordo del quale vuol farmi partecipe.
Non attende molto.

«Eh, Pertini…»
Aspetto, perché la palla è nel suo campo.
«Con Pertini partecipai ad una campagna elettorale nella Liguria occidentale: Alassio, San Remo, i paesini dell’entroterra…lui era Pertini: io, allora, ero solo un “giovane di studio”.
La mattina c’erano spesso degli incontri con l’associazionismo: il pomeriggio, invece, si concludeva sempre con un comizio in piazza.
A pranzo, un giorno, erano avanzati quattro pesciolini fritti: chiesi, con deferenza, se li voleva.
Mi rispose, in dialetto ligure: mangiali tu, che sei giovane.
Poi, subito, affondò: ma tu, da dove vieni?
Risposi che ero socialista da sempre, sin da quando mio padre m’aveva condotto – ragazzo – in Federazione a Genova…
Ah, ma allora una cosa non l’hai ancora imparata, concluse: che fra compagni ci si dà del tu!»

E’ giunta l’ora di riprendere la via di casa: in quattro sulla Panda, badante e “badato” compresi. Ci salutiamo con la promessa di rivederci presto, e lui assicura che verrà, appena entrambi avremo scapolato le nostre secche sanitarie.
Ed io ci spero, con tutto il cuore.

A questo punto, qualcuno si chiederà qual è il succo di questo racconto. Beh, il primo è che mi è piaciuto scriverlo e, spero, che altri lo abbiano gradito. Per chi ama scrivere, basta ed avanza: è come offrire un bicchiere di vino.
Ma c’è dell’altro.

Nei giorni scorsi avevo letto un articolo di Franco Cardini, comparso originariamente su “Il Giornale” e ripreso da numerosi siti[2], dove poneva il problema dell’appartenenza, del nostro sentirci “parte” di qualcosa.
Premetto che l’articolo m’era parso un poco frettoloso, ma di questo non bisogna farne gran colpa all’autore: nelle redazioni, ti dicono “cinquemila battute”, e devi starci dentro. Si capiva che aveva faticato a starci dentro: purtroppo, duemila battute in più sarebbero state il minimo.

Non potendo avvalersi solidamente del concetto di “Patria” – perché è un valore, per noi italiani, che ha iniziato a perder significato già dalla Prima Guerra Mondiale, con la fine del Risorgimento – Cardini ha cercato “sponda” nel corrispondente in lingua tedesca.
Precisi come sono, però, i tedeschi hanno due termini per definire l’appartenenza: Vaterland (terra dei padri, degli antenati) ed Heimat, che mi piace tradurre con il “posto dell’anima”, felicissimo titolo per un altrettanto radioso e struggente film di Riccardo Milani, dove Michele Placido e Silvio Orlando riescono a dare il meglio di loro stessi.

Ora, le “terre degli antenati” – qui, in Italia – sembrano scarseggiare: “figli d’Annibale”, o di francesi, spagnoli, austriaci…a meno di rifugiarsi nelle mille Vaterland locali: piccolissime, minute, dove basta il soffio dell’immigrazione per mettere a soqquadro un debole modello.
Credo che poche Vaterland siano sopravvissute al Novecento, ed oggi il furore globalizzatore sta sradicando gli ultimi polloni di un’appartenenza legata alla stirpe.
Più interessante, invece, cercare quale sia – per ciascuno di noi – il proprio Heimat, quel luogo al quale ci sentiamo teneramente legati, che può anche non coincidere con una precisa indicazione geografica. Tanto, dal prossimo anno scolastico, aboliranno anche la Geografia ed andremo tutti a spasso con un bel GPS sulla schiena.

La questione non è un dibattere sul sesso degli Angeli, perché dalla propria appartenenza ad un “posto dell’anima” discende, per via diretta, il nostro incontrare l’altro. Se non proprio l’anima gemella, almeno quella che vibra armoniosamente con la nostra.
Così, gli Heimat possono improvvisamente dischiudersi quando meno ce li aspettiamo: dietro ad una porta, dove s’immaginava di vendere qualche saponetta. Oppure nel vociante ristorante appena a tergo di un ospedale.
E, dall’incontrarsi nei misteriosi e forse poco ortodossi Heimat, nasce la consapevolezza del non esser soli a pensare, a sentire, a gioire e soffrire in quel modo.

In quale Heimat vive, oggi, la classe politica?
Ferrando ricorda semplicemente che gli iracheni portano avanti la loro lotta di liberazione, e viene subito cacciato da Rifondazione. Bontempo si alza, alla Camera, e chiede – forse in modo retorico – “lumi” sul signoraggio: Bertinotti gli toglie la parola. Paradossalmente, entrambi colpiti da un “capo” comunista.
Non ci meravigliamo se Berlusconi, D’Alema, Bersani, Matteoli, Casini e, in fin dei conti, anche Di Pietro reagiscono agli stessi stimoli in modo assolutamente paritetico: traggono le loro convinzioni dal medesimo Heimat, un luogo dove si è “al di là del bene e del male”, perché appartenenti all’empireo degli eletti.
Non c’è più nessuna riflessione su quel che vanno facendo: intessono false consultazioni elettorali, oppure si beano del culto di un “capo” che giunge a sfruttare un modesto incidente di piazza per risalire nella hit parade mediatica.
Sono il prodotto di una prassi stralciata dal lessico politico, quella ben descritta da A. B. quando ricorda che, in politica, si devono premiare per prima cosa l’intelligenza e l’etica.
Inorridisco, al pensiero di quali possano essere gli attributi degli Heimat nei quali s’incontrano personaggi come Capezzone o Rutelli.

In fin dei conti – prima che politici, poeti, intellettuali – le generazioni precedenti s’incontrarono nei loro Heimat, quei luoghi dove regnava il rispetto antico per l’avversario, per la donna, per la libertà altrui.
Oggi, sappiamo che tutto ciò è stato calpestato da una marea urlante, da una vucirrìa televisiva che ha veicolato proprio l’opposto: l’avversario è il nemico, la donna una puttana da godere, la propria libertà (o licenza?) è sopra ogni altro valore. Quella degli altri, all’occorrenza, sotto le ruote del SUV.
L’eleganza del gesto è sacrificata alla fretta, la potenza del verso sostituita dai decibel, la galanteria svapora negli inviti a cena che già sanno di noiosa scopata.
Eppure, chiediamo: urliamo, desideriamo un nuovo mondo.

Sapremmo riconoscerlo? Oppure, passando per il proprio Heimat, finiremmo per non vederlo, e magari ci svuoteremmo il portacenere dell’auto?
A monte di qualsiasi aggregazione, di un possibile movimento politico – ma anche di un matrimonio o di un’amicizia – se non c’è, prima, il riconoscersi in un Heimat comune, tutto si stempera nella consuetudine. Che è l’anticamera della nauseante noia: rileggere Sartre – cum grano salis – può servire.
Perciò, il mio invito è quello di non soffermarsi troppo a considerare se il Web può o non può…se è meglio appoggiare questo o quello…
In fin dei conti, solo riconoscere il proprio Heimat conduce a sconfiggere le nebbie della mente, e qualsiasi luogo – reale o virtuale – è atto alla bisogna. Il Web come il bar, la spiaggia come un libro.
Anche rimanere ad ascoltare una contessa che vive oramai fuori del tempo, un anziano che racconta l’avventura politica di una vita, oppure una bambina con le rughe – mia madre – che ancora urla il dolore provato in un tempo lontano.

Solo i “posti delle anime” possono generare i sinceri incontri, i saldi e calorosi abbracci che infondono coraggio e temperamento: il resto, viene dopo.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

[1] Nel 1976 il PSI aveva subito un forte rovescio elettorale, il segretario De Martino venne messo sotto accusa per la sua subalternità al PCI e andò in minoranza nella famosa riunione all'hotel Midas. Craxi Bettino, capo della corrente autonomista, allievo prediletto di Nenni divenne il nuovo segretario del PSI. De Martino però godeva ancora nel partito di un forte consenso, dell'appoggio di Lombardi e del PCI. Al primo passo falso di Craxi sarebbe potuto tornare facilmente alla segreteria. Era necessario per questo convincerlo a ritirarsi dalla vita politica. Nel 1977, poco prima del congresso di Torino del PSI, un gruppo di malavitosi napoletani legati alla camorra rapì il figlio di De Martino chiedendo un riscatto che, molto probabilmente, fu pagato da Calvi (P2). Oggi sappiamo che la P2 ed il Sismi tenevano legami diretti, tramite Carboni e Pazienza, con la camorra e le bande criminali di Bergamelli, Turatello e Vallanzasca. De Martino, interrogato dalla commissione P2, ha più volte fatto capire che il rilascio di suo figlio ha avuto come contropartita la sua rinuncia a tornare ad assumere il ruolo dirigente nel PSI. Egli ha affermato infatti: “il rapimento di mio figlio ha avuto lo stesso significato politico dell'assassinio dell'onorevole Moro”.
Fonte: Alla conquista del PSI, di Luigi Cipriani. http://www.fondazionecipriani.it/Scritti/allapsi.html

17 gennaio 2010

Arriva il Bengodi nucleare

Mentre i giornali ci solleticano con le abituali vicende legate alle tasse – oggi si tolgono, domani no, troppo tardi, forse dopodomani… – oppure con le molte leggi e leggine utili a riformare la giustizia (minuscolo) per il solo comprensorio di Arcore, sono state emanate le direttive per le future centrali nucleari. In sostanza, si dice che dovranno essere vicine all’acqua e lontane dalle aree sismiche: elucubrazioni che, anche chi non è Pico della Mirandola, già sapeva.
Poi si parla d’incentivi: una manna – gente! – incentivi “a pioggia”, per tutti! Chi vorrà, potrà prendere visione del decreto in nota[1].
Insomma, con il “rientro” di 95 miliardi di euro, grazie al bel regalo dello “Scudo Fiscale” – hanno pagato il 5% di tasse mentre avrebbero dovuto pagare il 40% – ci saranno tanti soldini per fare tante cose, nucleare compreso?

Ma, quanto costa una centrale nucleare?

Il costo medio attuale di una centrale nucleare è di circa 2000-2200 euro/kWe installato, ovvero il costo in conto capitale di una centrale da 1000 MWe è di circa 2 miliardi di euro. Il costo dell’EPR da 1600 MWe (il reattore europeo di III Generazione fornito dalla franco-tedesca Areva) è di 3 miliardi di euro[2].

In realtà, sul Web circolano anche altre cifre – qualcuno arriva a dichiarare 15-20 miliardi di euro per il solo reattore – ma quelle più attendibili variano in una “forbice” fra 3-7 miliardi di euro. Il nodo, non facile da districare, riguarda cosa s’intenda per “costo”: il reattore, oppure la struttura? Entrambi?
Non dimentichiamo che, proprio per il nucleare, ci sono delle procedure d’infrazione aperte dall’UE per il finanziamento “occulto”, usando fondi statali per finanziare imprese private, che lavorano in quello che dovrebbe essere un libero mercato[3]. Insomma, un ginepraio.
In effetti, la cifra di 5 miliari di euro per una centrale (struttura + reattore) da 1600 MWe è credibile, ma qui salta fuori un altro coniglio dal cappello: la “levitazione” dei costi.

Un chiaro esempio di questi problemi è la costruzione in corso a Okiluoto, in Finlandia, di un reattore europeo pressurizzato ad acqua (EPR) di nuova generazione – il primo reattore di questo tipo – che dopo soli diciotto mesi di costruzione ha già accumulato un ritardo di diciotto mesi sul programma, superando già adesso il budget previsto di 700 milioni di euro[4].

I tempi di costruzione delle centrali, dagli anni ’70 ad oggi, sono praticamente raddoppiati: per la maggior complessità tecnologica, per i sistemi di sicurezza, ecc. Se non sono riusciti a star “dentro” nei tempi (e quindi nei costi) tutti gli altri, c’è da sperare che ci riusciremo noi italiani?
Si potrà ricordare che il reattore finlandese è di nuova generazione, ma il fenomeno del procrastinarsi dei tempi di costruzione è un fenomeno planetario, che riguarda anche le centrali non sperimentali.

Poi, bisogna conteggiare i finanziamenti per “compensazione” alle popolazioni (termine assai poco chiaro) che ammonteranno a 3-4000 euro/anno per MWe installato: in pratica, una centrale da 1.600 MWe sborserà a “qualcuno” circa 6 milioni di euro l’anno.
Nel decreto recentemente approvato[5], si parla addirittura di “interventi a pioggia” per tutti: Comuni, Province, sconti sull’IRPEF, sulle forniture elettriche…ancora…roba da Babbo Natale Atomico, mica scherzi.
Saremo curiosi di verificare, dopo le elezioni regionali, quando si saprà chi si “beccherà” la centrale sulla cocuzza – prima no, ovvio, votate tranquilli… – quante di queste “piogge” di denaro rimarranno.
Bisogna stare attenti quando si parla di provvedimenti a favore della popolazione, perché quei soldi s’intendono dati agli amministratori locali, che sono cosa assai diversa dalle popolazioni.
Scusate il sospetto, ma i trucchi delle tre carte di Tremonti li conosciamo da tempo: magari “cartolarizzerà” quei benefici, “spalmandoli” in 25 esercizi finanziari…roba del genere…ma la centrale arriverà, sicuro. Cioè, sicuro: forse.
Calcolando benefici a “pioggia”, costi di costruzione e quant’altro…chiudiamo la faccenda a 7 miliardi di euro per una centrale da 1.600 MWe per 25 anni? Senza considerare, ovviamente, l’Uranio, il personale, le scorie…

I sostenitori del nucleare affermano che la “forza” di quel sistema è una produzione continua, senza interruzioni: falso. Anche le centrali nucleari, come tutti i sistemi complessi, necessitano di manutenzione: altrimenti, si spalancano veramente le porte dell’Inferno Nucleare.
E’ appena passato Natale e vogliamo essere generosi: concediamo a quelle centrali di produrre alla massima potenza per l’80% del tempo, da quando entreranno in funzione (circa 2020) al 2045.
Una centrale da 1.600 MWe produrrà, in un anno (all’80%), circa 11,2 milioni di MWh (11,2 TWh), in 25 anni 280 milioni di MWh (280 TWh).

Quanta potenza elettrica di fonte eolica sarebbe possibile installare con 7 miliardi di euro?
Calcolando il costo di 1 MW di potenza eolica installato in mare – lontano dalla costa, su piattaforma ancorata, invisibile da terra – in 1,3 milioni di euro[6] (+ 25-30% rispetto agli impianti a terra[7]), potrebbero essere installati 5.385 MW. Quanto produrrebbero in 25 anni?

Siccome le mappe eoliche del CESI[8] stimano nella aree marine del basso Adriatico, del Canale di Sicilia e del Sud della Sardegna (fondali inferiori ai 100 m) una produzione alla massima potenza per +3.000 ore l’anno, quegli aerogeneratori produrrebbero, sempre in 25 anni, circa 404 milioni di MWh (404 TWh). 124 TWh in più della centrale nucleare!
Crediamo bene che gli alfieri della “estetica ambientale” si spellino la lingua, in TV, contro l’eolico: potremmo addirittura ipotizzare che qualcuno paghi, e parecchio, per tanto fervore!
Difatti, negli altri Paesi stanno abbandonando il nucleare per investire nell’eolico: lo fa, addirittura, l’ENEL in Texas!

124 TWh in più senza considerare che la manutenzione dell’eolico è infinitamente meno onerosa rispetto ai costi del materiale fissile, del personale e della custodia delle scorie (peraltro, ben lontana dal trovare una soluzione)!
A questo punto c’è la solita obiezione: le rinnovabili non sono affidabili poiché intermittenti, poco costanti.
Ciò è vero, e sarebbe una follia affidarsi al solo eolico.

Carlo Rubbia – oramai solo “di passaggio” in Italia – non ha mancato di “tirare le orecchie” al governo per lo strampalato piano energetico di Scajola & Co: riteniamo che un Nobel italiano, il quale sta operando proprio nel campo delle rinnovabili (solare termodinamico), almeno il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (per come è stato trattato…) ce l’abbia.
In qualsiasi Paese – diciamo solo “normale” – sarebbe Rubbia a stendere il piano energetico, anche perché il solare termodinamico sta funzionando benissimo in Spagna, i tedeschi stanno cercando joint venture per installarlo in Africa, Israele ci sta pensando, così l’Algeria, il Marocco…
Insomma, tante nazioni rivierasche del Mediterraneo puntano su sole e vento…e noi – ma saremo proprio i più furbi della nidiata? – pianifichiamo un obbrobrio costoso, tutto d’importazione, meno redditizio e…ancora cantiamo?

Un serio piano energetico dovrebbe poggiare principalmente su tre direttrici: solare termodinamico, eolico e biomasse di scarto. Perché?
Poiché le energie naturali sono anche energie stagionali, ossia dipendenti dalla meteorologia, dalla stagione, dai capricci del tempo.
Se è vero che il solare termodinamico, grazie all’inerzia delle alte temperature generate, riesce a soddisfare anche la richiesta notturna (che è sensibilmente inferiore di quella diurna, circa 1/6), poco può fare quando ci sono prolungati periodi di cielo coperto. In Inverno, ad esempio.
Ma, proprio in Inverno, in Primavera ed in Autunno la circolazione dei venti è consistente, favorendo così l’eolico. Il quale, è certamente meno favorito d’Estate (ampia omeotermia nel Mediterraneo, e quindi ridotta circolazione dei venti), quando il termodinamico raggiunge le migliori rese.

Ogni anno, poi, in Italia generiamo 30 milioni di tonnellate di scarti dell’agricoltura, della silvicoltura e delle industrie di trasformazione (segherie, ecc): scarti “puliti”, non come i rifiuti, materiali che si possono utilizzare ovunque.
Calcolando in circa 4.000 Kcal/Kg l’energia che si può ricavare da quegli scarti, essi corrispondono all’incirca a 12 MTEP, ossia a 12 Milioni di Tonnellate di Petrolio, circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale.
Di più: proprio perché quegli scarti non inquinano, potrebbero essere utilizzati in un ciclo combinato, ossia per produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni con il vapore esausto delle turbine.
Oggi, nelle centrali termoelettriche, il rendimento non supera il 35%: la gran parte dell’energia se ne va, sprecata, nei fiumi e nel mare, nelle acque usate per il raffreddamento nei condensatori. Nelle centrali a ciclo combinato – proprio perché il calore non viene dissipato bensì utilizzato per riscaldare le case – il rendimento raggiunge già oggi il 60%[9], ma con l’affinarsi delle tecnologie potrebbe migliorare.

Vorremmo proporre una considerazione ed un’esortazione.
Abbiamo fior fiore di tecnici e ricercatori, bravissimi, in grado di progettare e migliorare qualsiasi settore energetico: sanno fare bene il loro lavoro, al punto che alcune piccole industrie lavorano come sub-contraenti per l’industria eolica. Abbiamo aziende in grado di produrre meccanica di precisione, elettronica di supporto, ecc: non sono questi i problemi.
Mancano filosofi.
Ci vogliono persone in grado di dialogare, di proporre, di valutare – senza pelli di salame agli occhi – le future scelte.
Avere un Rifkin sarebbe chiedere troppo?
Forse mi sono sbagliato, i “filosofi” ci sono: non mancherà, per caso, chi li dovrebbe interpellare? Ad ascoltare certe fregnacce televisive, il dubbio viene.
E veniamo all’esortazione.

Prima di gettare nel nucleare del 2020 miliardi che, per ora, manco ci sono, perché non modificare il piano energetico – a questo punto suddiviso su più esercizi finanziari e con “ritorno” quasi immediato degli investimenti, non nel 2020 – su quelle tre direttrici come esperimento pilota?
Tralasciamo, in questa sede, altre forme d’energia, il risparmio energetico e il dilemma di scegliere fra grandi impianti oppure sistemi per l’autosufficienza energetica: la questione diverrebbe troppo complessa, e ci torneremo in un prossimo articolo.
Restringendo l’indagine a questi soli tre sistemi di produzione energetica: quale scenario potremmo ipotizzare?

Alcune centrali termodinamiche nel Sud, “campi” eolici in mare e centrali a biomasse laddove c’è più produzione di scarti agricoli. Poi, fra pochi anni – da tre a cinque, non nel 2020 – potremmo già tracciare delle conclusioni, verificare i problemi, migliorare i sistemi, ecc.

Distribuendo i campi eolici al limite delle acque territoriali (12 miglia, circa 23 Km, invisibili da terra), in tre zone ben definite: le coste adriatiche pugliesi, il Canale di Sicilia e l’area a Sud di capo Teulada, l’incostanza del sistema eolico sarebbe compensata dalla distanza poiché, chiunque abbia un minimo d’esperienza di mare, sa che è praticamente impossibile avere le medesime condizioni di vento in aree così distanti.

Le centrali a biomasse potrebbero sorgere nei pressi di grandi città della pianura padana (forte produttrice di scarti agricoli), così da non incorrere in significative perdite per il trasferimento sulla rete elettrica di distribuzione e facilitando, per la stessa ragione, il teleriscaldamento delle abitazioni. Funzionando prevalentemente durante l’Inverno, compenserebbero la scarsa produzione termodinamica.
Un’accorta programmazione – dato che il trasporto delle biomasse è uno dei principali fattori di costo – prevedrebbe, in parallelo, di riattare la rete fluviale italiana, dal Po ai canali limitrofi, compresa l’area veneta, ed un maggiore impulso alla navigazione di cabotaggio. Sono interventi non molto costosi, per altro finanziabili in parte con fondi europei.

Per le centrali termodinamiche servono poche parole: che fine ha fatto la modesta centrale sperimentale di Priolo Gargallo, appaltata all’ENI per la costruzione e la messa in esercizio? Di questo passo, potremmo dare in appalto l’Arma dei Carabinieri ad una holding paritetica fra Mafia, Camorra e N’drangheta.
In realtà, il termodinamico sta avanzando nel Pianeta[10], e in Spagna stanno passando dalle prime centrali da 50 MW a quelle, in fase di progettazione, da 300 MW. Se e quando funzionerà Priolo Gargallo, sarà una delle prime centrali progettate, ma avrà la minor potenza fra tutte le altre: 5 MW.
Tutto questo, nonostante Rubbia abbia dimostrato che una superficie di specchi pari a quella compresa all’interno del raccordo anulare di Roma provvederebbe, da sola, ad un terzo del fabbisogno nazionale.

Concludendo, potremo riassumere la faccenda in poche considerazioni.
I dati sui costi reali dell’energia nucleare sono soggetti ad una continua disinformazione e facciamo notare che, nella nostra analisi, non abbiamo considerato i costi dell’Uranio né quelli del personale e neppure la custodia delle scorie, assai onerosa, come avevamo già analizzato nel nostro “Vattelapesca forever”[11].
Programmare delle centrali per il 2020 è un’operazione molto azzardata, poiché il costo dell’Uranio ha goduto, dal 1990 in poi, di un importante calmiere del prezzo, dovuto allo smantellamento di moltissime testate belliche del dopoguerra (gli accordi SALT, ecc). Oggi, quella “manna” è terminata, ed il prezzo dell’Uranio – che influisce sulla produzione elettrica per un 5-10% – è in costante aumento.
Nel 2020 non sappiamo a quanto arriverà il prezzo del minerale, poiché dieci anni – in mercati così volatili – possono riservare di tutto: vento, sole ed acqua costeranno quanto costano oggi, cioè niente. Le tecnologie per captare le energie naturali, al contrario, man mano che s’affinano e migliorano abbassano il costo del KWh prodotto.
Da ultimo, ricordiamo che il costo d’impianto oggi stimato per il nucleare è di 2,2 milioni euro per MW, mentre quello dell’eolico è di un milione per le installazioni a terra e di 1,3 milioni per quelle in mare.
Perciò, la scelta insensata va oltre la querelle sulla sicurezza delle centrali: si costruiscono obsoleti macinini ad Uranio e non si guarda oltre. Siamo un paese vecchio, che teme le novità, la ricerca, la sperimentazione. Nuove verità che affossino antiche credenze mettono in dubbio false sicurezze: ma, le false certezze, sono destinate da sole a crollare.

Non siamo ingenui: conosciamo perfettamente la ragione che conduce l’Italia lontano dalle fonti rinnovabili e ad affidarsi, quando quasi tutti gli altri lo stanno abbandonando, al nucleare.
Qualsiasi produzione energetica che necessiti di un rifornimento costante di materiali produce flussi di denaro e, su quei flussi di denaro, la corruzione crea enormi ricchezze per i soliti noti.
Per quanto ci possa consolare il pensiero che corruzione e lobbismo siano radicati ovunque, non c’è terra dove la corruzione sia quasi “istituzionale”, come avviene in Italia. Condite “l’insalata nucleare” italiana con un po’ d’ignoranza e tanta voglia di soldi sicuri da distribuire ai famelici appetiti della politica e dei baroni dell’economia, ed ecco la risposta.

La questione si sposta dunque dal settore tecnico alla politica: ci rendiamo conto che, per molti, questa è la classica scoperta dell’acqua calda, ma riteniamo che ogni tanto sia necessario “rinfrescare” le idee. Soprattutto a coloro i quali, dopo le elezioni regionali, si vedranno “recapitare” una centrale nucleare sulla cocuzza: mentre ENEL ed ENI si fregheranno le mani contente – e con esse il Tesoro, che ha importanti partecipazioni azionarie in entrambe le holding – quei “fortunati” vedranno le loro abitazioni precipitare ad un terzo del loro valore. Contenti loro.

Cosa possiamo fare?
L’unica forza politica che ha lanciato una petizione contro la costruzione delle centrali nucleari è stata “Per il Bene Comune”[12], la quale ha consegnato le prime 50.000 firme alla Presidenza della Repubblica, senza che – fino ad ora – sia giunta risposta (se gli amici di PBC hanno novità in merito, saremmo felici se ci aggiornassero, nei commenti o direttamente all’autore).
PBC non ha passato sotto silenzio che il referendum del 1987 fu un pronunciamento contro l’energia nucleare nel nostro Paese: si potrà affermare che il meccanismo di qualsiasi referendum abrogativo prevede l’abolizione di una norma, come in quel caso furono abrogate le norme che prevedevano l’impianto delle centrali di Caorso e di Montalto di Castro (semplifico un po’ la questione).
In pratica, furono abrogate le norme per quelle centrali, ed oggi ci sono nuove norme (emesse dall’attuale governo) che, per essere parimenti abolite, necessiterebbero di un altro referendum. Questo è il “corso” giuridico.

Non ci si può, però, nascondere dietro ad un dito perché gli italiani – concediamo che la vicenda di Chernobyl abbia, all’epoca, modificato i consensi – si pronunciarono chiaramente contro il nucleare. Oggi, sono favorevoli?
Per niente.
Secondo una ricerca effettuata da “Il Sole 24 ore”[13] – che non è certo una fonte “comunista” – solo il 26,3% degli italiani è disposto ad accettare una centrale sul proprio territorio. E, tutto questo, nonostante il buon Mannehimer si sia tanto dato da fare per organizzare – lo scorso 12 Novembre 2009 – un bel convegno con un titolo che era tutto un programma: “Energia nucleare: la gestione del consenso”[14].
Insomma, ‘sti italiani sono contrari, lo erano già nel 1987: come facciamo a farli cambiare opinione? Va da sé che se la sono “sparata” fra di loro e basta: di voci contrarie, manco l’ombra.
Il buon Mannheimer deve aver fatto un bel flop, tanto che il governo sarà costretto a militarizzare le aree delle centrali.

E l’opposizione?
L’UDC è favorevole, mentre Di Pietro ha recentemente dichiarato di voler promuovere due referendum abrogativi[15], contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Ma, Di Pietro, è la stessa persona che si alleò con il Presidente della Regione Molise Iorio (all’epoca, Forza Italia) contro il primo “campo” eolico italiano off-shore. La vicenda è comica, e la trattammo in “Venti nucleari”[16].
Farà seguire alle parole i fatti? Ah, saperlo…
Non è il caso di chiederlo al PD – che, paradossalmente, si dichiara contrario al nucleare e favorevole all’eolico[17] – per il problema che, loro, prima dovrebbero trovare il PD.

Perciò, l’unica via da seguire è appoggiare PBC nella sua petizione e chiedere, finalmente, a Pietruzzo cosa vuol fare da grande. Ha un partito, è in Parlamento, può lanciare la raccolta di firme: il 75% degli italiani non vuole quelle centrali.
Se ci sei, Pietruzzo, batti un colpo: altrimenti, taci.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Ringraziamo Truman Burbank per essersi reso disponibile alla revisione del testo.

[1] Vedi : http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87890&idCat=81
[2] Fonte: http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=127
[3] Vedi : http://www.greenpeace.org/italy/news/olkiluoto-nucleare
[4] Fonte: http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/comunicati/costi-nucleare
[5] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/nucleare3/decreto-legge-siti/decreto-legge-siti.html
[6] Fonte : Immacolata Niola (Cattedra di Merceologia, Università di Napoli Federico II) – La nuova frontiera dell’energia eolica : lo sfruttamento delle risorse off-shore – pubblicato su Ambiente, Risorse Salute – Numero 105 – Settembre/Ottobre 2005.
[7] Fonte: http://www.ecoage.it/eolico-costo-aerogeneratori.htm
[8] Vedi: http://atlanteeolico.erse-web.it/viewer.htm
[9] i: http://www.latermotecnica.net/pdf_riv/200907/20090713003_1.pdf
[10] Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Impianto_solare_termodinamico
[11] Vedi: http://www.carlobertani.it/vattelapesca_forever.htm
[12] Vedi: http://www.perilbenecomune.org/index.php?p=24:6:2:119:198
[13] Vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/10/nucleare-sondaggio-italia.shtml?uuid=9b96e626-b34b-11de-bd42-b647cd45635a&DocRulesView=Libero
[14] Vedi: www.enea.it/eventi/eventi2009/EnergiaNucleare121109.pdf
[15] Fonte: http://www.zero321.it/index.php/component/content/article/53-novara/2602-di-pietro-a-novara-due-referendum-abrogativi-per-il-nucleare-e-lacqua-appoggio-convinto-a-bresso
[16] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2009/03/venti-nucleari.html
[17] Vedi: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=51529