17 gennaio 2010

Arriva il Bengodi nucleare

Mentre i giornali ci solleticano con le abituali vicende legate alle tasse – oggi si tolgono, domani no, troppo tardi, forse dopodomani… – oppure con le molte leggi e leggine utili a riformare la giustizia (minuscolo) per il solo comprensorio di Arcore, sono state emanate le direttive per le future centrali nucleari. In sostanza, si dice che dovranno essere vicine all’acqua e lontane dalle aree sismiche: elucubrazioni che, anche chi non è Pico della Mirandola, già sapeva.
Poi si parla d’incentivi: una manna – gente! – incentivi “a pioggia”, per tutti! Chi vorrà, potrà prendere visione del decreto in nota[1].
Insomma, con il “rientro” di 95 miliardi di euro, grazie al bel regalo dello “Scudo Fiscale” – hanno pagato il 5% di tasse mentre avrebbero dovuto pagare il 40% – ci saranno tanti soldini per fare tante cose, nucleare compreso?

Ma, quanto costa una centrale nucleare?

Il costo medio attuale di una centrale nucleare è di circa 2000-2200 euro/kWe installato, ovvero il costo in conto capitale di una centrale da 1000 MWe è di circa 2 miliardi di euro. Il costo dell’EPR da 1600 MWe (il reattore europeo di III Generazione fornito dalla franco-tedesca Areva) è di 3 miliardi di euro[2].

In realtà, sul Web circolano anche altre cifre – qualcuno arriva a dichiarare 15-20 miliardi di euro per il solo reattore – ma quelle più attendibili variano in una “forbice” fra 3-7 miliardi di euro. Il nodo, non facile da districare, riguarda cosa s’intenda per “costo”: il reattore, oppure la struttura? Entrambi?
Non dimentichiamo che, proprio per il nucleare, ci sono delle procedure d’infrazione aperte dall’UE per il finanziamento “occulto”, usando fondi statali per finanziare imprese private, che lavorano in quello che dovrebbe essere un libero mercato[3]. Insomma, un ginepraio.
In effetti, la cifra di 5 miliari di euro per una centrale (struttura + reattore) da 1600 MWe è credibile, ma qui salta fuori un altro coniglio dal cappello: la “levitazione” dei costi.

Un chiaro esempio di questi problemi è la costruzione in corso a Okiluoto, in Finlandia, di un reattore europeo pressurizzato ad acqua (EPR) di nuova generazione – il primo reattore di questo tipo – che dopo soli diciotto mesi di costruzione ha già accumulato un ritardo di diciotto mesi sul programma, superando già adesso il budget previsto di 700 milioni di euro[4].

I tempi di costruzione delle centrali, dagli anni ’70 ad oggi, sono praticamente raddoppiati: per la maggior complessità tecnologica, per i sistemi di sicurezza, ecc. Se non sono riusciti a star “dentro” nei tempi (e quindi nei costi) tutti gli altri, c’è da sperare che ci riusciremo noi italiani?
Si potrà ricordare che il reattore finlandese è di nuova generazione, ma il fenomeno del procrastinarsi dei tempi di costruzione è un fenomeno planetario, che riguarda anche le centrali non sperimentali.

Poi, bisogna conteggiare i finanziamenti per “compensazione” alle popolazioni (termine assai poco chiaro) che ammonteranno a 3-4000 euro/anno per MWe installato: in pratica, una centrale da 1.600 MWe sborserà a “qualcuno” circa 6 milioni di euro l’anno.
Nel decreto recentemente approvato[5], si parla addirittura di “interventi a pioggia” per tutti: Comuni, Province, sconti sull’IRPEF, sulle forniture elettriche…ancora…roba da Babbo Natale Atomico, mica scherzi.
Saremo curiosi di verificare, dopo le elezioni regionali, quando si saprà chi si “beccherà” la centrale sulla cocuzza – prima no, ovvio, votate tranquilli… – quante di queste “piogge” di denaro rimarranno.
Bisogna stare attenti quando si parla di provvedimenti a favore della popolazione, perché quei soldi s’intendono dati agli amministratori locali, che sono cosa assai diversa dalle popolazioni.
Scusate il sospetto, ma i trucchi delle tre carte di Tremonti li conosciamo da tempo: magari “cartolarizzerà” quei benefici, “spalmandoli” in 25 esercizi finanziari…roba del genere…ma la centrale arriverà, sicuro. Cioè, sicuro: forse.
Calcolando benefici a “pioggia”, costi di costruzione e quant’altro…chiudiamo la faccenda a 7 miliardi di euro per una centrale da 1.600 MWe per 25 anni? Senza considerare, ovviamente, l’Uranio, il personale, le scorie…

I sostenitori del nucleare affermano che la “forza” di quel sistema è una produzione continua, senza interruzioni: falso. Anche le centrali nucleari, come tutti i sistemi complessi, necessitano di manutenzione: altrimenti, si spalancano veramente le porte dell’Inferno Nucleare.
E’ appena passato Natale e vogliamo essere generosi: concediamo a quelle centrali di produrre alla massima potenza per l’80% del tempo, da quando entreranno in funzione (circa 2020) al 2045.
Una centrale da 1.600 MWe produrrà, in un anno (all’80%), circa 11,2 milioni di MWh (11,2 TWh), in 25 anni 280 milioni di MWh (280 TWh).

Quanta potenza elettrica di fonte eolica sarebbe possibile installare con 7 miliardi di euro?
Calcolando il costo di 1 MW di potenza eolica installato in mare – lontano dalla costa, su piattaforma ancorata, invisibile da terra – in 1,3 milioni di euro[6] (+ 25-30% rispetto agli impianti a terra[7]), potrebbero essere installati 5.385 MW. Quanto produrrebbero in 25 anni?

Siccome le mappe eoliche del CESI[8] stimano nella aree marine del basso Adriatico, del Canale di Sicilia e del Sud della Sardegna (fondali inferiori ai 100 m) una produzione alla massima potenza per +3.000 ore l’anno, quegli aerogeneratori produrrebbero, sempre in 25 anni, circa 404 milioni di MWh (404 TWh). 124 TWh in più della centrale nucleare!
Crediamo bene che gli alfieri della “estetica ambientale” si spellino la lingua, in TV, contro l’eolico: potremmo addirittura ipotizzare che qualcuno paghi, e parecchio, per tanto fervore!
Difatti, negli altri Paesi stanno abbandonando il nucleare per investire nell’eolico: lo fa, addirittura, l’ENEL in Texas!

124 TWh in più senza considerare che la manutenzione dell’eolico è infinitamente meno onerosa rispetto ai costi del materiale fissile, del personale e della custodia delle scorie (peraltro, ben lontana dal trovare una soluzione)!
A questo punto c’è la solita obiezione: le rinnovabili non sono affidabili poiché intermittenti, poco costanti.
Ciò è vero, e sarebbe una follia affidarsi al solo eolico.

Carlo Rubbia – oramai solo “di passaggio” in Italia – non ha mancato di “tirare le orecchie” al governo per lo strampalato piano energetico di Scajola & Co: riteniamo che un Nobel italiano, il quale sta operando proprio nel campo delle rinnovabili (solare termodinamico), almeno il diritto di togliersi qualche sassolino dalla scarpa (per come è stato trattato…) ce l’abbia.
In qualsiasi Paese – diciamo solo “normale” – sarebbe Rubbia a stendere il piano energetico, anche perché il solare termodinamico sta funzionando benissimo in Spagna, i tedeschi stanno cercando joint venture per installarlo in Africa, Israele ci sta pensando, così l’Algeria, il Marocco…
Insomma, tante nazioni rivierasche del Mediterraneo puntano su sole e vento…e noi – ma saremo proprio i più furbi della nidiata? – pianifichiamo un obbrobrio costoso, tutto d’importazione, meno redditizio e…ancora cantiamo?

Un serio piano energetico dovrebbe poggiare principalmente su tre direttrici: solare termodinamico, eolico e biomasse di scarto. Perché?
Poiché le energie naturali sono anche energie stagionali, ossia dipendenti dalla meteorologia, dalla stagione, dai capricci del tempo.
Se è vero che il solare termodinamico, grazie all’inerzia delle alte temperature generate, riesce a soddisfare anche la richiesta notturna (che è sensibilmente inferiore di quella diurna, circa 1/6), poco può fare quando ci sono prolungati periodi di cielo coperto. In Inverno, ad esempio.
Ma, proprio in Inverno, in Primavera ed in Autunno la circolazione dei venti è consistente, favorendo così l’eolico. Il quale, è certamente meno favorito d’Estate (ampia omeotermia nel Mediterraneo, e quindi ridotta circolazione dei venti), quando il termodinamico raggiunge le migliori rese.

Ogni anno, poi, in Italia generiamo 30 milioni di tonnellate di scarti dell’agricoltura, della silvicoltura e delle industrie di trasformazione (segherie, ecc): scarti “puliti”, non come i rifiuti, materiali che si possono utilizzare ovunque.
Calcolando in circa 4.000 Kcal/Kg l’energia che si può ricavare da quegli scarti, essi corrispondono all’incirca a 12 MTEP, ossia a 12 Milioni di Tonnellate di Petrolio, circa il 6% del fabbisogno energetico nazionale.
Di più: proprio perché quegli scarti non inquinano, potrebbero essere utilizzati in un ciclo combinato, ossia per produrre energia elettrica e riscaldare le abitazioni con il vapore esausto delle turbine.
Oggi, nelle centrali termoelettriche, il rendimento non supera il 35%: la gran parte dell’energia se ne va, sprecata, nei fiumi e nel mare, nelle acque usate per il raffreddamento nei condensatori. Nelle centrali a ciclo combinato – proprio perché il calore non viene dissipato bensì utilizzato per riscaldare le case – il rendimento raggiunge già oggi il 60%[9], ma con l’affinarsi delle tecnologie potrebbe migliorare.

Vorremmo proporre una considerazione ed un’esortazione.
Abbiamo fior fiore di tecnici e ricercatori, bravissimi, in grado di progettare e migliorare qualsiasi settore energetico: sanno fare bene il loro lavoro, al punto che alcune piccole industrie lavorano come sub-contraenti per l’industria eolica. Abbiamo aziende in grado di produrre meccanica di precisione, elettronica di supporto, ecc: non sono questi i problemi.
Mancano filosofi.
Ci vogliono persone in grado di dialogare, di proporre, di valutare – senza pelli di salame agli occhi – le future scelte.
Avere un Rifkin sarebbe chiedere troppo?
Forse mi sono sbagliato, i “filosofi” ci sono: non mancherà, per caso, chi li dovrebbe interpellare? Ad ascoltare certe fregnacce televisive, il dubbio viene.
E veniamo all’esortazione.

Prima di gettare nel nucleare del 2020 miliardi che, per ora, manco ci sono, perché non modificare il piano energetico – a questo punto suddiviso su più esercizi finanziari e con “ritorno” quasi immediato degli investimenti, non nel 2020 – su quelle tre direttrici come esperimento pilota?
Tralasciamo, in questa sede, altre forme d’energia, il risparmio energetico e il dilemma di scegliere fra grandi impianti oppure sistemi per l’autosufficienza energetica: la questione diverrebbe troppo complessa, e ci torneremo in un prossimo articolo.
Restringendo l’indagine a questi soli tre sistemi di produzione energetica: quale scenario potremmo ipotizzare?

Alcune centrali termodinamiche nel Sud, “campi” eolici in mare e centrali a biomasse laddove c’è più produzione di scarti agricoli. Poi, fra pochi anni – da tre a cinque, non nel 2020 – potremmo già tracciare delle conclusioni, verificare i problemi, migliorare i sistemi, ecc.

Distribuendo i campi eolici al limite delle acque territoriali (12 miglia, circa 23 Km, invisibili da terra), in tre zone ben definite: le coste adriatiche pugliesi, il Canale di Sicilia e l’area a Sud di capo Teulada, l’incostanza del sistema eolico sarebbe compensata dalla distanza poiché, chiunque abbia un minimo d’esperienza di mare, sa che è praticamente impossibile avere le medesime condizioni di vento in aree così distanti.

Le centrali a biomasse potrebbero sorgere nei pressi di grandi città della pianura padana (forte produttrice di scarti agricoli), così da non incorrere in significative perdite per il trasferimento sulla rete elettrica di distribuzione e facilitando, per la stessa ragione, il teleriscaldamento delle abitazioni. Funzionando prevalentemente durante l’Inverno, compenserebbero la scarsa produzione termodinamica.
Un’accorta programmazione – dato che il trasporto delle biomasse è uno dei principali fattori di costo – prevedrebbe, in parallelo, di riattare la rete fluviale italiana, dal Po ai canali limitrofi, compresa l’area veneta, ed un maggiore impulso alla navigazione di cabotaggio. Sono interventi non molto costosi, per altro finanziabili in parte con fondi europei.

Per le centrali termodinamiche servono poche parole: che fine ha fatto la modesta centrale sperimentale di Priolo Gargallo, appaltata all’ENI per la costruzione e la messa in esercizio? Di questo passo, potremmo dare in appalto l’Arma dei Carabinieri ad una holding paritetica fra Mafia, Camorra e N’drangheta.
In realtà, il termodinamico sta avanzando nel Pianeta[10], e in Spagna stanno passando dalle prime centrali da 50 MW a quelle, in fase di progettazione, da 300 MW. Se e quando funzionerà Priolo Gargallo, sarà una delle prime centrali progettate, ma avrà la minor potenza fra tutte le altre: 5 MW.
Tutto questo, nonostante Rubbia abbia dimostrato che una superficie di specchi pari a quella compresa all’interno del raccordo anulare di Roma provvederebbe, da sola, ad un terzo del fabbisogno nazionale.

Concludendo, potremo riassumere la faccenda in poche considerazioni.
I dati sui costi reali dell’energia nucleare sono soggetti ad una continua disinformazione e facciamo notare che, nella nostra analisi, non abbiamo considerato i costi dell’Uranio né quelli del personale e neppure la custodia delle scorie, assai onerosa, come avevamo già analizzato nel nostro “Vattelapesca forever”[11].
Programmare delle centrali per il 2020 è un’operazione molto azzardata, poiché il costo dell’Uranio ha goduto, dal 1990 in poi, di un importante calmiere del prezzo, dovuto allo smantellamento di moltissime testate belliche del dopoguerra (gli accordi SALT, ecc). Oggi, quella “manna” è terminata, ed il prezzo dell’Uranio – che influisce sulla produzione elettrica per un 5-10% – è in costante aumento.
Nel 2020 non sappiamo a quanto arriverà il prezzo del minerale, poiché dieci anni – in mercati così volatili – possono riservare di tutto: vento, sole ed acqua costeranno quanto costano oggi, cioè niente. Le tecnologie per captare le energie naturali, al contrario, man mano che s’affinano e migliorano abbassano il costo del KWh prodotto.
Da ultimo, ricordiamo che il costo d’impianto oggi stimato per il nucleare è di 2,2 milioni euro per MW, mentre quello dell’eolico è di un milione per le installazioni a terra e di 1,3 milioni per quelle in mare.
Perciò, la scelta insensata va oltre la querelle sulla sicurezza delle centrali: si costruiscono obsoleti macinini ad Uranio e non si guarda oltre. Siamo un paese vecchio, che teme le novità, la ricerca, la sperimentazione. Nuove verità che affossino antiche credenze mettono in dubbio false sicurezze: ma, le false certezze, sono destinate da sole a crollare.

Non siamo ingenui: conosciamo perfettamente la ragione che conduce l’Italia lontano dalle fonti rinnovabili e ad affidarsi, quando quasi tutti gli altri lo stanno abbandonando, al nucleare.
Qualsiasi produzione energetica che necessiti di un rifornimento costante di materiali produce flussi di denaro e, su quei flussi di denaro, la corruzione crea enormi ricchezze per i soliti noti.
Per quanto ci possa consolare il pensiero che corruzione e lobbismo siano radicati ovunque, non c’è terra dove la corruzione sia quasi “istituzionale”, come avviene in Italia. Condite “l’insalata nucleare” italiana con un po’ d’ignoranza e tanta voglia di soldi sicuri da distribuire ai famelici appetiti della politica e dei baroni dell’economia, ed ecco la risposta.

La questione si sposta dunque dal settore tecnico alla politica: ci rendiamo conto che, per molti, questa è la classica scoperta dell’acqua calda, ma riteniamo che ogni tanto sia necessario “rinfrescare” le idee. Soprattutto a coloro i quali, dopo le elezioni regionali, si vedranno “recapitare” una centrale nucleare sulla cocuzza: mentre ENEL ed ENI si fregheranno le mani contente – e con esse il Tesoro, che ha importanti partecipazioni azionarie in entrambe le holding – quei “fortunati” vedranno le loro abitazioni precipitare ad un terzo del loro valore. Contenti loro.

Cosa possiamo fare?
L’unica forza politica che ha lanciato una petizione contro la costruzione delle centrali nucleari è stata “Per il Bene Comune”[12], la quale ha consegnato le prime 50.000 firme alla Presidenza della Repubblica, senza che – fino ad ora – sia giunta risposta (se gli amici di PBC hanno novità in merito, saremmo felici se ci aggiornassero, nei commenti o direttamente all’autore).
PBC non ha passato sotto silenzio che il referendum del 1987 fu un pronunciamento contro l’energia nucleare nel nostro Paese: si potrà affermare che il meccanismo di qualsiasi referendum abrogativo prevede l’abolizione di una norma, come in quel caso furono abrogate le norme che prevedevano l’impianto delle centrali di Caorso e di Montalto di Castro (semplifico un po’ la questione).
In pratica, furono abrogate le norme per quelle centrali, ed oggi ci sono nuove norme (emesse dall’attuale governo) che, per essere parimenti abolite, necessiterebbero di un altro referendum. Questo è il “corso” giuridico.

Non ci si può, però, nascondere dietro ad un dito perché gli italiani – concediamo che la vicenda di Chernobyl abbia, all’epoca, modificato i consensi – si pronunciarono chiaramente contro il nucleare. Oggi, sono favorevoli?
Per niente.
Secondo una ricerca effettuata da “Il Sole 24 ore”[13] – che non è certo una fonte “comunista” – solo il 26,3% degli italiani è disposto ad accettare una centrale sul proprio territorio. E, tutto questo, nonostante il buon Mannehimer si sia tanto dato da fare per organizzare – lo scorso 12 Novembre 2009 – un bel convegno con un titolo che era tutto un programma: “Energia nucleare: la gestione del consenso[14].
Insomma, ‘sti italiani sono contrari, lo erano già nel 1987: come facciamo a farli cambiare opinione? Va da sé che se la sono “sparata” fra di loro e basta: di voci contrarie, manco l’ombra.
Il buon Mannheimer deve aver fatto un bel flop, tanto che il governo sarà costretto a militarizzare le aree delle centrali.

E l’opposizione?
L’UDC è favorevole, mentre Di Pietro ha recentemente dichiarato di voler promuovere due referendum abrogativi[15], contro il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Ma, Di Pietro, è la stessa persona che si alleò con il Presidente della Regione Molise Iorio (all’epoca, Forza Italia) contro il primo “campo” eolico italiano off-shore. La vicenda è comica, e la trattammo in “Venti nucleari”[16].
Farà seguire alle parole i fatti? Ah, saperlo…
Non è il caso di chiederlo al PD – che, paradossalmente, si dichiara contrario al nucleare e favorevole all’eolico[17] – per il problema che, loro, prima dovrebbero trovare il PD.

Perciò, l’unica via da seguire è appoggiare PBC nella sua petizione e chiedere, finalmente, a Pietruzzo cosa vuol fare da grande. Ha un partito, è in Parlamento, può lanciare la raccolta di firme: il 75% degli italiani non vuole quelle centrali.
Se ci sei, Pietruzzo, batti un colpo: altrimenti, taci.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

Ringraziamo Truman Burbank per essersi reso disponibile alla revisione del testo.

[1] Vedi : http://www.cittadinolex.kataweb.it/article_view.jsp?idArt=87890&idCat=81
[2] Fonte: http://titano.sede.enea.it/Stampa/skin2col.php?page=eneaperdettagliofigli&id=127
[3] Vedi : http://www.greenpeace.org/italy/news/olkiluoto-nucleare
[4] Fonte: http://www.greenpeace.org/italy/ufficiostampa/comunicati/costi-nucleare
[5] Fonte: http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/ambiente/nucleare3/decreto-legge-siti/decreto-legge-siti.html
[6] Fonte : Immacolata Niola (Cattedra di Merceologia, Università di Napoli Federico II) – La nuova frontiera dell’energia eolica : lo sfruttamento delle risorse off-shore – pubblicato su Ambiente, Risorse Salute – Numero 105 – Settembre/Ottobre 2005.
[7] Fonte: http://www.ecoage.it/eolico-costo-aerogeneratori.htm
[8] Vedi: http://atlanteeolico.erse-web.it/viewer.htm
[9] i: http://www.latermotecnica.net/pdf_riv/200907/20090713003_1.pdf
[10] Vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Impianto_solare_termodinamico
[11] Vedi: http://www.carlobertani.it/vattelapesca_forever.htm
[12] Vedi: http://www.perilbenecomune.org/index.php?p=24:6:2:119:198
[13] Vedi: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Economia%20e%20Lavoro/2009/10/nucleare-sondaggio-italia.shtml?uuid=9b96e626-b34b-11de-bd42-b647cd45635a&DocRulesView=Libero
[14] Vedi: www.enea.it/eventi/eventi2009/EnergiaNucleare121109.pdf
[15] Fonte: http://www.zero321.it/index.php/component/content/article/53-novara/2602-di-pietro-a-novara-due-referendum-abrogativi-per-il-nucleare-e-lacqua-appoggio-convinto-a-bresso
[16] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2009/03/venti-nucleari.html
[17] Vedi: http://www.partitodemocratico.it/gw/producer/dettaglio.aspx?ID_DOC=51529

10 gennaio 2010

La nuova generazione: Pegaso contro Furia?


Questo è un lungo articolo, ve lo dico subito, così chi non se la sente d’affrontarlo può tranquillamente rivolgersi ad altro. E’ dedicato al problema di chi scrive, di chi legge, del loro rapporto dialettico e simbiotico, della possibilità che da questi rapporti ne possano nascere altri, più soddisfacenti per tutti, di natura politica e sociale.

Scrittori, giornalisti e bloggher

Tutti sappiamo scrivere, il problema è come si scrive. Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici della scrittura (ortografia, grammatica, ecc), un semplice programma come Word aiuta parecchio, giacché individua gli errori, o quasi. I veri problemi sono stilistici, ovvero dare coerenza al testo, e questo s’ottiene “sposando” l’argomento della trattazione con uno degli stilemi tradizionalmente usati nella letteratura italiana. Così, una trattazione scientifica avrà gli stilemi del saggio (precisione, linguaggio sintetico, citazioni, ecc) mentre un racconto userà un linguaggio più onirico, la favola, la suspense, ecc.
Queste sono, però, regole di massima, giacché un bravissimo scrittore potrebbe raccontare la sintesi delle proteine con lo stile della favola, ed a soluzioni del genere ricorrono gli scrittori della letteratura rivolta ai ragazzi, ma non è detto che non si possano ottenere buoni risultati anche con gli adulti.
Il mestiere di chi scrive, dunque, è quello di coordinare tutti questi aspetti e farli convivere armoniosamente.

Simili “percorsi” avvengono nella musica, laddove la parte “tecnica” vi potrà rendere perfetti esecutori, mentre per diventare “musicisti” ci vuole l’ispirazione e parecchio “mestiere”. Le doti che consentirono a Beethoven – oramai sordo – di scrivere la Nona Sinfonia senza averla mai ascoltata. Oppure, come per Grieg, scrivere il Peer Gynt in una baracca che sorgeva in un fiordo, dove non c’era nemmeno un pianoforte. I musicisti possiedono la cosiddetta “scala assoluta” nella mente: potrete osservare, nel film “Amadeus” di Milos Forman, come (probabilmente, è solo un esempio) Mozart scrisse il Requiem. Tutti i musicisti dell’epoca scrivevano senza provare nulla: in un certo senso, la procedura è simile nella stesura del software, quando il testing (ossia, provare le sezioni di un programma) avviene solo dopo la scrittura (implementazione).
E i parallelismi fra i due mondi – letteratura e musica – non s’arrestano qui: la punteggiatura, per lo scrittore, ha molto della scelta del tempo per il musicista, mentre il poeta è senz’altro più correlato alla musicalità del testo.
L’ultima cosa – last but not least – è avere qualcosa da raccontare.

Tutti abbiamo qualcosa da raccontare: quando, stesi sul letto o in poltrona, di fronte al mare o sotto un albero d’Estate chiudiamo gli occhi, le immagini appaiono da sole. Fateci caso.
Le prime volte non presteremo troppa attenzione a queste fantasie – potrebbe anche essere un sogno erotico sulla vicina di casa – ma, se comprendiamo dove inizia il filo d’Arianna che conduce a raccontare, quel sogno erotico potrà diventare un racconto erotico, oppure la vicina viene misteriosamente uccisa e allora “parte” il giallo a sfondo erotico/sessuale. Ancora: la vicina scompare, nessuna sa più niente di lei. Il mistero, la scomparsa, l’Africa dov’è fuggita con un altrettanto misterioso amante, e via a descrivere persone, luoghi, situazioni…
Il percorso l’ho indicato, ma non è detto che tutti riescano a percorrerlo: anche disegnare o dipingere è un “percorso” tecnico e d’ispirazione, ma non sono mai riuscito ad andar oltre un disegno infantile.
Alcuni possiedono personalità poliedriche, che consentono loro d’esprimersi in più campi e con più mezzi: sta a noi capire a quale universale apparteniamo, senza crederci subito chissà chi, ma nemmeno castrare immediatamente le nostre potenzialità.

Gli scrittori – nella semplice accezione di chi scrive ed ha qualcosa da raccontare – scelgono poi diversi campi nei quali proporre la loro comunicazione: libri, giornali, blog. Da notare che, oggi, tutte queste forme sono perfettamente fruibili in modalità cartacea ed elettronica.
Spesso, nei commenti ad un articolo, qualcuno obietta che l’argomento è sì interessante, ma non completamente svolto: questo, è il limite dell’articolo. Per rendere quel testo completamente esauriente, lo scrittore sarebbe stato costretto a “sconfinare” nel saggio, ma a quel punto la lunghezza del testo avrebbe scoraggiato molti lettori ad affrontarlo.
Così, chi scrive, tende ad auto-limitarsi, cosciente che – per semplici questioni di tempo, stanchezza o poca abitudine ad affrontare testi lunghi e complessi – la gran parte dei lettori rifiuterebbe la lettura. E, qui, si apre un nuovo scenario.
Chi, oggi, legge?

Una delle conquiste della società moderna è stata la sconfitta dell’analfabetismo: almeno, la grossolana sconfitta dell’analfabetismo. Ecco un esempio d’argomento tronco: se dovessi argomentare sugli attributi dell’analfabetismo (tradizionale, di ritorno, parziale, ecc), sarebbe necessaria una pagina in più.
Stabilito che solo una piccola parte della popolazione non sa leggere un testo, man mano che il livello degli argomenti proposti (ed il corrispondente linguaggio) aumentano per complessità, cala il numero dei lettori in grado di comprenderlo.
I quali, però, mantengono immutato il loro diritto di critica: questo spiega molti commenti campati per aria, che non hanno coerenza. Insomma, la classica situazione di chi indica il cielo e nella quale c’è chi s’ostina ad osservare il dito. Perché?
Beh, riflettiamo su una semplice constatazione: prima della Seconda Guerra Mondiale, poche persone superavano le scuole elementari. Dopo la guerra, divenne uno “standard” la terza media: per una maturità superiore, conseguita da quasi tutta una generazione, bisogna giungere ad oggi. Per questa ragione l’informazione sul Web è principalmente fruita da persone più istruite.
La circolazione dell’informazione, come oggi la conosciamo, vive solo da un decennio: prima, o acquistavi un giornale, oppure nulla. Questo, ha cambiato profondamente il mondo della comunicazione, e siamo solo agli inizi.
Ovunque, sul Web, troviamo informazione su tutto: vuoi preparare un piatto da gran chef? Vai al sito delle ricette. Vuoi sapere qualcosa di più su Giustiniano? Eccoti servito.
Ma, siamo preparati ad affrontare questo mare d’informazione?

Questo spiega la gran diffusione dei blog, ma non cadiamo nell’errore di pensare che il blog non esistesse prima di Internet: mai madre, a sua insaputa, è una bloggher giacché da decenni tiene un diario.
Il blog, questo è e non altro: importantissimo, poiché istantaneo. Se siamo riusciti a sapere molte cose sulla sporca guerra in Iraq, lo dobbiamo ai soldati americani i quali – muniti di palmare e di telefono satellitare – inviavano direttamente i post sui loro blog negli USA, spesso by-passando la censura dei giornalisti ufficiali, i cosiddetti “embedded”.
Il limite del blog è spesso lo spazio: nato come il successore elettronico del diario, mal si presta per analisi lunghe e dettagliate, anche se è tecnicamente possibile.
Nei blog, s’incontrano nello stesso luogo due diversi tipi di lettori: coloro che sono alla ricerca di un’informazione a largo spettro, forzatamente superficiale, con quelli che desiderano, invece, approfondire.
Ne nasce una confusione di termini: chi scrive su importanti siti si ritiene un giornalista, ma non c’è “giornale” in senso stretto, mentre anche le grandi testate, se vogliono sopravvivere, sono state obbligate a migrare sul Web ed a concedere i commenti, pur debitamente “purgati”.

La febbre del commento ha oramai pervaso tutto il Web: tutti vogliono commentare su tutto, sempre. Perché? Poiché, con la chiusura di tutti gli spazi di democrazia partecipativa tradizionale – talvolta solo effimeri consessi, ma pur sempre qualcosa – l’unico luogo dove farsi ascoltare è rimasto il Web. Riflettiamo sul significato e sulla partecipazione alla vita politica dei partiti in ambiti locali – il dibattito nelle sezioni – di pochi decenni or sono, e confrontiamolo con il canale a senso unico della politica in TV.
Dopo la prima Samarcanda – nella quale si correva il rischio d’incontrare non diciamo proprio il cittadino comune, ma almeno il presidente di una sconosciuta associazione, il responsabile di uno sperduto centro sociale, ecc – sono arrivate trasmissioni dove i tempi vengono suddivisi fra i politici con il manuale Cancelli. E la gente? Parterre, claque e basta.
Ovvio che, se nessuno m’ascolta, appena trovo uno spazio mi ci butto a pesce, e questo è l’aspetto positivo.
L’aspetto negativo, che finisce spesso per depotenziare totalmente la comunicazione nei siti dove si commenta, è che la critica ha dei canoni. Per carità: non tiriamo fuori la solfa della critica “costruttiva”, che fa tanto politically correct! D’altro si tratta.
Lo scrivente, che sa assai poco d’arti figurative, quando si trova (magari accompagnando una scolaresca in gita) di fronte ad un edificio di pregio architettonico o ad un quadro, esprime sempre dei giudizi estetici personali: mi piace, è armonico. No, non mi piace, ecc.
Mai, mi lancerei in analisi del tipo «L’abside ha pregevoli forme, mentre il transetto sembra incoerente, per stile e forme, con il resto del…» e così via. Cosa ci ricaverei? Probabilmente una brutta figura.

Invece, nei commenti, persone che non sanno nulla di petrolio o d’energia (e si capisce subito) si mettono tranquillamente a dissertare, assicurando che sì, è evidente che il petrolio ha origine inorganica. Oppure che no, non è vero.
Entrambe le critiche necessiterebbero di spazio e d’argomentazioni a sostegno: allora, come si risolve? S’incolla un bel collegamento ad un video ed il gioco è fatto. Giusto così?
No, perché qualsiasi contenuto esterno va presentato mediante un abstract: se ricorro ad un parere esterno, dovrò comunicare le ragioni che mi hanno condotto a sposare quella tesi. Perché? Poiché il collegamento esterno potrebbe contenere, a sua volta, imprecisioni e dubbi, e quindi non sortirebbe altro effetto che confondere ulteriormente.
Esempio: si fa presto a citare il rapporto Leuchter per quanto riguarda le camere a gas naziste ma…qualcuno ha provato a sondare le varie ipotesi per capire se sono fondate, oppure le ha prese per buone e via così? Le pietre che non contengono sufficienti quantità di residui di gas – e questa diventerebbe la prova della non esistenza di tutto l’ambaradan – di che tipo sono? Qual è la permeabilità ai gas di quel tipo di roccia? La curva di decadimento, per la concentrazione di quello specifico gas e per quel tipo di roccia, è conosciuta?
E questo vale per il mutamento climatico, per questioni finanziarie, per molte tesi “complottiste”, ecc.
Può commentare, dunque, solo chi è esperto, ha certezze che derivano dal suo curriculum studiorum? Non è detto: anche il grande “esperto” prende gran cantonate.
Come si può, allora, commentare?

Lo sforzo di commenta è, se non proprio pari a quello di chi scrive, di poco inferiore: la critica comporta l’attenta comprensione di un testo, l’approfondimento delle parti che si considerano dubbie e, infine, l’implementazione di una diversa coerenza che sia credibile, solida.
Secondo il metodo scientifico post-galileiano – dalle parti di Russell e Popper – è compito della critica proprio vagliare la produzione letteraria, saggistica, scientifica, ecc degli autori, giacché è solo sapendo che il proprio lavoro sarà attentamente vagliato che si distruggono gli assolutismi, di qualsiasi natura. Non riteniamo, però, che Russell e Popper considerassero come valida critica un commento del tipo: “E’ solo una str…zata: ascoltate qui, su http//www.youtube…”

Comunicazione, politica, cambiamento

Per quanto ci sforziamo, non troviamo nella Storia un solo evento nel quale un giornale (principale media dell’epoca) sia riuscito a scatenare un mutamento politico. Della serie: domattina, ore 8, tutti in piazza per…
E’ altrettanto vero, però, che i grandi mutamenti sono stati tutti catalizzati dall’informazione, almeno nella Storia Moderna e Contemporanea.
Che ne sarebbe stato della Rivoluzione Francese, senza gli Enciclopedisti? E di quella sovietica, senza il lavoro teorico prima di Marx e poi di Lenin? Tutte le grandi rivoluzioni – a partire da quella inglese – giunsero dopo l’invenzione della stampa.
Ma, sull’altro versante, c’erano condizioni sociali veramente estreme: perdita delle Terre Comuni, fame, carestie, guerre. Ed un’avanguardia in grado d’interpretare quei fenomeni.
Chi si aspetta, quindi, che l’informazione “a 360 gradi” sul Web, con libertà di commento – e dunque bi-direzionale – possa condurre da sola a nuove formazioni politiche – le quali produrranno quel cambiamento che in tanti aspettiamo, per veder scomparire nel ricordo questo brutto palcoscenico della politica italiana e far posto, almeno, ad un Paese “normale” – è un illuso.
Sull’altro versante, l’unica via per incrinare l’apparente, cristallina solidità degli apparati di potere, è l’informazione. Una contraddizione in termini? No.

Galileo accettò il verdetto dei cardinali ma, la prima cosa che fece appena riconquistata la piena libertà, fu inviare ad Amsterdam i suoi manoscritti affinché fossero pubblicati: Amsterdam, al tempo, non era più nelle generiche “Fiandre”, bensì nelle Zeven Provincien, le Province Libere. Liberate dal potere della Chiesa Cattolica con l’affrancamento dalla corona di Spagna.
Durante il Fascismo, vi furono numerose pubblicazioni clandestine – che circolavano in Italia ma, soprattutto, all’estero – e in quelle pubblicazioni il dibattito politico, negato dal potere, proseguì. Altrimenti, col cavolo che nel 1947 ci sarebbe stata una classe politica d’alto livello, in grado di scrivere una delle migliori costituzioni del Pianeta!
Per certi aspetti, il Web è oggi una pubblicazione clandestina, tanto è vero che vi sono molti, bravissimi scrittori, analisti, ecc…i quali, però, devono rimanere confinati sul Web, altrimenti sarebbero dirompenti per l’establishment. Che fine fecero fare a Benettazzo ad Anno Zero? Lo presentarono come un orfanello naif, una specie di grillo parlante. Trascurarono persino di presentarlo, e si dimenticarono anche – che caso! – di ricordare che aveva previsto con largo anticipo la crisi finanziaria. La stessa cosa avvenne con Chiesa e Blondet per l’11 Settembre, i quali furono abilmente immessi nell’arena, per recitare la parte del toro nella corrida.

Il media TV ha i suoi canoni di media mono-direzionale, ed a quella legge nessuno scampa: anche il giornalismo d’inchiesta, in TV, segue lo schema del reality. E’ intrattenimento politico, non dibattito.
Nessuno, sul Web, si sognerebbe di “in-trattenere” qualcuno perché mancano gli schemi per farlo: ovvio che si cambia canale come si cambia sito, ma in TV c’è lo spettacolo, i tempi sono orchestrati proprio all’insegna del veloce mutamento, per non “annoiare”. Così, si rimane annoiati da una serie di cambiamenti repentini, mentre s’attende il “coup de théâtre”. Che non giunge mai.
Non sono i contenuti, ma i tempi ad essere diversi. Leggere attentamente questo articolo, comporta una concentrazione che nessun media TV richiede: per contrappeso, le informazioni, i contenuti degli articoli rimangono ben impressi, fanno scaturire ulteriori dubbi, approfondimenti, ecc. La TV è, per antonomasia, usa e getta.
In altre parole, la pazienza del leggere e del ponderare quel che si legge è la “molla” che ci consente di salire di un livello nella comprensione della realtà: svuotati di tutto l’ambaradan pubblicitario e spettacolare, restiamo soli con un testo, noi e la nostra Gestalt. La TV non consente Gestalt, perché è lei stessa a fornirne una, pre-confezionata.

Ovviamente, chi segue questi percorsi, impara rapidamente e, altrettanto velocemente, desidererebbe quei cambiamenti che gli sembrano, oramai, tanto semplici quanto scontati. Vive, oramai, da Pegaso in mezzo alle mandrie che corrono nella prateria.
Si scontra, però, con la differenza – a questo punto “interpretativa” – della realtà che i due mezzi propongono: per questo le giovani generazioni (più informatizzate) sono più propositive, addirittura pragmatiche nella ricerca delle soluzioni. Man mano che si passa dal Web alla TV, le soluzioni proposte sono sempre più ingabbiate da preconcetti, giacché il media TV veicola, oltre allo spettacolo, una serie di limiti che diventano di fruizione quasi subliminale.
Ponete attenzione a quante volte viene citato l’aggettivo “corretto”: tale aggettivo passa come sinonimo di “giusto” ed invece è falso. Il verbo latino corrigo ha ben altro significato, mentre il Corregidor spagnolo era un ufficiale di nomina regia che aveva compiti di controllo coloniale. Altro che “giustizia”.
Così, anno dopo anno, vi diranno, vi ripeteranno che è necessario essere “corretti” e fabbricheranno un bozzolo intorno alla vostra personalità, al punto che sarete voi stessi a “correggervi” prima d’aprir bocca.

Sull’altro lato della via, invece, la libertà è totale e sconfina spesso in licenza. Non si tratta solo di un problema d’educazione, ma di pragmatismo.
Il dibattito sulla Shoà è spesso uno dei più crudi: non si lesinano insulti e minacce ma, a ben vedere, è quello che fornisce più frecce all’arco d’Israele per la sua politica terroristica nei confronti dei Palestinesi.
Indubbio che, sotto l’aspetto storico, la libertà di discutere deve essere garantita…ma…conviene? Forse che Irving o Trevor Roper mutarono una sola delle loro tesi, per un commento su un quotidiano o sul Web? No, però ci sarà chi sfrutterà quel commento per demonizzare tutto un sito.
Quando, un sito o blog seguito, con buone “penne”, riesce ad incidere?
Semplicemente quando fa quello che fanno tanti siti e blog: continuando a fornire informazione, a smascherare le pacchiane falsità, oppure ad indicare altre interpretazioni per un fenomeno che viene spacciato per unico ed inconfutabile.

Qui, dissento in parte con Paolo Barnard sulla necessità d’avere una struttura come lui l’ha indicata, ossia ben organizzata e, soprattutto, finanziata.
Certo, non ci sarebbe nulla di male a scrivere dandosi una veste redazionale – sicuramente la qualità del lavoro migliorerebbe – ma dubito che quella struttura sarebbe in grado di catalizzare la presa di coscienza della colossale finzione nella quale siamo immersi. Ossia, potrebbe fare senz’altro di più, ma l’errore sarebbe attendersi solo dall’informazione quel “go” verso il mutamento politico che l’informazione, storicamente, non ha mai avuto.
Inoltre, sono molto pessimista al riguardo di possibili “mecenate” che volessero sorreggere il reddito di cittadinanza, l’energia pulita, il riconoscimento del comunitarismo come valore fondante del vivere sociale…insomma, tutto quello che i tanti “Pegaso” del Web discutono da anni.
La Storia muta ogni istante, lentamente, inesorabilmente e, con essa, cambiano le nostre vite. Poi, apparentemente in maniera stocastica, succedono eventi di grande portata, che producono accelerazioni impensate solo la settimana prima. Pensiamo alle rivoluzioni, ma anche all’11 Settembre, che ha accelerato la caduta degli USA come dominatori assoluti del Pianeta.
Io credo fermamente nella forza e nell’importanza dell’informazione – e ritengo che il Web oggi sia un elemento veramente cruciale per la casta politico/affaristica al potere – però non penso che da siti o blog possa nascere qualcosa che, domani, sarà un nuovo soggetto politico. Forse potrebbe accadere in Germania – dove per fondare un partito bastano 50 firme – non certo in quest’Italia destinata inesorabilmente al disastro. Dopo una catarsi? Forse: scrivo articoli, non profezie.

L’aspetto economico

Da quando è nato il Web nella sua attuale forma, ovvero scambio d’informazione a largo raggio – poco più di un decennio – va per la maggiore che, chi produce cultura, debba farlo gratis.
Nessuno si salva; la musica finisce subito nei circuiti peer to peer, come i film, mentre per la letteratura il problema è presto risolto: scrivi ciò che ti passa per la testa sul tuo sito, sul tuo blog, su Facebook e noi leggiamo.
Peccato che non esistano paralleli circuiti per lo scambio gratuito delle carote, e la motivazione è semplice: le carote non possono essere scambiate, bensì solo consumate.
Per questa ragione – ossia per sostenere l’importanza di chi creava beni immateriali – tutte le normative prevedevano (e, tuttora, prevedono) la protezione del Diritto d’Autore: se, per la letteratura, sono gli stessi autori a preferire (vedremo dopo perché, come, ecc) la pubblicità dei loro scritti, così non è per la musica e per il cinema.
Con un’interpretazione della Corte di Cassazione, la quale equiparava lo scambio sui circuiti peer to peer al prestare un libro, oramai va per la maggiore che sia legale, o quasi (anche se non è vero), scaricare di tutto. Non sarà legale al 100%: però, indubbiamente tollerato.
Vi siete mai chiesti la ragione, per la quale tanta manna ci viene concessa?

E’ raro che leggiamo i patrocini ed i ringraziamenti all’inizio ed alla fine di un film, e facciamo male: sempre più spesso, all’inizio, compaiono una serie di patrocini che dovrebbero far riflettere.
“Sotto l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica”, “Si ringrazia la Regione XY per l’aiuto offerto”, “Con la fattiva collaborazione del Comune di…”, “Con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio”, eccetera.
Siccome le sale cinematografiche, a parte le città, non esistono più, ed anche nei grandi centri sono oramai una frazione di quelle che c’erano un tempo, gli introiti al botteghino sono molto ridotti rispetto al passato. Dopo qualche mese (in genere, sei), il film passa nel circuito dell’Home Video e, dopo pochi giorni, compare la prima copia sui circuiti di scambio.
Le case di produzione s’affidano allora a delle strutture le quali, immettendo altri film nel circuito con lo stesso nome (in genere, film pornografici), tentano di “stancare” chi scarica: certamente rallentano il fenomeno, ma i programmi per lo scaricamento diventano sempre più raffinati nello riuscire a distinguere anzitempo le copie fasulle. E’ un guerra persa, ma tollerata.
Potrà senz’altro far piacere possedere migliaia di film, ma l’effetto che si produce sul fronte della produzione sono i mancati introiti: per questa ragione, i registi ed i produttori – con il cappello in mano – iniziano a “battere” le stanze della politica, a tutti i livelli, per mettere insieme i capitali necessari alla produzione di un altro film.
Ovvio che, chi dà dei soldi, non desidera essere maltrattato…anzi, se da quel film la sua immagine ne uscirà meglio…allora…meglio per il produttore, che la prossima volta otterrà altri spiccioli!
Ergo: con questi mezzi, la politica s’impadronisce delle leve della cultura cinematografica.

Chi ha saputo leggere fra le righe de “Il Caimano”, qualcosa avrà compreso, ma c’è un’ulteriore complicazione: il Presidente del Consiglio è anche il principale editore televisivo, che non disdegna qualche “passeggiata” nel mondo del Cinema (Medusa, ad esempio), e poi tutto l’ambaradan dei canali satellitari, delle Pay TV…
Che il gran tourbillon, nel quale finì Vittorio Cecchi Gori, dipendesse tutto dalla ex moglie e dalla Fiorentina…beh, ci si può credere, ma io non ci ho mai creduto. Soprattutto, soppesando il valore, in termini di titoli a listino, posseduto dal Cecchi Gori Group.
Insomma, dopo queste premesse, ci possiamo spiegare come mai non si facciano più veri film di denuncia, di critica all’establishment. Dove sono i “figli” di grandi film come “Finché c’è guerra c’è speranza” oppure “Detenuto in attesa di giudizio” con Alberto Sordi, o “Il caso Mattei” ed i tanti film di Gian Maria Volonté?
Di Sordi non rimane nulla, di Volonté il figlio: meglio Albertone.
Qualche regista prova a fare film che ancora si collochino nella grande stagione italiana del film di denuncia: Virzì, Soldini e pochi altri…ma non hanno più “l’impatto” sociale che ebbero le generazioni precedenti di cineasti, anche perché – per trovare i soldi – quanto dovranno mediare? Quanti portoni dovranno valicare?

La musica rock riesce a salvarsi un pochino grazie ai concerti, ed è proprio per gli scarsi (o nulli) introiti della distribuzione che i prezzi dei biglietti hanno raggiunto livelli esorbitanti. Le altre musiche – a partire dalla classica, passando per l’operistica e per finire con il jazz – si salvano solo più con i contributi pubblici, come del resto il teatro: Baricco cercò d’aprire un dibattito provocatorio sull’argomento[1], ma fu zittito.
La letteratura, invece, ha più “filoni”: libri, giornali, riviste, Web.
Anche qui, assistiamo ad un parallelo fenomeno: anche se nella scuola, oramai, mancano i fondi per pagare i supplenti e qualsiasi attività aggiuntiva, tutte le Finanziarie prevedono un corposo contributo per la stampa.
E, anche qui – non riteniamo di doverci dilungare – un altro clamoroso conflitto d’interessi, con “Libero” o “Il Giornale” che si mettono, proni, a disposizione delle più elementari “necessità” di Berlusconi (ricordiamo il caso Moffo) ed il Governo che ricambia, con tutto ciò che serve per mantenere nell’oro i suoi scribacchini[2].
Chi vuol fare informazione nella carta stampata, dunque, si trova di fronte all’insormontabile problema di trovare un Direttore che gli dia una scrivania, poiché quel Direttore ha decine, centinaia di richieste e “segnalazioni” da parte dei politici, e sa che quelle persone non gli creeranno grattacapi. La qualità? Beh, a parte qualcuno che ancora sa scrivere, il resto…
Avevo già analizzato il problema nel mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni[3]”: chi vorrà, potrà approfondire.

Per i libri, la situazione è diversa ma altrettanto disperante: se una persona sa scrivere, ed ha qualcosa da dire, prima o dopo troverà una casa editrice che lo pubblicherà. Il problema è “quale”.
Difficilmente sarà una grande casa, e per questa ragione il suo libro rimarrà negli scaffali per pochi giorni: dopo, finirà “dietro” e nessuno più andrà a cercarlo.
Chi proprio ci tiene, potrà imbarcarsi in faticosissimi tour, per firmare una ventina di libri in una libreria o dopo una conferenza: le spese, in genere, sono a carico dell’autore.
Tutto ciò, avviene perché la programmazione in libreria avviene come negli ipermercati: la distribuzione fornirà, mesi prima, al libraio i “pacchetti” – tot di questo, tot dell’altro, questo no, aspetta… – ed il libraio accetterà, perché sa che quegli autori, nel periodo corrispondente, saranno in TV, avranno una recensione sul “Corriere”, ecc. Niente di diverso dal vendere prosciutti o banane.

Notiamo, a margine, quanti autori provengano dalle “truppe” della TV: non che non siano bravi, ma è inevitabile chiedersi quanti autori – che non hanno calcato le scene – rimarranno sempre nell’ombra.
Il cortocircuito è evidente: la bravura non è più dell’autore, bensì dell’agente editoriale, delle sue “aderenze” a questo o a quello…dei favori che dovrà ricambiare…inoltre, non dimentichiamo che siamo solo 60 milioni (italiani un po’ meno) e dobbiamo vedercela con i “colossi” di lingua inglese e spagnola, che hanno ben altri mercati, i quali raggiungono la notorietà nel loro bacino linguistico: solo dopo arrivano, a migliaia, le traduzioni. Contate quanti sono gli autori italiani che sono tradotti all’estero.

A questo punto, lo scrittore deciderà di puntare sul Web per farsi conoscere – ma il Web è una riserva indiana, chiusa e controllata – e da lì ha poche possibilità d’uscire.
Ovviamente, ci sono scrittori per necessità e per diletto. Chi cerca di farlo come mestiere, spesso deve arrangiarsi con le traduzioni – mica la Allende, le spiegazioni multilingue di un frullatore – e cercare di guadagnare qualcosa per rimanere a galla. Oppure, fare un altro lavoro part time…ci sono moltissime varianti.
Chi ha già un lavoro, dedicherà una parte del suo tempo alla scrittura, ben sapendo che non guadagnerà nulla o pochissimo.
Personalmente, ho scelto di pubblicare liberamente gli articoli e di mettere a pagamento la mia produzione di narrativa, con risultati non esaltanti, ma già lo sapevo. Per questa ragione, credo poco alle iniziative di giornali on line a pagamento: se non si ha dietro un gruppo editoriale (che ti chiederà sempre qualcosa in cambio), è molto difficile farcela.
Tirando le somme, dunque, uno scrittore che pubblica articoli sul Web è una persona che non ha nessun ritorno economico da quell’attività: c’è chi lo fa come mezzo per avere visibilità (ma da chi?), oppure quasi come volontariato sociale.

Per questa ragione, assistiamo spesso alle lagnanze degli scrittori quando vengono insultati (io per primo) da chi commenta; il diritto/dovere di critica va benissimo, l’insulto – palese o mediato con qualche assurda elucubrazione (il secondo è il più fastidioso) – fa scattare una semplicissima molla: e chi me lo fa fare?
La protesta viene sempre accolta dai gestori dei siti – anche loro volontari, che campano con altri lavori e non ci guadagnano nulla! – perché ci si sente nella stessa barca: insomma, cerchiamo di scrivere qualcosa che non sia la solita Bibbia di regime…e questi c’insultano?
Il risultato è lo sconforto, oppure il dubbio se continuare un’attività la quale – sia dal punto di vista professionale, sia da quello economico – si sa con certezza che non darà nulla. Anche perché, se si desidera un mondo dove tutti ricevano il sacrosanto rispetto che è loro dovuto, non s’inizia insultando il primo che scrive.
Vediamo, allora, chi legge, chi critica, chi insulta e perché lo fa.

L’utente

Le persone che frequentano i siti di controinformazione sono di due tipi: quelle che cercano informazione per l’incompletezza e la faziosità di quella di sistema e quelle che operano per seminare zizzania.
Scartiamo le seconde – a volte definite “troll” – perché sono utenze interessate: non crediamo che la classe politica sia così disattenta al Web.
Le prime, invece, sono molto diverse fra di loro: un tempo, la controinformazione era patrimonio della sola sinistra mentre oggi, persone deluse dai governi di centro-destra, si rendono conto anch’esse che la sbobba è la stessa per tutti. Dunque…

La pessima eredità, che non riusciamo a scrollarci, viene ancora una volta dalla TV: scorrendo i commenti, pare quasi d’assistere alla brutale trascrizione di un dibattito televisivo.
Purtroppo, in questo senso c’è ben poco da fare: o s’abbandona completamente la TV – ed i frutti di tale “privazione” s’iniziano ad osservare dopo mesi, una vera e propria “disintossicazione” – oppure ci si trascina appresso il pessimo vezzo d’imitare un alterco fra La Russa e Di Pietro.
Alcuni siti non prevedono commenti per gli utenti, e sono anch’essi molto seguiti, oppure filtrano attentamente gli interventi: non bisogna, subito, alzare grida di sdegno e di censura, poiché dipende da com’è gestito il filtro. Ovvio che chi insulta va filtrato, ma non è questo il problema: spesso, utenti abili – che operano per scelta politica o tornaconto personale sul Web – appena viene pubblicato un articolo immettono subito commenti fuorvianti, che non c’entrano nulla con il contesto. Lo scopo che si prefiggono è quello di depotenziare l’articolo, conducendo il “flusso” dei commenti in sterili polemiche, estraendo dal contesto una sola frase e facendo in modo che i commentatori si scatenino in un dissidio infinito.

Funari può essere considerato a pieno titolo l’inventore di questo “format”, anche se le tecniche di comunicazione lo prevedevano già prima. Un solo esempio: la “rissa” scatenata da Berlusconi nei confronti Rosy Bindi – “Rosy Bindi è più bella che intelligente” – ha spostato l’attenzione del pubblico sulla sua scarsa educazione (sulla quale si nutrivano pochi dubbi), mettendo in secondo piano fatti assai gravi, vale a dire le sue posizioni processuali, i conflitti istituzionali, ecc.
Seguendo questo “format”, chi commenta collabora poco alla sintesi, all’incontro fra le tesi di un autore ed il pubblico dei lettori – che dovrebbe essere la vera funzione dei siti e blog “aperti” – poiché tutto si perde in inutili chiacchiericci.
I quali, fra l’altro, finiscono proprio per stancare, per primo, chi legge: spesso, ci si guadagna a leggere il solo articolo ed a non prestare attenzione ai commenti. Il che, è tutto dire.

La notorietà

Alcuni sostengono che la notorietà acquisita sul Web sia in ogni modo un valore, qualcosa del quale l’autore può andar fiero. A prima vista così parrebbe.
Se, però, si “gratta” un poco la vernice di questa presunta “notorietà”, si scopre che non esiste. Anzi, talvolta può risultare quasi dannosa.
Stabilito che un autore non ricava nessun (o scarsissimo) ritorno economico dalla sua attività di scrittore sul Web, dobbiamo domandarci quali altri frutti maturi.

Senz’altro “l’applauso” dell’attore dilettante, quel momento di gioia e quella sensazione di trionfo che lo pervade sul proscenio, mentre s’inchina verso il pubblico. Questo è innegabile.
Si tratta, però, di un sentimento assai effimero, che è legato al narcisismo insito nella personalità umana: il quale, però, con il tempo si stempera nell’assuefazione.
Quando si pubblica il primo libro s’attende, trepidando, che arrivino le copie omaggio: dopo qualche pubblicazione, si risponde: «Ah, sono arrivate? Dopo le guardo…»
Stupisce poi notare che, fuori dal mondo del Web, quella notorietà non esiste: anzi, non esiste proprio quell’autore, quella firma, quel giornalista.
Salvo, appena esterna qualcosa che irrita il potere, “sbattere il mostro” in prima pagina – come fece Magdi Allam con me sul “Corriere” – e, in questo modo, invocare strali contro quel mondo d’ignoranti pervertiti, i quali sono solo bloggher e non conoscono, dunque, i canoni della comunicazione. Si tratta, ovviamente, di una posizione strumentale, ma – credetemi – essere sbattuti come “mostri” sul Corriere, o come Caracciolo su “Repubblica”, non è piacevole, per niente.

La Casta sta a guardare, ma non solo: quando scopre che un certo autore è seguito, la prima cosa che fa è contattarlo. Mica lo fa firmandosi con nome e cognome! Giungono bizzarre mail “interlocutorie” – a nome di strane associazioni, con i fini più disparati – le quali cantano tutte la stessa canzone: scrivi per noi, i soldi ci sono.
Qui sta all’autore scegliere: se proteggere la propria libertà d’espressione, oppure arricchirsi. Non sono mai andato oltre una risposta di cortesia, ma conservo quelle mail. Attenti: non uso raccontare frottole.

Conclusione

Dopo questa lunga “galoppata”, dovremmo domandarci cosa si può chiedere ad uno scrittore, giornalista, bloggher…chiunque sia…sotto due, distinti profili.
Il primo è la sua posizione pubblica poiché è evidente che, chiunque scriva, opera mutamenti: impercettibili? Sotterranei? Non è il “grado” ad essere importante, quanto l’evento.
Perciò, è evidente che chi scrive ha una responsabilità: oltretutto, quel che si scrive sul Web è quasi “per sempre”, mica come il giornale di oggi, che domani servirà per incartare le uova.
Personalmente, ho scelto di guardarmi bene dall’avvertire chiunque su quel che dovrebbe fare: stare attaccato alla tastiera, correre in un centro sociale, chiudersi in un monastero. Sono affari suoi. Nessuna rivoluzione è mai nata dai consigli, ma dal mutamento – dialettico – fra le condizioni sociali e la capacità d’interpretare la realtà, in evoluzione, da strati sempre più vasti della popolazione.
L’informazione serve solo a questo: a catalizzare l’analisi e la sintesi, null’altro.
Non ci sono rivoluzioni dietro l’angolo, facciamocene una ragione, e dopo Berlusconi ci saranno Montezemolo, Draghi, Fini, D’Alema, Casini…ed una buona pletora di seconde linee. Fameliche, dopo anni di gavetta. Quindi, si lavora per tempi che potrebbero essere assai lontani.
Quel che conta, però, è fornire informazione che sia il più possibile veritiera, e farlo costa fatica: tanta.
Da qui la decisione, da parte di qualcuno, di chiedere un compenso: non la ritengo affatto una bestemmia, anche perché so quale impegno ci vuole per scrivere. Bene.
Voglio terminare quasi con una battuta.

Quella che osservate alla mia sinistra, nella fotografia, si chiama Gretel. Sono cinque tonnellate e mezza d’acciaio assemblate, nel 1975, in un cantiere olandese a forma di sloop d’altura.
Oggi, hanno bisogno di tanto lavoro per poter riprendere il mare, ed è per me quasi una necessità – in pieno stile comunista, ossia è parte inscindibile della mia personalità – poterlo fare appena andrò in pensione.
Vi prego d’astenervi dai paragoni con D’Alema: fra me e mia moglie mettiamo insieme quasi 70 anni di lavoro, e non abbiamo bombardato nessuno.
Da quando ho pubblicato il mio blog (ma anche prima) ho scritto circa 200 articoli, che hanno letto decine di migliaia di persone. Quale dei due diritti è preminenete? Quello di chi desidera leggere gratis? Il mio, che vorrebbe vederla scendere in acqua già il prossimo anno?
Ovvio che, più tempo dedico a scrivere, meno ne dedicherò alla mia barca: oggi, invece di scrivere, dovrei rifinire il boccaporto di prua che ho appena costruito.
Sarebbe un bel sogno – in pieno stile comunista – se qualcuno rispondesse: nella prossima Estate, prenderò il sacco a pelo e verrò a darti una mano. So saldare, so verniciare, so rimontare le attrezzature.
La parte di lavoro dalla quale sarai sollevato, dedicala a scrivere, perché è giusto che tu lo faccia.
Quanti risponderebbero? Siate sinceri.

Non importa, non fa nulla, perché altri hanno già risposto.
Sono i vecchi amici, le persone che mi onoro d’avere accanto, i quali hanno già risposto: tranquillo – Carlo – il pennello è mio. Oppure: mettimi da parte la levigatrice. Ancora, Carlo: telefona quando vuoi per qualsiasi consiglio, poi verrò io a tesarti il sartiame ed a verificare le attrezzature, sempre che tu ritenga l’esperienza di un ex Ufficiale della Marina Militare (velista) sufficiente.
E, questa – se da un lato è una bellissima storia, ed io sono fortunato in tal senso – mostra tutti i limiti di quella che è la “socialità del Web”. Il problema non è il denaro, bensì la consapevolezza dell’azione.
Solo quando riusciremo ad abbattere la barriere fra di noi, a tornare allo spirito del dono rituale, magari un misero euro, ma dato con la consapevolezza e la gioia di volerlo donare – come praticavano i Nativi Americani – potremo dissertare su un nuovo mondo.
Come vedete, il problema non sono pochi euro dati o non dati che modificano le nostre e le altrui finanze: è la consapevolezza dell’azione che modifica, in primis, noi stessi, per prepararci ad un nuovo mondo. Oggi, saremmo i primi a non esser pronti.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

05 gennaio 2010

Errata Corrige

La villa di Renato Brunetta si trova a Ravello, sulla costiera amalfitana, e non ad Ischia: chiedo scusa agli abitanti ed agli amministratori di Ischia per l'errore, dovuto ad una svista.
Carlo Bertani

Il cesso piange



Fra le tante stranezze che circolano oramai in questo Pianeta, preda d’ogni infatuazione che consenta d’obliare la realtà – ovvero che non sappiamo più dove andiamo, come e perché – ci ha colpito quella del ministro Renato Brunetta, il quale desidera modificare l’art. 1 della Costituzione, trasformando il tema fondante della Repubblica: da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”.
Ohibò, ci siam detti, vuoi vedere che il nostro ha trascorso il Natale a Londra?
Non ne siam certi, poiché i movimenti dei Ministri sono così discreti da diventare impalpabili, come la leggera nebbia che aleggia sul Tamigi, avvolge il London Bridge e s’incunea fra le viuzze nel quartiere di Banks.
Senza voler scendere nelle solite manfrine sulla permeabilità italiota ai gorgheggi britannici – tanto meno dimenarci fra compassi e grembiulini – ricordiamo un raggiante Massimo D’Alema il quale, appena eletto Primo Ministro, si recò in pellegrinaggio al sancta sanctorum della City, che si trasformò – ahimè, per il poveretto, nato all’ombra di fronzuti olivi – nella Perfida Albione.

Viene così da chiedersi poiché il nostro discendente dei Dogi sia così, pervicacemente ed inguaribilmente innamorato dell’apparente signorilità, un po’ dandy, che scorre nelle vene degli emuli del British Empire: forse perché il grande William ambientò alcune opere proprio nella terra d’origine del brevilineo, virgulto veneto? O è preda dei vaneggi, dei canti alla luna inviati all’Empireo da evanescenti economisti che frequentavano Bloomsbury?
E’ veramente difficile trovare una risposta ed avvertiamo il lettore: stiamo scrivendo “a braccio”, e dunque non assicuriamo che il compimento sarà degno di tanto ardore nel tessere le trame di un romanzetto che vorrebbe traghettarsi fra le due sponde, quelle dell’epica e della baruffa. Il rischio è quello di finire nel romanzo d’appendice, tutti gli scrittori lo sanno: perciò, i lettori sono avvertiti.
Quando il dubbio assale, i punti interrogativi s’infiltrano fra i tasti della tastiera e salgono nell’aere, volteggiando nel fumo di sigaretta, è necessario ancorare la barca a solido molo, che è sempre il grande Cipolla.
Forse che il nostro appartiene all’universale degli stupidi?

Avremmo risolto tutto, ma Carlo Maria c’avverte: “lo stupido è colui che riesce, contemporaneamente, a danneggiare sé stesso e gli altri”!
A prima vista non parrebbe il caso del ministrucolo, poiché la furbizia che dimostra nelle sue operazioni immobiliari – una stalla acquistata per pochi soldi a Ravello, trasformata in una multivilla a multipiani di multivalore grazie ad alcuni “accorgimenti” approvati nel piano regolatore da un sindaco, poi “traghettato” direttamente alle sue dipendenze al Ministero della Funzione Pubblica – sembra indicare che il nostro tutt’altro che stupido sia.
Ma, avvertiamo, la definizione di Cipolla va sciolta, sciorinata nel tempo e negli anni: non abbiamo nostradamiche doti, le quali ci consentano di predire aruspici sul futuro dell’ex venditore, minilineo, di minigondole. Perciò, lasciamo il rassicurante ormeggio di Carlo Maria per inoltrarci nuovamente nel mare magnum, ove tutto è possibile, compreso il contrario del vero e del falso, e dove persino i sillogismi aristotelici perdono vigore, sciolti e frammentati dai vapori che il sole trae dall’acqua.

La prima barca che incontriamo è soprannominata “u’ schoeggiu”, lo scoglio: sì, così era appellata la barca di Fabrizio, poiché il poeta-cantore si nutriva più dei paesaggi che delle boline rasentate a sentor di chiglia, con l’antivegetativa all’aria.
Anche qui, la sentenza è pesante e non consente circumnavigazioni: “il cuore troppo vicino al buco del culo”.
Non riteniamo che la sentenza s’adatti al ragazzotto di Riva Schiavoni, poiché viziata da un peccato originale: Fabrizio era anarchico, e non corse mai buon sangue fra gli anarchici e la Magistratura.
E poi, non scadiamo dalla tragedia nella farsa: altrimenti, qualcuno potrebbe credere che il titolo scelto sia riferito ad personam, ossia al rischio che il nostro formichino possa oltrepassare il confine del copritazza, passando così di dimensione, da quella di maya, dell’apparenza, a quella del non essere. Rassicuriamo il lettore: non era questo il nostro intento anche perché, misure alla mano, il nostro è sì poco sviluppato in altezza, ma pingue.

Scapolato l’orizzonte, dove anche lo “scoglio” genovese è sceso, inghiottito dalla lontananza, restiamo soli con le nostre ipotesi che salgono dal mare, s’arrovellano nelle spume e giungono a frangersi su, fino in coperta.
La prima certezza che il Dio Nettuno c’invia, a forma di un delfino che c’accarezza il mascone, è che Renato Brunetta non poteva che esser maschio: sarà poco, lo ammettiamo, ma è pur qualcosa. Grazie delfino.
Se fosse stata una Renata Brunetta non avremmo avuto nessun problema da dibattere: ah, le donne, le donne…sempre capaci di trasformare il Fato avverso ammaliandolo con occhi dolci…così da scapolare anche gli scogli più difficili da dimenticare.
Sei nata piccola? Appena riesci, con i tacchi da equilibrista, a gettare un bacetto sul collo all’amato? “Nella botte piccola c’è il vino buono”. Fatto, risolto: se mi vuoi, sappi che dovrai abbassarti un poco, per bere dalla spina un vino vellutato e carico d’aromi.
Il giorno più importante della tua vita, mentre con l’abito bianco e lo strascico t’appressi alla chiesa, si scatena la maledizione meteorologica? “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Come, non ricordi la Giusi, che pioveva a dirotto anche al suo matrimonio, e poi vinse una Mercedes alla lotteria aziendale? E tu corri, bagnato fradicio verso la chiesa, con una fiammante Mercedes stampigliata sulla retina.
Oddio, se il nostro Renato fosse stato una Renata, qualche danno l’avrebbe pur combinato: i poveri figlioli sarebbero stati bersagli d’incessanti analisi finanziarie sulle paghette, il marito conteggiato alla voce “attivi” e la suocera a quella “passivi”, ma tutto sarebbe rimasto confinato fra il desco ed il talamo, mica fra il Parlamento ed il Quirinale. E invece, del lingam fu dotato.

Sale dal mare una domanda, portata da un Pesce Luna che rotea, annoiato, senza posa in superficie: è tutto da confinare nell’universo dei brevilinei?
Che i brevilinei covino feraci rimostranze nei confronti dei normolinei e dei longilinei è assodato ma, che da simili uova nascano sempre volteggianti cigni, è dubbio. Per un Maradona che si “bevve” l’intera difesa britannica, quanti passerottini scalciano inutilmente un pallone?
Dunque, potremmo concludere che il piccolo corriere del Canal Grande sia soltanto un Maradona in divenire, e tale ipotesi ci è confermata da un’alalunga, la quale per un attimo ci mostra la regale pinna a mo’ d’assenso, per poi inabissarsi, giungendo così a confermare che la via è quella, solo dobbiamo rassegnarci: lunghe immersioni ancora c’attendono, prima di scoprire il misterioso Graal celato fra i relitti sul fondo.

Il piccolo scrivano veneziano ancora non ha letto Goldoni – di questo siam certi – altrimenti saprebbe stemperare le sue ansie nella commedia, s’abbandonerebbe fra le braccia di qualche sartina od attricetta d’avanspettacolo, godendone i frutti, senza porsi domande che travalicano l’orizzonte dei suoi occhi. La Costituzione, perbacco.
Ma è giusto comprendere questi tormenti del giovane Reinhard, poiché l’adolescenza – a volte – continua imperterrita a segnare i giorni, anche quando i primi capelli bianchi, allo specchio, dovrebbero indicare una boa.

E’ giunto dunque il momento di partire, di volgere la prua a Maestrale, scapolare le Colonne d’Ercole per navigare nei mari vichinghi ed approdare alle terre del Nord, per seguire la rotta del piloto venexiano: minuscola macchietta, nel grigiore che ammanta i banchi delle Aringhe.
Proprio nel bel mezzo del Dogger Bank, il dubbio diventa massimo e la rotta incerta: volgere la prua ad Ovest, e correre infine fra le accoglienti braccia di un estuario, per ormeggiare sotto un castello degli York? Oppure ad Est, verso lo Jade e Wilhelmshaven? O ancora a Sud, per mangiare formaggio all’aglio in una trattoria di Boulogne?
A Nord è inutile correre: lo Shangri-là nordico è tutto uguale, con le sue foreste interminabili e poca gente rimasta a presidiarle.
Incerti, andiamo all’orza, con le vele che fileggiano e sbattono. Addirittura, ci vorrebbe il desiderio d’ancorare, tanto siamo dubbiosi. Riflettiamo.

Ad Est, foreste di mulini a vento danno il benvenuto in una terra dove il fantastico è sempre stato confinato in musica e poesia. E che musica e che poesia. Herr Schmidt e Frau Schroeder lavorano, fabbricano, s’ingegnano.
Sono, ostinatamente, convinti che avere qualcosa da scambiare – qualcosa che altri non hanno – sia la miglior veste per presentarsi, per far bella figura. Anche a Sud la pensano pressappoco allo stesso modo: coccolano, vezzeggiano con cura i propri agricoltori poiché, se ci si vuole recare almeno una volta al cesso, qualcosa bisogna mettere in bocca.

Ad Ovest, invece, sono convinti che la creatività sia la carta vincente; il problema è che l’hanno poco adoprata nelle Arti: Shakespeare, Marlowe…i Beatles e poco altro.
Forse negletta nelle Arti, la creatività ha tracimato nelle Scienze, ritenendo che l’artista non debba avere confini, non si debbano in nessun modo porre limiti ai suoi parti. Madre Natura ha decretato che i bovini mangino vegetali? E chi l’ha detto? Chi è Madre Natura, al cospetto dell’imperial ingegno?
Se, nutrendoli con gli scarti della macellazione animale, la crescita dei vitelli raddoppia, perché arrestarsi? Peccato che, in una sinfonia, un misero bequadro sfuggito ad un violino di fila nessuno l’avverta: un po’ meno un pione, lanciato come un sasso nel mare magnum della catena alimentare. Fu la mucca a divenire pazza?

Questi stupidi mangiatori d’aglio francesi, ed i mangiapatate della Renania, credono che per creare ricchezza sia necessario creare dei beni. Fessi! Non si sono ancora accorti che è facile: basta creare direttamente la ricchezza! E giù con i derivati finanziari.
Com’è finita lo sappiamo, ma noi siamo grandi, nel senso che siamo cresciuti.
Così, una minuscola aringa s’affaccia allo specchio di poppa, boccheggia alla superficie poi scuote la testa e s’inabissa. Comprendiamo il segnale che Nettuno c’invia: è giunta l’ora di ripartire.
Mentre stiamo tornando, ed anche il terribile Capo Finistère ci è bonario – segno che gli Dei c’accompagnano – ci convinciamo sempre di più che nessun Graal c’attendeva, nessuna verità distillata era stata preparata affinché la scoprissimo.

Renato Brunetta non è quel che crediamo, ossia un brevilineo: è soltanto un adolescente che ancora frequenta la Seconda Liceo. Ha diciassette anni – li porta male, è vero – ma sono solo diciassette ed ha già vinto un premio scolastico per un buon componimento su un argomento economico, un concorso che sarà premiato con un viaggio. Confidiamo non a Londra.
Per la sua età ha già fatto molto: il problema – come spesso ricorda il nostro buon Presidente del Consiglio, stilettato e convalescente – è sempre da attribuire alla cattiva stampa.
Ma come si fa a far credere che un diciassettenne sia a capo di un importante ministero, come quello della Funzione Pubblica?

Chissà da dove è uscita questa bufala: attento, Brunetta, non farti solleticare troppo da questa parvenza di fama, non farti inebriare da questa apparente iperbole di notorietà. Ricorda: fra poco terminerà il quadrimestre e ci saranno le pagelle. Non vorremmo che, distratto da queste bufale giornalistiche, tuo padre che lavora sodo per mantenerti agli studi dovesse soffrire per qualche “cinque” in pagella. Vai bene in Aritmetica e te la cavi in Italiano: in Filosofia? Ah, lo sapevamo…

Comunque, cari amici, siamo felici di potervi rassicurare: non è niente di serio, solo un adolescente – preda di tutti i sogni dell’adolescenza, da Peter Pan ad Harry Potter, fino alla finanza creativa – che sogna e, talvolta, urla al mondo la sua necessità d’esistere. Niente paura: deve solo crescere.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

31 dicembre 2009

Medio Oriente in pillole

Da qualche tempo a questa parte, pare che le questioni medio-orientali siano diventate motivo di contesa politica spicciola, di rivisitazione storica assai superficiale: mi riferisco soprattutto agli utenti di Comedonchisciotte.org, dove pare che ogni articolo scateni sempre più risse e sempre meno ragionamenti, al punto che sto chiedendomi se valga ancora la pena di scrivere per quel sito.
Ma scendiamo a bomba sull’argomento.

Per capire cosa sta succedendo nel Medio Oriente (più il Vicino Oriente) bisogna tornare al 2003, quando le truppe americane sbaragliarono l’esercito di Saddam Hussein. Cosa prevedibile, com’era facile prevedere che l’Iraq si sarebbe presto trasformato in una sorte di Vietnam senza jungla: è un leitmotiv delle guerre americane dopo la II G.M, ossia “vincere la guerra e perdere la pace”.
Ciò deriva dall’incapacità di un popolo che non è mai stato colonialista quando tutti lo erano: difatti, guai ancora peggiori – agli USA – li hanno evitati i britannici, che di queste cose se ne intendono. E persino gli italiani.
In poche parole, gli americani credono alla favoletta dei “liberatori” – la loro retorica ne è intrisa, sono una nazione nata da una guerra contro dei colonizzatori – e non riescono a comprendere che, una volta conquistato un Paese, l’unica cosa da fare è giungere a patti con la classe dirigente sconfitta, altrimenti la nazione è ingovernabile.

Nel 2003, George Bush I il Vecchio avvertì il figlio del rischio che lui stesso s’era trovato ad affrontare nel 1991: “liberare” l’Iraq per regalarlo all’Iran. Bush II il Giovane – mal consigliato da personaggi con scarso acume strategico (si noti la defezione di Powell) – non prestò attenzione ai consigli del padre e, di conseguenza, finì in un vicolo cieco.
Tutti ricordiamo lo stillicidio di vittime USA che aumentavano di giorno in giorno, mentre l’inquilino della Casa Bianca mangiava noccioline.
Affermare che l’Iraq sia oggi “pacificato” è una menzogna – nel solo periodo 1-23 Dicembre 2009 sono stati uccisi almeno 13 soldati USA[1], più quelli che muoiono per le ferite e gli invalidi (non dichiarati) – ed Obama ha dovuto spostare molto in là nel tempo il “rompete le righe” in Iraq, con il plauso dei repubblicani ed il dissenso dei democratici. Business is usual.
Ciò nonostante, il numero degli attacchi è sceso: perché?
Poiché, facendo leva sulla maggioranza sciita nel Paese, gli USA hanno appoggiato ed appoggiano gli sciiti e la minoranza curda in funzione anti-sunnita, ottenendo in questo modo una minor conflittualità nei loro confronti, ma giungendo – infine – al paradosso di Bush il Vecchio, ossia “regalare” l’Iraq agli iraniani.

Per quanto riguarda il passato, vorrei ricordare che lo scrivente mai ritenne probabile una guerra contro l’Iran, e tutti gli articoli che scrisse sono ancora là a testimoniarlo. Certo, non si può mai esser certi al 100%, ma per affermare che non ci sarebbe stata guerra – quando tanti sedicenti “analisti” lanciavano un “allarme guerra Iran” la settimana e comunicavano “segreti” spostamenti di Task Force USA – bisognava avere il coraggio delle proprie opinioni. E guerra non c’è stata, meno che mai in futuro.
Quei movimenti navali erano reali, indiscutibili, ma facevano parte della “Naval diplomacy” per convincere l’Iran a “richiamare” il riottoso Moqtada al Sadr all’ordine, e per fornire qualche spaventapasseri utile agli ayatollah iraniani, tanto per fare accettare l’accordo. Si veda, come termine di paragone, la “Naval diplomacy” durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, per rendersi conto di come certi movimenti navali non siano da ascrivere al quadro militare, bensì diplomatico.

In cambio, l’Iran ottenne il via libera per il suo programma nucleare: con una “zampa” in Iraq, gli iraniani sapevano e sanno benissimo che gli USA non sono più in grado di mercanteggiare. Gli USA hanno cercato di coinvolgere la Russia per l’arricchimento esterno ai confini iraniani dell’Uranio – cosa che sarebbe stata gradita ai russi, moneta sonante e la possibilità di “regolare” dall’esterno il programma nucleare iraniano – ma a Teheran non hanno abboccato, stipulando (in chiave energetica e politica) con la Cina la vendita, per 25 anni, del gas iraniano. Più l’eterna alleanza con l’India in chiave anti-pachistana, ed i russi sono stati spiazzati.
Nello scacchiere Medio Orientale, quindi, la situazione trova un compromesso al ribasso il quale, in ogni modo, ha il pregio di rallentare la guerriglia in Iraq. Al prezzo di un Iran che cresce, economicamente e militarmente.
Se cercate la prova del nove, chiedetevi perché l’ENI si è aggiudicata il contratto per il “succoso” giacimento di Zubair – Paolo Scaroni l’ha definito “un bel boccone” – e se Scaroni, vecchia volpe del petrolio, decide di cacciare i soldi per un giacimento nel sud dell’Iraq, sa che i tempi sono maturi per farlo[2].

Se il Medio Oriente, se non altro, piange meno, nel Vicino Oriente si ride poco, anzi.
La repentina decisione di creare una moneta unica nel Golfo (Iran escluso, ovvio) sembra una risposta saudita, sul piano finanziario, alla crescita militare dell’Iran.
Pur essendo entrambi i Paesi produttori di petrolio, la loro struttura sociale è profondamente diversa: poco popolosa ed ancorata ad un sistema feudale la Saudi Arabia, paese “giovane” che punta sull’industrializzazione e sui frutti della conoscenza l’Iran.
Ovvio che i sauditi non possono, per loro struttura sociale, competere con l’Iran sul piano della tecnologia e della produzione industriale, e per avere forze militari in grado di controbattere all’Iran devono affidarsi agli eterni alleati, gli USA.
Per questa ragione, il “Gulfo” non sembra avere (a differenza dell’euro) valore di moneta “strategica”: parrebbe più un supporto al dollaro che altro, considerando che le altre monete “in gara” per il mercato dell’energia sono senz’altro più “corpose”: l’euro in primis, ma anche – in futuro – lo yuan cinese ed addirittura il vecchio rublo si fa avanti.
Perciò, una moneta di per sé “esterna” all’area del dollaro, ma ad esso ancorata non da legami finanziari ma strategici, potrebbe essere gradita a Ryad – che potrebbe mettere in campo qualcosa per contrastare l’egemonia iraniana nel Golfo – ma dall’altra anche dagli USA i quali, sapendo benissimo che il dollaro è oramai una moneta “a termine”, almeno per gli scambi petroliferi potrebbero fare affidamento su una moneta “amica”, nel senso che potranno sempre regolare il rubinetto che rifornisce l’aeronautica saudita.

In questo quadro, chi va a soffrire di più è senz’altro Israele.
Tramontato, con la guerra in Libano, il sogno di porsi come crocevia per gli scambi petroliferi dal Nord (Caspio, Kurdistan, ecc) al Sud grazie al porto di Askelon, Tel Aviv si rende conto d’essere la pedina di gambit, da sacrificare per eventi maggiori. E non ci sta.
Le diplomazie israeliana ed americana sembrano esser giunte ad un punto simile a quello del 1956 – la crisi di Suez – quando gli israeliani cercarono in tutti i modi di far entrare gli USA nella partita, ma non ci riuscirono perché quella guerra, per Washington, doveva significare il tramonto delle ex potenze coloniali, GB e Francia. E così fu.
Non si può dire che le due diplomazie siano in conflitto fra loro, ma che corra unità d’intenti è una falsità: gli interessi americani divergono oramai diametralmente dalla nota dottrina della “Eretz Israel”, e Tel Aviv sa che non aggiungerà più un metro quadrato di territorio. Anzi, dovrà difendere il West Bank e Gaza dalle richieste internazionali di uno Stato Palestinese.
Che fare?

Nella prospettiva di non poter attaccare i siti nucleari iraniani – sotto il profilo militare sarebbe una follia: troppo distanti, troppi rifornimenti in volo, ampio margine d’allarme per i difensori, ecc – si prova con la destabilizzazione interna. Funzionò ai tempi di Mossadeq, ma quelli erano altri tempi, una situazione molto diversa.
Sull’Iran si fa tanta confusione, soprattutto perché si finisce per osservarlo con i nostri occhi, occhi occidentali. Se è vero che non potremmo mai accettare di vivere in un Paese come l’Iran – nessuno di noi potrebbe ammettere le impiccagioni – è altrettanto vero che un iraniano non si troverebbe certo a suo agio qui: troppa Storia ci divide.
La società iraniana è – a nostra differenza – vitale perché giovane ed “innamorata” della politica, soprattutto stima un Presidente che ha saputo mettere in primo piano la crescita ed il benessere della nazione rispetto agli interessi stranieri: a ben vedere, avremmo qualcosa da imparare.
Sull’altro versante, è innegabile che certe restrizioni del vivere sociale vadano “strette”: difatti, si fa largo uso d’alcolici nelle feste private, nelle case. Mai in pubblico.
Le ragazze “sfidano” l’obbligo del velo portandolo quasi sulla nuca: sono le naturali pulsioni e contraddizioni di una popolazione giovane che desidererebbe maggior libertà.

Non scambiamo, però, queste richieste come il voler buttare al macero la storia del Paese degli ultimi 30 anni: nessuno vorrebbe tornare indietro, ai tempi dello Scià, salvo pochi reazionari monarchici.
La sfida iraniana diventa quindi interessante sotto il profilo sociale per l’intero mondo musulmano: il problema – che a nostro avviso molti non avvertono – è che non possiamo giudicarlo con il nostro metro! Il termine “Illuminismo” – da noi – ha un preciso significato, mentre laggiù non vuol dir nulla.
Separare l’ambito religioso da quello sociale, senza scadere nella secolarizzazione della dottrina religiosa, e tanto meno relegandola in una Torre d’Avorio è impresa ardua, anche perché gli iraniani ritengono il Credo sciita parte integrante della loro vita.
A differenza dei sunniti, che non hanno quasi organizzazione gerarchica religiosa, il credo sciita è fortemente strutturato: moneta a due facce senz’altro, ma che consente un dialogo fra interlocutori certi.
In mezzo a questo vero e proprio tourbillon sociale, è chiaro che è facile innestare dall’esterno delle parvenze di “rivolta” contro il Governo iraniano: queste rivolte esistono, ma non sono ascrivibili né comprensibili se non all’interno della tradizione del Paese. Ripeto: non con il nostro metro.
D’altro canto, nel quadro geopolitico sopra presentato, cosa rimane da fare alle diplomazie occidentali? Cercare almeno, a mo’ d’arma spuntata, di creare grattacapi a chi governa, pur sapendo che non s’otterranno grandi risultati.

Tutto ciò, però, getta ancor più nella disperazione la situazione palestinese: se il quadro geopolitico non consente ad Israele l’espansione che desiderava, sarà molto difficile strappare delle concessioni su quel fronte.
Anche qui, notiamo come il rapporto Goldstone non sia – ad oggi – ritenuto di sostanziale valore fondante per giungere ad una svolta nella situazione: anch’esso viene usato in chiave diplomatica, come contrappeso alle velleità israeliane di potenza.

Comprendo che il quadro potrà apparire cinico, ma è a questo che dobbiamo riferirci se vogliamo dissertare di questioni geopolitiche. Non è ciò che desidereremmo in un’ottica di pace e di prosperità per tutti, ma è ciò che abbiamo. It’s diplomacy, baby. Rassegnati.

Per ora, accontentatevi degli auguri di Buon Anno.

Copyright 2009, riproduzione vietata. E’ solo possibile scrivere un breve abstract e linkare l’articolo.

24 dicembre 2009

Mai ce lo saremmo aspettato

Eh sì, proprio la sera di Natale, non ci saremmo mai attesi di scrivere qualcosa in difesa della Chiesa Cattolica. Sarà l’aria del Natale.
Sinceramente, ci hanno proprio infastidito i modi e le esternazione del rabbi Cohen, dopo la visita in Vaticano a Benedetto XVI.
Non si tratta di un problema religioso e nemmeno dell’eterna querelle sulla Shoà: è solo una questione d’educazione.
Per chi non lo sapesse, il rabbino Cohen da Haifa ha trovato da ridire sulla decisione dell’apposita commissione vaticana, la quale ha deciso di promuovere la beatificazione di Pio XII e di Giovanni Paolo II.
Proprio perché non cattolico, ritengo che chiunque non lo sia abbia il dovere di tacere, e questo proprio per il rispetto che si deve all’altrui Credo.
Ci mancherebbe che, nel nome del dialogo interreligioso, un buddista dovesse chiedere il permesso per ricordare Milarepa all’ayatollah Khamenei, oppure che un musulmano dovesse chiedere il permesso di pregare per un Imam al Patriarca di Mosca: ma dove siamo?
Premettendo che sulla cause di beatificazione l’unica autorità competente è quella cattolica, non vogliamo nasconderci dietro ad un dito ed entriamo nella spinosa questione.
Cohen ha dichiarato che Papa Pacelli non fece abbastanza per salvare gli ebrei: opinione legittima, per carità, ma di pertinenza storica e non dottrinale. E, anche a voler cercare il pelo nell’uovo, Cohen dimentica che Pio XII visse fino al Giugno del 1944 in una città occupata dai nazisti, e quasi tutta l’Europa lo era.
Pacelli fece probabilmente la scelta della “fleet in being”, ossia valutò che fare un passo azzardato non avrebbe sortito nessun effetto sui nazisti, mentre avrebbe compromesso la possibilità d’usare i monasteri cattolici per dare rifugio agli ebrei. E, i nazisti, si guardarono bene dall’invadere le strutture della Chiesa Cattolica. Ci sono quindi fondati sospetti che Pio XII operò la miglior scelta, quella meno dolorosa.
Fu troppo poco?
Francamente, è difficile – oggi – dare un giudizio storico sulla vicenda, poiché non avremo mai la prova del contrario, ossia di cosa sarebbe successo se il Papa avesse denunciato al mondo lo sterminio.
Ma il Papa non era certo l’unico a sapere: gli americani sapevano tutto, ed alcuni P38 sorvolarono addirittura Birkenau ed i nodi ferroviari senza mai sganciare una bomba. La giustificazione americana fu puerile: avevano paura di colpire i prigionieri. E i nodi ferroviari?
Non vogliamo entrare nell’infinita querelle sulle responsabilità della Shoà, ma farne carico a Pio XII ci sembra francamente esagerato e, per gli italiani, offensivo, giacché furono il popolo che più si prodigò in favore degli ebrei, nonostante l’alleanza con Berlino e le leggi razziali del ’38.
Per contrappasso, vorremmo chiedere a Cohen quanto “peserà” nel dialogo interreligioso il rapporto Goldstone, ovvero la prova provata (Goldstone è un ebreo sudafricano, oltre che incaricato dell’ONU per la stesura del rapporto) che Israele ha commesso crimini contro l’umanità a Gaza.
E, questa, non è una storia del 1943, non c’erano Papi od autorità religiose a mitigare l’inferno che dovettero subire gli abitanti di Gaza: è storia recente, Gennaio 2009. Dall’altra parte, c’erano solo Tzahal ed il governo di Tel Aviv.
Se lei è veramente uomo di fede, rabbi Cohen, accetti un consiglio: torni ad Haifa e rifletta, prima d’invocare le colpe altrui.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

20 dicembre 2009

Strenna dall’Italia che fu


(Il disegno è di Giulia Bertani, la minore delle mie figlie)

“Viaggiando si può realizzare che le differenze sono andate scomparendo: tutte le città tendono ad assomigliarsi l'una all'altra, i posti hanno mutato le loro forme e ordinamenti. Una polvere senza forma ha potuto invadere i continenti.”
Italo Calvino (1923-1985)

C’era una volta Lurisia.
Chissà come si chiamava veramente Lurisia: nessuno l’ha mai saputo.
Cappello da alpino in testa e una vecchia fisarmonica a tracolla, naso rubizzo, aquilino, Lurisia viveva praticamente sul treno Mondovì – Savona, andata e ritorno: pomeriggi, sere, notti…
Lurisia non era un viaggiatore, Lurisia era l’intrattenitore del treno “accelerato” Mondovì – Savona, il musico, il direttore degli improvvisati cori.
Le canzoni erano sempre le stesse, Lurisia pure – la stanca giacca grigio verde, forse una ex divisa – ma la voce squillava di scompartimento in scompartimento: «Non ti potrò scordaaareeee…piemontesina bellaaaa…» e la gente cantava, insieme a Lurisia, poi gli lasciava qualche spicciolo.
Primavere ed Estati, fino alla neve, era sempre su quel treno: talvolta tirava fuori una fiaschetta dal giubbotto e trincava un sorso di grappa, poi ricominciava «Ricordi quelle sereeeee…passate al Valentinoooooo…» E gli operai che tornavano dai turni alle Acciaierie del Tanaro, gli studenti che scendevano dall’Università verso i paesi della Langa, sapevano che – sicuro! – c’era Lurisia ad attenderli.
Così, chi scendeva a Lesegno lasciava il posto nel coro a qualcuno che saliva per scendere a Sale Langhe: tenori, baritoni e bassi improvvisati, mirabilmente diretti da Lurisia.
Poi, un giorno sparì: come tutti, come sempre. Però, quando si sale su quel treno ansimante, che s’aggrappa alle salite e punta i piedi nelle discese, l’anima di Lurisia è ancora là.
Mio figlio, che percorre quella tratta avanti e indietro, dal Conservatorio di Cuneo fin qui, nella Langa, ha ancora incontrato qualcuno che gli ha chiesto se conosceva Lurisia, se sapeva che fine avesse fatto.
Questo ha la tromba, quello la fisarmonica…sono della stessa razza – così ragiona la gente di Langa – e si chiedono perché questo ragazzo, invece di trascorrere il tempo a solfeggiare, non tiri fuori quella benedetta tromba e non dia la carica al treno, così da spronarlo e farlo volteggiare come un gheppio su per le curve della Langa, per fargli ritrovare il brio di un tempo, quando Savona arrivava presto, con Lurisia a scandire il tempo, sicuro nei gesti e negli accompagnamenti, cullato dal tran tran dei binari.

Poi c’era Gilera.
Era matto Gilera? Nessuno l’ha mai saputo. Eppure lavorò un’intera vita, “camallo” al porto di Savona. Eppure era sempre e solo Gilera, per tutti.
Perché Gilera – al secolo Vittorio – era entrato in quella maledetta galleria per Albissola nei giorni che la guerra moriva e le cariche poste dai tedeschi erano scoppiate: Vittorio era stato fortunato, mica come gli altri ragazzini dilaniati, ma era morto lo stesso. Era rinato come Gilera.
Appena sedicenne, già correva con una Gilera di quelle vecchie – “Otto Bulloni”, “Saturno”, “Giubileo”… – poi tutte, fino all’ultima “150” costruita dalla casa di Arcore. Anche Arcore ha generato qualcosa di buono, anche Arcore.
Lo ricordo con quella, l’ultima, mentre volteggiava come sulla cavallina in palestra: saliva coi piedi sulla sella, allargava le braccia sul traballante pavé di via Paleocapa, a Savona, e – miracolosamente – non cadeva mai.
All’apice della goduria – non riuscì mai a digerire che lo storico marchio fosse scomparso – lanciava il suo grido di guerra al mondo «E questaaaa…è una moto Gileraaaa…» Quelli che non erano di Savona e dintorni si voltavano e restavano a bocca aperta, nell’osservare quell’uomo già anziano volteggiare su una vecchia moto come un acrobata da circo. I savonesi non ci facevano caso: «U ghè Gilera» e passavano oltre.

Poi c’era Amoruso. Da Molfetta.
Tutti quelli di Molfetta navigavano. Quasi tutti quelli di Molfetta che navigavano erano timonieri. Buona parte di quelli di Molfetta che erano timonieri avevano fatto la guerra. Marina, ovviamente.
Amoruso l’aveva fatta sulle navi che trasportavano i rifornimenti in Africa, quelle che dovevano scampare alle bombe dei Liberator, alle cannonate della Forza K di Malta ed ai sommergibili ovunque. Amoruso da Molfetta, timoniere come tanti di Molfetta, era l’unico che aveva salvato la pelle dopo esser saltato per ben due volte sulle mine.
Così la guerra finisce e Amoruso continua a fare l’unica cosa che sa fare: timoniere sulle navi che fanno il cabotaggio. Solo che vede mine ovunque.
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» Di tronco, gavitello, materasso galleggiante…si trattava.
Amoruso, come timoniere, era insuperabile: “sentiva” la corrente passare, dalla pala del timone fino alla ruota, su in plancia. Accarezzava appena la ruota «Correggo due gradi a dritta…c’è corrente…»
L’ufficiale di guardia non diceva mai nulla: se Amoruso diceva di correggere due gradi a dritta, due gradi erano, all’Inferno la lossodromia e l’ortodromica, il radar, il radiofaro e tutti i marchingegni della plancia. Basta che non si metta a veder mine…
Di notte Amoruso pregava, perché non gli lasciavano accendere il faro a prua per scrutare il mare: la guerra è finita da vent’anni, Amoruso! Mine non ce ne stanno più, hai capito? Le hanno dragate, fatte saltare quelli della Marina, hai capito? Non si sente più parlare di una mina da anni!
Eh, signor comandante, non si sa mai: quelle ci stanno, ci stanno ancora…
Basta – anche il comandante aveva gettato la spugna – inutile toccare quel tasto con Amoruso: tempo perso.
Così la pensa anche Leonardo, giovanissimo terzo ufficiale uscito dall’Istituto Nautico di Camogli: famiglia di camuggìn, gente che le ha viste tutte, dall’Artico all’Antartico. Proprio lui, Leonardo, ha ancora avuto l’onore di sentir raccontare proprio dalla voce del comandante Oneto, il secondo dell’Andrea Doria, l’agonia di quel levriero del mare.
Quel giorno, a Leonardo tocca il quarto che finisce a mezzogiorno, quando il comandante salirà in plancia e si ritroveranno tutti gli ufficiali della nave, come da tradizione.
Manca ancora mezzora a mezzodì quando Amoruso sbotta: «Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…»
Eccola, non poteva mancare la mina della settimana – pensa Leonrado, classe 1947 – erano già cinque giorni che non ne vedeva una…
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» ripete Amoroso. Leonardo esce senza fretta sull’aletta di plancia – deve farlo, è il regolamento – con calma toglie i tappi al binocolo, lo porta agli occhi, mette a fuoco…
E’ lì, vicinissima, poche braccia a babordo dalla loro rotta: nera, grande, enorme, minacciosa, assassina… – Leonardo non ne aveva mai vista una – e rimane paralizzato. Per un attimo, poi quasi “placca” il telegrafo di macchina «Ferma la macchina, timone tutto a tribordo, ferma la macchina…no, non basta, a costo di rischiare albero e cuscinetti fracassati…macchinaaaaaa, indietro tuttaaaaa, indietro tuttaaaaaa….»
Quel giorno del 1972, fra Livorno e la Meloria, Amoruso da Molfetta probabilmente incocciò nell’ultima mina della Regia Marina ancora in servizio. La nave si salvò, per poche braccia, per miracolo.

Poi c’era Ramon.
Ovvio che Ramon non era italiano. Era argentino. Da dove poteva venire Ramon, se non dal circo? E cosa poteva fare un argentino, in un circo? Cavalli.
E quando il circo chiude? Quando la TV irrompe e si gettano i nasi da clown, i tricicli, le maschere…
I pony no, quelli al macello Ramon non li vuol vedere: no, quei dolci cavallini, che tanti visi di bambini hanno fatto sorridere, non devono finire sul banco di una macelleria.
Allora Ramon trova qualche soldo, raccoglie i risparmi, fa qualche debito e li compra. Il circo ha “rotto le righe” a Savona, e Ramon non ci pensa nemmeno a cambiare città…no, lì va benissimo.
Ci sono dei bambini? C’è un parco? E allora, dov’è il problema?
Affitta per quattro soldi un magazzino sotto le arcate di un ponte ferroviario, ci porta la paglia, il legno per la mangiatoia. Corregge, finimenti, catene, acqua, fieno, coperte…poi, chissà dove, scova un vecchio calesse e lo fa diventare un tiro a quattro, mentre i pony più docili portano la sella per i bambini più avventurosi, quelli che vogliono per un attimo sentirsi cow-boy.
Così per anni, per decenni: tutti i savonesi che hanno meno di 40 anni sono saliti sui cavallini di Ramon: mille lire, sconto per i fratelli e le sorelle al seguito. Per i genitori, negli anni, saltarono fuori anche delle vecchie panche di legno, così le nonne aspettavano sedute, che fanno male i piedi ad aspettare in piedi.
Gli anni passano, ed un giorno – visto che avrei il posto per accudirlo – mi salta per la mente di comprare un cavallo: a chi chiedere consiglio? A Ramon, ovvio.
Mi squadra, m’attraversa con lo sguardo, soppesa i miei sentimenti e palpeggia la mia anima traversandomi gli occhi. Poi, parla.
«Cavallo non è facile da tenere, no, non è facile. Sempre devi tenere sott’occhio cavallo: fare giretto la mattina, ma se c’è umido…guarda pelo di cavallo: se vedi come nebbia sul pelo subito asciuga, poi coperta, subito coperta, altrimenti cavallo ha freddo, malato…»
Osservo i pony: non sono né grassi e né magri, nemmeno quelli più anziani, che oramai li porta soltanto per farli vedere e non li lascia montare. Nella piccola stalla c’è un ordine certosino: pare quasi che i fili di paglia, sul pavimento, abbiano scelto da soli il giusto intreccio, l’armonia di un tappeto persiano. Di paglia.
Allora capisco che ci sono delle cose per le quali bisogna nascere, non inventarsi d’essere. Per cortesia rimango ad ascoltarlo, ma dentro di me la decisione è presa: più di un Guzzino, non saprei accudire.
Così m’allontano: i figli sono oramai grandi e non chiedono più d’andare da Ramon, perché altrimenti gli amici li prenderebbero in giro. Ma, se potessero…
Tanti anni dopo ripasso dai giardini sul mare e non ci sono più le panche, sparita la locandina che pareva uno squarcio di pampa, nemmeno l’ombra di Ramon. Se n’è andato anche lui, insieme a Lurisia e la sua fisarmonica, Gilera e la sua moto, Amoruso, le mine, i pony…l’Italia che non c’è più. Che bella che era.

Auguri di Buone Feste a tutti e, in particolar modo, a quelli che credono negli alti principi della nostra Costituzione, nell’empatia fra esseri umani che rispetta le diversità e le scioglie nella positiva socialità e nel comunitarismo.

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