10 gennaio 2010

La nuova generazione: Pegaso contro Furia?


Questo è un lungo articolo, ve lo dico subito, così chi non se la sente d’affrontarlo può tranquillamente rivolgersi ad altro. E’ dedicato al problema di chi scrive, di chi legge, del loro rapporto dialettico e simbiotico, della possibilità che da questi rapporti ne possano nascere altri, più soddisfacenti per tutti, di natura politica e sociale.

Scrittori, giornalisti e bloggher

Tutti sappiamo scrivere, il problema è come si scrive. Per quanto riguarda gli aspetti più tecnici della scrittura (ortografia, grammatica, ecc), un semplice programma come Word aiuta parecchio, giacché individua gli errori, o quasi. I veri problemi sono stilistici, ovvero dare coerenza al testo, e questo s’ottiene “sposando” l’argomento della trattazione con uno degli stilemi tradizionalmente usati nella letteratura italiana. Così, una trattazione scientifica avrà gli stilemi del saggio (precisione, linguaggio sintetico, citazioni, ecc) mentre un racconto userà un linguaggio più onirico, la favola, la suspense, ecc.
Queste sono, però, regole di massima, giacché un bravissimo scrittore potrebbe raccontare la sintesi delle proteine con lo stile della favola, ed a soluzioni del genere ricorrono gli scrittori della letteratura rivolta ai ragazzi, ma non è detto che non si possano ottenere buoni risultati anche con gli adulti.
Il mestiere di chi scrive, dunque, è quello di coordinare tutti questi aspetti e farli convivere armoniosamente.

Simili “percorsi” avvengono nella musica, laddove la parte “tecnica” vi potrà rendere perfetti esecutori, mentre per diventare “musicisti” ci vuole l’ispirazione e parecchio “mestiere”. Le doti che consentirono a Beethoven – oramai sordo – di scrivere la Nona Sinfonia senza averla mai ascoltata. Oppure, come per Grieg, scrivere il Peer Gynt in una baracca che sorgeva in un fiordo, dove non c’era nemmeno un pianoforte. I musicisti possiedono la cosiddetta “scala assoluta” nella mente: potrete osservare, nel film “Amadeus” di Milos Forman, come (probabilmente, è solo un esempio) Mozart scrisse il Requiem. Tutti i musicisti dell’epoca scrivevano senza provare nulla: in un certo senso, la procedura è simile nella stesura del software, quando il testing (ossia, provare le sezioni di un programma) avviene solo dopo la scrittura (implementazione).
E i parallelismi fra i due mondi – letteratura e musica – non s’arrestano qui: la punteggiatura, per lo scrittore, ha molto della scelta del tempo per il musicista, mentre il poeta è senz’altro più correlato alla musicalità del testo.
L’ultima cosa – last but not least – è avere qualcosa da raccontare.

Tutti abbiamo qualcosa da raccontare: quando, stesi sul letto o in poltrona, di fronte al mare o sotto un albero d’Estate chiudiamo gli occhi, le immagini appaiono da sole. Fateci caso.
Le prime volte non presteremo troppa attenzione a queste fantasie – potrebbe anche essere un sogno erotico sulla vicina di casa – ma, se comprendiamo dove inizia il filo d’Arianna che conduce a raccontare, quel sogno erotico potrà diventare un racconto erotico, oppure la vicina viene misteriosamente uccisa e allora “parte” il giallo a sfondo erotico/sessuale. Ancora: la vicina scompare, nessuna sa più niente di lei. Il mistero, la scomparsa, l’Africa dov’è fuggita con un altrettanto misterioso amante, e via a descrivere persone, luoghi, situazioni…
Il percorso l’ho indicato, ma non è detto che tutti riescano a percorrerlo: anche disegnare o dipingere è un “percorso” tecnico e d’ispirazione, ma non sono mai riuscito ad andar oltre un disegno infantile.
Alcuni possiedono personalità poliedriche, che consentono loro d’esprimersi in più campi e con più mezzi: sta a noi capire a quale universale apparteniamo, senza crederci subito chissà chi, ma nemmeno castrare immediatamente le nostre potenzialità.

Gli scrittori – nella semplice accezione di chi scrive ed ha qualcosa da raccontare – scelgono poi diversi campi nei quali proporre la loro comunicazione: libri, giornali, blog. Da notare che, oggi, tutte queste forme sono perfettamente fruibili in modalità cartacea ed elettronica.
Spesso, nei commenti ad un articolo, qualcuno obietta che l’argomento è sì interessante, ma non completamente svolto: questo, è il limite dell’articolo. Per rendere quel testo completamente esauriente, lo scrittore sarebbe stato costretto a “sconfinare” nel saggio, ma a quel punto la lunghezza del testo avrebbe scoraggiato molti lettori ad affrontarlo.
Così, chi scrive, tende ad auto-limitarsi, cosciente che – per semplici questioni di tempo, stanchezza o poca abitudine ad affrontare testi lunghi e complessi – la gran parte dei lettori rifiuterebbe la lettura. E, qui, si apre un nuovo scenario.
Chi, oggi, legge?

Una delle conquiste della società moderna è stata la sconfitta dell’analfabetismo: almeno, la grossolana sconfitta dell’analfabetismo. Ecco un esempio d’argomento tronco: se dovessi argomentare sugli attributi dell’analfabetismo (tradizionale, di ritorno, parziale, ecc), sarebbe necessaria una pagina in più.
Stabilito che solo una piccola parte della popolazione non sa leggere un testo, man mano che il livello degli argomenti proposti (ed il corrispondente linguaggio) aumentano per complessità, cala il numero dei lettori in grado di comprenderlo.
I quali, però, mantengono immutato il loro diritto di critica: questo spiega molti commenti campati per aria, che non hanno coerenza. Insomma, la classica situazione di chi indica il cielo e nella quale c’è chi s’ostina ad osservare il dito. Perché?
Beh, riflettiamo su una semplice constatazione: prima della Seconda Guerra Mondiale, poche persone superavano le scuole elementari. Dopo la guerra, divenne uno “standard” la terza media: per una maturità superiore, conseguita da quasi tutta una generazione, bisogna giungere ad oggi. Per questa ragione l’informazione sul Web è principalmente fruita da persone più istruite.
La circolazione dell’informazione, come oggi la conosciamo, vive solo da un decennio: prima, o acquistavi un giornale, oppure nulla. Questo, ha cambiato profondamente il mondo della comunicazione, e siamo solo agli inizi.
Ovunque, sul Web, troviamo informazione su tutto: vuoi preparare un piatto da gran chef? Vai al sito delle ricette. Vuoi sapere qualcosa di più su Giustiniano? Eccoti servito.
Ma, siamo preparati ad affrontare questo mare d’informazione?

Questo spiega la gran diffusione dei blog, ma non cadiamo nell’errore di pensare che il blog non esistesse prima di Internet: mai madre, a sua insaputa, è una bloggher giacché da decenni tiene un diario.
Il blog, questo è e non altro: importantissimo, poiché istantaneo. Se siamo riusciti a sapere molte cose sulla sporca guerra in Iraq, lo dobbiamo ai soldati americani i quali – muniti di palmare e di telefono satellitare – inviavano direttamente i post sui loro blog negli USA, spesso by-passando la censura dei giornalisti ufficiali, i cosiddetti “embedded”.
Il limite del blog è spesso lo spazio: nato come il successore elettronico del diario, mal si presta per analisi lunghe e dettagliate, anche se è tecnicamente possibile.
Nei blog, s’incontrano nello stesso luogo due diversi tipi di lettori: coloro che sono alla ricerca di un’informazione a largo spettro, forzatamente superficiale, con quelli che desiderano, invece, approfondire.
Ne nasce una confusione di termini: chi scrive su importanti siti si ritiene un giornalista, ma non c’è “giornale” in senso stretto, mentre anche le grandi testate, se vogliono sopravvivere, sono state obbligate a migrare sul Web ed a concedere i commenti, pur debitamente “purgati”.

La febbre del commento ha oramai pervaso tutto il Web: tutti vogliono commentare su tutto, sempre. Perché? Poiché, con la chiusura di tutti gli spazi di democrazia partecipativa tradizionale – talvolta solo effimeri consessi, ma pur sempre qualcosa – l’unico luogo dove farsi ascoltare è rimasto il Web. Riflettiamo sul significato e sulla partecipazione alla vita politica dei partiti in ambiti locali – il dibattito nelle sezioni – di pochi decenni or sono, e confrontiamolo con il canale a senso unico della politica in TV.
Dopo la prima Samarcanda – nella quale si correva il rischio d’incontrare non diciamo proprio il cittadino comune, ma almeno il presidente di una sconosciuta associazione, il responsabile di uno sperduto centro sociale, ecc – sono arrivate trasmissioni dove i tempi vengono suddivisi fra i politici con il manuale Cancelli. E la gente? Parterre, claque e basta.
Ovvio che, se nessuno m’ascolta, appena trovo uno spazio mi ci butto a pesce, e questo è l’aspetto positivo.
L’aspetto negativo, che finisce spesso per depotenziare totalmente la comunicazione nei siti dove si commenta, è che la critica ha dei canoni. Per carità: non tiriamo fuori la solfa della critica “costruttiva”, che fa tanto politically correct! D’altro si tratta.
Lo scrivente, che sa assai poco d’arti figurative, quando si trova (magari accompagnando una scolaresca in gita) di fronte ad un edificio di pregio architettonico o ad un quadro, esprime sempre dei giudizi estetici personali: mi piace, è armonico. No, non mi piace, ecc.
Mai, mi lancerei in analisi del tipo «L’abside ha pregevoli forme, mentre il transetto sembra incoerente, per stile e forme, con il resto del…» e così via. Cosa ci ricaverei? Probabilmente una brutta figura.

Invece, nei commenti, persone che non sanno nulla di petrolio o d’energia (e si capisce subito) si mettono tranquillamente a dissertare, assicurando che sì, è evidente che il petrolio ha origine inorganica. Oppure che no, non è vero.
Entrambe le critiche necessiterebbero di spazio e d’argomentazioni a sostegno: allora, come si risolve? S’incolla un bel collegamento ad un video ed il gioco è fatto. Giusto così?
No, perché qualsiasi contenuto esterno va presentato mediante un abstract: se ricorro ad un parere esterno, dovrò comunicare le ragioni che mi hanno condotto a sposare quella tesi. Perché? Poiché il collegamento esterno potrebbe contenere, a sua volta, imprecisioni e dubbi, e quindi non sortirebbe altro effetto che confondere ulteriormente.
Esempio: si fa presto a citare il rapporto Leuchter per quanto riguarda le camere a gas naziste ma…qualcuno ha provato a sondare le varie ipotesi per capire se sono fondate, oppure le ha prese per buone e via così? Le pietre che non contengono sufficienti quantità di residui di gas – e questa diventerebbe la prova della non esistenza di tutto l’ambaradan – di che tipo sono? Qual è la permeabilità ai gas di quel tipo di roccia? La curva di decadimento, per la concentrazione di quello specifico gas e per quel tipo di roccia, è conosciuta?
E questo vale per il mutamento climatico, per questioni finanziarie, per molte tesi “complottiste”, ecc.
Può commentare, dunque, solo chi è esperto, ha certezze che derivano dal suo curriculum studiorum? Non è detto: anche il grande “esperto” prende gran cantonate.
Come si può, allora, commentare?

Lo sforzo di commenta è, se non proprio pari a quello di chi scrive, di poco inferiore: la critica comporta l’attenta comprensione di un testo, l’approfondimento delle parti che si considerano dubbie e, infine, l’implementazione di una diversa coerenza che sia credibile, solida.
Secondo il metodo scientifico post-galileiano – dalle parti di Russell e Popper – è compito della critica proprio vagliare la produzione letteraria, saggistica, scientifica, ecc degli autori, giacché è solo sapendo che il proprio lavoro sarà attentamente vagliato che si distruggono gli assolutismi, di qualsiasi natura. Non riteniamo, però, che Russell e Popper considerassero come valida critica un commento del tipo: “E’ solo una str…zata: ascoltate qui, su http//www.youtube…”

Comunicazione, politica, cambiamento

Per quanto ci sforziamo, non troviamo nella Storia un solo evento nel quale un giornale (principale media dell’epoca) sia riuscito a scatenare un mutamento politico. Della serie: domattina, ore 8, tutti in piazza per…
E’ altrettanto vero, però, che i grandi mutamenti sono stati tutti catalizzati dall’informazione, almeno nella Storia Moderna e Contemporanea.
Che ne sarebbe stato della Rivoluzione Francese, senza gli Enciclopedisti? E di quella sovietica, senza il lavoro teorico prima di Marx e poi di Lenin? Tutte le grandi rivoluzioni – a partire da quella inglese – giunsero dopo l’invenzione della stampa.
Ma, sull’altro versante, c’erano condizioni sociali veramente estreme: perdita delle Terre Comuni, fame, carestie, guerre. Ed un’avanguardia in grado d’interpretare quei fenomeni.
Chi si aspetta, quindi, che l’informazione “a 360 gradi” sul Web, con libertà di commento – e dunque bi-direzionale – possa condurre da sola a nuove formazioni politiche – le quali produrranno quel cambiamento che in tanti aspettiamo, per veder scomparire nel ricordo questo brutto palcoscenico della politica italiana e far posto, almeno, ad un Paese “normale” – è un illuso.
Sull’altro versante, l’unica via per incrinare l’apparente, cristallina solidità degli apparati di potere, è l’informazione. Una contraddizione in termini? No.

Galileo accettò il verdetto dei cardinali ma, la prima cosa che fece appena riconquistata la piena libertà, fu inviare ad Amsterdam i suoi manoscritti affinché fossero pubblicati: Amsterdam, al tempo, non era più nelle generiche “Fiandre”, bensì nelle Zeven Provincien, le Province Libere. Liberate dal potere della Chiesa Cattolica con l’affrancamento dalla corona di Spagna.
Durante il Fascismo, vi furono numerose pubblicazioni clandestine – che circolavano in Italia ma, soprattutto, all’estero – e in quelle pubblicazioni il dibattito politico, negato dal potere, proseguì. Altrimenti, col cavolo che nel 1947 ci sarebbe stata una classe politica d’alto livello, in grado di scrivere una delle migliori costituzioni del Pianeta!
Per certi aspetti, il Web è oggi una pubblicazione clandestina, tanto è vero che vi sono molti, bravissimi scrittori, analisti, ecc…i quali, però, devono rimanere confinati sul Web, altrimenti sarebbero dirompenti per l’establishment. Che fine fecero fare a Benettazzo ad Anno Zero? Lo presentarono come un orfanello naif, una specie di grillo parlante. Trascurarono persino di presentarlo, e si dimenticarono anche – che caso! – di ricordare che aveva previsto con largo anticipo la crisi finanziaria. La stessa cosa avvenne con Chiesa e Blondet per l’11 Settembre, i quali furono abilmente immessi nell’arena, per recitare la parte del toro nella corrida.

Il media TV ha i suoi canoni di media mono-direzionale, ed a quella legge nessuno scampa: anche il giornalismo d’inchiesta, in TV, segue lo schema del reality. E’ intrattenimento politico, non dibattito.
Nessuno, sul Web, si sognerebbe di “in-trattenere” qualcuno perché mancano gli schemi per farlo: ovvio che si cambia canale come si cambia sito, ma in TV c’è lo spettacolo, i tempi sono orchestrati proprio all’insegna del veloce mutamento, per non “annoiare”. Così, si rimane annoiati da una serie di cambiamenti repentini, mentre s’attende il “coup de théâtre”. Che non giunge mai.
Non sono i contenuti, ma i tempi ad essere diversi. Leggere attentamente questo articolo, comporta una concentrazione che nessun media TV richiede: per contrappeso, le informazioni, i contenuti degli articoli rimangono ben impressi, fanno scaturire ulteriori dubbi, approfondimenti, ecc. La TV è, per antonomasia, usa e getta.
In altre parole, la pazienza del leggere e del ponderare quel che si legge è la “molla” che ci consente di salire di un livello nella comprensione della realtà: svuotati di tutto l’ambaradan pubblicitario e spettacolare, restiamo soli con un testo, noi e la nostra Gestalt. La TV non consente Gestalt, perché è lei stessa a fornirne una, pre-confezionata.

Ovviamente, chi segue questi percorsi, impara rapidamente e, altrettanto velocemente, desidererebbe quei cambiamenti che gli sembrano, oramai, tanto semplici quanto scontati. Vive, oramai, da Pegaso in mezzo alle mandrie che corrono nella prateria.
Si scontra, però, con la differenza – a questo punto “interpretativa” – della realtà che i due mezzi propongono: per questo le giovani generazioni (più informatizzate) sono più propositive, addirittura pragmatiche nella ricerca delle soluzioni. Man mano che si passa dal Web alla TV, le soluzioni proposte sono sempre più ingabbiate da preconcetti, giacché il media TV veicola, oltre allo spettacolo, una serie di limiti che diventano di fruizione quasi subliminale.
Ponete attenzione a quante volte viene citato l’aggettivo “corretto”: tale aggettivo passa come sinonimo di “giusto” ed invece è falso. Il verbo latino corrigo ha ben altro significato, mentre il Corregidor spagnolo era un ufficiale di nomina regia che aveva compiti di controllo coloniale. Altro che “giustizia”.
Così, anno dopo anno, vi diranno, vi ripeteranno che è necessario essere “corretti” e fabbricheranno un bozzolo intorno alla vostra personalità, al punto che sarete voi stessi a “correggervi” prima d’aprir bocca.

Sull’altro lato della via, invece, la libertà è totale e sconfina spesso in licenza. Non si tratta solo di un problema d’educazione, ma di pragmatismo.
Il dibattito sulla Shoà è spesso uno dei più crudi: non si lesinano insulti e minacce ma, a ben vedere, è quello che fornisce più frecce all’arco d’Israele per la sua politica terroristica nei confronti dei Palestinesi.
Indubbio che, sotto l’aspetto storico, la libertà di discutere deve essere garantita…ma…conviene? Forse che Irving o Trevor Roper mutarono una sola delle loro tesi, per un commento su un quotidiano o sul Web? No, però ci sarà chi sfrutterà quel commento per demonizzare tutto un sito.
Quando, un sito o blog seguito, con buone “penne”, riesce ad incidere?
Semplicemente quando fa quello che fanno tanti siti e blog: continuando a fornire informazione, a smascherare le pacchiane falsità, oppure ad indicare altre interpretazioni per un fenomeno che viene spacciato per unico ed inconfutabile.

Qui, dissento in parte con Paolo Barnard sulla necessità d’avere una struttura come lui l’ha indicata, ossia ben organizzata e, soprattutto, finanziata.
Certo, non ci sarebbe nulla di male a scrivere dandosi una veste redazionale – sicuramente la qualità del lavoro migliorerebbe – ma dubito che quella struttura sarebbe in grado di catalizzare la presa di coscienza della colossale finzione nella quale siamo immersi. Ossia, potrebbe fare senz’altro di più, ma l’errore sarebbe attendersi solo dall’informazione quel “go” verso il mutamento politico che l’informazione, storicamente, non ha mai avuto.
Inoltre, sono molto pessimista al riguardo di possibili “mecenate” che volessero sorreggere il reddito di cittadinanza, l’energia pulita, il riconoscimento del comunitarismo come valore fondante del vivere sociale…insomma, tutto quello che i tanti “Pegaso” del Web discutono da anni.
La Storia muta ogni istante, lentamente, inesorabilmente e, con essa, cambiano le nostre vite. Poi, apparentemente in maniera stocastica, succedono eventi di grande portata, che producono accelerazioni impensate solo la settimana prima. Pensiamo alle rivoluzioni, ma anche all’11 Settembre, che ha accelerato la caduta degli USA come dominatori assoluti del Pianeta.
Io credo fermamente nella forza e nell’importanza dell’informazione – e ritengo che il Web oggi sia un elemento veramente cruciale per la casta politico/affaristica al potere – però non penso che da siti o blog possa nascere qualcosa che, domani, sarà un nuovo soggetto politico. Forse potrebbe accadere in Germania – dove per fondare un partito bastano 50 firme – non certo in quest’Italia destinata inesorabilmente al disastro. Dopo una catarsi? Forse: scrivo articoli, non profezie.

L’aspetto economico

Da quando è nato il Web nella sua attuale forma, ovvero scambio d’informazione a largo raggio – poco più di un decennio – va per la maggiore che, chi produce cultura, debba farlo gratis.
Nessuno si salva; la musica finisce subito nei circuiti peer to peer, come i film, mentre per la letteratura il problema è presto risolto: scrivi ciò che ti passa per la testa sul tuo sito, sul tuo blog, su Facebook e noi leggiamo.
Peccato che non esistano paralleli circuiti per lo scambio gratuito delle carote, e la motivazione è semplice: le carote non possono essere scambiate, bensì solo consumate.
Per questa ragione – ossia per sostenere l’importanza di chi creava beni immateriali – tutte le normative prevedevano (e, tuttora, prevedono) la protezione del Diritto d’Autore: se, per la letteratura, sono gli stessi autori a preferire (vedremo dopo perché, come, ecc) la pubblicità dei loro scritti, così non è per la musica e per il cinema.
Con un’interpretazione della Corte di Cassazione, la quale equiparava lo scambio sui circuiti peer to peer al prestare un libro, oramai va per la maggiore che sia legale, o quasi (anche se non è vero), scaricare di tutto. Non sarà legale al 100%: però, indubbiamente tollerato.
Vi siete mai chiesti la ragione, per la quale tanta manna ci viene concessa?

E’ raro che leggiamo i patrocini ed i ringraziamenti all’inizio ed alla fine di un film, e facciamo male: sempre più spesso, all’inizio, compaiono una serie di patrocini che dovrebbero far riflettere.
“Sotto l’alto Patrocinio della Presidenza della Repubblica”, “Si ringrazia la Regione XY per l’aiuto offerto”, “Con la fattiva collaborazione del Comune di…”, “Con il Patrocinio della Presidenza del Consiglio”, eccetera.
Siccome le sale cinematografiche, a parte le città, non esistono più, ed anche nei grandi centri sono oramai una frazione di quelle che c’erano un tempo, gli introiti al botteghino sono molto ridotti rispetto al passato. Dopo qualche mese (in genere, sei), il film passa nel circuito dell’Home Video e, dopo pochi giorni, compare la prima copia sui circuiti di scambio.
Le case di produzione s’affidano allora a delle strutture le quali, immettendo altri film nel circuito con lo stesso nome (in genere, film pornografici), tentano di “stancare” chi scarica: certamente rallentano il fenomeno, ma i programmi per lo scaricamento diventano sempre più raffinati nello riuscire a distinguere anzitempo le copie fasulle. E’ un guerra persa, ma tollerata.
Potrà senz’altro far piacere possedere migliaia di film, ma l’effetto che si produce sul fronte della produzione sono i mancati introiti: per questa ragione, i registi ed i produttori – con il cappello in mano – iniziano a “battere” le stanze della politica, a tutti i livelli, per mettere insieme i capitali necessari alla produzione di un altro film.
Ovvio che, chi dà dei soldi, non desidera essere maltrattato…anzi, se da quel film la sua immagine ne uscirà meglio…allora…meglio per il produttore, che la prossima volta otterrà altri spiccioli!
Ergo: con questi mezzi, la politica s’impadronisce delle leve della cultura cinematografica.

Chi ha saputo leggere fra le righe de “Il Caimano”, qualcosa avrà compreso, ma c’è un’ulteriore complicazione: il Presidente del Consiglio è anche il principale editore televisivo, che non disdegna qualche “passeggiata” nel mondo del Cinema (Medusa, ad esempio), e poi tutto l’ambaradan dei canali satellitari, delle Pay TV…
Che il gran tourbillon, nel quale finì Vittorio Cecchi Gori, dipendesse tutto dalla ex moglie e dalla Fiorentina…beh, ci si può credere, ma io non ci ho mai creduto. Soprattutto, soppesando il valore, in termini di titoli a listino, posseduto dal Cecchi Gori Group.
Insomma, dopo queste premesse, ci possiamo spiegare come mai non si facciano più veri film di denuncia, di critica all’establishment. Dove sono i “figli” di grandi film come “Finché c’è guerra c’è speranza” oppure “Detenuto in attesa di giudizio” con Alberto Sordi, o “Il caso Mattei” ed i tanti film di Gian Maria Volonté?
Di Sordi non rimane nulla, di Volonté il figlio: meglio Albertone.
Qualche regista prova a fare film che ancora si collochino nella grande stagione italiana del film di denuncia: Virzì, Soldini e pochi altri…ma non hanno più “l’impatto” sociale che ebbero le generazioni precedenti di cineasti, anche perché – per trovare i soldi – quanto dovranno mediare? Quanti portoni dovranno valicare?

La musica rock riesce a salvarsi un pochino grazie ai concerti, ed è proprio per gli scarsi (o nulli) introiti della distribuzione che i prezzi dei biglietti hanno raggiunto livelli esorbitanti. Le altre musiche – a partire dalla classica, passando per l’operistica e per finire con il jazz – si salvano solo più con i contributi pubblici, come del resto il teatro: Baricco cercò d’aprire un dibattito provocatorio sull’argomento[1], ma fu zittito.
La letteratura, invece, ha più “filoni”: libri, giornali, riviste, Web.
Anche qui, assistiamo ad un parallelo fenomeno: anche se nella scuola, oramai, mancano i fondi per pagare i supplenti e qualsiasi attività aggiuntiva, tutte le Finanziarie prevedono un corposo contributo per la stampa.
E, anche qui – non riteniamo di doverci dilungare – un altro clamoroso conflitto d’interessi, con “Libero” o “Il Giornale” che si mettono, proni, a disposizione delle più elementari “necessità” di Berlusconi (ricordiamo il caso Moffo) ed il Governo che ricambia, con tutto ciò che serve per mantenere nell’oro i suoi scribacchini[2].
Chi vuol fare informazione nella carta stampata, dunque, si trova di fronte all’insormontabile problema di trovare un Direttore che gli dia una scrivania, poiché quel Direttore ha decine, centinaia di richieste e “segnalazioni” da parte dei politici, e sa che quelle persone non gli creeranno grattacapi. La qualità? Beh, a parte qualcuno che ancora sa scrivere, il resto…
Avevo già analizzato il problema nel mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni[3]”: chi vorrà, potrà approfondire.

Per i libri, la situazione è diversa ma altrettanto disperante: se una persona sa scrivere, ed ha qualcosa da dire, prima o dopo troverà una casa editrice che lo pubblicherà. Il problema è “quale”.
Difficilmente sarà una grande casa, e per questa ragione il suo libro rimarrà negli scaffali per pochi giorni: dopo, finirà “dietro” e nessuno più andrà a cercarlo.
Chi proprio ci tiene, potrà imbarcarsi in faticosissimi tour, per firmare una ventina di libri in una libreria o dopo una conferenza: le spese, in genere, sono a carico dell’autore.
Tutto ciò, avviene perché la programmazione in libreria avviene come negli ipermercati: la distribuzione fornirà, mesi prima, al libraio i “pacchetti” – tot di questo, tot dell’altro, questo no, aspetta… – ed il libraio accetterà, perché sa che quegli autori, nel periodo corrispondente, saranno in TV, avranno una recensione sul “Corriere”, ecc. Niente di diverso dal vendere prosciutti o banane.

Notiamo, a margine, quanti autori provengano dalle “truppe” della TV: non che non siano bravi, ma è inevitabile chiedersi quanti autori – che non hanno calcato le scene – rimarranno sempre nell’ombra.
Il cortocircuito è evidente: la bravura non è più dell’autore, bensì dell’agente editoriale, delle sue “aderenze” a questo o a quello…dei favori che dovrà ricambiare…inoltre, non dimentichiamo che siamo solo 60 milioni (italiani un po’ meno) e dobbiamo vedercela con i “colossi” di lingua inglese e spagnola, che hanno ben altri mercati, i quali raggiungono la notorietà nel loro bacino linguistico: solo dopo arrivano, a migliaia, le traduzioni. Contate quanti sono gli autori italiani che sono tradotti all’estero.

A questo punto, lo scrittore deciderà di puntare sul Web per farsi conoscere – ma il Web è una riserva indiana, chiusa e controllata – e da lì ha poche possibilità d’uscire.
Ovviamente, ci sono scrittori per necessità e per diletto. Chi cerca di farlo come mestiere, spesso deve arrangiarsi con le traduzioni – mica la Allende, le spiegazioni multilingue di un frullatore – e cercare di guadagnare qualcosa per rimanere a galla. Oppure, fare un altro lavoro part time…ci sono moltissime varianti.
Chi ha già un lavoro, dedicherà una parte del suo tempo alla scrittura, ben sapendo che non guadagnerà nulla o pochissimo.
Personalmente, ho scelto di pubblicare liberamente gli articoli e di mettere a pagamento la mia produzione di narrativa, con risultati non esaltanti, ma già lo sapevo. Per questa ragione, credo poco alle iniziative di giornali on line a pagamento: se non si ha dietro un gruppo editoriale (che ti chiederà sempre qualcosa in cambio), è molto difficile farcela.
Tirando le somme, dunque, uno scrittore che pubblica articoli sul Web è una persona che non ha nessun ritorno economico da quell’attività: c’è chi lo fa come mezzo per avere visibilità (ma da chi?), oppure quasi come volontariato sociale.

Per questa ragione, assistiamo spesso alle lagnanze degli scrittori quando vengono insultati (io per primo) da chi commenta; il diritto/dovere di critica va benissimo, l’insulto – palese o mediato con qualche assurda elucubrazione (il secondo è il più fastidioso) – fa scattare una semplicissima molla: e chi me lo fa fare?
La protesta viene sempre accolta dai gestori dei siti – anche loro volontari, che campano con altri lavori e non ci guadagnano nulla! – perché ci si sente nella stessa barca: insomma, cerchiamo di scrivere qualcosa che non sia la solita Bibbia di regime…e questi c’insultano?
Il risultato è lo sconforto, oppure il dubbio se continuare un’attività la quale – sia dal punto di vista professionale, sia da quello economico – si sa con certezza che non darà nulla. Anche perché, se si desidera un mondo dove tutti ricevano il sacrosanto rispetto che è loro dovuto, non s’inizia insultando il primo che scrive.
Vediamo, allora, chi legge, chi critica, chi insulta e perché lo fa.

L’utente

Le persone che frequentano i siti di controinformazione sono di due tipi: quelle che cercano informazione per l’incompletezza e la faziosità di quella di sistema e quelle che operano per seminare zizzania.
Scartiamo le seconde – a volte definite “troll” – perché sono utenze interessate: non crediamo che la classe politica sia così disattenta al Web.
Le prime, invece, sono molto diverse fra di loro: un tempo, la controinformazione era patrimonio della sola sinistra mentre oggi, persone deluse dai governi di centro-destra, si rendono conto anch’esse che la sbobba è la stessa per tutti. Dunque…

La pessima eredità, che non riusciamo a scrollarci, viene ancora una volta dalla TV: scorrendo i commenti, pare quasi d’assistere alla brutale trascrizione di un dibattito televisivo.
Purtroppo, in questo senso c’è ben poco da fare: o s’abbandona completamente la TV – ed i frutti di tale “privazione” s’iniziano ad osservare dopo mesi, una vera e propria “disintossicazione” – oppure ci si trascina appresso il pessimo vezzo d’imitare un alterco fra La Russa e Di Pietro.
Alcuni siti non prevedono commenti per gli utenti, e sono anch’essi molto seguiti, oppure filtrano attentamente gli interventi: non bisogna, subito, alzare grida di sdegno e di censura, poiché dipende da com’è gestito il filtro. Ovvio che chi insulta va filtrato, ma non è questo il problema: spesso, utenti abili – che operano per scelta politica o tornaconto personale sul Web – appena viene pubblicato un articolo immettono subito commenti fuorvianti, che non c’entrano nulla con il contesto. Lo scopo che si prefiggono è quello di depotenziare l’articolo, conducendo il “flusso” dei commenti in sterili polemiche, estraendo dal contesto una sola frase e facendo in modo che i commentatori si scatenino in un dissidio infinito.

Funari può essere considerato a pieno titolo l’inventore di questo “format”, anche se le tecniche di comunicazione lo prevedevano già prima. Un solo esempio: la “rissa” scatenata da Berlusconi nei confronti Rosy Bindi – “Rosy Bindi è più bella che intelligente” – ha spostato l’attenzione del pubblico sulla sua scarsa educazione (sulla quale si nutrivano pochi dubbi), mettendo in secondo piano fatti assai gravi, vale a dire le sue posizioni processuali, i conflitti istituzionali, ecc.
Seguendo questo “format”, chi commenta collabora poco alla sintesi, all’incontro fra le tesi di un autore ed il pubblico dei lettori – che dovrebbe essere la vera funzione dei siti e blog “aperti” – poiché tutto si perde in inutili chiacchiericci.
I quali, fra l’altro, finiscono proprio per stancare, per primo, chi legge: spesso, ci si guadagna a leggere il solo articolo ed a non prestare attenzione ai commenti. Il che, è tutto dire.

La notorietà

Alcuni sostengono che la notorietà acquisita sul Web sia in ogni modo un valore, qualcosa del quale l’autore può andar fiero. A prima vista così parrebbe.
Se, però, si “gratta” un poco la vernice di questa presunta “notorietà”, si scopre che non esiste. Anzi, talvolta può risultare quasi dannosa.
Stabilito che un autore non ricava nessun (o scarsissimo) ritorno economico dalla sua attività di scrittore sul Web, dobbiamo domandarci quali altri frutti maturi.

Senz’altro “l’applauso” dell’attore dilettante, quel momento di gioia e quella sensazione di trionfo che lo pervade sul proscenio, mentre s’inchina verso il pubblico. Questo è innegabile.
Si tratta, però, di un sentimento assai effimero, che è legato al narcisismo insito nella personalità umana: il quale, però, con il tempo si stempera nell’assuefazione.
Quando si pubblica il primo libro s’attende, trepidando, che arrivino le copie omaggio: dopo qualche pubblicazione, si risponde: «Ah, sono arrivate? Dopo le guardo…»
Stupisce poi notare che, fuori dal mondo del Web, quella notorietà non esiste: anzi, non esiste proprio quell’autore, quella firma, quel giornalista.
Salvo, appena esterna qualcosa che irrita il potere, “sbattere il mostro” in prima pagina – come fece Magdi Allam con me sul “Corriere” – e, in questo modo, invocare strali contro quel mondo d’ignoranti pervertiti, i quali sono solo bloggher e non conoscono, dunque, i canoni della comunicazione. Si tratta, ovviamente, di una posizione strumentale, ma – credetemi – essere sbattuti come “mostri” sul Corriere, o come Caracciolo su “Repubblica”, non è piacevole, per niente.

La Casta sta a guardare, ma non solo: quando scopre che un certo autore è seguito, la prima cosa che fa è contattarlo. Mica lo fa firmandosi con nome e cognome! Giungono bizzarre mail “interlocutorie” – a nome di strane associazioni, con i fini più disparati – le quali cantano tutte la stessa canzone: scrivi per noi, i soldi ci sono.
Qui sta all’autore scegliere: se proteggere la propria libertà d’espressione, oppure arricchirsi. Non sono mai andato oltre una risposta di cortesia, ma conservo quelle mail. Attenti: non uso raccontare frottole.

Conclusione

Dopo questa lunga “galoppata”, dovremmo domandarci cosa si può chiedere ad uno scrittore, giornalista, bloggher…chiunque sia…sotto due, distinti profili.
Il primo è la sua posizione pubblica poiché è evidente che, chiunque scriva, opera mutamenti: impercettibili? Sotterranei? Non è il “grado” ad essere importante, quanto l’evento.
Perciò, è evidente che chi scrive ha una responsabilità: oltretutto, quel che si scrive sul Web è quasi “per sempre”, mica come il giornale di oggi, che domani servirà per incartare le uova.
Personalmente, ho scelto di guardarmi bene dall’avvertire chiunque su quel che dovrebbe fare: stare attaccato alla tastiera, correre in un centro sociale, chiudersi in un monastero. Sono affari suoi. Nessuna rivoluzione è mai nata dai consigli, ma dal mutamento – dialettico – fra le condizioni sociali e la capacità d’interpretare la realtà, in evoluzione, da strati sempre più vasti della popolazione.
L’informazione serve solo a questo: a catalizzare l’analisi e la sintesi, null’altro.
Non ci sono rivoluzioni dietro l’angolo, facciamocene una ragione, e dopo Berlusconi ci saranno Montezemolo, Draghi, Fini, D’Alema, Casini…ed una buona pletora di seconde linee. Fameliche, dopo anni di gavetta. Quindi, si lavora per tempi che potrebbero essere assai lontani.
Quel che conta, però, è fornire informazione che sia il più possibile veritiera, e farlo costa fatica: tanta.
Da qui la decisione, da parte di qualcuno, di chiedere un compenso: non la ritengo affatto una bestemmia, anche perché so quale impegno ci vuole per scrivere. Bene.
Voglio terminare quasi con una battuta.

Quella che osservate alla mia sinistra, nella fotografia, si chiama Gretel. Sono cinque tonnellate e mezza d’acciaio assemblate, nel 1975, in un cantiere olandese a forma di sloop d’altura.
Oggi, hanno bisogno di tanto lavoro per poter riprendere il mare, ed è per me quasi una necessità – in pieno stile comunista, ossia è parte inscindibile della mia personalità – poterlo fare appena andrò in pensione.
Vi prego d’astenervi dai paragoni con D’Alema: fra me e mia moglie mettiamo insieme quasi 70 anni di lavoro, e non abbiamo bombardato nessuno.
Da quando ho pubblicato il mio blog (ma anche prima) ho scritto circa 200 articoli, che hanno letto decine di migliaia di persone. Quale dei due diritti è preminenete? Quello di chi desidera leggere gratis? Il mio, che vorrebbe vederla scendere in acqua già il prossimo anno?
Ovvio che, più tempo dedico a scrivere, meno ne dedicherò alla mia barca: oggi, invece di scrivere, dovrei rifinire il boccaporto di prua che ho appena costruito.
Sarebbe un bel sogno – in pieno stile comunista – se qualcuno rispondesse: nella prossima Estate, prenderò il sacco a pelo e verrò a darti una mano. So saldare, so verniciare, so rimontare le attrezzature.
La parte di lavoro dalla quale sarai sollevato, dedicala a scrivere, perché è giusto che tu lo faccia.
Quanti risponderebbero? Siate sinceri.

Non importa, non fa nulla, perché altri hanno già risposto.
Sono i vecchi amici, le persone che mi onoro d’avere accanto, i quali hanno già risposto: tranquillo – Carlo – il pennello è mio. Oppure: mettimi da parte la levigatrice. Ancora, Carlo: telefona quando vuoi per qualsiasi consiglio, poi verrò io a tesarti il sartiame ed a verificare le attrezzature, sempre che tu ritenga l’esperienza di un ex Ufficiale della Marina Militare (velista) sufficiente.
E, questa – se da un lato è una bellissima storia, ed io sono fortunato in tal senso – mostra tutti i limiti di quella che è la “socialità del Web”. Il problema non è il denaro, bensì la consapevolezza dell’azione.
Solo quando riusciremo ad abbattere la barriere fra di noi, a tornare allo spirito del dono rituale, magari un misero euro, ma dato con la consapevolezza e la gioia di volerlo donare – come praticavano i Nativi Americani – potremo dissertare su un nuovo mondo.
Come vedete, il problema non sono pochi euro dati o non dati che modificano le nostre e le altrui finanze: è la consapevolezza dell’azione che modifica, in primis, noi stessi, per prepararci ad un nuovo mondo. Oggi, saremmo i primi a non esser pronti.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

05 gennaio 2010

Errata Corrige

La villa di Renato Brunetta si trova a Ravello, sulla costiera amalfitana, e non ad Ischia: chiedo scusa agli abitanti ed agli amministratori di Ischia per l'errore, dovuto ad una svista.
Carlo Bertani

Il cesso piange



Fra le tante stranezze che circolano oramai in questo Pianeta, preda d’ogni infatuazione che consenta d’obliare la realtà – ovvero che non sappiamo più dove andiamo, come e perché – ci ha colpito quella del ministro Renato Brunetta, il quale desidera modificare l’art. 1 della Costituzione, trasformando il tema fondante della Repubblica: da “fondata sul lavoro” a “fondata sulla finanza”.
Ohibò, ci siam detti, vuoi vedere che il nostro ha trascorso il Natale a Londra?
Non ne siam certi, poiché i movimenti dei Ministri sono così discreti da diventare impalpabili, come la leggera nebbia che aleggia sul Tamigi, avvolge il London Bridge e s’incunea fra le viuzze nel quartiere di Banks.
Senza voler scendere nelle solite manfrine sulla permeabilità italiota ai gorgheggi britannici – tanto meno dimenarci fra compassi e grembiulini – ricordiamo un raggiante Massimo D’Alema il quale, appena eletto Primo Ministro, si recò in pellegrinaggio al sancta sanctorum della City, che si trasformò – ahimè, per il poveretto, nato all’ombra di fronzuti olivi – nella Perfida Albione.

Viene così da chiedersi poiché il nostro discendente dei Dogi sia così, pervicacemente ed inguaribilmente innamorato dell’apparente signorilità, un po’ dandy, che scorre nelle vene degli emuli del British Empire: forse perché il grande William ambientò alcune opere proprio nella terra d’origine del brevilineo, virgulto veneto? O è preda dei vaneggi, dei canti alla luna inviati all’Empireo da evanescenti economisti che frequentavano Bloomsbury?
E’ veramente difficile trovare una risposta ed avvertiamo il lettore: stiamo scrivendo “a braccio”, e dunque non assicuriamo che il compimento sarà degno di tanto ardore nel tessere le trame di un romanzetto che vorrebbe traghettarsi fra le due sponde, quelle dell’epica e della baruffa. Il rischio è quello di finire nel romanzo d’appendice, tutti gli scrittori lo sanno: perciò, i lettori sono avvertiti.
Quando il dubbio assale, i punti interrogativi s’infiltrano fra i tasti della tastiera e salgono nell’aere, volteggiando nel fumo di sigaretta, è necessario ancorare la barca a solido molo, che è sempre il grande Cipolla.
Forse che il nostro appartiene all’universale degli stupidi?

Avremmo risolto tutto, ma Carlo Maria c’avverte: “lo stupido è colui che riesce, contemporaneamente, a danneggiare sé stesso e gli altri”!
A prima vista non parrebbe il caso del ministrucolo, poiché la furbizia che dimostra nelle sue operazioni immobiliari – una stalla acquistata per pochi soldi a Ravello, trasformata in una multivilla a multipiani di multivalore grazie ad alcuni “accorgimenti” approvati nel piano regolatore da un sindaco, poi “traghettato” direttamente alle sue dipendenze al Ministero della Funzione Pubblica – sembra indicare che il nostro tutt’altro che stupido sia.
Ma, avvertiamo, la definizione di Cipolla va sciolta, sciorinata nel tempo e negli anni: non abbiamo nostradamiche doti, le quali ci consentano di predire aruspici sul futuro dell’ex venditore, minilineo, di minigondole. Perciò, lasciamo il rassicurante ormeggio di Carlo Maria per inoltrarci nuovamente nel mare magnum, ove tutto è possibile, compreso il contrario del vero e del falso, e dove persino i sillogismi aristotelici perdono vigore, sciolti e frammentati dai vapori che il sole trae dall’acqua.

La prima barca che incontriamo è soprannominata “u’ schoeggiu”, lo scoglio: sì, così era appellata la barca di Fabrizio, poiché il poeta-cantore si nutriva più dei paesaggi che delle boline rasentate a sentor di chiglia, con l’antivegetativa all’aria.
Anche qui, la sentenza è pesante e non consente circumnavigazioni: “il cuore troppo vicino al buco del culo”.
Non riteniamo che la sentenza s’adatti al ragazzotto di Riva Schiavoni, poiché viziata da un peccato originale: Fabrizio era anarchico, e non corse mai buon sangue fra gli anarchici e la Magistratura.
E poi, non scadiamo dalla tragedia nella farsa: altrimenti, qualcuno potrebbe credere che il titolo scelto sia riferito ad personam, ossia al rischio che il nostro formichino possa oltrepassare il confine del copritazza, passando così di dimensione, da quella di maya, dell’apparenza, a quella del non essere. Rassicuriamo il lettore: non era questo il nostro intento anche perché, misure alla mano, il nostro è sì poco sviluppato in altezza, ma pingue.

Scapolato l’orizzonte, dove anche lo “scoglio” genovese è sceso, inghiottito dalla lontananza, restiamo soli con le nostre ipotesi che salgono dal mare, s’arrovellano nelle spume e giungono a frangersi su, fino in coperta.
La prima certezza che il Dio Nettuno c’invia, a forma di un delfino che c’accarezza il mascone, è che Renato Brunetta non poteva che esser maschio: sarà poco, lo ammettiamo, ma è pur qualcosa. Grazie delfino.
Se fosse stata una Renata Brunetta non avremmo avuto nessun problema da dibattere: ah, le donne, le donne…sempre capaci di trasformare il Fato avverso ammaliandolo con occhi dolci…così da scapolare anche gli scogli più difficili da dimenticare.
Sei nata piccola? Appena riesci, con i tacchi da equilibrista, a gettare un bacetto sul collo all’amato? “Nella botte piccola c’è il vino buono”. Fatto, risolto: se mi vuoi, sappi che dovrai abbassarti un poco, per bere dalla spina un vino vellutato e carico d’aromi.
Il giorno più importante della tua vita, mentre con l’abito bianco e lo strascico t’appressi alla chiesa, si scatena la maledizione meteorologica? “Sposa bagnata, sposa fortunata”. Come, non ricordi la Giusi, che pioveva a dirotto anche al suo matrimonio, e poi vinse una Mercedes alla lotteria aziendale? E tu corri, bagnato fradicio verso la chiesa, con una fiammante Mercedes stampigliata sulla retina.
Oddio, se il nostro Renato fosse stato una Renata, qualche danno l’avrebbe pur combinato: i poveri figlioli sarebbero stati bersagli d’incessanti analisi finanziarie sulle paghette, il marito conteggiato alla voce “attivi” e la suocera a quella “passivi”, ma tutto sarebbe rimasto confinato fra il desco ed il talamo, mica fra il Parlamento ed il Quirinale. E invece, del lingam fu dotato.

Sale dal mare una domanda, portata da un Pesce Luna che rotea, annoiato, senza posa in superficie: è tutto da confinare nell’universo dei brevilinei?
Che i brevilinei covino feraci rimostranze nei confronti dei normolinei e dei longilinei è assodato ma, che da simili uova nascano sempre volteggianti cigni, è dubbio. Per un Maradona che si “bevve” l’intera difesa britannica, quanti passerottini scalciano inutilmente un pallone?
Dunque, potremmo concludere che il piccolo corriere del Canal Grande sia soltanto un Maradona in divenire, e tale ipotesi ci è confermata da un’alalunga, la quale per un attimo ci mostra la regale pinna a mo’ d’assenso, per poi inabissarsi, giungendo così a confermare che la via è quella, solo dobbiamo rassegnarci: lunghe immersioni ancora c’attendono, prima di scoprire il misterioso Graal celato fra i relitti sul fondo.

Il piccolo scrivano veneziano ancora non ha letto Goldoni – di questo siam certi – altrimenti saprebbe stemperare le sue ansie nella commedia, s’abbandonerebbe fra le braccia di qualche sartina od attricetta d’avanspettacolo, godendone i frutti, senza porsi domande che travalicano l’orizzonte dei suoi occhi. La Costituzione, perbacco.
Ma è giusto comprendere questi tormenti del giovane Reinhard, poiché l’adolescenza – a volte – continua imperterrita a segnare i giorni, anche quando i primi capelli bianchi, allo specchio, dovrebbero indicare una boa.

E’ giunto dunque il momento di partire, di volgere la prua a Maestrale, scapolare le Colonne d’Ercole per navigare nei mari vichinghi ed approdare alle terre del Nord, per seguire la rotta del piloto venexiano: minuscola macchietta, nel grigiore che ammanta i banchi delle Aringhe.
Proprio nel bel mezzo del Dogger Bank, il dubbio diventa massimo e la rotta incerta: volgere la prua ad Ovest, e correre infine fra le accoglienti braccia di un estuario, per ormeggiare sotto un castello degli York? Oppure ad Est, verso lo Jade e Wilhelmshaven? O ancora a Sud, per mangiare formaggio all’aglio in una trattoria di Boulogne?
A Nord è inutile correre: lo Shangri-là nordico è tutto uguale, con le sue foreste interminabili e poca gente rimasta a presidiarle.
Incerti, andiamo all’orza, con le vele che fileggiano e sbattono. Addirittura, ci vorrebbe il desiderio d’ancorare, tanto siamo dubbiosi. Riflettiamo.

Ad Est, foreste di mulini a vento danno il benvenuto in una terra dove il fantastico è sempre stato confinato in musica e poesia. E che musica e che poesia. Herr Schmidt e Frau Schroeder lavorano, fabbricano, s’ingegnano.
Sono, ostinatamente, convinti che avere qualcosa da scambiare – qualcosa che altri non hanno – sia la miglior veste per presentarsi, per far bella figura. Anche a Sud la pensano pressappoco allo stesso modo: coccolano, vezzeggiano con cura i propri agricoltori poiché, se ci si vuole recare almeno una volta al cesso, qualcosa bisogna mettere in bocca.

Ad Ovest, invece, sono convinti che la creatività sia la carta vincente; il problema è che l’hanno poco adoprata nelle Arti: Shakespeare, Marlowe…i Beatles e poco altro.
Forse negletta nelle Arti, la creatività ha tracimato nelle Scienze, ritenendo che l’artista non debba avere confini, non si debbano in nessun modo porre limiti ai suoi parti. Madre Natura ha decretato che i bovini mangino vegetali? E chi l’ha detto? Chi è Madre Natura, al cospetto dell’imperial ingegno?
Se, nutrendoli con gli scarti della macellazione animale, la crescita dei vitelli raddoppia, perché arrestarsi? Peccato che, in una sinfonia, un misero bequadro sfuggito ad un violino di fila nessuno l’avverta: un po’ meno un pione, lanciato come un sasso nel mare magnum della catena alimentare. Fu la mucca a divenire pazza?

Questi stupidi mangiatori d’aglio francesi, ed i mangiapatate della Renania, credono che per creare ricchezza sia necessario creare dei beni. Fessi! Non si sono ancora accorti che è facile: basta creare direttamente la ricchezza! E giù con i derivati finanziari.
Com’è finita lo sappiamo, ma noi siamo grandi, nel senso che siamo cresciuti.
Così, una minuscola aringa s’affaccia allo specchio di poppa, boccheggia alla superficie poi scuote la testa e s’inabissa. Comprendiamo il segnale che Nettuno c’invia: è giunta l’ora di ripartire.
Mentre stiamo tornando, ed anche il terribile Capo Finistère ci è bonario – segno che gli Dei c’accompagnano – ci convinciamo sempre di più che nessun Graal c’attendeva, nessuna verità distillata era stata preparata affinché la scoprissimo.

Renato Brunetta non è quel che crediamo, ossia un brevilineo: è soltanto un adolescente che ancora frequenta la Seconda Liceo. Ha diciassette anni – li porta male, è vero – ma sono solo diciassette ed ha già vinto un premio scolastico per un buon componimento su un argomento economico, un concorso che sarà premiato con un viaggio. Confidiamo non a Londra.
Per la sua età ha già fatto molto: il problema – come spesso ricorda il nostro buon Presidente del Consiglio, stilettato e convalescente – è sempre da attribuire alla cattiva stampa.
Ma come si fa a far credere che un diciassettenne sia a capo di un importante ministero, come quello della Funzione Pubblica?

Chissà da dove è uscita questa bufala: attento, Brunetta, non farti solleticare troppo da questa parvenza di fama, non farti inebriare da questa apparente iperbole di notorietà. Ricorda: fra poco terminerà il quadrimestre e ci saranno le pagelle. Non vorremmo che, distratto da queste bufale giornalistiche, tuo padre che lavora sodo per mantenerti agli studi dovesse soffrire per qualche “cinque” in pagella. Vai bene in Aritmetica e te la cavi in Italiano: in Filosofia? Ah, lo sapevamo…

Comunque, cari amici, siamo felici di potervi rassicurare: non è niente di serio, solo un adolescente – preda di tutti i sogni dell’adolescenza, da Peter Pan ad Harry Potter, fino alla finanza creativa – che sogna e, talvolta, urla al mondo la sua necessità d’esistere. Niente paura: deve solo crescere.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

31 dicembre 2009

Medio Oriente in pillole

Da qualche tempo a questa parte, pare che le questioni medio-orientali siano diventate motivo di contesa politica spicciola, di rivisitazione storica assai superficiale: mi riferisco soprattutto agli utenti di Comedonchisciotte.org, dove pare che ogni articolo scateni sempre più risse e sempre meno ragionamenti, al punto che sto chiedendomi se valga ancora la pena di scrivere per quel sito.
Ma scendiamo a bomba sull’argomento.

Per capire cosa sta succedendo nel Medio Oriente (più il Vicino Oriente) bisogna tornare al 2003, quando le truppe americane sbaragliarono l’esercito di Saddam Hussein. Cosa prevedibile, com’era facile prevedere che l’Iraq si sarebbe presto trasformato in una sorte di Vietnam senza jungla: è un leitmotiv delle guerre americane dopo la II G.M, ossia “vincere la guerra e perdere la pace”.
Ciò deriva dall’incapacità di un popolo che non è mai stato colonialista quando tutti lo erano: difatti, guai ancora peggiori – agli USA – li hanno evitati i britannici, che di queste cose se ne intendono. E persino gli italiani.
In poche parole, gli americani credono alla favoletta dei “liberatori” – la loro retorica ne è intrisa, sono una nazione nata da una guerra contro dei colonizzatori – e non riescono a comprendere che, una volta conquistato un Paese, l’unica cosa da fare è giungere a patti con la classe dirigente sconfitta, altrimenti la nazione è ingovernabile.

Nel 2003, George Bush I il Vecchio avvertì il figlio del rischio che lui stesso s’era trovato ad affrontare nel 1991: “liberare” l’Iraq per regalarlo all’Iran. Bush II il Giovane – mal consigliato da personaggi con scarso acume strategico (si noti la defezione di Powell) – non prestò attenzione ai consigli del padre e, di conseguenza, finì in un vicolo cieco.
Tutti ricordiamo lo stillicidio di vittime USA che aumentavano di giorno in giorno, mentre l’inquilino della Casa Bianca mangiava noccioline.
Affermare che l’Iraq sia oggi “pacificato” è una menzogna – nel solo periodo 1-23 Dicembre 2009 sono stati uccisi almeno 13 soldati USA[1], più quelli che muoiono per le ferite e gli invalidi (non dichiarati) – ed Obama ha dovuto spostare molto in là nel tempo il “rompete le righe” in Iraq, con il plauso dei repubblicani ed il dissenso dei democratici. Business is usual.
Ciò nonostante, il numero degli attacchi è sceso: perché?
Poiché, facendo leva sulla maggioranza sciita nel Paese, gli USA hanno appoggiato ed appoggiano gli sciiti e la minoranza curda in funzione anti-sunnita, ottenendo in questo modo una minor conflittualità nei loro confronti, ma giungendo – infine – al paradosso di Bush il Vecchio, ossia “regalare” l’Iraq agli iraniani.

Per quanto riguarda il passato, vorrei ricordare che lo scrivente mai ritenne probabile una guerra contro l’Iran, e tutti gli articoli che scrisse sono ancora là a testimoniarlo. Certo, non si può mai esser certi al 100%, ma per affermare che non ci sarebbe stata guerra – quando tanti sedicenti “analisti” lanciavano un “allarme guerra Iran” la settimana e comunicavano “segreti” spostamenti di Task Force USA – bisognava avere il coraggio delle proprie opinioni. E guerra non c’è stata, meno che mai in futuro.
Quei movimenti navali erano reali, indiscutibili, ma facevano parte della “Naval diplomacy” per convincere l’Iran a “richiamare” il riottoso Moqtada al Sadr all’ordine, e per fornire qualche spaventapasseri utile agli ayatollah iraniani, tanto per fare accettare l’accordo. Si veda, come termine di paragone, la “Naval diplomacy” durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967, per rendersi conto di come certi movimenti navali non siano da ascrivere al quadro militare, bensì diplomatico.

In cambio, l’Iran ottenne il via libera per il suo programma nucleare: con una “zampa” in Iraq, gli iraniani sapevano e sanno benissimo che gli USA non sono più in grado di mercanteggiare. Gli USA hanno cercato di coinvolgere la Russia per l’arricchimento esterno ai confini iraniani dell’Uranio – cosa che sarebbe stata gradita ai russi, moneta sonante e la possibilità di “regolare” dall’esterno il programma nucleare iraniano – ma a Teheran non hanno abboccato, stipulando (in chiave energetica e politica) con la Cina la vendita, per 25 anni, del gas iraniano. Più l’eterna alleanza con l’India in chiave anti-pachistana, ed i russi sono stati spiazzati.
Nello scacchiere Medio Orientale, quindi, la situazione trova un compromesso al ribasso il quale, in ogni modo, ha il pregio di rallentare la guerriglia in Iraq. Al prezzo di un Iran che cresce, economicamente e militarmente.
Se cercate la prova del nove, chiedetevi perché l’ENI si è aggiudicata il contratto per il “succoso” giacimento di Zubair – Paolo Scaroni l’ha definito “un bel boccone” – e se Scaroni, vecchia volpe del petrolio, decide di cacciare i soldi per un giacimento nel sud dell’Iraq, sa che i tempi sono maturi per farlo[2].

Se il Medio Oriente, se non altro, piange meno, nel Vicino Oriente si ride poco, anzi.
La repentina decisione di creare una moneta unica nel Golfo (Iran escluso, ovvio) sembra una risposta saudita, sul piano finanziario, alla crescita militare dell’Iran.
Pur essendo entrambi i Paesi produttori di petrolio, la loro struttura sociale è profondamente diversa: poco popolosa ed ancorata ad un sistema feudale la Saudi Arabia, paese “giovane” che punta sull’industrializzazione e sui frutti della conoscenza l’Iran.
Ovvio che i sauditi non possono, per loro struttura sociale, competere con l’Iran sul piano della tecnologia e della produzione industriale, e per avere forze militari in grado di controbattere all’Iran devono affidarsi agli eterni alleati, gli USA.
Per questa ragione, il “Gulfo” non sembra avere (a differenza dell’euro) valore di moneta “strategica”: parrebbe più un supporto al dollaro che altro, considerando che le altre monete “in gara” per il mercato dell’energia sono senz’altro più “corpose”: l’euro in primis, ma anche – in futuro – lo yuan cinese ed addirittura il vecchio rublo si fa avanti.
Perciò, una moneta di per sé “esterna” all’area del dollaro, ma ad esso ancorata non da legami finanziari ma strategici, potrebbe essere gradita a Ryad – che potrebbe mettere in campo qualcosa per contrastare l’egemonia iraniana nel Golfo – ma dall’altra anche dagli USA i quali, sapendo benissimo che il dollaro è oramai una moneta “a termine”, almeno per gli scambi petroliferi potrebbero fare affidamento su una moneta “amica”, nel senso che potranno sempre regolare il rubinetto che rifornisce l’aeronautica saudita.

In questo quadro, chi va a soffrire di più è senz’altro Israele.
Tramontato, con la guerra in Libano, il sogno di porsi come crocevia per gli scambi petroliferi dal Nord (Caspio, Kurdistan, ecc) al Sud grazie al porto di Askelon, Tel Aviv si rende conto d’essere la pedina di gambit, da sacrificare per eventi maggiori. E non ci sta.
Le diplomazie israeliana ed americana sembrano esser giunte ad un punto simile a quello del 1956 – la crisi di Suez – quando gli israeliani cercarono in tutti i modi di far entrare gli USA nella partita, ma non ci riuscirono perché quella guerra, per Washington, doveva significare il tramonto delle ex potenze coloniali, GB e Francia. E così fu.
Non si può dire che le due diplomazie siano in conflitto fra loro, ma che corra unità d’intenti è una falsità: gli interessi americani divergono oramai diametralmente dalla nota dottrina della “Eretz Israel”, e Tel Aviv sa che non aggiungerà più un metro quadrato di territorio. Anzi, dovrà difendere il West Bank e Gaza dalle richieste internazionali di uno Stato Palestinese.
Che fare?

Nella prospettiva di non poter attaccare i siti nucleari iraniani – sotto il profilo militare sarebbe una follia: troppo distanti, troppi rifornimenti in volo, ampio margine d’allarme per i difensori, ecc – si prova con la destabilizzazione interna. Funzionò ai tempi di Mossadeq, ma quelli erano altri tempi, una situazione molto diversa.
Sull’Iran si fa tanta confusione, soprattutto perché si finisce per osservarlo con i nostri occhi, occhi occidentali. Se è vero che non potremmo mai accettare di vivere in un Paese come l’Iran – nessuno di noi potrebbe ammettere le impiccagioni – è altrettanto vero che un iraniano non si troverebbe certo a suo agio qui: troppa Storia ci divide.
La società iraniana è – a nostra differenza – vitale perché giovane ed “innamorata” della politica, soprattutto stima un Presidente che ha saputo mettere in primo piano la crescita ed il benessere della nazione rispetto agli interessi stranieri: a ben vedere, avremmo qualcosa da imparare.
Sull’altro versante, è innegabile che certe restrizioni del vivere sociale vadano “strette”: difatti, si fa largo uso d’alcolici nelle feste private, nelle case. Mai in pubblico.
Le ragazze “sfidano” l’obbligo del velo portandolo quasi sulla nuca: sono le naturali pulsioni e contraddizioni di una popolazione giovane che desidererebbe maggior libertà.

Non scambiamo, però, queste richieste come il voler buttare al macero la storia del Paese degli ultimi 30 anni: nessuno vorrebbe tornare indietro, ai tempi dello Scià, salvo pochi reazionari monarchici.
La sfida iraniana diventa quindi interessante sotto il profilo sociale per l’intero mondo musulmano: il problema – che a nostro avviso molti non avvertono – è che non possiamo giudicarlo con il nostro metro! Il termine “Illuminismo” – da noi – ha un preciso significato, mentre laggiù non vuol dir nulla.
Separare l’ambito religioso da quello sociale, senza scadere nella secolarizzazione della dottrina religiosa, e tanto meno relegandola in una Torre d’Avorio è impresa ardua, anche perché gli iraniani ritengono il Credo sciita parte integrante della loro vita.
A differenza dei sunniti, che non hanno quasi organizzazione gerarchica religiosa, il credo sciita è fortemente strutturato: moneta a due facce senz’altro, ma che consente un dialogo fra interlocutori certi.
In mezzo a questo vero e proprio tourbillon sociale, è chiaro che è facile innestare dall’esterno delle parvenze di “rivolta” contro il Governo iraniano: queste rivolte esistono, ma non sono ascrivibili né comprensibili se non all’interno della tradizione del Paese. Ripeto: non con il nostro metro.
D’altro canto, nel quadro geopolitico sopra presentato, cosa rimane da fare alle diplomazie occidentali? Cercare almeno, a mo’ d’arma spuntata, di creare grattacapi a chi governa, pur sapendo che non s’otterranno grandi risultati.

Tutto ciò, però, getta ancor più nella disperazione la situazione palestinese: se il quadro geopolitico non consente ad Israele l’espansione che desiderava, sarà molto difficile strappare delle concessioni su quel fronte.
Anche qui, notiamo come il rapporto Goldstone non sia – ad oggi – ritenuto di sostanziale valore fondante per giungere ad una svolta nella situazione: anch’esso viene usato in chiave diplomatica, come contrappeso alle velleità israeliane di potenza.

Comprendo che il quadro potrà apparire cinico, ma è a questo che dobbiamo riferirci se vogliamo dissertare di questioni geopolitiche. Non è ciò che desidereremmo in un’ottica di pace e di prosperità per tutti, ma è ciò che abbiamo. It’s diplomacy, baby. Rassegnati.

Per ora, accontentatevi degli auguri di Buon Anno.

Copyright 2009, riproduzione vietata. E’ solo possibile scrivere un breve abstract e linkare l’articolo.

24 dicembre 2009

Mai ce lo saremmo aspettato

Eh sì, proprio la sera di Natale, non ci saremmo mai attesi di scrivere qualcosa in difesa della Chiesa Cattolica. Sarà l’aria del Natale.
Sinceramente, ci hanno proprio infastidito i modi e le esternazione del rabbi Cohen, dopo la visita in Vaticano a Benedetto XVI.
Non si tratta di un problema religioso e nemmeno dell’eterna querelle sulla Shoà: è solo una questione d’educazione.
Per chi non lo sapesse, il rabbino Cohen da Haifa ha trovato da ridire sulla decisione dell’apposita commissione vaticana, la quale ha deciso di promuovere la beatificazione di Pio XII e di Giovanni Paolo II.
Proprio perché non cattolico, ritengo che chiunque non lo sia abbia il dovere di tacere, e questo proprio per il rispetto che si deve all’altrui Credo.
Ci mancherebbe che, nel nome del dialogo interreligioso, un buddista dovesse chiedere il permesso per ricordare Milarepa all’ayatollah Khamenei, oppure che un musulmano dovesse chiedere il permesso di pregare per un Imam al Patriarca di Mosca: ma dove siamo?
Premettendo che sulla cause di beatificazione l’unica autorità competente è quella cattolica, non vogliamo nasconderci dietro ad un dito ed entriamo nella spinosa questione.
Cohen ha dichiarato che Papa Pacelli non fece abbastanza per salvare gli ebrei: opinione legittima, per carità, ma di pertinenza storica e non dottrinale. E, anche a voler cercare il pelo nell’uovo, Cohen dimentica che Pio XII visse fino al Giugno del 1944 in una città occupata dai nazisti, e quasi tutta l’Europa lo era.
Pacelli fece probabilmente la scelta della “fleet in being”, ossia valutò che fare un passo azzardato non avrebbe sortito nessun effetto sui nazisti, mentre avrebbe compromesso la possibilità d’usare i monasteri cattolici per dare rifugio agli ebrei. E, i nazisti, si guardarono bene dall’invadere le strutture della Chiesa Cattolica. Ci sono quindi fondati sospetti che Pio XII operò la miglior scelta, quella meno dolorosa.
Fu troppo poco?
Francamente, è difficile – oggi – dare un giudizio storico sulla vicenda, poiché non avremo mai la prova del contrario, ossia di cosa sarebbe successo se il Papa avesse denunciato al mondo lo sterminio.
Ma il Papa non era certo l’unico a sapere: gli americani sapevano tutto, ed alcuni P38 sorvolarono addirittura Birkenau ed i nodi ferroviari senza mai sganciare una bomba. La giustificazione americana fu puerile: avevano paura di colpire i prigionieri. E i nodi ferroviari?
Non vogliamo entrare nell’infinita querelle sulle responsabilità della Shoà, ma farne carico a Pio XII ci sembra francamente esagerato e, per gli italiani, offensivo, giacché furono il popolo che più si prodigò in favore degli ebrei, nonostante l’alleanza con Berlino e le leggi razziali del ’38.
Per contrappasso, vorremmo chiedere a Cohen quanto “peserà” nel dialogo interreligioso il rapporto Goldstone, ovvero la prova provata (Goldstone è un ebreo sudafricano, oltre che incaricato dell’ONU per la stesura del rapporto) che Israele ha commesso crimini contro l’umanità a Gaza.
E, questa, non è una storia del 1943, non c’erano Papi od autorità religiose a mitigare l’inferno che dovettero subire gli abitanti di Gaza: è storia recente, Gennaio 2009. Dall’altra parte, c’erano solo Tzahal ed il governo di Tel Aviv.
Se lei è veramente uomo di fede, rabbi Cohen, accetti un consiglio: torni ad Haifa e rifletta, prima d’invocare le colpe altrui.

Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.

20 dicembre 2009

Strenna dall’Italia che fu


(Il disegno è di Giulia Bertani, la minore delle mie figlie)

“Viaggiando si può realizzare che le differenze sono andate scomparendo: tutte le città tendono ad assomigliarsi l'una all'altra, i posti hanno mutato le loro forme e ordinamenti. Una polvere senza forma ha potuto invadere i continenti.”
Italo Calvino (1923-1985)

C’era una volta Lurisia.
Chissà come si chiamava veramente Lurisia: nessuno l’ha mai saputo.
Cappello da alpino in testa e una vecchia fisarmonica a tracolla, naso rubizzo, aquilino, Lurisia viveva praticamente sul treno Mondovì – Savona, andata e ritorno: pomeriggi, sere, notti…
Lurisia non era un viaggiatore, Lurisia era l’intrattenitore del treno “accelerato” Mondovì – Savona, il musico, il direttore degli improvvisati cori.
Le canzoni erano sempre le stesse, Lurisia pure – la stanca giacca grigio verde, forse una ex divisa – ma la voce squillava di scompartimento in scompartimento: «Non ti potrò scordaaareeee…piemontesina bellaaaa…» e la gente cantava, insieme a Lurisia, poi gli lasciava qualche spicciolo.
Primavere ed Estati, fino alla neve, era sempre su quel treno: talvolta tirava fuori una fiaschetta dal giubbotto e trincava un sorso di grappa, poi ricominciava «Ricordi quelle sereeeee…passate al Valentinoooooo…» E gli operai che tornavano dai turni alle Acciaierie del Tanaro, gli studenti che scendevano dall’Università verso i paesi della Langa, sapevano che – sicuro! – c’era Lurisia ad attenderli.
Così, chi scendeva a Lesegno lasciava il posto nel coro a qualcuno che saliva per scendere a Sale Langhe: tenori, baritoni e bassi improvvisati, mirabilmente diretti da Lurisia.
Poi, un giorno sparì: come tutti, come sempre. Però, quando si sale su quel treno ansimante, che s’aggrappa alle salite e punta i piedi nelle discese, l’anima di Lurisia è ancora là.
Mio figlio, che percorre quella tratta avanti e indietro, dal Conservatorio di Cuneo fin qui, nella Langa, ha ancora incontrato qualcuno che gli ha chiesto se conosceva Lurisia, se sapeva che fine avesse fatto.
Questo ha la tromba, quello la fisarmonica…sono della stessa razza – così ragiona la gente di Langa – e si chiedono perché questo ragazzo, invece di trascorrere il tempo a solfeggiare, non tiri fuori quella benedetta tromba e non dia la carica al treno, così da spronarlo e farlo volteggiare come un gheppio su per le curve della Langa, per fargli ritrovare il brio di un tempo, quando Savona arrivava presto, con Lurisia a scandire il tempo, sicuro nei gesti e negli accompagnamenti, cullato dal tran tran dei binari.

Poi c’era Gilera.
Era matto Gilera? Nessuno l’ha mai saputo. Eppure lavorò un’intera vita, “camallo” al porto di Savona. Eppure era sempre e solo Gilera, per tutti.
Perché Gilera – al secolo Vittorio – era entrato in quella maledetta galleria per Albissola nei giorni che la guerra moriva e le cariche poste dai tedeschi erano scoppiate: Vittorio era stato fortunato, mica come gli altri ragazzini dilaniati, ma era morto lo stesso. Era rinato come Gilera.
Appena sedicenne, già correva con una Gilera di quelle vecchie – “Otto Bulloni”, “Saturno”, “Giubileo”… – poi tutte, fino all’ultima “150” costruita dalla casa di Arcore. Anche Arcore ha generato qualcosa di buono, anche Arcore.
Lo ricordo con quella, l’ultima, mentre volteggiava come sulla cavallina in palestra: saliva coi piedi sulla sella, allargava le braccia sul traballante pavé di via Paleocapa, a Savona, e – miracolosamente – non cadeva mai.
All’apice della goduria – non riuscì mai a digerire che lo storico marchio fosse scomparso – lanciava il suo grido di guerra al mondo «E questaaaa…è una moto Gileraaaa…» Quelli che non erano di Savona e dintorni si voltavano e restavano a bocca aperta, nell’osservare quell’uomo già anziano volteggiare su una vecchia moto come un acrobata da circo. I savonesi non ci facevano caso: «U ghè Gilera» e passavano oltre.

Poi c’era Amoruso. Da Molfetta.
Tutti quelli di Molfetta navigavano. Quasi tutti quelli di Molfetta che navigavano erano timonieri. Buona parte di quelli di Molfetta che erano timonieri avevano fatto la guerra. Marina, ovviamente.
Amoruso l’aveva fatta sulle navi che trasportavano i rifornimenti in Africa, quelle che dovevano scampare alle bombe dei Liberator, alle cannonate della Forza K di Malta ed ai sommergibili ovunque. Amoruso da Molfetta, timoniere come tanti di Molfetta, era l’unico che aveva salvato la pelle dopo esser saltato per ben due volte sulle mine.
Così la guerra finisce e Amoruso continua a fare l’unica cosa che sa fare: timoniere sulle navi che fanno il cabotaggio. Solo che vede mine ovunque.
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» Di tronco, gavitello, materasso galleggiante…si trattava.
Amoruso, come timoniere, era insuperabile: “sentiva” la corrente passare, dalla pala del timone fino alla ruota, su in plancia. Accarezzava appena la ruota «Correggo due gradi a dritta…c’è corrente…»
L’ufficiale di guardia non diceva mai nulla: se Amoruso diceva di correggere due gradi a dritta, due gradi erano, all’Inferno la lossodromia e l’ortodromica, il radar, il radiofaro e tutti i marchingegni della plancia. Basta che non si metta a veder mine…
Di notte Amoruso pregava, perché non gli lasciavano accendere il faro a prua per scrutare il mare: la guerra è finita da vent’anni, Amoruso! Mine non ce ne stanno più, hai capito? Le hanno dragate, fatte saltare quelli della Marina, hai capito? Non si sente più parlare di una mina da anni!
Eh, signor comandante, non si sa mai: quelle ci stanno, ci stanno ancora…
Basta – anche il comandante aveva gettato la spugna – inutile toccare quel tasto con Amoruso: tempo perso.
Così la pensa anche Leonardo, giovanissimo terzo ufficiale uscito dall’Istituto Nautico di Camogli: famiglia di camuggìn, gente che le ha viste tutte, dall’Artico all’Antartico. Proprio lui, Leonardo, ha ancora avuto l’onore di sentir raccontare proprio dalla voce del comandante Oneto, il secondo dell’Andrea Doria, l’agonia di quel levriero del mare.
Quel giorno, a Leonardo tocca il quarto che finisce a mezzogiorno, quando il comandante salirà in plancia e si ritroveranno tutti gli ufficiali della nave, come da tradizione.
Manca ancora mezzora a mezzodì quando Amoruso sbotta: «Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…»
Eccola, non poteva mancare la mina della settimana – pensa Leonrado, classe 1947 – erano già cinque giorni che non ne vedeva una…
«Mina a babordo, mina a babordo, mina…mannaggia, santa la Madonna, minaaaaaa…» ripete Amoroso. Leonardo esce senza fretta sull’aletta di plancia – deve farlo, è il regolamento – con calma toglie i tappi al binocolo, lo porta agli occhi, mette a fuoco…
E’ lì, vicinissima, poche braccia a babordo dalla loro rotta: nera, grande, enorme, minacciosa, assassina… – Leonardo non ne aveva mai vista una – e rimane paralizzato. Per un attimo, poi quasi “placca” il telegrafo di macchina «Ferma la macchina, timone tutto a tribordo, ferma la macchina…no, non basta, a costo di rischiare albero e cuscinetti fracassati…macchinaaaaaa, indietro tuttaaaaa, indietro tuttaaaaaa….»
Quel giorno del 1972, fra Livorno e la Meloria, Amoruso da Molfetta probabilmente incocciò nell’ultima mina della Regia Marina ancora in servizio. La nave si salvò, per poche braccia, per miracolo.

Poi c’era Ramon.
Ovvio che Ramon non era italiano. Era argentino. Da dove poteva venire Ramon, se non dal circo? E cosa poteva fare un argentino, in un circo? Cavalli.
E quando il circo chiude? Quando la TV irrompe e si gettano i nasi da clown, i tricicli, le maschere…
I pony no, quelli al macello Ramon non li vuol vedere: no, quei dolci cavallini, che tanti visi di bambini hanno fatto sorridere, non devono finire sul banco di una macelleria.
Allora Ramon trova qualche soldo, raccoglie i risparmi, fa qualche debito e li compra. Il circo ha “rotto le righe” a Savona, e Ramon non ci pensa nemmeno a cambiare città…no, lì va benissimo.
Ci sono dei bambini? C’è un parco? E allora, dov’è il problema?
Affitta per quattro soldi un magazzino sotto le arcate di un ponte ferroviario, ci porta la paglia, il legno per la mangiatoia. Corregge, finimenti, catene, acqua, fieno, coperte…poi, chissà dove, scova un vecchio calesse e lo fa diventare un tiro a quattro, mentre i pony più docili portano la sella per i bambini più avventurosi, quelli che vogliono per un attimo sentirsi cow-boy.
Così per anni, per decenni: tutti i savonesi che hanno meno di 40 anni sono saliti sui cavallini di Ramon: mille lire, sconto per i fratelli e le sorelle al seguito. Per i genitori, negli anni, saltarono fuori anche delle vecchie panche di legno, così le nonne aspettavano sedute, che fanno male i piedi ad aspettare in piedi.
Gli anni passano, ed un giorno – visto che avrei il posto per accudirlo – mi salta per la mente di comprare un cavallo: a chi chiedere consiglio? A Ramon, ovvio.
Mi squadra, m’attraversa con lo sguardo, soppesa i miei sentimenti e palpeggia la mia anima traversandomi gli occhi. Poi, parla.
«Cavallo non è facile da tenere, no, non è facile. Sempre devi tenere sott’occhio cavallo: fare giretto la mattina, ma se c’è umido…guarda pelo di cavallo: se vedi come nebbia sul pelo subito asciuga, poi coperta, subito coperta, altrimenti cavallo ha freddo, malato…»
Osservo i pony: non sono né grassi e né magri, nemmeno quelli più anziani, che oramai li porta soltanto per farli vedere e non li lascia montare. Nella piccola stalla c’è un ordine certosino: pare quasi che i fili di paglia, sul pavimento, abbiano scelto da soli il giusto intreccio, l’armonia di un tappeto persiano. Di paglia.
Allora capisco che ci sono delle cose per le quali bisogna nascere, non inventarsi d’essere. Per cortesia rimango ad ascoltarlo, ma dentro di me la decisione è presa: più di un Guzzino, non saprei accudire.
Così m’allontano: i figli sono oramai grandi e non chiedono più d’andare da Ramon, perché altrimenti gli amici li prenderebbero in giro. Ma, se potessero…
Tanti anni dopo ripasso dai giardini sul mare e non ci sono più le panche, sparita la locandina che pareva uno squarcio di pampa, nemmeno l’ombra di Ramon. Se n’è andato anche lui, insieme a Lurisia e la sua fisarmonica, Gilera e la sua moto, Amoruso, le mine, i pony…l’Italia che non c’è più. Che bella che era.

Auguri di Buone Feste a tutti e, in particolar modo, a quelli che credono negli alti principi della nostra Costituzione, nell’empatia fra esseri umani che rispetta le diversità e le scioglie nella positiva socialità e nel comunitarismo.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

13 dicembre 2009

Buon 1988, Presidente!


“Che giovano a quell'uomo ottant'anni passati senza far niente? Costui non è vissuto, ma si è attardato nella vita; né è morto tardi, ma ha impiegato molto tempo per morire.”
Lucio Anneo Seneca

Ci domandiamo, signor Presidente, con quale stato d’animo s’avvicinerà alla sua scrivania – la sera del 31 di Dicembre – per inviare il messaggio alla Nazione. Ci chiediamo cosa proverà quando fisserà l’anonimo occhio della telecamera, quando i tecnici le diranno “Quando vuole, Signor Presidente, quando vuole.”
Sarà facile fissare il minuscolo occhio, appena luminescente, di quella telecamera e siamo certi che le luci saranno così ben posizionate da non darle fastidio alcuno.
Il discorso l’avrà preparato da tempo, assistito da esperti linguisti – siamo certi – e dunque già saprà quel che dovrà dire: avrete “limato” per giorni le frasi, scelto con cura gli aggettivi, adombrato qualche passaggio per avvertire dei pericoli incombenti, inzuccherato qualche perifrasi retorica – giacché risposte vere non ce ne sono, lei ne è cosciente – e sorvolato laddove nemmeno quelle palesemente false avrebbero retto.

Dovrà fare, in ogni modo, un bell’esercizio di rimozione per affrontare la telecamera – perché lei sa in quali, terribili gorghi sia precipitato il Paese – ma tanti anni di pratica da parlamentare la rendono certamente avvezzo a questi frangenti, i quali – con il trascorrere degli anni – dal suo privilegiato punto d’osservazione si sono trasmutati non più in marosi, bensì in semplici avvisi di tempesta. Con speranza di bonaccia.
D’altro canto – lassù, sul Colle e nel Torrino – non c’è onda che possa ghermire, vento che riesca a sferzare, tempesta che possa scalfire.

Com’ebbe a dire Demetrio Volcic, in un’apologia di Michail Gorbaciov: “Sarebbe potuto rimanere al suo posto per anni, appoggiandosi alla casta militare, e regnare su un mondo di speranze oramai spente. Invece…”
Non sappiamo quali tormenti galoppino nella mente di Gorbaciov, e – a dire il vero – manco sappiamo se esistano.
Non siamo qui per dare giudizi storici sull’ultimo Presidente sovietico – sono già in tanti a farlo! – ma solo perché ci sembra proprio che i vostri destini s’incrocino – in quelle sale che furono prima dei Papi e poi dei Savoia – in modo assolutamente incoerente, se cerchiamo parallelismi improponibili, ma di fatto esistenti, tangibili, nel momento stesso nel quale lei si siederà a quella scrivania.
Entrambi – da due punti d’osservazione assai differenti – con lo stesso dilemma: un Paese che non riesce più a trovare parole e mezzi, sintonie e propositi s’interroga, cerca risposte, bandoli di matassa, vie, vicoli, budelli, catacombe, scorciatoie, ponti e voli pindarici per capire il domani che l’aspetta.
Quello che scelsero i russi lo sappiamo: a ciascun suo destino.
E noi?

Cosa potrà raccontare agli italiani, che già non sanno, cosa potrà cercare di gettare nell’oblio, che già essi – per sopravvivere – non abbiano dimenticato, cosa ancora potrà inventare ed avvolgere con carta dorata e luminescente, che i suoi sudditi già non abbiano spacchettato e gettato nella spazzatura?
Già, sudditi: la parola che sfregia, che mai si vorrebbe pronunciare. Dopo 62 anni da quella Carta Costituzionale, il disastro è compiuto: nessuno sa più perché fu scritta, nessuno comprende perché sia così calpestata.

Come potranno, i genitori di Stefano Cucchi, affidarsi con fiducia ai magistrati, che già hanno decretato la “colposità” dell’atto e non la premeditazione per la violenza cercata ed ottenuta, a costo zero, perché esplosa nei confronti di una persona debole – peraltro, innocente, in quanto non ancora condannata! – che non aveva mezzi per difendersi da chi avrebbe dovuto difenderlo?

E Rudra Bianzino, rimasto solo a 16 anni con una nonna malata, dopo che il padre è stato ucciso in due giorni di galera – anche lui prima del processo! – e la madre è morta di crepacuore? Bianzino era stato sorpreso a coltivare delle piantine di canapa indiana: se fosse stato un parlamentare, avrebbe avuto suon di pusher pronti a soddisfare le sue necessità. Tutti gli italiani lo sanno: lei no?

E che Natale trascorreranno i genitori di Gabriele Sandri, nel sapere che l’assassino del loro figlio è sì stato condannato…ma sono le solite condanne che non generano mai un giorno di galera…al punto che Spaccarotella spera, addirittura, di riuscire a tornare nella Polizia! Certo, un simile “esperto” di balistica – non abbiamo mai creduto nella volontarietà dell’atto – merita proprio di continuare a maneggiare un’arma, sparando con una pistola di grosso calibro ad 80 metri di distanza e contando di sapere dove finisca il proiettile. Lo domandi al primo ufficiale dei Corazzieri che incontra al Quirinale, chieda cosa si può ragionevolmente colpire a quella distanza con un’arma corta. C’è da sperare di non trovarselo mai intorno, uno come Spaccarotella, nemmeno con una cerbottana fra le mai.

Casi limite? Lei dice casi limite?
Quanti sono stati i “casi limite” dal dopoguerra ad oggi? Centinaia. Ad Atene, per un solo morto, stanno mettendo a ferro e fuoco la Grecia: ecco, dove i greci sono cittadini e gli italiani sudditi. Il sovrano assoluto ha diritto di vita e di morte sul suddito, o sbaglio?
Potremmo anche compiere un atto vile, ossia dimenticare questa gente di fronte a quelle tombe, ad osservare la fotografia di chi – mai più – rivolgerà loro la parola. Mentre gli assassini gozzovigliano: magari, proprio mentre seguiranno il suo discorso. Forse, qualcuno di loro la sfotterà pure.

Dietro a quella telecamera, però, ci sarà anche F.G. il quale – dopo aver lavorato una vita – s’è visto ridurre la pensione a 400 euro, perché deve ridare allo Stato quello che lo Stato stesso aveva chiaramente promesso nel 1999 – quando F.G. passò dalle dipendenze delle Province allo Stato – con una norma chiarissima. Poi, nel 2005, con una “interpretazione autentica” di un articolo di legge del 1999, si rifà tutto da capo e devi renderci quei soldi: cosa vuol dire “interpretazione autentica”?!? E’ l’ultimo espediente per varare, sotto mentite spoglie, la retroattività del Diritto?
E se un futuro governo generasse una “interpretazione autentica” del referendum Monarchia/Repubblica del 1946? Come dice? Quella fu volontà popolare? Lo fu anche il referendum sul nucleare del 1987: cos’è, un’altra “interpretazione autentica”? Domani, qualcuno potrebbe interpretare “autenticamente” l’art 5: “La Repubblica è unica e indivisibile…” lei, cosa farà?
Già, possiamo anche dimenticarci di F.G. e rassicurarlo: “Eh, basta la salute…”, siamo certi che ha “rassicurato” allo stesso modo Mastella e signora, in piazzetta a Capri.
Dovremmo, però, rassicurare allo stesso modo gli altri 70.000 come F.G. giacché – per ben due volte! – la Corte Costituzionale ha sancito che sì, si può “rivedere” quando si vuole una legge, anche dopo anni, e quello che s’era promesso può essere in qualsiasi momento rimangiato.
Ricorda, per caso, nullum crimen, nulla poena sine praevia lege poenali? Qui non siamo in ambito penale, però, disconoscere nel 2005 quello che fu assicurato nel 1999…che ne pensa?
E questa vicenda – poco conosciuta – ritornerà più avanti, per capire cosa c’è dietro le varie “interpretazioni autentiche”, vere “perle” del Diritto, iperboli delle procedura.
Un altro pezzo di Costituzione è caduto nel cestino: osservi bene alla sua sinistra, è lì dentro, è l’articolo 25. Già che c’era, qualcuno ci ha ficcato anche l’articolo 2 del Codice Penale.

Se cercherà di sforzarsi, di mettere meglio a fuoco l’obiettivo della telecamera, dietro all’occhio magico scoprirà che ci sono centinaia di migliaia di truffati da un certo Tanzi, il quale – fra una falsificazione e l’altra di certificati di credito statunitensi – di dilettava nel circondarsi di pregevoli opere d’arte. Ora che le hanno scoperte, sono diventate “croste”: le vere “croste” le hanno negli occhi e nel cuore le persona che Tanzi ha truffato e che ora, per salvare un tizio di Arcore, vedranno cadere in prescrizione – o chissà in quale altra diavoleria giuridica – i loro diritti.
Osservi, presidente, osservi meglio, guardi ancora…

Là dietro, seduti nei salotti comprati a rate quando c’era ancora uno stipendio, ci sono decine, centinaia di migliaia d’italiani che hanno perduto il lavoro. Come dice? E’ la congiuntura internazionale? La truffa delle banche? La Cina? Il malocchio?
Ma, lei – e tutti quelli che l’hanno eletta all’alto scranno – non dovreste esser lì proprio per evitare che queste cose avvengano? S’accorge che – fiumi di parole a parte – stiamo precipitando? Che gli altri Paesi europei, salvo poche eccezioni, non se la passano male come noi?
Possediamo il 70% del patrimonio artistico mondiale e non lo usiamo, siamo (con la Spagna) l’unica penisola fertile del Sud d’Europa, e la nostra agricoltura langue. Dobbiamo aspettare che giunga un premio Nobel come Rubbia, per dirci che la politica energetica del governo è fallimentare? Che il mondo intero guarda oltre? Di chi la colpa? E’, come sempre, “d’Alfredo?”

Forse loro non ci saranno ad ascoltarla, non credo, perché sono giovani ed hanno di meglio da fare: almeno, come possono, come riescono a fare. Qualcuno, però, ci sarà perché è stato costretto a tornare a casa dai genitori e, suo malgrado, la osserverà distrattamente.
Sono la “generazione mille euro”: gente con diplomi, specializzazioni, lauree corte e lunghe, dottorati, ricercatori…i quali, il massimo al quale possono ambire, è che sia rinnovata loro quella schiavitù – senza più diritti, senza ferie, senza malattia, senza liquidazione, senza niente – dei mille euro. Fin quando durerà: poi, si tornerà a casa dai genitori. Finché ci saranno.
Lei, che militò in un partito il quale – almeno, così raccontavate – si piccava d’essere il difensore del lavoro, della dignità del lavoratore, cosa prova? Guardi meglio nell’obiettivo, Presidente, si sforzi. Poi, torni ad osservare il cestino: “c’è posta per te”? No, sono solo gli articoli 35, 36, 37, 38…della Costituzione, quelli relativi al lavoro, che sono finiti nella carta straccia, insieme allo Statuto dei Lavoratori.

Stia tranquillo, signor Presidente, gli italiani non saranno mai greci né francesi e né tedeschi: nessuno avrà il coraggio di ribellarsi apertamente. Gli italiani seguiranno fino in fondo il loro drammatico destino, giungendo all’abominio piuttosto che alzare la voce: sceglieranno fra puntare sul Superenalotto oppure agogneranno, brameranno di partecipare ad un talk show televisivo.
Fino a quando? Fino all’evidente disastro?
Con precisione non so quando arriveremo al disastro, però qualche idea ce l’ho.

Vede, signor Presidente, quello che lei non riesce a scorgere dall’alto del Torrino – forse c’è nebbia? è troppo lontano? – è che l’Italia ancora campa di ricchezza accumulata nei decenni “buoni”, quando c’era lavoro, si guadagnava, s’andava in pensione almeno un poco prima di morire.
L’Italia campa sulle pensioni dei genitori, su qualche rendita, sull’affitto di qualche appartamento ma non crea più nulla: non ha più idee, stimoli, certezze, speranze.
Fin quando durerà? Molti indicatori economici (il rapporto debito/PIL che “corre” verso il 120% è solo uno dei tanti) sembrano raccontare che di “fiato” n’è rimasto poco.
Per spiegarle come potrebbe finire, bisogna superare le pastoie che ci hanno condotto a spiegare gli ultimi eventi come “malcostume”, “protervia”, “indecenza”, ecc.

Berlusconi potrebbe essere accusato – tramite Dell’Utri – di concorso esterno in associazione mafiosa: reato, peraltro, non previsto dal Codice Penale, ma solo da una consuetudine giuridica attuata dalla Corte di Cassazione. Belusconi sarà mafioso?
I politici italiani di prima grandezza non sono mai “mafiosi” in prima persona: se vogliamo, Berlusconi sta a Dell’Utri come Andreotti a Salvo Lima. O, addirittura, come Mangano a Ciancimino: ci sono scale di valori per tutto, anche per la Mafia e per i politici.
Da sempre, si servono delle organizzazioni mafiose sul territorio per la raccolta dei voti: lo fecero democristiani e socialisti. Non neghi, Presidente, lo sa benissimo. Le dichiarazioni di Spatuzza sono poca cosa – concordiamo – ma su un punto sono precise ed indubbiamente veritiere: non pochi analisti politici, all’epoca, misero l’indice, stupiti, sul repentino flusso di preferenze che s’ebbe in Sicilia negli anni ’80 – decine di migliaia di voti che migrarono inaspettatamente, dalla DC al PSI – quando la Sicilia era rossa di sangue e Milano rossa “da bere”.
Negare dunque che il rapporto esista, significa esser semplicemente ciechi.
Altra cosa è stabilire se vi furono flussi di denaro dalla Mafia a Silvio Berlusconi, per le sue attività editoriali e, in seguito, politiche: mai, Berlusconi, comunicò da dove vennero le centinaia di miliardi (dell’epoca!) necessarie per entrare nel mercato immobiliare e delle comunicazioni. Sempre, s’avvalse della facoltà di non rispondere, in più occasioni.
Cosa c’entra questo con l’oggi? Aspetti e rifletta: intanto, ricarichi la stilografica. Oppure, telefoni a Tina Anselmi per farle gli auguri: magari, potrete parlare insieme della P2.

Stranamente – e questo è innegabile – il governo Berlusconi sta colpendo la Mafia siciliana in modo pesante: mai, un governo della Repubblica ha osato tanto. Un nuovo “prefetto Mori” del Ventennio? No, a nostro avviso, la verità è ben altra.
Oggi, la Sicilia non ha più governo regionale: dopo inenarrabili alchimie e vicissitudini, il Presidente Lombardo si sta arrampicando sui vetri per rimettere in piedi qualcosa che assomigli ad una giunta. Berlusconi è preoccupato per la Sicilia? Per la regione che gli fornisce pressoché totale consenso, che esprime ministri, sulla quale può contare come in nessun altro luogo d’Italia?
No, non ci sembra che a Palazzo Chigi ci si strappi le vesti e nemmeno osserviamo “corrieri” che – di lungo in largo – accorrano per riportare “pace e serenità” fra l’elettorato. Ci sembra, anzi, di cogliere quasi disinteresse: ci sentiremmo di puntare qualcosa su un profondo dissidio fra i (probabili) antichi mentori siciliani e gli attuali epigoni. Berlusconi fa comizi a Milano, non scende in Sicilia.

Nel frattempo – speriamo di non annoiarla, Presidente – il governo cerca di far quadrare i conti di Finanziarie sempre più “creative”: addirittura, si prelevano 3,1 miliardi dal TFR dei lavoratori INPS per gettarli nella fornace dei disastrati conti pubblici. Mai s’era vista una cosa del genere, nemmeno con il grande “creativo” democristiano, Cirino Pomicino. Prendere soldi dei lavoratori per finanziare la spesa corrente?!? Alla faccia del Bicarbonato di Sodio! Replicherebbe un suo illustre conterraneo.
Quando e come saranno resi quei soldi ai lavoratori? Lo domandi a Tremonti, ma stia attento: la risposta potrebbe causarle un gran mal di testa. Sa, è un “creativo”.

Ci sono poi le quisquilie, come lo “strano ri-finanziamento” del cinque per mille, con prelievo dai proventi dello Scudo Fiscale…e per che cosa? Per destinarli al Ponte sullo Stretto. Presidente, ci faccia capire: uno strumento – il cinque per mille, appunto – creato per finanziare le associazioni assistenziali (Onlus) e la ricerca…che viene “ri-finanziato” per poi “estrarre” 470 milioni di euro e destinarli al Ponte?
Quanti, di quei soldi, torneranno indietro – sotto forma di finanziamenti per la progettazione e le “consulenze”, se non proprio tangenti – nelle tasche (a questo punto private) di chi ha “finanziato”?
Fra parentesi, questi “per mille” sembrano quisquilie, ma sono una nuova forma di tassazione, proprio un bel “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, ma da borseggiatori. Otto e cinque per mille, fanno l’1,3 per cento dell’IRPEF: sono centinaia di euro. A capoccia.
Sul resto c’è poco da dire; mentre una plateale incompetente dichiara di varare una riforma della scuola, la scuola non esiste quasi più: otto miliardi prelevati dalla scuola, i quali finiranno per due terzi nella contabilità generale, sono una mazzata che metterebbe a terra un bue. Tanto per chiarire, l’andazzo oramai è questo: dove non c’è più un assistente tecnico si chiude a chiave un laboratorio, quando un termosifone perde acqua lo si chiude e si sta al freddo, i ragazzi aspettano un supplente 15 giorni. Abbiamo la classe docente di gran lunga più vecchia d’Europa e mancano idee per il futuro: a meno di ritenere “futuro” il pedissequo ritorno “all’impianto Gentile” del 1923. Sai che futuro.

A fronte di queste (ed altre) emergenze, il comportamento di Silvio Berlusconi parrebbe, a prima vista, sconsiderato: rastrellamento di fondi ovunque, disinteresse per piani a medio e lungo termine, addirittura scarso interesse per l’elettorato. Prendere tempo sembra il diktat, e non solo per le questioni processuali.
Perché Berlusconi dovrebbe “prendere tempo”: in vista di che cosa?
Non sbuffi, Presidente, perché sarà lei a dover affrontare quella telecamera, non noi: rifletta, corregga. Nell’attesa, cambi un aggettivo. Oppure, scambi due confidenze con Ciampi.

Sono partite le “grandi manovre” per le elezioni regionali le quali, più che “fare i conti” con l’opposizione, definiranno nuovi equilibri all’interno della coalizione di centro-destra. Già, “coalizione”, composta però da tre anime: lo zoccolo duro dei berluscones di Forza Italia, la sparuta pattuglia ancora fedele a Fini e la Lega. Già, la Lega.
Per la Lega si prefigura uno scenario assai favorevole: non sappiamo in quante regioni riusciranno ad esprimere un presidente, ma in quasi tutte le regioni del Nord ci saranno loro nelle “stanze dei bottoni”, a gestire la politica ed il fiume di denaro che genera.
Si dà il caso che il Ministro per le Riforme (riteniamo “Costituzionali”, giacché non si tratta certo della riforma delle uova di Pasqua) – Umberto Bossi, lo ha nominato lei, ricorda? – abbia recentemente dichiarato:

“La Padania sarà libera con le buone o con le meno buone…non c'è nessuna crisi nel rapporto con Berlusconi perché se da soli si arriva prima, alleati si va molto più lontano” (14 Settembre 2009).

Strano ministro per le “riforme”: un tizio che usa come un libretto da scarabocchiare la Costituzione di uno Stato che vorrebbe distruggere! Un lupo a guardia degli agnelli? Proprio lupus in fabula, è il caso di dirlo.
La Lega Nord sa benissimo che un federalismo che potrebbe accontentare il suo elettorato – ossia portare i redditi del Nord ai livelli europei a scapito del resto d’Italia – non passerà mai in Parlamento: il referendum del 2006, per ricordare un solo esempio, non passò anche perché la Sicilia (totalmente “berlusconiana”) votò contro compatta.
Fanfaluche? Sogni ad occhi aperti di Bossi?

Rifletta, Presidente, rifletta: è stato recentemente obbligato a scendere in campo per difendere la Chiesa Cattolica, il famoso “paragone” Tettamanzi = Imam.
Anche queste sono facezie, roba da teatrino della politica? No, qui non siamo al Bagaglino.
La religione cattolica può essere osservata da più punti di vista: certamente – e questa è l’accezione che potremmo definire “più colta” – riporta meno ai simboli e più ai principi. L’universalità del pensiero religioso conduce la Chiesa Cattolica a scendere in prima fila per difendere i diritti delle altre religioni: difendendo gli altri – ad essere riduttivi – difende se stessa. Ricorda, per caso, Papa Giovanni Paolo II quando affermò che, “piuttosto che non credere in niente, anche un altro credo…”?
Qui, ci sono significati più sfaccettati, ma un plafond comune conduce a riconoscere carità e fratellanza come valori universali. E’ l’unica accezione, nella quale viene inteso il Cattolicesimo?

Per la gran parte degli italiani – mezzi agnostici, credenti a rate, fai da te religioso, ecc – la comunanza religiosa s’esprime anch’essa con un’identificazione, molto diversa, però, rispetto a quella del Card. Tettamanzi.
Qualcuno l’ha definita una Chiesa non solo pre-conciliare, ma addirittura pre-illuminista, ossia privata delle temperanze necessarie per vivere in un contesto relativista e multietnico. E che l’Europa s’avvii – semplice demografia – a diventare ancor più multietnica, è assodato.
E’ il resuscitare una Chiesa perduta nei secoli della Riforma e della Controriforma, un credere cieco, quando le scritture erano tutte in Latino ed il volgo non sapeva nemmeno leggere!
Di quella Chiesa restano i simboli: croci, campanili, campane, effigi. Basta ed avanza.
Domandiamoci: quanti – oggi che le Scritture sono ampiamente tradotte – le leggono? Quanti, per contrappeso, identificano la loro appartenenza affidandola semplicemente a dei simboli?
Se la croce o la campana sono tutto ciò che rimane di un passato religioso, l’antico ricordo, la nostalgia per un credere almeno sincero – più sentimenti e meno chiacchiere – è ovvio che nulla deve sostituire quei simboli, pena la totale perdita d’identità. Ergo, niente minareti.
Sul fronte politico – meno che mai religioso – si tratta di un formidabile mezzo per condurre all’identificazione univoca genti che hanno smarrito il senso della fede, utilizzando quel simulacro soltanto come mezzo per sorreggere interpretazioni totalmente acritiche della realtà. Così fu per la chiesa tedesca durante il nazismo – tollerata, ma solo se non disturbava i laicissimi nazisti – e per quella italiana, il famoso “credere, obbedire, combattere”. Cambiano i tempi, i mezzi, ma il fine…

Inanellando, uno dopo l’altro, una serie di “valori” – unico obiettivo il denaro, il Nord “dissanguato”, il “pericolo” dell’immigrato incombente, la propria cultura “saccheggiata” dal minareto, gli “sfaccendati” dipendenti pubblici, ecc – ecco pronta la velenosa pozione, l’alchimia sopraffina pronta a spingere le menti verso la direzione desiderata.
Non è nulla di nuovo: un copione già visto ed osservato in tutte le sue, possibili sfaccettature.
Siamo al 1988 dell’era jugoslava, signor Presidente: se n’è accorto? Ha sentito parlare di “ronde”? Ah, certo, associazioni di cittadini per la vigilanza, per “proteggere”…e bla, bla, bla…
Quando mai, una forza politica che vuole creare una milizia, lo urla ai quattro venti?
Come dice? Che l’attuale quadro normativo…
A questo penseranno le future “interpretazioni autentiche”: lei sa benissimo – da uomo di legge – che una volta passato un principio lentamente, ma inesorabilmente, si trasformerà in consuetudine. Vede? Tutto serve, anche quella che sembra una innocua (non per i lavoratori!) sentenza della Corte Costituzionale.
E Berlusconi?

Ma, Presidente, apra gli occhi: quando e come si decide, nelle istituzioni? Il Parlamento, salvo quando ci sono leggi inviate per l’approvazione dall’esecutivo, non ha nulla da fare, al punto che Fini lo chiuse per una settimana.
A Palazzo Chigi? Nei Consigli dei Ministri? E quando mai: tutti si lamentano – a microfono spento, ovvio – della scarsa “collegialità”.
Tutti gli accordi politici di una certa rilevanza vengono presi durante le famose “cene” ad Arcore fra Bossi e Berlusconi: poi, i “galoppini” Brunetta, Alfano, Gelmini, Sacconi…ricevono gli ordini e, a Belgr…pardon, a Roma, eseguono.
Una delle ultime esternazioni di Berlusconi è stata proprio la conferma, se ancora qualcuno aveva dei dubbi: in caso d’elezioni anticipate, andrà con la Lega “Chi se ne frega di Fini: noi e la Lega, possiamo vincere ugualmente”. Vede?
Ricorda, per caso, che Berlusconi – prima di fondare Forza Italia – soppesò per qualche tempo d’entrare direttamente nella Lega, per prenderne in un secondo tempo le redini? Poi, decise di mettersi “in proprio” ma – dal 1995, dopo lo “strappo” con Bossi – i destini dei due partiti hanno viaggiato dritti filati come due binari.
Di queste cose non si deve parlare, non si devono ricordare, perché non fa comodo.
Nel frattempo, per il volgo c’è tanto da discutere e da motteggiare: i miracolosi capelli del premier, le escort, le veline e tutto l’ambaradan del gossip, Bondi che duetta con Crozza…ma sì, lasciamoli divertire…
Va in Europa a raccontare che “ha le palle”, l’attimo dopo veste la camicia nera e così esalta gli ex nonsopiùcosasono della ex Alleanza Nazionale e quelli…giù con i saluti fascisti! Lo scambiano per Mussolini, i poveretti! Poi fa “cucù” in giro per l’Europa, le sue barzellette, le mignotte…ogni giorno bisogna inventarne una fresca, tenerli occupati…

Per quelli che si ritengono più astuti, invece – con dichiarazioni alla stampa, oppure usando i giornali “di famiglia” – ogni tanto la “sparano” grossa. Maroni comunicò urbi et orbi che esisteva il traffico d’organi destinato ai trapianti. Qualche giorno di subbuglio, una scazzottata verbale sui giornali e poi…dimenticatoio. Nei giorni scorsi, invece, “Il Giornale” (proprietario Paolo Berlusconi) ha dichiarato che l’emissione di denaro deve essere pubblica, non a carico dei privati. Nazionalizzeranno la Banca d’Italia? Ma va là…
Quali sono, invece, le cose delle quali non parlano mai?

Mentre tutti seguivano i vari teatrini – chi in platea, chi in galleria – la Lega Nord disponeva con cura i suoi pezzi – dall’interno delle istituzioni italiane! – con calma, tessera dopo tessera: prima una legge elettorale “porcata” per cacciar fuori dal Parlamento gli “indesiderati” e, nel contempo, impedire – di fatto – la creazione di nuove aggregazioni dal basso, dal vero corpo elettorale. Quindi l’acquisto – non troviamo altro termine per definirlo – dei vertici sindacali, per frantumare il poco che rimaneva e mettere all’indice le frange che, ancora, credevano nella dignità del lavoro.
Quindi la marginalizzazione e l’umiliazione della cultura: la scuola privata di mezzi per renderla inefficiente. E, quindi, inoffensiva. I fondi per la ricerca sempre stornati, al punto d’usare il 5 per mille per il Ponte di Messina!
Poi le leggi per marginalizzare gli immigrati, per punire in modo abnorme chi fa uso di droghe…ora la Chiesa, che deve essere “devitalizzata”, privata della sua essenza e mantenuta come vuoto involucro, uno zombie del terzo millennio.
Oggi, quel percorso è quasi compiuto: come i perfidi alieni di “Independence day”, le forze si stanno posizionando in campo, ciascuna al suo posto, pronte per l’assalto finale. Berlusconi s’opporrà? E perché dovrebbe farlo?

Il premier sa che non potrà mai consegnare alla Lega Nord un federalismo che sia una secessione mascherata – il referendum confermativo non passerebbe mai – inoltre, Berlusconi si trova impastoiato con i suoi mille problemi giudiziari: veri, falsi, presunti…non ha importanza. Di fatto, è sotto scacco.
Se Berlusconi non appoggiasse il piano secessionista della Lega, nei confronti delle istituzioni italiane avrebbe ben altro atteggiamento: non andrebbe di certo a Bonn a mostrare i muscoli e ad infangare l’Italia e le istituzioni. Probabilmente, manderebbe in avanscoperta il solito Gianni Letta con qualche spiegazione credibile per ricomporre, cercare accordi, una fuoriuscita onorevole, accordi a termine, altro…ma – mai – getterebbe la spada nella contesa. Perché, signor Presidente, non potremmo definire in altro modo le sue ultime “esternazioni”.
Domandiamoci, allora, chi è Silvio Berlusconi?

E’ un imprenditore, il quale ha il centro dei suoi interessi proprio a Milano: certo, con la secessione potrebbe perdere ricchezza, quote di mercato, affari, ecc, ma – se non dovesse riuscire a fermare gli attacchi contro la sua persona (non c’interessa dirimere se giustificati, ingiustificati, ecc) – per lui sarebbe la fine.
Potrebbe tentare, ultima spiaggia, le elezioni anticipate ma, anche qui, non avrebbe la certezza di farcela (nel senso di poter poi controllare una maggioranza schiacciante): spostato l’asse del PD verso sinistra, potrebbero rientrare in gioco anche gli elettori della sinistra estrema con alleanze meramente elettorali. E poi, cosa farebbero gli uomini di Fini? E Casini, che sembra chiamare l’adunata?
Insomma, Berlusconi si troverebbe a dover affrontare delle difficili elezioni, non la “passeggiata” del 2008.
Può anche darsi che lo faccia, che sia obbligato a farlo, ma la “ferrea” alleanza con Bossi – il treno rapido verso la secessione – gli consentirebbe di salvare capra e cavoli: sottrarsi alla giustizia italiana utilizzando proprio la “leva” secessionista, preservare le sue aziende ed i suoi interessi economici, portandoli fuori d’Italia, nella futura Padania, ossia nel “Lombardo-Veneto”. Non le ricorda qualcosa, signor Presidente, quel termine?
Gli interessi del premier messi in “cassaforte” – in un diverso Stato! – ed il coronamento del sogno della Lega: come potrà notare, gli interessi di Berlusconi e della Lega Nord coincidono perfettamente. E spiegano anche il sostanziale “disinteresse” per quel che sta avvenendo in Sicilia.

Potremmo pensare che quelli presentati siano scenari di fantapolitica ma nessuno, in Jugoslavia nel 1988, riteneva credibile quel che sarebbe successo pochi anni dopo. In Bosnia, persino quando iniziarono a circolare le colonne corazzate, i più si ricredevano “Ma no, sono soltanto manovre della JNA, dell’Esercito Jugoslavo…del nostro esercito…”
L’Unione Europea potrebbe benedire la secessione, giacché ogni possibile tentativo per “salvare” la nave Italia, che sta affondando, verrebbe gradito: non si può salvare l’intero bastimento? Beh, almeno il carico…
Le grandi corporations sarebbero le prime a gioire, poiché ogni dissoluzione di stato nazionale aumenta il loro potere di ricatto, ovvero produrre senza pastoie di nessun tipo (vedi Thyssen) ed a prezzi da fame.

Quando si cita l’esempio jugoslavo, si finisce per credere che gli eventi debbano per forza svolgersi nello stesso modo: non è necessario, per una secessione, che esista il corrispettivo italiano della linea di difesa “Vukovar-Karlobag”…chissà, una “Pisa-Ancona”…no, questo è cadere in parallelismi senza senso.
Anche il modello Ceco e Slovacco potrebbe tornar utile: le forme non le conosciamo e, in tutti i casi di secessione, ogni Paese ha avuto le sue. Più o meno sanguinose, più o meno feroci.
Quel che conta, sono gli interessi convergenti verso una scelta, non i mezzi mediante i quali viene poi attuata.

Nel caso jugoslavo – siccome c’era un diffuso apparato cooperativo – fu necessario, per le corporation ed i grandi poteri internazionali, distruggere la socialità stessa di quel Paese. Il caso italiano è diverso: da noi, è su base geografica che vogliono intervenire.
La “salvezza” dell’apparato produttivo del Nord sarà l’ennesima svendita, questa volta al grande capitale tedesco e centro-europeo in genere, e le fabbriche si riempiranno un'altra volta di moderni schiavi, italiani e stranieri. Sì, forse ci sarà qualche soldo in più, ma non per molti e con la totale perdita della sovranità.
Non fu forse il vero fondatore della Lega Nord – il sen. Miglio – un grande “amico” dell’allora Bundesbank? Della Banca Centrale di uno Stato il quale, in silenzio e senza destare clamori, “girò” gli armamenti “ereditati” dalla ex Germania Est in Croazia?

Siamo al 1988 jugoslavo, Presidente, se ne renda conto: non c’è tempo da perdere! Cosa aspetta, dopo esser stato pubblicamente insultato di fronte all’assemblea dei parlamentari europei del PPE?
Per fare che? Per procedere, immediatamente, per attentato alla Costituzione – sono loro stessi ad ammetterlo, a fregiarsene! Ci sono tutti gli elementi per farlo! – poi per manifesta incapacità in campo economico. Infine, meno importante, per essere moralmente inaccettabili: non è la loro moralità in discussione, bensì la credibilità italiana che finiscono per distruggere.

“E che c’entro io?”
Come, signor Presidente, lei non c’entra nulla? Beh, ci scusi e tanti saluti: credevamo che lei fosse la suprema autorità della nazione.
L’uomo che potrebbe – art. 88 – mandare a casa questa pletora d’incompetenti, dissoluti menefreghisti che siedono in Parlamento:

art. 88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse. Non può esercitare tali facoltà negli ultimi sei mesi del suo mandato.

Mentre nella Costituzione esiste un preciso articolo (90) che spiega i termini nei quali può essere messo in stato d’accusa un Presidente della Repubblica, molti si chiederanno perché non esista una procedura d’impeachment nei confronti del Primo Ministro: perché è prevista, con lo scioglimento del Parlamento, dall’art. 88!
Se i costituenti avessero desiderato “temperare” quel potere, l’avrebbero precisato: invece, a parte la clausola degli ultimi sei mesi di mandato, nulla!
Lei potrebbe, semplicemente, chiamare i due Presidenti delle Camere – “sentirli”! Senza obbligo alcuno! – e poi dire loro, semplicemente: “Grazie, Schifani. Grazie, Fini”. E basta. Non ha altri obblighi, e nessuno potrebbe sollevare la minima obiezione!
Perché i costituenti non posero limiti, affidando – riconosciamolo – una terribile responsabilità sulle spalle del Presidente? Perché, nel caso un Capo del Governo fosse giunto a controllare la politica come un despota, ricattando la sua maggioranza in Parlamento – ieri con le squadracce, oggi con le TV – il Presidente doveva avere i mezzi per impedirlo. E, oggi, vasti settori della società italiana sono perplessi, attoniti, stupiti da tante volgarità e da una politica assente per i bisogni degli italiani.

Lei, Presidente, potrebbe mandarli a casa con un’avvertenza: se non cambiate subito la legge elettorale con una semplicissima legge proporzionale (l’abbiamo avuta per decenni: perché da quando ci hanno messo mano tutto precipita?) – e date modo a nuove formazioni politiche di soppiantare le vecchie – io l’art 88 ve lo sparo a raffica, a ripetizione. Siamo certi che si darebbero una calmata: lei, ci perderebbe qualcosa? Dobbiamo ricordarle, ancora una volta, che l’art 88 non le pone limiti in tal senso?

Ah, già…il rischio d’ingovernabilità, la “necessaria continuità”, il “salto nel buio”…ma…perché, oggi saremmo “governati”? Dobbiamo proprio morire di questa “continuità”? E quali timori possiamo avere per i salti nel buio, giacché ogni provvedimento governativo – da molti anni – non è altro che improvvisazione?

Lei, signor Presidente, non si trova in situazioni analoghe a quelle che affrontarono i suoi predecessori: l’Italia è il regno dei levantini in politica, della confusione, spesso del malgoverno. Tutti i suoi predecessori cercarono – con scarso successo, purtroppo – di rammentare i vantaggi della coesione, della positiva socialità, della fratellanza.
Oggi, invece, lei si trova di fronte ad una situazione nuova: non è più una vicenda di equilibri interni, di moralità…no, oggi, qualcuno sta scientemente lavorando – all’interno delle istituzioni! – per distruggerle e, domani, frantumare il Paese. Attenderà, silente, che qualcuno in camicia nera e fazzoletto verde venga a scacciarla?

Di là delle proprie opinioni politiche, il plafond di valori costituzionali sotto attacco non è negoziabile in nessun modo, poiché mette sotto scacco le basi della democrazia e del vivere civile: purtroppo per la sua persona, lei è l’unico in grado di fermarli. Decida, prima che sia troppo tardi: la Storia, inevitabilmente, la giudicherà.

Articolo liberamente riproducibile nella sua integrità, ovvia la citazione della fonte.

04 dicembre 2009

Furbacchioni si nasce, Presidenti si diventa

La Geopolitica – proprio perché è “Geo”, quasi “Pan” – richiede sempre un evento, un bandolo della matassa dal quale partire per l’analisi, altrimenti la confusione è massima.
L’evento che ci ha colpiti, negli ultimi giorni, non è certo stato lo strombazzato invio di 30.000 soldati statunitensi in Afghanistan, cosa del resto presente nel programma politico di Obama. E nemmeno il classico servilismo italiano di “regalare” al Presidente USA mille fantaccini italiani per la fornace afgana: tutto serve – anche le future bare che, purtroppo, certamente giungeranno – per tentare un riavvicinamento a Washington, cercare di far dimenticare la “guerra” degli oleodotti e la grande “amicizia” con Bush e la precedente amministrazione. Per non parlare di Putin e di Bielorussia.

La “stranezza” – a fronte di un rinnovato interventismo USA – è stata l’annuncio, da parte dell’Iran, d’incrementare il proprio programma nucleare con dieci nuovi centri d’arricchimento per l’Uranio, e che il materiale fissile supererà anche la “soglia” del 20%, ossia superiore a quella generalmente utilizzata per le attività di produzione elettro-nucleare[1].
In altre parole, Ahmadinejad ha platealmente distrutto uno dei cardini che difendevano la sua politica nucleare, ossia che il programma iraniano era esclusivamente destinato ad usi civili. Strana coincidenza, proprio mentre gli USA sembrano voler mostrare i muscoli.
A questo punto, non restano che due ipotesi: gli iraniani giocano il tutto per tutto – sapendo che, tanto, la guerra giungerà inevitabilmente nel loro Paese – oppure per l’opposta ragione, ossia che nessuno li disturberà più.

L’evento, fra l’altro, giunge a cavallo della sostituzione della “colomba” El-Baradei in seno all’AIEA – l’ente che dovrebbe sorvegliare le attività nucleari nel Pianeta – con il giapponese Amano, che non è definito un “falco” bensì un “esperto di disarmo, più tecnico che politico”[2]. Vedremo cosa partorirà il nipponico.
L’ultimo “colpo di coda” di El-Baradei è stato una risoluzione contro Israele – la prima! – per il suo acclarato segreto di Pulcinella, ossia il programma e l’armamento nucleare di Tel Aviv[3]. Ovviamente, c’è stata la parallela condanna per il programma iraniano: business is usual.
Perché, allora, in un quadro così altalenante, Ahmadinejad rompe gli indugi e comunica, con una “perifrasi tecnica”, l’intenzione di giungere alla bomba atomica? Vuole accelerare una guerra contro il suo Paese?
Analizzando ciò che è avvenuto in passato – quando i rischi erano più elevati – si scopre che gli iraniani hanno saputo essere tanto levantini quanto pragmatici nella trattativa, evitando sempre lo scontro frontale ma non indietreggiando di un millimetro.
Qual è, allora, la ragione dell’improvvisa “avanzata”?

Riteniamo, e sosterremo questa tesi, che la scelta iraniana sia stata dettata più dalla politica estera statunitense che da risoluzioni dell’AIEA, minacce da parte di Israele od altro. In altre parole, gli iraniani hanno compreso – dalla scelta afgana di Obama – che non correranno nessun rischio per il futuro, anzi.
Dobbiamo allora chiederci cosa ci sia di nuovo nella strategia di Washington, dopo il primo anno del “regno” di Obama: lasciamo sullo sfondo le inutili polemiche e le ingenuità di chi pensava ad Omaba come ad un rivoluzionario, il paladino degli esclusi o roba del genere.

Barack Hussein Obama è un politico del Partito Democratico, lo stesso partito che espresse Kennedy (Baia dei Porci e Vietnam), Carter/Brzezinski (trappola afgana per l’URSS) e Clinton (79 giorni di serrati bombardamenti sulla Serbia), roba che non si vedeva più, in Europa, dal 1945.
Tutte cose che avevamo raccontato molto tempo fa, prima che tanti “osannanti” adepti della nuova religione “obamiana” comparissero[4].
Proprio da Brzezinski dovremmo partire, oggi che l’anziano “analista strategico” sta offrendo nuovamente i suoi servigi ad un altro Presidente del Partito Democratico e, l’ossessione di Brzezinski, è sempre stata l’Afghanistan. Perché?

La ragione è la stessa che condusse gli inglesi a tentare d’insediarsi in quel Paese nel lontano 1823 – scelta che portò ad una strisciante guerra fra gli afgani e gli inglesi, la quale durò fino al 1919! – e poi i sovietici: il controllo delle vie commerciali dell’Asia Centrale, siano esse le antiche carovane della seta od i moderni oleodotti. Quindi, l’ostinazione degli USA a rimanere nel Paese, è giustificata dal punto di vista geostrategico ma, proprio per i precedenti, non sembra godere di fausti auspici.
Riflettiamo, soprattutto, sulla sterile ed inconcludente guerra afgana condotta dagli inglesi: quando l’Impero Britannico era all’apice della sua potenza, non come la claudicante URSS. E, lasciateci anticipare, come gli illusi statunitensi & Co.

Le ragioni, per i fallimenti delle varie guerre “afgane”, sono sostanzialmente due: la natura del territorio e la presenza d’altri competitori.
Sulla prima c’è poco da dire: a parte le valli centrali, il Paese è impervio, montuoso e con scarse vie di comunicazione. Vale a dire, l’optimum per qualsiasi forza guerrigliera.
Per contrastare i guerriglieri afgani sarebbe necessario condurre una guerra diversa, con addestrate truppe di montagna (Alpini, Alpenjäger, Chasseurs des Alpes, ecc), e supporto aereo solo in funzione tattica, ossia per appoggiare le truppe a terra (quello che non possedevano, all’epoca, gli inglesi.)
Il tallone d’Achille di questa strategia è lampante: migliaia e migliaia di morti fra le truppe occidentali. Uno scenario politicamente improponibile, per questo l’aviazione viene usata in modo strategico, ossia per colpire i “centri” del nemico dall’alto. Ma, siccome il nemico non è un esercito tradizionale, l’aviazione strategica non ha obiettivi definiti e chiari da colpire: da qui, i tanti “errori” e la mattanza dei civili, che finisce per avvicinare la popolazione ai resistenti.

Ci si chiederà chi sorregge la guerriglia afgana, e qui affrontiamo il secondo punto.
Riteniamo che la Cina, ad esempio, non sia felicissima d’avere alla propria frontiera (un tratto esiguo, ma presente, che conduce al Sinkjang cinese) i Berretti Verdi, tanto meno la Russia, che vede nella (eventuale) penetrazione americana, dalle valli del Panshir, una minaccia al nuovo tentativo egemonico nei confronti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale. In pratica, la strategia del Cremlino – riportare “a zero” la penetrazione americana in Asia Centrale, i “tossici” (per Mosca) accordi dell’era Yeltsin – percepisce gli USA come una minaccia.
Quindi, riassumendo, la guerriglia viene rifornita da chi (anche altri Paesi del Patto di Shangai) non desidera avere rompiscatole in casa, e le condizioni del teatro bellico sono estremamente favorevoli ai difensori.
In questo contesto, Obama decide (almeno, così parrebbe) di rilanciare per una vittoria finale. Domanda: è fesso?

No, Omaba non è assolutamente fesso: è un’aquila al confronto di Bush, così come Brzezinski – da solo – ne fa venti dei grandi “strateghi” di Bush, i vari Rumsfeld e Cheney. Difatti, Powell – che militare era sul serio – se ne andò discretamente: grazie, sono repubblicano, non fesso.
Obama – da uomo intelligente qual è – ha compreso che la via afgana conduce direttamente alla Saigon del 1975: bandiere arrotolate, elicotteri gettati in mare, fuga. A differenza di Kissinger, però, Brzezinski non ha pronto un “Piano B” – al tempo Timor Est e l’Indonesia – per ricreare una “cintura” di protezione per la strategia USA. E, oltretutto – per stessa ammissione del Presidente – i soldi scarseggiano, non ci sono più le risorse di un tempo.
Che fare, con il poco che rimane?

Quella che Obama si prefigge non è una “vittoria” afgana – sa benissimo che è fuori della sua portata – ma una strategia di “stabilizzazione” del Paese sul modello iracheno.
Parentesi: la situazione irachena, però, è strettamente legata agli equilibri in Afghanistan, dunque si tratta pur sempre di tentativi con moltissimi punti interrogativi. Anche perché, nei fatti, l’Iraq non è “stabilizzato” per un cacchio.
La via, però, è quella e non ne esistono altre: lasciamo agli allocchi le farneticazioni sul Pakistan, la cattura di Al-Zawahiri (la vera “mente” di Al-Qaeda) ed altre fanfaluche. Ciò che conta per Obama è giungere al prossimo appuntamento elettorale del 2012 con una situazione non troppo deteriorata, almeno presentabile dal punto di vista mediatico. Chissà, se si sarà fatto dare qualche consiglio da un tizio il quale, in Italia, non sa fare altro?

Chi dovrebbe avvertire un po’ di bruciore al sederino è il “sindaco di Kabul” – Ahmid Karzai – il quale (provvidenzialmente?) ha già comprato casa ad Abu-Dhabi. La “nuova” strategia di Obama prevede, in pratica, di riportare al potere – sotto mentite spoglie – i Taliban e l’etnia pashtun. Addirittura, “contatti con il Mullah Omar”.
Karzai corre seri rischi, perché in Afghanistan non usa deporre un Presidente con l’applauso finale e tanti ringraziamenti, bensì appenderlo al gancio di un carro-attrezzi, dopo avergli infilato i testicoli in bocca[5]. Consiglieremmo, al più presto, un trasferimento nei dorati esili del Golfo Persico.

Perciò, non confondiamo le mire strategiche USA con quello che raccontano: oramai, la politica internazionale si fa più con gli annunci che con i fatti. I veri “fatti” sono altri a compierli, come le numerose collaborazioni militari ed industriali interne al Patto di Shangai, oppure l’aggressiva politica estera cinese nei confronti dei Paesi produttori di materie prime. Solo che, i cinesi, non mandano nemmeno uno schioppo: preferiscono comprare (per ora) con i dollari. Ne hanno forzieri colmi: questa è la vera “penetrazione” a livello internazionale, quella che nel tempo genera frutti, non le bombe.
Ahmadinejad, altro furbacchione, ha subito compreso che gli USA saranno terribilmente affaccendati nel cercare di giungere almeno ad una soluzione onorevole, per evitare una seconda Saigon: logicamente, ne approfitta. Oltretutto, sa benissimo che, in cambio di un placido “disinteresse” iraniano per l’Afghanistan, Obama sarà costretto a chiudere entrambi gli occhi, le porte della Casa Bianca e le chiappe.

Catapultato sulla scena internazionale, il giovane avvocato dell’Illinois – persona di grande intelligenza – ha compreso che deve mediare, all’interno, con le mille lobbies degli apparati industriali e militari, mentre all’estero può fare poco o nulla. Perciò, s’è attrezzato per fornire un’immagine convincente per il Pentagono, ed una soluzione pragmatica e gestibile per il volgo, così da assicurarsi – almeno, così spera – un secondo mandato.
Gestire la discesa lentamente, meno che mai dare l’impressione che sia una caduta: si naviga a vista. E noi, perdiamo del tempo a lambiccarci?

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