19 dicembre 2008

Governatori e Gauleiter


Salve a tutti. No, non ho avuto un rigurgito di presunzione ed ho deciso di presentarmi come Marco Travaglio sul blog di Beppe Grillo: semplicemente, torno alla luce dopo circa 60 ore di sospensione. Finalmente, tornata la corrente elettrica, posso di nuovo scrivere.

L’inizio è stato soft: tanta neve che scendeva sui tetti e sulla piazza deserta. Minuti: poi, ore e giorni.
Alla fine, più di mezzo metro di neve dappertutto: la mia auto, sotterrata dai vari passaggi dello spartineve, al termine della questione aveva un solo manto che si congiungeva, da terra al tetto.
In queste sessanta ore abbiamo vissuto quasi sempre senza corrente elettrica – no microonde, caldaia (pompa elettrica), ADSL, TV, Radio (non ho più trovato la vecchia radio a pile…), phon, ecc – poi senza pane (impastatrice del panificio ferma) e senza aprire il congelatore: quando va via la corrente, speri solo di salvare quel che c’è dentro e non lo apri per niente.
L’unico cordone ombelicale che ancora ci congiungeva al mondo era il telefono, quello normale, poiché la rete GSM è la prima a saltare. Anche quando è tornata la corrente, in TV c’erano solo canali grigi e muti.
Addossati alla stufa a legna – tecnologie semplici – ed alle candele (buona scorta, fatta più per sfizio che per altro al Lidl, anni fa) abbiamo cotto chapati[1] sulla stufa ed abbiamo trascorso così il tempo, impastando e caricando la stufa, che ci ha fornito abbondante calore per scaldarci e cuocere alimenti, acqua calda ed è stata addirittura usata come rudimentale phon. Si sa, le ragazze non tollerano d’avere i capelli sporchi nemmeno durante le emergenze.

Dalla scuola giungevano notizie contrastanti: era aperta, sì, ma non c’era praticamente nessuno, a parte quelli che abitavano a poca distanza. Altre erano state chiuse con ordinanze dei Sindaci, in qualche caso credo sia intervenuto il Prefetto. Per il resto, ognuno per sé e Dio per tutti.
La ragione di queste differenze è da cercare nella maledetta statistica, poiché chi chiude una scuola perde qualche punto nella classifica di merito che qualcuno, al termine di qualcosa, stilerà. Se, invece, non la chiudi e la passi liscia – ossia non finiscono corriere nei fossi e non cedono tetti – avrai vinto qualche punto nella classifica dei Comuni, nel campionato delle Municipalità, con tanto di bonus e maglietta premio. Dopo tanti anni, e con tanti punti accumulati, la gente comune vince un forno a microonde: i politici, una nomination alla Regione.
Se ti va male, meglio telefonare subito a qualche amico giornalista, per ridurre la cosa al suo “semplice ambito” di “emergenza non prevedibile”.

Ho ritenuto che, mettersi in strada con quel tempo, non fosse una priorità di quelle concesse dalla Protezione Civile in questi casi: d’altro canto, correre il rischio di un incidente per andare in una scuola vuota, non mi pareva cosa sensata. Oltretutto, perché nessuno ti ripaga i danni di un eventuale incidente.
Sui mezzi pubblici c’è poco da fare affidamento: le corriere possono arrivare, ma non comparire per ore. Come le diligenze dei Moschettieri.
La ferrovia, qui da noi, anche quest’anno è “sospesa” come lo fu tre anni fa. Allora, si trattò di “urgenti” lavori da effettuarsi sulla galleria del Belbo – quella che fece costruire Cavour per “forare” la Langa – oggi, invece, si tratta d’ammodernamenti resi necessari per portarla agli standard europei. Sempre la stessa galleria di Cavour, su una linea a binario unico: ma, tre anni fa, non esisteva l’UE? Non sapevano che c’erano dei regolamenti da rispettare? Perché non costruirne una parallela e raddoppiare, finalmente, la linea? Boh…

L’azienda che ha vinto l’appalto per i pullman sostitutivi è la stessa di tre anni fa: su…non fate quella faccia…io non ho scritto niente. Se credete nelle dietrologie, bisogna poi dimostrarle e, a me, della cosa importa assai.
Quello che più mi premerebbe, quando non c’è il treno, è che almeno ci fossero i pullman per sostituirli. Purtroppo, l’azienda che ha vinto l’appalto ha sede in Centro Italia e l’autista più “nordico” proviene da Roma: gente abituata alla neve, ci mancherebbe.
Dopo incidenti avvenuti (o mancati per poco), quando c’è neve la Polizia Stradale impedisce loro d’uscire dai depositi, quindi: rotaie coperte di neve e pullman sostitutivi abrogati. Insomma, non ti rimane che osservare i bagliori della stufa: chi ha un caminetto, gode anche dell’aspetto iconico.
Sia chiaro: non ce l’ho proprio con quei poveracci di Matera e di Campobasso che guidano i pullman. In queste condizioni proibitive, solo chi ha esperienza di neve e ghiaccio, ha pneumatici da neve, catene (quelle, mai viste) e l’insostituibile conoscenza del territorio può prendersi la responsabilità d’afferrare il volante. Un volante al quale sono affidate decine di vite: ne sa qualcosa mia figlia, che tre anni or sono trascorse dodici ore con la corriera scivolata in un fosso, senza riscaldamento e con una buona dose di paura addosso.
Sempre tre anni or sono, a qualcuno dei “dispersi” nella notte sulla A6 TO-SV andò peggio: trascorsero la notte nelle gallerie, mantenendo acceso a turno un solo motore per scaldarsi. Della tanto strombazzata Protezione Civile, nessun segno.
L’ultimo afflato della nevicata dello scorso anno, colpì una donna che era stata a sua volta colpita da infarto: niente paura, c’è l’elisoccorso. Peccato che, quando giunse l’elicottero, nessuno aveva provveduto a sgombrare l’eliporto e la relativa strada d’accesso. Ad ogni buon conto, quando arrivò il carro funebre, la strada era sgombra.

Due parole dovremmo spenderle anche per chi deve sgomberare la neve dalle strade: secondo le direttive, se c’è la neve – stesi complessi memorandum fra le parti – c’è chi deve sgombrarla. Così parrebbe.
Il problema è che i Comuni hanno le casse sempre vuote e, allora, varano aste al ribasso che più ribasso non si può. Anche qui, non vorremmo cedere alle sirene che narrano di rapporti “strettissimi” fra qualche amministratore e le aziende – non lo possiamo affermare perché non ne abbiamo le prove – e quindi vorremmo invitare i lettori a non percorrere i fantasiosi sentieri della speculazione sulle corruttele. Se esse esistessero, magistrati come la Forleo e De Magistris ce lo racconterebbero subito.
In definitiva, i “ribassi” sono così bassi che le aziende puntano su Giove Pluvio: ossia, ci “stanno dentro” solo se non nevica o se nevica pochissimo.
Se i decimetri iniziano a sommarsi ai decimetri, i litri di gasolio e le ore da pagare iniziano a pesare un po’ troppo alla voce “spese”, e finiscono per “raffreddare” i motori. Si “passa”, sì, quel tanto che basta per dire che si è passati, per togliere il “grosso”, sperando che il grosso non diventi enorme.
Inutile dire che le aree di parcheggio e quant’altro non vengono nemmeno prese in considerazione: l’auto ideale, in questi casi, è quella “tascabile”, nel senso che quando arrivi la ripieghi nel portafogli. In alternativa, usare i mezzi pubblici (quando e se ci sono), oppure il treno che è sostituito da autobus senza catene, arrestati dalla previdente Polstrada prima che combinino guai.
Le Ferrovie, interpellate sul motivo della “pause” sempre invernali, rispondono che a loro conviene così: siamo un’azienda, siamo finalmente sul mercato, per Dio! D’estate, si guadagna di più con i treni dei villeggianti che vanno al mare! Che volete che ci freghi di questi straccioni – studenti e lavoratori – che pagano un misero abbonamento!

Terminata l’emergenza, siamo riemersi (dopo aver spalato per ore) e sono tornato a scuola. La prima cosa che ho fatto, è stata collegarmi alla rete per osservare cos’era successo nel pianeta.
Niente di grave: un paio di scarpe per Bush, tanta paura per la temuta esondazione del Tevere, un Governatore in più al Pd + L ed uno in meno al Pd – L, la strabiliante novità delle corruttele fra i boiardi di Stato ed i loro lacché politici. Business is usual.
Ho cercato qualche notizia che riferisse sull’emergenza appena trascorsa, ma ho trovato poco. Mia madre ci riportava qualcosa al telefono – da lei pioveva ed abita in collina, nessun pericolo d’inondazione, al massimo qualche frana di quelle che sulle strade restano recintate dal nastro rosso per anni – e raccontava che i solerti giornalisti del TG3 regionale riferivano che, in provincia di Cuneo, c’era qualche problema…sì…ma lo spettacolo di tanta neve era stupendo e gli albergatori – finalmente! – intravedevano una stagione sciistica come non se ne vedevano da anni! Insomma, mercato über alles.
Qualche minuscola testata locale riferiva che, ancora nel pomeriggio di Lunedì 15 Dicembre 2008, le utenze prive d’energia elettrica nel cuneese erano 48.000. Non ho trovato dati sulla parte di competenza ligure, ma immagino che fossero parecchie anche lì. Insomma, facendo due conti a spanne, c’erano 200.000 persone senza corrente, ma lontane dalle città. Gente che non fa numero né è degna d’informazione: per questo riteniamo di doverlo fare noi – che qui eravamo – per prima cosa come dovere di cronaca.

Se la cosa si concludesse qui, avremmo probabilmente compiuto il nostro dovere di cronisti, ma – siccome la terza pagina ci ha sempre affascinato – non ci limitiamo all’informazione, perché rischierebbe dì tramutarsi in sterile lamentazione.
L’analisi, dopo aver sintetizzato gli eventi, parte proprio dal rapporto fra popolazione e territorio, poiché in Italia riusciamo ad individuare una moltitudine d’universali fra loro concorrenti, oppure simbiotici, in altri casi metà e metà. Si va dai cattolici ai non credenti, dai “destri” ai “sinistri”, dai settentrionali ai meridionali, fino agli eterosessuali ed agli omosessuali, e chi più ne ha più ne metta. Per Guelfi e Ghibellini, il tempo per presentare la domanda è scaduto: ci spiace.
Anzitutto, pochi, sintetici dati sulla disposizione della popolazione italiana sul territorio[2]:

Il 75% circa della popolazione italiana vive in comuni superiori ai 15.000 abitanti.
Il 25% in quelli inferiori ai 15.000 abitanti.
I comuni con più di 15.000 abitanti sono il 15% circa del totale.
Quelli con meno di 15.000 abitanti sono il restante 85%.

Inoltre, il 55% dei comuni è compreso nella fascia da 2000 a 5000 abitanti: più della metà dei comuni italiani, quindi, sono dei “Fort Apache”. Lo squilibrio è evidente.
Gli spostamenti migratori sono complessi, ma tendono comunque all’accentramento: non più verso le grandi città (laddove i centri sono adibiti soprattutto al terziario), ma verso le “cinture”, dove crescono comuni con numero d’abitanti a cinque zeri.
Insomma, la popolazione italiana va verso un “naturale” ed inarrestabile inurbamento: certo, passare giorni completamente isolati, fa passare la voglia di rimanere a Fort Apache. Soprattutto, perché delle migliaia di Fort Apache non frega un accidente a nessuno.

La disposizione della popolazione sul territorio – oggi – ancora compete alla politica? E’ fuor di dubbio che, se lo domandassimo a Stalin o ad Hitler, risponderebbero con un entusiastico “sì” senza condizioni, ma il loro parere – in questi frangenti – non ci può interessare. Soprattutto perché vissero un’altra epoca e poiché non vorremmo dover sloggiare per far posto ad altri: non sono questi i termini della questione.
Se, invece, riteniamo che il “mercato” debba essere prevalente – come sembrano affermare i Pd +/- L – andiamo dai parenti della donna morta perché l’elicottero non è potuto scendere, e magnifichiamo loro le straordinarie potenzialità del mercato. Un consiglio: munirsi di giubbotto antiproiettile o, per lo meno, calarsi un secchio sulla testa a mo’ di elmetto.
In definitiva, fra mercato ed assolutismo politico, finiamo per rimanere schiacciati non dalla neve, ma da una massa d’inconcludenze, da una raffica di non decisioni, da milioni di struzzi con gli occhi nella sabbia ed i culi all’aria. I quali, sollevano il gozzo solo il giusto tempo per rimpinzarsi a dovere.

Si tratta di una questione di risorse? Della loro gestione?
Dipende da quale gestione delle risorse immaginiamo per il futuro.

L’UE non serve a niente, l’UE serve a qualcosa: sfoglia la margherita, intanto fuori nevica.
Eppure, l’UE finanzia interventi sulla rete elettrica per ammodernarla: si deve passare da un sistema centralizzato – produzione in pochi centri e consumo sul territorio – ad uno policentrico, ossia produzione e consumo “spalmate” sul territorio in modo abbastanza omogeneo.
La produzione ed il consumo delle risorse sul territorio, a ben pensarci, segue la naturale presenza delle stesse: il principio vale per l’energia, ma anche per l’acqua, il legname, gli alimenti, ecc.
Ovviamente, non tutte le risorse sono disponibili ovunque in modo omogeneo: le piantagioni d’agrumi scarseggiano qui, in Piemonte, ma per le principali – acqua, energia, legname, alimenti, ecc – possiamo affermare che sono presenti quasi dappertutto.
L’energia, se consideriamo le varie fonti rinnovabili, sarà presente sotto diverse forme: vento sulle coste, sole nel Meridione, biomasse nella Pianura Padana, acqua quasi ovunque, ecc.
La distribuzione abbastanza omogenea delle risorse cozza violentemente con i grandi agglomerati urbani: può esistere soltanto a patto che il costo dei trasporti sia veramente esiguo e che il territorio ancora consenta nuovo cemento per le infrastrutture.
I grandi agglomerati urbani sono vere e proprie “idrovore” di risorse: riflettiamo sulla quantità di farina che deve essere trasportata a Roma, ogni giorno, per avere qualche michetta al desco. Sono approssimativamente 650 tonnellate, il carico di 23 autosnodati. Ogni giorno, per la sola Roma, e soltanto per il pane. Moltiplichiamo gli autotreni per il cemento e la frutta, la carta ed il vino, e otteniamo le paralisi del traffico che ben conosciamo.

Il sistema dei trasporti necessita di profonde trasformazioni poiché, la scelta “tutto strada” operata in Italia molti anni or sono, mostra oggi i suoi limiti. Ho cercato d’analizzare il problema in un libro – “Il futuro dei trasporti”, edito da Arianna Editrice in formato pdf, euro 5,90[3] – che spazia dal problema energetico relativo ai trasporti, ai nuovi mezzi, fino alla re-definizione di un modello più efficiente, che usi le acque (marine ed interne) in alternativa alla gomma.
La scelta del formato pdf è stata quasi “obbligata” per le dimensioni del libro: considerando i costi di stampa casalinga, si può avere il testo per circa 10 euro, mentre in libreria ne costerebbe almeno 20.

Se l’analisi del problema dei trasporti è complessa, e richiede approfondito dibattito, ancor più ne merita il rapporto fra popolazione e territorio. Dal mio modesto punto d’osservazione, posso verificare che i ragazzi che abitano nelle migliaia di “Fort Apache”, terminata la scuola superiore, vanno all’Università e poi non tornano più. Cosa tornerebbero a fare, in zone dove non ci sono aziende ove mettere a frutto le loro competenze?
Le attività produttive per la gestione delle risorse non sono sterili giochi di finanza: sono lavoro, produzione, trasformazione, magazzinaggio. Storie di realtà.
Ovviamente, chi vuole rimanere nei “Fort Apache” dovrà rimboccarsi le maniche il che, vista la panoplia di mezzi tecnici a disposizione, non è più una fatica di Sisifo. Si tratta, più che altro, di una mentalità tipicamente italiana che non ha molti riscontri all’estero.

Un padre italiano, che si sente dire dal figlio: «Da grande, voglio fare l’agricoltore», risponde subito: «Va beh, per ora studia, poi si vedrà» e intanto pensa “Questa è appena sotto, come disgrazia, all’AIDS”.
Poiché, nella lingua italiana, il termine “agricoltore” ha una serie di sinonimi che sono tutti un programma: da contadino a villano, da bifolco a villico, da campagnolo a burino, bovaro, bracciante, colono…
E tutti questi termini sono ammantati da un alone dispregiativo: se tocchi la terra, non arriverai mai al Cielo. In questo, assomigliamo al più antico impero del Pianeta – la Cina – che per millenni fu governata dai Mandarini, funzionari statali che portavano lunghe maniche che coprivano le mani. Il significato dell’abbigliamento era che non dovevano usare le mani per lavorare: concetto molto in voga anche nello Stivale.

In altri paesi europei si pone molta attenzione nel proteggere l’agricoltura e la gestione delle risorse sul territorio (si pensi alla Francia!), oppure la silvicoltura come in Austria ed in Scandinavia. Quando iniziò il mercato dei pellets per il riscaldamento domestico, chi aveva strutture ed organizzazione sul territorio divenne leader del mercato. In questo modo, si opera un’intelligente simbiosi fra industria del legno e gestione degli scarti in funzione energetica: in definitiva, si fornisce alle nuove generazioni dei “Fort Apache” un mezzo di sostentamento dignitoso.

Il problema passa anche per il mondo dell’imprenditoria, che in Italia – a fronte delle sempre presenti richieste di “attenzione” ad ogni Finanziaria – ha mancato clamorosamente la possibilità di creare imprenditoria diffusa con i fondi europei. Noi, li abbiamo usati per costruire truffe e capannoni abbandonati e, quando un magistrato lo scopre (De Magistris), viene trasferito. Perché?
Poiché imprenditoria diffusa – piccole aziende sul territorio, ricchezza per molti – cozza contro un assioma incontrovertibile del capitalismo italiano: il controllo della ricchezza deve rimanere nelle mani di poche famiglie, le quali – grazie alla simbiosi con la classe politica (in definitiva, la vicenda della Campania, cosa racconta?) – continuano ad incrementare ricchezze senza concorrenti.
Tutto il resto ne discende: le leggi che, sulla carta, favorirebbero le cooperative agricole per l’utilizzo delle terre non coltivate, sono depotenziate dai regolamenti attuativi. Le farraginose e complesse procedure per diventare produttori d’energia in loco, seguono l’identico principio. E ce ne sarebbero tante altre.

L’unica leva che potrebbero avere i cittadini, per scardinare un simile obbrobrio, dovrebbero essere le amministrazioni locali. Se non si riesce a farlo, non è solo una vicenda di corruzione.
In Italia, le Regioni sono rette dai relativi Presidenti, i quali sono impropriamente definiti “Governatori”, quasi fossimo negli USA, i quali hanno un sistema politico/amministrativo completamente diverso. Insomma: tu vò fà l’americano…
Se riflettiamo sulla genesi e sull’affermazione di questi “Governatori”, scopriamo che sono scelti dapprima dalle segreterie dei partiti senza nessun intervento della popolazione, quindi imposti con delle elezioni che si basano soprattutto sul mezzo televisivo.
In questo modo, chi controlla le reti TV decide gli esiti elettorali, inutile girarci attorno. La scoperta dell’acqua calda? Aspettate.
Dopo la loro elezione, chi ancora ha dei contatti con questi “Governatori”? Che cosa forniscono al cittadino, a parte la sanità più costosa ed inconcludente d’Europa?
Si schierano – in modo assolutamente bipartsan – con le richieste del “mercato”. Mercedes Bresso, da anni, funge da “pompiere” per far digerire agli agitanti della Val di Susa il progetto TAV. Non importa se gran parte della popolazione è contraria: lei, è lì soltanto per eseguire degli ordini, da Di Pietro a Berlusconi, andata e ritorno.
Formigoni sbraita perché la nuova “Freccia Rossa” (il treno superveloce) finisce per far sostare per ore sui binari morti i treni dei pendolari e giunge – per bocca del suo assessore ai Trasporti – a minacciare lo stop per il prestigioso “gioiello” di Trenitalia. Attenzione: non minaccia direttamente, lo fa per interposta persona, così domani potrà smentire, in pieno stile democristo.
E poi: Bassolino e la monnezza, Cuffaro, Del Turco e le loro condanne…insomma, questa gente casca sempre in piedi. Perché?

Poiché il loro ruolo non è quello di “Governatori”: non devono governare nulla, bensì imporre.
L’appellativo che meritano è quello di fonte tedesca: Gauleiter (lett. “Caporegione”), ossia di coloro che s’occuparono di “germanizzare” i territori occupati dal Reich dopo il 1938.
La funzione dei Gauleiter non era quella di “governare”, almeno nell’accezione odierna, ossia quella di ascolto/riflessione/proposizione. Erano dei semplici funzionari che dovevano far rispettare i voleri di Berlino, soprattutto per l’acquisizione di risorse e di forza lavoro.
Riflettiamo su quanti e quali rapporti hanno gli italiani con i loro 20 Gauleiter: nessuno. Chi è mai riuscito ad interloquire con loro? E nemmeno con i loro sottocapi delle Province. Già è difficile parlare cinque minuti con un sindaco.
Sono un ceto dorato che emette decisioni, ma che non ascolta proprio nessuno, giacché la nomina e l’appoggio per la rielezione non verranno loro dai cittadini, bensì dai vertici del Reich.
Se la loro carriera è determinata non dai cittadini, bensì dal soddisfare i desideri che giungono dall’alto, perché dovrebbero “scaldarsi” per ascoltare?

Così, nei mille “Fort Apache”, non prenderanno mai forma le possibilità di trarre ricchezza dal territorio senza violentarlo: alcuni esempi?

Ci sono 850 MW di potenza elettrica che potrebbero essere captati dalle cadute dei piccoli corsi d’acqua (potenze inferiori ai 10 MW)[4], quelli “polverizzati” sul territorio e mai presi in considerazione. Forse, la cifra è ancora approssimata per difetto.
Il patrimonio boschivo continua ad incrementare: dall’Unificazione è più che raddoppiato[5]. Le segherie, invece d’incrementare, chiudono: gli austriaci vendono pellets e ringraziano.
La generazione d’energia potrebbe avvenire anche mediante piccoli aerogeneratori con pale di pochissimi metri e nessun impatto ambientale: caterve di scartoffie da presentare, e non se ne fa nulla.
La produzione olivicola italiana copre soltanto il 30% del consumo d’olio d’oliva, il resto è importato: siamo convinti che, per molti giovani, non sarebbe proprio un’ignominia gestire un oliveto. E’ forse più dignitoso avere un impiego a termine in un call centre per 500 euro mensili?

Chi dovrebbe realizzare gli strumenti per avviare nuovamente una “colonizzazione” dell’Italia dimenticata, spopolata, sempre più selvaggia? Chi potrebbe, nuovamente, far rifiorire la cultura dei mille villaggi?
Noi, pensiamo che questo sia il vero compito di una classe politica, non altro. E non si speri che la riforma federale proposta dalla Lega Nord possa cambiare qualcosa: la nuova “porcata” di Calderoli non presenta nulla di nuovo, se non una re-distribuzione di risorse fra le varie componenti. Lo stesso ministro, ha affermato che «tutti saranno garantiti». Loro, ovviamente.

Ci sarebbe tanto, ma veramente tanto bisogno di buona politica. Giuro che, il prossimo che mi parla di “antipolitica”, lo passo a fil di spada.


[1] Focaccine sottili, simili alle piadine.
[2] Rilevazione ISTAT 2008, Cap. 1.
[3] http://www.ariannaeditrice.it/vetrina.php?id_macroed=1405
[4] Fonte: Tondi, ENEA.
[5] Fonte: Guardia Forestale.

08 dicembre 2008

Tremori e Tremonti

“Chi mi riparlerà, di domani luminosi,
dove i muti canteranno e taceranno i noiosi
…”
Fabrizio de André – Cantico dei drogati – dall’album Tutti morimmo a stento, 1968.

Lo scorso 4 Dicembre ho battuto il mio record personale di sopportazione a Porta a Porta: ben 16 minuti. Senza cosce e tette al vento, né truculenti sabba di sangue per l’ultimo delitto “inspiegabile”.
C’era solo, praticamente, Giulio Tremonti che spiegava, ad un uditorio tranquillo e sottomesso, le meraviglie delle sue alchimie economiche. Sedici minuti sono tanti, credetemi.

Ho ascoltato distrattamente, poiché ho preferito cercare sul suo viso, nella scarna scenografia, segni di una Gestalt che potesse spiegarmi come si possa essere così ingenuamente fanciulleschi, scipitamente naif, incoerentemente saltafossi. Nemmeno una cortigiana ritratta da Caravaggio riesce a comunicare sì placida acquiescenza, evanescente e malcelata boria, orgoglio smisurato in un carapace francescano.
Giulio Tremonti è un mago: è il re degli ossimori trasfigurati, il genio dell’eloquio misurato in salsa di peperoncino calabrese. E pochi se n’accorgono.
Ogni suo intervento, anche per spiegare il corretto e parsimonioso uso della carta igienica, si muta incredibilmente in una Lectio Magistralis, nella sapiente codifica dei massimi sistemi i quali – magicamente, in un batter d’ali – si alterano e diventano pragmatismo quotidiano, da spendere nell’edicola sotto casa per l’acquisto di una bustina di figurine.
Anche l’occhio vuole la sua parte, ovvio, e non essendo riuscito a diventare una star della pubblicità – per propagandare la rasatura con il Prep – s’è accontentato di spiegare l’economia per il volgo. Gaudete, pauperes.

A dire il vero, non è che i suoi colleghi lo aiutino molto: prima il Capoccia – quello che ha sempre usato la brillantina Linetti – rassicura che non c’è nessun pericolo, per l’Italia, di precipitare nella crisi economica. Quindi, partendo in contropiede sul filo del fuorigioco, Sacconi anticipa tutti ed insacca con una “rasoiata” a pelo d’erba: finiremo come l’Argentina.
Non s’è ancora spento l’urlo del pubblico che scende in campo Tremonti, il quale afferma che saranno altri a finire come l’Argentina. Non aggiunge altro: a Parigi e a Berlino si trema e l’inquietudine monta – anzi, tremonta – nelle cancellerie europee (!).

Sono un po’ disorientato da sì tanti, dissimili messaggi nell’etere e mi salta alla mente che siano “pizzini” gettati al vento e basta, senza senso. Oppure un senso l’hanno, se trasposti in un’altra storia, non nella pantomima che va in scena nell’Alveare, laddove chiedono a Tremonti se aboliranno le Province e lui – serafico – risponde che tutte le infrastrutture in programma riceveranno, ognuna, uno specifico commissario. Un po’ come se chiedessimo ad un allievo «Parlami del Boccaccio» e lui, sereno, iniziasse con «Dunque…nella letteratura del Novecento…»
Il “glissare” sulle Province è oramai un artifizio retorico, giacché Calderoli – detto “El gordo” – per la sua bozza di riforma federale ha rassicurato: “Tutti saranno garantiti”. Meno gli italiani.
A chi parla allora Tremonti il quale, solo pochi mesi fa, addossava alla globalizzazione ed allo strapotere delle burocrazie finanziarie tutti i mali, mentre oggi rassicura che “ci saranno solo interventi concordati”? Il personaggio non è nuovo a queste sconvolgenti dicotomie – anche nei suoi libri più datati non era tenero con la globalizzazione e le nequizie del sistema economico – solo che la cosa, quando si siede sulla poltrona del Ministero dell’Economia, pare non aver più peso.
C’è, sinceramente, da temere per la salute psichica del pover’uomo, insidiata da molteplici, dirompenti, incontrollati ossimori che rasentano la scissione.
Sarebbe come se il sottoscritto, dopo anni trascorsi a sostenere le energie rinnovabili, presentasse domanda per dirigere una centrale nucleare oppure se Marco Cedolin divenisse, improvvisamente, direttore del progetto TAV. C’è qualcosa che non quadra.

La musica: quando non riesci a superare l’ostacolo, ascolta un po’ di musica. Canta che ti passa.
«Aqualung my friend…» urla nelle cuffie Jan Anderson, ed io vorrei coccolare Tremonti e rassicurarlo: no, my friend, non finiremo in una parco industriale in disuso della vecchia Rotterdam, non dormiremo all’addiaccio fra le lamiere di una rugginosa Liberty semiaffondata. No, non è questo ciò che c’attende.
Sacconi, invece, non possiamo aiutarlo poiché non riesce a trasfigurare nulla, e la malvagità del suo animo è malamente mascherata dalle timide fattezze da fattorino della UPS. Lo dimenticheremo a dormire nel Chaco, nella notte battuta dal vento che scende dalle Ande, con un poncho cinese pagato 5 euro e la cassetta dei Buena Vista Social Club. Il giusto contrappasso.
Brunetta non esprime pareri: dopo la vigorosa partenza nel “fannulloni trail”, è stato colpito da saudade ed il Capoccia lo lascia sempre più spesso negli spogliatoi.

Il Capoccia ha sempre problemi di formazione, non d’informazione, visto che è suo lo stadio, sono controllate tutte le squadre del campionato ed è il Presidente (ed azionista unico) della Lega Calcio.
La formazione, però, lo preoccupa: è una questione di tempo e di decenza. Entrambe, in qualche modo, importanti, anche se la seconda si può tentare d’esorcizzarla con un’alzata di spalle ed una citazione da Erasmo.
Il tempo e lo spazio sono intimamente correlati, già lo raccontava quel violinista che s’arruffò fino a trasfigurare in fisico. Maledizione a quell’Einstein: se avesse vinto Horbigger, sarebbe stato tutto più semplice.

A forza di far giocare sempre gli stessi, nel non voler lasciar strada a qualche nuovo acquisto, finisce che la difesa va in bamba e ti tocca far giocare Maldini a 40 anni. La cosa lo assilla.
Ha tentato la via degli stranieri con un brasiliano naturalizzato – Angeliňo Victor Conçalvo Alfaňo, detto dapprima “Alphan la Tulipe”, poi “Tulipero” – ma non si è rivelata una scelta avveduta: durante un incontro d’ennesima categoria fra la Salernitana ed il Catanzaro, le due tifoserie si sono azzuffate a suon di carte bollate in testa. Papiri di bronzo.
E’ quindi tornato sui suoi passi, cercando nel vivaio nazionale, ma lo scenario è deprimente: gli è toccato nominare vice ministra una pischella che si trastullava nei locali simil hard spagnoli. L’altra pischella un po’ cresciuta l’ha inviata a studiare Biologia ed Economia per fare il ministro dell’Ambiente, ma i risultati sono ugualmente deludenti.
Quando giunse in visita in Italia Gilberto Gil – musicista ed (ora) ex Ministro della Cultura brasiliano – non sapeva se fosse meglio inviare a riceverlo Bondi o Mogol. Dopo aver consultato il sacro testo d’Erasmo, propose Mariano Apicella.
Insomma, dopo Forza Italia – per il neonato PdL – ci vorrebbero forze nuove, e Forza Nuova c’è già: marchio registrato, accidenti.
Nemmeno si può bussare alla porta delle squadre “associate”, perché dopo ti chiedono giocatori in prestito…quelli della Nazionale Alleata – cantine zeppe di gagliardetti littori – non la prenderebbero bene. Soprattutto dopo aver inviato il loro duce nel nuovo Aventino – oggi ha sede presso la Presidenza della Camera – per un curioso contrappasso: chi d’Aventino ferisce, d’Aventino perisce.
Niente, con questi giocatori non si va da nessuna parte – gli balugina in mente nelle notti insonni, quando si vede alzare la coppa del Mondo mentre cavalca un destriero bianco sotto le Piramidi – al massimo si fa uno scopone scientifico, con Fini e Cofferati – rinnovelli padri – in coppia contro i “nonni” Bertinotti e Prodi.

Alza allora la cornetta e chiama lo studio associato “Letta”, zio e nipote, specializzati in emergenze non rimandabili e in soluzioni impossibili.
I due si mettono alacremente al lavoro: consultano il Censis, la Reuters, l’INPS, l’Almanacco di Chiaravalle, l’ISTAT, l’Ansa e il Mago di Forcella poi, a loro volta, chiedono un incontro.
La soluzione è semplice – azzardano i due Dioscuri – se non puoi avele ciò che desideli natulalmente, allola complalo. Così ha sentenziato il saggio del Lifugio della Montagna senza Litolno. Ce lo ha laccontato mentle tolnava.
E dove li prendo, io, i soldi per comperare un’intera squadra di governo? E poi: sindaci, presidenti di Province – non avrete mica creduto alla panzana della loro abolizione, io ho abolito scuola e ricerca, meno problemi, poi abolirò anche quel nanetto saccente di Brunetta, altrimenti nessun dipendente pubblico mi voterà più – ma sapete quanto mi costerebbe? Chi credete ch’io sia, Babbo Natale?
Lo sbotto è stato troppo veemente per la pacata flemma dei due Letti, che si ritirano con un inchino: di più non sappiamo, e il Saggio è già tolnato sulla Montagna senza Litolno. Punto.

Sbollita la rabbia, rilegge in una notte tutta la storia della Filosofia – da Socrate a Popper – e, alle quattro del mattino, è colto da fulminante illuminazione. Un’Epifania in pieno stile agostiniano.
Se raccontassi che c’è una terribile crisi…che per far ripartire i consumi è necessario varare un colossale piano d’infrastrutture, e se per ogni singola infrastruttura nominassi un commissario con il compito di rastrellare una parte del denaro…d’accordo, diremo che è per controllare i tempi di realizzazione, per la trasparenza, per…va beh, qualcosa inventeremo…potrebbe funzionare…
Sono le cinque e un quarto del mattino quando chiama Tremonti, che si sta impomatando il viso per la rasatura, prima di partire per l’Ecofin numero 34 del corrente mese.
Quanto si potrebbe rastrellare con i fondi europei, considerando per noi una commissione del 30%...più i fondi speciali…più quelli acchiappati da Brunetta con la sua “tassa sui malati”, più la vendita di Paolo Guzzanti agli iraniani?

Tremonti, colto di soprassalto, acchiappa la calcolatrice ed il Prep s’infila fin sotto il display, rendendola inservibile. Allora prende il libretto delle giustificazioni del figlio per scrivere, ma il maledetto Prep fa scivolare la penna come sul sapone.
Potresti chiamarmi più tardi? Prova ad azzardare.
E piantala! Devi andare un’altra volta a quegli Ecofin del picchio, dove vi raccontate barzellette sconce, toccate il sedere alle segretarie e poi uscite a dire che avete trovato una soluzione comune? Dammi retta, montanaro, fa ‘sti conti…
Tremonti si lava e riprende la vecchia calcolatrice a manovella…rattle rattle…eh, potrebbe funzionare…con 80 miliardi gettati in cemento, potremmo metterne da parte quasi una trentina, quasi…
E cosa si compra con trenta miliardi?
Dipende: se li vuoi dal vivaio oppure se già giocano…
Fai un mix…insomma…dammi qualche riferimento!
Guarda, con trenta miliardi potrei assicurare cinquecento sindaci – presi dal vivaio, s’intende – poi…un centinaio di Presidenti di Provincia…una decina di Governatori per le Regioni e quattro, cinque ministri decenti…
Non potresti incrementare un po’ i Governatori e i Ministri?
Si può provare…magari riducendo i Presidenti delle Province…
Ma sì, anche se ne lasciamo una ventina a Walter quello s’accontenta: adesso, figurati che fa la lampada per assomigliare a Obama…
Ridono.

Sì, ma come si fa a raschiare 80 miliardi e gettarli tutti in cemento? La gente…
Cosa vuoi che me ne freghi della gente! Facciamo così: io tranquillizzo, dirò che tutto va bene. Poi manderemo quel fattorino dell’UPS…come si chiama, quel Pacconi, Macconi…sì, Tacconi!
E’ Sacconi, l’altro è un portiere…
Va beh, quello. Mandalo a spararla grossa: fagli dire che cadrà il cielo sulla terra…che caleranno gli Unni, insomma, inventatene una…
E poi?
Poi andrai in TV a fare qualche discorso confuso – tu ci riesci, se vuoi, ti viene naturale – per dire metà e metà, che non va bene e che non va male, che si può fare e che non si può fare, che sarà bene e che sarà male…inventati qualche balla come quella della carta d’identità elettronica c’architettammo cinque anni fa. Ricordi?
Si, ma poi non l’abbiamo fatta…
Ma chi si ricorda?

Trova quattro spiccioli alla Caritas – dì loro che renderemo i 120 milioni per le scuole cattoliche – e fai stampare delle tesserine per i poveri…ma insomma: ti devo dire tutto io?
Ma…non sarebbe più semplice mettere quei quattro euro in più direttamente sulla pensione?
Ah, ma allora non capisci proprio una mazza! Gli italiani sono dei fessi: se gli dai 40 euro in più d’aumento, pensano che sia una miseria e – detto fra noi – è vero. Se, invece, dai loro una tesserina magnetica con 40 euro, si sentono importanti: hanno anche loro la loro piccola carta di credito, come quelli che vedono in TV ballare al Billionaire! Sono fatti così: è come se avessero vinto, ogni mese, un “gratta e vinci” da 40 euro. Vuoi mettere la soddisfazione?

Va beh, se lo dici tu…comunque mi sembra un po’ complicato: tu rassicuri, Sacconi spaventa ed io mezzo e mezzo, poi le tesserine…e poi?
Poi…ma come, non hai capito? Li sconcerteremo, così penseranno che – se siamo così sconclusionati – vorrà dire che la situazione è grave, che servono misure eccezionali, magari che i commissari possano anche by-passare la normativa vigente…l’importante è creare il giusto clima…
Dopo facciamo partire il piano, incassiamo – grazie ai commissari – il 30% e torniamo sul mercato, facciamo Bingo! Avremo soldi per sistemare sul territorio, finalmente, un vero partito: mica un’accozzaglia di derelitti che devo sempre pescare io qui e là, e Fini e Bossi conteranno come il due di coppe!

Potreste credere che questa sia solo una storia strampalata, suggerita in qualche modo dalle fantasiose filastrocche dei Jethro Tull: padroni di crederlo, se volete. Ma il buon giorno si vede dal mattino, e gli imperi iniziano a crollare dalle periferie, mai dal centro.
Ecco allora che un’altra vicenda – apparentemente poco spiegabile – sorge in cielo: Renato Soru, Presidente della Regione Sardegna, cade in un’imboscata tesagli dai suoi stessi consiglieri di maggioranza. E su cosa rischia di crollare?
Sulla una legge urbanistica, sui limiti posti alla cementificazione del territorio sardo.
Soru compie una scelta politica lungimirante ed afferma: tramontata all’orizzonte ogni possibilità di re-industrializzazione della Sardegna – anzi, l’isola perderà ancora investimenti e posti di lavoro – l’unico “capitale” che rimarrà saranno le sue bellezze paesaggistiche. Che vanno, quindi, salvaguardate, anche per una mera questione di convenienza economica di lungo periodo.

Se, oggi, la Croazia può vantare dei paradisi ecologici (e turistici) incontaminati, lo deve alle restrizioni che posero a suo tempo i governi cosiddetti comunisti: alle Incoronate, non vi lasciano nemmeno portare un misero fucile subacqueo ad elastici, ed una legge proibisce di “trarre dall’acqua qualsiasi essere vivente”.
Per onestà, riconosciamo che non dappertutto le cose vanno in questo modo: basti pensare allo scempio che, negli ultimi anni, ha sfigurato il litorale da Spalato alla foce della Neretva.
Si tratta quindi di una scelta politica che ha i suoi pro ed i suoi contro, ma che per la Sardegna sembra una via obbligata, altrimenti l’isola perderà il fascino di “perla” del Mediterraneo.

Il compito di bilanciare la necessità di mantenere accessibili i prezzi delle mete turistiche, con l’esigenza di salvaguardare il territorio, è cosa ardua. Certamente, una volta cementato tutto il cementabile, non rimane nulla di bello che valga la pena per andarci in vacanza: se ci rechiamo in un posto dove ritroviamo, nel paesaggio, le stesse icone che scorgiamo dalla nostra finestra, sale in noi la netta sensazione d’essere stati fregati, d’aver buttato i soldi nel nulla.
Eppure, l’attuale governo crede che si possa, ancora una volta, rimediare agli antichi mali italiani con una robusta “iniezione” di ferro e cemento sulle nostre coste. Oppure costruendo ponti, gallerie, viadotti e case a schiera ovunque. E qualcuno, in Sardegna, pare aver dato credito a questo novello “canto delle sirene”, temendo che il fiume di cemento (ed il corrispondente robusto torrente di tangenti) s’arresti agli imbarchi per l’isola.

La panzana che devono raccontare, per un siffatto incedere, è che le fondamenta italiane siano solide: gli italiani sono “naturalmente” parsimoniosi e dediti al risparmio, a differenza degli americani. Il che, è vero e falso allo stesso tempo.
E’ vero che gli italiani sono parsimoniosi, che sanno cavare sangue anche dalle rape, ma è altrettanto vero che il risparmio delle famiglie scema, “attaccato” su più fronti: perdita di posti di lavoro, imprese che chiudono, contratti sempre più precari, welfare da Terzo Mondo, ecc. Oramai, ti paghi tutto: dalle medicine ai figli da mantenere ben oltre i trent’anni.
Sempre più famiglie vivono “a debito”, rientrando (quando ci riescono!) a quota “zero” sul conto solo quando incassano lo stipendio. Per il resto, sono interessi bancari che corrono.

A questo punto, è meglio trarre dall’armadio uno scheletro sempre evocato e fissarlo negli occhi: credere che sanando la truffa sulla moneta tutto, magicamente, si componga in armoniose spire.
Non abbiamo mai nascosto né sottovalutato l’importanza della truffa che viene compiuta sulla moneta, e le poche sperimentazioni condotte – lontano e vicino nel tempo – mostrano che una moneta emessa senza debito è, oltre che eticamente corretta, salutare per l’economia.
Non bisogna, però, affidare solo all’esasperato tecnicismo – quasi fosse salvifico! – la soluzione di tutti i mali: in altre parole, potremmo ritrovarci in una società più ricca, ma ugualmente ingiusta e prevaricatrice per i più deboli.

Il Censis afferma che scorge possibilità di riscatto ma, a leggere con attenzione le dichiarazioni di De Rita, l’amara sentenza è che siamo giunti ad un tale punto della china che saremo obbligati ad un vigoroso colpo di reni. Una tale ipotesi è ovviamente auspicabile, ma non si vede come possa realizzarsi, in un quadro di sempre maggior prelievo di ricchezza dalle classi meno abbienti per il sollazzo di pochi. Pare magia, speranza, più che solida analisi.
Ciò che veramente serve, a questa Italia dissanguata, è definire finalmente chi è l’italiano. Cittadino o suddito?
Dall’Unificazione in poi, il cittadino italiano è transitato – quasi fosse un pacco postale – da un’amministrazione all’altra e da un regime ad uno successivo. Rimanendo suddito.
Ne scorgiamo abbondanti tracce nella nostra storia: dai meridionali, che s’affidarono a Garibaldi e si ritrovarono un re Savoia pari al Borbone. O la truffa compiuta dal Fascismo, nato da fermenti popolari e, alla fine, solidamente coniugato con le borghesie industriali, clericali e finanziarie. Ancora: l’est, che oggi quasi rimpiange la buona amministrazione austriaca.
Infine il dopoguerra, nel quale la democrazia nata dalla terribile guerra sarebbe dovuta essere composizione e sintesi di tutte le istanze dimenticate, mai giunte a compimento, mai sbocciate. L’ennesima delusione, maturata nelle segreterie romane zeppe di continuità con l’Italia Umbertina e Fascista. Ricordiamo che Andreotti si recò personalmente a trattare con Graziani (che la passò “liscia”) per “ricevere” il feudo ciociaro.
L’apoteosi fu la commistione totale della politica italiana degli anni ’80, quando tutti – indistintamente – accettarono il teorema della pura spartizione come modello di prassi politica.
La differenza rispetto a Francia e Germania?
Semplice: in Francia, una bazzecola chiamata Rivoluzione che segnò i francesi per sempre, rendendoli coscienti della loro appartenenza non ad un quarto stato, ma a quello dei citoyen. In Germania, la presenza di un vigoroso movimento marxista, rivoluzionario e socialdemocratico, il quale pone ancora oggi una cristiano democratica come Angela Merkel più a “sinistra” dei nostri rifondaroli.

A cosa serve, allora, questo colossale piano di cementificazione proposto dal governo? A niente, perché non affronta nessuno dei problemi italiani: dalla re-distribuzione della ricchezza al welfare, dal rispetto dei diritti essenziali del cittadino ad una giustizia che non sia burletta che si trascina per decenni.
Inutili sono le rievocazioni retoriche di lontane vittorie pagate con fiumi di sangue, i richiami dai più alti colli alla “responsabilità”, quando si è fatto parte per anni del gran circo della spartizione, o le vuote promesse pre e post elettorali. Nessuna voce giunge al mio cuore, non c’è più verso o parola che riesca ad ingentilirlo.

Adesso, non so se qualcosa vi sembrerà più chiaro ma il cd è terminato, ed ho sonno. Ricordo solo il titolo dell’ultima canzone.
Thick as a brick.

02 dicembre 2008

L’ideologia del regresso

Stupirsi è d’obbligo, ancor prima d’indignarsi, leggendo il recente provvedimento del Governo che riduce ampiamente i benefici fiscali per aumentare l’efficienza energetica delle abitazioni, oltre a penalizzare fortemente la produzione locale di piccoli impianti.
Avevo già ricordato
[1] la sorprendente misura “liberalizzatrice” contenuta nel DM 112, la quale concedeva pieno diritto d’installare – senza richiesta né autorizzazione! – aerogeneratori che non superassero il metro e mezzo d’altezza ed un diametro del rotore di un metro.

Art. 11
3) …gli interventi di incremento dell’efficienza energetica che prevedano l’installazione di singoli generatori eolici con altezza complessiva non superiore a 1,5 metri e diametro non superiore a 1 metro…non sono soggetti alla disciplina della denuncia di inizio attività di cui agli articoli 22 e 23…

Sarebbe veramente il caso, per il Governo, di riproporre e pubblicizzare la sorprendente concessione in periodo natalizio, magari con una presentazione in pompa magna a Palazzo Chigi. Tutti insieme: Berlusconi, Brunetta & soci con, da un lato, l’albero di Natale e dall’altro il mulino dei nanetti. Similis similia solvitur.
Inoltre, Mediaset potrebbe creare divertenti gag pubblicitarie con gnomi, nanetti, renne e quant’altro: “Prenota il mulino di Eolo a soli 99,99 euro, riceverai in regalo la barba di Brontolo!”

E non c’è mai fine al peggio.
Prima si “risparmia” sulla Scuola e sull’Università, riducendole ai minimi termini, quindi si butta a mare quel poco ch’era stato fatto per cercare d’agganciare il futuro dell’energia.
Giuro che, quando ho letto la notizia, nella mente s’è scatenato un Gestalt nel quale Berlusconi – ultimo condukator del neo socialismo reale – arringava, colbacco calato sugli occhi, le folle plaudenti sulla Piazza Rossa. Non che dall’altra parte siano tanto arguti, ma a sparare certe minchiate c’è rimasto solo lui.

I provvedimenti di restrizione sul risparmio energetico sono semplicemente anti-storici, veri e propri rottami ideologici, inutili per le modeste cifre che faranno risparmiare, a fronte di un’Italia che perderà – e questa volta temo proprio che sarà l’ultimo – il treno delle nuove tecnologie energetiche. A Berlino, immagino, rideranno di gusto: vai a fare cucù dietro alle colonne, fessacchiotto.
Il Berluscon-pensiero, in ambito energetico, è un condensato (modello Readers Digest) di quello che scrive Franco Battaglia nei suoi libri. Non commentiamo neppure.

Potrete prendere visione del guazzabuglio giuridico creato col solito pasticcio in salsa tremontiana: nel DL 29 Novembre 2008
[2] c’è di tutto, di tutto di più: norme sul gioco…la “vendetta” contro Sky…e – all’art. 29, ben camuffate – le norme che “smontano” le agevolazioni fiscali relative all’energia.

In pratica, si riducono le agevolazioni dal 55% al 36% – mica poco – soprattutto se consideriamo che l’IVA non è mai conteggiabile (se non per quelli che la scaricano). Quei 19 punti percentuali di differenza (quasi un quinto!) sono il De Profundis per qualsiasi tentativo di promuovere il risparmio e la generazione diffusa.
“Partiranno” in un sol colpo le agevolazioni (appena sufficienti!) per l’isolamento degli edifici, i collettori solari, il fotovoltaico…e compagnia cantante.
Il maggior danno non saranno le modeste quote energetiche in gioco (il fotovoltaico finanziato è solo per 200 MW di picco): ciò che perderemo, è la possibilità di creare anche in Italia una nuova generazione di tecnici specializzati nel settore. Insomma, know how diffuso che sparisce: porteremo gli alunni in visita alle centrali nucleari. Le ultime del Pianeta, se mai ci saranno.

Invito i lettori a prendere visione di questo articolo (il 29) per rendersi conto di persona di come vengono scritte le leggi: ogni passo richiederebbe vistose correzioni a suon di biro rossa. Sembra fatto apposta per non capirci niente, e questo è proprio lo scopo, perché è l’apoteosi dei pasticci legislativi. Nemmeno si riesce a capire se, chi ha ristrutturato un’abitazione oppure installato pannelli fotovoltaici, avrà ancora diritto ai benefici a suo tempo concessi. A mio parere, no: sono troppi i soldi che Berlusconi deve scovare per il suo megaprogetto di cemento ed acciaio, la colossale operazione tangentizia che consentirà al PdL di radicarsi sul territorio. Non per nulla il nuovo partito è infarcito di ex socialisti: gente che di quelle cose se n’intende.

Infine, la chicca: il concetto di “silenzio rifiuto” per chi chiederà lo sgravio fiscale all’Agenzia delle Entrate.
Sulle prime, sembrerebbe un “silenzio assenso” al quale è stato mutato il segno: da “più” a “meno”, il risultato rientra nei canoni dell’algebra.
Il rapporto fra il cittadino e lo Stato, però, non si regola con l’algebra, e spieghiamo perché questo “meccanismo” è perverso.
Il silenzio assenso prevede che lo Stato conceda al cittadino un diritto: siccome, in caso contrario, ci sarà una comunicazione (ed una motivazione), il cittadino conoscerà le ragioni del rifiuto. Oppure, se scatterà il silenzio assenso, saranno cavoli dello Stato sapere perché l’ha concesso.
Il “silenzio rifiuto”, invece, priva il cittadino della motivazione per la negazione di un diritto – che, è bene ricordare, una precedente legge garantiva, e quindi non stiamo parlando d’aria fritta – il che è gravissimo.
Presento la domanda, non mi viene concesso quel diritto e nemmeno saprò mai il perché: sono metodi da regime autoritario, nero, rosso, verde o bianco che sia.
Il meccanismo consente abusi e prevaricazioni senza limiti, della serie: a lui l’abbiamo concesso, ma il tuo “consenso” è giunto tardi…troppe domande da vagliare…ma…nemmeno dovranno giustificarlo!

Un simile mostro giuridico presupporrebbe un perfetto bilanciamento dei poteri fra il singolo cittadino e lo Stato il quale – oltre alla bazzecola di cambiare le leggi quando e come desidera – ha uno strapotere burocratico che può annichilire chiunque.

Con questa ultima trovata, il Pelatone Condukator è sceso al più infimo livello fra i peggiori capataz che un tempo disonorarono l’America Latina. Oggi, forse in Africa possiamo trovare qualcosa d’analogo. Forse.

25 novembre 2008

Finalmente una buona notizia

Devo confessare che ho provato una stretta al cuore, fissando lo sguardo di quel ragazzo – Vito Scafidi – morto tragicamente nel crollo del soffitto in un liceo di Rivoli. Sarà perché di qualche morte tragica – dopo tanti anni d’insegnamento – sono stato, ahimè, spettatore attonito e ricordo la triste liturgia di quei casi.
Motorino od auto, talvolta una bieca malattia, strappano ai genitori ed a noi insegnanti qualche giovane vita, un paio d’occhi ammiccanti, talvolta sbarazzini, sempre curiosi sguardi d’adolescente.
Il copione è sempre lo stesso: la bara sistemata al centro di una struttura (talvolta a casa o in ospedale) ed una classe tremante che – appoggiata al muro per lunghe ore – piange, consola, ricorda.
La prima badilata sul viso che la vita ti dà è, in certe circostanze, questa: la perdita, repentina, dell’illusione dell’immortalità. A 17 anni non si muore, non si dovrebbe. Eppure avviene.
Poi, mesi per recuperare il salvabile, cercare – nessuno di noi ha magiche ricette in tasca – di metabolizzare l’accaduto, perché la classe è un organismo vero e proprio, complesso, sempre diverso, che quando perde una mano od un piede urla di dolore.
Se, poi, la morte avviene per mano degli adulti – o, perlomeno, così viene percepita – allora…apriti Cielo! Sale la rabbia contro qualcosa o qualcuno – che è tipico dell’adolescenza, sempre ribelle – e quel qualcosa o qualcuno si trasfigura nella perversa Crudelia Demon, nel malvagio Capitan Uncino, nel sanguinario principe Vlad di turno.

Per noi adulti la questione si pone in altro modo. Se scorriamo le statistiche sulla sicurezza nelle nostre scuole, c’è da rabbrividire[1]: la metà di esse – i luoghi dove inviamo, fiduciosi, i nostri figli – sono luoghi insicuri.
Le testimonianze raccolte dal quotidiano “Repubblica”[2] fioccano a centinaia, da tutte le parti d’Italia, da destra a sinistra, e cadono tutte sulla testa di questa classe dirigente che, per bocca del Presidente del Consiglio, afferma trattarsi di “fatalità”. Sarà come per gli incidenti sul lavoro? Per le tragedie familiari? Per la povertà endemica? Cosa siamo, un popolo destinato antropologicamente alle tragedie?

Scusate: dimenticavo la buona notizia. Finalmente.
Non so se la mia scuola sia provvista proprio di tutte quelle certificazioni (mi pare di sì), ma ne conosco la storia e le vicende degli ultimi tre decenni. C’è qualcosa da imparare.
Anzitutto, la fondazione: 1621, ad opera dei Padri Scolopi. Mura squadrate, spesse, costruite col vecchio criterio di mantenere la base più larga della sommità: come nella mia abitazione (sec. XV), i muri non sono dei parallelepipedi, bensì dei tronchi di piramide.
Non sono un tecnico, ma queste mura hanno resistito ai secoli: perché?

Poiché quando costruire costava tanta, ma veramente tanta fatica – dal raccogliere le pietre nei torrenti per chilometri, fino all’erezione manuale di tutte le impalcature, all’impasto a forza di braccia di tutto quel che serviva – si conservava memoria del sudore e si facevano le cose per bene.
Ho assistito anche alla grande ristrutturazione che avvenne quasi trent’anni or sono, poiché la Preside – donna di classe ed orgogliosa della sua femminilità – riteneva, semplicemente, che quelle faccende fossero “cose da uomini”. Punto e basta.
Non ci furono fumosi “progetti”, “assegnazioni”, “responsabili” – se ben ricordo non ci furono nemmeno dei soldi di mezzo – perché s’andava ancora con il vecchio buon senso. Chiamò in presidenza un paio di docenti e l’assistente tecnico (tutti rigorosamente maschi, ovvio) e chiese loro con gentilezza e signorilità d’occuparsi al posto suo della questione, perché lei – lo ammetteva senza remore – non ci capiva nulla.

Fu una bella esperienza.
C’accorgemmo che il pavimento di un laboratorio “tremolava” un pochino e lo segnalammo al Geometra del Comune: detto fatto, fu organizzata durante le vacanze estive una prova di carico – la quale consiste nel caricare sul pavimento molti sacchi di cemento e poi fare delle misurazioni – dalle quali i tecnici stabilirono che si trattava di normale elasticità della soletta in robusto castagno, ancora perfettamente integro.
Ci fu poi la necessità di ricavare nuove aule dalle vecchie celle dei frati, abbattendo muri divisori che non erano semplici tramezzi, bensì strutture portanti. Il Geometra voleva realizzare aule più grandi abbattendo due tramezzi, ma l’Ingegnere della Provincia s’oppose poiché riteneva che la cosa avrebbe indebolito la struttura.
Ci furono parecchie discussioni – compresi noi, che tecnici non eravamo – per spiegare, capire, decidere. Alla fine, tutti fummo d’accordo che era meglio avere aule più piccole ma sicure. Vallo a dire alla Gelmini – miss “so tutto io” – che adesso ti mette 30 allievi per classe e non sai dove piazzarli.
Per il tetto, l’impresa che aveva vinto l’appalto ci disse a chiare lettere che spendere 40 milioni per il tetto era come buttarli al vento: «Dando solo una “ripassata”, tante tegole si cambiano e tante se ne rompono camminando: meglio aspettare, metterci più soldi e rifare il tetto da capo».
Seguimmo il suo consiglio e, pochi anni dopo – grazie ad un nuovo stanziamento – fu possibile rifare completamente il tetto. Il quale, gode tuttora d’ottima salute.

Poi venne la nuova stagione dei “Dirigenti Scolastici” i quali – poveretti loro – sono stati nominati pomposamente “Dirigenti” e di tutto devono sapere e capire. Dal Diritto alle ristrutturazioni.
Modesta e recente revisione dei pluviali e delle discese d’acqua dal tetto: tre discese partono dal tetto, diventano due al livello di un terrazzo intermedio e terminano in una sola a terra. Tutte, ovviamente, d’identico diametro. Risultato: allagamento. Ci vuole tanto a capire il problema?
Di chi la colpa?

Di nessuno e di tutti, perché oggi vige la “dittatura degli esperti”, le famose imprese chiamate a ristrutturare con i soldi pubblici le quali – guarda a caso – sono sempre le stesse.
Altro “esperto” fu l’idraulico che piazzò – questa volta a casa mia – una vaschetta zincata per un impianto di riscaldamento fatto con tubi di rame. Provai a balbettare qualcosa sulla pila di Volta. Mi fu risposto che “ne aveva messe tante”. Due anni dopo, vaschetta bucata ed allagamento invernale: quella volta fui io ad imporre una vaschetta di rame, la quale sta benissimo dopo tanti anni.
Insomma, tirando le conclusioni, la bella notizia è che io – a scuola – mi sento sicuro perché la struttura fu costruita in tempi “non sospetti” quando, a parlare di “obsolescenza programmata”, t’avrebbero bruciato sul rogo. Ma, con tutta questa fatica, dobbiamo farla male per poi rifarla?!?
E devo riconoscere che, le persone chiamate a ristrutturarla trent’anni fa, lavorarono bene perché avevano a cuore quel che facevano (uno, era addirittura un ex allievo): ciò non significa che lavorassero per pochi soldi, ma a fronte dei soldi richiesti fornivano una prestazione brillante.
Perché?

Poiché non ci sarà mai nessuna “tabella”, nessun “metodo” meritocratico in grado di competere con la semplice buona volontà, con l’etica professionale di chi desidera fare una cosa al meglio.
Cosa serve, allora?
Per prima cosa ascoltare quel che raccontano gli istituti di statistica da anni: il dato più pericoloso, per il futuro d’Italia, è rappresentato dallo “scollamento” sociale, dalla mancanza d’unità negli intenti, nel “tutti contro tutti” alimentato dall’assenza di vera cultura e dai media asserviti.
Siamo “pappetta" sociale e questo, in una nazione che ha avuto un percorso d’unificazione assai tormentato, concede troppe frecce al rischio di un’involuzione di tipo balcanico.
Se non riusciremo a ricostruire i legami amicali, comunitari, se non saremo in grado di ripartire cancellando di brutto gli ultimi decenni, buttando con gioia nel cesso tutta la paccottiglia che ci hanno propinato sulla “competitività”, sul “merito” (che decidono loro) e tutto il resto finiremo di certo a carte quarantotto.

In seconda battuta spendere, ma saper spendere con competenza ed onestà: a cosa serve costruire faraonici ponti ed altre facezie del genere, quando sono le scuole a crollare? Chi va a raccontare ai genitori di Vito Scafidi che si taglia sulla scuola per costruire un ponte che non servirà a niente – il futuro dei trasporti è l’acqua, non la terra, ancor più per la Sicilia – ci andrà quel tizio che ha il coraggio di chiamarla “fatalità”?

Da ultimo, dobbiamo ficcarci in testa che – se non riusciremo a cacciare questa pletora di politici inefficaci ed inefficienti – loro cacceranno noi. Lo stanno già facendo: Vito, se fosse diventato un bravo scienziato od un valente ingegnere, sarebbe dovuto emigrare come tanti suoi simili già stanno facendo.
Un Paese che non sa garantire la sicurezza nelle scuole, che costruisce anche quelle con il criterio dell’obsolescenza programmata – per domani foraggiare nuove tangenti – può attendersi solo nuove disgrazie ed un fosco futuro.
E non tiriamo in ballo il Fato – per favore – perché per gli antichi era cosa assai seria, mica le barzellette da Bagaglino che ci ammansiscono dai teleschermi. Spegniamoli, per favore, spegniamoli, sempre di più.

[1] Fonte: http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/maltempo/allarme-bertolaso/allarme-bertolaso.html
[2] Fonte: http://redazione-repubblica.blogautore.repubblica.it/2008/11/23/le-scuole-sono-sicure-racconta-la-tua-esperienza/
E' nata ContrAgorà - http://contragora.blogspot.com/ - un blog collettivo formato, oltre che dal sottoscritto, da Carlo Gambescia, Barbara Albertoni (Cloro), Marco Cedolin, Antonio Saccoccio, Miguel Martinez, Nicola Vacca, Stefano Moracchi, Guido Aragona, Truman Burbank e Valter Binaghi.
L'idea è nata dall'Appello alla Rete che lanciammo per la crisi economica, ed ora proseguirà come luogo dove posteremo i nostri pezzi, a volte solo su Contragorà, altre in parallelo sui nostri blog.
E' importante, a mio avviso, essersi trovati - pur avendo storie personali diverse - per impiantare questo piccolo, nuovo luogo d'aggregazione e discussione sul Web.
Lunga vita a ContrAgorà!

09 novembre 2008

A bocce ferme

“Ogni istante che trascorro in questa stanza, divento più debole. Charlie sta là, acquattato nella jungla, ed ogni istante che passa diventa più forte.”
Dal film “Apocalypse now” – di Francis Ford Coppola, (1979).

Di questi tempi, pare che lo sport nazionale non sia più il calcio bensì l’ “Obama Wordl Cup”, ossia la previsione sul “come sarà” l’America di Obama. Io, quello che avevo da dire su Obama, lo esternai in tempi non sospetti, quando scrissi “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?”, il 7 gennaio 2008. Potrete trovarlo facilmente sul mio blog o sul Web. E, questo, è tutto quello che ho da dire sul personaggio Obama.

A dire il vero, mi sembra che questo sport stia diventando una para-Olimpiade per non vedenti, dove schiere di solerti giornalisti continuano a fissare, ostinatamente, il dito. Guardiamo un po’ il cielo, per favore.
Per non tediare i lettori con le solite solfe ritrite dello Stivale e dallo Stivale, ho preferito chiedere lumi ad un collega statunitense – noto cronista delle vicende di quel Paese – il quale mi ha inviato una corrispondenza molto originale, perché testimonia che gli umori del Belpaese non sono poi così sconosciuti negli Iuessé.
Non perdo altro tempo e vi copio/incollo la sua mail. Solo, vi prego di scusare il linguaggio un po’ “confidenziale” e ricco d’espressioni colorite:

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Caro Carlo,
mi stupisce, come tu stesso racconti, che da voi qualcuno ancora spilluzzichi sul particolare che Obama è nero. Da noi, salvo qualche decerebrato nazistoide, nessuno ci pensa un solo istante, nemmeno qui in Alabama ove – tu ben sai – su queste faccende scherzano poco. Abbiamo altro cui pensare.
Gli alchimisti di Wall Street ci hanno giocato proprio un brutto scherzo, ed io – mentre raso il prato di casa – osservo gli occhi dei miei vicini, apparentemente intenti a far scorrazzare i loro tosaerba: mi sembrano assai preoccupati per il futuro e tutti la pensano allo stesso modo. Per dirla con una vostra espressione – che ben ricordo d’aver udito più volte in Italia, ma che per decenza non posso riportare – sono veramente “ca… da ca…”.

Cosa vuoi che gliene freghi se Obama è nero: fosse anche stato verde e fosse giunto da Marte, dopo Bush tutto andava bene. L’importante, è che riesca a tirarci fuori dalle peste.
L’altro, Mc Cain, non convinceva: potevamo scambiare un cow boy del Texas con uno dell’Arizona? No…non avrebbe funzionato: voi avete provato a cambiare presidenti democristiani, banchieri e comunisti – tutti rigorosamente ottuagenari – e vedete come siete messi. Quando le cose vanno male, caro Carlo, bisogna avere il coraggio di cambiare e sperare nella Dea Bendata. Fintanto che non cambi niente, potrai star certo che le cose andranno sempre nello stesso modo: di merda.

Ho letto quel che scrivono di Obama i vostri politici e – scusami, sai – ma sembrano non capire proprio un cazzo. A parte quello stupidotto che va a fare le battute cretine al Cremlino – come se Obama fosse solo abbronzato, no: è nero come il carbone, originario del Kenya – anche gli altri non scherzano. Nessuno, qui, crede che sia la reincarnazione di Kennedy, e nemmeno un Clinton al quale hanno dato una mano di vernice: Obama ha convinto soprattutto con la promessa di “5 milioni di posti di lavoro nei nuovi settori energetici”, questa è stata musica per le orecchie degli americani, mica gli strampalati sogni di un ex sindaco di Roma che vorrebbe esser nato a Rome, quella che abbiamo qui, in Georgia.
Provate voi, ad avere il coraggio d’eleggere, alla presidenza della Repubblica italiana, un tale Beshim Hashtalachi jr, figlio di Beshim Hashtalachi sr, nato in Romania o in Albania, soltanto perché è bravo. Provateci.

Vedi, Carlo, qui la gente ha fatto un ragionamento molto semplice: se con il petrolio – seguendo la politica di Bush – siamo finiti a carte quarantotto, vorrà dire che il petrolio non è più un buon affare, meglio cambiare, a new way.
So che a te, proprio a te che lo hai sempre scritto in tanti articoli e libri, queste cose non le dovrei certo ricordare, ma è un fatto che, se punti sul petrolio, ti tocca giocare la partita con una serie di soci che mai desidereresti avere accanto, nemmeno a Las Vegas, figuriamoci nel piatto di Risiko del Pianeta.

Anzitutto, ti tocca metterti in affari con la famiglia regnante saudita che – t’assicuro – è meno affidabile di un serpente di Key West. Un giorno te le fanno buone, il giorno dopo fanno zacat e sadaqua alla Fratellanza Musulmana, che mai saprai a chi darà quei soldi, il giorno dopo ancora – per non correre il rischio di rafforzare troppo l’Iran – manderanno direttamente armi ai loro cugini iracheni. Poi c’è l’Iran – e se vuoi il petrolio iraniano devi chiudere entrambi gli occhi sui loro desideri espansivi verso l’Iraq – ma, se “tralasci” troppo la questione nucleare, sono gli israeliani ad incazzarsi, e allora vai nei guai con le loro banche…
In passato, abbiamo fatto ottimi affari con Saddam Hussein poi, sempre per colpa del petrolio – grazie al fatto che Bush il Vecchio aveva concessioni petrolifere in Kuwait, proprio sul confine iracheno – siamo andati ad infilarci per la prima volta nel casino iracheno. E la Unocal? Per quelle storie d’oleodotti che s’incrociavano in Afghanistan, siamo stati costretti a ricevere alla Casa Bianca dei pecorai del cazzo…quei Taliban…gli stessi che adesso ci sparano addosso…
Eh, ma allora le Russia non era nessuno…in braghe di tela…e siamo stati proprio noi, con questa cavolo di politica del petrolio, a rifornirla di tutto punto. Adesso sono fuori dai casini, hanno pagato i debiti e – voi europei lo sapete bene – siete costretti a dire di sì a tutto, altrimenti vi chiudono il rubinetto del metano.
A noi, i cinesi potrebbero chiudere il rubinetto del credito: non lo faranno, ma più di tanto non possiamo più fidarci.
Il mondo è cambiato, caro Carlo: un peones del cazzo come Chavez si permette di sputarci in testa, i vietnamiti, i nipoti di Charlie, scorrazzano in cielo sui Su-27, gli iraniani costruiscono caccia, gli indiani missili…

Obama è un tipo semplice, di quelli che non si riempiono la testa di piscio e vento; s’è svegliato un mattino ed ha detto alla gente:

“Ehi, ragazzi: vi ricordate chi siamo? Siamo i grandi Iuessé, il Paese che tutto può, se vuole. Abbiamo le migliori università del mondo, i migliori centri di ricerca del pianeta, nessuno è in grado di fare impresa – presto e bene – come noi. Se desideriamo farlo.
Perché cavolo dobbiamo continuare ad impestarci con le guerre, con ‘sta merda di petrolio e con tutte le guerre del cazzo che si trascina appresso, se abbiamo la possibilità di primeggiare senza dover mandare i nostri figli a morire in quelle merdose strade irachene del cazzo?
Invece di mettere loro un fucile in mano, armiamoli di cacciavite e di computer e mandiamoli a costruire la migliore tecnologia del mondo: facciamo in modo che, se gli altri producono un kwh elettrico per 10 centesimi, con la nostra tecnologia ne costi 5. Verranno a frotte – dovranno venire a frotte a comprare da noi – perché non avranno scelta: o venirci a leccare il deretano, oppure andare fuori mercato.
Le premesse ci sono tutte: i cinesi vogliono continuare a produrre bamboline e computer? Bene! Noi compreremo milioni, miliardi di bamboline e computer e, con un solo impianto energetico che venderemo loro, avremo bamboline e computer per un anno.
Gli europei? Gli europei non hanno scampo: cosa volete che possano fare con la loro “Unione”, quando persero anni a discutere il colore della copertina per il futuro passaporto europeo? Quella è gente che ciancia e basta, che si riempie la bocca di vento: come sempre, s’inchineranno ai nostri desideri.
La Russia gongola perché sa d’avere gas per mezzo secolo ma, se con quel gas produrrà energia a prezzi maggiori rispetto alle nostre tecnologie, potranno farci i clisteri con il loro gas. Degli arabi e di tutta l’altra gente del cazzo non c’importa niente: che s’arrangino, oppure che crepino.
Dite che è una storia difficile da realizzare? No, era difficile solo perché quell’idiota di Bush dovevano sorvegliarlo a vista, altrimenti si soffocava da solo con le noccioline. E quell’altro fetente…quello che mi ha chiamato “abbronzato”…che rovescia i leggii mentre blatera che «Bush sarà ricordato come il più grande presidente degli USA»?
Quello dev’essere il suo degno compare: uno che caccia un premio Nobel per la Fisica – che gli aveva appena creato una tecnologia d’avanguardia sul solare – per costruire centrali nucleari! Non facciamolo, però, sapere in Italia: prima d’avere nuovi sistemi da esportare, pensiamo a far fuori tutto il rottame nucleare che abbiamo in casa. Fesso com’è, è capace di pagarcelo a peso d’oro.
Io avevo già preso contatti con Stanford: affermano che in soli tre stati abbiamo sufficiente energia eolica per alimentare l’intera nazione! E poi: le innovazioni sul fotovoltaico…non passa giorno senza che qualcuno inventi qualcosa…presto arriveremo a superare il 30% di rendimento delle celle, forse più…
E il mare? Quel fessacchiotto di Mc Cain e la sua compare…quella ballerina dell’Alaska…pensavano di trivellarlo per il petrolio…che idioti…
Semplicemente, in Florida, stanno progettando enormi generatori sospesi a grandi boe, da immergere al largo, nella Corrente del Golfo. Praticamente eterni, produrranno energia per 365 giorni l’anno, costantemente.
Cari americani: l’energia non manca, quel che ancora non hanno sondato per bene (per nostra fortuna!) è il modo più economico per ricavarla. Anche Bush, però, ci ha dato una mano: con i soldi che hanno speso in disinformazione le compagnie petrolifere, negli ultimi decenni, solo i tedeschi (sempre loro…) non ci sono cascati.
I maledetti Deutsch hanno tuttora 400.000 persone che lavorano nelle nuove tecnologie energetiche, e sono 80 milioni. Ebbene? Con lo stesso rapporto, noi dovremmo mettere a lavorare sul sole e sul vento un milione e mezzo di persone. Invece, nei prossimi 10 anni, saranno cinque milioni a lavorarci: tre volte tanto! Giovani americani che combatteranno ancora una volta contro la Germania ed il Giappone, ma con cacciavite e computer: basta con le armi, è roba desueta!
I tedeschi sono un pericolo, ma sono in Europa: basterà lavorare ai fianchi i tanti utili idioti europei – che si dicono ancora di destra e di sinistra! – per avere carta bianca. Ancora una volta, la Germania dovrà capitolare: bisogna sapersi scegliere gli alleati!”

Questo è stato il discorso che ha convinto gli americani, gli amici che tagliano il prato nella mia stessa via, e che ha convinto anche me.
Mi ha convinto perché non vedo proprio la ragione di continuare su una strada perdente: cosa sarebbe stata l’America di Mc Cain? La fotocopia sbiadita di quella di Bush: pericolosa per sé e per gli altri.
Questo non significa che Obama sarà quell’angioletto che credono alcuni ingenui della politica italiana: saprà farsi valere, sapendo che oggi è debole – troppi debiti, troppe industrie migrate all’estero – ma che è alla testa di una delle nazioni che più hanno possibilità di riscatto.
Qui, nessuno vuole rinunciare al sogno americano: se gli USA, domani, dovessero svegliarsi senza il loro sogno, finirebbero come gli italiani, a grattare nelle tabaccherie dei talloncini per sperare di diventare milionari. Questa è la differenza fra una nazione che ha un sogno collettivo, ed un’altra che non l’ha mai avuto o, se l’ha avuto, da troppo tempo l’ha scordato.
Ogni continente ha i suoi sogni – pensa ai latino-americani ed ai loro libertador – ed è giusto averli: l’importante, per chi crede nella pace, è che il tuo sogno non sia quello d’abbattere i sogni altrui. Difficile? Impossibile?
Non lo so, però so che questo pianeta sta diventando terribilmente piccino, e non potremmo più permetterci un tale sabba di distruzione come l’ultima Guerra Mondiale. Consumeremmo quel poco di risorse che ancora restano.
Certo, da domani la CIA non smetterà d’infiltrare agenti, l’FSB di comprare “gole profonde” il Mossad di fare altre nefandezze…questo è di là dei nostri desideri…però, la vicenda sembra oggi incamminata verso una competizione economica. Perché? Poiché è quella che più favorisce noi, che possiamo scegliere fra la pace e la guerra, non perché siamo improvvisamente diventati più buoni. Queste illusioni, lasciamole ai sognatori.
Per noi, il fatto che domani ci sia la speranza di una bomba in meno di oggi, è già qualcosa.

Fatti sentire, il tuo sempre amico e cronista

Nathan Bedford Forrest Gump

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Che dire…non posso che sottoscrivere…certo, sentire aria di cambiamento, mi ha fatto tornare alla mente i più brutti incubi degli americani, spossati da anni nei quali la peggior fobia assumeva un nome gentile, Charlie, quasi che i vietcong della jungla fossero personaggi di Disney.
Quelle scritte sui muri iracheni – “questo è il vostro nuovo Vietnam” – devono averli spaventati, anche se oggi la media dei soldati USA uccisi in Iraq è scesa a “solo” 2 il giorno.
La scorsa volta, per uscire dalla sconfitta vietnamita, finirono in un altro incubo: quello di Reagan, continuato da Bush il Vecchio, praticato in silenzio da Clinton e sparato poi nel Pianeta da Bush il Giovane. Com’è finita la vertigine unipolare di New American Century, è lì da vedere.
Oggi, gli USA non hanno più margini per perdere un’altra guerra, fosse anche una semplice competizione economica: la strada è obbligata, ed Obama è l’unico ufficiale che può farli uscire dalla jungla.

Si fa presto a dire che praticherà un politica neo-rooseveltiana, perché la situazione finanziaria e di bilancio non consente il deficit spending dell’epoca: nessun Keynes all’orizzonte.
In quegli anni, però, gli USA seppero diventare leader nella radiotecnica, poi nell’elettronica: oggi, la sfida è sull’energia ed Obama ha dichiarato di volerla mettere al centro del suo programma. Mica scemo.
Mentre qualcuno continua a blaterare su questioni come l’Iran o lo scudo stellare, non si rende conto che il mondo ha voltato pagina. Qualche rimpianto? No, proprio rimpianti no, ma un’altra occasione persa per l’Europa, incapace di sottrarsi all’egemonia statunitense anche quando ne riceverebbe solo vantaggi.

03 novembre 2008

Fuori del tempo

Vivere fuori del proprio tempo è un lusso che spesso ci concediamo: nella fiction dei sogni, della cinematografia, talvolta della letteratura. Chi non ricorda i vari “Ritorni al futuro”, oppure il meraviglioso “Non ci resta che piangere”, nel quale Benigni e Troisi cercavano di costruire il primo sciacquone della storia?
Abbiamo definito quel volo pindarico – che talvolta spicchiamo nella nostra mente, e che difficilmente saremmo disposti a riconoscere – un “lusso”, giacché è veramente un grosso regalo, per la mente affollata del quotidiano, trovare un’oasi di sosta che corrisponde ad un sogno ad occhi aperti. Che non lascerà nulla, salvo una sensazione dolce di sogno, di riposo: chissà cosa provò Dante nell’immersione fuori del tempo e dello spazio della Divina Commedia, o Verne nel descrivere macchine del futuro che appena intuiva.

Il sogno ad occhi aperti – il gestalt[1], catalizzato da un’impressione esterna convogliata dai sensi, oppure da un semplice pensiero vagante – è dunque un formidabile strumento per calmierare angosce e timori, per riportare la mente in uno stato di maggior quiete ed affrontare, magari, la quotidianità con più ragionevolezza.

L’uso del gestalt, di uno strumento così raffinato, è molto studiato nella comunicazione, laddove chi riesce a comprenderne le potenzialità, ed a gestirle oculatamente (od occultamente), ha a disposizione un mezzo infinitamente potente.
Nei suoi aspetti minimali, la pubblicità sfrutta il corpo femminile per scatenare brevi associazioni del piacere sessuale con l’oggetto da proporre: notiamo che, con il trascorrere del tempo, appaiono sempre di più anche corpi maschili, a testimoniare che il messaggio è rivolto, oramai, ad entrambi i sessi.
Siamo ancora, però, ad un livello bassissimo rispetto a quello che può scatenare il gestalt a livello sociale: salendo di un gradino, ricordiamo quale colossale “sogno collettivo” fu la partenza della nave Vlore dall’Albania, stracarica d’albanesi che s’avviavano (nel loro gestalt) verso la terra promessa d’Italia. Non a caso, rimane l’icona più suggestiva del film “Lamerica” di Gianni Amelio.

Lo scatenarsi dei gestalt collettivi dipende da alcuni fattori.
Il primo, è che esistano delle condizioni per proporlo: se l’Albania fosse stata il paese del Bengodi, nessun “sogno italiano” avrebbe attecchito.
Il secondo è la disponibilità dei canali di comunicazione: se gli albanesi non avessero seguito la TV italiana, nessuno si sarebbe mosso.
Il terzo è la capacità di gestire attentamente il messaggio: se gli albanesi non avessero visto, in TV, gli italiani vincere cifre stratosferiche per delle risposte a mediocri quiz, non si sarebbero mossi di un centimetro.

Quei quiz – che continuano ad imperversare nei palinsesti televisivi – non erano però diretti a loro, o solo parzialmente, perché erano principalmente per noi italiani.
Di conseguenza, anche noi italiani siamo sottoposti all’attenta gestione dei media, non tanto per informarci/disinformarci, quanto per inviarci migliaia, milioni di messaggi – all’apparenza “comuni” – i quali sono altrettanti pensieri, stimoli di riflessione: bandoli di matassa per scatenare gestalt. Quei gestalt: non altri.
Per prima cosa, mettiamoci nei panni di quegli albanesi che non trovavano più via d’uscita al crollo del loro sedicente sistema comunista: ci sono similitudini?

Noi non percepiamo “crolli” politici imminenti, e nemmeno catastrofi economiche estreme – del tipo: domani non avrò nulla da mangiare – eppure siamo la nazione che fa meno figli al mondo. Se non ci fossero quelli generati dagli immigrati, il saldo demografico – secondo tutti gli istituti di statistica – sarebbe negativo. Strano modo di comportarsi, per una popolazione che non sembrerebbe avere, nell’immediato, il problema della sopravvivenza.
Ci vengono in aiuto, allora, le recenti dichiarazioni dell’OCSE (Fonte: ASCA, 22/10/2008) sulle disparità di ricchezza nel pianeta.

Un divario sempre più ampio, dove i ricchi hanno rafforzato i propri redditi allontanandosi sempre più dalle condizioni estremamente difficili sofferte dai poveri. In questo scenario, tra i 30 stati membri dell'OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, l'Italia e' tra quelli che mostrano più disparità economiche e sociali.

Questo divario iniziò (sempre secondo l’OCSE) intorno al 1985: furono gli anni nei quali s’affermarono le riforme iper-liberiste di Reagan e della Thatcher, e nei quali – in Italia – mosse i primi passi Silvio Berlusconi. Acquistò il Milan Calcio per acquisire visibilità mediatica, mentre finanziava il PSI (la vicenda è fosca, ed affonda le radici nei presunti finanziamenti illeciti Fininvest al Congresso del PSI di Bari del 1991. Uno dei protagonisti di quelle vicende – ovviamente ex condannato per Mani Pulite – è Aldo Brancher, attuale Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).
A margine, notiamo quanti ex PSI ci sono o sono passati per Forza Italia: Cicchitto, Sacconi, Brunetta, De Michelis, Stefania Craxi, ecc.
Negli stessi anni, Craxi proponeva l’abolizione della “scala mobile”, primo assalto alle retribuzioni ed ai diritti dei lavoratori, con il quale s’ottenne un importante risultato: qualsiasi “tempesta” economica avesse condotto ad alti tassi d’inflazione, sarebbe stata pagata dai lavoratori dipendenti. Completarono poi il quadro, nel 1993, gli accordi-capestro con i sindacati che introdussero il concetto di “inflazione programmata” al posto di quella reale. Gli effetti, sono tutt’ora “all’attenzione” di coloro che devono campare con meno di mille euro il mese.

La disuguaglianza è maggiore di quella riscontrata in Italia solo in cinque paesi come in Messico, Turchia, Portogallo, Usa e Polonia.

“L’Italia non è sola” s’affrettarono a dichiarare i ministri, per la querelle con l’UE sulle direttive ambientali (20-20-20): anche nelle disuguaglianze sociali non siamo soli. A parte il Paese più indebitato del Pianeta, che ha fatto oramai della sua finanza uno strumento di truffa planetaria, siamo sempre con la Polonia e con pochi altri Paesi, palesemente di “prima grandezza”. La nostra vocazione a giocare sempre in serie C è notoria: quando c’è, però, da tagliare qualche diritto, guarda a caso i Paesi da prendere come esempio sono sempre la Germania e la Francia. Chissà perché.

Per quanto riguarda l'Italia l'OCSE ritiene che il gap di reddito è molto evidente: estremamente ridotti i salari di livello basso mentre gli standard socio-economici dei ricchi sono elevatissimi.

Non avevamo certo bisogno che l’OCSE venisse a raccontarcelo, perché l’abbiamo capito da soli: basta girare un po’ per hard discount e, all’opposto, sapere che le vendite delle “barche da sogno” non sono mai in crisi[2].

Le stime, basate sul coefficiente chiamato “Gini” (che rileva la differenza del reddito con un numero compreso tra 0 e 1, eguaglianza perfetta nel primo caso e completa disuguaglianza nel secondo), mette ai primi posti Paesi come la Danimarca, la Svezia e il Lussemburgo con un bassissimo livello di disuguaglianza (fino allo 0,25). In questo schema l'Italia, al sest'ultimo posto, ha un coefficiente intorno allo 0,35 a fronte dello 0,38 circa degli Usa e dello 0,48 del Messico, al primo posto per la disequità sociale tra i paesi membri.

Insomma, solo i poveri peones messicani se la cavano parecchio peggio, mentre noi possiamo confortarci di stare accanto agli USA, dove il 30% della popolazione è tagliata fuori da qualsiasi welfare. E, domani, chissà quanti saranno.

L'unica strada sostenibile per ridurre le disuguaglianze all'interno di un Paese rimane – conclude l'OCSE – l'opportunità di lavoro e di un'occupazione sicura.

Quindi, stando all’OCSE, tutta la paccottiglia dei contratti a termine, di quelli a progetto e la panoplia di sfolgoranti novità nel mondo del lavoro – spacciate per il sancta sanctorum del III Millennio – sono orpelli da gettare nel cesso. Meno male, adesso – dopo aver saputo che quando una banca è in difficoltà la si statalizza – sappiamo che un altro cardine del liberismo è definitivamente crollato. Dunque, il primo passo dovrebbe essere l’abrogazione della Legge 30/Biagi ed il ritorno ai consueti contratti senza limiti di tempo. Lo dice l’OCSE, mica noi.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è circa 5.000 dollari (tenuto conto della parità del potere di acquisto) quindi sotto la media OCSE di 7.000 dollari. Il reddito medio del 10% più ricco è circa 55.000 dollari, sopra la media OCSE. I ricchi hanno beneficiato di più della crescita economica rispetto ai poveri ed alla classe media.

E veniamo ai denari, a quanto ci lasciano. 5.000 dollari (pressappoco 4.000 euro l’anno) non sono solo “sotto” la media OCSE – come afferma la stessa organizzazione – sono “ben” sotto. Perché? Poiché, se quel 10% a 4.000 euro rappresenta grosso modo i pensionati al minimo, salire alla media, ossia 5.600 euro circa (7.000 $) rappresenterebbero 150 euro il mese in più. Le nonnine pensionate al minimo, saprebbero cosa farne di quei 150 euro il mese in più: oh, come saprebbero usarli!
Si noti che l’OCSE non comunica, nel suo bollettino, qual è la media per i redditi alti. Comprendiamo: la decenza pone dei limiti, anche se quei 55.000 dollari (pressappoco 44.000 euro) ci sembrano ancora un po’ pochini. Si tratta, ovviamente, di redditi dichiarati: il che, in Italia, è tutto dire.

Infine, il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale. In confronto (nei paesi con bassa sperequazione N. d A.), il 10% più ricco possiede circa il 28% del totale del reddito disponibile.

Sapevamo che il 10% della popolazione italiana possedeva quasi la metà della ricchezza nazionale, e veniamo a sapere che nei paesi più ricchi, con minore debito pubblico e maggior welfare, il 10% più ricco si “accontenta” del 28% della ricchezza nazionale. Un dato ben strano, visto che il nostro Paese si trova, da molti anni, a combattere con emergenze chiamate disoccupazione o sotto-occupazione, scarso welfare ed alti prelievi soprattutto per le imposte (acqua, luce, gas, benzina, ecc) che colpiscono più indistintamente rispetto alle fredde cifre dell’OCSE.

Se ci fermiamo a questo quadro globale, la situazione italiana dovrebbe essere pre-rivoluzionaria: la gente dovrebbe scendere in piazza e sbattere casseruole. Oppure altro. Invece, niente: tutto tranquillo. Massicce dosi d’anestetico sono quotidianamente elargite dai sindacati di regime, l’opposizione si volta dall’altra parte e finge che il maggior problema sia la nomina di questo o quel nome per la tale commissione. La sinistra extra-parlamentare celebra congressi e s’interroga sul come diventare, nuovamente, parlamentare.

Ci dev’essere qualcosa che interviene, che s’oppone al riconoscere la propria condizione d’esclusi (la metà degli italiani, praticamente, non è ammessa al desco! Mentre il 10% sbafa a tutto spiano!) e dev’essere qualcosa di molto potente ed elargito quotidianamente. Come una dose di morfina, spacciata a destra ed a sinistra.
Dov’è il misterioso pusher che addormenta ogni pulsione, che dirige l’orchestra dei sentimenti, che impedisce di rimirarsi allo specchio e di riconoscersi per quel misero poco che è rimasto?

Torniamo, allora, a quel 1985 o giù di lì. L’Italia era ancora turgida per la vittoria dei mondiali di Spagna: la sera, nelle birrerie, si suonava e si parlava. Di tutto. Di politica, poco.
Lui aveva già confezionato con il Milan il suo primo bandolo di matassa, il primo amo per il primo gestalt: la squadra invincibile, la corazzata degli olandesi, nulla poteva fermarla. Dietro, un “costruttore edile” che s’iniziava a chiamare presidente. Del Milan, ma “presidente”. Chi non crede al potere della parola, rifletta.
Poi la storia la conosciamo e non sarò certo io a tediarvi un’altra volta: i miliardi che non si sa da dove spuntano, le televisioni…no…superficialità inconsistenti, il gioco era altro.
Ogni giorno una novità, un nuovo modo per bucare il teleschermo con una fresca irriverenza, osando ogni minuto un millimetro più in là, a poco a poco, giorno dopo giorno.
Così, il denaro ha iniziato ad impazzare e ad impazzire sugli slot, sui monitor degli italiani: quanti anni aveva Modugno a 40 anni? 40. Risposta esatta! Bravissimo: passiamo alla domanda da 50 milioni…
E fosse stato solo questo.

C’erano sentimenti privati, un mondo che resisteva: cocciuto, riservato, nascosto. Erano emozioni: amore, gelosia, batticuore.
Ecco spuntare allora nuovi prestigiatori, i quali presero ad affiggere bandi d’amore nella paccottiglia plastichevole degli studios: quel sentimento, l’amore – segreto, ammiccante, trasgressivo, stravolgente – era affisso sugli schermi da banditori in cilindro e paillettes, per carpire fino all’ultima goccia di riserbo, quella conservata per il batticuore di una panchina al parco.
No, tutto doveva essere, diventare, trionfare nella pubblicità degli eventi: nulla dovrà più appartenervi! Tutto vi sarà dato, senza più cercare né l’amore e né il denaro, che io saprò propalare all’infinito. Dai teleschermi di Canale5.

Un presidente francese – gollista, uomo di destra, tale Chirac – comprese il rischio e preferì un coriaceo Le Pen, come disgrazia che il Ciel ti manda, alle lusinghe di Le Cinq. Gli negò l’etere francese appellandolo “Un vendeur de soupe”, un venditore di minestre. Le Alpi salvarono la Gallia Transalpina, dal cancro nato in quella Cisalpina.
I milioni di bandoli di matassa, pervicaci ami stesi dal cielo dopo la stagione del taglio di tutti i gestalt caserecci, tradizionali, nostrani, iniziarono a propagarsi – da quelle torri che nessuno considera obbrobrio al paesaggio – come innocenti ed assassine spadare, per catturare fino all’ultima preda, per condurla nella camera della morte. Della morte di tutti i sogni non targati, parcellizzati, griffati. Col marchio del Signore, “Unto” dal Signore stesso.

Ed eccoci, oggi, a domandarci il perché. Perché una nazione di derelitti appoggia al 60% chi propone soltanto di tagliare. Tagliare risorse, togliere diritti, annullare speranze. Lo fa con una squadra di ministri che potrebbe stare soltanto in un teatro d’avanspettacolo – all’estero ce lo sussurrano piano, con garbo, per non ferirci troppo – ma in un teatro d’ennesima serie.
Gli esempi si sprecano, e li citerò solo brevemente, associandoli al corrispondente gestalt.

Una insipiente ragazzina siciliana, nominata ministro dell’Ambiente, strombazza ai quattro venti che farà la guerra all’Europa “che conta” per le nuove direttive ambientali, ponendosi alla testa dei poveracci dell’est, quelli precipitati dallo stalinismo al liberismo. Lo annuncia, e dunque la sua parola è legge. Perché? Poiché, se lo riportano le TV, i giornali ed Internet, la verità è quella.
Quando, poi, deve entrare nella “stanza dei bottoni” europea dove siedono i suoi pari, tutti s’attendono l’ “Avanti Savoia!” e la carica. Invece, non succede niente. La ragazza potrebbe presentare una “clausola di revisione” – uno strumento giuridico consueto a Bruxelles – ma non lo fa. Tace per tutta la riunione salvo poi, all’uscita, tornare a tuonare.

Ironicamente, il ministro svedese Andreas Carlgren, interrogato sulla dura opposizione italiana, ha spiegato che “da quel che capisco, alcuni ministri sono stati chiaramente più critici nelle dichiarazioni che hanno rilasciato ai loro media nazionali che nel corso della discussione tenutasi al Consiglio”. (Repubblica, 21/10/2008)

Il risultato, commissionato da Roma e subito immesso nel circo mediatico, è però raggiunto: il pensionato di Novara, l’agricoltore di Perugia e l’impiegato di Cosenza – che scorrono distrattamente i giornali o sbirciano la TV – saranno pienamente convinti che l’Italia abbia vinto una battaglia di gran rispetto. Sono preparati, da anni, a ricevere quel tipo di input ed a far partire il corrispondente gestalt. Come i cani di Pavlov.
Elementi del gestalt: una fragrante Giovanna d’Arco, dal dolce sguardo di fuoco, che incenerisce i perfidi angli – i quali sono configurati nelle burocrazie europee – e salva i “cattolicissimi” regni del Sud e dell’Est. Nella realtà, non è accaduto nulla.

Brunetta ha dichiarato “conclusa” la battaglia contro i “fannulloni”, affermando che l’assenteismo è calato del 44,6%. Ecco il “bandolo” per scatenare il gestalt.
Ciascuno di noi riconoscerà nel “fannullone” accanto, nel proprio dirimpettaio perché più fortunato, capace, chissà… – il gestalt non si nutre di sapori raziocinanti – l’obiettivo del piccolo ministro veneziano. E lo sposerà: ecco l’elemento essenziale del gestalt.
Se, però, si vanno a “grattare” un poco i dati esposti (pubblicati sul sito del suo Ministero), iniziano le precisazioni: non sono conteggiati i dipendenti di scuola, università, ricerca e pubblica sicurezza. Pazienza per il settore scolastico (le vacanze estive, che potrebbero falsare la rilevazione) ma la Polizia non si comprende perché. I dati non erano in linea con il Brunetta-pensiero? Poi s’afferma che si tratta di una “stima” su dati parziali, ottenuti “grazie al contributo fornito dall’ISTAT”, ma l’ISTAT aveva da poco concluso un lungo lavoro[3] sull’argomento, ed ecco cosa precisava:

“…assenze dal lavoro per ferie e malattie che, in particolare per i lavoratori dipendenti, risultano piuttosto stabili nel tempo.”

Infine, Brunetta non comunica nessun dato grezzo – ossia quali sono i valori di partenza sui quali ha calcolato quel fantomatico 44,6%, non cita documenti, studi, le fonti della rilevazione – e, se i dati sono di fonte ISTAT, dovrebbe spiegare come mai l’ISTAT stesso lo smentisce in un suo documento ufficiale.

Ancora una volta, l’importante è scatenare il gestalt, corroborato – per chi si ritiene più astuto – da un paio di grafici e tabelle “sparati” su diapositive di Power Point. Così ci cascano anche i più furbi.
Anche i “furbissimi”, però, dovrebbero sapere che una rilevazione statistica di questo livello richiede tempi lunghi – almeno un anno, ma è ancora poco – ma ciò cozzava con il bandolo del gestalt da propalare: un governo efficiente, per Dio! Che in quattro e quattr’otto risolve tutto! Difatti, Brunetta parla oggi di “premi ai più capaci”, poiché sa che continuare su quella strada lo sbugiarderebbe.
Qual era l’obiettivo di bilancio? Introdurre, sotto mentite spoglie, una nuova “tassa sulla malattia” (con la riduzione del salario accessorio): non si possono fare, queste cose, in modo aperto e chiaro. Definiamolo, allora, un gestalt “di supporto”?

E la scuola?
Li abbiamo ascoltati tutti affermare che “non comprendono” perché la scuola e l’università sono in subbuglio: noi non abbiamo fatto niente – sorridono come ingenui – non ci sono tagli, solo “razionalizzazioni”, “risparmi”, “sprechi”…
Peccato che, nella Legge 133, art. 64, si legga:

“…devono derivare per il bilancio dello Stato economie lorde di spesa, non inferiori a 456 milioni di euro per l'anno 2009, a 1.650 milioni di euro per l'anno 2010, a 2.538 milioni di euro per l'anno 2011 e a 3.188 milioni di euro a decorrere dall'anno 2012.”

E da dove verranno presi i soldi?

a) razionalizzazione ed accorpamento delle classi di concorso…
b) ridefinizione dei curricoli vigenti nei diversi ordini di scuola…
c) revisione dei criteri vigenti in materia di formazione delle classi;
d) rimodulazione dell'attuale organizzazione didattica della scuola primaria…
e) revisione dei criteri e dei parametri vigenti per la determinazione della consistenza complessiva degli organici del personale docente ed ATA…
f) ridefinizione dell'assetto organizzativo-didattico dei centri di istruzione per gli adulti…

Tutte queste belle parole – “ridefinizione”, “razionalizzazione”, ecc, se correlate ai risparmi citati – significano solo una cosa: tagli indiscriminati sul personale, chiusura di scuole e d’istituti di ricerca. Perché, far saltar fuori quasi 8 miliardi in quattro anni senza incidere sulla qualità del servizio, sarebbe un miracolo. Ma i miracoli – nella fantasmagoria del gestalt – sono la norma, il tranquillo incedere di un sogno.

Per nascondere i veri fini, servono allora messaggi semplici, capaci di scatenare il gestalt partendo da ricordi piacevoli: ed ecco il “grembiulino” – che ricorda tanto fiocchetti, carezze della mamma, prime apprensioni, gioie lontane – ed il maestro unico, che rammenta un placido e rassicurante libro “Cuore”.
Il “maestro unico”, nell’iconografia tramandata, è il maestro Perboni del “Cuore”, che sprizza perbenismo (quasi onomatopeico!) ed eroici ideali risorgimentali da tutti i pori. Mica per caso, Umberto Eco scrisse “L’elogio di Franti”.
C’è bisogno, però, della Fata Turchina per far partire il gestalt, con un tocco di bacchetta magica.
Spiacenti: le Fate Turchine sono migrate tutte su Aldebaran, Gaia è oramai un postaccio per loro.
Che problema c’è? Potenza degli studi televisivi!

Mariastella Gelmini conosce la scuola come il sottoscritto un’astronave, questo tutti lo hanno compreso: “egìda” al posto di “égida”, sarebbe poco se non significasse che la ragazza legge comunicati che – plausibilmente – altri hanno scritto per lei. Avete, però, notato l’abbigliamento?
Sola la mancanza delle penna sul cappello la distingue dalla “Maestrina della Penna Rossa”, di deamicisiana memoria: altra icona che trascina verso gestalt dolci e rassicuranti, sogni di merletti e profumo di lavanda, un mondo placido e senza stridore. Proprio l’opposto della realtà che viviamo. Dovremmo complimentarci con i creatori d’immagine Mediaset: con il lavoro svolto sulla Gelmini, dovrebbero vincere un Oscar.

Il prezzo del petrolio, nel Marzo 2006, s’aggirava intorno a 60 $/barile[4] – come oggi – e la benzina intorno a 1,20 euro/litro[5]: non come oggi. Il consumo mensile di carburanti per autotrazione s’aggira intorno ai 3 milioni di tonnellate[6], sono dunque 3,75 miliardi di litri di carburante[7]. Un misero centesimo, su una simile massa, genera un “gruzzolo” di 37,5 milioni di euro il mese. Siccome, oggi, i prezzi non sono scesi a 1,20 (ossia al prezzo che dovrebbe avere la benzina per un costo del petrolio di 60 $/barile), mentre “oscillano” intorno a 1,25-1,27, sono come minimo 5 centesimi di ladrocinio, che corrispondono a quasi 190 milioni di euro il mese. Espandete un simile andazzo per un intero anno, ed avrete scoperto da dove prenderanno i soldi della “Robin Tax”: dalle nostra tasche, al distributore!

Qual è, invece, il gestalt? L’eroico Ministro delle Finanze che si lancia, spada sguainata, contro le compagnie petrolifere facendo loro restituire il maltolto, per placare i gemiti dei derelitti. Distribuirà quei soldi tramite carte di credito ai pensionati (che nessuno ha ancora visto, perché aspettano che arrivino i soldi dai distributori di benzina), i quali lo acclameranno sorridendo. Icone scelte: Robin Hood il Ministro, lo Sceriffo di Nottingham nelle vesti dell’ENI, i pensionati con la tessera magnetica i senza terra delle Midland.
Per i più “furbi”, invece, Rob…pardon, Tremonthood scrive – prima delle elezioni – un bel libro nel quale dichiara d’essere, praticamente, un no-global, cacciando nella parte del perfido difensore dei banchieri il malvagio Padoa Schioppa, con il quale, probabilmente, va a braccetto e se la ridono.

Possiamo qui anticipare quale sarà il prossimo gestalt che stanno preparando: si chiama federalismo fiscale.
Ci metteranno più tempo perché dovranno mettere d’accordo Bossi e Lombardo? Il Diavolo e l’Acqua Santa? No…la ragione è un’altra.
Le promesse elettorali sono acqua che scivola sulla roccia – lo sappiamo – ma lasciano un imprinting, che perdura per qualche tempo: uno scoglio, per un fluido e scorrevole gestalt.
E, nelle promesse elettorali, si è parlato troppo d’abolizione delle Province e delle Comunità Montane, un po’ troppo, e qualche sedimento potrebbe essere rimasto nelle menti. Il prossimo anno – dannazione – non ci saranno neppure Europei e Mondiali, che sono vere e proprie spugne per cancellare le lavagne.
I banditori di piazza potranno fare qualcosa – ed i vari Filippo de Maria e Bruno Piaggio saranno certamente allertati, ciascuno per il suo ambito di competenza – ma più di tanto non riusciranno: il loro compito è quello di cancellare i gestalt indesiderati o di sorreggere e riproporre quelli lanciati, ma il primo passo spetta ad altri.

Ci vuole più tempo…niente da fare…perché bisogna rassicurare il circo della politica: Calderoli, nella sua bozza di federalismo, ha chiarito che nessuno sarà lasciato col sedere a terra, nemmeno quei maledetti delle regioni rosse. Troppo pericoloso partire all’arrembaggio, anche avendo contro solo questa pallida opposizione.
Saranno semplicemente moltiplicati i balzelli – per le Province, ad esempio, è già nero su bianco un’apposita imposta sull’automobile (ancora da “perfezionare”) – anche perché i “divorzi” fra PD, Di Pietro e Sinistra promettono bene, di mettere le mani su nuovi, succosi posti per gli amici degli amici.
Bisognerà studiare una strategia: manderanno in giro il Gabibbo a scoprire qualche nuova magagna, oppure le Iene, chissà…l’importante, quando sarà lanciato il gestalt, è che le menti siano pronte, “ricettive”.
Gli elementi del gestalt potranno essere il “taurino” ministro Calderoli, come icona della travolgente bestialità italiota, contrapposto ai succiasangue meridionali – quelli cattivi – perché ce ne saranno anche di “buoni”, ossia quelli che accetteranno la nuova dominazione nordista. Consiglierei, se posso esser d’aiuto, la piena riabilitazione politica del cardinale Ruffo di Calabria: uno sceneggiato, con Barbareschi nei panni dell’indomito defensor fidei, potrebbe andare.

All’opposto schieramento, assommano la pochezza politica con l’incapacità di comprendere cos’è oggi la comunicazione. S’affannano a spiegare, dimenticando che Clinton “cancellò” Bush padre con una battuta in diretta: “Is the economy, stupid!”.
Anche se fossero in grado di replicare (o non fossero collusi, ecc) non ne avrebbero i mezzi, perché – per prima cosa – bisogna avere disponibilità dei mezzi di comunicazione. E, qui, non intendiamo soltanto i direttori di testata, bensì il gran circo Mediaset, con le centinaia d’esperti in ogni settore: dalla pubblicità televisiva – direttamente – alla “costruzione” di un personaggio politico, alla conoscenza dei metodi per contrastare e ribaltare gli avversari.
Prima i panzer – Gasparri o Sgarbi – che hanno il compito di non lasciar parlare nessuno, poi i “filosofi” – Cicchitto o Sacconi – i quali devono trasformare, con calma, la scoperta dell’acqua calda nella pietra filosofale, infine le macchiette – Brunetta o Bondi – per fornire l’identificazione dell’italiano medio con il personaggio politico/televisivo. Qualche bella ficotta, poi, non guasta mai: nell’ombra, i deus ex machina – Berlusconi, Tremonti o Bossi – che parlano poco ed inviano solo messaggi in codice.
Voilà, signori: il piatto della politica italiana è servito!

Dove possono andare in crisi?
Anzitutto, con altri, potenti gestalt collettivi, come “L’Onda” studentesca ha dimostrato: è bastato quello slogan – “Noi non pagheremo la vostra crisi” – per far cadere di venti punti la fiducia nel governo[8]. Perché? Poiché quelle parole sono andate ben oltre il loro significato letterale, e forse anche alle intenzioni di chi le urlava.
Gli slogan sono quasi dei mantra, mediante i quali si cerca d’esorcizzare una paura: quale? Il timore – ragionevole – d’andare incontro ad un futuro buio, per la crisi economica incombente, per la testardaggine dei governanti nel non voler cambiare strada. Per aver assimilato che la strada del capitalismo globalizzato è una via colma di macerie chiamate precarietà, ritmi di lavoro ossessivi, fino allo spropositato numero d’incidenti, mortali e non, che testimoniano ben altro che il non rispetto delle normative. E poi: incertezza, timore di dover emigrare, di non poter avere una casa, una famiglia…
In questo contesto, ha addirittura riduttivo citare come risultanza il crollo della fiducia nel governo: siamo in presenza di fenomeni che vanno ben oltre.

Il secondo tranello potrebbe essere proprio il messaggio televisivo, della serie: chi di TV ferisce, di TV perisce.
Il fenomeno è recente, ma sempre più testate e blog sul Web utilizzano filmati di breve durata d’informazione politica, sociale, oppure – come per i fatti di Piazza Navona – per smascherare le bugie di regime.
Sempre più persone hanno l’abitudine di seguire l’informazione sul Web, ed oggi lo possono fare tramite un mezzo del tutto simile alla TV, ma con alcuni vantaggi: possono scegliere fra molte fonti, quando lo desiderano, quando hanno tempo.
Una delle ragioni della lentezza con la quale s’espande la banda larga in Italia è questa, l’ennesimo conflitto d’interessi: il principale imprenditore televisivo ha anche il potere di stendere leggi e regolamenti che influenzano quel settore. A lui, di certo non conveniente, dopo esser riuscito faticosamente a diventare monopolista nel mercato italiano.
Nonostante le resistenze, la diffusione dell’informazione via Web – a mio parere – non è più possibile negarla: cercheranno di rallentarla, ma più di tanto non potranno fare. Ricordiamo la misera fine del Decreto Levi, cancellato dalla rivolta del Web: sono battaglie che costano troppo a livello d’immagine, e che alla fine sono sconvenienti.

Per ora, però, innumerevoli ami – propositivi di milioni di gestalt – ruotano intorno a noi per farci vivere fuori del tempo, del nostro tempo. A noi svegliarci.
Se pensate che tutto ciò sia soltanto rinverdire Orwell, probabilmente avete ragione, ma anche Orwell può essere triturato a dovere per creare un nuovo gestalt. I prestigiatori della comunicazione, non si pongono limiti. Non ci credete?
Poche sere or sono, facevo lo zapping prima d’andare a letto. Su Rete4, subito dopo una pubblicità, apparve un testo, graziosamente incorniciato ed accompagnato da una mielosa musichetta. Lessi.
Questa mi pare proprio ‘na strunz…chi avrà mai scritto una roba del genere? Non può essere certo Tolstoi e nemmeno Shakespeare, no…neanche Flaubert e neppure Wilde…
Lessi, al termine, l’autrice di cotanto “aforisma”: Marina Berlusconi.
Buon gestalt a tutti.

[1] Gestalt (ted. letterale: Forma) è un termine usato per definire la scuola di Psicologia strutturalista tedesca d’inizio ‘900. In sintesi, la Scuola di Berlino sosteneva – nella comprensione di un insieme d’elementi – la supremazia della percezione sensoriale globale su quella dei singoli elementi, poiché tale percezione (la gestalt, appunto) proponeva una sintesi che maturava ben oltre i singoli elementi. Un fenomeno comparabile alla gestalt può essere identificato nella “scena” che ciascuno di noi crea nella propria mente tramite la lettura, oppure la visione di uno spettacolo, di un insieme d’icone, di personaggi, ecc. Non è questa la sede per approfondire simili, complessi argomenti, bensì per sottolineare come la proposizione di gestalt, in qualche modo “pilotati”, è forse il più potente mezzo a disposizione delle oligarchie dominanti.

[2] Al recente Salone della Nautica di Genova, il leitmotiv era che le vendite dei lussuosi yachts andava a gonfie vele, mentre quelle delle imbarcazioni sotto i 10 metri (appannaggio della cosiddetta “classe media”) erano fortemente in calo.

[3] Fonte: ISTAT, Le ore lavorate per la produzione del PIL, 9 luglio 2008.

[4] Fonte: The Oil Drum.

[5] Fonte: Metanoauto.com.

[6] Fonte: Unione Petrolifera.

[7] Calcolando una densità media fra benzina e gasolio pari a 0,8 kg/l.

[8] Fonte: Corriere della Sera, sondaggio eseguito da Renato Mannehimer, 26 ottobre 2008.

01 novembre 2008

Il grande convoglio, sul binario morto

Avevamo avvertito più volte, da queste pagine, del rischio che la “grande” CGIL correva se avesse continuato a braccetto con le oligarchie del turbo-capitalismo: perdere, con un’inarrestabile emorragia, il contatto ed il sostegno dei lavoratori.
Il più importante campanello d’allarme – il primo avvertimento “pesante” – furono le elezioni del 2008: l’accordo di Luglio 2007, approvato dai lavoratori con un referendum-truffa, fu uno dei più importanti discrimini che aprirono la via al governo di Silvio Berlusconi. Ma – direte voi – questa è politica, mica sindacalismo!

Se considerassimo il sindacalismo slegato dalla politica saremmo degli ingenui: il profondo legame fra il PCI-PDS-DS-PD di Guglielmo Epifani non si nasconde nemmeno dietro ad una quercia, mentre la segretaria dell’UGL – Renata Polverini – fra un incontro e l’altro dell’infinita querelle di Alitalia, si recava in Umbria, per partecipare ai lavori dei giovani quadri di Forza Italia. Più di così…
L’accordo di Luglio 2007 riuscì, in un sol colpo, a riunire le generazioni ed a scongiurare una guerra fra padri e figli: sì, ci riuscì come qualsiasi compromesso al ribasso, “offrendo” ai padri la catena per legarli al lavoro ben oltre i 60 anni, ed ai figli la certezza di un precariato a vita.

I figli, i nostri figli – i quali sono tutt’altro che quella pletora di deficienti telefonino-dipendenti che ci vorrebbero far credere – hanno compreso che, se non si mandano in pensione i padri, non ci saranno occasioni di lavoro per i figli.
Abbiamo – per fare un solo esempio – la classe docente più vecchia d’Europa: il 55% degli insegnanti ha più di 50 anni! Nella maggior parte dei paesi europei, sono circa il 30%. Un abisso, che rende la scuola italiana senza prospettive.
A fronte, il mercato del lavoro italiano – per i giovani – non si può nemmeno più definire tale: è ancora “lavoro”? Oppure “favore”, “occasione”, “caporalato”…
Se scorriamo la triste conta dei morti sul lavoro, scopriamo che rientrano prevalentemente in tre categorie: molto giovani (inesperienza), extracomunitari (i più esposti al rischio, la nuova schiavitù) e persone ben oltre i 50 anni (stanchezza, che spalanca le porte alla “fatalità”).

Quel penoso referendum, nel quale votarono quasi solo e più volte gli apparatcik sindacali (come dimostrò ampiamente Marco Rizzo, con fotografie, ecc), coprì forse il Re con una foglia di fico, che in questi giorni – con due vicende apparentemente slegate, “L’Onda studentesca” ed Alitalia – si sta trasformando in un esile filo d’erba.
La protervia sindacale di sposare senza remore – anche grazie a favori e protezioni personali – questo capitalismo (a mio avviso, in fase terminale, il che non vuol dire che ci saranno radiose “albe”), genera inevitabilmente una contraddizione fra chi sopporta il peso del nuovo mercato del lavoro – pochi soldi, meno diritti e tutele, maggior carico di lavoro – e le organizzazioni che dovrebbero (!) tutelarli. Come puoi tutelare un lavoratore, se sposi l’ideologia che ne vuol fare uno schiavo?

Le due vicende di questi giorni richiamano al medesimo crocevia, quello dove s’incontrano la strada del sacrosanto diritto ad una vita decente e quella dell’accumulo (anche truffaldino, vedi subprime) di capitali. E’ un crocicchio zeppo di macerie: una sorta di Beirut bombardata, una desolata via irachena od afgana.

Cosa chiedevano gli studenti in piazza?
Sì, c’erano i problemi della scuola…la Gelmini e tutto il resto…ma il vero problema era altro: lentamente, questi ragazzi – ed io l’ho potuto toccare con mano – iniziano a prendere coscienza che, una scuola sempre più “bombardata”, è fatta apposta per prepararli soltanto ad un futuro da esuli o da sottoproletari. E si ribellano.
Non solo alla Gelmini, a Tremonti, a Brunetta – ciò non spiegherebbe la grande partecipazione di studenti che non sono certo di “sinistra” (lasciamo perdere la pietosa balla dei centri sociali…) – poiché questi ragazzi si sono rivoltati contro un futuro cancellato, e lo hanno fatto per lo più in accordo con le loro famiglie e con i loro insegnanti. Un segnale dirompente, ma – vivaddio – finalmente un buon segnale!

A quel punto, la triplice sindacale ha convenuto che era meglio tentare di “cavalcare l’Onda” – per meri scopi di “bottega” sindacal/elettorale – ed il fatto che l’abbiano soltanto “cavalcata” è dimostrato dai retorici discorsi tenuti in piazza, a fronte – nei medesimi giorni – di scelte di fondo ben diverse.
Per prima cosa, la “Triplice” si è scissa sulla vicenda del futuro contratto del pubblico impiego: come possano pensare – CISL ed UIL (l’UGL è solo una carriola “aggregata” al carro) – che 70 euro lordi per coprire un biennio (più la pietosa una tantum per la “vacanza contrattuale”, roba da ridere, che solo Brunetta può strombazzare) possano mantenere un minimo di potere d’acquisto? 40 euro netti mensili, per un biennio, non sono un accordo: sono un altro tipo di “taglio”.

La CGIL non c’è stata, ma qui dobbiamo riflettere che il sindacato di Epifani è quello che rischia di più: cifre gonfiate a parte, l’UNICOBAS, i COBAS e l’SdL – i cosiddetti “autonomi” – avevano portato in piazza il 17 Ottobre un fiume di persone. Il primo sciopero degli “autonomi” pienamente riuscito in Italia: visibile, nei posti di lavoro, nelle città e nelle piazze.
Il “segnale” non è certo sfuggito alla CGIL: lo “scavalcamento” a sinistra (vedi Rinaldini e la FIOM) è la iattura peggiore per chi, a parole, difende i diritti dei lavoratori mentre, nei fatti, li usa come massa di manovra per scopi politici, di “bottega” sindacale e, purtroppo, anche personali.
La rottura dell’alleanza con le altre sigle (per altro, poco significative in termini numerici) era perciò obbligata per il sindacato di Corso Italia: obbligata sì, ma obtorto collo.

L’ultimo atto è quasi penoso – comunque finisca la vicenda – poiché lo spettacolo di quattro sindacati che firmano le forche caudine della nuova Alitalia – quando sanno benissimo di rappresentare poco o nulla – ci fa venire in mente solo il generale Jaruzelskj, nella Polonia che digradava dal socialismo reale, il quale firmava anch’egli accordi con i sindacati di regime, ma la piazza era di Solidarnosc.
Ci sono, ovviamente, delle differenze: il sindacato autonomo polacco era sorretto e finanziato dal Vaticano e dagli USA – era una vicenda strategica che incrociava questioni interne – e per questa ragione la strada italiana è più in salita.

In ogni modo, la “rivolta” dei sindacati autonomi – lo sciopero riuscito, la grande manifestazione, la resistenza dei dipendenti dell’Alitalia – sono segni che vanno tutti nella medesima direzione, e sono “accompagnati” dal risveglio degli studenti.
Chi fa paragoni con il ’68 può essere solo un mestatore nel torbido od uno sciocco: la situazione è altra, e questi ragazzi hanno gridato slogan che dovrebbero far meditare. “Noi non pagheremo la vostra crisi”: la crisi, evidente, di un sistema economico che non regge più, osannato soltanto dalle caste gaudenti del grande privilegio e dai pretoriani di palazzo. E, purtroppo, dai miseri lacché sindacali della Triplice.

Come andrà a finire? Non lo so: mica sono un mago, come i tanti che strombazzano sui giornali del sistema destro/sinistro.
Qualsiasi “risveglio”, però, non può che essere buon segno, e non lascia mai le cose come il giorno precedente: se n’è accorta anche la “corazzata” di governo, che imputa ad “errori di comunicazione” il crollo dei consensi e la brutta figura rimediata.

Posso solo ricordare che avvertii Epifani parecchio tempo fa dei rischi che correva – l’articolo era “Colpirne 10 per educarne 1000” del Maggio 2008 – laddove spiegavo i madornali errori commessi dalla cosiddetta “sinistra” italiana, inviata dai suoi stessi elettori alle “isole degli ignavi”. E concludevo:
“Sono le stesse persone che hanno inviato, senza biglietto di ritorno, chi le ha tradite nelle isole degli ignavi: Epifanio ci mediti, perché le isole non mancano. Oggi a me, domani a te.”