15 dicembre 2007

Le autostrade dei sogni (mancati)

Gentile Ministro Bianchi,
è con gran pena che mi rivolgo a lei, così canuto e all’apparenza saggio, perché l’essere ministro – quel ministerium che sa di servizio – ci dovrebbe consentire di rivolgerci a lei come in confessione, nel pubblico confessionale del Web.
Ho dovuto per forza scriverle perché sono stato colpito da due eventi, nella medesima sera, che la riguardano: come supremo gestore dei trasporti italiani e come comunista. Almeno, così dicono di lei.

E’ notte, la buia notte di dicembre che ottenebra le strade dell’Appennino, quando nel fascio dei fari m’appare un conoscente. Non fa l’autostop, non fa nulla: attende nella notte. Come non fermarsi per chiedere se ha bisogno d’aiuto?
Vuole conoscere il tenore dei miei pensieri mentre guidavo? Presto fatto.
Ronzava ancora nelle orecchie l’omelia dell’arcivescovo di Torino, durante le esequie dei quattro operai morti alle acciaierie Thyssen-Krupp (i “fabbri” di Hitler, ricorda?), che scagliavano nell’etere – urbi et orbis – il messaggio ripetuto da tutti i cantori di regime: «Mai più, mai più esseri umani bruciati, carbonizzati, resi cenere dal fuoco della fabbrica!» Memento, homo.
Finalmente, verrebbe da dire.
M’arresto: «Successo qualcosa?»
«No, aspetto la corriera.»
«Qui?»
«Sì, dovrebbe passare fra tre quarti d’ora.» Tre quarti d’ora nella notte a due sotto zero. Verrebbe quasi la voglia di raccontarlo al Ministro dei Trasporti.
«Sali, dai, che si va a casa.»
«Come va?» i soliti convenevoli. «Hai finito di lavorare a quest’ora?»
«Sì». «Ma che orario fai?»
Ancora lo ricordo, ragazzo, sui banchi di scuola. Non so che titolo di studio ha e che scelte fece, ma ora lo ritrovo solo, nella notte, che aspetta una corriera più evanescente di quelle che portano da Kabul a Mazar–I–Sharif.
«L’orario di lavoro è dalle 7 del mattino alle 19, continuato: l’altro turno» – ci vuole tanto ad indovinarlo? – «è dalle 19 alle 7.» Settore? Edile, grandi costruzioni.
E così scopro che, quel ragazzo che osservavo giocare sul campo di calcio, ora manovra per 12 ore continuative qualche marchingegno che scava, trita, carica, stende, liscia, batte terra o cemento, asfalto o ghiaia. Per dodici ore, continuate.
«Lo hai scelto tu di fare 12 ore il giorno?»
«No: è così, oppure non lavori.»
Questa è la strategia della "sicurezza" dopo i morti di Torino.

Verrebbe la voglia di raccontarlo al ministro del lavoro, ma è troppo occupato a gustare il frutto delle sue alchimie strategiche che riguardano lavoro e pensioni, e allora m’avvicino al confessionale, scosto la tenda e lo racconto ad un ministro comunista. Almeno, così mi hanno raccontato: un tizio che è docente d’Economia dei Trasporti, che è stato messo lì da un altro accademico che fa di nome – per mostrare d’essersi affrancato dalla schiavitù – Diliberto.

Ascolteranno, questi libertari comunisti? Non lo so: se non ascolteranno loro, udranno gli italiani.
Mentre si celebrano sante messe – con le liturgia della Chiesa, dei partiti e dei media di regime – sui poveri morti di Torino, nell’indifferenza di tutti c’è chi continua a lavorare per dodici ore filate con delle pericolose macchine operatrici. E poi si grida all’incidente.
Ci arrabbiamo – giustamente – per i giovani laureati sottoccupati nei call-centre, e ci dimentichiamo dei dannati della terra, di quelli che per strappare un tozzo di pane devono giocarsi brandelli di vita.
Verrebbe la voglia d’urlarlo in faccia ad un ministro comunista. L’unico che si riesce a trovare: l’altro, è sempre occupato a tradurre, dal latino che giunge da Oltretevere, il nuovo verbo della “solidarietà sociale”.

Non faccio in tempo a salutarlo ed a salire le scale di casa che giunge un’altra sorpresa: è proprio la tua sera, Ministro Bianchi.
E’ arrivata una bella multa di 160 euro per eccesso di velocità, più cinque punti in meno sulla patente. La data è “solo” del 10 di Agosto, ma non fa nulla: anche i treni non arrivano mai in orario.
“Ha raggiunto la velocità di 93 Km orari nel comune di Cassine…” per una attimo, mi tornano alla mente Tenco e gli anni della mia gioventù.
Ma, quel tratto di strada, non è la tanto osannata “superstrada” Acqui-Alessandria?!?
Eccome! Eh, lo ricordo bene: fine dei problemi di traffico nell’alessandrino: c’è la superstrada! Ricordo suoi colleghi – per carità, inferiori per censo, “solo” sindaci e amministratori provinciali – che tagliavano nastri e si davano gioiose pacche sulle spalle: ce l’abbiamo fatta, finalmente abbiamo la superstrada!

Io, ingenuamente, credevo che su una superstrada si potesse raggiungere la folle velocità di 93 Km orari, ma ho scoperto il tranello e qui – nella quiete del confessionale – glielo voglio raccontare. Così, nell’attesa di traslare la salma di Lenin nella casa di Diliberto, potrete colpire questi sordidi controrivoluzionari.
All’insaputa di tutti (!), certi oscuri nemici del popolo – amministratori comunali, forse vigili urbani ligi al dovere, chi mai lo saprà? – hanno posizionato cartelli con il divieto di superare i 70 Km orari in alcuni punti – deserti come la ridotta dei Tartari – della superstrada e così, quando il settore vinicolo non va tanto bene, “vignano” lo stesso grazie alla tecnologia dell’autovelox. E voi potete, appagati e garruli, tagliare ogni anno le risorse finanziarie per gli Enti Locali. Tanto, paghiamo noi.
Forse, se volessimo aumentare la sicurezza sulle strade, non sarebbe meglio pensare a forme di segnaletica attiva, oppure non consegnare ai neo-patentati auto che corrono a 160 Km/h? Come dice? La FIAT ha storto il naso? Beh, ma lei è un ministro comunista...

Ora, caro Ministro Bianchi (onomatopeico), non m’adombra il pensiero di quei cinque punti: siccome ho quasi 40 anni di patente e non ho mai – forse per mia fortuna – avuto un incidente ritengo che, se la fortuna continuerà ad arridermi, potrò assommare tanti punti da vincere una lavatrice.
I soldi? Anche quelli non sono importanti: “vanno e vengono”. Vanno da noi, per giungere a voi.
Ciò che mi deprime è il ricordo. Sì, ha ragione: un figlio dei fiori non pensa al domani. E io penso a ieri. Lei ha appena scapolato il gran tranello dello “fermo” dei TIR, e starà senz’altro confortandosi per lo scampato pericolo con robuste dosi di coramina.

Era appena l’altro ieri, quando lei fu incaricato di sovrintendere allo scassato regno delle mulattiere nazionali: ancora ricordo cosa affermò come suo indirizzo, la Stella Polare che l’avrebbe guidata nel suo ministerium.
«Finalmente, darò il via alle “autostrade del mare.”» Aspetti, ministro, non scappi dal confessionale: ci sono i filmati RAI e le ANSA dell’epoca che la inchiodano. La prego, non si nasconda dietro l’altar maggiore…
Non voglio tediarla – queste cose lei le sa benissimo – ma voglio confortarla: aveva ragione da vendere!

Il modello di trasporto italiano – fino all’avvento ferroviario – fu un modello marittimo e fluviale: per la forma stessa dell’Italia, anche i bambini comprendono che, le merci che si spostano dal Nord al Sud, è meglio se occupano spazi in mare che nelle autostrade. Oltretutto, una modesta nave con 2.000 tonnellate di portata utile, “toglie” dalle strade 85 TIR, quei maledetti che stavano per farle la festa. Quei poveracci, quei dannati del volante che devono correre come matti, altrimenti rischiano il posto.
L’altro segmento di trasporto era rappresentato dalla rete dei canali veneti e dal Po. Posso ricordarle che, nel 1819, l’arciduca Ranieri d’Austria inaugurava la rete di canali che, dalla Svizzera, portava a Venezia via Lago Maggiore, Ticino, Naviglio Grande, Naviglio Pavese e Po? Già, ma lei insegna economia dei trasporti, mica storia…
Eppure, tutti i nostri problemi nascono da quella negazione. Come dice? Nessuno lo chiede, dall’Europa non è giunto nulla…
No, ministro: adesso non mi faccia arrabbiare, altrimenti – al posto dell’assoluzione – le arriverà un cazzottone.
Non mi dica che non lo ha letto. Non ha letto il Libro Bianco “La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte”? Lo so, sono 138 pagine fitte fitte, e nelle tiepide sere romane viene voglia di far dell’altro.
Lì, l’UE ci tirava le orecchie proprio per la scarsa attenzione posta alla navigazione interna, per la nostra scellerata disattenzione per la navigazione marittima. Qui da noi, pare che tutto ciò che esula dalle autostrade non esista.
E la TAV? Ma, Buon Dio, era l’UE stessa che le raccomandava cosa fare: “…il trasporto via mare fra porti europei, che avrebbe potuto alleggerire la congestione nella Comunità, in particolare quella attorno alle Alpi e ai Pirenei, non ha conosciuto lo stesso sviluppo…(rispetto alla ferrovia N. d. A.).
Il trasporto marittimo intracomunitario e il trasporto fluviale sono due elementi chiave dell'intermodalità che devono permettere di far fronte alla congestione crescente delle infrastrutture stradali e ferroviarie…Il loro rilancio presuppone la creazione di autostrade del mare…(pag. 44).

Insomma, Ministro, aveva visto giusto! Domanda: perché non ha fatto niente?
Mancavano i soldi?
Non mi sembra, visto che la stessa UE era disposta a finanziare il 50% delle spese di progetto, ed il 10% di quelle di realizzazione, per il collegamento fluviale di Milano via Cremona, Po, con i porti adriatici. Qual era la stima dei lavori?
Il Consorzio Navigare sul Po li stimò, nel 2001, in 400 miliardi di vecchie lire: mettiamoci un po’ di rivalutazione – e i contributi europei – e forse la spesa sarebbe inferiore ai 200 milioni di euro. Troppo poco? Eh, lo so: è una miseria…

Poi, prima dei tre rituali Pater, Ave e Gloria, voglio ricordarle che sono un po’ stufo di ricevere sempre posta che – ad onor del vero – dovrebbe sbrigare lei.
Come quella del signor Albert Mairhofer – un simpatico altoatesino – che ha fondato a Londra una società, la Tirol-Adria, che si propone di creare un collegamento fluviale fra le valli dell’Adige e dell’Inn. So che ha capito: qui si parla di mettere in collegamento il Mediterraneo con il Danubio, mica roba da ridere. Piatto ricco: già ci pensava Franz Josef.
La prego, intervenga: non so più cosa rispondere ad Herr Mairhofer, perché ha già ricevuto risposte – per ora solo interlocutorie – dal governo federale tedesco e da quello austriaco, da quelli regionali del Tirolo e della Baviera.

Recentemente mi ha fatto sapere che anche la regione Veneto si è mossa ed il progetto verrà presentato a Berlino: “Gentile dott. Albert Mairhofer…sono ad informarla che sarò io a rappresentare la Regione Veneto al convegno di Berlino, e che nel corso dell’intervento provvederò ad accennare la possibilità di realizzare il collegamento fluviale in oggetto…Cordialmente, Paolo Menegazzo.
Ma, è possibile che lei non ne sappia proprio nulla? Qui fanno convegni, fondano società ed associazioni, siti Web: lei, dov’è nel frattempo?
Mairhofer continua a chiedermi perché “Herr Prodi” non gli risponde: magari Herr Prodi ha passato una “velina” ad "Herr Bianchi", ed era così velina che è volata via nel ponentino. Faccia qualcosa, perché lo sa come sono questi italiani di lingua tedesca: sono gente seria, d’altri tempi: ritengono che, quando si scrive al proprio governo, s’abbia da ottener risposta. Per loro, non c’è differenza fra il governo di Roma (!) e quello di Berlino.
Insomma, io mi pento e mi dolgo per quei 93 Km l’ora, ma lei non mi faccia fare – gratis – il supplente!

Ora la saluto, e le confesso che sono moderatamente ottimista per il vostro futuro. Dopo tanti mesi di tentennamenti – nei quali avete lasciato passare riforme che nemmeno il centro-destra si sarebbe immaginato di fare, come lavoro e pensioni, RAI, sicurezza, scuola e tutto il resto – ho visto che oggi state risollevando la schiena per protestare. Finalmente.
Come dice? Sono solo proteste per una legge elettorale che vi vedrebbe svantaggiati? Allora siete solo capaci a protestare per salvare le vostre poltrone! E le “autostrade del mare”? Erano solo un sogno del giovane Werther?
Grazie, Ministro Bianchi: no, non fa nulla per l’assoluzione. Faccio a meno. Saluti “comunisti” (sic!).
P.S. La storia dei turni di 12 ore è tutta vera e sacrosanta: ho dovuto solo – nell’Italia dei diritti sanciti dai partiti “amici” dei lavoratori e dai sindacati rampanti – confondere un po’ le acque per non rendere riconoscibili luoghi e situazioni. Non per me, che non rischio nulla, ma per chi me l’ha raccontata. Capirà: c’è l’Italia dei ministerium, e c’è quella di chi “tiene famiglia”.

07 dicembre 2007

Poveri noi

Dimenticata e negletta, la nostra povera scuola torna a far parlare di sé soltanto in due occasioni: quando vengono pubblicati sul Web filmati di dubbia provenienza e liceità, oppure quando arrivano le “pagelle” europee. Il discorso, come vedremo in seguito, tocca sì la scuola, ma varca il portone di tutti gli istituti dello Stivale e s’espande nelle strade.
Quando giungono le “pagelle” dall’Europa, ogni Ministro della (Pubblica) Istruzione trema, come se si trovasse – imberbe diciannovenne – di fronte alla commissione di maturità.
Purtroppo, il nostro candidato sa di non aver studiato molto e dunque spera, tremante, nella Dea Bendata e nella benevolenza (o distrazione) della commissione.
I risultati, però, sono sempre deludenti: 33° nella lettura, 26° nelle scienze, 38° nella matematica…
A fronte di una simile débacle, l’attuale inquilino di Viale Trastevere ha escogitato di ripristinare i vecchi esami di riparazione, poiché – a suo dire – la situazione era intollerabile. Mi sa che, se non prenderà presto altri provvedimenti, fra pochi anni sarà ancora peggio.
Non è questo però l’aspetto che mi ha colpito nell’azione di Fioroni – ossia la questione di merito, pur discutibile – ma il metodo.
Con una circolare ministeriale, sono stati surrettiziamente reintrodotti gli esami di riparazione, che il ministro D’Onofrio aveva abolito nel 1994.
Non entriamo, per ora, nel merito del provvedimento ma fermiamoci al metodo, perché la forma è anche sostanza.
La riforma D’Onofrio ebbe un regolare passaggio parlamentare, mentre l’opposto percorso è stato attuato con una semplice circolare: a sua giustificazione, il Ministro Fioroni ha opposto l’argomentazione giuridica che non si trattava di reintrodurre gli esami di riparazione, bensì di modificare soltanto il sistema di recupero dei debiti scolastici. Il tutto – chi ha seguito un poco gli interventi dell’attuale governo sulla scuola lo sa – fa parte della cosiddetta “strategia del cacciavite”, tesa a cambiare le cose senza chiedere nulla al Parlamento perché – questo Fioroni lo sa benissimo – su molti provvedimenti l’attuale governo non avrebbe una maggioranza sufficiente per approvarli.
Ora, se per un solo debito non saldato si dovrà ripetere l’anno scolastico, chi ancora ha vissuto la stagione degli esami di riparazione non trova sostanziali differenze. Un bel ritorno al passato.
L’aspetto più curioso, nelle giustificazioni addotte da Fioroni per l’insolita via giuridica scelta, consentirebbe, ad un ipotetico governo che volesse ripristinare la pena di morte, d’usare il medesimo approccio.
Basterebbe cambiare il regolamento carcerario con una circolare interna del Ministero di Grazia e Giustizia, nella quale s’afferma che i condannati per omicidio – primo del loro ingresso in carcere – dovranno essere allineati di fronte ad un muro ed un plotone di guardie dovrà collaudare i mitragliatori in dotazione sparando loro nel petto. Fra l’altro, era il metodo usato nel Giappone medievale per collaudare le migliori spade.
Come si potrà notare, nessuno menziona la pena di morte. E gli esami di riparazione.
Ora, uscendo di metafora, rimane il problema di decisioni prese senza l’intervento del Parlamento, passate dall’Esecutivo e giunte sulle nostre teste senza il minimo controllo. E, in aggiunta, spesso alcuni ministri non partecipano nemmeno ai lavori di preparazione di tali provvedimenti: i ministri della sinistra radicale, ad esempio, non furono mai “invitati” alle trattative che sfociarono nell’accordo del 23 Luglio sul welfare. Una “dimenticanza” provvidenziale? Oppure consapevole?
Ecco, allora, che una decisione (ripeto: non stiamo parlando di merito) così importante per milioni di studenti, è stata partorita da un ristretto numero di persone (il Ministro, il Consiglio Superiore d’Istruzione e qualcuno del suo staff, presumiamo), è transitata in Consiglio dei Ministri praticamente “sulla fiducia” ed è giunta a modificare profondamente la scuola italiana. Senza discussione, senza confronto, senza dibattito né approvazione: questa è democrazia?
Ritorniamo allora per qualche istante ad analizzare come sono partorite le leggi: se hai una solida maggioranza parlamentare – come Berlusconi nella scorsa legislatura – ti puoi permettere il lusso del passaggio parlamentare. Non dimentichiamo, però, che la maggioranza di Berlusconi viveva in un Parlamento coatto, reso schiavo dai diktat di un padre-padrone che poteva – in qualsiasi momento – rovinarti vita e reputazione agendo su ben sei reti televisive, come le recenti inchieste hanno dimostrato. Solo poche settimane or sono, le reti Mediaste partirono all’attacco di Fini e Casini, tirando in ballo le loro vite private per screditarli e cercare di ricattarli sotto l’aspetto politico.
Se, invece, la maggioranza è risicata o – ancor peggio – divisa al suo interno, ecco che lo strumento principe per legiferare diventa il decreto, splendida “scorciatoia” istituzionale.
Si parla poco di questo aspetto, ma è molto, molto importante.
La Costituente, nella stesura della massima carta giuridica, previde come mezzo principe per legiferare il percorso ordinario, ossia l’approvazione da parte d’entrambi i rami del Parlamento. Oggi, possiamo discutere se sia ancora attuale avere due Camere “fotocopia”, ma dal punto di vista giuridico l’approvazione di una legge in Parlamento garantisce (almeno, dovrebbe…) che i rappresentanti eletti ne prendano visione, discutano, modifichino, approvino.
Siccome i Costituenti erano persone di grande equilibrio, compresero che – in particolari situazioni – quel percorso sarebbe stato troppo lungo: fu affiancato quindi dal Decreto Presidenziale e dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa approvazione del Parlamento entro (se ben ricordo) 60 giorni.
La ragione di tale impostazione è chiara: se devo stanziare delle risorse per un terremoto od un’alluvione, lo farò immediatamente ed il Parlamento – trattandosi di norme di buon senso – approverà.
La Decretazione, nella Costituzione Italiana, prevede l’esistenza di un’urgenza, ossia che lo stesso provvedimento – con il normale passaggio parlamentare – giungerebbe “fuori tempo massimo”.
Notiamo che, oramai, si legifera quasi esclusivamente per decreto, e se non giunge in tempo l’approvazione del decreto si reitera lo stesso, fino all’approvazione. Alcuni decreti legge, si trascinano da una legislatura a quella successiva.
Così, provvedimenti come il riassetto del welfare e delle pensioni, nascono con un decreto, un collegato alla Finanziaria, e vengono approvati senza discussione, con un semplice voto di fiducia.
Tutti usano ed hanno usato, da decenni, questo metodo, soprattutto dopo il 1994. In quale democrazia viviamo, allora?
Viviamo da molto tempo in una sorta di “Colpo di Stato” strisciante, nel quale i rappresentanti eletti non hanno voce in capitolo e, talvolta, non sono nemmeno chiamati a votare. Secondo Fioroni, un aspetto importante come la valutazione di milioni di studenti non vale nemmeno una discussione.
Per questa (ed altre) ragioni – non sussistendo mai una vera discussione di merito – viviamo una continua stagione di “riforme” laddove, in realtà, non si cambia mai nulla o molto poco, per tornare domani all’altro ieri.
Ecco perché le leggi appena emanate iniziano quasi sempre con “Visto il Regio Decreto numero…”: altro che futuro, altro che democrazia. Regi Decreti: accontentati e corri.

03 dicembre 2007

Invidiosi?

La notizia – una novità annunciata – che il partito del Presidente russo Vladimir Putin ha conquistato il 64% dei voti, e quindi la maggioranza assoluta alla Duma, ha squassato le cancellerie europee, come se non se lo aspettassero da tempo. O sono degli sciocchi, oppure – qualificandosi come “diplomatici” – possono da domani cambiare mestiere.
Pare quasi – da una sponda all’altra dell’Atlantico – che se delle elezioni non finiscono sul filo di lana, con un pugno di voti (quelli non sono mai comprati, chiaro?) a fare la differenza, oppure con interminabili strascichi sulla correttezza del voto, non siano elezioni democratiche. Da quali pulpiti vengono le prediche!
Alle ultime elezioni politiche italiane, tutti gridarono ai brogli, ma furono considerate pienamente democratiche: peccato che, nei cassonetti dei rifiuti della capitale, furono ritrovati scatoloni di schede. «Tutto normale, tutto sotto controllo» affermarono subito le autorità preposte, che nemmeno spiegarono come mai – a notte fonda – il ministro dell’Interno (Pisanu) di un governo dimissionario si recò a casa del Presidente del Consiglio. Era in programma una partita a scopone scientifico? A rubamazzetto? No, perché sia Berlusconi e sia Pisanu non fornirono nessuna spiegazione: e le “stranezze” dei comuni dov’erano sparite centinaia di schede bianche?
Saltiamo di là dell’Atlantico, e sollazziamoci dalle risate: laggiù, utilizzarono per votare nel 2004 le macchinette della Diebold, il cui software fu curato da un certo Jeff Dean – pregiudicato per 23 capi d’accusa legati al furto – e nelle cui mani fu lasciata la macchina elettorale che – come quattro anni prima in Florida – “lavorò” per il Presidente, invalidando d’autorità almeno 200.000 voti in Ohio, lo stato di Michael Moore.
La Diebold – la società che s’occupava (insieme alla ES&S) della macchina elettorale, per la quale lavorò Jeff Dean – aveva sede, guarda a caso, in Ohio. Inoltre, il vice presidente della Diebold ed il presidente della ES&S erano fratelli, e Dean fu proprio colui che stese il software di gestione del sistema elettorale – che non lasciava copia cartacea dei voti – cosicché qualsiasi controllo successivo sarebbe stato inutile.
Un fatto casuale? No; negli stessi anni, gli USA gestivano le elezioni-farsa in Iraq, distribuendo i certificati elettorali insieme alle tessere annonarie per l’acquisto del pane: c’è altro di cui meravigliarsi?
Sì, perché furono invalidate anche 100.000 schede in Alaska e, quando i Democratici chiesero conto di quelle invalidazioni – ossia di poter prendere visione del sistema elettronico che aveva condotto a quelle scelte – fu loro risposto che non era possibile, giacché si trattava di una questione di “sicurezza nazionale”. Niet.
Possibile che le nostre classi politiche non si siano ancora rese conto che, a fronte della loro inconsistenza, la Russia ha una dirigenza con i fiocchi?
Intendiamoci: ci sarà corruzione anche in Russia, non è certo tutto oro quello che luccica, ma gli atti politici non sono fumo e sogni, e li possiamo verificare.
Appena eletto, Vladimir Putin si ritrovò un paese a pezzi: nessuno avrebbe giocato mezzo centesimo sull’ex colonnello del KGB, di soli 47 anni, un pivello!
Il “pivello”, per prima cosa, fece un lungo tour – fra il 2001 ed il 2002 – nelle capitali dove sapeva d’essere ancora ascoltato: Tripoli, Damasco, Hanoi, Pechino…ossia, le vecchie alleanze dell’URSS.
Aveva pochissimo da offrire, ma lo offrì: 12 caccia Sukhoi-27 non cambiano certo la faccia del pianeta, ma il Vietnam li ricevette. Non si fece impressionare dagli ayatollah iraniani, e procurò loro avioniche derivate dal Mig-29. Quel poco che aveva.
Nella sua smisurata insipienza, George Bush non si rese conto che ogni dollaro d’aumento del greggio corrispondeva ad un parallelo incremento di prezzo del gas siberiano: fece spallucce e continuò a mangiare noccioline.
Fu a Mosca, però, che avvenne la mossa vincente: a fronte della scelta di privatizzazione del sistema energetico – propugnata da Eltsin – Putin compì un’inversione a 180 gradi, ripartendo dal concetto che la proprietà mineraria è dello Stato.
Potremo giudicare poco ortodossi i metodi usati – come se in Occidente s’usasse sempre il tappeto rosso! – ma oggi Gazprom è il secondo colosso economico mondiale, dietro solo a Microsoft (fino a quando?).
Già nel 2003, Putin reinvestiva il 50% del surplus derivante dagli introiti energetici nell’industria aerospaziale: oggi, la Russia ha in previsione un caccia di V° generazione per il 2012 (in collaborazione con l’India) ed una miriade di nuovi prodotti, aeronautici e missilistici, militari e civili.
Risultato: l’economia va meglio, al punto che Putin ha creato un “fondo di compensazione”, vale a dire una “cassa” da riempire nei periodi di vacche grasse, per non dover soffrire in caso di vacche magre. Lo facevano già nell’Antico Egitto.
Il tenore di vita della popolazione è migliorato, l’industria ha commesse e produce alta tecnologia, il sistema energetico produrrà utili per molti decenni, e non saranno pochi oligarchi a goderne i frutti, bensì lo Stato e la popolazione.
Si potrà criticare questo strano connubio fra ortodossia clericale e vecchi metodi da falce e martello, però in Russia ha condotto ad un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e, soprattutto, alla consapevolezza che alla guida della nazione c’è qualcuno che lo sa fare. Come Presidente? Come Primo Ministro? Dal punto di vista costituzionale, Putin non ha infranto assolutamente nulla.
Come risponde l’Europa? Ah, la risposta c’è stata, siate sicuri!
Da Tirana, Romano Prodi – un po’ premier italiano, un po’ ex Presidente europeo – ha risposto per le rime: vogliamo l’Albania nell’UE e nella NATO!
Bene – viene da dire – aggiungiamo anche l’Albania alla Bulgaria ed alla Romania – paesi che non erano e non sono pronti per gli standard europei – continuiamo ad estendere la “cittadinanza romana” fino ai confini dell’impero. Fin quando, avremo una guardia pretoriana composta da soli Ostrogoti, che si mangeranno anche l’ultimo imperatore. Serbia e Croazia no: noi vogliamo l’Albania per fare uno “sgarro” ai russi. I quali, se vorranno, ci faranno passare i sorci verdi in Kosovo e ci chiuderanno (un pochino, tanto per farci soffrire un po’…) il rubinetto del gas.
I metodi di Putin sono veramente esecrabili – parola dei nostri politici – che nella stessa giornata hanno assistito alla condanna a due anni e quattro mesi di reclusione, per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio, di Donatella Pasquali Zingone, moglie del “fustigatore di costumi” Lamberto Dini. Ovviamente, la signora non vedrà mai le patrie galere: ci ha già pensato l’indulto di Mastella.
Oppure vogliamo chiedere com’è finita la vicenda di Previti? Con il medesimo indulto.
Forse, i tantissimi “fregati” dai bond Parmalat, da quelli argentini, fino ai milioni di cassintegrati e disoccupati, che generazioni di boiardi di regime, i quali hanno sciacallato l’Italia, hanno creato in questi anni, non si farebbero problemi se – un Putin locale – ne mandasse qualcuno al fresco. Anzi, notizia fresca di giornata: ci sarà anche la “rottamazione” in Finanziaria, tanto per non scontentare Lucherino da Montezemolo. La tradizione, anzitutto.
Se la Russia fa fortuna con le commesse energetiche, cos’hanno fatto i nostri governi per contrastare quella tendenza, ovvero per “intercettare” qualcosa dei 48 miliardi di euro (esborso 2006) che spendiamo per l’energia?
Hanno creato holding, catalizzato la produzione locale con ampi e generalizzati “conti energia”, mandato avanti il piccolo e micro idroelettrico, l’eolico, il solare termodinamico…insomma, hanno fatto qualcosa?
No, criticano Putin. Poco democratico: ci dispiace, venga a “ripetizione” da noi.
Da Mosca, un “marameo” lungo 5.000 miglia.

27 novembre 2007

La risposta delle cento pistole

Non è elegante citare sé stessi – tutti lo sanno – ma a volte è necessario farlo per riannodare i fili di un discorso lasciato in sospeso.
Osservo la strabiliante rivoluzione copernicana (e Gattopardesca) degli ultimi giorni e mi chiedo: era tutto così inaspettato?
Sono andato a rileggere un articolo che scrissi all’indomani delle ultime elezioni politiche – Aprile 2006 – dal titolo “La domanda delle cento pistole”, che potrete trovare facilmente sul Web. Sono circa 18 mesi or sono, ma allora tanti si cullavano nell’illusione di un “governo delle sinistre”, oppure in un pronto “ritorno delle destre”. Gli scenari, invece, già allora erano evidenti.
Ecco cosa scrivevo:

Fra cinque anni Berlusconi avrà circa 75 anni: non è più l’età nella quale si combattono le grandi battaglie elettorali; ci vuole un Delfino, che però non c’è, perché l’unico successore di Berlusconi – vista l’impostazione “aziendale” di un partito come Forza Italia – potrebbe essere solo il suo clone. Se il centro destra può affondare sotto i colpi di una eventuale (e molto probabile) sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale – giacché la Lega Nord non potrà superare un simile schianto, anche perché priva del suo leader storico – la base sociale che lo sostiene continuerà ad esistere.

Questa base sociale è quella di un paese che non è mai giunto alla maturità, che ancora non fa parte dell’Europa: sono i boiardi ed i parvenu di regime (d’entrambi gli schieramenti) che fra la sana competizione sul merito – associata ad un serio stato sociale – e le “combine” di regime scelgono senz’altro queste ultime. In altre parole, l’anticamera di un sottosegretario è senz’altro più affollata di una missione industriale in Oriente.
Anche se la corruzione tocca tutto l’arco politico, le responsabilità della borghesia sono più estese, giacché sono i ceti che dispongono di capitali a dare l’imprinting economico: questi ceti sono da sempre rappresentati dalle forze politiche di centro, dai tempi del “pentapartito” alla Casa delle Libertà. La quale, oggi è “implosa” non perché Prodi è riuscito ad approvare una Finanziaria, bensì perché era scoccata la sua ora. E chi sono i becchini/arabe fenici della situazione? Torniamo al vecchio articolo:

Una “riserva di caccia” della destra priva di Berlusconi e di Bossi è ciò che attendono il Gatto e la Volpe, ossia Casini e Fini, per rifondare un impianto politico basato sulle loro forze (molto radicate sul territorio), più un nuovo partito d’ispirazione liberale e gollista che potrà nascere dalle ceneri di Forza Italia. In definitiva, quindi, Prodi è oggi necessario anche al centro destra per il suo carisma in Europa – per cercare di sanare le astruse acrobazie di un tributarista che ha giocato a fare l’economista, un certo Giulio Tremonti – e rimettere in sesto l’economia per avere in futuro maggiori margini di manovra (e di spesa).

Il disegno di un “grande centro”, senza più l’ingombrante fantasma di Berlusconi, era da tempo nell’aria: Fini e Casini mordevano il freno da tempo e, oggi, il definitivo approdo al centro del Partito Democratico rende possibile quella prospettiva. I due non aspettavano Berlusconi, bensì Veltroni e Rutelli! E Berlusconi? Vediamo cosa sostenevo:

In fin dei conti, il Cavaliere da Arcore lavorava pro domo sua ed in questi anni lo ha dimostrato ampiamente: c’è da credere che cambi proprio adesso impostazione?
Il liberismo sfrenato della piccola e media impresa fa a pugni con qualsiasi tipo d’associazionismo: perché mai Berlusconi dovrebbe “associarsi” ad interessi perdenti quando può salvare sé stesso? La solidarietà non ha mai illuminato a giorno i salotti del capitalismo italiano.

La mossa di Berlusconi, quella di fondare un partito di destra, è disperata: allo scoccare delle nuove alleanze – puntualmente – è stata divulgata la gran scoperta dell’acqua calda: Rai e Mediaset erano un solo corpo bicipite! Questo è un vero e proprio “pizzino” nei confronti del Cavaliere: attento, Berluscon da Arcore, poiché questa volta stai rischiando non un partito od un futuro politico, ma le tue aziende! Consiglieremmo a Berlusconi ampi periodi di riposo in Sardegna: famiglia, nipotini e nulla più.
Chi è stato il gran regista occulto dell’operazione? Forse più di uno, ma qualche indicazione – già 18 mesi or sono – la fornivo:

Lo scontro interno a Confindustria condurrà inevitabilmente al rafforzamento di Luca Cordero di Montezemolo – che rappresenta l’altra faccia dell’imprenditoria, ossia i grandi gruppi – perché ha dimostrato d’aver puntato sul cavallo vincente: gli incentivi per la ricerca saranno appannaggio dei grandi gruppi industriali e non certo dei piccoli, che vedranno scomparire la loro ancora di salvezza, ossia la legge Tremonti sulla de-fiscalizzazione degli utili.

Lo scontro interno a Confindustria vide il suo apice al meeting di Vicenza, che avvenne pochi giorni prima delle elezioni del 2006: chi non ricorda la “platea” di piccoli e medi imprenditori che applaudiva Berlusconi, mentre la grande impresa era giunta lì solo per incoronare Prodi?
Qui va aperta una parentesi, che riguarda i rapporti interni alla borghesia: mi rendo conto d’usare un linguaggio che può sembrare “demodè”, ma è l’unico che può spiegare con semplicità il fenomeno.
C’è un aspetto unitario della borghesia – che potremmo riassumere nella pratica di rimanere classe sociale dominante – ma la borghesia possiede anche aspetti contradditori al suo interno, che la conducono a frantumarsi per competere sul piano economico e finanziario.
Così, gli interessi del grande capitale – attento agli sviluppi internazionali – possono non coincidere con quelli di chi produce beni per il mercato interno, oppure dei commercianti che sono in qualche modo legati alla potenzialità di spesa dei ceti meno abbienti.
La situazione internazionale – negli ultimi due anni – è sostanzialmente mutata: due anni fa Bush non era ancora “l’anatra zoppa”, non aveva un Congresso in grado di mettergli bastoni fra le ruote. In altre parole, doveva mediare molto di meno.
Oggi, invece, è chiaro a tutti che l’avventura neocon statunitense è fallita, ed è franata miseramente: i dati economici sugli USA e sulla divisa americana preannunciano scenari da brivido. Le avventure neocoloniali sono agli sgoccioli: la guerra in Libano del 2006 – a mio avviso – fu il giro di boa, quando s’accorsero con costernazione che Israele (con l’appoggio USA) non era in grado di raggiungere il Litani. Altro che guerra in Iran.
Tutto ciò non mette al riparo da nuove guerre (ricordiamoci di Clinton…) oppure da nuove alleanze nello scacchiere internazionale (le “aperture” della Francia a Washington…), ma il quadro futuro annuncia nuovamente scenari multipolari, laddove sarà necessario contrattare ogni mossa. Paradossalmente, Teheran e Caracas potrebbero correre più rischi dal prossimo inquilino della Casa Bianca che da un Bush “bollito”.
Questi mutamenti possono interessare poco alle piccole imprese – più attente a competere sulla qualità, oppure a trovare “santi in paradiso” per sopravvivere – mentre sono la principale preoccupazione del grande capitale: future commesse internazionali, grandi opere da realizzare in posti lontani, dopo il passaggio delle truppe.
In questo scenario, a chi affidarsi?
Come sempre, la poltrona più elevata di Confindustria coincide con quella della più grande azienda italiana: il signor FIAT del momento è anche signore di Confindustria, ed è anche deus ex machina degli equilibri politici, poiché oggi la grande borghesia – prospettandosi lo sblocco di una serie di “nodi” internazionali (Balcani, Vicino e Medio Oriente, Europa dell’Est, Caucaso) – già pregusta stratosferici affari.
Come si può notare, Berluscon da Arcore è una figura secondaria, utile al momento, oppure da gettare nella spazzatura quando non serve più. Andiamo a rileggere un’altra frase del precedente articolo:

Ciò spiega anche la strana “dimenticanza” del varo di una legge sul conflitto d’interesse fra il 1996 ed il 2001: in quel caso Berlusconi doveva essere lo spauracchio da presentare agli elettori del centro sinistra per far loro ingoiare anche i bocconi meno gradevoli. Oggi, invece, anche il “babau” non fa più paura perché cotto e stracotto soprattutto dai suoi stessi alleati, e dunque Romano Prodi potrà governare anche se avrà un solo voto di margine.

Puntualmente, Prodi se la cava per il rotto della cuffia ad ogni votazione al Senato: non è un miracolo? No, signori miei, è soltanto il prodotto dell’abile orchestrazione che i poteri forti – bancari ed imprenditoriali – azionano dietro le quinte. Qualcuno ancora crede che il Parlamento sia il luogo dove si sceglie la politica italiana? Torniamo ancora una volta al passato:

Nel momento stesso che il centro destra riuscisse a rifondare sé stesso, lì inizierebbe il campo minato per il professore, ma a quel punto – con i conti pubblici in ordine – il capitalismo italiano tornerebbe a “sdoganare” una destra divenuta “europea” e senza l’ingombro di un Berlusconi di troppo. Ah, dimenticavo: che c’entriamo noi? Niente, la “carne da cannone”, la fanteria, non ha mai interrotto il sonno dei generali.

La prova del nove finale? Osserviamo le dichiarazioni di voto che s’annunciano per la fiducia sul decreto del welfare: Rifondazione Comunista s’è vista sbattere la porta in faccia, nemmeno qualche misero emendamento per una legge che consegnerà generazioni di giovani alla schiavitù, non al lavoro. I Comunisti Italiani “ci penseranno”: meno male che c’è qualcuno che “pensa”, mentre gli altri finiscono a 90 gradi.
Entrambi, hanno annunciato che voteranno la fiducia. Poi, l’hanno “messa giù dura” per Gennaio: ci vorrà un “ripensamento”! Bisognerà “rifondare” l’alleanza! Secondo voi, qualcuno li sta a sentire? Se non li invitarono nemmeno alla riunione del 23 Luglio sul welfare!
In realtà, questi signori sono i peggiori traditori dei lavoratori – che ingenuamente, in molti, li hanno eletti – poiché sanno benissimo che la nuova “Santa Alleanza” fra Fini, Casini, Veltroni & Rottami Vari non li prevede. I loro voti sono serviti per ripianare i deficit di bilancio lasciati da Tremonti, per avere un po’ di fiducia dall’Europa, per tranquillizzare i banchieri.
Nessuno di loro ha nemmeno tentato di chiedere qualcosa (che era nel programma) sulla tassazione delle rendite: Prodi ha semplicemente risposto loro che non era “all’ordine del giorno”, un eufemismo che cela un “vaffanculo” istituzionale.
Eppure, non demordono. Perché? Poiché sanno che troveranno sempre uno scranno a 20.000 euro il mese, comode poltrone in TV, benefici a pioggia per i loro silenzi e le loro omissioni. Nessuno di loro ha il coraggio di comunicare la verità: terminata una stagione politica, si serrano le fila e si torna all’antico, ossia a contrattare le alleanze in Parlamento, alla conta delle preferenze truccate, ai “penta” ed “esa” partiti, al blocco di centro che ha addormentato il paese per decenni.
Giordano e Diliberto sono proprio indefinibili: ingenui o venduti? La borghesia, una volta concluso l’affare, liquida la manovalanza con pochi spiccioli.

14 novembre 2007

Lettera aperta al Ministro dell’Interno

Gentile On. Amato,
mi permetto d’importunarla mentre l’Italia è squassata da un vento di mille perché, giacché pochi riescono a capire come si possa definire un fatto “accidentale”, una maledetta “fatalità”, colpire a morte un giovane che si trova sull’auto e si sta recando ad una partita di calcio.
Non siamo rassicurati, convinti, acquietati dalle sue parole: non riusciamo a capire perché le circostanze “siano ancora da chiarire”; sembra che a non aver compreso nulla – paradossalmente – sia proprio il primo depositario della sicurezza interna, ossia Lei.
Le giustificazioni addotte ci sembrano un guazzabuglio di non sense, un tentativo puerile di giustificare l’ingiustificabile, di normalizzare ciò che normale non può essere.
Dapprima ci avete raccontato che il poliziotto aveva sparato in aria poi – forse rendendovi conto che la stavate “sparando” voi un po’ troppo in alto – vi siete corretti, per lasciar posto ad una ridda di “giustificazioni” e di “chiarimenti” che parevano quelli di un ragazzino che ha marinato la scuola e viene scoperto.
La prima cosa che mi ha subito insospettito – signor Ministro – è la sparizione del bossolo: non s’era in piena Amazzonia, non eravamo nelle paludi di Key West, bensì in una tranquilla area di servizio dell’Autostrada del Sole. Il tanto osannato RIS di Parma riesce a trovare mezzo capello in una scena del delitto a decine d’anni di distanza e…sparisce un bossolo?
No, ci racconti un po’ come stanno le cose, perché Bruno Vespa ci ha strapazzato i cosiddetti per anni, facendo e disfacendo il processo di Cogne in diretta, e oramai ciascuno di noi sa benissimo che, a quei professionisti, non sfugge nulla. Un bossolo: possibile?
Visto che un bossolo “scarta” al massimo di qualche metro, dopo l’esplosione, non è che – per caso – qualcuno ha “provveduto” subito a farlo sparire?
Dopo poco tempo – maledizione – salta fuori un testimone che afferma, e sostiene con una testimonianza agli inquirenti, che ha visto l’agente sparare ad altezza d’uomo. Finalmente, da un agente (di commercio) in viaggio, giunge agli italiani una parola di verità: gli aerei possono continuare a volare tranquilli, nessuno ha sparato in aria.
Sarà sorpreso anche Lei – Signor Ministro – e ne converrà che è assai strano che un agente di polizia spari ad altezza d’uomo senza un bersaglio, così, tanto per sparare. Una situazione d’emergenza? Qualcuno stava per essere ucciso, sopraffatto, ferito?
Non ci sembra, perché altri testimoni affermano che la breve baruffa fra una decina di persone, che s’era creata nel parcheggio per questioni di tifo, s’era acquietata quando le auto della polizia – dall’opposto parcheggio – avevano acceso le sirene.
Come spiegare l’arcano? Anche Lei, persona sagace e “sottile”, sarà incuriosito.
Vuoi vedere che… – per carità, è solo un’ipotesi – che l’agente ha meditato di sparare alle gomme dell’autovettura per, in un secondo momento, raggiungere l’opposto senso di marcia ed arrestare i tifosi?
Ci sembra un poco azzardata – lo ammettiamo – poiché non ne esistevano gli elementi: i ragazzi stavano andandosene, le macchine stavano per partire, ogni rischio di colluttazione era rientrato.
Sparare un colpo di pistola per colpire un pneumatico…a quella distanza?
Gli italiani – Ministro – non riescono a comprendere poiché sanno che, a 70 metri di distanza, nemmeno Guglielmo Tell riuscirebbe a colpire qualcosa con una pistola d’ordinanza. Per colpire una gomma a quella distanza, ci vuole una carabina.
A meno che, a meno che…l’agente non abbia millantato di poterlo fare…potrebbe essere…magari dopo alcune, brillanti prove al poligono di tiro, sostenuto dai risultati ottenuti…”Mo’ ci provo…” e gli altri stanno a guardare. Un’ipotesi troppo assurda?
Può esserlo senz’altro, lo ammettiamo, ma ricordiamo che la tragedia del Cermis – quella funivia tranciata dal timone di coda di un A-6 americano – avvenne perché il pilota aveva scommesso di passarci sotto. Una bravata.
Come dice, Ministro? Che non ne abbiamo certezza?
Certo, ha ragione: possiamo solamente ipotizzarlo (sulla base d’alcune notizie dell’epoca), perché non ci fu processo in Italia, tutto fu deciso lontano, negli USA. Tre anni di carcere, se ben ricordo, in parte condonati o roba del genere: il solito amorevole buffetto.
Faceste tanto i gradassi e finiste per farvi soffiare il processo sotto il naso: vuoi vedere che, se provavate a minacciare di rescindere il contratto d’affitto della base di Aviano, magari il processo sarebbe rimasto in Italia?
Adesso, sembra che tutta la faccenda sia soltanto una questione di ordine pubblico: addirittura, per le violenze accadute a Roma in serata, avete sibilato nuovamente la parola “terrorismo”.
Spero – Ministro – che qualcuno stesse scherzando, perché anche lei dovrà capire che – a forza di raccontare che la gente muore per le pallottole sparate in aria, oppure che le funivie cadono per nonsisabeneperché – qualcuno s’incazza e sono dolori.
Certo – Ministro – vorremmo tutti avere la sua flemma, il suo aplomb britannico, la sua elegante parlata germanica, la sua cultura, il suo savoir faire ma – che vuole – non tutti ci riescono.
Ci sono in giro giovani poco acculturati, che non comprendono le “sottigliezze” del linguaggio giuridico, che non afferrano come il reato ipotizzato per chi uccide sia “omicidio colposo” – ossia senza volontarietà dell’atto – mentre per quattro ragazzi che si spintonano in un parcheggio scatti subito l’ipotesi di “lesioni colpose”.
Temono – i poveretti – che nella patetica giustizia italiana, con le aggravanti e le attenuanti che s’accavallano a caso, le due sentenze potrebbero finire addirittura per assomigliarsi.
Lo so, Ministro, bisognerebbe fare uno sforzo per addentrarci meglio – tutti – nei meandri del diritto: che ci vuole fare, siamo soltanto il misero prodotto della scuola che voi ci propinate.
Se parliamo di sforzi, però, qualcosa si potrebbe fare.
Circa un paio di settimane or sono – a Napoli – una pattuglia di carabinieri sparò ad un’auto che non s’era arrestata ad un blocco. Risultato: un giovane ucciso. Subito dopo, la autorità (sono uno scrittore, so quando usare le maiuscole) comunicarono che “probabilmente i giovani avevano appena effettuato una rapina”.
Sentenziare la pena di morte per una rapina ci sembra un’interpretazione del codice penale assai estrema – ne conviene? – anche perché non sapremo mai – ci perdoni, ma talvolta la sfiducia c’assale – se veramente quei giovani avevano rapinato qualcuno. Di veramente certo, c’è solo il morto, colpito ovviamente “per caso”, magari sparando con un’arma corta a decine di metri di distanza su un bersaglio in movimento. I gommisti chiedono, all’unisono, una maggior precisione nel tiro, i becchini s’astengono, gli impresari di pompe funebri votano a favore.
Siccome io e Lei – signor Ministro – abbiamo qualche anno alle spalle, mi sono permesso di salire in biblioteca e di cercare un vecchio libro, che forse anche Lei avrà sfogliato.
Cerca e ricerca…alla fine – coperto di polvere – è saltato fuori: si chiama “Cronaca di una strage”. Non le dice nulla?
Ma sì, Ministro, era il 12 maggio del 1977 – adesso ricorda, so che ha prodigiosa memoria – stiamo parlando del ponte Garibaldi, dell’uccisione di Giorgiana Masi.
Terrorismo? Per carità, Ministro, non provi a barare con me: ci accomunano i capelli brizzolati e il mal di schiena.
Era una manifestazione non violenta indetta dal Partito Radicale dell’epoca, per sostenere alcuni referendum: non vado oltre, so che ha una mente prodigiosa. Se ha qualche vuoto di memoria, chieda al suo (allora) compagno di partito Fabrizio Cicchitto – lo troverà all’opposto balcone, fra le file di Forza Italia – no, non è più socialista. Cicchitto fece un animoso intervento alla Camera dei Deputati, laddove domandava lumi. Ne cito un breve estratto:

“Vi è stato un preventivo attacco contro chiunque si avvicinasse a Piazza Navona, da cui è derivata una situazione aggressiva verso i cittadini, per nulla organizzati, per nulla violenti…E’ la direttiva impartita alle forze dell’ordine che va nettamente contestata e condannata…”

Se vuole il testo completo dell’intervento di Cicchitto, sono a disposizione.
Sfogliando quelle pagine, mi sono chiesto che fine fecero le indagini per sapere chi aveva ucciso – colpita alla schiena – una ragazza che fuggiva sul ponte Garibaldi verso piazza Sonnino.
In quelle pagine – se vorrà, ripeto, sono a Sua disposizione – ci sono le fotografie di poliziotti in borghese che sparano ad altezza d’uomo, armati con mazze e bastoni (armi improprie per dei poliziotti, che dice?). Si vedono pistole e fucili “fumanti”, tutti in mano a poliziotti e carabinieri: anche quella volta, il morto fu dalla solita parte.
Il motivo della missiva è semplice – e qui concludo – perché si riassume in una sola domanda: quali provvedimenti furono presi per quei poliziotti in borghese, armati con pistole, fucili, mazze e bastoni, che sparavano su dei giovani che stavano fuggendo?
Di questo passo – con la sostanziale impunità dei “tutori” dell’ordine – dove andremo a finire? A quando la prossima “Uno Bianca”?
Con “sottile” cordialità
Carlo Bertani

11 novembre 2007

Sono aperte le iscrizioni alla nuova DC

L’accettazione, da parte di Veltroni, del sistema elettorale proporzionale è la grande novità, il giro di boa della politica italiana: ovviamente, siamo sempre all’interno del sistema del Gattopardo, ma qualcosa è mutato.
Da quell’annuncio, è tutto un rincorrersi verso il centro: Casini vede premiati gli sforzi di anni, Fini scende a rotta di collo la china che lo porterà all’abbraccio con Casini e lascia all’alpeggio Storace e la Santanché.
Silvio Berlusconi comprende il rischio, ed attua la contromossa: volete il grande centro? Dovrete fare i conti con me, con le camicie nere di Storace e con quelle verdi della Lega.
A sinistra, i rossi orfanelli di tanto clamore si contano, dopo il grande embrassons nous del Partito Democratico, e comprendono che il loro ruolo sarà quello del PCI d’antica memoria: opposizione e “governi ombra”. Non consideriamo rottami vari, come i rais Mastella e Di Pietro: per loro, ci sarà solo l’accasamento coatto o l’estinzione.
Per comprendere l’improvvisa accelerazione, dobbiamo tornare indietro di un paio di settimane, al monito lanciato – all’unisono – da Luca di Montezemolo e da Mario Draghi. Quando i poteri forti si muovono – Confindustria e Banca d’Italia – significa che gli equilibri non sono più coerenti con i desideri delle borghesie, finanziarie ed industriali, e che si deve cambiare.
Ricordiamo un passo del discorso di Montezemolo, laddove affermava che “il futuro della politica italiana non possono essere Grillo e la Brambilla”.
E passi che la FIAT non consideri Grillo un interlocutore – niente auto elettriche ad idrogeno? – mentre il rifiuto della Brambilla è più interessante: perché? Poiché la Brambilla è una creatura di Berlusconi: chi rifiuta lei, rifiuta lui.
In realtà, doveva essere lo scorrere del tempo a sancire la fine politica di Silvio Berlusconi – pensavano ad un governo Prodi autorevole, che durasse l’intera legislatura – ma così, per tante ragioni, non è stato. Che fare? Lasciare nuovamente al governo l’uomo di Arcore, che si trascina appresso l’amico Tremonti (mal visto sia in Corso Marconi che a Via Nazionale), con prevedibili scontri con il sindacato, con nuovi “tira e molla” fra i centristi e la Lega?
Ricordiamo che Berlusconi riuscì a fare quasi solo riforme “a futura memoria” – scuola, pensioni – oppure nate monche in partenza (quella costituzionale), perché anch’egli aveva a che fare con una maggioranza composita. Per altre – quella dei fondi pensione, ad esempio – non ci riuscì proprio, e sì che aveva una solida maggioranza parlamentare.
Silvio Berlusconi non è più l’uomo dei poteri forti, e il centro sinistra deve abbandonare “piantagrane” vari: tutti uniti per sorreggere la FIAT e le grandi banche, niente più grilli per la testa. Da Fini a Veltroni, tutti insieme appassionatamente: anche Dini chinerà il capo.
Il risultato? Una legge elettorale fatta ad hoc per favorire l’aggregazione al centro: stiamo tornando indietro, a prima del 1992, con i partiti che non indicheranno più un premier ma lo sceglieranno in Parlamento, come un tempo, con le classiche “combine” sottobanco.
Con il meccanismo delle preferenze, potranno affermare che gli italiani sceglieranno nuovamente i loro rappresentanti; dimenticano una cosa: con le preferenze, potranno nuovamente controllare il singolo voto, grazie al noto meccanismo della combinazione di numeri e di nomi. La mafia ringrazia.
L’accettazione dei diktat di Confindustria e della Banca d’Italia, nasce per i partiti da un’amara constatazione: se la Brambilla era l’icona di un Berlusconi dai capelli rossi, il vero pericolo poteva nascere soltanto da un partito che venisse alla luce dai movimenti che sono scesi in piazza con il V-day, e dalle proteste della Rete.
Lo sbarramento – potranno decidere se del 5% o del 10% (come ha chiesto Mastella) – li garantirà dal rischio di nuove formazioni politiche: la Casta, in questo modo, rinnova sé stessa al potere, cambia volti e numeri ma continuerà a controllare, sostanzialmente, il timone e le macchine della nave.
Un po’ di maquillage sarà necessario – comprendiamo – ma gli amanuensi della carta stampata e delle TV sono già pronti per una nuova, colossale operazione mediatica: d’altro canto, in Italia si riesce a far credere che un ragazzo muore, in un autogrill, colpito da una pallottola esplosa da una pistola che sparava in aria.
Possiamo fare qualcosa? A mio avviso, poco o nulla: stiamo lasciando scorrere settimane e mesi importanti, nei quali sarebbe stato possibile creare una nuova formazione politica, come affermo da tempo.
Molti storcono il naso, sostengono che chiunque vada al potere replicherà le magagne di sempre: siamo giunti al “contro-qualunquismo”. Altri si defilano nell’ombra, pronti a salire sul carro di Cesare.
Qualcuno ha sbagliato? Quando Grillo, dopo il V-day dell’8 Settembre, scrisse che ne prevedeva un altro per il 25 Aprile, qualcuno – sul suo blog – gli chiese: e cosa facciamo fra Settembre ed Aprile?
Ecco, quella era la vera domanda.

08 novembre 2007

Noi e loro

Ancora una volta, cerco disperatamente di guardare un programma televisivo fino al termine – in questo caso, “Anno zero” – e finisco per salire nello studio e mettermi a scrivere.
Finché trasmettono qualche intervista a Biagi od a Tonini va bene, ma quando i giornalisti presenti in studio iniziano a dissertare sulla libertà d’espressione in TV, mi viene da pensare dov’abbiano vissuto negli ultimi anni. In RAI?
Come fanno a non sapere che le nomine televisive sono tutte pilotate dal potere politico, da decenni? Perché non scorrono l’elenco dei cognomi presenti in RAI e li confrontano con quello dei parlamentari? Potrebbero munirsi di matita rossa e divertirsi a tracciare i collegamenti: ecco…Buttiglione Angela…Buttiglione Rocco…, Berlinguer Bianca…Berlinguer Enrico…
Ma fateci il piacere…
Il fatto curioso, perché squisitamente “RAI-centrico”, è riscontrare che lamentano una débacle dell’informazione: scarsa libertà, giornalismo d’inchiesta quasi inesistente, censura su tutto…
Tutto vero, ma vero per il giornalismo televisivo.
Io, sto scrivendo queste righe e non ho angeli custodi che mi suggeriscono cosa devo scrivere. Se mi garba, invierò il pezzo ad altri siti che lo pubblicheranno, oppure deciderò d’approfondire l’argomento…insomma, come un qualsiasi giornalista.
Io posso farlo: loro, no.
Domattina, pagherò questa mia libertà andando a scuola ed occupandomi – come faccio da decenni – dell’educazione dei ragazzi: stipendio basso, inutili “grane” a iosa, noiosissimi dibattiti sul nulla incombente, su una scuola che non si rende conto d’esser stata dimenticata da tutto e da tutti. Che s’arrangino i poveri “prof”.
Eppure, ho il mio spazio d’informazione: anzi, che spazio!
L’informazione sul Web cresce a ritmi del 5-10% annuo – oggi siamo intorno al 45% – e non mostra cedimenti: per la prima volta, nel 2007, gli investimenti pubblicitari televisivi hanno iniziato a scendere: TV, giornali, radio, riviste, tutti.
L’unico a salire? Il Web.
I ragazzi, oramai, non cercano altri canali d’informazione: se serve sapere qualcosa, lo digitano su Google oppure vanno a leggere Wikipedia. Con tutti i rischi del caso, ovviamente, sempre – però – minori di quelli che incontrerebbero ascoltando “Porta a Porta”.
Che dire? Questi signori – che identificano l’informazione con le loro dorate poltrone in TV – non si rendono conto che oramai sono dei dinosauri in estinzione: altrimenti, non avrebbero tentato di tapparci la bocca con il pietoso decreto Levi, aggirabile facilmente su provider esteri, e forse per questa ragione hanno desistito.
Il giorno che dal Web riusciremo a far emergere un’organizzazione politica – e credo che quel tempo non sia più così lontano – di questa gente parleremo come oggi si narra dei cantastorie. Folcloristici, fantasiosi, ma irrimediabilmente confinati nel ricordo.
E’ solo questione di tempo, quel tempo che in Occidente non sappiamo più considerare come un alleato, il quale lavora per noi e contro di loro. Sursum corda.

05 novembre 2007

Ignoranza, male primigenio

Nel volgere di pochi giorni, ci sembra d’aver scoperto che esistono bande di romeni che rubano e ammazzano. Facciamo appena in tempo a voltar pagina, che la trama del film “Un giorno d’ordinaria follia” si svolge sotto i nostri occhi. Un ex capitano dell’esercito – congedato per turbe psichiche – costruisce un bunker sul terrazzo condominiale, lo attrezza con trappole esplosive, “collauda” un lanciafiamme (era un capitano del Genio…) e dà inizio alla mattanza, sparando con armi di precisione a puntamento laser.
Il cadavere della povera Patrizia Reggiani è appena sceso nella terra che subito la segue quello di Pino di Sanfelice, che passava di lì per caso.
Due morti “imprevedibili” – qualcuno potrebbe affermare – e invece erano due morti evitabili, se solo si fossero comprese anzitempo le ragioni di quelle storie.
Pensando al film “Un giorno d’ordinaria follia”, un’altra pellicola mi torna alla mente, “Il tempo dei gitani”, di Emir Kusturica, e il filo dei pensieri mi riporta nello schermo della mente l’ex ambasciatore della Repubblica di Jugoslavia – un montenegrino – al tempo della guerra del Kosovo.
Sì, perché il diplomatico – pressato dalle domande che chiedevano lumi sull’apparente follia di quelle terre – rispose che, per comprendere i Balcani, e più precisamente la Jugoslavia, non si poteva far altro che “leggere i libri di Ivo Andric e guardare i film di Kusturica”.
Sembrerebbe – detta da un diplomatico – quasi una battuta per evitare domande e risposte imbarazzanti, eppure così è: senza afferrare il coagulo di vicende che si concentrano in quei luoghi, è quasi impossibile comprendere come mai una persona riduca in fin di vita una donna solo per approfittare del suo corpo. Così, è difficile capire perché un uomo malato di mente possa mantenere il privilegio dell’arma – tipico degli ex ufficiali – e che nessuno se ne renda conto. L’Esercito lo congeda perché non si fida più di lui, e lo consegna – armato – in un condominio della capitale.
Nella stessa città, per vie assai misteriose, il destino “recapita” un romeno, il quale s’imbatte in una donna che torna a casa una sera come tante altre, e finisce in tragedia.
In queste faccende, però, il Fato c’entra ben poco: sono gli uomini che creano il filo degli eventi.
Macrocosmo e microcosmo sembrano sovrapporsi in queste due vicende, quasi che le due follie – l’una definita quasi “antropologica” da frettolosi analisti, l’altra ritenuta oramai facente parte del nostro vivere quotidiano – siano fatali, ineluttabili, quasi “normali”. Eppure, di normalità – oramai – c’è ben poco.
Le statistiche ci dicono che i crimini sono diminuiti – non intendo commentare queste cifre, conscio che il noto “mezzo pollo” non ha mai sfamato chi il pollo non ce l’ha – ma credo che, una sola giornata “d’ordinaria follia” del nostro vivere odierno, stramazzerebbe in pochi minuti un abitante di mezzo secolo fa che dovesse giungere fra noi con la macchina del tempo.
Basta scorrere qualche giornale dell’epoca per rendersene conto: il delitto Fenaroli/Ghiani tenne banco per mesi, ma non avveniva lo stillicidio di violenza – spesso gratuita – come oggi accade. In questo senso, dobbiamo ammettere che siamo profondamente malati: i legami di solidarietà sono oramai labili, mentre quelli della competizione – stimolati dal sistema economico – prevalgono. Sui capitani in pensione e sui romeni girovaghi.
Su tutto, poi, regna oramai un senso di fatalismo che ci preclude di capire cosa sta succedendo.
A molti, oggi, risulterà incomprensibile perché la Romania sia entrata in Europa frettolosamente, senza che s’attendesse qualche anno di “decantazione” prima d’aprire le porte di quel paese all’UE.
Romania e Bulgaria sono entrate in Europa per precise ragioni geo-strategiche: dei rumeni e dei bulgari, a nessuno fregava un accidente.
La necessità, la fretta era dettata dal momento storico favorevole: prima che gli USA riescano a districarsi dal pantano iracheno, prima che la Russia torni ad essere così forte da gettare nuovamente la spada sui Balcani.
La furbesca Europa dei banchieri – conscia di non avere forza militare per un confronto – ha approfittato del momento favorevole per occupare uno spazio che altri, in quel momento, non erano in grado d’occupare.
Tanto per capirci, la debolezza economica di quei paesi, li consegna mani e piedi legati alle burocrazie europee, alle banche europee, al sistema economico europeo.
Cosa se ne fa l’Europa della Romania?
Del paese, in sé, poco o nulla ma del territorio sì, perché la Romania si apre sul Mar Nero, e sull’altra sponda del Mar Nero c’è tanto petrolio e tanto gas che vorrebbe giungere in Europa, ma non ci riesce. Fra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare.
Su quel mare s’affacciano l’Ucraina – sempre in bilico fra Russia ed USA – e la Turchia in bilico fra USA e UE. Da quelle parti ci sono la Cecenia, La Georgia, il Kazachistan ed il Caspio…ho, mio Dio, quanto petrolio e gas c’è intorno al Caspio…
Si può farlo giungere in Europa con i “corridoi” adriatici: il meglio sarebbe un percorso nella pianura serba, poi Montenegro o Albania, quindi la Puglia, ma c’è di mezzo un rompicapo chiamato “Kosovo”, che nessuno sa come risolvere. Si può optare per un percorso più a sud, che coinvolga Grecia ed Albania, ma dall’altra parte sempre sulle coste rumene bisogna andare a parare.
Ecco la soluzione dell’enigma, ecco perché due paesi con economie traballanti, con un controllo del territorio evanescente, con popolazioni nomadi che li attraversano hanno trovato casa a Bruxelles.
Scopriamo oggi i Rom e gli tzigani?
Veramente, sono secoli che viaggiano per l’Europa: già rubavano galline quando ero bambino, però non capitava mai che una donna che tornava a casa dopo aver fatto la spesa venisse uccisa in quel modo.
Qualcosa è cambiato, già, tutto cambia.
Ad uno di questi “cambiamenti” abbiamo dato una mano anche noi, anche se ne siamo immemori: quando l’UCK scese in Kosovo, nel 1999, si fece consegnare le piantine delle città e diede 24 ore di tempo ai Rom di quelle terre per andarsene. Chi fuggiva perdeva casa e beni, chi restava bruciava insieme alla casa: se avete dubbi, leggete la “Storia di Reska” – la troverete facilmente sul Web – per rendervi conto di cosa successe a Pristina, a Graçanica, a Kosovo Polje, a Mitrovica.
A Kosovska Mitrovica, in un solo pomeriggio, furono date alle fiamme 1.500 case di Rom che vivevano lì, stanziali, da secoli. Decine di migliaia di Rom, che vivevano e lavoravano in quelle terre, fuggirono in Serbia ed in Bulgaria: poi, come uccelli migratori, si sparsero ovunque.
Sarebbe ingiusto, però, non ammettere che i Rom sono molto diversi dalle popolazioni europee, differenti anche dalle altre etnie jugoslave. Le donne lavorano e mendicano – non battono il marciapiede, è assai raro – ed i bambini sono considerati forza lavoro a costo zero. Questa è la loro società, il loro modo di vivere, da secoli: a Bruxelles non lo sapevano?
I Rom che viaggiavano nell’Europa di 50 anni fa, trovavano un mondo contadino che quasi li specchiava: molti facevano i calderai, e non era raro che nelle campagne la gente acquistasse i paioli di rame dagli “zingari”. I quali, poi, se c’era qualche pollaio “invitante” lo visitavano, ma non accadevano tragedie.
Poi la comunicazione s’è espansa, e le TV occidentali hanno iniziato a “battere” i Balcani, con l’iconografia di un mondo opulento, facile, a portata di mano.
La linea di faglia dei due mondi ha iniziato a scricchiolare: il concetto del tempo ci ha divisi. Loro, che continuano a viaggiare con i loro ritmi antichi, con le loro abitudini ataviche – che noi non condividiamo, non accettiamo, non comprendiamo – e noi che ci affrettiamo sulla via del tempo, dove non ci seguono più.
Inevitabilmente, inesorabilmente, lungo le linee di faglia si scatenano i terremoti. Anche questo non sapevano a Bruxelles?
E a Roma? Nessuno poteva accertare che una “faglia” s’era creata – ed era stata quasi sicuramente certificata da una commissione medica militare – nella mente di un ex ufficiale? Nessuno ha pensato di privare quell’uomo delle armi? Non è la prima volta che persone che possiedono armi facciano macelli: in famiglia, soprattutto. E la vicenda della “Uno Bianca”? Non ci ha insegnato nulla?
Linee di faglia che si creano, nelle menti e nella storia, mentre noi procediamo immemori del nostro vivere, del nostro creare mondi mostruosi, per noi e per gli altri.
Alla fine – per dare giustizia a una moglie che tornava a casa pensando alla cena e ad un passante che probabilmente cercava una pizzeria – si scatena la “vucirria” di giornalisti e commentatori, mentre gli avvoltoi della politica si lanciano su quei due poveri morti per cercare d’accaparrarsene un’unghia.
Intanto, le linee di faglia, sotterranee, nascoste, continuano a fremere, a stridere, ad aggrovigliarsi. Fino al prossimo terremoto.

30 ottobre 2007

L’Italia dei Rais

La decisione presa da Mastella e da Di Pietro, di non approvare la commissione d’inchiesta sui fatti del G8 di Genova, fa male, anche perché – ricordiamo – un alto funzionario di Polizia, appena raggiunta la pensione, s’era affrettato a comunicare che l’irruzione nelle scuole dove dormivano i no-global era stata “macelleria sudamericana”.
Qualcosa da chiarire, quindi, c’era e rimane, di là delle pure e semplici rilevanze giudiziarie.
Invece, i due rais del Sannio e dei Bruzzi, hanno votato con il centro-destra: non per chissà quali motivazioni politiche, bensì per lanciare una messaggio nell’etere alle forze corazzate di sir Archibald Berlusconi, che scendono da Nord. Pietosa la giustificazione addotta all’Alto Comando dal rais Menelik Mastellà, un tempo alleato degli italiani, il quale ha risposto che – se tale ordine era stato concordato (nel programma) – “lui non lo aveva letto”. Il rais Hailé Depreté pare sia fuggito più ad ovest, verso la savana, e non si hanno sue notizie.
Non siamo ancora a conoscenza delle decisioni che prenderà il generale Graziano Prodi – almeno, ufficialmente, comandante delle truppe in Africa Orientale Italiana – ma sappiamo che i sommergibili stanno già salpando dalla base di Massaua, per ignota destinazione. Forse, una difficile e perigliosa navigazione li condurrà a ritrovare la via della Patria.
La situazione sta rapidamente degenerando: l’errore – che oggi qualcuno inizia ad ammettere a denti stretti – è stato fidarsi delle infide truppe coloniali: già i Romani diffidavano dei Sanniti, e gli ascari di Mastellà hanno confermato la tradizione. Incomprensibile, poi, l’appoggio dato al rais Depreté dalla “pasionaria” Franca Rame, ma si sa – come affermò un poeta “futurista” – “che la passione spesso conduce a soddisfare le proprie voglie, senza indagare se…
Il vostro corrispondente dell’EIAR vi saluta: raffiche di fucile mitragliatore s’odono per l’aria, e rumori di colonne militari in fuga sono oramai ovunque. Qui Radio Mogadiscio: arrivederci, Italia, arrivederci a tempi migliori!

28 ottobre 2007

Lupi, peli e antichi vizi

Avevamo appena assorbito i “colpi” conseguenti alle pessime riforme delle riforme del centro destra, il tentativo di chiuderci la bocca con il Decreto Levi, che salgono sul palco i poteri forti in prima persona – è raro che accada – per raccontarci come vorrebbero rivoltare l’Italia.
E passi che ognuno ha il diritto di dire ciò che vuole, ma a tutto c’è un limite: quello della decenza.
Luca di Montezemolo si spaccia per gran moralizzatore della vita pubblica, ma dimentica che ha fatto affari fino a ieri sia con il centro destra e sia con il centro sinistra. Manco capace a non sputare nel piatto dove lui – oggi – e gli Agnelli – ieri – hanno gozzovigliato a piacere.
Eh, sì, perché fa comodo lamentarsi del pessimo welfare italiano, ma dimenticano che la regola è sempre stata: i periodi di vacche grasse per noi, mentre le vacche magre se le deve “sbucciare” lo Stato.
E poi, francamente: mai nessuna autocritica! Quando la FIAT produceva automobili che arrugginivano da sole, era perché conveniva acquistare l’acciaio greco – che costava un’inezia – perché raffreddavano le colate con l’acqua di mare. Acciaio al sale.
Chissà perché, invece, le auto tedesche sono da sempre costruite con materiali superiori, costano di più ma reggono al mercato perché – alla lunga – i costi di manutenzione sono inferiori.
Le cose da raccontare, sul parossistico capitalismo italiano, sarebbero tante: da quando la Terni produceva acciaio di qualità inferiore alla Krupp e lo rivendeva a prezzi più alti alla Regia Marina. Oppure da quando – negli anni fra le due guerre mondiali – la Caproni di Reggio nell’Emilia presentò un velivolo bimotore, monoplano metallico con cabina pressurizzata, che precedeva di quasi un decennio i DC-1 e DC-2 americani. Perché non fu prodotto? Poiché non si trovarono i finanziatori: la FIAT, quando le conviene, sa muovere le sue pedine. Vestivamo alla marinara, e ci piacevano i biplani.
Invece di venirci a strapazzare i cosiddetti, Montezemolo provi a fare l’imprenditore come Dio comanda: perché le ammiraglie Lancia costano parecchio di più dei modelli tedeschi?
Perché il progetto della nuova Fulvia HF è fermo da anni? Gli altri hanno riprodotto – in chiave moderna – Maggiolini e Mini Minor, ed oggi le vendono.
Per essere considerato un interlocutore politico valido, provi prima a dimostrare di saper reggere al mercato senza correre ciclicamente sotto le gonne di mamma-Stato. Provi a proporre contratti innovativi come alla BMW – 28 ore settimanali su 4 giorni – e vedrà che la produttività cresce.
Invece, il Lucherino pensa a contratti ancora più “flessibili”, perché il capitalismo italiano sa solo fare la rincorsa sui costi di produzione, non sull’innovazione.
Dopo Mortadelle e Cavalieri, ci tocca anche sorbirci Draghi (Mario, “in completa sintonia” con Montezemolo) e Carrozzieri. Quante occasioni si perdono per star zitti, caro Montezemolo e, se la cravatta non sai tagliartela da solo, noi non siamo certo i tuoi camerieri. Arrangiati, sei grande e vaccinato.

24 ottobre 2007

Il tempo del Gattopardo è scaduto

Ieri sera avevo meditato d’accendere il televisore e di guardare Ballarò: confesso d’aver resistito soltanto una mezzora, ma è bastato per farmi correre un brivido lungo la schiena, Parossismo allo stato puro.
Non dilunghiamoci ma, un Diliberto che consegna “metaforicamente” alla telecamera un disegno di legge per ridurre i costi della politica, mi fa letteralmente cagare. Dov’eri negli ultimi 15 anni?
Gli risponde un Maroni che cita la “debacle” economica del governo Prodi: rapporto deficit/PIL al 4,3%...debito al tot%...e continua: dati dell’Unione Europea del 2006. Dimentica che i dati erano quelli della sua ultima Finanziaria, stesa nell’ultimo anno del centro destra. Sorvoliamo sui minuetti fra sindacalisti ed imprenditori: in Italia si guadagna poco. “Mo’ me lo segno”, avrebbe risposto Troisi.
Sale quindi sul desktop l’icona di una ragazzina rossa come un semaforo: mi chiedo se vicino ci sia anche Roger Rabbit. Poi comprendo che quella Michela Vittoria Brambilla – nome ben scelto, complimenti, suona bene…Publio Virgilio Marone…Quinto Fabio Massimo… – dovrebbe essere il Veltro del centro destra. Che fu da Feltre a Montefeltro?
No, la ragazza non è il Veltro – mi correggo – perché è “nuova”. Ma chi c’è dietro?
Se non è un Veltro allora è un “gratta e vinci”, un’icona da grattare con la monetina.
Sì, perché penso a cosa succederà domani, quando un povero “marun” (piemontese: sfigato) Prodi porterà i libri in tribunale e tornerà a Bologna. Gratteranno la Michela ed apparirà il viso di Tremonti – dopobarba al mentolo – che ci ammansirà sui decimali del nuovo deficit, della nuova manovra, che non ha ragione l’UE ma non ha nemmeno torto lui. Che tutti sanno tutto e noi niente. Perché, figli miei – risponderebbe il Marchese del Grillo – io so’ io e voi non siete un cazzo.
Basta, premo sul pulsante del frullatore e li sbatto oltre l’orbita del teletrasporto: zoooooooooom! Telecomando. Spento. Come sarà l’alba del giorno dopo?
L’alba del giorno dopo, nella quale sto scrivendo, è grigia e simile a tante altre ma ha un che di diafano, e una vena d’angoscia ha tinto anche i platani della piazza. Questi – rifletto – stanno per lasciarci un’eredità di quelle che stramazzano un toro, e noi non siamo pronti. Le cose stanno accelerando improvvisamente, con Diliberto che non consegna – metaforicamente – un disegno di legge al cameraman, ma le dimissioni di un’intera classe politica allo sbando. Che cerca conforto nel viso dolce e un po’ smarrito di una ragazzina appena uscita dal casco del parrucchiere.
Chi mi riparlerà di domani luminosi, dove i muti canteranno e taceranno i noiosi” cantava Fabrizio 40 anni fa: chi potrà risarcirci di tanto sfascio?
Riflettiamo che non c’è voluto molto: è bastato l’8 settembre, il V-day, per innescare tutto, una spirale di parossismo che ha condotto un Ministro della Giustizia (noi non toccheremo mai un giudice che indaga!) a licenziare un magistrato.
Il dramma è che tutto questo sta per cascarci addosso e non siamo pronti. Dobbiamo correre ai ripari, e in fretta.
Non penso che chi ha partecipato al V-day chiedesse cose tanto diverse rispetto al milione di persone che sabato scorso sono scese in piazza per urlare a Prodi “ma che vai facendo?”, non credo che Veltri, Beha & Co, la pensino poi così diversamente. Perché qui, amici miei, non ci si sente solo più dei poveracci quando si varca il confine francese: oramai, ci si sente disgraziati quando si va in Slovenia.
Abbiamo bisogno di persone che la smettono di presentare proposte di legge ai cameraman, e ringraziamo le ragazzine acqua e sapone: necessitano persone che sappiano cosa fare per un prezzo del petrolio che s’impenna di 10 dollari ogni 4-5 mesi, che decidano cosa fare dei nostri poveri fantaccini in Libano, quando Bush vaneggia oramai come Hitler nel bunker.
Le cose da fare non sono poi tantissime, e sappiamo anche quali sono: non capiamo perché si debba fare una riforma per decidere che farai il precario “soltanto” per 51 mesi (e dopo?), oppure perché si “migliorano” le pensioni per andarci da 60 anni a 62.
Abbiamo bisogno di ristrutturare la nostra forma di Stato – nessuno ha Stato, Regioni, Province, Comuni, Circoscrizioni e Comunità Montane, non c’è nazione che possa farcela a reggere un simile fardello! – le alternative sono poche: lo stato napoleonico (Stato – Province) oppure “simil-federale” con Stato e Regioni.
E poi, via i comuni con meno di 5.000 abitanti: non ce la possono fare, con pochi mezzi, a svolgere i loro compiti. Sono degli inutili Fort Apache!
Smettiamola di raccontare che c’è una “crescita economica”, perché ogni aumento dell’economia lo consegniamo ai banchieri con il signoraggio. Paradossalmente, ci converrebbe non crescere per niente, almeno non aumenteremmo il debito!
E poi un colpo di spugna sull’infinità sequela di cazzate e ciarpami: come si fa ad introdurre nuovamente l’esame di riparazione ad anno scolastico già in corso! Perché De Magistris non ci può raccontare quel che è successo? Perché Rete4 non va sul satellite? Perché i manager ingrassano sfasciando le aziende pubbliche e le vecchiette devono campare con 512 euro il mese?
Le cose le sappiamo, inutile continuare.
Oggi abbiamo a disposizione il Web: usiamolo.
Lancio da queste pagine una proposta operativa: a Grillo, a Beha, a Veltri, oserei dire alle “buonevoglie”, ovunque siano, basta che non siano i soliti marpioni riciclati.
Iniziamo a stendere un programma organico ed a costituirci in qualcosa di più tangibile dei blog: se dobbiamo chiamarlo “partito” non fa niente, non facciamoci spaventare, basta chiarire anzitempo – con un programma chiaro – cosa vogliamo fare e, per questo, un mese di dibattito organizzato sul Web è sufficiente. Con tanto di voti alle varie proposte.
Dopo, facce nuove che raccontano cose nuove, che non abbiano paura di prestare la propria faccia non per una nuova stagione politica – il tempo del Gattopardo è scaduto – ma per una nuova Italia. Basta con l’inno di Mameli: meglio quello di De Gregori.
Un nuovo partito non raccoglierebbe abbastanza consensi per farcela da solo a governare? Non fa niente. Entrerebbe comunque in Parlamento e restringerebbe le aree di manovra dei centro/destra/sinistra, che si vedrebbero costretti ad evidenziare sul proscenio quelle alleanze “innaturali” che già sappiamo esserci.
Farebbero di tutto per rimanere attaccati alla poltrona – questo è certo – ma agendo in quel modo non sortirebbero altro effetto che salire ancor più sulla berlina e mostrare a tutti – ma proprio a tutti – il sedere nudo. Accelerando esponenzialmente la loro caduta.
Facciamo in fretta, però, perché le mie “antenne” mi dicono che il tempo è agli sgoccioli. Non vorrei che si realizzasse la profezia di Gianni Agnelli, ossia che saremmo stati salvati la prima volta da un Cardinale, e la seconda da un Generale. E io, di generali con o senza stellette, non ne voglio sentir parlare, anche perché i Cardinali – sotto mentite spoglie – sono già sfilati.
Se ritenete che questa sia soltanto una sequela di cazzate, un brutto risveglio, un torpore della mente che si è tramutato in uno sfogo, non temete e rassicuratemi. Tranquillo, Bertani: hai solo fatto un brutto sogno.
Altrimenti, serriamo le scotte, chiudiamo i boccaporti e cerchiamo un buon locale in porto dove poter discutere su come reggere alla tempesta. Estote parati.

20 ottobre 2007

Piccoli balilla crescono

Zitti zitti, una ventina di balilla un po’ cresciuti – il Gran Consiglio dell’Ulivo – si sono riuniti a Palazzo Venez…pardon, Chigi (sempre di notte, la tradizione insegna…) per decidere di farla finita con ‘sti rompicoglioni del Web. Speriamo che la prossima volta si riuniscano il 25 Luglio e che ci sia anche, fra i presenti, il genero del Capo. Se sanno di Storia come di Internet, può darsi che la fortuna ci arrida.
Cos’hanno deciso il 12 Ottobre del 2007? Invece di farlo nel giorno della scoperta dell’America, potevano deciderlo il 28 Ottobre, così celebravano la Marcia su Roma.
Hanno meditato d’imbavagliare chiunque apra o gestisca un sito od un blog, imponendogli la stessa normativa che si applica ai giornali! In altre parole, per scrivere queste cose, io dovrei essere un giornalista iscritto all’Albo (che loro stessi controllano, leggete il mio “Alì Babà e i Quaranta Ladroni”, se non ci credete) oppure avere un responsabile del sito (ovviamente, con “pedigree”). In barba all’art 21 della Costituzione!
Naturalmente, il giornalismo di regime continuerà a godere del suo miliardo di euro l’anno di finanziamenti – quest’anno, mascherato in Finanziaria con una diminuzione dei finanziamenti “ufficiali” ed un parallelo aumento degli sgravi postali – che alla fine resteranno quindi equivalenti. Sono la stampella del potere. E per il Web? Per il Web i doveri: cosa vogliono di più?
La procedura, poi, impone ovviamente dei costi ed una trafila che si può trovare sul sito del Registro degli Operatori di Comunicazione (ROC), splendido strumento di “democrazia” che ha sede a Napoli. Semplicissime forche caudine, a meno di non avere anche un ufficio legale annesso.
S’arrampicano sui vetri, per giustificare l’intervento, affermando dubbie argomentazioni sulla diffamazione a mezzo stampa: come se non ci fossero già stati procedimenti giudiziari per articoli Web!
Ho spiegato tutto l’andazzo con un articolo, titolo – Il decreto bulgaro di Prodi – che potrete trovare sul Web facilmente.
Dopo il Vday di Grillo, hanno una paura dannata e la paura fa brutti scherzi. Al punto di non capire che, di fronte ad una simile legge, chi è un po’ più sveglio (e faranno in fretta a diventarlo in molti) s’assicurerà un dominio estero. Carlobertani.ru? Carlobertani.tk? C’è solo da scegliere. Dopo, dovranno chiedere una rogatoria: non facciamo ridere…
E i provider italiani? Come saranno felici di veder migrare milioni di contratti verso altri lidi!
Tanta stupidità non si riesce a credere: questi, di Internet, non hanno ancora capito niente. Lavorano per distruggere il Web italiano!
Se provassero, invece di partorire simili “pensate” – sul filo della paura – a rendere almeno governabile il 30% del Paese, che vive sotto il tallone della Mafia, della Camorra e della N’drangheta, qualcuno gliene renderebbe merito.
Sarebbe meglio cominciare dal nostro “piccolo” Sud, perché il Web – ossia il Pianeta – è un po’ più vasto.
Se, invece, si dedicano a queste attività liberticide, non rimane che rispondere con il “vaffa” di Grillo. Magari da un provider russo, venezuelano, indiano, messicano, groenlandese…

10 ottobre 2007

Benvenuti in Bulgaria

“Quando la luna perde la lana e il passero la strada,
quando ogni angelo è alla catena e ogni cane abbaia…”
Fabrizio de André – Canto del servo pastore

Ho acceso il televisore oggi, 10 ottobre 2007, per ascoltare cosa raccontavano del referendum sul welfare. Ho provato pena, schifo e rabbia.
Dopo che anche i gatti del vicolo dietro casa avevano capito che si trattava di una colossale puparata, gli apparatcik di regime sono scesi nell’agorà mediatica per imbonirci, per raccontarci che era stato un grande “appuntamento di democrazia”. Se questo è il senso che danno ai loro appuntamenti, piango per le loro fidanzate.
Conosco personalmente decine di persone che non sono riuscite a votare perché nessuno aveva detto loro dove andare, dov’erano i seggi. E passi.
Ciò che proprio non passa, è l’elogio sperticato della Casta per la riuscita del colossale inganno che ci hanno propinato: oltre al danno, la beffa.
Il danno peggiore che hanno inferto – tutti, dal piccolo “bonzo” sindacale al Presidente della Repubblica – non è stato l’inganno su cifre che nessuno potrà mai verificare, alle quali nessuno avrà accesso, che nessuna autorità potrà mai convalidare, se non gli stessi che avevano organizzato la farsa.
Il danno peggiore l’hanno inferto alla vita democratica del Paese: chi crederà ancora, dopo questa buffonata, che si possano consultare i lavoratori per le questioni che li riguardano? La prossima consultazione, la faremo gestire da Bonolis con il tele-voto: almeno, lì c’è qualche bella figliola per rallegrare l’animo.
“Tutto è già scritto”, rispondeva un giovane Omar Sharif ad un altrettanto giovane Peter O’ Tool, in Lawrence d’Arabia, ma quello era un film. Oggi, hanno riportato indietro le lancette della storia.
Se questo referendum era considerato così importante – e vorrei vedere che non lo fosse, un appuntamento nel quale si dovevano decidere i futuri assetti del lavoro e dello stato sociale del Paese – perché spregiarlo con una truffa evidente?
Nonostante l’impegno di tutto l’apparato, la gente ha fiutato l’inganno, e questo è il peggior danno: quando ho udito – dalla giornalista del TG3 – che il “sì” aveva vinto con l’87% dei consensi, mi sono tornate alla mente le elezioni irachene, dove il 99% votava per Saddam.
Per anni abbiamo irriso la Bulgaria del socialismo reale – terra dove le elezioni venivano abilmente orchestrate dall’oligarchia al potere – al punto che, ancora oggi, delle elezioni platealmente falsificate vengono definite “bulgare”.
La nostra oligarchia, che chiamiamo “Casta”, è riuscita a far di meglio. E tante scuse ai bulgari d’oggi, che hanno imparato la lezione e queste cose – almeno così sfacciatamente – non le fanno più.

09 ottobre 2007

Cercasi seggio, disperatamente

Per dovere d’informazione – della vera informazione, che oramai si trova soltanto sul Web – vorrei chiedere dove sono i tanto millantati seggi per votare sul referendum per il welfare.
No, perché nella mia scuola (circa 60 dipendenti) e nell’azienda di mia moglie (altri 50 circa), nessuno ne sa nulla: telefono ad amici e conoscenti e mi raccontano le stesse storie.
Si narra di seggi “itineranti”, di “grande consultazione”, ma il delegato sindacale della mia scuola (CGIL) non sa nemmeno dove sia il seggio più vicino.

Marco Rizzo ha dichiarato d’essere in possesso di prove che certificano brogli: controlli non eseguiti sui votanti, “bonzi” sindacali che viaggiano di seggio in seggio (beati loro che sanno dove sono) depositandola in ogni luogo. La scheda, ovviamente.
Ovviamente, Rizzo è responsabile delle sue affermazioni, ma “dal basso” lo spettacolo che si vede sembra dargli ragione. E poi: quali sono le garanzie di questa consultazione? Chi certifica il numero dei votanti e lo spoglio? Gli stessi che hanno siglato l’accordo senza chiedere nulla – prima – ai lavoratori? La validità di una consultazione, deve essere confermata dalle Corti d’Appello: tutto il resto – le famose “primarie” del centro sinistra e questa scempiaggine dei sindacati confederali – è soltanto aria fritta.

Questa vicenda non è solo più un tormentone – uno dei tanti di questa fatiscente repubblica – bensì sta diventando la cloaca della democrazia italiana.
A cominciare da quella notte di Luglio – fabbriche oramai chiuse, scuole in vacanza, tutti al mare – quando si riunirono alle tre di notte per decidere il nostro futuro: non per nulla, quando ne scrissi, intitolai il pezzo “Di notte, come i ladri”.
Tutta la vicenda inizia con un vero e proprio attentato alla vita democratica del Paese, con una riunione ristretta, nella quale non era presente nessuno dei leader della sinistra italiana. Giordano e Diliberto sono doppiamente colpevoli, perché non basta – se sei parte di una coalizione – affermare che “non eri stato invitato”. La rivoluzione non è un ballo in maschera, ma ci puoi andare anche senza invito.
Su quella loro colpevole assenza, si sorvola, al punto che il chierico Damiano rilancia: «Non si può non votare oggi un accordo che, a suo tempo, si è accettato». Peccato che “a suo tempo” – vale a dire nella notte delle beffe – nessuno dei ministri della sinistra era presente.

Poi avanzano i tre Re Magi, e Bonanni va ancora oltre: «La politica deve fare un passo indietro rispetto a ciò che è già stato deciso dalle “parti sociali”». Quando l’ho udito, mi sono dato i pizzicotti.
Chi dovrebbe fare un passo indietro? Pur ammettendo che i nostri “dipendenti” non sono certo delle aquile, Bonanni non è nemmeno uno st…stornello. Chi mai l’ha eletto? Un comitato centrale di bonzi come lui, che per anni non hanno fatto altro che marinare il lavoro, godendo a piene mani dei permessi sindacali concessi a pioggia?
Perché i sindacati di categoria e tutti gli altri sindacati – chiamiamoli “minori” – non hanno voce in capitolo? Vorremmo conoscere la vera consistenza numerica della UIL, perché – qui, “dal basso” – un sindacalista della UIL non lo vediamo da decenni. Eppure, siedono su scranni regali che nessuna legge della Repubblica concede loro.
Le cosiddette “parti sociali” – signori miei – dalle mie parti si chiamano “corporazioni” ed erano lo strumento principe sul quale, in assenza di democrazia, si reggeva il Fascismo.
Con quale faccia il signor Bonanni si permette di siglare accordi, e poi pretende che i rappresentanti democraticamente (si fa per dire…) eletti si facciano da parte?

Ora, chi scrive non è così ingenuo da credere alla favola di Biancaneve – ossia che il giochetto non piaccia tanto anche ai nostri “dipendenti” in Parlamento – però la democrazia ha altre regole.
Le leggi, in uno stato democratico, le fanno i Parlamenti. Se le decidono i tre Re Magi, il Lucherino della FIAT ed i banchieri gentilmente rappresentati dal dott. Padoa Schioppa (manco lui eletto), significa che la democrazia in questo paese ha già chiuso i battenti. Di conseguenza, siamo autorizzati a rispondere con il canonico: “me ne frego!” (“Vaffa” nella versione Grillo).

Forse ci siamo persi qualcosa, ed allora è meglio rivedere come si è giunti a tanto.
L’inganno è sottile perché, nonostante le evidenze – ossia che siano stati al potere per cinque anni gli iscritti ad una loggia segreta, che oggi a tirare le redini siano gli uomini delle grandi banche d’affari, che le due parti siano in combutta (al punto che il “giacobino” Violante dichiarò in Parlamento che “c’era un accordo per non fare una legge sul conflitto d’interessi”) e che le leggi, oramai, le fa soltanto chi viene invitato a Palazzo Venez…pardon, Chigi – crediamo ancora di vivere in una democrazia.
Lo so che, a mente fredda, riconosciamo che così non è ma, il semplice fatto di non dover bere l’olio di ricino (o finire nel gulag), ci fa credere di vivere in democrazia. Come hanno fatto a turlupinarci in questo modo?
Ci può venire in aiuto una testimonianza poco conosciuta ma importante, quella di una persona che ha iniziato a parlare di “democratura”.
Il neologismo è stato coniato dallo scrittore croato Predrag Matvejevic, per descrivere l’abortita transizione delle repubbliche ex jugoslave verso la democrazia, ma ben si adatta per descrivere molti aspetti della nostra vita politica e culturale:

“Non si tratta più di una semplice crisi culturale, ma di ben altro: di una crisi di credito nella cultura. Il ritorno al passato è soltanto una chimera, il ritorno del passato è una vera sciagura. Riprendere le forme più primitive del capitalismo – che lo stesso capitalismo contemporaneo ha abbandonato – non può sostenere nessun tipo di ricostruzione né incoraggiare rinnovamenti di sorta. L’idolatria dell’economia di mercato dà scarsi risultati laddove manca lo stesso mercato, vuol dire la mercanzia! I risultati della democrazia borghese, che quelle «democrature» cercano di fare propri, non possiedono, nemmeno essi, valori universali. Le conoscenze in materia di riformatori occasionali sono spesso limitate.”

Chissà perché, quando leggo “riformatori occasionali”, mi vengono in mente i Di Pietro che vorrebbero rifondare l’Italia e i Calderoli che desidererebbero scrivere Costituzioni.
Matvejevic scrisse queste parole pensando, ovviamente, al disastro della sua gente, ma stiamo tutti procedendo – senza coscienza di compiere la transizione – verso scenari simil-balcanici: basta sostituire ai vetero-nazionalismi di quelle aree la nostra vetusta e noiosa cultura di regime, quel compendio di deindustrializzazione, di vertiginoso calo demografico e di riduzione dei redditi e dello stato sociale al quale stiamo assistendo.
Con la legge 30 – non la chiamo Biagi, perché non era questo l’impianto pensato da Biagi: ciascuno prese ciò che gli conveniva, compiendo semplicemente qualche “copia e incolla” qui e là, dove comodava – stiamo tornando a forme involute di capitalismo. E, guarda a caso, anche qui la “mercanzia” non abbonda: non è forse vero che la gente non ce la fa più ad arrivare alla fine del mese?
La “crisi di credito” in una cultura è quella che i giovani che lavorano a progetto per 500-1000 euro il mese ben conoscono: in quale “cultura” devono ancora credere? In quella che – a fronte dell’opulenza di una ristretta elite – nega loro i fondamenti della vita: la possibilità d’avere una casa, di sposarsi, d’avere dei figli e guardare con speranza al futuro?
Quale speranza puoi avere se ti vengono negati i diritti più elementari? Non ci sono risorse? Falso.

Il grande problema del lavoro è che si continuano ad ignorare gli incrementi di produttività del sistema: ogni anno, l’occupazione delle grandi imprese diminuisce dell’1% circa. Si dovrebbero produrre meno beni: falso! Se ne producono di più!
L’incremento di produttività non viene considerato, ed esso segue lo stesso trend dell’occupazione, ma in positivo: in altre parole, più scendono gli occupati, più aumenta la produzione, perché oggi a produrre beni sono principalmente le macchine, non le mani dell’uomo.
Mentre un tempo, con le vere lotte sindacali, i lavoratori contrattavano quell’aumento di produttività, oggi – nel capitalismo che torna indietro, verso il liberismo sfrenato – i possessori di capitali ritengono che quei denari siano loro e basta.

Per sostenere questa tesi, servono abbondanti chierici e cantori: ecco la Casta dei tre Re Magi, del chierico Veltroni, del cardinal Prodi, del caporal Giordano. Dall’altra, nani e ballerine: il “venditore di minestre” Berlusconi, penosi tirapiedi come Bondi, mefistofelici azzeccagarbugli come Buttiglione, fegatosi spazzini di sacrestie come Casini, che trombano sull’indissolubilità della famiglia e poi frantumano la propria.
La dinamica, quindi, non può essere che quella degli accordi truccati, e non basta conoscere la truffa che compiono sulla moneta – il signoraggio è solo una parte del problema – perché il grande problema da risolvere è tornare dalla democratura alla democrazia.

Nella vera democrazia, le leggi si discutono nell’agorà – non alle tre di notte – e non si intima a nessuno di “fare un passo indietro”. Fallo tu, Bonanni: nessuno ti rimpiangerà.

06 ottobre 2007

Dove inizia il precipizio

La morte del giovane militare italiano Lorenzo D’Auria è stata, purtroppo, una morte annunciata: colpito al capo da uno o più proiettili, non c’è altro da dire. Fuoco amico o nemico? Non ha nessuna importanza: in un rapido conflitto a fuoco, nessuno può accertare la provenienza delle pallottole. E poi, che cosa conta?
Ciò che è importante ricordare è che un’altra giovane vita se n’è andata, per qualcosa che nessuno comprende più: dopo le tante vite stroncate in Iraq ed in Afghanistan, soltanto il “palazzo” crede ancora che ci sia un senso in quelle spedizioni militari.
Apparentemente slegata da questi fatti, la notizia che il presidente americano Bush ha deciso di porre il veto su una legge bipartisan che concedeva l’assistenza sanitaria gratuita ai bambini più poveri. Il provvedimento “allargava” i benefici a circa 6 milioni di piccoli americani, che è bene ricordare – per noi europei è difficile da capire – non hanno altra assistenza che quella delle urgenze.
Viene quasi da piangere, nel pensare che un presidente americano sia giunto a negare l’assistenza sanitaria ai bambini: quei 6 milioni non sono caselle di un database, sono 12 milioni d’occhi che cercheranno con disperazione aiuto per un’appendice assassina. E nessuno risponderà.
Come si è giunti a tanto?
La prima voce di spesa del bilancio federale è l’Iraq, la seconda la sanità: dove cresce l’uno, deve diminuire l’altro.
Seguire gli stanziamenti americani per la guerra non è facile, perché da anni il Pentagono cela abilmente nelle pieghe dei bilanci le reali spese: un’enormità.
Di certo, Bush stanziò – all’indomani della resa irachena – due tranche da 80 miliardi di dollari l’una, che coprirono approssimativamente il 2003 ed il 2004: circa 100 miliardi di dollari l’anno.
Raffrontando gli stanziamenti con quelli della missione italiana in Iraq – Antica Babilonia – salta agli occhi la differenza: se il PIL USA è circa 10 volte quello italiano, è come se noi avessimo speso 7-8 miliardi di euro l’anno, mentre la missione italiana costò circa 1-1,5 miliardi di euro l’anno.
Oggi, la missione in Libano costa all’incirca la stessa cifra, forse qualcosa di più, ma siamo lontani dalla voragine americana.
Ciò nonostante, il governo italiano è disposto a scontrarsi con la piazza e con i lavoratori per un risparmio di 1 solo miliardo di euro, quello che fa la differenza fra una riforma del welfare accettabile ed una schifezza come quella che hanno prospettato.
Negli USA, il salario minimo è oramai il più comune: sono circa 6,5 dollari l’ora, circa 5 euro. E l’assistenza sanitaria te la devi pagare con l’assicurazione: in alternativa, spera nella carità del MedicAid.
Sulla guerra, invece, non si lesina: di qua e di là dell’Atlantico, si mandano i figli a morire e s’accusa di disfattismo chi chiede di riportarli a casa, di non gettare inutilmente le loro vite per niente. Sì, signori miei, per niente, perché prima o dopo gli USA dovranno andarsene dall’Iraq e così anche dall’Afghanistan, perché la battaglia – su entrambi i fronti – è stata persa perché la popolazione è stata vessata e schiavizzata come fecero i peggiori colonizzatori.
Prodi e Berlusconi viaggiano a braccetto, e ritengono che si possa rimanere fino a 62 anni in catena di montaggio od a guidare una corriera, Bush fa la cresta alla spesa americana e, per garantire gli interessi petroliferi di famiglia, non si preoccupa di chiudere gli occhi di tanti bambini innocenti.
Il perfido cinismo è oramai signore e padrone di questi despoti: la morte di D’Auria – figlio del Sud, probabilmente in cerca di un lavoro come tanti – e quella dei bambini americani, che si vedranno rifiutare un calmante per una colica, urlano disperazione e giustizia.
E’ ora che su queste vicende la sinistra italiana si faccia sentire – con il voto in Parlamento, non con i proclami al vento – altrimenti stiano zitti e vadano a sventolare le loro bandiere rosse nel cesso.

02 ottobre 2007

Dove trovare un Vladimir?

“Se la volpe vuole imitare le tigre, finirà soltanto per rompersi la schiena”
Proverbio tibetano

Avevo già scritto in un precedente articolo – Segnali di fumo da Parigi – che Vladimir Putin non avrebbe di certo accettato un “pensionamento” in dacia: sul proscenio o dietro le quinte, il nuovo zar di tutte le Russie non fa un passo indietro.
Per chi non fosse a conoscenza dell’ultimo kata del judoka, informiamo che, in prima battuta, ha liquidato il primo ministro Mikhail Fradkov per sostituirlo con lo sconosciuto Viktor Zubkov.
Costui, ha dichiarato (quale novità!) che si presenterà alle elezioni presidenziali del 2008, appoggiato (a questo punto è certo) da Russia Unita, il partito di Putin che gode di un gradimento “bulgaro”, vicino al 70%.
Avevo affermato che Putin, in questo modo, avrebbe mantenuto sostanzialmente il potere, ma il buon Vladimir ha fatto di meglio: diventerà lui stesso Primo Ministro!

Qui, bisogna ricordare che la Costituzione Russa prevede una repubblica federale con accentramento dei poteri nelle mani del Presidente, come stabiliscono molti impianti costituzionali di stampo federale.
Vladimir Putin sarebbe – in pura teoria – sottoposto al potere del Presidente, ma è lui stesso che lo ha chiamato alla carica di Primo Ministro e “lanciato” nella corsa per le presidenziali!
Se non bastasse ancora, Putin ha accentrato nelle sue mani il controllo di Gazprom, che è il secondo gruppo industriale del pianeta ed il primo in campo energetico.
Con queste carte in mano, Putin, Ivanov ed il “gruppo di San Pietroburgo” hanno un poker d’assi che consente loro di guardare con serenità al futuro per molti anni.

Fin qui nulla d’eclatante ma, nel frattempo, si sono svolte le elezioni in Ucraina: ancora una volta, gli ucraini hanno votato seguendo più l’appartenenza etnica che (eventuali) scelte politiche. L’Ovest ai filo-occidentali Yushchenko e Tymoshenko, l’Est al filo-russo Yanukovich.
Come ieri, però, non corre buon sangue fra Yushchenko e la Tymoshenko che – oltretutto – non sono visti tanto di buon occhio dall’UE, soprattutto dopo la nota vicenda del gas quando – nei primi giorni del 2006 – giunsero alla soglia di un confronto armato con la Russia, perché “spillavano” il metano che doveva giungere in Occidente per rivenderlo.
In realtà, l’Ucraina ha sufficienti risorse energetiche – metano e carbone – soltanto che il buon Yushchenko pensava di “seguire” la via di Putin (ossia rivendere il “malloppo”), ma Yushchenko è una volpe, non una tigre.
In quei giorni fra il Natale del 2005 e l’Epifania del 2006 – mentre in Occidente si gozzovigliava – le divisioni corazzate russe tornarono a correre nella neve verso Occidente. Fu chiaro per tutti che la composizione poteva essere soltanto politica.

Sono passati due anni e, come un rito, si ripetono le elezioni in Ucraina: ha vinto il blocco “orientale”? Quello “occidentale”? Poco importa.
Meglio centrare l’attenzione sugli “sponsor” che sui contendenti: da un lato (l’Est) la Russia, esportatrice del metano che serve all’Europa, e l’UE che ha un disperato bisogno del metano russo per mantenere (almeno) la parvenza di rispettare il Protocollo di Kyoto.
Dall’altra gli USA, che vedono ogni giorno che passa la propria divisa perdere valore: in realtà, il prezzo del petrolio non sale di un accidente. Scende il dollaro, la moneta di riferimento: la tanto agognata valutazione del greggio in euro – aborrita da Washington – sta avvenendo nei fatti.
L’economia reale del petrolio – vale a dire dell’unico bene che ancora può avere una parvenza di riferimento per le monete – ha sancito che il petrolio pagato in dollari non può che crescere di prezzo, mentre in euro mantiene un valore pressoché costante. Ad ogni aumento del greggio, corrisponde un parallelo apprezzamento dell’euro: potremo filosofare sui decimali, ma la sostanza è questa.
Con la sciagurata avventura dei mutui subprime – necessaria per mantenere a galla il mercato immobiliare americano, ma destinata a crollare perché sono proprio i fondamentali dell’economia USA ad essere irrimediabilmente corrotti, per il tragico errore di valutazione di Bush sull’economia di guerra – gli USA sono destinati a perdere dolorosamente terreno. E questo lo affermo ricordando che, quando il cambio era 0,90 circa a favore del dollaro – nel 2002 – scrissi in un mio libro (Europa Svegliati!) che il cambio si sarebbe attestato intorno agli 1,25 dollari, e così è rimasto per parecchi anni. Non era così scontato, a quel tempo, scriverlo in un libro.
Come se non bastasse la guerra, gli USA hanno continuato ad indebitare lo stato e le famiglie oltre ogni misura ed oggi stanno giungendo al redde rationem.

Cosa possiamo quindi attenderci dalle elezioni ucraine?
Nulla, assolutamente nulla che non sia una sorta di “navigazione a vista”. Dovranno trovare un accordo di convivenza: giocarsela sulle questioni interne, ma il metano non si tocca.
Lo sponsor di Yushchenko non è l’Occidente – questo bisogna averlo ben chiaro – bensì gli USA, solo gli USA, perché l’UE non ha nessun interesse a fomentare disordini a Kiev. La contromisura russa? Già precisata: la costruzione di un gasdotto che porterebbe il metano in Cina.
Romano Prodi, appena diventato Primo Ministro italiano, è corso a Mosca per rassicurare Putin (con consistenti “pacchetti” economici europei), come se non bastasse la joint venture fra Russia e Germania, che ha visto addirittura un ex premier – l’ex cancelliere tedesco Schroeder – insediarsi alla presidenza della società che costruirà il nuovo gasdotto, il quale porterà il metano in Germania nel 2010 passando sul fondo del Baltico.
A quell’epoca, tutti i paesi satelliti dell’ex URSS – Ucraina, Bielorussia e anche la Polonia dei due gemelli Cip e Ciop – sotto il profilo geo-strategico, varranno come il due di coppe. Sperare nell’aiuto americano?
Per almeno due o tre anni, gli USA non saranno in grado di risollevarsi dall’abisso nel quale sono crollati: ne avranno probabilmente per parecchi anni, per leccarsi le ferite generate dalla guerra irachena.
Ora, riflettiamo che questo processo è iniziato nel 2000, con Bush – trionfante – assiso nello Studio Ovale ed un oscuro ex colonnello del KGB – addetto militare in Germania per molti anni – che prendeva il posto di un evanescente Eltsin.
Chi avrebbe giocato un centesimo sulla vittoria del russo?

I russi sono grandi giocatori di scacchi: se, poi, conoscono anche la disciplina interiore delle arti marziali, diventano dei concorrenti temibili. Dall’altra, si mangiano noccioline e c’è chi riesce addirittura a farsele andare per traverso.
Nel 2008, quindi, Putin “sorpasserà” Bush, che lascerà al suo successore un’eredità da brivido. La Russia, semplicemente, continuerà a gestire il tesoro energetico per almeno mezzo secolo.
Dobbiamo riconoscere che solo una dose massiccia di stupidità e d’ignoranza ha condotto la Casa Bianca verso il rincaro dei prodotti energetici – ritenuta una necessità per sorreggere il dollaro – senza riflettere che era proprio ciò di cui aveva bisogno la Russia per risollevarsi.
Si tratta, quindi, anche delle capacità dei singoli, inutile negarlo perché, quando Powell consigliava prudenza, Bush non lo ascoltò e lo sostituì con la Rice, una ragazzina che veniva dai quadri della Chevron.

Ragionando su questi aspetti geopolitici – e sull’indubbia importanza dei singoli nell’intricata partita della politica estera – si stringe il cuore nel riflettere sulla pochezza e sulla miseria dei nostri uomini politici: non solo arroccati in una Casta, bensì incapaci persino di gestirla.
Come si spiegherebbe, altrimenti, il “disastro” – appena mascherato dai media di regime – nel quale è incorso un piccolo Angeletti nelle assemblee di Mirafiori? I lavoratori hanno respinto al mittente i tranelli che il governo “amico” dei lavoratori ha teso loro.
Epifani, si lancia in una patetica disanima dei perfidi accordi sul welfare – altrimenti “salta il banco” – ma quale “banco”? Quello al quale aspira come componente della Casta? Cosa gli hanno assicurato, un posto in Parlamento, una poltrona da sindaco o la presidenza dell’INPS? Correggetemi se sbaglio, ma Epifani non fa il sindacalista? E’ forse lui che si deve preoccupare del “Banco”? Non s’insospettisce se Luca di Montezemolo e le grandi banche d’affari sono in accordo con la sua “visione” del welfare?

Ci sarebbe da riflettere se convenga avere dei “padri-padroni” come Putin – questo è innegabile – ma nella situazione russa era l’unica chance.

E per l’Italia?
Avevo proposto la via dell’importazione – un Blair od un Schroeder pensionati, una Ségolène Royal (anche l’occhio vuole la sua parte…), un Aznar od un Lula, un Chavez…– insomma, qualcosa di meglio dell’inconsistenza del Valium e dello psiconano. Niente da fare: appena parli d’Italia, storcono il naso.
Potremmo tentare la via dell’ingegneria genetica: forse incrociando la flemma di Enrico Letta con…con Mussi no, ne uscirebbe solo un Letta incazzato. Letta e D’Alema? Ne uscirebbe solo lo zio (il Letta Gianni).
Partire da Veltroni per incrociarlo con Berlusconi? Ne uscirebbe un senza palle che non va più al cinema e passa le giornate di fronte alla televisione. Prodi e Fini? Ne uscirebbe un cardinale, non serve.
Niente, il patrimonio genetico non ci soccorre.

Io non so voi come la pensiate, però sabato 6 ottobre 2007 – a Roma, in piazza Farnese – si riuniranno i comitati per le Liste Civiche: l’ultima spiaggia per tentare d’avere una nuova classe politica. Chi c’è?
I nomi sono i soliti: Travaglio, Beha, Veltri, Pardi…
Ho ricevuto, negli anni, migliaia di e-mail da parte di persone che mi chiedevano “cosa possiamo fare?”. Non s’assicura di certo il risultato, ma almeno vale la pena di tentare.