I numeri sono noti: già nel 1975 si superò la famosa “soglia” di 2,1 figli per donna – la quale segna il limite massimo, oltre il quale la popolazione tende a decrescere – che oggi s’attesta intorno ad 1,3. Il che, causa un decremento annuo pari a circa 200.000 italiani ogni anno, ossia come se una città come Padova, Brescia o Trieste non esistesse più. C’è, inoltre, il fenomeno dell’emigrazione italiana – un fenomeno più sfumato, più difficile da interpretare – che causa altre 150.000 partenze. In totale, se consideriamo la sola popolazione italiana, è come se una città come Bari o Firenze sparisse completamente. Ogni anno che passa.
E poi ci sono gli immigrati, una quota annua che in media è di circa 250.000 persone, una quota difficile da conteggiare con precisione e molto variabile di anno in anno: comunque, rispetto al primo decennio del secolo (2000-2010) l’immigrazione si è quasi dimezzata, passando da 500.000 ingressi annui agli attuali 200-250.000.
Come si può notare, il saldo demografico totale risulta di poco in calo: decine di migliaia rispetto alle centinaia di migliaia.
Comunque la pensiate, questo è il quadro generale di riferimento per il fenomeno: i dati sono stati presi da Wikipedia, dall’ISTAT e dal Ministero dell’Interno. Ora, bisogna analizzare i reali attributi dei fenomeni, sia l’immigrazione e sia l’emigrazione.
L’emigrazione italiana è più sfaccettata, perché composta da giovani (metà laureati e metà diplomati) che vanno in cerca di situazioni più soddisfacenti e da pensionati che cercano, in Paesi con un costo della vita inferiore, di vedere – in quel modo – la loro pensione “rivalutata”.
Il fenomeno dei pensionati è di minore importanza per numeri, ed è inutile contrastarlo: se una persona vuole andare a vivere alle Canarie, alle Azzorre o in Bulgaria, perché impedirglielo?
Anche il fenomeno dei giovani è, di per sé, difficilmente contrastabile: i ragazzi italiani sono molto ben preparati professionalmente da ottime scuole ed università. Aggiungiamoci un briciolo di “pizza e mandolino” ed i cuochi ed il personale alberghiero italiani sono i più richiesti nel mondo: non dimentichiamo ingegneri e medici, che trovano facilmente proposte più allettanti.
E veniamo all’immigrazione.
Molto spesso si sentono lamentele circa la scarsa cultura e scolarità degli immigrati – il che, spesso, è completamente falso, perché non abbiamo mezzi per valutarlo: la lingua, spesso, è un ostacolo insormontabile – ma la cruda realtà è che l’Italia d’immigrati con specifiche professionalità non ne ha bisogno.
L’Italia non necessita di personale di maggior professionalità, in quanto l’alta scolarità italiana fornisce – al netto dell’emigrazione – sufficienti quadri per i ruoli tecnici e dirigenziali del Paese: quello che manca sono elementi non molto specializzati per sopperire ai “vuoti” lasciati nelle mansioni più semplici dal calo demografico.
Personalmente, ho conosciuto due ingeneri senegalesi ed una laureata in Chimica ucraina, i quali si sono adattati a fare i muratori e la badante: le difficoltà nella padronanza della lingua – mi hanno spiegato – sono troppo elevate per rimettersi a studiare l’italiano scientifico/tecnico, che non è così semplice da imparare e l’inglese non basta.
Ma, le richieste italiane, quali sono?
Facciamo un piccolo esempio che riguarda un’impresa italiana dell’agroalimentare, sia essa di produzione agricola o d’allevamento: sono, in gran parte, aziende familiari. Poniamo che abbiano due figli (situazione molto comune)…ma uno dei due si laurea in Medicina (o Infermieristica, ecc), l’altro in Ingegneria (o Informatica, ecc)…che ci fanno fra pomodori e mucche? L’azienda, quando i genitori vanno in pensione, viene venduta od inglobata in consorzi più grandi d’aziende, le quali hanno però sempre bisogno di personale…e dove lo trovano?
Non dimentichiamo che l’Italia – nonostante si sentano qui e là le proteste per i pomodori olandesi o le albicocche spagnole – rimane la prima nazione europea esportatrice di beni alimentari di qualità o di produzione biologica. Sovente dobbiamo difenderci dalle imitazioni, ma questo avviene soltanto perché non produciamo abbastanza, da lì nascono le imitazioni. Qualcuno di voi ha mai visto una vera mozzarella di bufala salire oltre Roma? O trovare i famosi “ciccioli” emiliani fuori dai confini della regione? Riusciamo a malapena a produrre il 50% dell’olio d’oliva per il consumo nazionale!
Durante il lockdown, la mancanza degli immigrati ha fatto temere parecchio per le raccolte di fine Inverno e le semine primaverili, necessarie al ciclo biologico degli alimenti. Dov’è il vero problema?
L’italiano medio non ha una percezione sensata sul problema degli immigrati, bensì un falso e logorroico dibattito che sembra fatto apposta per non giungere mai ad una soluzione: da un lato quelli che difendono l’italianità “senza se e senza ma” e vorrebbero le cannoniere nel Canale di Sicilia, dall’altra chi ha un atteggiamento pietistico nei confronti dei migranti e confonde la carità cristiana con la realtà economica.
Ovvio che, le due fazioni, sono abilmente alimentate per scopi elettorali e quindi…guai a cercare di comprendere il problema, guai a “sgonfiarlo”! La gente comincerebbe a ragionare e ci mancherebbe l’argomento “principe” per le campagne elettorali! Dovremmo cominciare a parlare di cose serie, e non siamo capaci! Meglio le cannoniere (che non possono sparare) e le parrocchie che accolgono (magari vorrebbero, ma non lo fanno): insomma, non vogliamo uscire da lì!
Perché le altre nazioni europee hanno una percentuale maggiore della nostra d’immigrati e non si sente l’eterno piagnisteo italiano?
Per due semplici ragioni: perché hanno fatto meglio i conti con la loro Storia e, magari, sanno fare anche meglio i conti economici odierni. Oppure, sono completamente stupidi tedeschi ed inglesi che hanno il doppio degli immigrati italiani?
La differenza è tutta nel rapporto che le singole nazioni hanno avuto con il loro passato coloniale – che è stato certamente una iattura per i colonizzati! – ma che ha, forzatamente, insegnato ai colonizzatori a trattare: date un’occhiata alla colonizzazione di fine ‘800 nel Pianeta, e lo capirete da soli.
Africa, Sudamerica ed Asia erano colonizzate quasi soltanto da un pugno di nazioni: Gran Bretagna, Francia, Olanda, Spagna, Portogallo, Germania e Belgio. E l’Italia?
S’arrabattava, cercando di comprare un porto in Africa Orientale: quando l’ebbe, tentò di “allargarsi” ma, ad Adua, fu subito retrocessa nella serie C delle potenze coloniali. Sconfitta ed umiliata dalle tribù con archi e frecce, lance e scudi e pochi fucili ad avancarica.
Bene o male riuscimmo a rimanere in Somalia e l’unica personalità che i somali ricordano con affetto è il duca Amedeo D’Aosta, perché riuscì ad iniziare un percorso d’agricoltura più moderna e fondò fattorie sul modello europeo: conquistò i somali con l’evidenza dei fatti, non con i crocifissi o le boutade da operetta della diplomazia italiana. Quando fu preso prigioniero dagli inglesi (era il comandante supremo in Africa Orientale) fu trattato con i guanti dagli inglesi, che lo ritenevano più simile a loro che alle mezze cartucce del regime fascista.
Andammo in Libia, e per i primi vent’anni non sapemmo far altro che un milione di morti su una popolazione di 7-8 milioni di libici. Per loro fortuna una delle maggiori figure del Fascismo era un uomo diverso, che costruiva strade, case ed aeroporti senza vessare la popolazione locale: era Italo Balbo, che fu inviato in Libia. Balbo capì che, se voleva vivere in pace, non servivano i moschetti: attrasse intorno a sé la vecchia aristocrazia libica, degnandola di un ruolo anche nella nuova realtà ed il gioco gli riuscì.
Ma, Balbo, era contrario all’Asse con Berlino, era contrario ad una guerra contro l’Inghilterra e portava avanti, in Libia, una politica troppo personale, molto distante dalle velleità imperiali romane che non potranno – proprio per i vecchi problemi che Balbo indicava con arguzia – che arrendersi a centinaia di migliaia agli angloamericani, aprendo loro la via della Sicilia.
E’ interessante notare come, nel corso logorroico delle annose ed inconcludenti vicende italiane, le figure più nobili e lungimiranti scompaiano: è il caso del geologo Ardito Desio il quale, negli anni ’30, scoprì (lavorava per l’AGIP, appena fondata) in Libia enormi giacimenti d’acqua nel sottosuolo, che fu usata per l’irrigazione, poi Magnesio e Potassio e…petrolio. Portò a Mussolini la famosa “bottiglia” di petrolio – la ricerca del petrolio il Libia era iniziata nel 1929! – ma servivano trivelle più potenti, che gli americani già possedevano e che era possibile acquistare. Mussolini gli diede l’italianissima pacca sulla spalla e lo congedò con il fascistissimo “Bravo! Continua così!”. Ma non gli comprò le trivelle. La bottiglia di petrolio finì in qualche scantinato dimenticato, probabilmente insieme all’acqua di Lurisia ed al Barolo d’annata.
La politica italiana, in Libia, era una politica agricola che prevedeva di tornare al “granaio di Roma” d’imperial fascistissima memoria, e non contemplava che la Libia producesse petrolio: lo compravamo già dagli americani…
Non parliamo poi dell’Etiopia, dove riuscimmo veramente a farci odiare di un odio feroce, belluino: le violenze gratuite passarono il segno e, allo scoppio della guerra nel ’40, le tribù corsero ad ingrossare le file dei reggimenti coloniali inglesi. E ci resero, con gli interessi, tutte le violenze operate con sdegno e “virile consegna” da Badoglio e Graziani.
Fine del periodo coloniale italiano: cosa imparammo? Quasi niente. Cosa ricavammo? Poco o niente. Cosa spendemmo, in denaro e vite umane? Parecchio.
Se vogliamo cercare un paragone, riflettiamo che non ci fu nessuno che combatté il colonialismo inglese con la fermezza e l’astuzia di Gandhi: ma ci fu sempre, nelle sue parole, il riconoscimento d’aver ereditato dagli inglesi non solo ferrovie, scuole, porti, ospedali ed il sistema postale, bensì anche una classe di funzionari locali che lo resero in grado di far funzionare il Paese.
Potremmo continuare, ma non voglio tediare chi mi legge: ogni Paese trae oggi, nel suo rapporto con la migrazione, i concetti e gli insegnamenti che seppe apprendere durante la fase coloniale. Sembra quasi un ossimoro per le contrastanti vicende storiche, ma così appare dalla riflessione su quelle vicende.
In Iraq, ad esempio, gli inglesi s’accorsero a loro spese di quanto fossero incapaci ed inadatti gli americani in quel ruolo: essendo cresciuti con l’eroico ricordo della loro guerra anti-colonialista – proprio contro la Gran Bretagna! – non riuscivano ad entrare nel ruolo di chi doveva dirigere la ricostruzione dopo la guerra del 2003. Loro, erano andati lì a liberarli! Perché gli iracheni non li amavano? Contraddizioni del colonialismo.
In Tanzania, per molto tempo, gli abitanti ricordarono come efficienti ed umani i colonizzatori tedeschi, migliori degli inglesi che giunsero dopo il 1918, mentre gli olandesi, in Indonesia, riuscirono a farsi odiare al punto che gli indonesiani aprirono con gioia la porta ai giapponesi nel 1942.
Anche Francesi, Spagnoli e Belgi non hanno lasciato un buon ricordo dove sono stati, ma hanno – almeno – ricavato qualche esperienza da quelle lontane vicende, mentre l’Italia non sa nulla, non ha appreso nulla, non sa progettare nulla.
Eppure, gli esempi non mancano: negli anni, per far funzionare il suo apparato produttivo, la Germania (Ovest) attrasse milioni di turchi e di curdi (per antiche “vicinanze” diplomatiche) i quali, acerbissimi nemici in Patria, hanno vissuto in pace in Germania. In Germania è stata la potenza del welfare, sconosciuto nelle loro lande, a conquistarli.
Hindu e Sikh, in India, si “parlano” – ancora oggi – tramite attentati dinamitardi, mentre in Gran Bretagna vivono gli uni accanto agli altri: ma docenti di Matematica e di Fisica indiani insegnano ad Oxford, quando un indiano od un sikh non diventa un ottimo ed ascoltato esegeta shakespeariano. Se gli indiani non hanno certo abbandonato le basi ideali della loro cultura, apprezzano la cultura inglese e la affiancano alla loro.
Qualcuno dirà: già, ma il terrorismo islamico? Non ha forse colpito in Europa? Vero. Ma chi sono i nuovi terroristi islamici? Chi li sostiene? Chi li paga? Chi li prepara?
Il recente terrorismo islamico nasce sempre, come afflato ideale, dall’insoluta situazione della Palestina e di Israele, ma viene coordinato e scatenato dalle potenze del Golfo, le quali lo usano – anche in funzione anti-iraniana – per loro scopi di bottega (petrolifera).
Non confondiamo conflitti che nascono da radici ideali con altri, che sono soltanto trame di servizi segreti di mezzo mondo.
In sintesi: qual è stata e qual è la natura dell’immigrazione in Italia?
Dapprima albanese e marocchina, oggi senegalese, nigeriana, nigerina, malese, indonesiana…ed altre nazionalità.
Osserviamo, oggi, un cantiere stradale, oppure un grande cantiere come quello che ha ricostruito il ponte di Genova: chi c’è? Aprite gli occhi. Qualche italiano più anziano, soprattutto con compiti di caposquadra e di coordinamento, poi albanesi e rumeni (che sono bravi muratori) e, infine, tanti neri con compiti di manovalanza: grosso modo, le cose stanno così.
Se, invece, andiamo nei campi, sono quasi solo neri, mentre gli italiani usano le macchine agricole o si occupano dei trasporti.
Cosa diamo loro in cambio?
Se vengono qui per lavorare, come lavoratori avrebbero diritto ad un salario decente e, all’occorrenza, del relativo welfare: Germania, Francia e Gran Bretagna si comportano così, Spagna e Portogallo un po’ meno, ma nessuno giunge alle scene da “piantagione di cotone dell’Alabama” che si vedono in Italia.
Anzitutto, trattiamoli in modo da non dare loro delle ragioni per odiarci: lo facciamo continuamente, con la segregazione e l’abbandono in strutture che ricordano più dei campi-profughi che degli alloggi per lavoratori.
Soprattutto, ci mancano le idee per la convivenza, le idee che una nazione non colonialista (come l’Italia o gli USA) non può avere: allora, o li respingiamo (ma non possiamo farlo: li vedete i ragazzi italiani cresciuti a biscottini della mamma ed aperitivi con gli amici nei campi a sgobbare?) oppure, se li accettiamo dobbiamo creare un sistema nel quale abbiano il loro ruolo ed il loro posto dove stare. Sono esseri umani, non dimentichiamolo: e gli esseri umani, all’occorrenza, s’incazzano pure.
C’è, infine, la questione legale: ius sanguinis o ius soli?
Ho sempre nutrito molti dubbi sul “diritto del sangue” perché è un diritto che poggia sull’assioma che il “mio” sangue sia il più forte, colui che – solo – ha la spada in mano. E quando un altro “sangue”, più forte, s’attrezza e ti sconfigge? Torniamo alla schiavitù? Se ci pensate bene, è la legittimazione di una guerra perpetua.
Sull’altro versante, non riesco a comprendere perché un argentino che vive in Argentina da generazioni possa votare alle elezioni in Italia – dando, spesso, origine a dei commerci ignominiosi per quella manciata di voti che possono far ribaltare la politica nazionale – mentre un albanese che vive da vent’anni in Italia, che lavora stabilmente qui ed ha dei figli oramai irriconoscibili dai ragazzi italiani, non possa decidere niente.
Mistero.
Sono certo che, già da domani, torneremo ai soliti chiacchiericci logorroici: perciò, prendete queste riflessioni come semplice acqua che scorre. Ci vorrà tempo ma l’acqua, sempre, scava la pietra: non dimentichiamolo.


