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25 febbraio 2011

Vite sfregiate e svendute



“La sofferenza è l’unico motivo della coscienza. E sebbene abbia dichiarato che secondo me la coscienza è per l’uomo la più grande disgrazia, so però che l’uomo l’ha cara e non le scambierebbe colle maggiori soddisfazioni.”
Feodor Dostoevskij

Nel lungo serpente marino che corre sul fondo del Mediterraneo – il metanodotto che porta il gas dall’Africa all’Europa – la pressione cala, è lampante: Sergio, con l’occhio incollato al manometro, segue con apprensione i bar che diminuiscono, la lancetta che, lentamente ma inesorabilmente, cammina verso lo zero.
Non c’è niente da fare – Sergio lo sa – perché, eseguiti i controlli di routine, non c’è nessuna perdita od altro accidente: laggiù, da qualche parte del deserto, oppure nelle stazioni di pompaggio sulla costa, qualcuno ha chiuso qualche valvola oppure ha definitivamente isolato il potente polmone sotterraneo, che alimenta riscaldamenti e centrali elettriche, dalla sua arteria, il grande gasdotto sottomarino.
Sergio non può fare altro che avvisare, come le procedure prevedono, i suoi superiori: da quel momento in poi, la pressione che cala non sarà più affar suo, bensì dei capoccioni che, dall’alto dei grattacieli dell’energia, dovranno trovare una soluzione per stare al caldo anche domani, per accendere la televisione anche dopodomani.
Se la pressione scende, in questo punto della rete, dovrà aumentare da qualche altra parte, nel groviglio delle serpi sottomarine che portano metano e petrolio, poiché la grande macchina della produzione e del consumo non si può arrestare: sarebbero necrosi, gelo, morte.

Anche nella città sulla costa africana la pressione cala, cala a vista d’occhio nelle arterie di Said, steso a terra.
Solo pochi istanti prima, correva in mezzo alla folla verso qualcuno o qualcosa che non aveva ben chiaro: un pensiero che, nella sua mente, significava “libertà”, ossia poter dire quel che pensava in qualsiasi momento, senza temere che una mano t’afferrasse con forza il polso e ti chiedesse di seguirla.
Poi, era accaduto qualcosa di strano: una luce, un rumore…tutto era iniziato a vorticare e s’era trovato disteso a terra, con un cielo infinito che riempiva gli occhi ed un bruciore lancinante all’addome, qualcosa che gli mangiava le carni come un ferro rovente e che non demordeva, che sembrava cercargli l’anima per vaporizzarla.
Anche questa volta il suo polso era stretto da qualcuno, ma dolcemente: erano due occhi sconosciuti a fissarlo, perché lui non sapeva che quegli occhi appartenevano a Mohammed, un giovane studente in Medicina, e dalle sue labbra non riuscivano ad uscire che lamenti, suppliche, preghiere…tutte rivolte all’animale che gli stava frugando ed azzannando le carni, pezzo per pezzo, istante dopo istante.
Tutto era tornato a vorticare, all’improvviso, mentre braccia robuste lo sollevavano ma non erano braccia nemiche – riusciva a capirlo, anche con la belva in corpo – perché i toni delle voci erano sommessi, amici, erano senza dubbio dalla sua parte ed erano nemici della bestia.
Adesso, c’era ombra ed era disteso su una stuoia: da una finestra, un blu infinito tornava a riempirgli gli occhi, ma non era più cielo.
Era al mare, sulla spiaggia e quel blu s’increspava in deboli onde che gli lambivano appena le ginocchia. Era bambino ed aveva freddo, tanto freddo, ma sua madre lo invitava ad andare avanti ed a bagnarsi: gli occhi di sua madre erano scuri e mansueti, invitanti come la panna e dolci come i datteri, e lo chiamavano. Lentamente, Said s’incamminò fiducioso, verso le braccia di sua madre che l’aspettavano.
Mohammed prese ancora per un istante il polso di Said fra le sue dita, guardò quasi per abitudine l’orologio pur sapendo che non avrebbe avuto più nulla da contare. Fece un cenno agli altri ragazzi che l’avevano aiutato a trasportare Said, un cenno che valeva mille preghiere, poi sollevò il lenzuolo sul viso del ragazzo e maledì, maledì il luogo dov’era nato, che non ti consentiva nemmeno di condurre un ragazzo in ospedale, poiché c’era il rischio d’essere arrestati. O peggio.
Si chiese perché avesse trascorso così tante notti sui libri, così tanti giorni nelle aule universitarie: ora che gli occhi di quel ragazzo erano vitrei e spenti, si sentì come un calice sbreccato, inutile a sé ed al mondo.

Marina è lontana e non sa neppure come sia fatta un’arteria, di sangue o di gas, perché è seduta di fronte ad un computer in una saletta appartata del Palazzo della Borsa, in una città nebbiosa dove il sole è una benedizione per poche ore il giorno ed il cielo non è quasi mai azzurro.
Anche Marina tiene sott’occhio un indicatore, un semplice valore numerico, il quale indica il numero degli acquisti e delle vendite su un pacchetto di titoli del comparto energetico: le vendite fanno la parte del leone sugli acquisti, ed il valore del fondo scende.
Appostati, come leoni fra i massi ed i cespugli della savana, i grandi gruppi d’investimento ancora aspettano, attendono che quel valore sia così basso da poter acquistare, con una sola azione del comparto telefonico, tre azioni di quello energetico. Come, da qualche parte dell’Africa Equatoriale, le leonesse attendono che il gruppo delle gazzelle all’abbeverata cresca, che s’aggiungano i piccoli, i quali rallenteranno la corsa delle madri oppure finiranno loro stessi fra le fauci.
Marina, al termine dell’orario, genera il report della giornata e lo invia al suo capo: poi, spegne il computer. Ha conosciuto Fabio due sere prima a casa d’amici e le è appena giunto un messaggio, proprio di Fabio, nel quale le chiede se desidera andare a cena con lui, proprio quella sera. Beh, è carino Fabio, è stato gentile due sere fa…perché no?

Per Hamida, invece, non è proprio una giornata tranquilla, poiché ha avvertito sin dal primo mattino lo sbattere delle pale, gli elicotteri in volo, e quando le nere libellule volano non portano mai niente di buono, solo guai e dolore.
Eppure, s’è dovuta recare al lavoro perché sa che ci sarà del lavoro importante, uno di quei lavori che solo poche persone esperte riescono a fare. Hamida è solo un’esecutrice, ma sa fare bene il suo lavoro: segue con apprensione il flusso delle mail che arrivano da Georgetown e da Castries, poiché le hanno detto che non ci si può più fidare di Zurigo e di Montecarlo.
E le mail arrivano, con proposte che sanno di strozzinaggio – perché a Georgetown sanno che qualcuno sta per essere predato, e dunque non ha tempo per aspettare – ed Hamida le vaglia attentamente, le suddivide nelle rispettive cartelle. E’ un’asta, un’asta al ribasso nella quale il suo compito è cercare il minor ribasso, ossia la piazza più conveniente. Ma in fretta.
Oltre la vetrata, può osservare il viso di Youssuf che segue le agenzie ed il listino di borsa: oltre la seconda vetrata, c’è l’ufficio dove siedono il signor Verrini e sir Jones, che le è sempre parso il vero capo della banca. Solo loro possono decidere, quanto e quando spostare centinaia di milioni dollari per ogni operazione, da una banca europea ad una dei Caraibi, da un fondo americano ad una consorziata russa o brasiliana.
Nell’atrio, due uomini armati dei servizi di sicurezza controllano che tutto sia portato a termine nel tempo prefissato: prima che la situazione precipiti, quella montagna di denaro dovrà riposare, sicura, nei lontani forzieri elettronici e, sin dal giorno dopo, iniziare a fornire latte in abbondanza, come una capra nutrita con freschi germogli.

Vassili Gregorienko, invece, era allibito: come? Non dovevano più condurre gli aerei giù, oltre il Caucaso, nel solito aeroporto sul Mar Nero dove i piloti africani sarebbero giunti per prenderli in consegna?
Il colonnello Darinov fu sintetico ma elusivo: no, gli aerei sarebbero stati temporaneamente presi in consegna dall’Armata, fin quando la situazione non si fosse chiarita.
Dovevano decollare e seguire il nuovo piano di volo, che li avrebbe condotti ad un aeroporto nei pressi del lago Bajkal, dove i prestigiosi cacciabombardieri sarebbero stati custoditi negli hangar sotterranei.
Mentre Vassili radunava la squadriglia per discutere il nuovo piano di volo, il colonnello Darinov salutò e salì sull’auto dove lo attendeva il Generale di Squadra Aerea Salinovic, l’ufficiale che svolgeva i compiti di raccordo fra la struttura militare e l’apparato industriale, la prestigiosa azienda produttrice dei velivoli da caccia e per il bombardamento.
Darinov sapeva che non era il caso di fare troppe domande, ma il generale Salinovic capì e volle tranquillizzare il collega: no, la prestigiosa fabbrica di velivoli non correva nessun pericolo, anche se le esportazioni avrebbero senz’altro subito un rallentamento. Perché?
Perché, in prima battuta, erano già stati attivati – nella capitale – i canali diplomatici dell’Estremo Oriente e dell’America Latina: quei caccia piacciono ed il prezzo è allettante – si tranquillizzi Darinov – e non resteranno tanto tempo lassù, sul Bajkal.
E poi – ma queste erano notizie riservate – se la crisi perdurava…beh…gli europei si sarebbero trovati di fronte alla solita crisi energetica, ai miliardi di metri cubi di metano che sarebbero mancati all’appello…perciò, Darinov, perché angosciarsi? Nella capitale sanno il fatto loro e gli emissari delle compagnie energetiche sono già al lavoro: se venderemo meno aerei, daremo loro del metano…non stia in pensiero…a proposito, ha telefonato all’amico che le avevo indicato per quella dacia? Ha visto che il prezzo era veramente interessante?

George N’Ghila stava, invece, aspettando ansiosamente, ma non una mail o chissà quale diavoleria elettronica, bensì una semplice telefonata, nel retro del bar: lo stesso bar dove, per tante sere, era andato con i suoi compagni a giocare a carte.
Aveva con sé 800 dollari americani e 1.200 euro europei – frutto dei suoi risparmi – ed un inutile telefonino, giacché la rete GSM funzionava oramai a sprazzi, con i quali sperava che quella jeep, promessagli da un funzionario della compagnia dei trasporti, potesse diventare realtà.
C’era silenzio nell’ombroso retro del bar, ed anche nel bar gli avventori erano rari come gli arbusti per nutrire le capre laggiù, nel suo villaggio in Senegal.
I suoi compagni, i suoi compagni…chissà dov’erano…no, non aveva remore per essere fuggito: sulle prime, aveva meditato di passare il mare e tentare la fortuna in Europa, ma quei soldi non bastavano per pagare il passaggio sui barconi per lui, per sua moglie e per la figlia. Solo poche settimane prima, sarebbe bastato vendere un rene ed il passaggio sarebbe stato sicuro: poche settimane prima, però, George non pensava minimamente a fuggire.
Era stato fortunato, per tanto tempo, troppo fortunato.
La mambo, la veggente del suo villaggio, prima della loro partenza aveva scatenato per lui l’Ararà – la danza rituale – per ingraziarsi Afra, Asojano…e tutti gli altri Dei, affinché vegliassero sul suo destino. Così era stato.
Non gli era parso vero che, giunto sulle sponde del Mediterraneo, invece del barcone avesse incontrato quell’arabo ricco, ben vestito, che gli aveva promesso molti soldi se era disposto ad imbracciare un fucile ma senza guerra, solo per mantenere l’ordine. La mambo era stata brava, potente, veloce.
Era diventato una specie di poliziotto: con la sua squadra, si spostavano da una zona all’altra per scortare altri neri come loro verso i campi di raccolta ai margini del deserto: George non s’era chiesto come e perché, quando e dove. Solo, ogni settimana, ritirava la paga e contava insieme a sua moglie i soldi, che erano tanti, oltre ogni loro attesa.
Raramente era stato costretto ad usare il fucile e quasi sempre per sparare in aria: tutto sommato, molto di meno di quel che aveva visto in Senegal, nel Burkina-Faso od in Ciad, per un sacco di farina o qualche pollo.
Ma era giunta quella maledetta alba.
S’era accorto che la situazione era cambiata perché, nella grande città, i passanti erano rari e volavano gli elicotteri in cielo, come gli avvoltoi che attendono la preda, quel che resta del pasto del leone.
Avevano radunato la sua squadra e l’avevano inviata fuori città, in un villaggio che appena si distingueva dall’ocra della terra: là, qualcuno aveva sparato. George non sapeva chi avesse sparato ma dei colpi erano sibilati per l’aria: s’erano gettati a terra. Poi, un arabo che li comandava, aveva ordinato di correre verso le case, d’entrare nel villaggio: era andata bene, non c’erano stati altri spari.
Tutto finito – pensò George – anche questa volta si torna a casa e, alla fine della settimana, arriveranno altri soldi da nascondere nella sacca che conservavano nel materasso.
Invece.
Gli ordini erano stati chiari: entrare nel villaggio e radunare tutti gli uomini. Perché? Dove li dovevano condurre?
Non c’erano altri camion che il loro, non c’erano pullman né carri…no, bastava radunarli nella piazza del villaggio.
Non si fece intimidire dalle donne che urlavano, che quasi strappavano gli abiti ai loro mariti per trattenerli, ai figlioletti che piangevano perché, si sa, ovunque le donne urlano ed i figli piangono.
Quando, però, l’arabo aveva ordinato di sparare su quelle decine d’uomini inermi, allineati lungo un muretto di cinta, un groppo gli aveva strozzato la gola ed il sangue s’era gelato nelle vene. Aveva guardato di sottecchi verso l’arabo ed aveva notato che non era più solo: altri arabi erano giunti e li tenevano sotto tiro con i loro fucili mitragliatori. Al secondo ordine, secco, dell’arabo, qualche raffica era partita: poi via, in un crescendo di colpi – anche i suoi – che avevano triturato quella carne allineata come birilli, fin quando i caricatori s’erano svuotati ed il frastuono s’era trasformato in un fruscio di lamenti.
Mentre tornavano in città, sul camion, da una macchia d’alberi erano partiti dei colpi e Karim aveva avuto come un sussulto, poi aveva iniziato a vomitare sangue: in pochi attimi era morto. L’arabo aveva ordinato di non fermarsi ed avevano scaricato il cadavere di Karim giù dal camion, nella polvere della strada.
L’immagine di Karim, raggomitolato come un sacco di grano caduto da un camion, il corpo dell’amico che svaniva nella polvere gl’ingombrava ancora gli occhi quando squillò il telefono: sì, il posto non era lontano. Aveva i soldi? Certo. Dollari? Dollari ed euro.
Sì, forse, forse ce l’avrebbero fatta a scendere nel deserto fino al Ciad, per tornare al villaggio…avrebbe chiesto alla mambo di fare una nuova Ararà…i soldi bastavano, ne aveva ancora abbastanza…questa volta per puntare direttamente all’Europa, lontano dalle vie polverose e dai camion militari, lontano dal cadavere di Karim, che continuava ad allontanarsi nella polvere…


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