28 agosto 2009

Come le rose

Raccolti tutti i jolly che s'è lasciato dietro,
scopri che non t'ha lasciato molto, neanche una risata.
Come ogni giocatore, stava cercando quella carta così alta e da sballo,
da non dover più giocare un'altra mano.

Leonard Cohen – The stranger song – 1967.


Basta gettare un’occhiata alla prima pagina del giornale per capirlo, per comprendere che la tua morte è stata un grido di dolore: inascoltato, lanciato a ferire il cielo come l’urlo nella notte.
Eppure oggi è mattina, i fantasmi della notte trascorsa quasi insonne a filtrare il buio della stanza sono scomparsi, annichiliti da poche ore di sonno prima dell’alba. Non so perché succede: capita e basta, e non me ne curo.
Oggi è mattina e quattro studenti svogliati traducono qualcosa di Fedro o di Esopo…tanto per riempire qualche foglio vergine, e tacitare i sensi di colpa di chi li conduce fin qui, in quest’aula fresca di fine Estate, per pagare dazio e mostrare che, almeno, si rispetta l’istituzione. Poi verrà lo scrutinio, e tanti saluti: se a Giugno si saltava tranquillamente dal 5 al 6, a Settembre si volerà dal 4 al 7. Tutti saranno soddisfatti.
Capisco subito, appena leggo il trafiletto che richiama al servizio nelle pagine interne, che la tua morte ha colto nel segno, più di Eluana. Almeno, qui nella Repubblica di Genova, sulle colonne del vecchio giornale che ci rammenta nel nome i fasti di, oramai, due secoli or sono.

E non si venga a dire che questo è sapor di giornalista, voyeurismo di provincia: quando si muore impiccati alla testiera del letto, nella grande Genova, con accanto il figlio strangolato d’appena venti giorni, fa bene il giornalista a spiattellarlo ai quattro venti. Si potrà affermare che lo fa per vendere qualche copia in più, ma non importa: i soldi – di fronte a quei due cadaveri lasciati in un appartamento lindo e sobrio, come afferma sorpreso il funzionario di Polizia – non contano niente.
Perché la tragedia ha in sé qualcosa di epico e terribile, di fatale e sconvolgente, che ti serra il fiato in gola, come se fosse scaturita dalla penna di Victor Hugo o di Fjodor Dostoevskij. Oppure dal sogno ad occhi aperti di Leonard Cohen, che prese forma in Beautiful losers. E’ una storia semplice, di carne e sangue, tradita nell’angoscia che non ha risalito la gola e l’ha serrata, perché anche i simboli celano qualcosa di terribile.

Tu – Sabrina – non ti sei impiccata alla testiera del letto: tu, ti sei lasciata scivolare via la vita di dosso, che è altra cosa. Non ci si può impiccare alla testiera di un letto, non è possibile darsi l’abbrivio e poi lasciare che sia il nostro corpo a combattere la battaglia per la sopravvivenza, già sapendo che non troverà appigli, che il destino sarà inevitabile.
No: la stanza da letto ha troppi appigli, il piede può trovare appoggio, le mani – disperate – possono arrancare per avvinghiare la presa. Tu, Sabrina, hai lasciato che le Parche recidessero con calma il tuo filo, con tutta la pazienza del caso.
Prima, avevi reciso tu stessa il filo di quel pezzo di carne che avevi generato solo poche settimane prima – e che curavi amorevolmente, così afferma il pediatra, con attenzione e cura – e che, nella caligine disperata, non hai saputo separare dal tuo Fato avverso.
E lo hai fatto con il cavo del telefonino: metaforicamente, hai reciso quella vita – che ritenevi parte di te, inseparabile – con l’oggetto che forse più ti tratteneva al mondo, l’unico appiglio dal quale – probabilmente – potevi ricevere conforto, ascoltare una diversa canzone. Così non è stato.

E’ già iniziata la cascata del discreto sciacallaggio, come chi afferma che sei cresciuta senza madre…poiché un giorno la mamma ti lasciò per lanciarsi nel vuoto, nel cortile di una casa di periferia.
Nel girone degli ignavi, si cercano ragioni e certezze per placare la propria ansia, non per cercare – anche se non serve più a niente – di capire la tua: se la madre, allora…similis similia solvitur…accarezzano gli strizzacervelli, ed a loro basta. Calmatevi, buona gente – già cantano ai quattro venti – è successo a Sabrina perché la madre le mostrò la via della rinuncia, della fuga: voi, che non avete avuto genitori suicidi, siete in una botte di ferro. Anche Attilio Regolo fu in una botte di ferro, ma non trascorse attimi sereni.

Poi c’è la sorella acquisita, dopo il secondo matrimonio del padre, che era “così brava”, laureata e compiuta come un fiore di serra, assicurata contro le intemperie da protettivi vetri. Tu, invece – fiore di campo – cercavi di mettere a frutto la sapienza delle tue mani fra i capelli della gente, per abbellire altri fiori di campo.
Ecco la seconda trappola: non siate incompiuti! Assicuratevi, legatevi con forza al carro che vi sostiene, non cercate la bellezza selvaggia della prateria, poiché nel gelo della notte potrete evocare fantasmi e farvi sciogliere dalla paura, contaminare da effluvi palustri che vi paralizzeranno, e diverrete polvere!

Alzo gli occhi sui pochi allievi che scrivono, consultano il vocabolario, si grattano la testa pensierosi ed il ricordo non può che correre ad anni lontani, al banco vuoto, improvvisamente vuoto. Di chi la colpa? Del padre che lasciò inavvertitamente la pistola carica in un cassetto agibile? Della cocaina che – si disse – t’aveva strappato le emozioni? Del mal di vivere di pavesiana memoria, del semplice mal di vivere che t’aveva corroso? Solo il banco vuoto rimase, e quanto tempo è trascorso.

Poi c’è il girone degli idioti, di coloro i quali ritengono che sia la “forza” dell’individuo a preservarlo dalla spalliera del letto, dalla fine, solinga, fra le moltitudini.
Tutti sono grandi yogi, quando la tigre è lontana”: è la sola massima che possiamo loro rammentare, mentre – fugaci, solide rocce che offrono il petto ai marosi – si beano d’esser baluardo che tutto arresta con la sola forza del pensiero.
Nessuno più rammenta Pascal, la piccola canna – seppur ricca d’intelletto – che s’agita e si piega al vento: meglio rifugiarsi nelle corazze delle certezze, che hanno condotto al naufragio fior d’armate di temprato acciaio.
E pochi rammentano che nemmeno gli Dei avevano potere sul Fato, che può chiamarti all’improvviso un mattino, e presentarti il conto più salato che tu possa immaginare. Starà a te scegliere, se combattere i marosi oppure lasciarti scivolare a fondo: molto dipenderà, anche, dai tuoi compagni di naufragio.

La mattina volge al termine, è ora di ritirare le versioni: addio – Sabrina – tu che sei vissuta nella grande Genova, e che oggi hai invaso, senza chiedere permesso, il suo impettito giornale.
Non c’è articolo che regga il confronto; in prima pagina, un pallido trafiletto rammenta un platonico scontro sul testamento biologico: tu, Sabrina, il tuo ce lo hai lasciato su quel letto, con il silenzio con il quale hai accolto chi ancora ti cercava.
Per un giorno, sul grande giornale della grande Genova, ci sei solo tu – ed è giusto che così sia – per rammentarci la nostra mancanza di mezzi, la privazione dei sentimenti in questo pallido conato del nostro tempo, nel quale tutto ciò che si offre è sempre un’offerta speciale, ed ogni “specialità” è sempre uguale a quella del giorno precedente, poiché è sempre un offrire senza amore, uno scambio di vuoti simulacri, senz’anima.
E troppe Sabrine, oramai, avrebbero dovuto aprirci gli occhi ma così non è stato, poiché questo non è solo il tempo dell’ignavia e dell’idiozia, ma anche quello dell’ignoranza.
Così, stemperiamo la nostra angoscia del non saper più riconoscere nell’altro il semplice essere umano, il calore empatico che potrebbe regalarci e, sempre di più, c’incaselliamo da soli nel cubicolo che, alla fine, c’accoglierà. Tutti. Sabrina, è solo un poco avanti.

I ragazzi hanno consegnato le versioni, i verbali sono stati firmati e sono rimasto solo, nella classe vuota, ad ascoltare lo sbattere delle sedie che i bidelli rimettono a posto. Addio, Sabrina: anche tu sei vissuta un solo giorno, come le rose.

23 agosto 2009

Il banco vince sempre

“…e lo Stato che fa: si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità.”
Fabrizio de André – Don Raffaé – dall’album Le nuvole – 1990.

La prima cosa che mi è saltata in mente, quando ho saputo della vincita di 150 milioni al Superenalotto, è stata “cosa ne avrei fatto”: come tutti, ho l’ardire di pensare.
Pur non giocando mai, talvolta queste fantasie mi prendono; ecco allora la mente popolarsi di slanciati velieri “da sogno”, oppure di tenute agricole sconfinate: ciascuno colorerà il proprio avvenire secondo le proprie inclinazioni.
Dopo che qualcuno ha vinto quella montagna di soldi, per un po’ di tempo le fantasie oniriche s’acquietano, come la corrente di un ruscello che trova pace nelle placide acque di un laghetto.
Sono intimamente convinto che, nel periodo successivo a queste vincite, se potessimo indagare, misurare la salute psichica della popolazione scopriremmo che subisce un colpo, quasi un trauma. In fin dei conti, non essere fra i fortunati significa far parte degli esclusi, e i nostri umori più segreti poco si nutrono di raziocinio.
Sorge però alla mente un dilemma: perché le vincite sono sempre più alte, addirittura stratosferiche, al punto di raggiungere numeri di solito riservati ai grandi bilanci aziendali, oppure a leggi di spesa? E’ sempre stato così?

I ricordi conducono a lontane “Canzonissime”, dove il primo premio era di 100 milioni di Lire: anche le grandi vincite al Totocalcio dell’epoca s’aggiravano intorno a quei valori. Su quali basi di reddito?
Attingendo più ai miei ricordi che a complessi studi statistici, ricordo che intorno al 1970 il salario di un operaio s’aggirava intorno alle 80.000 Lire il mese, quello di un impiegato verso le 100.000: un preciso ricordo, del 1972, riferisce che un insegnante delle Medie, pochi anni d’anzianità e due figli a carico, guadagnava 140.000 Lire il mese.
Ponendo a 100.000 Lire una media ragionata ed approssimativa delle retribuzioni di quel periodo, la vincita di 100 milioni rappresentava un corrispettivo pari a 1.000 retribuzioni mensili.

Oggi è piuttosto difficile compiere una media ragionata delle retribuzioni, perché la gran varietà di contratti atipici – periodi di disoccupazione, lavori a progetto, ecc – rendono qualsiasi ricognizione assai ardua. Non ho nemmeno preso in esame i dati ufficiali, poiché con il famigerato “mezzo pollo” non s’è mai saziato nessuno.
Partendo dai 500-800 euro dei lavoratori “atipici”, passando per i salari operai più bassi intorno ai 1.200 euro, per finire con chi ha ancora un impiego tradizionale (pubblico o privato) con massimi intorno ai 2.000 euro, forse 1.400 euro è una cifra vicina ad un salario medio.
Una vincita alla Lotteria di Capodanno, con 5 milioni di euro come primo premio, equivale oggi a 3.500 salari mensili: tre volte e mezzo rispetto a quegli (oramai) quasi antichi concorsi.
L’attuale vincita al Superenalotto di 147,8 milioni rappresenta invece – se correlata al solito stipendio di 1.400 euro – ben 105.571 salari mensili! Che salto.
Le cifre potranno contenere qualche imprecisione di dettaglio, perché il discorso che vogliamo sottoporre all’attenzione dei lettori è altro, e poco importano i decimali.

Lo Stato incassa circa la metà dell’ammontare delle giocate, mentre al monte premi va circa il 38% del totale: il rimanente 12% è suddiviso fra la ricevitoria “vincente” (la quale incassa un bel gruzzolo, l’8%) e la società Sisal che gestisce il gioco (4%)[1].
Fin qui aride cifre, dalle quali scopriamo la nuda realtà: il gran vincitore è sempre lo Stato, il quale osa chiamare “gioco” una vera e propria rapina dove incassa la metà del bottino, mentre i giocatori si dividono poco di più della terza parte. E non finisce qui: cosa farne di una simile montagna di soldi?

Toglietevi pure tutti gli sfizi che vi vengono in mente: villa faraonica, due o tre Ferrari, veliero a Portofino, aereo privato, aggiungete anche tre giri del mondo, e vi rimarrà sempre una montagna di soldi. Dove li metterete?
Sicuramente in qualche posto dove vi garantiscano, al netto dell’inflazione, un rendimento che vi consentirà una vita da nababbo: una banca, una finanziaria, un posto dove gestiranno i vostri soldi. Da dove vengono quei soldi?

Prima che la Dea Bendata vi favorisse, circolavano nelle tasche degli italiani, i quali potevano decidere se godere di un modesto piacere (una pizza e una birra) oppure tentare la fortuna, facendo finta di non sapere che le probabilità di vincere sono una su tot miliardi o giù di lì.
Quei 450 milioni di euro (circa) che sono stati il giro d’affari della recente vincita di Bagnone – e che rappresentano circa 45 milioni di pizze e birre – si sono trasformati in un colossale rastrellamento di soldi, che sono finiti nel gigantesco calderone dove la Casta affonda le mani come e quando vuole, più quel direttore di Banca che si sfregherà le mani, poiché saprà d’avere un centinaio di milioni di euro – per moltissimo tempo – a disposizione.

Siccome chi vince simili cifre – e non ci riferiamo solo alla recente vincita di Bagnone – desidererà investimenti a basso rischio e sicuri (l’ammontare degli interessi è tale da soddisfare qualsiasi desiderio, basta che duri nel tempo) la Banca potrà investirli sui mercati asiatici, oppure servirsi della solita pratica di garantire prestiti per un controvalore pari a 20 volte le giacenze. Una bella “botta” di guadagni in ogni caso.
La teoria che regge l’aumento stratosferico delle vincite è dunque quella di sottrarre denaro al circolante per convogliarlo su due direttrici: il bilancio statale, che soddisfa i bisogni della Casta, e le casseforti delle Banche, le quali rimpinguano l’oligarchia finanziaria. Chi ci perde? I pizzaioli – quelli che lavorano – perché in una sola “botta” vedono scomparire 45 milioni d’avventori.

Si potrà affermare “gli italiani sono liberi di giocare o di non farlo”: verissimo, ma facile a dirsi. Sono anche liberi di non indebitarsi per acquistare quella tale autovettura che fa sognare, ma giungono fino agli strozzini pur d’averla.
Io non gioco: semplicemente, perché ho capito il trucco. M’attizza di più lo scopone scientifico, quando ero giovane il calcio, talvolta il biliardo: questi sono “giochi”, ossia attività ludiche, dedite al sollazzo di chi le pratica.
Possiamo, ragionevolmente, paragonare chi gratta numeri o compila schede – con il solo obiettivo in mente di catalizzare un sogno – con chi gioca la consumazione a scopa? Nemmeno il Casinò regge il paragone, perché lì i soldi devi averli per davvero.

Anche se non gioco, quando mi reco in cartoleria od in tabaccheria li osservo, nei pochi attimi nei quali ricevo il resto, oppure mentre attendo il mio turno.
Cosa narrano quei visi?
I più, raccontano una sofferenza troppo difficile da sopportare senza una speranza, una timida e lontanissima illusione, che mentre grattano o anneriscono i numeri prende forma, come un tempo ci si rivolgeva alla Madonna, in Chiesa, per ricevere conforto e soccorso.
Scorrono su quei visi la disoccupazione del marito, la cronica malattia della moglie, la figlia che si è appena separata con due figli da mantenere e lo scarso contributo dell’ex coniuge, l’anziana madre – alla quale bisogna comunque provvedere – e per la quale non si riesce nemmeno ad avere il modesto contributo per l’accompagnamento.
A parole, per ciascuno di quei problemi lo Stato ha una soluzione: in pratica, la Casta concede solo dopo martellanti attese, labirinti burocratici, inaccessibili contributi…e, spesso, si riesce soltanto al prezzo di baciare le mani del mammasantissima di turno. Se lo si conosce, se qualcuno te lo indica, ti raccomanda, t’introduce.
Altrimenti, l’ultima fermata dei perdenti è la ricevitoria, l’angolo del viale dove lo Stato t’attende per confortarti con un sogno menzognero, e rubarti i pochi soldi che ancora hai in tasca.

Non voglio districarmi fra calcoli assurdi – per sapere a quanto abbia ammontato, nei decenni, la capitalizzazione per il Giano Bifronte (Casta/Finanza) – ma è certamente una montagna di soldi. Per avere un raffronto, i provvedimenti in Finanziaria (quando ancora esistevano) per integrare la pigione delle famiglie più povere erano pressappoco dell’identico ammontare, ossia centinaia di milioni di euro. Quelli che la Casta incassa in una sola tornata del Superenalotto.
Ma, vogliamo paragonare l’impatto sulla psiche di un probabile rimborso per una piccola quota dell’affitto – sempre che si abbiano redditi da Quarto Mondo! – con la speranza, spacciata nelle fantasmagorie delle reti televisive, di una vincita che risolverà tutto?

Ed è quello che si legge sui visi di chi gratta schede, cerca d’indovinare numeri – giungendo ad affidarsi ai “maghi” – oppure punta su un cavallo…e chi più ne ha più ne metta.
C’è anche chi gioca per la suspense, l’adrenalina del gioco: in questo caso, quando si trascorre più tempo a grattare e pensare numeri che a conversare con i congiunti, si tratta tout court di una patologia, come i ragazzini “malati” di videogiochi.

La trasformazione dei cosiddetti “giochi” – da vincite che consentivano al più di “sistemarsi”, a quelle che devono sbalordire, al punto di conquistare le prime pagine dei giornali per giorni – è parte di un ben preciso programma: accalappiare risorse senza nominare mai la parola “tasse” e fornire (a pagamento!) un sogno che tende ad acquietare il malessere sociale.

Riflettiamo su una vincita pari a 1.000 stipendi (anni ’60): oggi, sarebbe di circa 1,5 milioni di euro.
Con quei soldi, sarebbe possibile acquistare una casa, intraprendere un’attività commerciale o artigianale, aiutare i familiari ed i figli e concedersi pure qualche “sfizio”, ma non rimarrebbero enormi capitali: in altre parole, le piccole vincite tornerebbero sotto forma di consumi o di piccoli investimenti nel mondo dell’economia reale, non sparirebbero nei caveau delle Banche.
Invece, gran battage pubblicitario, favolosi introiti per lo Stato ladrone che si pappa la metà dei soldi, capitali che prendono la via della finanza ed un subdolo succedaneo di speranza, una “dose” per chi è disperato e non sa come affrontare il domani.

Proprio un bel congegno: la Casta non lascia nulla al caso.

18 agosto 2009

Ciao Fernanda

Ciao Fernanda,
quando ho aperto la pagina Web, m’è cascato un sasso nel cuore. Eri anziana – lo sapevo, prima o dopo doveva succedere – però non cambia niente: da domani, mi mancherai e basta.
Perché, con te, si chiude definitivamente un periodo, quel bel periodo che vide l’incontro fra l’America scanzonata e ribelle, depressa e cupa con l’Europa che tergiversava fra un verso, un poeta ed una guerra.
Oggi, quel legame è definitivamente reciso: non serve se qualche anziano beatnik ancora sopravvive, osserva il mondo, prova a descriverlo. Perché, oramai, tutto tace.
Peccato che il tuo figlio in arte, Fabrizio, se ne sia andato prima di te: forse, solo lui sarebbe stato in grado di ricucire i fili di quella poetica, di quel perdersi per arpionare il vero.
I sentimenti da raccogliere sono ancora tanti – come lumini sparsi nel vasto mare di Genova – ma non ci sarà più nessuno a raccoglierli: non so se avrò la forza di tornare, ancora una volta, lassù in Carignano, per salutarti. A che serve?
A ricordarci la nostra solitudine di bimbi sperduti, abbandonati sull’Isola che c’è, quella delle certezze vuote come zucche seccate al sole che solo voi, con la poesia, sapevate riempire.
Un bacio, Fernanda

17 agosto 2009

La rivincita di Massenzio

Nel tormentone agostano, non poteva mancare l’eterna querelle sull’ora di Religione: confesso che – qui, dalla Georgia Australe, dove mi sono recato per cercare un po’ di refrigerio – la cosa non sembra così apocalittica. I pinguini continuano a fare il bagnetto nelle gelide acque antartiche, le orche aspettano il pinguino più ardimentoso per fare merenda, le balene – al largo – sbuffano, nell’osservare sì tanto affannarsi d’animaleschi tormenti.
In Italia, invece, i mesi estivi sembrano totalmente occupati dalla politica – dalla “vera” politica – poiché il resto dell’anno trascorre fra trastulli bagaglineschi, ardimentose enunciazioni – poi, subito smentite ed addossate alla “cattiva stampa” – inframmezzando il tutto con gli immancabili bagordi orgiastici, col rischio di beccarsi qualche “escortazione”.
La necessità di una simile scansione degli eventi politici è lampante: siccome i primi mesi dell’anno trascorrono nella preparazione delle immancabili elezioni di Primavera, mentre l’Autunno è dedicato al virile sport detto “assalto alla diligenza”, ovvero alla spartizione della Finanziaria a scopo elettorale per l’anno venturo, solo a Luglio è possibile politicheggiare. Ne sono una prova la controriforma delle pensioni Damiano (Luglio 2007) ed i decreti Tremonti/Brunetta sulla scuola del Luglio 2008, poi battezzati pomposamente “Riforma Gelmini”, tanto per trovare una fessacchiotta alla quale addossare, a futura memoria, la responsabilità di tanto scempio.

E, se dalla scuola si parte, alla scuola si torna, proprio come l’onda atlantica ritmicamente si rovescia e macina i ciottoli della spiaggia meno invitante del Pianeta: ad Agosto – unico mese di vera riflessione politica, il resto dell’anno è completamente dedicato al come acchiappare voti e soldi – ci si chiede perché debba esistere un’ora di Religione, quali debbano essere gli attributi dei docenti che la gestiscono, quali le loro prerogative in termini di valutazione, programmi, obiettivi didattici…
Si scopre così, fra il lusco e il brusco, che la piccola ora di Religione – nell’arco di un intero corso di studi – occupa un posto che non è proprio di secondo piano. Difatti[1]:

Religione: 1 ora la settimana, per 32 settimane (durata media di un anno scolastico), per 13 anni fa la bella cifra di 416 ore dedicate all’istruzione religiosa dei pargoli, dalla prima Elementare alla maturità.

Filosofia: 3 ore, per 32 settimane per 3 anni (triennio dei Licei) = 288 ore. Galileo sconfitto una seconda volta.

Fisica: 2 ore la settimana per 32 settimane per 3 anni (Liceo Scientifico) = 192 ore. Galileo, azzoppato e lontanissimo dal traguardo, piange.

Scienze: qui, il calcolo è più complesso. 10 ore nell’intero corso liceale (Classico o Scientifico) per 32 settimane = 320 ore. Nei segmenti scolastici inferiori il calcolo è più difficile (alle Medie è il docente di Matematica ad insegnarle entrambe) mentre alle Elementari il problema è ancora più sfumato…insomma, aggiungiamo due ore a settimana alla Medie e finiamola. 2 ore a settimana, per 32 settimane per 3 anni = 192. Totale Scienze: 512 ore. Per un’incollatura, Scienze batte Religione.

Senza tediare oltremodo il lettore, la classifica finale dell’agostano “Palio della Scuola” vedrebbe senz’altro nelle prime posizioni i cavalli delle contrade dell’Italiano, della Matematica e del Latino, poi la Storia, l’Inglese di misura…e poco altro. Le seconde lingue soccomberebbero senz’altro, così come la Geografia e la gran parte degli insegnamenti tecnici.
I contradaioli dell’ora di Religione possono ben far festa.

Il secondo aspetto della vicenda riguarda proprio il criterio di scelta: chi vuole, può astenersi dal frequentarla. Il che, apre un altro problema: che fanno quelli che non la fanno?
Normalmente, entrano dopo od escono prima, oppure se ne vanno in cortile, in biblioteca…ovunque ci sia un posto dove accamparli e, soprattutto, un docente che li controlli, perché non si può abbandonarli al loro destino.
I genitori possono chiedere un insegnamento alternativo – dalla fotografia alla preparazione delle confetture – il quale, però, è meglio che non sia troppo interessante, altrimenti il docente di Religione si lagna: nessuno accetta di scendere di posizione, ed i contradaioli di Religione non esultano nel vedere il loro cavallo trasformarsi in un ronzino.

Le due soluzioni – semplice custodia od insegnamento alternativo – sono le vere “croci” dei Presidi, poiché i bilanci sono sempre più “stretti”, falcidiati dalle visite fiscali per un solo giorno di malattia (60 euro a botta, diktat di Brunetta) e le cattedre, nel claudicare delle varie “riformette” – dalla verace Moratti alla ragazzina che è oggi a Viale Trastevere – sono state sempre di più “accorpate” a 18 ore. Qui, necessitano spiegazioni per i non addetti ai lavori.

Di norma, l’orario d’insegnamento di un docente è di 18 ore (ci sono alcune eccezioni) ma ciò non significa che le 18 ore siano tutte d’insegnamento, perché è difficile far coincidere l’orario di classe (l’orario settimanale) con le 18 ore del docente. Esempio: due classi al triennio dello Scientifico, Italiano e Latino, fanno 16 ore: e le rimanenti 2? Sono a disposizione per sostituire colleghi assenti: vera e propria “manna dal cielo” per chi deve gestire la scuola, visto che i supplenti sono chiamati solo oltre i 15 giorni d’assenza continuativa.
Le “riformette” sopra citate hanno “riorganizzato” le cattedre, “razionalizzandole”: hai due ore che eccedono? Vai ad insegnare Geografia in una prima.
A forza di “razionalizzare” per ottenere “risparmi”, già oggi i Presidi si trovano in ben tristi ambasce quando scoppia l’influenza, oppure quando c’è un’assemblea sindacale, o ancora quando un docente si reca ad un corso d’aggiornamento o ad un convegno autorizzato (ne ha diritto per contratto) che coincide, in parte, con l’orario di lezione, per sostituire i colleghi che accompagnano i ragazzi alle gite scolastiche, per trovare un insegnante per la biblioteca, ecc.
Saggiamente, Gentile (1923) previde una sorta di “riserva”, qualche ora di “panchina” per far fronte alle più disparate esigenze: questi, non sapendo nemmeno da dove inizia la gestione di una scuola, hanno “razionalizzato”.
Il buon Preside, si trova oggi – a fronte di chi chiede un insegnamento alternativo all’ora di Religione – di fronte a due soluzioni, entrambe spesso impraticabili: pagare un’ora in più ad un docente che si renda disponibile (e non ha i soldi!), oppure prenderlo dall’orario delle ore a disposizione, che già è ridotto al lumicino. Spesso, l’unica soluzione che può attuare è gettare dignitosamente la spugna.

Il terzo aspetto – che più interessa per questa puntata agostana del “Palio dell’ora di Religione 2009” – riguarda cosa s’insegna nell’ora di Religione. Non ci riferiremo, ovviamente, a ciò che radio fante narra, ossia un pacato trastullo del nulla, poiché queste sono soltanto voci incontrollate, sanguigne collere d’incontinenti bruciacristi, giacobine invettive causate da astinenti prese della Bastiglia.
Nell’ora di Religione s’insegna la Religione Cattolica. Punto.

Ed è un punto difficile da porre, poiché l’Italia non è più quella placida, tranquilla plaga di Rosari e Processioni del secolo scorso. Anzi, più il tempo passa, e sempre di meno sono coloro che s’affidano corpo e beni all’intercessione del prete per ogni passo della loro vita.
Stupisce – in un paese cattolico, che ospita il Vaticano – scoprire che tanti italiani, senza aver approfondito le religioni orientali, affermano di credere nella reincarnazione. Oppure, ritengono di poter gestire da soli – sulla scia dell’ebraismo o dei Luterani – il proprio rapporto con la divinità. Senza considerare le centinaia di migliaia d’italiani che non sono cattolici: almeno 20.000 si sono convertiti all’Islam – e senza correre dall’imam di Al-Azar, al Cairo, mentre Magdi “Cristiano” Allam s’è fatto battezzare addirittura dal Papa! – poi c’è la tradizionale presenza ebraica e luterana, mentre gli adepti delle religioni orientali (soprattutto il buddismo, nelle sue varie manifestazioni) sono in costante aumento.
Alcune di queste confessioni vengono spregevolmente definite “sette”, per far passare il messaggio “è roba di serie B”: sarà pure di serie Z ma, se si rispetta la legge e non si commettono reati, ciascuno ha il sacrosanto diritto di professare quel che vuole. E di ricevere l’8 per mille per il suo credo: questa dovrebbe essere la semplicissima “ricetta” di uno Stato democratico.

Gli immigrati sono oggi il 5% della popolazione italiana ma, siccome sono più prolifici, sono il 10% circa della popolazione scolastica: è oramai normale avere in classe qualche musulmano od ortodosso.
A fronte di questa situazione – facendo forza sul dettato concordatario – le gerarchie ecclesiastiche strombazzano ai quattro venti anatemi contro il TAR del Lazio, colpevole di voler escludere il loro cavallo dal Palio.
Forse, se fossero più avveduti, s’accorgerebbero che sono loro stessi ad escluderlo, obbligando i loro “cavalli” a giocare una partita persa in partenza, e mettendo sempre di più in difficoltà l’istituzione scolastica che le loro “intemperanze” deve gestire.

Se l’Italia diventa sempre di più un Paese multietnico, e se molti italiani s’affidano ad altri credi, non sarebbe meglio far correre un “cavallo” che narri la storia delle Religioni, i vari credi, le differenze, le altrui ricchezze? Il tempo per farlo non mancherebbe certo: hanno più tempo a disposizione dei docenti di Fisica e di Filosofia! Che s’assumano le loro responsabilità: a quel punto, l’insegnamento dovrebbe divenire obbligatorio, per tutti.
Vediamo cosa lo impedisce.

La gerarchia cattolica non comprende (o fa finta di non capire) che l’Italia è un Paese sempre meno legato al Cattolicesimo, al di fuori degli aspetti esteriori e d’immagine, e sempre più smarrito. Lo stesso Giovanni Paolo Secondo s’accorse del problema, giungendo ad affermare che, a fronte del nulla, era senz’altro meglio credere in qualcosa, anche al di fuori del Cattolicesimo.
Con l’avvento di Benedetto XVI – uomo che fu apertamente contrario alle aperture ecumeniche del suo predecessore – la gerarchia cattolica s’è ancor più chiusa in se stessa: lancia anatemi contro un ignaro giornalista il quale, notando l’evidenza, comunica che ad ascoltare il Pontefice c’erano “quattro gatti”.
S’intrufola, poi, nelle questioni interne della politica nazionale: niente pillola RU 486, niente PACS, nulla che possa contraddire una visione integralista della dottrina, come se cedere in qualcosa aprisse brecce troppo pericolose, difficili da controllare. E, proprio questo è il punto.

Quando una religione è morente, proprio lì vanno ad incentrarsi gli sforzi per sostenere con l’apparenza (soprattutto mediatica) la sua sopravvivenza: se stiamo importando, oltre a banane e computer, anche preti e suore, qualcosa vorrà pur dire.
Sprangate le porte, è ovvio che gli spifferi allargano ogni giorno che passa pericolosissime (per loro) crepe: oggi è la questione dell’ora di Religione, domani sarà il celibato dei preti, dopodomani altro ancora. E’ la dottrina ad essere vecchia, inutile raccontare frottole: come si fa, in tempi d’AIDS, a proibire il preservativo?
La Chiesa Cattolica è anche una potenza economica, ma questo ha scarsi legami con la sua diffusione dottrinale: al più, conterà per mantenere fedeli gli uomini delle istituzioni, i quali, a loro volta, si trovano in evidente difficoltà nel dover difendere l’indifendibile. Lo fanno, perché il Dio Denaro abita anch’egli le sacrestie, ma con il trascorrere del tempo sarà sempre più dura e gli italiani comprenderanno sempre di meno gli anatemi e gli “inviti” che giungono da Oltretevere.
Potranno anche acquistare sul mercato dei politici un Rutelli – che partì Radicale! – ed averlo al loro servizio: più difficile sarà riempire le Chiese e, soprattutto, i Seminari.
Quando l’attuale (e molto anziana) generazione di religiosi se ne andrà, la nazione che da sempre ha ospitato il Papato si ritroverà un clero composto in maggioranza da africani ed asiatici, i quali dovranno “evangelizzare” una popolazione diversissima per cultura, tenore di vita, valori, ecc. Paradossalmente – cosa assai curiosa – il futuro clero sarà più vicino, culturalmente, proprio al popolo dei migranti spesso – nella vulgata imperante – inviso ed accusato d’infinite colpe.

E’ altrettanto vero che la gerarchia cattolica non può fare altro: cedere le armi e riconoscere – come fece Papa Wojtila – che l’Italia è oramai “terra di missione”?
No: continuano, come fece Massenzio, a sperare – con la forza del denaro o delle armi – di riuscire a spostare un po’ più in là l’inevitabile tracollo.
Per questa ragione la piccola ora di Religione non può trasformarsi nella “Storia delle Religioni”, poiché sarebbe la certificazione di una sconfitta: a dire il vero, sarebbe soltanto la loro sconfitta, giacché la vera spiritualità abita i cuori in modo assai discreto, tende a non manifestarsi troppo nel mondo, dialoga con l’Uomo nell’intimo dei suoi dubbi, delle sue paure e delle risposte che riesce a darsi. Il troppo clamore, l’assorda e la tacita.
Perciò…”Tanto clamore per nulla”? Ebbene…sì: continueremo a propinare ai nostri giovani 416 ore di Religione Cattolica, fino all’inevitabile estinzione. E non della sola disciplina scolastica.

[1] I calcoli sono stati eseguiti al netto di qualsiasi riforma, ovvero riferendoci al tradizionale “impianto Gentile”.

11 agosto 2009

L’Italia sta andando a fondo: che fare?

Il dato era “inatteso” dalla classe politica dominante: eppure, quel 1,2% di calo della produzione industriale a Giugno[1], sul precedente mese di Maggio, racconta che quello che tutti, oramai, abbiamo compreso.
Forse meno coinvolta dalla crisi finanziaria internazionale – giacché l’Italia era Paese arretrato nelle alchimie finanziarie – oggi, con quasi il 20% della produzione industriale persa in un solo anno, il Belpaese vede spalancarsi la porta del baratro.
Quelli che stanno venendo al pettine non sono i frutti della crisi internazionale, ossia non sono le cause dirette di quella colossale truffa, bensì le debolezze interne dell’Italia/Paese, la sua cronica arretratezza. Quando il gioco si fa duro – si narra – i duri emergono: i vasi di coccio, spariscono e tornano ad esser terra.
Verrebbe quasi da dire, parafrasando un sillogismo dell’antica cristianità: memento Italia, quia pulvis es et in pulverem reverteris.

Fin qui niente di nuovo, ma alcuni articoli comparsi ultimamente su CDC cantavano praticamente la medesima canzone: pur essendo informati sulle cause, e conoscendo anche qualche rimedio, non siamo in grado di far nulla.
Il senso degli articoli di Paolo Barnard – sappiamo tutto, ma non sappiamo come realizzarlo – oppure di Badiale e Bontempelli – dobbiamo organizzarci, ma attenzione alle false sirene – è praticamente il medesimo: chi legge sul Web, spesso, s’è fatto un’idea molto precisa su quanto sta avvenendo e, anche senza ricevere “imbeccate”, sa riconoscere da solo la natura degli eventi politici.
Ad esempio: per la gran parte della persone, l’anomala crescita del prezzo della benzina è dovuto ad una semplice “truffa” a danno dei consumatori. Se, invece, si sa che Scaroni fu socialista al pari di Sacconi, Brunetta, Cicchitto (e Berlusconi, più defilato ma presente) è facile comprendere che, attraverso l’ENI, stanno facendo cassa. Non possono più, come ai tempi della DC, aumentare le accise sui carburanti per il Vajont: lo fanno in modo surrettizio, mascherato, ma è la stessa politica. Domani, s’inventeranno una Robin Tax 2, così gli estimatori di Tremonti saranno soddisfatti.

Anche sull’energia, quanti articoli sono stati pubblicati?
C’è chi crede nel mutamento climatico causato dall’Uomo, chi preferisce addossarlo a cause naturali, ma su un punto tutti sono d’accordo: possiamo contare sui combustibili fossili per circa mezzo secolo, sul nucleare (forse) per qualche anno in più, ma la frittata è questa, non un’altra. Senza considerare che il 5% della produzione petrolifera è destinata ad usi petrolchimici.
Tutto il Pianeta sta interrogandosi sulle rinnovabili, sperimenta, costruisce, installa: in Francia e Gran Bretagna installano turbine eoliche ed idroelettriche addirittura nella città[2], in Irlanda piazzano idrogeneratori da 1,2 MW in mare[3], il primo dirigibile totalmente autosufficiente (i motori sono alimentati da celle fotovoltaiche) attraverserà la Manica a fine Agosto 2009[4]. E potremmo continuare con una sfilza di eccetera, eccetera, eccetera…
Intanto, nella bella Italia, la “bella pensata” è quella di costruire centrali nucleari, senza sapere chi caccerà i soldi (tanti), se ci sarà ancora Uranio (soprattutto, a quale prezzo!) e senza aver risolto il problema delle scorie. Dobbiamo ancora trovare posto per quelle d’antica data (Trino Vercellese, ecc) e ne vogliamo creare di nuove?
Non riflettono nemmeno per un attimo che la produzione eolica (non la potenza installata!), negli USA, da un paio d’anni ha superato quella di fonte nucleare, non prestano orecchio agli investimenti cinesi (la metà nell’eolico), fanno orecchie da mercante sulla Kitegen di Chieri[5], che ha già iniziato la sperimentazione sull’eolico d’alta quota – solo tre aziende al mondo ci lavorano, USA, Olanda ed Italia – e per una volta saremmo fra i primi. Basta? No, perché, con un modestissimo investimento della Regione Lazio[6], strutture universitarie pubbliche sono all’avanguardia nella progettazione delle celle fotovoltaiche che usano pigmenti organici (resa più bassa, ma costi irrisori) ed anche qui sono in pochi a farlo: USA, Nuova Zelanda e pochissimi altri.

Una delle critiche portate dai lettori agli articoli di Barnard, Badiale e Bontempelli (di qui in avanti, per comodità, B + B&B) è stata che la coscienza del disastro – economico, industriale, ambientale, sociale, giuridico – italiano è patrimonio di pochi. Il che, in parte è vero. Ma solo in parte: ci spieghiamo.
Se consideriamo le truffe sulla moneta, quelle finanziarie, i “giochi delle tre carte” di Tremonti, le “danze dei grembiulini” e quant’altro, è probabilmente vero; siamo mosche bianche, ma così è sempre stato: da quando mondo è mondo, i movimenti nascono dalle avanguardie.
Non dimentichiamo, però, che questo Governo – che a suo dire passa di successo in successo ed è appoggiato da proporzioni “bulgare” – è votato solo da 3 italiani su 10. E gli italiani che appoggiano il nucleare sono una minoranza, solo il 37%, che si riducono ai soliti 3 su 10 se devono accettare una centrale nucleare sul loro territorio.
Ciò non è dovuto soltanto all’antico “terrore” per l’Atomo, ma anche alla riflessione che – in materia energetica – o si cercano vie nuove o si va a fondo: questo, l’hanno compreso in tanti.

“Per il Bene Comune” ha lanciato una raccolta di firme per bloccare l’assurda idea berlusconiana di costruire il nucleare quando tutti già pensano ad altro, e bisognerebbe che questa raccolta di firme, domani, si trasformasse in un movimento referendario.
Si potrà obiettare che i referendum hanno stufato, che la Casta gioca sull’assenteismo per depotenziarli, che la Magistratura competente potrebbe non accettare i quesiti – ma sarebbe difficile, perché c’è ancora l’ombra del referendum del 1987 – però, un movimento referendario che chiedesse una inversione di 180° in materia energetica, avrebbe buone possibilità di successo. Come movimento, certamente: il risultato, poi, con le alchimie di Palazzo, potrebbe svanire, ma rimarrebbe una battaglia importante, catalizzatrice e concentratrice di comuni interessi, che vanno oltre la pura e semplice querelle energetica.
Sarebbe una battaglia dove si sta da una parte o dall’altra, senza ripensamenti, come per Vicenza. Sei contro la base? Bene, sei con noi. Sei contro la base “ma il mio partito…”: accomodati da un’altra parte.

B + B&B propongono attivismo per giungere alla creazione di un movimento, non nascondendo (i secondi) la necessità di trovare finanziamenti: è tutto vero, ma dubito che si riescano (per ora) a trovare soldi per andar contro la corazzata di regime.
Per prima cosa, bisognerebbe far capire che – se ci mettiamo d’impegno, anche solo dal Web, per ora – possiamo far male, molto male ai loro perversi interessi d’accentramento di capitali a danno delle classi meno abbienti. E, la politica energetica, ne è un esempio lampante. Non crediate che il Web non faccia opinione: è ciò che più preoccupa la Casta, non certo i belati parlamentari ed extraparlamentari.
Quanto stanno truffando – oggi, mentre scriviamo – nelle nostre tasche ai distributori di carburante? Quanto ci trufferanno, durante la stagione invernale, con i contatori del metano “taroccati” – guarda a caso – sempre a loro favore? Oppure immettendo CO2 nelle tubazioni, con la scusa di mantenere la pressione d’esercizio? Quando una rete complessa – in casa non ce ne possiamo accorgere – viene rimessa in esercizio solo nella stagione invernale, “sbuffa” anidride carbonica per un buon quarto d’ora.

Questi sono soltanto dati tecnici – sempre a loro favore, sotto l’aspetto economico – ma c’è di più: perché la gestione delle rinnovabili non può diventare pubblica? Perché ENI ed ENEL si guardano bene dal promuoverle e si limitano sempre alle energie non rinnovabili? Lo sappiamo: in un sistema finito (fossili ed Uranio) si controlla più facilmente il mercato. Di fronte all’infinito delle rinnovabili, la cosa è più complessa.
Ecco, allora, una “leva” dalla quale partire per creare delle aggregazioni, un movimento che chieda la gestione energetica del Paese non più nelle mani di pochi oligarchi, bensì in mano pubblica – in un nuovo “pubblico”, non certo dalle parti di Scaroni – anche se la spicciola gestione tecnica potrà essere affidata ai privati.

Abbiamo già chiarito – cifre alla mano – in precedenti articoli come sarebbe possibile ricavare più del 40% dell’energia elettrica[7] soltanto da tre campi eolici off-shore posizionati al largo della Puglia, della Sicilia e della Sardegna, senza nessun problema ambientale: invisibili da terra. Un’elaborazione compiuta su dati del CESI, non chiacchiere: altro che il misero 20% delle centrali di Berlusconi, dopo il 2020 (!).
L’investimento necessario sarebbe di circa 5 miliardi di euro per 10 anni, ma il primo aerogeneratore inizierebbe a fornire energia subito, non dopo il 2020!
Come raccogliere una simile cifra?
Con l’azionariato pubblico garantito dallo Stato.
La convenienza economica del sistema eolico è acclarata, tanto che ovunque il mercato s’espande in modo iperbolico, anche al netto dei Certificati Verdi.
Grazie agli utili, sarebbe possibile fornire un rendimento ben superiore agli attuali bond in circolazione, con la garanzia dello Stato, giacché si tratta di un mercato che non può riservare sorprese.
Gestendo in modo oculato la collocazione dei bond – nominativi, piccolo taglio delle emissioni, “tetti” che impediscano l’accentramento dei bond stessi, controllo delle emissioni affidato alla Magistratura ed alla Corte dei Conti – essi diventerebbero una vera “ancora di salvezza” per i risparmi delle classi meno abbienti. Di più: la vendita d’energia, creerebbe comunque utili.
Bene: il 20% degli utili sarebbe destinato alla ricerca in campo energetico ed il rimanente 80% diventerebbe un fondo di soccorso sociale, senza possibilità di storni di bilancio, stabilito per norma. In questo modo, l’Italia potrebbe finalmente iniziare a sganciare l’assistenza dalla previdenza, il che non c’obbligherebbe a lavorare fino a 65 e più anni, mentre quel 20% destinato alla ricerca sarebbe la manna per tanti, giovani e volonterosi ricercatori.

Qualcuno potrà obiettare che una simile quota riservata all’eolico potrebbe riservare sorprese per la discontinuità della fornitura, e ciò è vero.
Dimentichiamo gli almeno 8 milioni di tonnellate di biomasse d’origine agricola e forestale, con le quali sarebbe possibile costruire un centinaio di piccole centrali termoelettriche a ciclo combinato, le quali avrebbero rendimenti dell’80% – energia elettrica e calore (riscaldamento invernale), non il 35% delle attuali centrali termoelettriche a combustibili fossili – che contribuirebbero a stabilizzare l’offerta.
Inoltre – visto che il solare termodinamico è un’invenzione italiana – non sarebbe male iniziare (la Spagna ha già cominciato!) a costruire qualche centrale termodinamica che non sia il solito tormentone per allocchi di Priolo Gargallo. Una centrale termodinamica a gestione ENI! A quando, la gestione delle adolescenti perdute a Barbablù?
Non dimentichiamo che il termodinamico è importante per compensare la richiesta estiva dei climatizzatori e che, grazie alle elevate temperature d’esercizio, può fornire energia anche dopo il calar del sole. L’ENEA, inoltre, ha già completato gli studi per la generazione diretta d’Idrogeno mediante reazioni catalitiche alle alte temperature.
Infine, ci sarebbero interessanti studi da compiere per realizzare delle interazioni fra il solare termico e quello termodinamico.
Ci sarebbero poi tantissime, altre possibilità: voglio solo citare le pompe di calore le quali, in prossimità di “letti caldi” e nelle adiacenze dei vulcani, avrebbero altissimi rendimenti. E il moto ondoso? Le correnti sottomarine? Il recupero, a fini idroelettrici, delle migliaia di canali che alimentavano i mulini? Potremmo continuare. E, questi, sarebbero posti di lavoro a tempo indeterminato: garantiti, sicuri.

Non nascondiamo che il dilemma energetico è sfaccettato e complesso, ma sarebbe sbagliato scegliere la politica energetica – per quanto riguarda l’aspetto tecnico – mediante la lente politica o, peggio, ideologica: la Fisica rimane tale, e non si può abolire la Legge di Ohm.
Esempio: è allettante pensare alla produzione eolica destinata all’auto-consumo ma, se consulterete le mappe del CESI[8], noterete che, a terra e con piccoli impianti, difficilmente si superano le 1200 ore/anno di produzione alla potenza nominale[9]. Al contrario, i “campi” in mare aperto raggiungono le 3.000 ore/anno: il vantaggio economico è chiarissimo.
Sull’altro versante, però, sistemi locali diretti all’auto-consumo presentano risparmi per altri aspetti, quali il risparmio sulle perdite in rete e, tutto sommato, diminuiscono la complessità della rete stessa.
Se espandiamo il concetto ad altri metodi (solare termodinamico, termico, fotovoltaico, pompe di calore, idroelettrico di varia taglia e natura, ecc.) scopriamo che le scelte devono essere meditate considerando, per prima cosa, la convenienza, la semplicità, gli investimenti. Ossia gli aspetti tecnici.
Se, invece, consideriamo l’energia come problema sociale – ossia chi debba gestirla, come trovare fonti d’investimento, chi debbano essere i beneficiari degli investimenti, ecc – ecco che il problema è pienamente politico.
Siano piccole realizzazioni locali, siano grandi impianti – e, la decisione, è tecnica – a monte deve essere chiaro a chi andranno i frutti degli investimenti.
Purtroppo, siamo stati abituati – e molti, oramai, lo danno per scontato! – che le aziende debbano essere gestite dai privati: s’è visto quali vantaggi ha avuto la collettività dalla cessioni (in realtà, svendite) del patrimonio statale, dalla Società Autostrade al settore alimentare!
La gestione dell’energia è un caso ancora diverso.

Nominalmente a gestione mista, ma è solo lo Stato ad avere parola in merito, sia per ENI sia per ENEL: addirittura, fu deciso un prelievo (Tremonti) d’autorità sui bilanci delle due società per sanare i conti pubblici, quella che doveva essere la “tassa sul tubo”. Ben strano comportamento per delle società a gestione mista: gli azionisti privati, non hanno avuto nulla da ridire?
In realtà, la gestione “mista” nasconde la commistione fra la Casta politica ed i suoi attacché/padroni, che sono i grandi boiardi di Stato: i nomi li conosciamo tutti.
Rompere questo sodalizio è azione zeppa d’altissimi contenuti politici, poiché si va a toccare un nervo scoperto della Casta, uno dei principali cespiti di finanziamento (l’altro, è l’infinita moltiplicazione della finanza locale, gran fornitrice di tangenti bipartisan, come le recenti inchieste acclarano).
Perciò, lottare per una nuova politica energetica – tenendo fermo il punto della gestione sociale degli utili – è una battaglia rivoluzionaria, una battaglia contro la Casta.

Riassumendo: il problema energetico è avvertito e conosciuto da un più vasto pubblico, e da qui si potrebbe partire per dimostrare come un diverso approccio – comunitario e sociale – all’energia condurrebbe a vantaggi proprio per le classi meno abbienti, a patto di stendere una normativa che leghi le mani (e, se si vuole, è possibile) agli oligarchi di regime.
Nessuno, qui, vuole negare l’importanza del risparmio energetico – sappiamo a quanto ammontano gli sprechi – ma quella del risparmio è una battaglia parallela, che si potrà condurre solo quando si dimostrerà che è possibile “intaccare” – a favore dei ceti meno abbienti – quelle decine di miliardi di euro annui che hanno in gestione gli oligarchi. In fin dei conti, il risparmio energetico – se non è affiancato dalla produzione alternativa, a gestione pubblica e con utili destinati al sociale – rischia di diventare una bellissima, pulitissima ed asettica battaglia per radical-chic ai tavolini dei bar. Cambio la lampadina ed ho salvato il mondo.

Rimane il problema di trovare strumenti d’aggregazione, “luoghi” dove incontrarci, conoscerci meglio, organizzarci.
Proprio per dare una mano a B + B&B, pubblicherò presto Italianova.org – un precedente tentativo fallì per incomprensioni interne – ed a Settembre cercherò di metterlo on line. Sono solo, ed il tempo è sempre tiranno.
Italianova potrà essere una “palestra” per discutere (con un blog collegato) un programma politico, modificarlo, proporlo e sarà aperta a tutti coloro che ne sposeranno i valori essenziali: comunitarismo, giustizia sociale, legalità, difesa dei valori costituzionali.
Chi mi ha seguito in questi anni, saprà che non nego i limiti del Web, ma mi rendo conto che solo dal Web si può ripartire: i mezzi tradizionali (speriamo in Pandora…e con questo voglio spezzare una lancia contro ogni settarismo) ci sono preclusi dalla corazzata di regime.

Non ho la stoffa del “salvatore della Patria”, e non vorrei che qualcuno pensasse a chissà quali mie mire: semplicemente, il poco che posso fare è questo. Poi, si vedrà.
Vorrei solo ricordare, a chi crede che saranno i tempi stessi a generare quel partito o movimento che ci porterà fuori dalle peste, che non conosce abbastanza la Storia: è vero che, nei momenti cruciali, gruppi organizzati si fecero avanti e – apparentemente con poco sforzo – cambiarono gli eventi, ma quei gruppi erano nati e s’erano organizzati prima. Non mi pare il caso di citare esempi che offenderebbero la vostra intelligenza.

In genere, leggo solo i commenti sul mio blog e là rispondo, ma questa volta – per l’importanza dell’argomento – leggerò anche quelli su CDC.
Perciò, vi prego d’essere concisi e diretti, senza fronzoli: chiedo idee, critiche ragionate, proposte, dubbi esposti con chiarezza. Evitate, se possibile, di cascare nella rete di qualche troll.
Poche cose: energia da fonti rinnovabili, gestione pubblica, utili a vantaggio dei ceti meno abbienti e niente nucleare. Per partire da qualcosa di concreto.
Chi vorrà aiutarmi, troverà sotto la casella di posta per contattarmi (usate solo quella, alcune vecchie caselle di posta le ho disabilitate).

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[1] Fonte : http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/economia/crisi-37/produzione-industriale/produzione-industriale.html
[2] Fonte: http://www.scienzaegoverno.org/n/060/060_02.htm
[3] Fonte: http://www.marineturbines.com/3/news/article/17/seagen_tidal_energy_system_reaches_full_power___1_2mw/
[4] Fonte: http://www.projetsolr.com/
[5] Sito: http://www.kitegen.com/index_it.html
[6] Fonte: http://www.scienzaegoverno.org/n/046/046_01.htm
[7] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2009/03/venti-nucleari.html
[8] Vedi http://www.cesiricerca.it/Testi/link.aspx?idN=10
[9] Il rendimento di un aerogeneratore (qualsiasi taglia) viene valutato mediante un parametro che calcola le ore annue alla massima potenza. Le ore, nell’anno, sono 8.760 perciò, se un aerogeneratore fornirà energia per circa 2.200 ore/anno sfrutterà circa il 25% del totale. In realtà, l’aerogeneratore fornisce quasi sempre una quota della massima potenza (ad esempio: “gira” al 70% della massima potenza): il calcolo annuale tiene conto delle media di queste percentuali, e le conforma in un dato che sono, appunto, le ore di esercizio alla massima potenza.