
Forza Caterina!
Prendiamo a prestito, non casualmente, il titolo di un libro poco conosciuto, nel quale sono descritte le vicende di tre donne, che abitavano nel savonese, accusate di stregoneria dall’Inquisizione nel ‘600. Una storia a lieto fine perché Caterina e le altre (due) furono poi assolte dai tribunali civili dell’epoca e non finirono sul rogo.
Erano, sostanzialmente, delle fattucchiere di campagna che curavano i “vermi” dei bambini con l’aglio, mentre recitavano le classiche lodi alla Madonna. Che trovarono, per loro fortuna, dei giudici che le ascoltarono.
Oggi, un’altra “Caterina” si fa viva[1] perché fa lo sciopero della fame: dopo anni ed anni trascorsi a Brescia, lontano dal marito e dai tre figli, sta per perdere il suo posto di maestra elementare precaria. E non ci sta.
Non ci sta perché Caterina ha alle spalle 14 anni di precariato, di viaggi, lontananze, telefonate affettuose ai figli ed al marito, pasti cucinati su un comodino nelle pensioni a buon mercato, treni, notti insonni, fatica.
Sono 14 anni di sangue e lacrime, verrebbe da dire, perché 14 anni trascorsi in quel modo sono un bel pezzo di vita: vita che non torna più indietro, anni che nessuno più ti renderà, figli che saranno cresciuti lontano da te, inesorabilmente, con la cornetta del telefono al posto del viso di mamma.
Caterina non ci sta, non sopporta che un asettico decreto – firmato da un freddo Ministro dell’Economia, da un buffo Ministro della Funzione Pubblica e da una gelida “Ministra” dell’Istruzione – cancelli i suoi anni di fatiche con un colpo di spugna. E Caterina, a ben vedere, ha ragione mentre i suoi “esecutori” non conoscono nemmeno l’ABC della Repubblica che ritengono di “servire”.
Art. 4 (Cost.)
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
La nostra Repubblica non ciancia a vanvera, non disquisisce sui termini, non sollucchera con i condizionali: “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Capito?
Il suo “dovere” – Caterina – lo assolve; sono altri che non sono in grado di garantirle quel diritto: se non sono in grado di farlo, rassegnino le dimissioni e lascino le loro (milionarie) poltrone.
Già, ma questa è la Costituzione vera, non quella “materiale” della quale cianciano pessimi politici che si contraddistinguono, inoltre, per essere stati probabilmente pessimi studenti (come si fa a non conoscere la Costituzione?) e che si sono, infine, trasformati in miserrimi uomini e donne delle istituzioni.
Se Caterina piange e fa lo sciopero della fame, F. non ride: professore d’orchestra, si è visto mettere in cassa integrazione[2] (con tutta l’orchestra) da un Ministro della Cultura che ama scrivere poesie senza conoscere Benedetto Croce. Se lo conoscesse, saprebbe che dopo i 18 anni a scrivere poesie rimangono soltanto “i poeti e i cretini”: sia lo stesso Ministro a scegliere in quale categoria preferisce essere incluso.
A meno di sostenere che il cretino sia Benedetto Croce – filosofo per il quale non proviamo una profonda empatia – ma che mai e poi mai ci sentiremmo di definire tale.
Il problema dei costi che assilla la musica (classica, operistica, ma anche il jazz) è complesso e probabilmente deriva da anni ed anni di nomine ai vertici dei teatri a dir poco “stravaganti”: chi li ha nominati? La classe politica.
Giungiamo così all’assurdo: fior di dobloni per direttori et similia e cassa integrazione per chi la musica dovrebbe farla, ossia gli orchestrali.
Domanda: come mai, all’estero, questi problemi non esistono proprio?
Seconda domanda: un Paese con vocazione turistica centrata sulla cultura, inizia un percorso “virtuoso” cacciando chi la cultura dovrebbe farla e proporla?
Ah, già: restano le poesie di Bondi e le schitarrate di Apicella.
Non vogliamo però sottrarci alle motivazioni di tante sciagure, al necessario “rigore” per salvare il bilancio, il debito, la calcolatrice di Tremonti, il salvabile, l’uovo al tegamino…
Ci rechiamo allora nel sancta sanctorum del berluscon-pensiero, quella Ragione Politica fondata da un ex socialista, un po’ prete ed un po’ politico, che rispondeva al nome di Gianni Baget Bozzo.
Lì, tutto è asettico, disinfettato dalle semplici pulsioni delle persone comuni come Caterina, dai loro ardire, dalle loro lamentazioni, perché la suprema “Ragione Politica” – oramai sinonimo di Ragion di Stato – tutto include e tutto esclude, ovviamente nel rispetto dei valori della Ragion di Stato. Politica, ovvio.
Una pessima rivisitazione del liberal pensiero thatcheriano/reaganiano prende forma in un articolo di una certa Emanuela Melchiorre, dal titolo accondiscendente ed invitante, che profuma come un bosco di rose a Primavera: “Cala il fabbisogno del settore statale”[3].
Oh, finalmente! Lo Stato divoratore ha rallentato il passo, s’è deciso ad essere meno esigente nei confronti dei cittadini!
Qualche decimale strapazzato qui e là, un po’ di buone intenzioni e di necessari salamelecchi ai potenti che assicurano la sopravvivenza delle testata e…tante, tante genuflessioni nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, il vero deus ex machina che tutto pervade. Sembra quasi il Dio che tutto vede, provvede e tutto giudica.
Italia? Cinque e mezzo, forse sei meno: tre Pater, tre Ave e tre Gloria.
Il FMI è moderatamente soddisfatto del “panorama Italia”: insomma, sembrano dire l’autrice ed il FMI (i confini, fra i due, sono evanescenti), potrebbe andar peggio. Non ci sarà nessun default d’Italia, Portogallo, Grecia…perché l’UE non lo permetterà. Come la crisi economica che mai, parola di Berlusconi e Tremonti, avrebbe lambito l’italiche coste.
C’è un problema di debito: sì, questo c’è – ma va? – però è un debito “antico”. Insomma, non proviamo a dare la colpa a Berlusconi per quel debito: sono quasi 10 anni, complessivamente, che governa ma non c’entra niente. Nel 2007 il rapporto debito/PIL era intorno al 106%, oggi “corre” verso il 120%, ma la crisi è un’invenzione dei pessimisti e l’aumento del rapporto debito/PIL una calunnia contro il “miglior ministro dell’Economia in Europa”. Sarebbe Giulio Tremonti.
La notizia è comunque vera, qualche decimale di risparmio c’è: a quale prezzo?
A pagarne il prezzo non sono questi saltimbanchi della politica – quelli che sono giunti ad organizzare convogli di “squadristi” per fischiarsi reciprocamente[4] – bensì Caterina e “gli altri”, condannati dal rinnovello tribunale inquisitorio messo in piedi da Tremonti, Brunetta con l’importante beneplacito del FMI. Il quale, però, non compare nella Costituzione Italiana.
Il pessimo gioco di una cattiva politica si nutre di misere scelte: non sapendo trovare soluzioni per un’economia allo sfascio, assaltano le casse degli istituti previdenziali per pagare miseri sussidi al reddito. Dopo, ovviamente, devono allungare l’età della pensione per non far andare “in rosso” quelle casse e, contemporaneamente, ridurre i servizi al lumicino. Caterina deve andarsene, perché non abbiamo i soldi per pagare la liquidazione a Tizia se la mandiamo in pensione (per far posto a Caterina), cosicché potremo pagare (per quanto?) la cassa integrazione ad F. Un bel modo di programmare il futuro economico italiano: clap, clap, clap…
Tutti stiamo pagando[5]: la scuola, ridotta al lumicino in classi da 40 allievi, con una riforma che “suddivide et impera” senza, però, avere il coraggio di chiarire gli obiettivi, definire dei programmi, di là di semplici “indicazioni” che lasciano il tempo che trovano e che chiunque, con qualche anno d’esperienza alle spalle, sarebbe stato in grado di scrivere.
S’iniziano a cogliere, qui e là, segnali di vera disperazione sociale, come i due coniugi che tentavano di vendere i loro reni e gli ovuli sul Web[6]…ma non fa niente, il FMI è contento, lo Stato risparmia, tutto va bene madama la marchesa.
Peccato che Caterina sia stata ricoverata in ospedale dopo una settimana di sciopero della fame, ma sua Eccellenza il Ministro dell’Istruzione non riceve precari perché, a suo dire, sono soltanto “infiltrati politici”[7]. Pare che ci fosse qualcuno con la tessera dell’Italia dei Valori: peccato mortale! Non è compreso, nella Ragione Politica di Stato, che qualcuno abbia in tasca quella tessera, perché – evidentemente – L’Etat c’est moi e tutti voi – per concludere con il Belli – “non siete un cazzo”.
Ma questa volta siamo noi a non starci, ed eleggiamo “Caterina e le altre” a nostre icone, perché archetipi di quelle donne – meridionali e settentrionali – che hanno sempre lottato per le loro famiglie e per i loro figli. Dalle filande alle catene di montaggio, dai campi alla scuola è il medesimo canto di sempre: quando l’uomo tace per disperazione o per orgoglio, è la donna a farsi carico del fardello di disperazione e ad urlarlo in faccia ai potenti.
Perciò, scegliamo senza dubbi “Caterina e le altre” – quelle che scamparono al rogo secoli or sono e quelle che vogliono oggi scampare alla falce berlusconiana – mentre per le Marie…siamo agnostici.
Se la vera Maria esiste, si facci viva: altrimenti, che precipitino pure mille “Stelle” cadenti.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
Erano, sostanzialmente, delle fattucchiere di campagna che curavano i “vermi” dei bambini con l’aglio, mentre recitavano le classiche lodi alla Madonna. Che trovarono, per loro fortuna, dei giudici che le ascoltarono.
Oggi, un’altra “Caterina” si fa viva[1] perché fa lo sciopero della fame: dopo anni ed anni trascorsi a Brescia, lontano dal marito e dai tre figli, sta per perdere il suo posto di maestra elementare precaria. E non ci sta.
Non ci sta perché Caterina ha alle spalle 14 anni di precariato, di viaggi, lontananze, telefonate affettuose ai figli ed al marito, pasti cucinati su un comodino nelle pensioni a buon mercato, treni, notti insonni, fatica.
Sono 14 anni di sangue e lacrime, verrebbe da dire, perché 14 anni trascorsi in quel modo sono un bel pezzo di vita: vita che non torna più indietro, anni che nessuno più ti renderà, figli che saranno cresciuti lontano da te, inesorabilmente, con la cornetta del telefono al posto del viso di mamma.
Caterina non ci sta, non sopporta che un asettico decreto – firmato da un freddo Ministro dell’Economia, da un buffo Ministro della Funzione Pubblica e da una gelida “Ministra” dell’Istruzione – cancelli i suoi anni di fatiche con un colpo di spugna. E Caterina, a ben vedere, ha ragione mentre i suoi “esecutori” non conoscono nemmeno l’ABC della Repubblica che ritengono di “servire”.
Art. 4 (Cost.)
La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
La nostra Repubblica non ciancia a vanvera, non disquisisce sui termini, non sollucchera con i condizionali: “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”. Capito?
Il suo “dovere” – Caterina – lo assolve; sono altri che non sono in grado di garantirle quel diritto: se non sono in grado di farlo, rassegnino le dimissioni e lascino le loro (milionarie) poltrone.
Già, ma questa è la Costituzione vera, non quella “materiale” della quale cianciano pessimi politici che si contraddistinguono, inoltre, per essere stati probabilmente pessimi studenti (come si fa a non conoscere la Costituzione?) e che si sono, infine, trasformati in miserrimi uomini e donne delle istituzioni.
Se Caterina piange e fa lo sciopero della fame, F. non ride: professore d’orchestra, si è visto mettere in cassa integrazione[2] (con tutta l’orchestra) da un Ministro della Cultura che ama scrivere poesie senza conoscere Benedetto Croce. Se lo conoscesse, saprebbe che dopo i 18 anni a scrivere poesie rimangono soltanto “i poeti e i cretini”: sia lo stesso Ministro a scegliere in quale categoria preferisce essere incluso.
A meno di sostenere che il cretino sia Benedetto Croce – filosofo per il quale non proviamo una profonda empatia – ma che mai e poi mai ci sentiremmo di definire tale.
Il problema dei costi che assilla la musica (classica, operistica, ma anche il jazz) è complesso e probabilmente deriva da anni ed anni di nomine ai vertici dei teatri a dir poco “stravaganti”: chi li ha nominati? La classe politica.
Giungiamo così all’assurdo: fior di dobloni per direttori et similia e cassa integrazione per chi la musica dovrebbe farla, ossia gli orchestrali.
Domanda: come mai, all’estero, questi problemi non esistono proprio?
Seconda domanda: un Paese con vocazione turistica centrata sulla cultura, inizia un percorso “virtuoso” cacciando chi la cultura dovrebbe farla e proporla?
Ah, già: restano le poesie di Bondi e le schitarrate di Apicella.
Non vogliamo però sottrarci alle motivazioni di tante sciagure, al necessario “rigore” per salvare il bilancio, il debito, la calcolatrice di Tremonti, il salvabile, l’uovo al tegamino…
Ci rechiamo allora nel sancta sanctorum del berluscon-pensiero, quella Ragione Politica fondata da un ex socialista, un po’ prete ed un po’ politico, che rispondeva al nome di Gianni Baget Bozzo.
Lì, tutto è asettico, disinfettato dalle semplici pulsioni delle persone comuni come Caterina, dai loro ardire, dalle loro lamentazioni, perché la suprema “Ragione Politica” – oramai sinonimo di Ragion di Stato – tutto include e tutto esclude, ovviamente nel rispetto dei valori della Ragion di Stato. Politica, ovvio.
Una pessima rivisitazione del liberal pensiero thatcheriano/reaganiano prende forma in un articolo di una certa Emanuela Melchiorre, dal titolo accondiscendente ed invitante, che profuma come un bosco di rose a Primavera: “Cala il fabbisogno del settore statale”[3].
Oh, finalmente! Lo Stato divoratore ha rallentato il passo, s’è deciso ad essere meno esigente nei confronti dei cittadini!
Qualche decimale strapazzato qui e là, un po’ di buone intenzioni e di necessari salamelecchi ai potenti che assicurano la sopravvivenza delle testata e…tante, tante genuflessioni nei confronti del Fondo Monetario Internazionale, il vero deus ex machina che tutto pervade. Sembra quasi il Dio che tutto vede, provvede e tutto giudica.
Italia? Cinque e mezzo, forse sei meno: tre Pater, tre Ave e tre Gloria.
Il FMI è moderatamente soddisfatto del “panorama Italia”: insomma, sembrano dire l’autrice ed il FMI (i confini, fra i due, sono evanescenti), potrebbe andar peggio. Non ci sarà nessun default d’Italia, Portogallo, Grecia…perché l’UE non lo permetterà. Come la crisi economica che mai, parola di Berlusconi e Tremonti, avrebbe lambito l’italiche coste.
C’è un problema di debito: sì, questo c’è – ma va? – però è un debito “antico”. Insomma, non proviamo a dare la colpa a Berlusconi per quel debito: sono quasi 10 anni, complessivamente, che governa ma non c’entra niente. Nel 2007 il rapporto debito/PIL era intorno al 106%, oggi “corre” verso il 120%, ma la crisi è un’invenzione dei pessimisti e l’aumento del rapporto debito/PIL una calunnia contro il “miglior ministro dell’Economia in Europa”. Sarebbe Giulio Tremonti.
La notizia è comunque vera, qualche decimale di risparmio c’è: a quale prezzo?
A pagarne il prezzo non sono questi saltimbanchi della politica – quelli che sono giunti ad organizzare convogli di “squadristi” per fischiarsi reciprocamente[4] – bensì Caterina e “gli altri”, condannati dal rinnovello tribunale inquisitorio messo in piedi da Tremonti, Brunetta con l’importante beneplacito del FMI. Il quale, però, non compare nella Costituzione Italiana.
Il pessimo gioco di una cattiva politica si nutre di misere scelte: non sapendo trovare soluzioni per un’economia allo sfascio, assaltano le casse degli istituti previdenziali per pagare miseri sussidi al reddito. Dopo, ovviamente, devono allungare l’età della pensione per non far andare “in rosso” quelle casse e, contemporaneamente, ridurre i servizi al lumicino. Caterina deve andarsene, perché non abbiamo i soldi per pagare la liquidazione a Tizia se la mandiamo in pensione (per far posto a Caterina), cosicché potremo pagare (per quanto?) la cassa integrazione ad F. Un bel modo di programmare il futuro economico italiano: clap, clap, clap…
Tutti stiamo pagando[5]: la scuola, ridotta al lumicino in classi da 40 allievi, con una riforma che “suddivide et impera” senza, però, avere il coraggio di chiarire gli obiettivi, definire dei programmi, di là di semplici “indicazioni” che lasciano il tempo che trovano e che chiunque, con qualche anno d’esperienza alle spalle, sarebbe stato in grado di scrivere.
S’iniziano a cogliere, qui e là, segnali di vera disperazione sociale, come i due coniugi che tentavano di vendere i loro reni e gli ovuli sul Web[6]…ma non fa niente, il FMI è contento, lo Stato risparmia, tutto va bene madama la marchesa.
Peccato che Caterina sia stata ricoverata in ospedale dopo una settimana di sciopero della fame, ma sua Eccellenza il Ministro dell’Istruzione non riceve precari perché, a suo dire, sono soltanto “infiltrati politici”[7]. Pare che ci fosse qualcuno con la tessera dell’Italia dei Valori: peccato mortale! Non è compreso, nella Ragione Politica di Stato, che qualcuno abbia in tasca quella tessera, perché – evidentemente – L’Etat c’est moi e tutti voi – per concludere con il Belli – “non siete un cazzo”.
Ma questa volta siamo noi a non starci, ed eleggiamo “Caterina e le altre” a nostre icone, perché archetipi di quelle donne – meridionali e settentrionali – che hanno sempre lottato per le loro famiglie e per i loro figli. Dalle filande alle catene di montaggio, dai campi alla scuola è il medesimo canto di sempre: quando l’uomo tace per disperazione o per orgoglio, è la donna a farsi carico del fardello di disperazione e ad urlarlo in faccia ai potenti.
Perciò, scegliamo senza dubbi “Caterina e le altre” – quelle che scamparono al rogo secoli or sono e quelle che vogliono oggi scampare alla falce berlusconiana – mentre per le Marie…siamo agnostici.
Se la vera Maria esiste, si facci viva: altrimenti, che precipitino pure mille “Stelle” cadenti.
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://www.repubblica.it/scuola/2010/09/03/news/denuncia_precaria-6723986/?ref=HREC1-3
[2] Vedi: http://classicvillage.net/varie/257-carlo-felice-di-genova-parte-la-cassa-integrazione.html
[3] Vedi: http://www.ragionpolitica.it/cms/index.php/201009023318/politica-economica/cala-il-fabbisogno-del-settore-statale.html
[4] Fonte: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/09/02/contro-fini-la-brambilla-prepara-gli-squadristi.html
[5] Vedi: http://www.repubblica.it/scuola/2010/09/03/news/commento_saraceno-6722934/
[6] Vedi: http://ilcentro.gelocal.it/chieti/cronaca/2010/09/03/news/rene-e-ovuli-in-vendita-sul-web-per-pagare-il-mutuo-della-casa-2313658
[7] Vedi: http://www.repubblica.it/scuola/2010/09/02/news/precari_gelmini_ok_confronto_no_strumentalizzazioni-6699854/

