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01 settembre 2020

L’omicidio di un sindaco “santo” e la radice del male italiano

“È una storia da dimenticare

è una storia da non raccontare

è una storia un po' complicata

è una storia sbagliata.”

Fabrizio de André – Una storia sbagliata – 1980

 

Per raccontare questa storia, non si sa da dove cominciare: dall’inizio o dal fondo? Se si comincia dal fondo la storia è già finita: Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, la sera del 5 Settembre 2010 viene freddato, a Pollica, nella sua auto da nove colpi di una pistola in calibro 9 x 21, mai ritrovata. Tutti i colpi vanno a segno: parrebbe – ma il condizionale è d’obbligo per ogni angolo di questa vicenda – che il sindaco conoscesse chi gli ha sparato, perché l’auto era ferma col freno a mano tirato ed il finestrino abbassato.

Le indagini tirano in ballo un personaggio un po’ borderline, tale Bruno Humberto Damiani detto “il brasiliano”, poi un Generale dei Carabinieri in pensione, già fondatore dei ROS, tale Domenico Pisani, anch’egli originario di Pollica…e stop. Non ci sono indizi convincenti, armi da collegare con precisione all’omicidio…solo una serie di sospetti che i vari Sostituti Procuratori, avvicendatisi nell’inchiesta, hanno scovato ed indagato…ma nulla che abbia la sostanza di una prova o, almeno, di un indizio convincente.

 

Anche la “ragione” presentata come movente dell’omicidio Vassalo – ossia la contrarietà del sindaco alle cosche per lo spaccio di cocaina – a ben guardarla, non regge molto: quando mai, la camorra o la n’drangheta si metterebbero in un simile pasticcio ammazzando un sindaco che è diventato un simbolo della buona amministrazione…per lo spaccio di cocaina in un piccolo borgo del Cilento? Con gli affari che hanno fra le mani le varie mafie, proprio in quel paesino dimenticato dovevano ammazzare il sindaco? E se pure così fosse, possibile che in dieci anni non sia saltata fuori una “gola profonda” che abbia sussurrato qualcosa? Non è lo spaccio di cocaina a New York in ballo, bensì quello di Pollica! Comune che, prima di quell’evento, pochi credo conoscessero.

 

Oggi, la famiglia Vassallo ha incaricato l’avvocato Antonio Ingroia, ex magistrato, di dipanare la matassa come avvocato di parte civile ed una sua frase rilasciata in un’intervista mi ha colpito: “Ma dietro tutto è importante che ci sia la sensazione netta che lo Stato voglia la verità.” Pare una frase di circostanza, una “voce dal sen fuggita”…oppure no? Concordo solo in parte col dott. Ingroia, perché se “lo Stato vuole la verità” dovrebbe volerla fino in fondo, per tutti i morti ammazzati che ci sono stati, almeno nella mia ricostruzione. E, non me ne voglia: se le cose così stanno, non vorrei aiutare Ingroia nemmeno con il dito mignolo. Perché i morti sono stati tanti in questa storiaccia, e dobbiamo cominciare dal 1970. Pensate un po’…

 

Nel 1970, ogni percezione della realtà era molto diversa da oggi. C’era stata, pochi mesi prima, la strage di Piazza Fontana: un evento che non poteva esser compreso dalla stragrande maggioranza degli italiani che uscivano dagli anni duri del dopoguerra e s’inoltravano nel miracolo economico. E’ stato un pazzo, un anarchico, quel ballerino…come si chiama? Ah, già…Pietro Valpreda...bella storia di “giustizia” italiana…vero Ingroia?

Nella Primavera dal 1970, però, lo Stato decide di spostare il capoluogo regionale calabro da Reggio a Catanzaro: le ragioni? Ah, saperlo…

 

In ogni modo, subito scoppia la – apparente – rivolta popolare che prende il nome di “Boia chi molla!”: urla, cortei, barricate…e tutto il contorno ben noto a tutti.

Il 22 Luglio 1970, però, “qualcuno” decide d’alzare il tiro e la linea ferroviaria che porta da Reggio a Napoli viene minata, in corrispondenza del passaggio di un treno: sei morti e cinquantaquattro feriti. Ovviamente, all’epoca è soltanto un “deragliamento”: dovranno passare molti anni prima che un pentito della n’drangheta racconti la verità su quella che oggi conosciamo come “la strage di Gioia Tauro”.

A Reggio, ciò che prende forma non è soltanto una rivolta popolare, perché c’è qualcuno che ha interesse a fare in modo che molti modi di “sentire” si saldino e si uniscano, a futura memoria, per altri scopi.

 

Ad accorgersene sono un gruppo di ragazzi, cinque anarchici che oggi sono ricordati come gli “Anarchici della Baracca”, così chiamati dal loro luogo di ritrovo. Dovevano essere ben strani e caparbiamente capaci nel comprendere che, quello che andava in scena sotto i loro occhi, non era una rivolta popolare ma una sceneggiata ben curata ed ammansita da tante forze, tutte riconducibili ad ambienti del Fascismo che – ricordiamo – all’epoca erano ancora ben vivi e vegeti. Gli “originali” e le loro copie.

I ragazzi misero insieme una documentazione molto ben fatta – cos’avrebbero mai fatto se avessero avuto Internet! – comunque riunirono centinaia di fotografie nelle quali comparivano personaggi dei servizi segreti, agenti stranieri (molti greci, che all’epoca erano sotto i “Colonnelli”), neo e vetero fascisti, personaggi legati alle cosche, ecc. Se pensate che siano fandonie, riflettete che nelle sue memorie il pentito di n’drangheta Francesco Fonti racconta chi era il suo “contatto” per la questione dello “smaltimento” dei rifiuti tossici: Guido Giannettini (1). Vi ricorda qualcosa? Se non sapete chi è, provate a metterlo in ricerca su Google.

 

Sapendo che, a Roma, c’è un gruppo di persone che sta lavorando ad un libro – La strage di Stato – che ribalta le menzogne dello Stato sulle stragi – quella sì che era controinformazione! Non certo quella di molti siti odierni! – si mettono in contatto con l’avv. Edoardo di Giovanni, uno degli autori, e partono per Roma in cinque su una Mini Minor.

Per essere più precisi, la sera precedente, al padre di uno dei ragazzi giunge la telefonata di un “amico”, che chiama dalla questura di Roma: “Al posto tuo, non lo lascerei partire”. L’uomo fa spallucce: chissà per quanti anni si sarà rigirato di notte nel letto, pentendosi per quella decisione.

 

Eh già…perché giunti in Campania, al primo rettilineo la Mini si schianta contro un camion fermo, a luci spente, sulla corsia di destra: muoiono tutti, tre subito, gli altri due (più un bambino nel grembo materno) in ospedale.

Nulla convince di quell’incidente: la Polizia Stradale nota che le luci posteriori del camion funzionano benissimo e sono intatte. Come ha fatto ad andare completamente distrutta la Mini ed il retro del camion non avere manco un graffio? Ma i primi a giungere sul luogo dell’incidente non sono gli agenti della Stradale: sono la squadra della polizia politica della questura di Roma. Difatti, nessun documento personale od altro (ossia quello che cercavano) verrà mai ritrovato.

Il camion risulta intestato a due fratelli, due sconosciuti, ma non è sconosciuta l’azienda per la quale lavorano: l’imprenditore è il “principe” Junio Valerio Borghese, abile comandante di sommergibili e perfido comandante della X Flottiglia Mas nella Repubblica di Salò. Ovviamente, legato a tutti i vecchi “camerati” che hanno continuato a reggere le fila nella nuova Repubblica Italiana: uno per tutti, il prefetto di Milano Guida, prefetto in carica quando scoppiò la bomba a Piazza Fontana e direttore del carcere “speciale” di Ventotene sotto il Ventennio.

 

Il “principe”, a fine anno (7-8 Dicembre 1970) si darà da fare per preparare un golpe – successivamente declassato ad “operetta” e punito con un amorevole buffetto dalla magistratura (min) – e poi scapperà in Spagna da Francisco Franco: non si sa mai.

Si dà il caso che, proprio la sera del 7 Dicembre 1970 passassi, in motocicletta, a lato della stazione di Porta Nuova a Torino, lato via Nizza: allo scarico merci, stavano scaricando carri armati. Ero sul sedile posteriore e potei notare chiaramente una decina di carri armati con i motori accesi: “Hai visto? Che faranno?” dissi all’amico alla guida “Mah…faranno delle manovre…” rispose. A Torino? Pensai. La mattina seguente, tutti erano scomparsi.

Che c’entra Vassallo? Calma, ci arriviamo…

 

La morte dei cinque anarchici finì, ovviamente, dimenticata (soprattutto dalla magistratura (min)) ma non da tutti. Perché? Perché tutti abbiamo degli amici e può capitare pure che un amico, se ci ammazzano, s’incazzi.

Uno degli amici è un salernitano e si chiama Giovanni Marini. E’ stato prima comunista, poi (forse deluso) anarchico: lui sa bene che un incidente non è stato, e si mette alla ricerca della verità, ossia di quello che tutti gli Ingroia dell’epoca si guardarono bene dal fare.

Cosa scopre?

 

Non riusciremo mai a saperlo, perché la sera del 7 Luglio 1972 incontra, insieme ad un amico, una coppia di neofascisti. Un po’ d’insulti e tutto finisce lì. Dopo un po’, i due incontrano un amico che è alto e prestante, Francesco Mastrogiovanni, continuano lo “struscio” e ritrovano i neofascisti, anch’essi cresciuti di numero.

Questa volta la cosa si fa seria: qualcuno ha dei coltelli, altri solo dei pugni, ma il finale è tragico: Carlo Falvella, neofascista del FUAN, cade colpito a morte da una coltellata, Mastrogiovanni ne prende un’altra nella natica.

Giovanni Marini sarà condannato a 12 anni, scontati realmente 7, e trascinerà la sua vita pubblicando anche libri di poesia fino al 2001, quando morirà. Marini, per tutta la vita, non superò mai il dolore per aver tolto la vita ad un suo coetaneo, seppur d’opposta fazione politica: furono tempi di disgrazia per tanti giovani, da una parte e dall’altra, sconfitti dalle revanches di chi non era riuscito a rabberciare un dolore ancora più grande, quello della guerra mondiale. Vinta e persa, ma vinta male e persa peggio.

E Mastrogiovanni?

 

Mastrogiovanni ha la fedina penale pulita, al punto che fa il maestro elementare prima al Nord, poi torna in Campania,a Pollica…ma la vicenda lo ha segnato, scosso…l’assurdità di quella morte, il sangue versato inutilmente…rimane una persona fragile: amatissimo dai suoi allievi, un po’ meno dagli adulti e sulla sua fedina penale immacolata c’è una scritta anonima ma pesante, “Noto anarchico”, che lo perseguiterà per tutta la vita. Come lo era Valpreda.

 

Qui entra in gioco la figura di Angelo Vassallo, perché senza una ragione (2) di nessun tipo ordina il 31 Luglio 2009 per il maestro un TSO, che viene eseguito fuori giurisdizione, senza rispettare le procedure (ossia le tempistiche fra l’atto del sindaco e quelle degli psichiatri), con un moto di potere che s’infrange e fa a pugni con l’immagine del “sindaco pescatore”, della persona per bene come, bene o male, viene presentata.

Le ragioni del provvedimento sono tanto risibili da sconfinare nell’inesistenza e sottendono qualcosa d’oscuro che ancora aleggia fra i personaggi di questa tragedia umana, qualcosa che fa male e brucia ancora, qualcosa che giunge dal passato a chiedere una vendetta. Perché? Qualcuno lo ha chiesto? E’ stato costretto? Non lo sapremo mai.

Perché Mastrogiovanni, “arrestato” con un TSO mentre fa il bagno in un campeggio, dopo aver bevuto un caffè e fatto una doccia sale calmo sull’ambulanza, ma dice “Se mi portano all’Ospedale di Vallo di Lucania, m’ammazzano”? Perché sa che a Vallo di Lucania c’è qualcuno che lo aspetta per una vendetta?

 

Perché così vanno proprio le cose: seppur calmissimo, viene legato al letto di contenzione, non gli danno né acqua e né cibo per quattro giorni – siamo ad Agosto! – bensì solo forti calmanti ed altri potenti farmaci psichiatrici. Dopo 82 ore di questo calvario muore: solo, disperato, col sangue che gli esce dai polsi, stretti dalle cinghie di contenzione. La sua agonia è stata ripresa dalle telecamere interne, è stata trasmessa dalla Tv nazionale ed è disponibile sul Web.

Nessuno andrà in carcere per tutto questo: medici ed infermieri, seppur condannati, non vedranno mai il carcere e saranno tutti reintegrati nelle loro funzioni. Giungeranno benevole “sospensioni”, “dilazioni”, pensionamenti ed altre scuse per non mandare nessuno in carcere. Perché?

 

C’è da chiedersi come sia possibile che una sorta di “piccola guerra di Troia” sia andata in scena fra il XX ed il XXI secolo in quelle terre, abbia macinato vite e morti in una costruzione assurda, dove la pietas cristiana non è esistita e non è stata nemmeno menzionata…perché?

Perché questa sciagura ha i contorni della tragedia greca – ed è inutile che lei, dott. Ingroia, si scervelli per capire “se lo Stato avrà il coraggio di sapere…” – poiché non sono io a doverle insegnare i rudimenti né i connotati essenziali della tragedia greca: sono certo che li conosce benissimo.

Uno di questi atti prevedeva anche la morte di Vassallo – come la morte di Ettore è solo il prodromo di quella di Achille – e non c’è scampo. Chi avrà premuto materialmente il grilletto? Le sembra, dopo aver letto queste righe, così importante?

Lo Stato, il nostro Stato, quello figlio della cultura greco-romana non prevede l’Habeas Corpus, anche se lo menziona e (forse) lo rispetta come qualcosa d’irraggiungibile perché prodotto da altre menti, altre tradizioni…suvvia, su…non mi obblighi a darle una sterile ed inutile lectio brevis sul diritto Romano…

Chi ha dunque ucciso Angelo Vassallo?

 

La nebbia, oggi, finalmente è calata e restano, immobili nell’alba diafana solo le tombe dei combattenti, dei cosiddetti eroi, di chi passava per caso nei pressi del campo di battaglia…chi potrà ancora raccontarle qualcosa? La saga è terminata e non servono i suoi sforzi per rimetterla in moto. Anzi, lei sa bene cosa c’è dietro a quel “anzi”.

Nove proiettili calibro 9 x 21, come i semidei scoccavano frecce per colpire i mortali: credo che, alla fine, dovranno bastarle.

 

1)  https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=W_FlRKzs9ac

2) https://espresso.repubblica.it/attualita/cronaca/2012/09/28/news/cosi-hanno-ucciso-mastrogiovanni-1.46861