Il solito balletto delle cifre e dei decimali ha condotto il
governo in un vicolo cieco, per la mancanza di memoria storica e per non aver
capito che il nocciolo della questione non è economico, è politico. In
altre parole, i nostri politicanti non si sono accorti d’essere precipitati in
una lettura della nostra Storia recente delle politiche europee “alla Tsipras”,
una lettura che ci conduce al fatidico 1992, all’inutile – e profondamente
sbagliata – “difesa” della Lira che attuò l’allora presidente di Bankitalia,
Carlo Azeglio Ciampi.
Molti hanno incolpato Ciampi personalmente di quell’errore
che, non dimentichiamolo, derivò direttamente dalle prime avvisaglie
dell’enorme errore politico di voler accomunare i Paesi europei – situati sì in
una modesta penisola e qualche isola, però molto diversi per storia, economie,
culture, religioni e modi di vivere – in un solo insieme. Questo lo dico senza
voler, in nessun modo, difendere la memoria di Ciampi, che era un economista, e
dunque doveva sapere quel che faceva.
Tragicamente, si scelse la moneta come “mezzo” per unificare
l’Europa: come usare una sola taglia di mutande per far diventare “uguali”
tutti gli abitanti.
Senza comprendere che i processi storici durano secoli e
comportano differenze che vanno rispettate, altrimenti è il disastro: gli USA
sono un vero stato federale, con una sola moneta, ma – pur essendosi installati
a spese dei Nativi (e, dunque, con una certa omogeneità di base) – hanno più
rispetto costituzionale dei vari stati. Ah, già, noi una Costituzione europea
non l’abbiamo nemmeno…
La Russia/URSS
era quasi nelle medesime condizioni: un territorio immenso, quasi disabitato.
Eppure, il tentativo di unificazione forzata di Stalin finì per produrre il
1989, ossia la fine. La Russia
di Putin, oggi, usa tutt’altri metodi.
La Cina,
invece – salvo modeste differenze – è uno Stato monoculturale, la lingua degli
Han ha il sopravvento, le differenze fra Buddismo e Taoismo non sono poi così
esiziali.
Ecco, il grande errore: prendere a calcinculo la Storia produce questi
risultati.
Se, aprendo una parentesi fantastorica, Traiano non si fosse
limitato a conquistare Ctesifonte per poi ritirarsi, ossia se avesse
completamente conquistato e dominato l’Impero dei Parti (grosso modo l’area
persica), si sarebbe trovato di fronte l’Impero Cinese. Ma, saggiamente, non lo
fece, come non l’aveva fatto Alessandro, che si limitò ad una “toccata e fuga”
fino al fiume Indo. Bisogna aver rispetto del volere degli Dei, che così
avevano organizzato il Mondo.
Tornando a noi, Ciampi, nel 1992, “bruciò” inutilmente
70.000 miliardi di vecchie lire, una cifra enorme, per difendere un progetto,
un sistema, un modus vivendi et operandi che era stato cancellato già dagli
accordi del cosiddetto “Serpente monetario”: difatti, ne uscimmo, guarda a caso
(!) insieme alla sterlina.
Da quella sconfitta non ci risollevammo più: l’antecedente,
di pochi anni prima, fu la separazione del Tesoro dalla Banca d’Italia, che
tolse la possibilità di acquistare parte dei titoli di Stato emessi e non
venduti alla parte pubblica. Magari generando inflazione, però con il
corrispettivo della maggior “attrattiva” per le nostre merci.
Oggi, tutti i quotidiani titolano della “insoddisfazione” di
Moscovici per l’accordo raggiunto – un accordo che prevede 8 miliardi in meno
nella manovra – perché Moscovici fa bene a comportarsi così: se il nemico fugge
disorganizzato, inseguilo e distruggilo, eviterai d’averlo di fronte in futuro
(Sun-Tzu).
I due poveri pulcini – uno che gioca a fare il bullo di
paese sui social, l’altro che già si vede come una sorta di De Gasperi in nuce
– sono riusciti a “bruciare” anch’essi una bella fetta di miliardi di euro
grazie alle variazioni dello spread, ed oggi si rifugiano con delle
affermazioni strampalate, come quella d’aver una sorta di “tesoretto” di 18
miliardi. Rassicurazioni inutili: quei soldi sono soltanto una sorta di
“cartolarizzazione” alla Tremonti: sono proprietà pubbliche che mai si sa chi e
quando le comprerà oppure, peggio, pezzi d’apparato produttivo: quelli sul
mercato sono ben accetti, soprattutto se si vendono per quattro stracci.
Sono caduti nella trappola, esattamente come Tsipras, ma
avevano più carte da giocare nella faretra rispetto ai poveri Danaos, che non
fanno più paura nemmeno quando portano doni. I due poveracci, sono riusciti a
compiere un miracolo. In negativo.
Un’Europa claudicante come il suo Presidente, un’Europa
ferita dall’uscita della Gran Bretagna, compressa dall’Orso Russo che se ne
fotte degli ucraini e delle loro provocazioni, sbeffeggiata dagli americani per
il suo modo truffaldino e levantino d’agire. Per i cinesi, sempre sorridenti,
si tratta soltanto d’inviare sempre più portacontainer cariche d’ogni merce,
dalle perline ai diamanti di vetro. L’Europa sta tramontando: la Germania si salva con il
suo export verso i Paesi extra-UE, ma dove viene prodotta questa merce?
Nelle varie dependances dell’impero germanico: dalle
periferie dell’Est – laddove i cinesi misurano le retribuzioni per attuarle nel
loro Paese, fidando sul fatto che l’organizzazione cinese è in un solo Stato,
con una logistica più conveniente, difatti le retribuzioni cinesi sono già
superiori ai paesi dell’Est Europa – fino all’Italia dove, a Taranto, nello
stabilimento della Vestas, sono state finora prodotte 18.000 pale eoliche,
ossia 6.000 aerogeneratori. I bilanci, ampiamente in attivo, sono conteggiati
nell’economia tedesca.
Dopo aver declassato l’industria dell’auto – grazie alla
“provvidenziale” morte degli eredi naturali Agnelli – gli Elkann, EUsraeliani,
hanno consegnato la nuova FIAT alla produzione di semplici commesse
internazionali. I centri di ricerca FIAT sono stati chiusi. L’industria
informatica di Ivrea – Olivetti – distrutta da De Benedetti: dava fastidio
ad IBM. Che fu, poi, “mangiata” dai
cinesi di Lenovo.
Sulla produzione italiana di zucchero – ben 34 zuccherifici
– è bastato sopprimere le draghe (regionali) fluviali che rendevano conveniente
il trasporto dal campo alla raffinazione: oggi rimangono 3 zuccherifici, in via
d’estinzione. A vantaggio dei produttori del Nord Europa.
Insomma, gli USA hanno un bilancio federale: come possiamo
pensare di sommare spezzoni di singoli bilanci senza fornire quella omogeneità
di prassi che richiede la formulazione di un vero bilancio?
Mi chiedo se i grandi “rivoluzionari”, che propalavano urbis
et orbis il nuovo Verbo dell’indipendenza da questo circuito infernale – via
dall’Euro! via dall’Europa! – si rendono conto dei frutti delle loro azioni,
del loro cedere senza condizioni ai ricatti europei.
Mi sovviene quando Berlusconi, per le elezioni del 2006,
incontrò e raggirò i rappresentanti dei No-Euro per avere qualche voto in più
(poi ottenuto semplicemente comprando il senatore De Gregorio), senza sapere
nemmeno cosa volessero o quali fossero gli obiettivi del loro agire.
C’è, in più, un’aggravante: Conte, Di Maio e Salvini hanno
ceduto in un momento politico nel quale c’erano molte premesse di successo: il
clamoroso “sforamento” del 3,5 % della Francia – che ha, in termini monetari,
un debito maggiore del nostro – la difficoltosa trattativa del Regno Unito per
uscire dall’Europa, le elezioni europee incombenti, il “tiepido” appoggio
americano, l’interessato “appoggio” russo…ma quando mai simili situazioni si
ripresenteranno?
L’errore primigenio è stato l’essere stati irretiti nel
vortice delle trattative di levatura economica,
senza comprendere che la vera contesa era di ordine politico: la
Francia va sorretta perché, domani, i giubbotti gialli non
giungano al potere. L’Italia va massacrata poiché, in qualche modo, la protesta
ha raggiunto il potere.
Soluzione? Fare in modo che la “protesta al potere” sia
enucleata, derisa, accumulata nel coacervo delle rêverie di
provincia, nel sogno ad occhi aperti di una possibile rinascita. Per mantenere
in vita l’oligarchia europea.
Stamani mi sono recato alla Posta, per pagare l’IMU e la
spazzatura, per la quale ero in ritardo: 801 euro. Tredicesima: circa 1.300
euro. Un tempo, almeno sotto Natale, si faceva in modo che l’economia si
riprendesse grazie, almeno, all’importo delle tredicesime. Anche questo sogno è
sparito: sempre solo tagli, economie, risparmi da consegnare all’Europa.
Alla mia constatata malinconia nel consegnare la tredicesima
all’Europa, ha fatto coro l’impiegata delle Poste: “Mi ero ripromessa di non votare più: poi, questa volta ho ancora votato
perché mi son detta…proviamoci, se si riuscirà a cambiare qualcosa…la prossima
avrò fatto tesoro di questa delusione.”
Così la pensano gli italiani, checché ne dicano i nostri
governanti.