10 marzo 2009

Il mercato è morto! Viva il mercato!


Più questa crisi avanza, e più m’accorgo ch’era assolutamente certo che avvenisse. Lo sapevo da tanto: anzi, era una domanda che avevo iniziato a pormi quand’ero adolescente.
Nessuno proferiva la parola “crisi” negli anni ’60: il vocabolo utilizzato era “congiuntura”. La “congiuntura”, etimologicamente, è qualcosa che “congiunge” due periodi ed è quindi un elemento di labile rottura nel continuum temporale: dunque, la “congiuntura” può essere anche un periodo favorevole, un “giro di boa”. L’uso del termine, in economia, deriva dal tedesco Konjunktur, e non è che un passaggio leggero fra due, diversi approcci del capitalismo internazionale.
E’ interessante notare che la “congiuntura” non considera essenziale l’intervento umano: è una sorta di leggera influenza, che si risolve da sola, stando a letto e bevendo spremute d’agrumi.
Il passaggio dai sistemi elettromeccanici controllati dall’uomo – nella grande industria – a quelli a controllo numerico (informatico), degli anni 70-80 del Novecento, può essere indicato come un fattore determinante della “congiuntura”, ossia il transito da un sistema meno automatizzato (maggior presenza umana) ad un altro più efficiente, per la diminuzione delle ore/lavoro necessarie per produrre un singolo bene.
Fin qui, nulla di strano: basta rileggere Marx.

Oggi, il termine è desueto: solo per una questione di stile? Parrebbe di no, ed alcune “prudenze” linguistiche sono state addirittura consigliate dal Presidente del Consiglio. Perché?
La tessera P2 n. 1816 – Silvio Berlusconi – lavora alacremente per ridurre l’Italia ad una sorta di “grande Mediaset" – questo lo sappiamo – laddove un solo Konducator indica la via da seguire. Gli altri, seguono.
Ne è un esempio la recente bagarre scoppiata in seno al Consiglio dei Ministri – Scajola ha abbandonato la seduta sbattendo la porta ed esclamando il classico “non finisce qui” (finirà lì Scajola, mi creda, e lei tornerà ad assentire, ossequiente, come sempre ha fatto, così come i suoi colleghi Bossi, Bondi, Gelmini, Carfagna…) – perché Berlusconi ha avocato a sé la gestione di tutti i fondi stanziati per fronteggiare la crisi (in gran parte “riciclati” da precedenti stanziamenti, addirittura del precedente governo, si veda la prima stesura del D.M. n. 122).
In effetti, quelli che Berlusconi indica come “abbondanti risorse” stanziate, in realtà sono soltanto indicazioni di bilancio ma, in cassa, non c’è nulla. Per questa ragione strombazzano solo grandi opere: perché, per fare quelle piccole (per le quali, sarebbe difficile accampare scuse) i soldi dovrebbero scucirli davvero.
Ovviamente, tutti hanno mostrato il borsellino drammaticamente vuoto, ma il Konducator è passato oltre, adducendo che la situazione richiede procedure eccezionali. Perché? Per superare la crisi.

Ecco, il termine che viene oggi usato per indicare le mestizie nella quali siamo imprigionati.
L’etimo della parola “crisi” – krisis (gr) – non indica, però, un elemento di per sé negativo poiché significa “scelta” o “giudizio”, ossia un’azione che prevede la partecipazione attiva del soggetto: sì, scegliere, proprio quello che ci viene impedito di fare.
E’ allucinante leggere i comunicati dell’Epsco (Consiglio per l'Occupazione, la Politica Sociale, Salute e Consumatori), dove si leggono le proposte per affrontare la crisi economica e la disoccupazione[1]:

(la crisi) “sta arrecando grossi danni ed esige interventi urgenti,,,(per prevenire e combattere la disoccupazione) senza intaccare le riforme del mercato del lavoro…evitare le misure che favoriscono il ritiro prematuro dalla vita lavorativa, quali programmi di prepensionamento o limiti d'età per le opportunità di formazione, in modo tale da mantenere e aumentare la partecipazione al mercato del lavoro…affrontare l'adeguatezza e la sostenibilità a lungo termine dei sistemi pensionistici con riforme adeguate…

Siamo nelle mani di una masnada di folli e nessuno, ovviamente, ha intenzione di cambiare strada: le cose vanno bene così e, se dovessero peggiorare, accelereremo ancor più nel percorso che ci ha condotti a questo sfacelo. Speriamo che il muro, in fondo alla via, non sia di cemento armato.
Ovviamente – se qualcuno potesse scegliere – le scelte dovrebbero essere agghindate d’aggettivi, anzi, è quasi essenziale indicare, tramite la coloritura di un aggettivo, ciò che c’attende. Avremo così scelte difficili, gioiose, liberatorie, drammatiche, ininfluenti, coraggiose…

L’unico aggettivo proibito dal Konducator è stato proprio quel “drammatico”, subito cassato a Tremonti, perché – checché se ne dica – la tessera P2 n. 1816 è il più formidabile comunicatore della Penisola. I suoi fini sono marci fino al midollo, ridurrà l’Italia ad una pletora di zombie – perché è bravo a comunicare e ad organizzare, ma manca della cultura di base necessaria per svolgere una vera funzione politica e di governo – ma, sull’esternazione, nessuno lo batte. Potrete scrivere e blaterare ciò che vorrete: lui, farà la solita battuta cretina, s’arrufferà in ragionamenti semplici, da mercato rionale, e quel 60% d’italiani che non legge mai un libro abboccherà contento. Non c’è niente da fare.
Si può batterlo usando le sue stesse armi, soprattutto l’informazione e la satira: questa asserzione, è rivolta a coloro i quali credono che basti una solida “linea Maginot” per la difesa della Costituzione (per la tutela della quale, sia ben inteso, il sottoscritto ha firmato). Lui, della Costituzione, se ne frega: pubblicherà (a nostre spese) qualche libercolo nel quale comparirà con la solita calza di nylon per mascherare le rughe e magari racconterà una barzelletta.
Perché la parola “crisi” deve essere bandita? Poiché esiste sempre quel 20% di persone che leggono e s’informano, le quali oggi non hanno peso ma domani, qualora i morsi della rovina economica dovessero dissanguarci, potrebbero ricordare che c’era “crisi”, e dunque scelta. Quali scelte?

Spicchiamo, prima, un salto indietro nel tempo, quando c’era soltanto “congiuntura”.
Una delle immagini che iniziò a sconcertare, nella placida prima “congiuntura” degli anni ’60, fu quella dei trattori che distruggevano tonnellate d’arance nel Meridione. Per comprendere quanto quelle immagini fossero dirompenti, dobbiamo riflettere che non erano ancora trascorsi vent’anni dalla Seconda Guerra Mondiale, quando un chilo di pasta era ciò che s’aveva per campare una settimana. Distruggere il cibo?!? Una bestemmia, e così era colta dalla maggior parte degli italiani i quali, già allora, non s’accorsero che quelle erano già “scelte”, solo che qualcuno le compiva al posto nostro. Conosciamo la ragione di quelle distruzioni: sovrapproduzione, concorrenza internazionale, ecc…ma il messaggio che – già allora! – passò era che si doveva, in primis, salvaguardare il mercato degli agrumi. Siccome il “mercato” non poteva che salvaguardarsi da solo, s’applicava la legge della domanda e dell’offerta, e via col tango.
Senza scomodare la scomodissima ragione illuminista, basta il buon senso per capire che non è logico né razionale impiegare ore/lavoro, concimi, energia, ecc, per poi schiacciare il prodotto sotto le ruote dei trattori: c’era, evidente, un vulnus perché, da quando mondo è mondo, le derrate alimentari servono per sfamarsi.
Dopo qualche anno di trasmissioni della solita scena – i trattori che schiacciano, ecc – la notizia non fu più notizia, e s’addormentò nel retrobottega dei palinsesti televisivi. Così, il primo imprinting era stato dato.

Ma gli anni ’60 – da qualcuno definiti “favolosi”, non saprei perché – volgono al termine e, nel 1969, una scolaresca attende, nelle assolate giornate di Maggio, che s’arrivi finalmente a Luglio per correre alla lotteria della nuova maturità – “provvisoria”, beninteso – declamata come la rivoluzione della scuola italiana, quella del ministro Sullo. Tanto “provvisoria” che durò fino al 1999.
La tensione per la nuova maturità scivola, sotterranea, fra i banchi e fa caldo: la finestra è aperta, giungono effluvi di fiori e la voglia è poca. Anche il professore – un meridionale colto, fisico un po’ flaccido, aria perennemente stanca – non ha gran voglia, e allora si parla. “Si fa” a domande e risposte: talvolta si tenta ancora oggi di farlo, solo che si corre il rischio che ti domandino se hai guardato l’Isola dei Penosi.
Un allievo medita, ricorda precedenti discussioni – formali ed informali – e domanda «Professore, lei sostiene che è inevitabile una contrazione della manodopera nell’industria poiché il fordismo e la produzione su vasta scala s’affermano ovunque. Il fenomeno produce inesorabilmente disoccupazione: chi non avrà lavoro, che farà?»
Il professore quasi ringrazia per la domanda, che consente a quella piccola comunità di scapolare una mezzora noiosa, ma si rende conto che la risposta non può essere che sintetica: «Vede (allora, ci si dava del “Lei”), solo lo Stato può compensare la diminuzione dell’occupazione: le persone che non troveranno occupazione nell’industria saranno assorbite dai servizi. Il mondo dei servizi al cittadino è in espansione: quella è l’unica strada percorribile.»
Certo – pensa il ragazzo – meno occupati a costruire automobili e più infermieri negli ospedali…ma…chi paga?
Intanto, altri stanno argomentando e deve attendere il suo turno.
Finalmente, può porre la domanda: «Professore, se lei afferma che i disoccupati saranno assorbiti nei ruoli pubblici, il gravame economico per lo Stato aumenterà, dovranno aumentare le tasse…insomma, chi pagherà?»
Il professore non aveva una risposta, però lui era il professore e gli altri semplici allievi: «Come le ho già detto, lo Stato sarà la cassa di compensazione, ci sarà un’inevitabile aumento dei dipendenti statali.»
Già, lui può ripetere due volte la risposta senza rispondere: se lo fai tu, mica la passi liscia. Di più: è pure fortunato, perché suona la campanella.

In ogni modo, il professore ebbe ragione: l’anno seguente (1970) fu varato l’ordinamento regionale ed iniziò “l’otto volante” della spesa pubblica. Nuove competenze furono inventate per nutrire l’espansione incontrollata del ceto politico da piazzare nelle Regioni, le Province furono compensate – già allora, per salvarle! – con la ripartizione del personale scolastico, mentre i Comuni ebbero le Circoscrizioni. Gli italiani, impararono che non si può essere presi a calcinculo solo dallo Stato, ma anche dalle amministrazioni periferiche.

Eppure, riflettere su questi brevi aneddoti, può aprire molte “porte” sull’infinito dissertare del malaugurio economico che stiamo vivendo. Oops! Scusate: se Saddamoni mi sente, mi dà del disfattista.
Non vale sperticarsi in tremebondi aruspici: chi lo fa, compie un’azione semplice, ossia “lo scrivo, poi i casi saranno due. O l’evento non si compirà – e sarò presto dimenticato – oppure si manifesterà, e allora potrò scrivere il classico articolo sul “io ve lo avevo detto”. Non è questo il modo di fare informazione.
Sulle radici internazionali e geopolitiche di questa crisi non intendo ripetermi; chi vorrà prenderne visione, potrà leggere il mio “Ma cos’è questa crisi?”: oggi, vogliamo addentrarci fra le possibili soluzioni.
La prima considerazione da fare è che la logica del mercato che si auto-regolamenta è fallita: a dire il vero, non è mai esistito un mercato completamente libero dall’intervento umano, ma alcune situazioni (gli USA prima della Grande Depressione, ad esempio) s’avvicinarono molto.
Allo stesso modo, non è mai esistita un’economia completamente diretta dallo Stato: anche nell’URSS, il 3% delle terre coltivabili era a conduzione privata.
In mezzo a queste due, estreme impostazioni, c’è la cosiddetta economia “mista”, la quale si nutre d’entrambi i principi, cercando – in questa difficile mediazione – di trovare l’equilibrio più soddisfacente. Ma non finisce qui.

Un altro fattore da considerare è l’aggregazione sul territorio dei soggetti economici – chi produce beni e servizi – che l’affermazione degli stati nazionali riunì in universali piuttosto ampi, mentre – precedentemente – i “localismi” avevano maggior peso. Si pensi, ad esempio, alla Germania prima dello Zollverein.
Quindi, la produzione e la ripartizione delle risorse devono tener conto d’entrambi i fattori: geografici e politici, per riassumere in breve i due aspetti.
Oggi, il “succo” della crisi – che non riteniamo sarà la fine del capitalismo, così come lo osserviamo – è che uno spostamento verso il liberismo economico ha prodotto guai a non finire. Non ci riferiamo soltanto agli ultimi atti – la truffa di creare valore fasullo dal nulla, per compensare una ricchezza che è migrata verso altri lidi – poiché quel processo è iniziato già con la deregulation di Reagan, con la politica antipopolare della Thatcher, con la dismissione a prezzi stracciati delle Partecipazioni Statali. Insomma: il mondo ha preso l’abbrivio verso forme di Far West, liberandosi delle “pastoie” che una schiera d’economisti keynesiani pretendevano d’imporre. Dimenticando che Keynes fu solo una delle “cure” per la Grande Depressione: l’altra, fu la Seconda Guerra Mondiale.
Cercare aiuto dalle parti di John Maynard Keynes, oggi, sarebbe come chiedere a Pietro Badoglio un parere per uscire dall’impasse in Afghanistan: è l’angolo degli sprovveduti, poiché il pianeta ha mutato pelle.
Gli stati che applicarono le dottrine keynesiane erano nazioni poco o per nulla indebitate, che possedevano la gran parte dei mezzi di produzione del pianeta e che avevano, proprio nel resto del pianeta, le fonti d’approvvigionamento di materie prime a basso costo, poiché la manodopera era coloniale.

Si può ragionevolmente ipotizzare d’applicare “ricette” usate all’epoca nel nostro tempo? Modificarle? Modernizzarle? Probabile, ma bisogna allora affrontare quella scelta – krisis – che si tende a negare con mezzi e mezzucci mediatici.
In definitiva, dovremmo stabilire quale sistema economico applicare, cercando di non incorrere in plateali errori del passato e neppure esternare affermazioni sì accattivanti ed apparentemente risolutive, che però nessuno sa quali frutti potranno produrre.
Il primo approccio è sempre l’analisi: ciò che è stato applicato nelle epoche storiche a noi vicine (andare lontano complicherebbe la faccenda, dovremmo introdurre sempre più fattori di “correzione”) ed osservare quali effetti produsse.

Per quanto riguarda la dimensione delle entità economiche, oggi si tende a ritenere che economie su piccola scala siano più a misura d’uomo e che il pianeta possa, con questo approccio, meglio sopportarci.
Si tratta di un’avvincente ipotesi, ma mancano gli elementi per affermare che un mondo di comunità sarebbe migliore di quello attuale. Anzitutto, quali attributi assegnare a queste comunità? L’autosufficienza produttiva totale? Lo scambio? Perché – se si ammette lo scambio, ossia se non si ritiene percorribile la via dell’autosufficienza – si torna a dissertare di valore, e dunque di monete o quant’altro per assegnare un valore alle merci.
L’autosufficienza non può essere raggiunta da piccole comunità – la “base” è troppo ristretta per reggere nel tempo – e quindi, allargando i confini della comunità, nasce inevitabilmente la necessità di stabilire ruoli in qualche modo “istituiti”, e dunque – anche se ad un livello forse praticabile – “istituzionali”.

Chi scrive ha alle spalle un’esperienza di vita comunitaria – che è stata addirittura, recentemente, oggetto di studio per una tesi di laurea – e può assicurare che le dinamiche sociali, anche in gruppi ristretti, ricalcano in pieno atteggiamenti e pratiche delle comunità più complesse.
In genere, le comunità degli anni ’70 partirono con un naturale spontaneismo mutuato dal comunismo utopistico, e finirono in liti per dividersi le seggiole. Perché? Poiché le dinamiche socioeconomiche esterne alla comunità rimanevano le stesse: si aveva un bel dire che s’era tutti uguali, ma chi aveva uno stipendio, od era benestante, era un tantino più uguale degli altri.
In ogni modo, una sola esperienza non può essere considerata esaustiva dell’argomento: al più, rende più coscienti dei pericoli insiti nel lasciar correre l’ottimismo.
Esistono esperienze da osservare, per trarne insegnamenti?

L’India dei “mille villaggi” di Gandhi rimase nella mente del grande pensatore indiano, ed oggi osserviamo cos’è diventata l’India. Le comunità ebraiche dei kibbutzim, all’inizio, furono veramente avveniristiche: l’educazione collettiva dei giovani, e la ripartizione del lavoro di stampo socialista, erano un bagaglio più europeo che insito nella cultura ebraica.
Quell’approccio, portato soprattutto dagli askenazi dell’est, era la grande cultura socialista e libertaria che aleggiava nella prima metà del Novecento in Europa: là trovò una primitiva applicazione, ma c’era un peccato originale.
Cercare le vette della socialità su una terra che è stata rubata, lentamente trasformò quelle comunità in fortini, al punto che oggi Tzahal li considera, praticamente, degli avamposti. Non crediamo ad una pratica d’evoluzione sociale, quando il tuo compagno di strada è un Galil a tracolla.
L’unica comunità che sfida i secoli è senza dubbio quella degli Amish, ma qui siamo in presenza di valori religiosi molto restrittivi, che implicano la rinuncia alla modernità: siamo certi che saremmo in grado di rifiutare la tecnologia degli ultimi due secoli? La vedo dura, soprattutto perché ho provato personalmente a falciare l’erba con la falce: dopo mezza giornata, chiesi ad un amico di prestarmi il trattore.
Nelle società che ancora adottano l’organizzazione tribale troviamo equilibri che sembrerebbero reggere, ma ci sono due fattori da considerare: per prima cosa, queste comunità sono in estinzione – forse non demografica, ma certamente culturale – e poi, noi non siamo stati allevati in una cultura tribale!

Il ritorno alla piccola comunità potrebbe derivare da uno sconquasso – economico, bellico, ambientale, ecc – ma, in questo caso, non abbiamo gli elementi per decifrare il quadro: si sconfina nella profezia. Quanti esseri umani sopravvivrebbero? In quali condizioni? Dove? Con quali e quanti strumenti tecnologici? Le domande sono veramente troppe.
Possiamo ricordare che il ritrarsi in comunità avvenne nei secoli che seguirono il crollo di Roma, ma quelle furono necessità contingenti, mica scelte. Oltretutto, il Medio Evo – apice delle piccole comunità – non fu certo il migliore dei mondi possibili, basta leggere le cronache del tempo.
Oggi, siamo una società segnata dalla tecnologia (a differenza di quel lontano mondo), ma la tecnologia richiede che esistano centri che la producano, sistemi di scambio, controvalore da fornire, ecc: siamo in grado di reggere (e desideriamo) un arretramento tecnologico? Chi s’affida frettolosamente a qualche frase letta qui e là, ma anche a seri autori che teorizzano un ritorno al “piccolo”, riesce a comprendere cosa sarebbe un mondo privo di quelle certezze alle quali siamo abituati? Si fa presto a “quotare”.
Chi si metterebbe, in un mondo di piccole comunità slegate, a raffinare il Silicio per i circuiti? Oppure, all’opposto, chi ancora sa bardare un cavallo?

Ciò nonostante – e questa è la colonna sonora del nostro vagare ondivago fra tesi opposte – si sente un gran bisogno di rinsaldare legami comunitari, di tornare ad avvertire nel vicino di casa un amico, non una targhetta sulla porta. Il mondo del dopoguerra era così: almeno fra i ceti popolari, i bambini passavano forse più tempo in casa d’altri che nella propria. Giocavano insieme ed i nonni raccontavano storie fantastiche ad uditori eterogenei: nei cortili giungevano musicisti popolari che si guadagnavano da vivere così, con le poche lire gettate dai balconi al termine dell’esibizione.
Avremmo un gran bisogno di un mondo che ricalcasse quei valori, ma decenni di pessime abitudini (in gran parte imposte) ci hanno snaturati: tutte le rilevazioni – Istat, Eurispes, ecc – raccontano un’Italia composta da “poltiglia sociale”.
Forse, la strada di ricostruire l’empatia perduta trova troppi ostacoli nell’esigenza – divenuta un’iperbole con la globalizzazione – d’essere placidi ed acquiescenti individui, “coerenti” con le necessità del “mercato” (che sta fallendo).
Proviamo, allora, a sondare dalle parti dei sistemi economici, ossia quello che l’esperienza ci può insegnare.

I regimi autoritari della prima metà del Novecento non ci potranno fornire molti spunti per la nostra analisi: il Nazionalsocialismo tedesco durò, guerra a parte, soltanto 6 anni, e un’economia di guerra non può essere presa come valido cespite per l’analisi.
Il Fascismo italiano durò più tempo, ma partì come forza rivoluzionaria e terminò come zerbino, dapprima della classe imprenditoriale poi – nelle ultime fasi della guerra – dell’alleato germanico. Chi ha ancora dei dubbi su questa genesi, rammenti che la “Marcia su Roma” sarebbe stata facilmente impedita da una compagnia di Carabinieri, se il Re non avesse consentito loro di giungere a Roma: in fin dei conti – pensò il Savoia – meglio questo Mussolini che i bolscevichi. Un incarico “pro tempore”, fino al Luglio del 1943.
Più durevole l’esempio iberico, poiché la penisola rimase per molto tempo “addormentata” da regimi i quali, più che “fascismi”, furono “clericalismi” autoritari. In effetti, le innovazioni iberiche furono assai poche, e la penisola giunse agli anni ’70 del Novecento con un’economia prevalentemente agricola, arretrata rispetto al resto d’Europa. In aggiunta, per il Portogallo, ci fu l’annosa questione coloniale: la prima e l’ultima nazione direttamente coloniale della storia.
In sostanza, nessuno di quei regimi tentò una via d’uscita dal capitalismo, o il superamento dello stesso con nuove forme d’aggregazione sociale, che non fossero imposte con l’autoritarismo dell’epoca. Soprattutto il Fascismo ed il Nazionalsocialismo crearono valide, per l’epoca, forme di sostegno sociale (l’ OMNI, Opera Nazionale Maternità ed Infanzia, ad esempio), oppure – questo solo in Germania – restituirono allo Stato la sovranità monetaria.
In definitiva, i regimi autoritari dell’epoca si connaturarono con un principio di preminenza dello Stato sul cittadino: di per sé accettabile formalmente, un po’ meno per come venne applicato. Alla fine, i cittadini divennero semplicemente “milioni di baionette”. Morte sotto la neve.

Sull’altra sponda troviamo il mondo del socialismo reale: termine coniato per mascherare con eleganza il fallimento della prospettiva socialista, così com’era stata pensata da Lenin.
Ma, per contrappeso, la società sovietica che riaprì le porte al mondo non era più la sterminata landa desolata, l’infinita steppa russa del 1917. Era una nazione che possedeva una tecnologia con i fiocchi: aveva, però, i piedi d’argilla prodotti da un conflitto economico mai risolto, quello fra l’ideologia e la realtà. Per questa ragione fu “socialismo reale”, quasi un ossimoro.
A nostro avviso, l’esperienza sovietica è stata troppo frettolosamente scapolata: vuoi per un malcelato senso d’orgoglio da parte di chi aveva “vinto”, vuoi per il traboccante senso di colpa di chi aveva “perso”. In realtà, non c’era nulla da “vincere” o da “perdere”: c’era da capire. Forse, oggi possiamo farlo senza acrimonie.
Il gran fallimento della società sovietica, più che le difficoltà produttive (che, comunque, ci furono), fu il dramma della distribuzione. Ci sono molte cronache al riguardo, e non le riporto solo per questioni di spazio.
La vita del cittadino sovietico trascorreva nell’ossessione delle “liste”: per ogni bene s’entrava in lista. Anche per sostituire un pezzo del frigorifero c’era la corrispondente lista: il funzionamento del frigorifero dipendeva dalla produzione di una lontana fabbrica dell’est, sempre che non intervenissero altri fattori (spostamento di manodopera per altri scopi, mancanza di materie prime, ecc) a complicare il quadro.
Se moltiplicheremo questo andazzo per ogni oggetto, capiremo facilmente poiché l’URSS – a differenza della Russia odierna, terra di grande corruzione – fosse una sterminata plaga di piccola corruzione, che dilagava dal piccolo villaggio al funzionario di partito, a tutti i livelli. Ogni mezzo, per procurarsi quel dannato pezzo del frigorifero, era usato.
Il crollo dell’URSS avvenne prima della recente rivoluzione digitale, del Web ovunque, e sarebbe interessante vagliare quale potrebbe essere l’impatto del mezzo informatico in una società che producesse sufficienti beni – anche se suddivisa in molte comunità economiche – per la loro distribuzione. E’ un aspetto da non sottovalutare, poiché i costi di trasporto sono spesso il tallone d’Achille della filiera distributiva.
Ciò che l’URSS non riuscì mai a risolvere furono i rapporti economici interni: oscillò sempre fra stagioni di piccole liberalizzazioni, che incrementavano la produttività, ad altre di restrizioni di stampo ideologico, che ottenevano l’effetto opposto. Qui, c’è poco da imparare: se l’espansione continua del mercato non funziona più, possiamo credere ad uno Stato che s’assume la responsabilità di produrre e distribuire beni?
Diversa è stata la risposta della Cina: Pechino sta usando il capitalismo quasi “dosando” gli interventi in economia, nella ricerca di una difficile alchimia. Anche se, a prima vista, i cinesi hanno semplicemente sposato il capitalismo di mercato, non dimentichiamo che intendono mantenere il controllo dell’economia in mani pubbliche:

“…anche se la proprietà dello Stato rimarrà il principio fondamentale di base dell’economia nazionale, tutte le forme di proprietà – di Stato, collettiva e privata – dovranno essere messe in gioco nello sviluppo dell’economia…è necessario attenersi al principio dello sviluppo congiunto di settori economici multipli tra i quali la proprietà pubblica svolga un ruolo dominante; è necessario trasformare ulteriormente i meccanismi di gestione delle imprese di proprietà dello Stato e istituire un sistema imprenditoriale moderno che soddisfi i requisiti richiesti dall’economia di mercato[2].

Certamente, quel “soddisfare i requisiti richiesti dall’economia di mercato” stride alquanto con la prima parte del testo, e facciamo tanti auguri ai cinesi di riuscire in un’impresa che sembra più un volo pindarico.

Abbiamo concluso: non c’è altro. Le sperimentazioni economiche del Novecento terminano qui, ed è tutto ciò che abbiamo per capire dove potremmo andare a parare.
L’aspetto veramente terrificante del “mercatismo” – da Reagan in poi – è stato quello, dapprima, di liquidare come insulsaggini tutti gli altri tentativi, per poi finire in un cul de sac senza soluzioni.
Certamente, oggi non abbiamo la possibilità – per via democratica – di mettere in discussione delle ipotesi di cambiamento radicale: possiamo solo subire ed addormentarci mentre guardiamo Ballarò.

Detto questo, rimane una via che potremmo definire “socialdemocratica” (in senso storico), ossia la faticosa via dell’aggregazione sociale su obiettivi, anche minimi, ma condivisi.
Scendere in trincea per difendere questo o quell’orpello del passato sarebbe tempo sprecato: che ci frega di salvaguardare labari littori o passi dell’oca sulla Piazza Rossa? Ai disoccupati non servono: serve, invece, iniziare a riflettere sulle possibili vie d’uscita dall’imperante (e fallimentare) “mercato”. Con quello che abbiamo, con l’esperienza che siamo riusciti a trarre, magari con qualche guizzo d’ingegno: sarà dura, ma non abbiamo altra via che la riflessione su cosa siamo stati, su cosa non siamo riusciti ad essere, su cosa potremmo diventare.
Qualche intervento – coerente con l’attuale Costituzione – è possibile: se qualcuno ascoltasse. Anzitutto, non è vero che lo stato nazionale ha completamente abdicato a legiferare, che lo spauracchio dell’Unione Europea è sulla porta, attento ad ogni minima mossa. Tanto per capirci, in Francia le donne vanno in pensione a 60 anni, ma nessuno solleva la questione di portare l’età a 65. Sarà perché che le burocrazie europee sanno che con l’Italia “sempre si vince”?
Con l’avanzare della crisi, ben presto gli stati dovranno compiere delle scelte, ma Bruxelles è lontana e le popolazioni vicine. Sta a noi farci sentire: proviamo ad indicare qualche idea come esempio, tanto per far comprendere dove vorremmo andare a parare, sperando che queste indicazioni ne catalizzino altre.

Se consideriamo un incentivo alla decrescita la produzione di beni più durevoli, lo Stato ha a disposizione il Codice Civile, anzi: c’è addirittura uno specifico Testo Unico al riguardo. Oggi, la garanzia dei beni che utilizzano energia elettrica (quasi tutti, perché anche l’auto ha l’impianto elettrico) è limitata a 2 anni. Domanda: perché, un bene che durerà circa 10 anni (automobile), deve essere coperto da garanzia per soli due? E se si rompe dopo due anni ed un giorno? Non si può certo estendere la garanzia a vita, ma raddoppiarla de iure sarebbe già un bell’incentivo per costruire qualcosa che non si rompa appena scade la garanzia. Il trucco l’abbiamo compreso da tempo.

Gli inglesi, tempo fa, scoprirono con orrore che tenevano in funzione una centrale elettrica soltanto per mantenere in tensione milioni d’alimentatori inutilizzati: ogni aggeggio elettronico ne ha uno. Telefonini, televisori, computer, ecc: perché non imporre, per il mercato italiano, l’obbligo di un interruttore con led che segnali se l’apparecchio è in tensione? Poi, saranno cavoli di ciascuno di noi se vuole pagare di più per niente.

La benzina sale, la benzina scende, ma sale in fretta e scende piano. Sappiamo a cosa serve il trucco: a far credere che esista una Robin Tax. Perché non si torna al prezzo controllato, oppure si stabilisce – giornalmente! – la variazione, ad effetto immediato? Le reti telematiche, a cosa servono? La sera, insieme alle previsioni del tempo, dovrebbe essere pubblicato il prezzo massimo per il giorno seguente. Scaroni: cuntent?

Nel mio precedente articolo – “Venti nucleari” – ho indicato una strada per creare ricchezza e lavoro dalle rinnovabili e destinarla ad usi sociali: perché, oramai quasi solo in Italia, non si fa un solo passo in quella direzione? Ah, già: faremo le centrali nucleari…

Le burocrazie europee si scervellano per mantenere la gente al lavoro nelle aziende: ma, signori miei, anche chi non ha un master ad Harvard sa che, se non si vende ciò che si produce, è inutile costruirlo. Avranno visto quei Tg degli anni ’60, quelli delle arance?
Abbiamo invece bisogno di un sacco di lavoro in altri posti: le intemperie di questo rigido inverno hanno ridotto le strade a dei tratturi. Tinteggiare le aule di una scuola è un’impresa da incubo: si sprecano più soldi in telefonate, riunioni e quant’altro che a “dare il bianco”.
Il patrimonio artistico è sempre più abbandonato, al punto che solo pochi giorni fa, in Piazza della Signoria, qualcuno ha staccato un dito al “Ratto di Polissena” di Pio Fedi. Un po’ di sorveglianza e di manutenzione, è chiedere troppo?

Se non vogliamo chiamarli lavori “socialmente utili” inventiamoci un sinonimo, ma diamo uno stipendio almeno decente a chi perde il lavoro, se in cambio si occupa delle mille incombenze puntualmente dimenticate. Non lanciarsi verso impossibili iperboli, oppure raccontare che la crisi è causata dalla cattiva informazione; ma come si fa a dire (Berluskaiser): “non leggete più i giornali”?
Ramsetoni – è solo un avatar di Saddamoni, Napoloni, Cesaroni, ecc – vorrebbe inviarli tutti, novelli schiavi della Nubia, a rialzare l’ottava meraviglia del Pianeta, a Messina. Da Napoli, bisognerebbe urlargli, in coro: ma facitece ‘o piacere!
Perché? Non ci sono i soldi per fare quell’inutile orpello! Testa dura, eh?

Dove si possono trovare soldi?
Ricordiamo che fu proprio Tremontoni, nel 2003, a cambiare le aliquote IRPEF: ridusse le tasse ai ricchi!
Il risultato?
In Italia, la distribuzione delle ricchezza è fra le più inique: il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza nazionale. In pratica, una persona su dieci si prende quasi la metà, mentre le altre nove si dividono il resto. Questo ci ha fatto precipitare al livello di USA e Polonia, e solo il povero Messico ha una ripartizione della ricchezza più iniqua della nostra. Nessun altro, in Europa, vive una così drammatica differenza di reddito fra le classi sociali.
Perché non iniziare ad aumentare le tasse, progressivamente, a chi guadagna più di 100.000 euro l’anno? Se chi guadagna 100.000 euro ne dovesse pagare 1000 in più, si ridurrebbe in miseria? Ecco dove trovare i fondi per finanziare i disoccupati, non prelevandoli dall’INPS (che ha un attivo di 11 miliardi!) per poi, alla fine della questione, aumentare di nuovo l’età della pensione per far cassa!
Purtroppo per noi la classe politica – intera – fa parte di quel 10% dorato, e non si farà, da sola, un simile autogol: sempre che non s’inizi, in tanti e continuamente, a ricordarlo. Tutti i giorni: scrivendo sui blog, facendo girare messaggi via mail, su Facebook, ecc.

Certo, dissertare sui massimi sistemi può essere utile, ma ricordiamo le parole di un grande presidente, Sandro Pertini: «La democrazia inizia con la pancia piena».


[1] Fonte: Repubblica, 9 Marzo 2009, http://www.repubblica.it/2009/03/sezioni/economia/crisi-19/ue-disoccupati/ue-disoccupati.html
[2] “Decisioni su alcune questioni relative all’instaurazione di un sistema economico di mercato socialista”, Plenum del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese, 14 novembre del 1993. Fonte: Michele Fabbri: “Economia socialista di mercato o capitalismo tout court?” http://www.marxismo.net/fm188/14_cina.html

01 marzo 2009

Venti nucleari

Finalmente, il dado è tratto, ed è uscito il numero quattro.
Quattro nuovissime centrali nucleari che saranno inaugurate – la prima, beninteso – nel 2020. Perciò…se avete figli piccoli, promettete loro: «Per il tuo diciottesimo compleanno, quando avrai preso la patente, papà e mamma ti porteranno a vedere il primo avvio della prima centrale nucleare italiana.» Almeno loro, saranno soddisfatti.
Se vi domanderanno dove sarà, glissate, chiedete notizie della scuola o della festa di compleanno: se ancora insistono, per disorientarli, domandate loro se in Nuova Zelanda la gente cammina a testa in giù. Funziona: garantito.
Sì, perché non potreste dire loro che dovrebbero essere costruite in località off-limits, circondate da cannoni anticarro e contraerea, e sarà necessario un pass soltanto per transitare a dieci chilometri dal sito. Tanto, non capirebbero e chiederebbero: «Perché, se è una cosa bella, non ci possiamo andare già Domenica?».

Se fossimo cattivi ed ingenui potremmo continuare con questo tono, ma siamo certi che il lettore sarebbe tediato da una sfilza di ragioni (che potrebbe trovare facilmente su innumerevoli siti qualificati) per le quali le centrali nucleari italiane sono una ciofeca incommensurabile. Faremo presto: le scorie, la sicurezza, il prezzo e la scarsità d’Uranio, i costi astronomici, l’interminabile fase di costruzione, la fine della “cuccagna” derivante dall’Uranio proveniente dalle testate dimesse per gli accordi Salt, il problema energetico italiano che viene, così, accoppiato a quello francese…e potremmo continuare, ma oggi non siamo ingenui, solo cattivi. Di più: ci ha già pensato Ugo Bardi[1] a smontare l’ennesima boutade berlusconiana.

Quando siamo cattivi, però, iniziamo col domandarci perché abbiamo così bisogno di questi quattro macinini ad Uranio, e perché non è stata costruita nessuna centrale solare termodinamica (pronto? Priolo Gargallo? C’è qualcuno? Non doveva essere per il 2009? La Spagna ne sta costruendo 28!) o perché l’Italia non abbia ancora – a fronte delle 23 installazione attive in Europa e delle 20 in costruzione – un vero campo eolico off-shore, ossia in mare.
Fin qui, siamo ancora molto ingenui ed anche un poco retorici, ma aspettate. Sì, perché l’Italia il suo primo campo eolico off-shore lo avrebbe da tempo…se…se…se…
E’ questa una storia interessante da raccontare, perché ci sono anime buone, traffici non proprio belli – anzi, decisamente brutti – e tanti, tanti cattivoni. Una premessa: la storia iniziò quando ancora regnava Prodi e termina con Berlusconi, pressappoco fra il 2006 ed il 2008. Cominciamo.

C’era una volta un principe milanese[2] che voleva costruire la prima centrale eolica off-shore in Italia: munito di strumenti adatti e molto denaro, voleva installarla al largo di Termoli e Vasto, sulla costa molisana. Sì, proprio là dove fanno quella buona pasta.
L’impianto doveva essere costituito da 54 aerogeneratori da 3 MW di potenza ciascuno, per una potenza complessiva di 162 MW ed una produzione (stimata sulle mappe eoliche del CESI) che avrebbero soddisfatto la domanda d’energia elettrica per 120.000 famiglie: mica da buttare.
La prima curiosità che avrà il lettore sarà quel misterioso “CESI”: niente paura, si tratta solo dell’ente che sta stendendo – e via via migliorando – il primo “atlante” delle risorse eoliche italiane. E’, in pratica, una società mista, pubblico/privata, con l’ENEA che detiene il 51% del capitale. Cosa dicono queste mappe?
Raccontano una realtà assai triste per i bollitori d’atomi e per gli alchimisti del carbone “pulito” (ma, avete mai incontrato qualcosa di più sporco del carbone? Sì, lo so, ma è difficile bruciarla in centrale, meglio farla fermentare per produrre metano): dicono semplicemente che – a volerlo cercare – il vento per far girare i mulini, in Italia, c’è ed è pure corposo.
Dov’è? Principalmente in mare, proprio là dove nessuno può vedere gli aerogeneratori e non può, quindi, lamentarsi perché “distruggono” il paesaggio.
E’ un segreto gelosamente custodito? No, è pubblico e tutti possiamo accedervi dal Web[3].
La mappa fornisce la velocità del vento a varie altezze ed altri dati: con la grafica ed i colori, è così chiara che può consultarla anche un bambino.
Le aree più interessanti sono tre: la costa meridionale Adriatica, il Canale di Sicilia ed il Sud della Sardegna, proprio nei pressi del famoso Capo Teulada, quello che le nostre navi da guerra si divertono – da secoli – a demolire a cannonate. A nostre spese.

Dobbiamo precisare che lo sviluppo dell’eolico avanza con gli stivali delle sette leghe e già, in Norvegia, stanno sperimentando aerogeneratori (5 MW l’uno) che non poggiano più sul fondale, bensì “fluttuano” assicurati a tre ancore[4]. Le soluzioni sono parecchie: dall’aerogeneratore ancorato direttamente al fondale alla piattaforma eolica: quindi, già oggi, anche aree più distanti dalle coste sono fruibili.
Problemi per la navigazione? Nessuno, perché sono adeguatamente segnalati (riflessione radar, sistemi ottici, acustici, ecc) e poi, con quello sviluppo in altezza, anche un radar comprato per pochi dollari sulle bancarelle ad Hong Kong li “becca”. Alla faccia del clutter[5].
Problemi per la pesca? Sì, forse qualche limitazione ma, se non creiamo delle aree di ripopolamento, è inutile lamentarsi del prezzo del gasolio per i pescherecci: è il pesce che manca. Al punto che il 40% del pesce che consumiamo è già d’allevamento: i campi eolici off-shore sarebbero un bell’incentivo per iniziare a meditare sul ripopolamento ittico.
Per il turismo? Se prendete il largo da Termoli senza radar, in una giornata nebbiosa, senza carte nautiche né GPS, e pretendete pure d’andare in Croazia…beh, lasciatevelo dire: sareste morti ugualmente, perché siate fessi.
Se, invece, scendete in spiaggia e all’orizzonte scorgete nel baluginare della nebbia estiva qualcosa che si muove – ma non riuscite a distinguere se è l’Olandese Volante o l’omino della Michelin – e vi scappa «Ecco: quei maledetti m’hanno rovinato la giornata! Non tornerò mai più qui!» la sentenza è ancora peggiore, perché non potete essere che Vittorio Sgarbi. Lo so, è dura.

Forte di queste premesse, il nostro principe meneghino s’appressò alli Bruzzi e presentò la regolare domanda (con ampia documentazione) alla regione Molise, che un tempo era una dipendenza delli Bruzzi.
Apriti cielo!
Il Presidente di quella Regione – tale Michele Iorio – andò in bestia: come, a questi nordisti ancora non basta averci colonizzati, vogliono pure la nostra aria? Bello vero? Quasi convince.

Dobbiamo – abbiamo premesso che oggi ci sentiamo cattivi – aprire una parentesi su questo personaggio, il tal Iorio Presidente, perché non è solo un uomo politico, è un personaggio da Bagaglino.
Basti pensare che il tizio ha infarcito la sanità molisana (soffocata dai debiti) di parenti ed amici oltre qualsiasi decenza[6]:

Nicola Iorio (fratello): primario di Neurofisiopatologia all’ospedale “Veneziale” di Isernia.
Rosa Iorio (sorella): direttrice del distretto sanitario regionale di Isernia.
Sergio Tartaglione (cognato): primario di Psichiatria al “Veneziale” e presidente dell'Ordine dei Medici di Isernia.
Luca Iorio (figlio): medico chirurgo al “Veneziale”.
Vincenzo Bizzarro (cugino): ex direttore del distretto sanitario regionale di Isernia, oggi consigliere regionale di Forza Italia.
Luciana De Cola (moglie del cugino): vice direttrice sanitaria al “Veneziale”.
Raffaele Iorio (figlio): direttore medico al centro medico privato (Hyppocrates), convenzionato (ovviamente!) con la Regione.
Davide Iorio (figlio): lavora per una multinazionale estera che svolge – guarda a caso – consulenze per la Regione Molise.
Giovanna Bizzarro (cugina): funzionaria della Regione Molise.
Paolo Carnevale (cognato): direttore dell’Azienda Regionale per la Protezione Ambientale di Isernia.

Per gli “amici” si va da Ulisse Di Giacomo, primario del reparto di Cardiologia, senatore e coordinatore regionale di Forza Italia e, scendendo per importanza, fino a Giuseppe Scarlatelli, figlio del suo portavoce, assunto negli uffici del distretto sanitario di Termoli con l'incarico di “correttore di bozze” del giornalino (!) dell'ente.

Michele Iorio non è solo un uomo politico…è una famiglia politica, no, ci sbagliamo…non troviamo le parole…ecco: è una “Trimurti” politica, elevata però al cubo.

Questi sono i “difensori” del “vento molisano”, ma troveremo delle sorprese.
Per difendersi dal meneghino invasore, vengono erette in fretta e furia difese e barricate ed è subito chiamata in causa la Territoriale Armata Rivoluzionaria. Il TAR del Molise dà ovviamente ragione a patron Iorio, ma non s’aspetta che il Consiglio di Stato cassi quella sentenza[7], motivando che le istituzioni delegate alla Cultura ed al Turismo (in primis il Ministero) non hanno titolo per fermare il progetto.
La sentenza getta fuori dalla mischia Francesco Rutelli, il quale – nella famosa puntata di “Annozero” dedicata all’energia (quella con Rubbia che cercava di balbettare qualcosa ai politici) – aveva rassicurato d’aver già provveduto a fermare l’eolico in altre parti d’Italia (c’è la registrazione, attenti…). Che fare?

Un impianto off-shore produce sì energia elettrica in mare, ma deve portarla a terra per convogliarla nella rete di distribuzione: un semplice cavo sottomarino, mica roba da fantascienza. Però, però…
Ecco un appiglio per fermare il “mostro”: noi non concediamo l’attraversamento del Molise ai cavi del meneghino…questione di permessi, carte bollate, infiniti bastoni fra le ruote…oh, saremo padroni a casa nostra?
Qui c’è il colpo di scena, che – mi rendo conto – getterà nello sconforto chi ancora crede esista un barlume d’opposizione: si schierano, compatte ed unite sulle coste molisane, la 7° Panzerdivisionen “Von Iorien” (Forza Italia) ed il 10° Royal Tank Regiment “The Black Mount Peter’s” (IDV) che prendono posizione a difesa del Vallo di Termoli. Alla faccia di Prodi, Pecoraio Scannato e verdicchi tutti, il buon Di Pietro s’affianca al governatore di Forza Italia. Kamarad e Tommies uniti nella lotta: fosse una novità.
La bagarre “molisana” avviene nella primavera del 2007, e ci sono delle “chicche” da avanspettacolo, come “l’incontro” che il consigliere provinciale Cristiano di Pietro ottiene dal Ministro delle Attività Produttive. In pratica, va a trovare papà a Roma e poi sentenzia ed emette comunicati.

Il buon “papà” così si giustifica[8]:
«Si tratta di un progetto nato più nel sottoscala che nelle sedi opportune…Non sono stati coinvolti né gli enti locali, né la popolazione…In ogni caso, poiché la procedura autorizzativa non investe il mio ministero, ma quello dei Trasporti, mi sono già messo in contatto col collega Bianchi.»
Traduzione dal politichese: siccome non sono passati dalla mia anticamera, nisba. Vorremmo sapere come la mette con il suo compare Grillo, l’alfiere delle rinnovabili.

Siccome il Vallo di Termoli è invalicabile, e non vale la pena sbarcare in una fortificata Calais quando puoi farlo in Normandia, il meneghino compie una riflessione: se il Molise è impraticabile, non si potrà sbarcare in Abruzzo?
La costa abruzzese dista soltanto pochi chilometri in più: per un elettrodotto sottomarino non fa quasi differenza.
Di più: in Abruzzo, regna Ottaviano della Sublime Porta, il quale non ha mai mostrato repulsioni per i mulini a vento, al punto di volerne piazzare addirittura qualcuno nel suo paesello, Collelongo, dove ha già “benedetto” un impianto fotovoltaico.
Il Turco, però, sa – da quando mondo è mondo – che deve vedersela con Greci e Persiani. I primi stanno a Roma, l’odiato ex PM di Mani Pulite ora Ministro delle Attività Produttive, i secondi ce li ha addirittura in casa, nella persona di Alessandro Ciciani, il figlio di sua sorella, il quale (Forza Italia) guida un comitato anti-aerogeneratori proprio a Collelongo, il suo comune di residenza[9].

Quindi, il buon Ottaviano – che già si ritrova una serpe in seno – deve vedersela anche con il (suo) ministro dei Lavori Pubblici, il quale impera a Roma e pure nella molisana.
Il quadro – ci rendiamo conto – si complica assai: il (buon?) Rutelli (Ministro della Cultura e del Turismo) nella parte di Ponzio Pilato – l’imperatore Tiberio (Consiglio di Stato) m’ordina di non intervenire! Bacinellaaaa…– il perfido Di Pietro nelle vesti di Richelieu, Ottaviano chi è? Potremmo chiedere aiuto ad Alexandre Dumas padre, perché questa è una storia di cappa e spada. Ci sarà anche una bionda milady? No, bionda no, nera: con i capelli lunghi e gli orecchini alla zingara. Così va meglio.
Dalle Tuileries, Ottaviano scorge l’antico nemico, spauracchio d’ogni socialista, che ancora una volta si mette di traverso e conta di fargliela pagare. Oh, parbleu, maledetto des Pierres: assaggerai la mia lama!

Ecco, allora, l’affondo: se il Molise non concede, noi potremmo…

Il tempo scorre, il meneghino aspetta una missiva ma…casualmente…ecco – estate 2008 – scoppiare il “caso” Del Turco, ossia la scoperta che Ottaviano imperava sulla sanità abruzzese, e la sua Guardia Pretoria esigeva assi e sesterzi da ogni buon cerusico.
Ciò che stupisce, è la veemenza che viene usata nei confronti del Proconsole dei Bruzzi: oh, un mese d’arresto, mentre Previti (condanna definitiva) s’è fatto cinque giorni. Ci sono sempre, ovviamente, due pesi e due misure ma, nel caso di del Turco, sembra quasi di rivedere la “mano” d’altri tempi, quando l’Uomo del Monte (Nero) regnava al Palazzo di Giustizia di Milano.
Ovviamente, non sappiamo se Del Turco abbia acchiappato soldi oppure no – la consuetudine oramai consolidata “all’acchiappo” farebbe pensare di sì – ma non possiamo affermarlo con certezza.

Ciò che stride, in questa vicenda, è quella che potremmo definire quasi “urgenza”. Si potrà affermare che Berlusconi volesse mettere le mani sui Bruzzi, ma non ci sembra questa una priorità per la sua azione di governo.
Siccome la sanità è oramai il “buco nero” del bilancio italiano – e tutti, destra e sinistra, la usano come serbatoio di soldi e voti – Berluska correva pure un rischio: quello di vedersi resa la pariglia da qualche altra parte. Si sa: il “terzo potere” è bipartisan, con un occhio sempre attento alle “riforme” che possano togliere loro stipendi da nababbi e privilegi.
Un’azione così violenta, nel panorama politico italiano, deve avere “sotto” potenti e pressanti giustificazioni: se fossimo cattivi ed ingenui, potremmo credere ad un “vigoroso” interessamento per i Bruzzi da parte del Falso Pelato, ma oggi siamo solo cattivi ed abbiamo bandito ogni ingenuità. Al più, concediamo l’adagio di “prendere due piccioni con una sola fava”.

Ovviamente, tutto è concluso: i meneghini sono tornati a bere l’aperitivo sotto il Duomo, Iorio continua ad infilare parenti ed amici nella sanità molisana e Di Pietro cerca sempre nuovi mezzi per rimanere sull’onda. Se non aver fermato definitivamente la società “Ponte sullo Stretto”, quando era ministro, fu spiegato con una penale da pagare (tutto da verificare), i gran sostenitori del Pietruzzo Nazionale dovrebbero spiegare come mai il Masaniello di Bisaccia finì per schierarsi, nella vicenda, con Berlusconi, Iorio, l’ENI, l’ENEL e con il loro araldo, un tizio di nome Vittorio Sgarbi, del quale una collega di partito – Letizia Moratti – affermò che nei confronti del suo (ex) assessore alla cultura doveva giocare un duplice ruolo, “quello di sindaco e di psicoterapeuta”.
Sarebbe troppo chiedere a Pietruzzo perché infilò nelle liste dell’IDV un personaggio infido come De Gregorio – il quale cambiò casacca immediatamente, iniziando da subito a far navigare con l’acqua alla gola il governo Prodi – ma riteniamo che i suoi fans troveranno tantissime giustificazioni. Ma, lo abbiamo premesso, oggi siamo solo cattivi e non ingenui.

La vicenda veramente conclusa – questo è il dato importante – è la costruzione del primo impianto eolico off-shore italiano, che sarebbe stato un vero spauracchio: perché, se l’appetito vien mangiando…
Adesso, l’attenzione s’è spostata sulla Sicilia: gli aerogeneratori del trapanese erano controllati dalla Mafia! Ma come si riescono a fare simili scoperte dell’acqua calda? In una regione nella quale anche per vendere lupini con una bancarella ambulante devi avere l’imprimatur del mammasantissima di turno, possiamo credere che sfuggisse un simile affare? Sarà pure energia “pulita”, ma i soldi che passano per la Sicilia viaggiano sempre fra i soliti nomi.
Infine, Vittorio Sgarbi – dopo aver sbattuto l’ennesima porta (Comune di Milano) – se ne va a fare il sindaco di Salemi: se lo saranno tolto di mezzo, penseranno i più.
Quelli cattivi e poco ingenui, invece, sanno che la Sicilia è una delle regioni più “gettonate” per l’eolico: scarso valore dei terreni, buona ventosità, nessun problema amministrativo. Là, si sa sempre a chi rivolgersi.
Ecco allora il nostro Sancho Panza (cavaliere, no, proprio no…) scendere nella Mancia…pardon…nella Sicilia dove iniziano ad esserci troppi mulini a vento. Un caso? Certo, ma la sua prima dichiarazione – come sindaco – è[10]:

“Farò di tutto perché non vengano più installate quelle terribili pale eoliche che tanto rovinano il paesaggio. Dovranno passare sopra di me per installarne di altre. Chi ne vorrà di altre cominci a pensare di infilarsele in quel posto…”

Qualcuno, si domanderà cosa c’entrino le centrali di Berlusconi: c’arriviamo.
Posto che ogni KWh prodotto con l’eolico toglie una fettina di petrolio all’ENI, già l’impianto di Termoli avrebbe portato via un pezzettino di torta. Il vero problema, però, era il futuro.
Se a qualcuno fosse venuto in mente di costruire tre grandi impianti off-shore – Puglia, Canale di Sicilia, Sardegna – il panorama energetico nazionale sarebbe mutato. Eccome, mica per dei decimali.

Proviamo, per una volta, a pensare in grande.
Tre estese installazioni off-shore, nei tre punti precedentemente indicati, che utilizzassero piattaforme ancorate ad una distanza di 20 Km dalla costa, consentirebbero d’installare circa 10.000 aerogeneratori da 5 MW di picco.
Immaginiamo tre “corridoi” lunghi circa 200 Km ciascuno, (provvisti di canali per la navigazione ad intervalli regolari) larghi circa due chilometri: “immaginiamo”, perché da terra non si vedrebbe nulla.
Siccome in quelle aree il CESI stima una produzione alla massima potenza per circa 3000 ore/anno, s’otterrebbero ogni anno circa 150.000 GWh, che rappresentano il 44% circa del fabbisogno elettrico italiano (anno 2006).
L’investimento richiesto sarebbe dell’ordine dei 50 miliardi di euro[11], da diluire in un decennio: come trovare i soldi?

Emettendo dei “bond energia”, garantiti dallo Stato, con un rendimento più elevato degli attuali titoli, e quindi più “appetibili” (il costo di produzione eolico è così basso che, anche con il petrolio ai minimi, è ampiamente remunerativo), prediligendo “tagli” piccoli, per incentivare l’azionariato popolare.
Perché sarebbe possibile creare ricchezza a fini sociali con l’eolico?

Il conto è presto fatto: un MW di potenza installata, produce in mare (mappe CESI) 3000 MWh l’anno e costa (installazione) un milione di euro. In 30 anni di funzionamento, il nostro MW produrrà 90.000 MWh i quali, al prezzo di 75 euro/MWh[12], fanno la rispettabile cifra di 6.750.000 euro. Dopo, servirà soltanto sostituire le parti rotanti (con minori costi) per avere altri 30 anni d’energia, e così via.
Dopo cinque anni, l’investimento del milione di euro sarebbe già ripagato: poi, 25 anni d’energia gratis! Con le centrali di Berlusconi, si parla di 30 anni! Forse.
Ci sono pochi investimenti che garantiscono una così elevata redditività: senza rischi, senza inquinamento, senza intervenire nel paesaggio, senza lasciare pesanti “eredità” (scorie) alle generazioni future e senza dover investire per anni e non ricavare nulla. Difatti, l’eolico è il metodo di produzione energetica che più incrementa, ovunque.

Un simile progetto, consegnerebbe all’Italia – due anni prima che una fumosa centrale berlusconiana avvii la turbina – il 44% della richiesta elettrica contro l’ottimistico (e quando?) 15% di Berlusconi. Di più: la produzione, scaglionata in un decennio, fornirebbe energia già dal primo anno, non undici anni dopo.
Altro effetto benefico, la nascita di un’industria italiana dell’eolico: decine di migliaia di posti di lavoro, a tempo indeterminato e ben retribuiti. Infine, un investimento – “popolare” e sicuro – per i piccoli risparmiatori, la gente comune, quelli che mettono da parte i 1000 euro per il nipotino.
Non consideriamo gli aspetti ecologici, ossia gli impegni di Kyoto: già queste ragioni sono sufficienti per scatenare la bagarre, per far eleggere Sgarbi in Sicilia, per mettere insieme il diavolo e l’acqua santa, da Di Pietro a Iorio, fino all’enigmatico Rutelli. Tutti assatanati, destra e sinistra, che corrono appresso ai denari di ENEL ed ENI.

Anche la pretesa discontinuità dell’eolico è un argomento per sordi: certamente, non possiamo immaginare il mondo delle rinnovabili come quello del petrolio! Ad esempio: perché non dirottare, nei week-end (industrie ferme), quote d’energia per la generazione d’idrogeno per i trasporti? Oppure compensare la discontinuità con le biomasse? Quelle stagionali con il solare termodinamico? Suvvia: qui servono teste pensanti, non i blateranti arruffoni che c’ammansiscono di cazzate dal teleschermo!

Se qualcuno si sente spaventato da questi numeri – Oddio! Andiamo a costruire una “grande opera” – rifletta che, dal 1830 al 1880, in Italia furono costruiti 10.500 Km di ferrovie: la velocità dei trasporti, in mezzo secolo, decuplicò, giacché prima era ancora la stessa delle vie consolari romane.
Le grandi opere che non servono sono la TAV ed il Ponte sullo Stretto, mentre investire in un sistema energetico, che risolva definitivamente il problema, vuol dire evolversi, non involgersi.
Potrete sempre optare per la produzione su piccola scala, ma sarà molto meno redditizia, poiché sulla terraferma difficilmente si superano le 1700 ore/anno: quasi la metà.
Per questa ragione, sarebbero convenienti le grandi installazioni in mare, mantenendo però il controllo – con rigidi protocolli normativi, che implichino il re-investimento dei proventi a scopo sociale, per rendere impossibile il “dirottamento” da parte dei soliti noti – alla parte pubblica.
Il problema energetico richiederebbe altri interventi – ben lo sappiamo – soprattutto per avere “casse di compensazione” sulla discontinuità della fornitura: biomasse, termodinamico, metano da rifiuti, piccolo idroelettrico, risparmio energetico, ecc, ma non vogliamo trasformare un articolo in un saggio.

Berlusconi promette (dopo il 2020!) d’iniziare ad incidere sulla ripartizione delle risorse energetiche – che sarebbero comunque importate (l’arricchimento dell’Uranio avverrebbe in Francia) – per un 10-15% del mercato elettrico. Con i tre impianti ipotizzati, invece, si sarebbe ricavato il 44% della richiesta nazionale: e, con la semplice manutenzione, per sempre!

E, qui, consentitemi di togliermi un sassolino dalla scarpa.
Nel 2004, informai Prodi (al tempo, era ancora Presidente della Commissione Europea) della questione e proposi – visto che l’Italia era rimasta indietro nella tecnologia degli aerogeneratori – di scegliere la strada della produzione su licenza, coinvolgendo le principali aziende meccaniche italiane: FIAT, Ansaldo, OTO Melara, Italcantieri, ecc.
Senza, però, avviare poi la produzione nel nostro Paese, sarebbe stato inutile coinvolgere le aziende: insomma, era un problema di simbiosi. Produco aerogeneratori perché servono, servono perché c’è un problema energetico e per risolverlo c’è un piano.
Lo informai, inoltre, della necessità d’avviare sperimentazioni (come stanno attuando in altri Paesi) sulle correnti sottomarine e sullo sfruttamento delle caldere dei vulcani attivi a magma basico. Oggi potrete giudicarmi un ingenuo, ma sono trascorsi cinque anni: mai negare, anzitempo, la buona fede.

La risposta (che conservo) fu molto deludente: non è mio costume pubblicare la corrispondenza privata, e mi atterrò a questo nobile principio del vecchio giornalismo. In altre parole, se mi fossi trombato Diana, non sarei subito sceso – ancora sudaticcio – dall’editore sotto casa.
La prova che quanto affermo è vero? E’ nei fatti.
Salvo le chiacchiere, nulla è stato avviato nei due anni del governo Prodi.
Il piano era semplice: ogni anno, versiamo a paesi esteri tot miliardi per l’approvvigionamento energetico. Una parte di questi soldi, “dirottiamola” in investimenti nell’industria italiana – non importa se dovremmo pagare le royalties per le licenze – e creeremo decine, forse centinaia di migliaia di posti di lavoro, come ha fatto la Germania.

Se quel piano fosse iniziato quando lo proposi, oggi non avremmo bisogno di quelle improbabili centrali, e sarebbe possibile iniziare già domattina a lavorarci, se solo ce ne fosse la volontà. Ma, da un governo così cieco come l’attuale, non possiamo attenderci che promesse al vento.
Il problema – che è veramente bipartisan, la vicenda Di Pietro/Iorio lo dimostra – è che in Italia, a fronte di uno dei problemi più importanti che abbiamo – l’energia – non esiste un dicastero competente. Sì, c’è una “appendice” del ministero delle Attività Produttive: va bene…serve un po’ di vapore per le filande…lo troveremo…
Invece, l’energia è uno dei principali “nodi” della nostra democrazia malata poiché, chi controlla l’energia, controlla le nostre vite.
In realtà, le scelte energetiche sono decise fuori del controllo democratico: chi le compie?
Due attori, ENI ed ENEL, hanno in mano il destino energetico italiano e non sono sottoposti a nessun controllo reale, al punto che ENEL si permetteva (e ancora si permette) di farci pagare in bolletta un contributo per le energie rinnovabili per poi, con arzigogoli linguistici, farlo confluire sugli inceneritori e, addirittura, sul petrolio, considerando il cracking degli idrocarburi pesanti un’attività di “riciclo”. I Moratti han copiosamente vendemmiato.

La risposta, giunti a questo punto, è chiara: se Berlusconi punta sul nucleare, il PD è da sempre legato all’ENEL (ricordiamo Chicco Testa), Scaroni è un ex pupillo socialista e Di Pietro s’adatta e ci marcia pure, chi rimane?
Un cadavere che si rivolta nella tomba: solo Enrico Mattei pensò ad un futuro “democratico” per l’energia, poiché si riteneva un serio ed onesto servitore dello Stato. Oggi, siamo certi che guarderebbe avanti, non indietro: ma il mondo dell’energia non è per gli ingenui, e chi va fuori dal gregge paga, oppure non viene nemmeno ascoltato.

I siti per le centrali nucleari – elettori di destra, dove siete? – saranno comunicati (34, secondo le indiscrezioni di Scajola) solo dopo le elezioni europee. Prima, cari elettori del PdL, andate tranquilli a giocare con le crocette nella cabina elettorale: dopo, vi diranno se il vostro comune sarà militarizzato per decenni.
Gli abitanti dei 34 misteriosi siti (centrali, scorie, ammennicoli vari) vedranno il valore delle proprie abitazioni precipitare ad un decimo: nessuno vuole abitare vicino alla rumenta nucleare.
La vostra casa varrà un decimo di prima? E che gliene importa: basta che crediate a quel che blatera Sgarbi!

Noi, che siamo cattivi, non vogliamo così male agli abitanti di Salemi – dove il buon Vittorio ha posato le chiappe – al punto d’augurare loro una bella centrale nucleare.
Chiediamo – per un giusto ed inattaccabile contrappasso – che una sia costruita a Ferrara, proprio nei pressi dell’avita magione sgarbiana.
A quel punto, giuro che porterò il mio nipotino in visita e gli dirò: «Vedi, quello è un grand’uomo: per essere coerente con le sue idee, ha accettato il deprezzamento della sua abitazione da 500.000 a 50.000 euro. D’altro canto, con tutto quello che aveva fatto per le centrali…»
L’altra, spero la costruiranno ad Imperia – presso “Villa Scajola” – perché? Perché mi piacerebbe comprare per due soldi un bel villone in Riviera. A quel punto, sopporterei anche la centrale.

PS: Da qualche parte, ho scritto più volte la parola “buoni”. Scusate i refusi.

[1]Italia, Francia e il nucleare. Fonte: http://aspoitalia.blogspot.com/
[2] La società EFFEventi, http://www.effeventi.com/
[3] Link: http://www.cesiricerca.it/Testi/link.aspx?idN=10 cliccare su “Atlaeolico”.
[4] Fonte: http://www.bcp-energia.it/wind_energy_project/hywind_offshore_wind_turbine_energia_eolica.php
[5] Il clutter è un fenomeno di riflessione radar causato dalle creste delle onde in condizioni di mare agitato. In pratica, genera sullo schermo radar un “disturbo” di punti luminescenti, che possono causare problemi nell’individuazione di piccoli natanti. Non è certo il caso di “bersagli” alti 100 metri.
[6] Fonte: “La Repubblica”. http://www.repubblica.it/2009/02/sezioni/cronaca/iorio-isernia/iorio-isernia/iorio-isernia.html
[7] Fonte: http://www.anev.org/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=43
[8] Fonte: http://www.corriere.it/Primo_Piano/Scienze_e_Tecnologie/2007/03_Marzo/08/eolico.shtml , Corriere della Sera, 3 Marzo 2008.
[9] Fonte: ANSA, 8 marzo 2008.
[10] Fonte: intervista concessa al quotidiano on-line ILoveSicilia il 7 Luglio 2008.
[11] Per l’eolico a terra, si stima un costo di un milione di euro per MW installato. In mare, il 25% in più: però, un così vasto progetto godrebbe d’importanti risparmi “di scala”. Tutti i calcoli sono al netto dei “Certificati verdi”.
[12] Dato corrispondente alla settimana 16-22 Febbraio 2009, con il prezzo dell’energia già in calo. Fonte: http://www.affaritaliani.it/ultimissime/flash.asp?ticker=240209104012

21 febbraio 2009

Necrologi

In ogni redazione dei quotidiani ce n’è uno: appartato, che svolge meticolosamente il suo dovere, assecondando il cronografo del tempo che, inesorabilmente, scorre. Non è considerato una punta di diamante della letteratura, ma nel suo mestiere spesso è maestro: unico, insostituibile.
Scrive necrologi e “coccodrilli”, con penna mansueta e sempre misurata: talvolta, quando le esigenze dei committenti lo richiedono, stempera la sua arte in afflati di centellinato eroismo. Se il cliente lo domanda, se la situazione lo conforta, ma sempre con garbo e misura.

L’arte del necrologio non è la stessa sotto tutti i cieli: anche qui, troviamo stilemi e tradizioni letterarie, secondo il luogo e la storia che s’è arrovellata fra città e contrade, campanili e pulpiti.
Nei regni degli Angli, ad esempio, c’è ampio dibattito sulla pubblicità del necrologio: se esso debba essere il più possibile esaustivo sulle ultime condizioni del pre-defunto, e quale sia il limite al quale arrestarsi. Anche il Diritto vuole la sua parte, e la legislazione della privacy finisce per limare le unghie dei più generosi giornalisti che s’affidano, senza porsi limiti, all’arte, obbligandoli a fermarsi prima del conteggio delle garze emostatiche e dei sondini.
Altri, memori della concorrenza dei talk show, vorrebbero invece che la telecamera avesse l’ardire di penetrare fin sotto le coltri, per carpire – rendere pubblico, “partecipativo”, fino a Youtube – gli ultimi afflati di una vita che si spegne.
Nei paesi d’osservanza cattolica la tradizione impera e pone – direi, senza remore, “per fortuna” – dei limiti accettati universalmente: l’arte ne soffre, la necessità di comunicare la notizia pure, ma il buon gusto certamente ci guadagna.

E con questo spirito che c’appartiamo per scrivere il necrologio di due partiti, il primo già sistemato nella camera ardente, il secondo che ancora cammina, immemore della fine che l’attende.
Sul primo, nato con gravi malformazioni congenite, il compito è facile:

“Munito dei conforti religiosi, s’è oggi estinto il Partito Democratico. Parenti ed amici s’uniscono al cordoglio del suo ex segretario, vice-segretario, capo-sagrestano e ministri ombra tutti. Una prece”.

Fatto sintomatico è che questo necrologio è accettato dalla quasi totalità del partito, dalla base come dal vertice, dai Margheriti osservanti ai Diessini d’assalto, dalle giovani reclute appena entrate in Parlamento fino ai vecchi marpioni, che non trovano più spazio per incollare gli adesivi-ricordo delle legislature vissute. Solo Parisi, riteniamo, domanderebbe un ramo d’ulivo sui manifesti mortuari, ma si può capirlo: come ogni vero sardo trapiantato in Padania, soffre di una struggente nostalgia per la macchia mediterranea, della quale l’oleastro e l’olivo son principi.

Così, nel volgere di pochi giorni, saranno definitivamente staccati i sondini e si deciderà un eventuale prelievo d’organi: pare che gli esecutori testamentari siano già all’opera. L’unico riserbo è quello di fare tutto con molta calma e lontano dai riflettori, per non compromettersi con troppi Casini.
Per ciò che rimarrà del corpo esangue, si procederà come da statuto: dopo aver giocato a tutti i giochi “ombra” dello scenario politico – portavoce/ombra, tesoriere/ombra, ombrello/ombra, ecc – l’Ombra avrà il definitivo sopravvento.
Scompariranno nell’ombra anche quei tre milioni d’elettori i quali, credendo nel bonario sorriso modello “pizzeria al Testaccio” del Walterino, consegnarono per le primarie un euro ciascuno. Tre milioni di euro passati nell’ombra.

In ogni modo, non c’è da strapparsi le vesti: per chi ancora ha bisogno di questi riti propiziatori, delle kermesse annegate nei bagni di folla, di sudare nei sovraffollati centri-congressi e Palasport, una soluzione si trova.
Ora che il gioco delle scatole cinesi è concluso – il “passaggio del testimone” dalla Bolognina PDS alla Bolognetta DS, fino allo sbolognato PD – s’aprono interessanti orizzonti per il turismo politico.
I più gettonati saranno senz’altro i tour operator della Lega: il richiamo delle adunate campagnole – anche il barbecue ha il suo fascino – s’avvertirà, potente. Già su E-bay si notano i primi sintomi: la quotazione delle bandiere rosso-verdi e dei manifesti del Piddì è ai minimi, mentre salgono le richieste per gadget cornuti quali elmi gallici, scafandri giussanici e ampolle votive. Anche le aste per borchie e cuoi grezzi sono lievitate.

In questo mercato s’inserirà presto – probabilmente sorretta dall’associazione floricoltori del Ponente Ligure – la potente agenzia turistica del Biancofiore, che propone visite guidate ai musei del cilicio nell’Umbria Felix e cicloadunate per visitare i luoghi votivi della grande storia scudocrociata, da Avellino a Benevento, passando – per una benedizione ed un santino – da Ceppaloni, e terminare con un caffè a Nusco.

Qualcuno, probabilmente, dopo “Oriente Rosso” e “Sorgo Rosso” fonderà “Mare Nostrum Rosso”, con sede legale a Gallipoli: le proposte spaziano da lunghi bordi bolinieri sulle rotte dell’Egeo fino al misterioso oriente, che comprende anche una kermesse, e relativa regata, con lo Yacht Club di Hezbollah. L’unico approdo che il Gran Timoniere non potrà frequentare è il Kossovo, perché – si sa – “l’uccello che ci va, perde la penna”. Kosova amara.

Non rimarrà altro, quindi – se tralasciamo il mondo dei politici traghettati nel mercato dei tour operator – che il gran casermone berlusconiano da un lato e lo sparuto commando dipietrista arroccato sull’Appennino dall’altro, deciso a difendere Montenero di Bisaccia da qualsiasi attacco giunga dall’Ovest, dalle ceppaloniche terre.
Può darsi che la resistenza fra il Sannio e la Lucania offra ancora qualche spunto di politica urlacciata, qualche velleitario assalto all’arma giustizialista, pacche sulle spalle con Grillo e quant’altro, ma il destino è segnato.
Quando cadranno le roccaforti del Nord – e a Bologna e Firenze canteranno in coro “meno male che Silvio c’è” – anche il pervicace Masaniello dovrà capitolare: gole profonde già affermano che sia in atto un vigoroso restauro del castello di Canossa.

Per l’unico grande partito rimasto, come avviene per gli ultra-ottuagenari, il previdente giornalista di necrologi scrive un abbozzo, confidando d’avere il tempo per completarlo. Al momento dovuto.
Eppure, chi vive ancora i ritmi della natura, ben sa che il mezzodì già prelude al calar del sole, così come il ruggente solstizio di Giugno già scende, rotolando – lentamente, ma inesorabilmente – verso l’Equinozio d’Autunno.
Così, è naturale – in questo soleggiato “Sabato del villaggio” berlusconiano – che si guardi con malcelata compassione all’avversario nella polvere: non serve nemmeno il pollice verso del pubblico, giacché lo spettacolo era così deprimente che la gente aveva già lasciato da tempo gli spalti.
E, avendo letto di sfuggita Leopardi, il vincitore – rimasto solo nell’arena – non coglie la nota melanconica che sottolinea il continuo mutar degli eventi, la loro ciclicità in divenire, ma anche l’inesorabile parabola calante.
Eh sì, perché ora – “quando arrivò davanti al mare si senti un coglione, perchè non c'era più niente da conquistare” ricordate Vecchioni? – sovviene naturale un senso d’appagamento, che prelude al ritrarsi, come se non ci fosse più gusto nella tenzone.
In fin dei conti, il peggior nemico per Berlusconi sarà la solitudine.

L’uomo, cresciuto con solidi valori culturali – dal Readers’s Digest alle locandine che illustrano i prezzi del mercato immobiliare – è l’archetipo del lottatore di sumo italiota, colui che se la deve prendere sempre con qualcuno, altrimenti è perso. Già la scomparsa dei “comunisti” è stata una brutta “botta”: coccolava Bertinotti, offrendogli spazi gratuiti sulle sue reti, ma non è bastato. Conscio della sua inutilità storica, Faustino s’è tolto da solo la maschera dell’Ossigeno. Silvio, quel giorno, pianse.
Ora sarà solo ed avrà sempre meno nemici ai quali consegnare i frutti dei suoi fallimenti: il baratro dell’industria italiana affonda a ritmi superiori al 10% l’anno, il debito pubblico è tornato a correre ed ha sfondato il 111% rispetto ad un PIL sempre più smunto. Adesso, vai a dare a colpa a Prodi od a Walter: aspetta ogni giorno una mail da Gallipoli ma, dall’infinito azzurro dello Ionio, tutto tace.
Così, ci prova da solo, ma balbetta: anche il grande Totò, senza la “spalla” di Nino Taranto, perdeva, e quanto.

Per sua fortuna, la bufala dell’emergenza “sicurezza” ancora tiene, altrimenti non saprebbe più dove andare a parare: un giorno afferma che bisogna nazionalizzare le banche, quello seguente smentisce. Il Lunedì fa lingua in bocca con Confindustria, Martedì il suo governo li definisce dei “corvi”. Vanno bene i fondi pensione, ma va anche bene lasciare i soldi in azienda: più che Erasmo, consiglieremmo di ripassare Aristotele. Non riesce nemmeno più a blaterare quattro parole sui desaparecidos argentini senza finire in una gaffe: sono segni di disfacimento e, il buon giornalista di necrologi, prende nota ed aggiorna il file.
Lui, conscio di non avere più avversari da rintuzzare, perde anche la voglia di fare “cucù” alla Merkel, e persino le sue mediocri battute e barzellette non divertono più nessuno.
Non è trascorso ancora un anno da quando vinse trionfalmente le elezioni che già la popolarità s’incrina: di questo passo, arriverà alla fine della legislatura stremato, con l’olio di fegato di merluzzo pronto, nel taschino, e Scapagnini con le miracolose gocce in mano.

Cerca aiuto, ma sa che non lo potrà avere: dopo aver cannibalizzato qualsiasi pretendente, fino a mettere sotto scacco lo stesso simbolo della Lega Nord[1], è difficile incontrare qualcuno che possa consigliargli qualcosa d’interessante. Tette e culi a parte.
Ci sovviene, allora, il ricordo di una gongolante DC quando il PCI decise la storica “svolta” della Bolognina: fu chiaro a tutti, in quel momento, che il Biancofiore non aveva più avversari. Appena due anni dopo, però, i democristi si spartivano le sedie nella storica sede di Piazza del Gesù. Complice la situazione internazionale – ricorderà qualcuno – ma anche oggi, al riguardo, mica si scherza.
Sarà pure che le banche italiane siano state meno travolte dai bond tossici (tutto da verificare), però ci sembra che l’economia reale stia andando a rotoli, che più a rotoli non si può.

Il problema centrale della politica della tessera P2 n. 1816 (Berlusconi) è che, pur eseguendo istruzioni che arrivano dalla P2, P3, P4 o chissà quale P…si tratta di una politica che il piazzista di Arcore esegue a comando, senza comprendere che il piano di “rinascita democratica”, pensato negli anni ’70, oggi non ha più senso.
Quando avesse realizzato la completa sottomissione del Paese a quel folle progetto autoritario, avrebbe soltanto creato un Paese di lobotomizzati, una sorta di Cambogia dei Khmer rossi del terzo millennio, in piena Europa.
Con il potere assoluto, ma un Paese a pezzi – industria da terzo mondo, scuola azzerata, sanità claudicante, istituzioni corrotte, piani energetici fasulli, Web imbavagliato, ecc – cosa può riservare l’Italia a chi l’ha ridotta in tal stato?
Gli italiani – spiace costatarlo – sono poco avvezzi alla vera democrazia: da buoni sudditi, desiderano il “padre padrone” che li vezzeggi e li domini salvo poi, quando le cose vanno male, appenderlo a testa in giù.
E, la strada che l’uomo di Arcore ha scelto, cozza violentemente con le basi della democrazia: non si venga qui a raccontare che anche in Europa le cose vanno in questo modo. C’è una deriva autoritaria nell’intero continente, ma nulla che assomigli al potere mediatico e legislativo riuniti in una sola persona che vige a Roma. Chi lo afferma, all’estero non c’ha vissuto.

A margine, notiamo che quando il Cavaliere salì al potere nel 2001 capitò subito l’11 Settembre, mentre alla seconda “botta” – tralasciamo il lontano 1994 – siamo cascati nella peggior crisi economica degli ultimi secoli: che portasse un po’ di sfiga?

Tirare a campare in questo modo, senza avere nemmeno un’opposizione con la quale prendersela, sarebbe dura per tutti: oggi si sono inventati le “ronde padane”, domani s’inventeranno i giudici eletti dai sindaci, dopodomani la tassa sulla marchetta. Si può tirare avanti, in simili angustie?
Sì, si riesce, ma si naviga a vista e s’iniziano a perdere pezzi di credibilità, serpeggiano malcontenti e, nel frattempo, leader senza discendenza che navigano oramai verso gli ottanta, invecchiano.
Il buon giornalista di necrologi sa tastare il polso dei suoi committenti e valuta attentamente ogni parola, anche quelle sfuggite malamente di bocca. Che, oramai, sembrano un po’ troppe.
Piovono leggi e leggine che manco si fa in tempo a leggerle, perché è arrivata la riforma della riforma e la correzione in corso d’opera della stessa. Un Paese che non ha mai avuto soverchi problemi d’alcolismo, si trova imprigionato al punto di non poter più bere un bicchiere di vino al ristorante: intanto, gli ubriachi impazzano ed ammazzano più di prima. Non parliamo poi della cocaina, perché dovremmo cercarla molto, molto in alto, al punto che è stata rilevata nell’aria di Roma.

La parabola discendente ha il suo passo, un ben preciso step che il giornalista di necrologi ben conosce: quando non si sa più che pesci pigliare, ci s’aggrappa alla retorica. Ho ascoltato solo io, affermare da La Russa: “ci riprenderemo la Corsica?”. Tranquilli: era uno scherzo. L’Afghanistan, no.
L’ultimo passo, prima del crollo, è accompagnato dalle citazioni dotte – o, per lo meno, tali ritenute – …non sarà possibile far di meglio poiché “malatempora currunt”, “sic transit gloria mundi”, oppure “gli esami non finiscono mai”.
A quel punto, il buon giornalista di necrologi farà la punta alla matita e scriverà finalmente la copia definitiva, perché sarà sicuro che l’epilogo è prossimo:

Nel più assoluto riserbo, si è oggi spento il Partito delle Libertà. Ne ha dato l’annuncio, con una lettera ai principali quotidiani, la signora Veronica Lario in Berlusconi, preoccupata per l’assenza del marito, del quale non ha più notizie da tempo. Funzionari e politici del partito non hanno emanato dichiarazioni, semplicemente perché non sono mai esistiti. Alcuni personaggi dell’entourage del premier hanno dichiarato d’essere in partenza per l’Isola dei Famosi. Sui teleschermi, a reti unificate di Mediaset, vanno in onda da ore canzoni patriottiche e filmati d’archivio, che mostrano bagni di folla del leader Berlusconi. Gli italiani, pregano commossi e sperano di non dover rivedere, mai più, un così brutto film.”

Finalmente, gli italiani saranno liberati da questo assillo che li perseguita da decenni: essere di questo o di quello, di destra o di sinistra, credenti o laici, guelfi o ghibellini. Magari, ci si guadagna anche in salute.
Smessi gli abiti di questa politica, sarà possibile mettere in soffitta il vocabolo “riforme” e sostituirlo con un “teniamoci quel che c’è di buono, poi vedremo”. Sono più le vittime di decenni di “riforme” che quelle delle guerre mondiali.
Magari scopriremo che non era poi così difficile risolvere “problemi insolubili”: bastava un po’ di buon senso, non mantenere un milione di persone ad ufo, non regalare il frutto del proprio lavoro ai banchieri, costruire quel che serve e sbattersene allegramente del mercato. Magari è più facile di quel che si crede.
Finalmente, il buon giornalista di necrologi potrà spezzare la penna, poiché ci saranno due soli, veri partiti che si confronteranno ogni fine settimana, fino all’ultima goccia: quello della Birra e quello del Vino, tanto per imparare a volerci, di nuovo, un po’ di bene gli uni agli altri. Alla salute.

[1] Ascoltate Rosanna Sapori (ex giornalista della Padania) intervistata da Piero Ricca qui: http://forum.ilmeteo.it/showthread.php?t=42961 oppure qui: http://www.youtube.com/watch?v=nNt1ynM5t5A

15 febbraio 2009

Ma cos’è questa crisi?

L’aria che si respira, durante la riunione sindacale della CGIL, è pesante. Non si parla solo della frattura sindacale con CISL ed UIL, dei contratti di carta straccia, di leggi e leggine, le quali piovono sulla scuola come coriandoli in uno scenario che, di Carnevale, non ha nulla.
C’è il segretario provinciale, che tratteggia la situazione e sciorina dati: la cassa integrazione è triplicata in breve tempo, ed anche coloro i quali sono privi di qualsiasi protezione sociale aumentano, compresi i precari della scuola che rimarranno a spasso. Un camposanto.
Anche le frecciate sul piccolo ministro della Funzione Pubblica rimangono sullo sfondo, poiché la domanda che aleggia nell’aria – inespressa ma presente sui volti – è la stessa: dove andremo a finire?

I dati sul reale impatto della crisi economica si susseguono e s’accavallano: ciascuno cita una cifra più alta di quella del giorno prima, mentre il governo ha scelto la strada d’urlare più forte per tacitare i brusii. Se non basta proclamare urbi et orbi che esiste il traffico d’organi, si monta subito una bella disfida di Barletta su Eluana. Domani? Speriamo che il solito rumeno ne combini qualcuna, altrimenti siamo spiazzati. Ci salverà il Grande Fratello, ma è un’ancora di salvezza poco affidabile.
L’impressione che si ricava da questa crisi finanziaria è quella di una spada di Damocle sospesa, che non si sa con precisione quanto incombe e quando calerà con fragore.
Si scomodano, allora, i precedenti storici e, ovviamente, la crisi del ’29 la fa da padrone. Sarà sufficiente?
Gli aggettivi si sprecano: “epocale”, “imprevedibili effetti”, “catastrofica”…ma…le ragioni?
Certo, quelle più evidenti sono state chiarite: la creazione di ricchezza fasulla, di una montagna di carta straccia timbrata come moneta o certificato di credito, poi rivenduto, ecc. Perché è stato permesso? Qui, la cosa si complica, perché esiste un legame fra le guerre degli ultimi decenni e la cosiddetta “crisi finanziaria”.

Per capire le ragioni profonde ed importantissime di questa crisi – di questa punta dell’iceberg – potremmo partire all’incirca dall’anno di Grazia 1500, quando Cabral sbarca sulle coste del Mozambico e fonda le prime colonie portoghesi. Ho scritto “potremmo”, poiché le colonie oltre il Capo furono solo il seguito di quelle create ad Occidente del Capo di Buona Speranza, già nel XV secolo. Qual era la ragione di tanto ardire? Giungere alle isole delle spezie per mare, senza dover sottostare alle esose richieste dei mercanti arabi.
Quei piccoli borghi medievali fortificati sulle coste dell’Africa, rappresentarono un crinale della Storia: prima, Oriente ed Occidente erano appena consci della presenza, l’uno, dell’altro. Pochi anni dopo, iniziavano a confrontarsi.
Fino a quel momento, la Cina godeva d’alcuni primati tecnologici, soprattutto nella costruzione d’altiforni e nella chimica: la polvere da sparo fu una loro invenzione, anche se non ci sono prove storiche così certe.
In pochi anni, però, il primato passò all’Occidente: perché? Poiché era Cristiano.

Superiorità religiosa? No, più prosaicamente, una questione metallurgica: i Cristiani fabbricano campane, gli orientali i gong.
Se “allungate” un gong potrete ottenere al massimo un catino, mentre se “snellite” una campana otterrete un cannone: i primi fabbricanti di cannoni, già nel XIV secolo, erano tutti ex fonditori di campane.
Anche i cinesi usarono la polvere da sparo per la propulsione di lancio, ma utilizzarono i bambù come recipienti e – si comprende facilmente – un cilindro di ferro, più capiente e robusto di uno di bambù, lancerà più lontano un proiettile più pesante.
Ecco la "chiave”, una prima risposta per capire come mai l’Oriente diventò “territorio di caccia” per gli occidentali e non il contrario.
Le cronache riportano una lunga sequenza di “accordi commerciali” e “protettorati”, nati e cresciuti all’ombra di un vascello o di una cannoniera ancorati di fronte alle coste altrui.

I secoli seguenti vedono l’affermazione dapprima commerciale, poi decisamente coloniale, dell’Occidente: le Compagnie delle Indie ed i viceré nelle colonie sono carte dell’identico mazzo.
Ancora nell’800, le cannoniere americane di Perry (1854) “aprirono” le porte del Giappone, mentre quelle francesi servirono identica “portata” (con la battaglia navale di Fu-Chan, nel 1884) alla Cina.
La prima metà del ‘900 non muta lo scenario, mentre la seconda inizia con qualche sussulto: nel 1953, per convincere il riottoso Primo Ministro iraniano Mossadeq ad accettare le “generose” offerte delle compagnie petrolifere occidentali (il 6% agli iraniani, il 94% alla BP & soci), Eisenhower invia un emissario “speciale” – il generale Norman Schwarzkopf sr, ricordate questo nome? – il quale riesce, con un colpo di stato abilmente diretto da Washington, a cancellare ogni anelito d’equità nella ripartizione delle risorse iraniane.
Nel 1948 nasce Israele, il quale – oltre ad una serie di ragioni ben note relative al sionismo – ha il compito di “sentinella” per il Canale di Suez e per gli sviluppi del sistema d’approvvigionamento petrolifero, in questo coadiuvato dalla famiglia regnante degli Al Saud.
Il sistema neocoloniale ancora tiene: le piccole caravelle di Cabral continuano a segnare il tempo ed a riproporre la prassi dell’appropriazione, spesso truffaldina, delle risorse altrui. Ma i giorni passano.

La lunga guerra in Vietnam rivela, per la prima volta, che gli USA non sono invincibili, ma non è questo il “giro di boa”. Lentamente, l’Oriente si risveglia: in Occidente si ride, alla comparsa sulle bancarelle dei mercati rionali, delle bamboline in legno e pezza “made in China”. Ma guarda ‘sti cinesi…riusciranno a farle così bene perché hanno le mani piccole…
Nel 1991, un altro Norman Schwarzkoft (jr, il figlio del precedente “inviato” in Iran, buon sangue non mente) guida la “Felicissima Armada” che convince Saddam Hussein a “mollare” il Kuwait, e tutto sembra continuare come sempre: se alzi la testa, l’Occidente – unito – spara ad alzo zero.
Verrebbe da dire “e arriva l’11 Settembre”, ed invece non lo affermiamo proprio, perché c’entra poco o nulla.
Arrivano, invece, computer dalla Cina e software house dall’India: poi, tutto precipita. Dal Brasile all’Iran, dalla Malesia alla Russia, il “non-Occidente” si mette a fabbricare ed a commercializzare di tutto: elettronica, energia, meccanica, chimica…
Le caravelle di Cabral s’arenano e, con esse, cinque secoli di predominio mercantile e militare sul Pianeta.
La risposta?
Secondo copione, partono le cannoniere, ma ottengono ben poco: per comprendere in qual basso stato siano giunte le armi occidentali, basti pensare che, pochi giorni or sono, a Kabul hanno dato l’assalto al palazzo presidenziale. Karzai s’è salvato per miracolo, mentre l’Iraq è oramai un affare chiuso: un fallimento che attende solo l’Ufficiale Giudiziario.
La forza dell’Occidente, per questi cinque secoli, è stata sorretta da due aspetti: denaro e cannoni. I quali, se manca il denaro, servono a poco. E allora? Se non possiamo più stampare vagoni di carta moneta a ufo…creiamo ricchezza finanziaria fasulla!
Nel volgere di mezzo secolo, gli USA sono passati dal controllare il 50% del commercio mondiale al 20%, oggi forse ancora meno, e l’Europa non ha certo colmato quei vuoti.
Li stanno colmando legioni di uomini d’affari cinesi, indiani, brasiliani…che vendono di tutto, di tutto di più. Vendono perché fabbricano, fabbricano perché progettano, progettano perché studiano: noi, siamo ridotti a creare truffe.
Domandiamoci, allora, la natura di questa crisi partendo da tre ipotesi di “scuola” marxista:

1) Una crisi ciclica del capitalismo.
2) La crisi terminale del capitalismo.
3) Una crisi d’assestamento verso nuovi equilibri internazionali.

Abbiamo distinto le ipotesi 1 e 3, anche se presentano molti punti in comune, sulla base delle cause: endogene, ossia crisi di ristrutturazione degli apparati produttivi nel primo caso (modello anni ’70 del ‘900, ad esempio, oppure le grandi trasformazioni della seconda metà dell’Ottocento, ecc) e cause geopolitiche nel terzo, pur rendendoci conto che esistono parecchi aspetti interdipendenti fra i due fenomeni.

Un secondo aspetto, da approfondire, concerne l’analisi “tecnica” degli eventi, ossia le evoluzioni parallele dei fenomeni in atto, se confrontate con altri sconquassi economici del passato.
La crisi del 1929 ben si presta perché è vicina a noi – gli “attori” portano, a volte, quasi gli stessi nomi, gli Stati coinvolti pure, ecc – e, soprattutto, poiché consente d’analizzare gli eventi utilizzando i parametri dell’economia contemporanea.
Ci sono, ovviamente, delle differenze: ad esempio, all’epoca era ancora in vigore l’ancoraggio all’oro di parecchie monete, ma non è questo il fatto saliente.
Una crisi, se analizzata partendo dagli effetti puramente economici (parametri, ecc), può condurre a parallelismi che non hanno ragion d’essere poiché, come avviene per la diagnosi di una malattia, effetti simili od addirittura perfettamente sovrapponibili possono derivare da cause molto diverse. E’ questo il caso.

La crisi del 1929 non fu minimamente catalizzata da eventi esterni all’Occidente: nessuno, all’epoca, era in grado d’impensierire il commercio internazionale gestito dalle potenze dell’epoca. Tutti i Paesi, oggi emergenti, erano colonizzati od asserviti oppure, come l’URSS, alle prese con infiniti guai interni. Grandi Paesi come la Cina od il Brasile, nel commercio mondiale, valevano pressoché zero.
La crisi del 1929 rivelò i rischi di un capitalismo lasciato galoppare senza freni – le “bolle finanziarie” spadroneggiarono anche allora – ma era il contesto economico reale (la cosiddetta “Main Street”), ossia la potenzialità di ricchezza, la possibilità d’espansione economica ad essere diversa rispetto all’oggi.
Per questa ragione, ebbero successo le politiche keynesiane: la “Tennessee Valley” fu possibile perché lo Stato (per nulla indebitato) varò il deficit spending per incentivare l’agricoltura ed i trasporti negli stati del Sud.
Oggi, un ipotetico “piano” per “Silicon Valley” sarebbe improponibile perché Silicon Valley, nel nostro tempo, è in Cina, India, Malesia…
Queste premesse, ci portano a concludere che l’attuale crisi del capitalismo non è una crisi “terminale”, proprio perché – da qualche parte – esistono aree che possono ricevere nuova industrializzazione, incrementare i consumi, ecc.
Sull’altro versante, un simile spostamento di ricchezza, produzione, conoscenza, ricerca…non può “transitare” senza scossoni epocali: perdere cinque secoli di predominio, è un trauma equivalente alla caduta di un impero dell’antichità.

La fiaba, raccontata in tutte le salse, della produzione “diversificata” e globalizzata e, dall’altra, di una finanza accentrata in poche mani occidentali, sta svanendo come neve al sole.
L’opulenza della piazza finanziaria di Londra si consuma nell’evidenza dei licenziamenti, nelle banche salvate dalla mano pubblica, ossia in una partita di giro che vede caricare sulle spalle dei cittadini le perdite del sistema finanziario. Un partita di giro truccata, poiché a soffrire dei disastri finanziari è prevalentemente la parte più ricca della popolazione, mentre a subirne gli effetti saranno – con l’estinguersi dello stato sociale – i settori meno abbienti.
Mentre metà del Pianeta s’interroga su dilemmi di natura espansiva – finanziari, tecnologici, ambientali, ma sempre espansivi, poiché ci sono secoli di domanda interna da colmare – l’altra metà non trova risposte, perché quelle risposte esigerebbero proprio la presa di coscienza di un mondo non più “eurocentrico” oppure “amerocentrico”.
Al più, dopo i fallimenti della politica unilaterale di Bush, si torna a parlare di “multipolarismo”, ma il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU rimane solidamente ancorato nelle mani di cinque attori, tre dei quali sono potenze un tempo coloniali o neocoloniali: si stenta a comprendere che un “G20”, oggi, deve prender forma su piani d’assoluta parità.
Ancor più drammatico, è capire quale potrà essere il futuro di vecchie ed azzimate signore – un tempo padrone del pianeta – che oggi si ritrovano con le pezze al sedere. Premere sull’acceleratore dell’innovazione tecnologica?

Non si può certo rifiutare lo sforzo per la conoscenza, ma aspettarci grandi frutti da queste politiche è incerto, giacché bisogna fare i conti con la novità: non siamo più in testa, stiamo inseguendo.
Anche nel nuovo comparto energetico – l’unico che, forse, consente all’Occidente il vantaggio di un’incollatura – dobbiamo considerare che le potenzialità dell’Oriente – ricerca, finanza, produzione – crescono con numeri a due cifre, non con i nostri asfittici “0,…%”. Se i cinesi si mettessero a costruire pannelli solari, c’è da giurarci che in breve tempo li costruirebbero migliori ed a minor costo rispetto ai nostri.
L’unica sfida che l’Occidente dovrebbe accettare non è nella corsa economica o tecnologica: la presa di coscienza della propria condizione di “poveri in divenire”, dovrebbe accelerare il dibattito sulla distribuzione della ricchezza, sul valore stesso di “ricchezza”, sulla necessità d’essere “ricchi”.
In fin dei conti, restiamo Paesi “ricchi”: non ci mancano certo i beni primari e la protezione sociale, e siamo in grado d’avere anche un po’ di superfluo; ciò che non ci potremo più permettere, è di vivere credendoci nababbi hollywoodiani.

Roma fu invincibile e padrona assoluta per secoli: eppure Roma lasciò poco, mucchi di macerie che oggi chiamiamo “ruderi”. Atene non dominò quasi nulla, però i suoi fondamenti sono, ancora oggi, le basi della nostra conoscenza.
Diventa allora essenziale riportare il dibattito sui valori fondanti del nostro vivere: aspetti giuridici ed economici, difesa e rivalutazione dei grandi principi costituenti da un lato, serrato dibattito per riportare alla collettività le leve dell’economia.
Recentemente, un uomo politico italiano (poco importa chi è, la pensano quasi tutti così) ha dichiarato “di non essere attratto dalla decrescita”: “decrescita” non potrà più essere un vago concetto sul quale decidere “quoto” o “non quoto”, poiché ai cinesi frega assai di cosa “quotiamo”. E, se lasceremo fare al “mercato”, non otterremo mai risposte perché il “mercato” non prende in considerazione aspetti culturali: valuta l’incremento, o il decremento, e su quella base decide.
La decrescita, invece, non può fare a meno di una profonda rivisitazione – su basi culturali – del nostro vivere: solo dopo si potrà decidere se costruire autostrade od incrementare la ferrovia, se passare ad un sistema di produzione/consumo d’energia su piccola scala, se intervenire sull’obsolescenza dei beni, ecc.
La politica, insomma, senza valori culturali di riferimento, si riduce ad un mero esercizio di calcolo: di soldi, di voti, di favori.

Voglio portare un esempio che può sembrare provocatorio, e che non lo è per niente.
L’Italia è un Paese fortunato, fortunatissimo. Non abbiamo quasi petrolio, ed abbiamo industrie che anche altri hanno, spesso più solide delle nostre.
La Francia ha Versailles, la Spagna il Prado, la Russia l’Hermitage, la Germania i castelli del Reno…ma nessuno ha la reggia di Caserta, gli Uffizi, Venezia irripetibile, Roma mozzafiato, antichità greche, rinascimentali…anche il più sperduto borgo ha qualcosa che all’estero si sognano. Viviamo in un grande museo a cielo aperto.
E’ mai possibile che dobbiamo perdere terreno nei confronti d’altri Paesi europei proprio sul turismo?!? Ogni anno che passa, quando si fanno i conti sulla stagione turistica, è un fazzoletto di lacrime in più rispetto a quello precedente.
Eppure, gli studi sul turismo evidenziano che l’unico settore che “tiene” è quello dell’arte, soprattutto per i milioni di “nuovi ricchi” orientali. Non potremo mai fare concorrenza alle spiagge tropicali, mettiamocelo in testa: non riusciamo nemmeno a reggere il confronto con Spagna e Croazia.
Osserviamo, allora, l’importanza che l’Italia assegna al suo patrimonio artistico – il suo petrolio! – dai nomi dei ministri chiamati ad amministrarlo. Buio pesto, che più pesto non si può.
Dai palesi incompetenti – Bondi, Urbani – a quelli in altre faccende affaccendati, Veltroni e Rutelli: non uno che abbia fatto qualcosa, che abbia varato consistenti investimenti per la manutenzione e per il restauro d’altri, enormi patrimoni ancora sotterra o nei sotterranei dei musei.
Questi patrimoni, domani – se affiancati da una politica d’investimenti nei settori di supporto (alberghiero, ricettivo, ecc) – si potrebbero trasformare in milioni di posti di lavoro per tutti quegli italiani che non possono fare concorrenza ai cinesi nel produrre magliette e computer.
Perché non viene attuato nulla? Un caso? No, troppo semplice.

La ricchezza che si creerebbe, mettendo finalmente a frutto il nostro patrimonio artistico, sarebbe diffusa sul territorio, ne godrebbero milioni di “signori nessuno”, giovani senza lavoro, gente di mezza età che lo perde. In altre parole: noi. E’ lo stesso, perverso meccanismo che mette bastoni fra le ruote alla produzione energetica diffusa.
Ancora una volta, l’ostacolo è di natura culturale: la ricchezza diffusa (anche modesta) genera cittadini, quella dispensata dall’alto per non cadere in miseria, produce sudditi.
E, non sia mai, che ciò comporti una perdita di potere da parte di quel milione d’italiani che vive di politica, di mala politica, d’affari legati alla politica, poiché entrerebbe in contraddizione con il primo, vero articolo della nostra Costituzione:

Art. 1 bis: L’Italia è una repubblica oligarchica, fondata sul conflitto d’interesse e sul potere delle Caste.

Perciò, partendo da questo semplice esempio, possiamo capire ciò che c’attende per la cosiddetta “crisi economica” – che di strettamente economico ha ben poco – poiché l’economia (“governo della casa”) non è un dogma e tutti dovremmo parteciparvi. Non è accettabile dover sottostare ad imposizioni dettate da personaggi che fanno parte dello stesso mondo che fabbrica ricchezza fasulla! Perché un signore in doppiopetto di un’agenzia di rating – spesso collusa con le banche truffaldine – può decidere il futuro dei miei figli?
Per imbonirci, i politici nostrani usano strategie diversificate: si nasconde la testa sotto la sabbia (centro destra), oppure si vagheggiano astrusi parallelismi con la (per ora, tutta da verificare) politica di Obama (centro sinistra). In definitiva, ci raccontano solo un mare di frottole.
Nel primo caso, servono potenti anestetici (c’è il traffico d’organi! Eluana! Grande Fratello forever!) per tentare d’addormentare la popolazione sempre più stanca ed avvilita, mentre nel secondo si mesta nel torbido, perché è facile promettere una politica d’innovazione, soprattutto energetica, senza affrontare il nodo della gestione. A che servono, auto elettriche “targate” ENEL od ENI? A cambiare cappio, per strozzarci in un altro modo?

Non perdiamo altro tempo per analizzare, per spaccare il capello in quattro e conoscere finalmente il nome di colui che stampava carta straccia, e nemmeno se può essere più affidabile del suo socio: domani, potrebbero semplicemente scambiarsi la scrivania. Il passaggio storico è di quelli da far rizzare i capelli – questo è da tenere in primo piano! – e non sono stati i trucchi di quattro banchieri a generare il disastro: c’era già prima.
Ciò che la Storia c’insegna, è che questi enormi mutamenti richiedono la nostra attiva partecipazione: nuove idee, nuovi stili, nuovi obiettivi.
Ci arriveremo? Senza dubbio, ma la Storia ci racconta anche qual è il discrimine, il crinale che separa l’accettazione supina dalla fattiva elaborazione: milioni di morti.

14 febbraio 2009

Comunicazioni di servizio 2

La ragione del ritiro del video era un'errata sincronizzazione del suono con le immagini. Nuovo link:
Scusate per il disguido
Carlo Bertani

11 febbraio 2009

Comunicazione di servizio

Vorrei segnalare ai lettori questa intervista:
della giornalista Rosanna Sapori, al sottoscritto, sul traffico d'organi.
L'intervista è andata in onda su Telenordest ed è disponibile su Youtube all'indirizzo sopra citato.
Saluti a tutti
Carlo Bertani

09 febbraio 2009

Condoglianze

Caro sig. Englaro,
ho appena letto sulle edizioni elettroniche dei giornali che sua figlia è deceduta, ed il pianto mi ha colto, improvviso.
Anch’io, padre come lei, soffro per la morte di sua figlia e non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare il dolore, straziante, che la sua famiglia ha dovuto sopportare per così lunghi anni.
In questi giorni, sono rimasto inorridito e silente di fronte a tanto orrore che ci è stato – le è stato – propinato gratuitamente da questo branco assetato di potere, che ancora osiamo chiamare “classe politica”. Tutto questo, mentre lei dialogava ogni istante con la morte.
Per questa ragione, le voglio inviare – unitamente al mio cordoglio – delle scuse: come padre, come uomo, come italiano, per non essere riuscito a fare abbastanza per proteggerla da questi sciacalli del dolore altrui.
Le rimarranno – se mi posso permettere – i bei ricordi di Eluana bambina e ragazza, che sono certo – come ogni padre – lei conserverà in un angolo del suo cuore.
Li coltivi, li coccoli – signor Englaro – perché quelli, nonostante tutto, non riusciranno mai a portarglieli via.
La lascio con un forte abbraccio ed una carezza per Eluana, che adesso vola libera, nel vento.
Carlo Bertani

05 febbraio 2009

Il furto degli archetipi

Ogni forma che tu vedi ha il suo archetipo nel mondo senza spazio.
Se la forma perisce, non importa, l'originale è eterno
."
Jalad ud Din Rumi – Persia – secolo XIII

Spesso, le sere nelle quali vaghiamo fra domande senza risposte, nelle selve dei punti interrogativi, sono destinate a rimanere tali. Sconsolante – vero? – ma, il più delle volte, così è.
Gli orizzonti si susseguono, l’uno dopo l’altro e li valichiamo con gli stivali delle sette leghe, con la velocità del vento che ci sospinge. Oltrepassiamo interi universi senza renderci conto dei tesori che contenevano.
E’ così anche questa sera, con i primi fiocchi di neve che trapuntano il cielo, e mi domando se – ancora una volta, per spostarci – saremo abbandonati a noi stessi ed ai misteriosi protocolli della burocrazia. Globalizzata anch’essa.

Un tempo – quando gli uomini si fidanzavano ogni giorno con la natura – la neve era un avvertimento soffice, l’invito a soffermarsi un momento nell’aia, oppure a perdere fanciullescamente il senno fra i gorghi della polenta che cuoceva nel paiolo, ribollente di schizzi.
Venne poi l’era nella quale tutto era sacrificato alla produzione – perché produr si deve, produr bisogna – e s’iniziò a non guardare più in faccia né al vento, né alle stagioni. C’era, almeno, la giustificazione che tot automobili e tot pezze di lana trepidavano nella vigilia di prender forma, poiché erano attese.
Oggi, osservo i tetti del borgo e – con l’immaginazione – valico soffitte ed appartamenti abbandonati da decenni, per accompagnarmi – folletto invadente – a chi sotto quei tetti vive. Scopro così, mentre volteggio ancorato alla mia corda d’argento, sguardi persi su pallidi schermi, sonni accompagnati da minute pasticche, religiosi afflati consegnati a minuscoli lumi votivi, che illuminano fiocamente sbiadite immagini d’antichi santi.
Nel freddo, contenuto dalla neve del mattino, la mia è una delle poche auto a spostarsi: segno che nessuno deve recarsi al lavoro. Legioni di pensionati attendono – nei loro grandi appartamenti del tempo che fu, quando risa accompagnavano il canto di giovanette in età da marito – il solo, grande avvenimento che possono aspettare. Che avverrà col caldo di Giugno o nel freddo di Gennaio, ma sempre all’uscita principale dell’antica cattedrale.

Eppure, nonostante le condizioni del tempo siano quasi proibitive, il senso del dovere ci chiama per raggiungere una scuola annoiata, con metà o ancor meno dei presenti: a nulla servirà tanta dedizione. Le poche fabbriche che tentano ancora di produrre qualcosa, lo fanno in condizioni di lavoro che ci hanno quasi riportato indietro nel tempo: la sicurezza è sacrificata all’altare della produzione ad ogni costo, e quei prodotti non sempre sono attesi. Bisogna allora forzare la mano e creare inesistenti attese, accorciare la durata d’ogni bene affinché sia usurato prima possibile, poiché prima del tempo si distrugga[1].
Conosciamo bene questo percorso, ed è inutile riproporlo: era solo per segnare con una tacca l’inizio dei nostri ragionamenti, del nostro vagare fra le pagine elettroniche.
Eppure, nonostante in molti s’inizi a comprendere che la corsa dell’umanità è oramai folle, non si riesce a rallentare l’ingranaggio che – Charlie Chaplin c’avvertì con largo anticipo, in “Tempi moderni” – ci sta stritolando.

Noi, eteree figure che scriviamo sul Web e che firmiamo con nomi veri – i quali corrispondono a persone in carne ed ossa – assistiamo impotenti alla scarsa incidenza dei nostri sforzi. I nomi sono i soliti, quelli che si leggono su molti siti e blog, e non li nomino per non scontentare nessuno.
Tra di noi, talvolta ci si conosce personalmente, mentre nella maggioranza dei casi si hanno contatti via Web: una mail per avvertire di un incontro, un ringraziamento, qualche elogio per un brano ben scritto.
Sull’altro piatto della bilancia, un po’ d’esibizionismo, qualche complesso da “primadonna” e – per fortuna molto raramente – qualche lama che s’incrocia. E che lascia solo una scia evanescente, d’elettronico inchiostro.
Viene allora la domanda, che talvolta chi legge si chiede e pretende, sul perché “non ci mettiamo insieme”, non riusciamo a costruire qualcosa. Me lo sono chiesto anch’io, tante volte.

Chi legge – oramai l’abbiamo capito – crede nella gran parte dei principi esposti: una sorta di “controcultura” prende forma, a testimoniare che sulla gran parte delle cose la pensiamo allo stesso modo.
Il problema, che qualcuno recentemente citava a proposito di Beppe Grillo – sostenendo che il comico genovese avesse perso “l’attimo fuggente” per fare “massa critica” contro il sistema delle Caste – rimanda allora alla creazione di cultura, con una domanda: può, la cultura, divenire in qualche modo “massa critica”?
E, qui, ci scontriamo con un dilemma di denominazione, ossia definire cosa sia la cultura e, di riflesso, chi siano coloro che tentano di produrla.
Chi produce cultura, almeno in Italia, viene definito “intellettuale”, termine – a mio avviso – un po’ desueto, poiché dovremmo stabilire se i cori di trombe di regime siano, anch’essi, “cultura”. Maurizio Costanzo fa cultura? O intrattenimento? E Santoro?

Un primo aiuto, per me molto chiaro, viene dalla definizione di “intellettuale organico” che dà Costanzo Preve, ossia di uno studioso che è organico – e, oggi, non solo per il pensiero – con una parte politica.
Essere “organici” non è un peccato mortale, però ciò distingue l’intellettuale dallo studioso, il quale potrà – ad esempio – riformulare le sue analisi, senza temere gli strali della nomenklatura.
Stabilito che le frange estreme dell’elettorato italiano non hanno più referenti politici, la “organicità” dell’intellettualismo italiano (sempre nell’accezione di Preve) è quindi condannata a convivere con poche forze politiche, che sono tutte plaudenti al “mercato” ed alla globalizzazione, pur sapendo che la gran parte dei guai che ci affliggono è da lì che vengono. Ma, essendo “organici”, non hanno scampo.
Potranno “limare” fin che desiderano gli aggettivi, dar sfoggio di potenza espressiva, ma non riusciranno mai a forare il cielo, perché sanno che oltrepassare la coltre di nubi li condurrebbe, inesorabilmente, fra i perdenti, a trasmutarsi in soli “studiosi”.
E coloro che non sono “organici” – e quindi non “intellettuali” ma solo “studiosi” – quale compito si trovano ad affrontare?

Spesso, s’avvertono fra i commentatori strali di critiche gratuite: si distingue chiaramente chi pondera attentamente ciò che si scrive da chi è sorretto solo dal desiderio d’apparire. O, peggio, da chi replica – ben protetto da astrusi nick – dalla segreteria di un partito.
Questa precisazione può apparire superflua o, in alcuni casi, offensiva, ma è necessaria per il proseguo della nostra analisi.
Chi non è targato qualcosa, intravede orizzonti immensi da percorrere, ma si trova anche desolatamente solo nel dipingere ciò che osserva, quasi senza riscontro né riferimenti. Magari, qualcuno si sforzasse di replicare proseguendo su quel percorso.
Quando scriviamo di decrescita, di truffe sulla moneta, d’attentati ai valori fondanti della Costituzione, sul lavoro, sull’energia, l’istruzione, la giustizia…finiamo per ripercorrere un sentiero dal quale osserviamo molteplici aspetti della rovina morale, economica e politica del nostro Paese (e dell’intero Pianeta).
A forza di raccontare nequizie, provare tesi scomode e dipanare le ingarbugliate matasse dell’informazione di regime, si è spossati, stanchi, anche un po’ depressi.
E’, allora, proprio in queste sere perdute che ci viene in mente d’abbandonarci alla ricettività: basta scrivere, basta dissertare. Ascoltare.

Così, getti nella feritoia un dvd e guardi un film, non sapendo se ti metterà sonno o se ti donerà qualcosa. In entrambi i casi, qualcosa c’avrai guadagnato.
Il film è “Fiorile” dei fratelli Taviani[2]: almeno, prima d’affidarti, scegli qualcuno che dia affidamento.
E cavalchi, senza accorgertene, in due secoli di profonda Toscana, ch’è sempre stata il concentrato d’emozioni ribollenti e genuine, narrate senza mediazioni, come solo la scuola del Sommo poteva donare.
Il ricucire gli accadimenti storici, abbinandoli alle vite vissute, è prassi del cinema di qualità: “Novecento” o “Barry Lindon” hanno usato la stessa metrica, accomunati da grandi firme della regia cinematografica.

Queste “cavalcate” fra i secoli, spesso, sono guardate con troppa distanza: comprendo che chi oggi è giovane stenta a trovare legami con quei mondi, ma chi ha vissuto i tempi ed i ritmi del vecchio mondo agreste, ritrova quei legami. Seduto sulla sponda di un carro trainato da un mulo, raccoglievo le drupe d’uva spina dalla siepe al ritmo ballonzolante di un mezzo ch’era esattamente uguale ai carriaggi che si vedono, oggi, solo nei film d’epoca.
Cos’altro ci lega alla nostra Storia? Non le cronache narrate nei libri – toccano corde ancora troppo superficiali – bensì quelle emozioni che dischiudono una lacrima, che sospirano l’animo. Qualcosa ha insegnato De André, operando su storie antiche – pensiamo a Creuza de ma, sorprendentemente il suo album più venduto – che ci riportano all’oggi, a qualcosa che sopravvive dentro di noi, mentre conduciamo questa vita forsennata nella quale nessuno è più “qualcosa”. “Fare tutto è diventato un’esigenza”, ricordava Ivano Fossati.

Dobbiamo allora domandarci – come “studiosi” liberi da ogni marchio – perché certe scene di un film scatenano emozioni, strappano lacrime, amareggiano, lasciano l’animo colmo di gioia. Sono emersioni di sentimenti che non si possono addurre soltanto alle storie individuali – non apriamo qui, per favore, antichi dibattiti fra sociologia e psicologia – perché vanno ad incidere più nel profondo.
Il cinema ci presenta figure incastonate nei loro vissuti: eppure, trepidiamo, c’arrabbiamo, soffriamo. Qui la Gestalt è scavalcata perché non c’è spazio per crearla: rimane solo una possibilità, l’idem o l’alter con il personaggio. Se non scattano né l’uno e né l’altro, scatta il dito sul telecomando ed andiamo a letto.
In che modo, però, c’identifichiamo? E con quali parti dei personaggi – che sappiamo benissimo essere professionisti della scena, ma in quel momento non importa – finiamo per identificarci, per compiere un tratto di percorso insieme a loro, nella Roma imperiale o nel Giappone medievale?

A restringerle un poco, non sono molte: il sacerdote (o saggio, stregone, monaco errante, ecc), il guerriero (eroe, coraggio, rettitudine, ecc), il mercante (sagacia, astuzia, ponderatezza, ecc) e poche altre. Più facile l’identificazione maschile (la Storia è stata fatta e scritta prevalentemente da uomini), più difficile, e ristretta a poche figure, quella femminile.
Qui s’aprirebbe uno spiraglio assai interessante: come può, l’universo femminile oramai slegato dai simboli tradizionali, trovare figure di riferimento che non siano legate al focolare? Si chiede alla donna d’essere qualcuno che non ha passato, e si desidera assegnarle compiti che sono, per lei, nuovi? Ci sarebbe materiale per un altro articolo.
Le figure archetipe, invece – i riferimenti arcaici – per la popolazione maschile esistono, e sopravvivono in posture dell’animo oramai nascoste, perché il cammino della nostra civiltà ha dovuto frantumarle.
E’ stato un percorso graduale, che ha condotto l’umanità a dimenticare – anno dopo anno – i suoi riferimenti arcaici.

La perdita degli archetipi non può essere sottovalutata, soprattutto da coloro i quali addossano tutte le responsabilità dell’attuale crisi (che è una crisi di civiltà, non di società) a semplici fattori economici. Se così fosse, sorgerebbero – potenti – dal corpo sociale precise ed organiche richieste di cambiamento, e sarebbero dinamiche positive ed inarrestabili, nonostante la censura mediatica.
Invece, le proposte sono frammentarie e sconclusionate: e, questo, avviene da parte di chi le propone, ma anche dalla confusione di chi ascolta e, a sua volta, ripropone “aggiustamenti” con un semplice meccanismo di scelta multipla, quasi si trattasse di un test. Insomma, “quoto” e “non quoto”, e finisce lì.

Se la civiltà occidentale s’afferma col mercantilismo, prosegue con il colonialismo, la rivoluzione industriale e, infine, entra in crisi proprio per la ri-proposizione acritica di modelli non più attuali, nel corpo sociale non esistono più valori di riferimento per una critica fondata – e dunque, “forte” – e quindi fruttuosa per sua stessa natura. Nel panorama variegato della civiltà occidentale, iniziano a crollare quelli che furono i suoi valori fondanti: la religione, ad esempio, ridotta a semplice secolarizzazione e sbiadito spettacolo dell’evento devozionale e filosofico. Per salvare il salvabile, s’elegge un nero alla presidenza americana e si “sdogana” il seminario di Lefebvre, ma lo sfondo rimane il medesimo.
La cultura va in crisi perché il controllo della stessa avviene mediante complessi meccanismi di coercizione economica, a loro volta diretti dal potere politico, ma non dimentichiamo che si tratta di un aspetto dialettico: i “controllori” non sono soltanto il misero prodotto di un processo, una società segreta, un manipolo di nuovi “carbonari” che si riuniscono a Davos. Prima di giungere a quel punto, hanno maturato in loro stessi la perfetta condizione di smarrimento dell’archetipo, dello scrittore e del politico, del filosofo e dell’economista. Si rifugiano, allora, nella stregonesca credenza che il mercato possa tutto sanare: ma, questa impostazione, è la resa totale dei loro archetipi, che avevano anzitempo smarrito.
Quali potrebbero essere le risposte?
Prima, l’analisi, altrimenti non si va da nessuna parte.

L’Europa ha vissuto due rivoluzioni: la prima – 1789 – tentò di cancellare i residui del mondo medievale e ci riuscì, “uscendo” con la creazione della nuova aristocrazia napoleonica. La quale, non essendo più il prodotto di millenarie casate e nemmeno giustificata per diritto divino, si poneva proprio come contraddizione aperta e lampante con il passato, senza che gli attori dell’epoca n’avessero, probabilmente, compiuta coscienza.
La seconda – 1917 – partì con giustificazioni teoriche apparentemente solide, ma avvenne in una nazione impreparata a riceverle: Marx, immaginava la rivoluzione socialista in Germania o (con minore probabilità) in Gran Bretagna.
Invece, fu creata una nuova borghesia – la burocrazia del PCUS – che sopperì alla secolare mancanza di quel ceto nella Russia zarista: fu una sorta d’attuazione (con le ovvie differenze) del dettato decabrista di quasi un secolo prima. Al punto che, la nomenklatura sovietica, intitolò agli antichi rivoluzionari ottocenteschi un’isola nel Golfo di Finlandia.
La nuova borghesia sovietica portò a compimento un processo (con tutti gli errori del caso, ovviamente) e consegnò al III Millennio una nazione con strutture e cultura abbastanza simili al resto d’Europa.
Ma, ricordiamo, non ci fu nessuna rivoluzione socialista.

Cosa attende, oggi, il Pianeta per ripartire? Noi, nessun altro.
Aspetta una nuova generazione di “intellettuali” – questa volta non “studiosi” perché nuovamente organici a fresche scuole di pensiero e rinnovate formazioni politiche, addirittura “ideologiche”, potremmo azzardare – la quale stenda, con dovizia di prove, il certificato di morte della civiltà mercantile per come la conosciamo da almeno cinque secoli. Una “balletta”, ovviamente.
Quindi, ripartendo da quel “certificato”, sgombri le macerie di un falso intellettualismo e ne stenda le basi per crearne, infine, uno totalmente nuovo.
Ovvio che le questioni economiche sarebbero le prime a venire al pettine, ma anche sul concetto di decrescita ci vorrebbe un bel dibattito: non tutti assegnano al termine l’identico significato.
E – l’uomo che torna a prendere su di sé la responsabilità di quel che si produce, di come produrlo e quanto produrne – potrà sorvolare tranquillamente sulle simbiosi/interazioni/contraddizioni che il nuovo modello imporrà nel sociale?
Poiché, per uscire dall’attuale, terrificante parabola calante del mercantilismo (da alcuni definita, proprio in termini spregiativi, “mercatismo”) non ci può essere che una presa di coscienza: solo noi possiamo decidere quante automobili servono, quanto dovranno durare, chi e come dovrà produrle…altrimenti, l’attuale fase – oramai marcescente – della globalizzazione ci trascinerà in un vortice terrificante di guerre, ingiustizie planetarie, disastri economici, ambientali, sociali.
La responsabilità è ardua. Affrontabile? In tutta coscienza, non lo so. Perché?

Poiché, nel frattempo, sono stati frantumati – sono stati proprio spezzati gli stampi – gli archetipi fondanti dell’ordinamento sociale. Non si tratta di semplici defaillance del modello: esso, è proprio tramontato.
Il funzionario austro-ungarico è ricordato per antonomasia come l’archetipo fondante dell’integerrimo impero multietnico, e fu bersaglio dell’ironia risorgimentale italiana. Raffigurato come un codino e sparagnino esecutore del potere asburgico, in realtà era una figura forte, che avvertiva l’importanza della sua funzione. A sua volta, la burocrazia imperiale riconosceva ampiamente e sotto molti aspetti (economici, normativi, ecc) l’importanza dei funzionari, come insostituibili “tasselli” della costruzione imperiale. Dunque, come i Mandarini cinesi, il funzionario asburgico rappresenta in qualche modo un archetipo.

L’insegnamento fu, per molto tempo, considerato quasi una “missione”, al pari del medico, e non un semplice “mestiere”. Quasi un’arte.
C’era, da parte dello Stato, il riconoscimento di questa figura mediante un trattamento economico e normativo che la favoriva, che le riconosceva l’importanza del suo agire.
Con questo, non si vuol affermare che non siano esistiti pessimi insegnanti (probabilmente esistettero anche in passato, ma solo le “vette” sono ricordate), ma che l’archetipo dell’insegnante era, almeno, preservato. Oggi, gli insegnanti ricevono gli adeguamenti salariali sulla base della tabella “operai-impiegati-insegnanti”: il che, la dice lunga sul loro prestigio sociale. Vengono mantenuti in servizio fino a 65 anni, poiché nessuno prende mai in considerazione le difficoltà – oggettive – che esistono nel dialogo fra le generazioni. Perché non fanno cantare i tenori o le soprano fino a 65 anni? Poiché i risultati sarebbero deludenti ed acclarati, mentre fra le mura delle scuole non si sa cosa avviene. In ogni modo, l’archetipo è oramai frantumato.

Ho assistito, casualmente, alla distruzione di un archetipo.
Il ferroviere era anch’esso figura archetipa: era colui al quale ci s’affidava per giungere a destinazione.
Chiedendo lumi sulla soppressione di un treno, dovetti assistere ad una scena che mi fece stringere il cuore:
«Un tempo – raccontava il capostazione – per sopprimere un treno ci dovevano essere validissime ed insuperabili motivazioni. Oggi, basta che manchi una persona in più nell’organico e sopprimono. Guardi – continuava – fra due anni andrò in pensione e non vedo l’ora: questo non è più lavorare, questo è diventato un inferno, oppure una barzelletta». Ciò che narrava, non era la débacle delle Ferrovie Italiane, era la frantumazione – che percepiva soffrendo – della sua dignità di lavoratore: era il suo archetipo che andava in pezzi.

L’archetipo del funzionario onesto e capace – il quale tenterà magari di riattare l’esistente, cercando le soluzioni meno onerose – quello dell’insegnate che cercherà di forgiare spiriti liberi, critici e responsabili, e quello del ferroviere che avrà come primo obiettivo far in modo che i viaggiatori trovino i treni ad attenderli, sono vere e proprie iatture per il “mercatismo”. Poiché non riconoscono il vuoto, inesistente, falso modello del banchiere contemporaneo, espropriato anch’esso del suo archetipo – ossia del banchiere che non fornisce più denaro per catalizzare la creazione di beni, bensì s’adopera solamente ad inventare truffe destinate ad incrementare una massa monetaria fittizia e truffaldina – come il deus ex machina al quale tutto deve sottostare.
Gli archetipi originari, entrano in collisione con queste “raffigurazioni” imposte dal circuito mediatico, ed assorbite – purtroppo, la popolazione non ha scampo! – a largo spettro: vengono, inesorabilmente, distrutti.

In questo scenario, una manciata di “studiosi” cerca almeno di dipingere l’esistente – non può avere, oggi, i mezzi per soluzioni salvifiche! Solo qualche accenno! – e si trova esposta alla critica di critici che hanno smarrito, a loro volta, “l’archetipo” del critico. Altro che “quoto” e “non quoto”: provare per credere.

[1] Lo scorso Ottobre, ai primi allarmi per la crisi economica, un alto dirigente della Skoda (l’una vale l’altra…) dichiarò che bisognava “seriamente iniziare a pensare a ridurre la vita media di un’autovettura a sette anni”.
[2] Non voglio, qui, mostrare il legame fra l’articolo ed il film. Chi l’ha visto capirà, chi non l’ha visto, riceverà un suggerimento per guardarlo.