23 settembre 2008

Il crepuscolo degli Dei

“…e gli uomini…
col sangue dei concittadini ingrossano le proprie sostanze
e avidi raddoppiano le ricchezze, accumulando strage su strage;
crudeli si rallegrano del triste funerale di un fratello…”

Lucrezio Caro, De rerum natura, Libro Terzo.

Che il vento stesse per cambiare, me lo raccontò il vento stesso: iniziò a spirare da Tramontana, freddo, tagliente, come per annunciare che il tempo dell’espiazione stava giungendo.
Sono pochi chilometri da casa a scuola, venti minuti di strada, ed è il momento della giornata nel quale i pensieri m’assalgono a frotte, mi subissano, disordinati.
Perché mai il vento sussurra ch’è tempo d’espiare?
Quando la barriera razionale nella mente pare insuperabile, meglio affidarsi alle parole, poiché le parole non sono soltanto pietre: sono anche petali, senza i quali non si giunge a racchiudere nessun fiore.
Potremmo nutrirci con il termine israelita salakh, ma dovremmo associargli – allora – il peccato: vale la pena, in una mattina di fine estate, d’impegolarsi con secoli di filosofia scolastica?
No, meglio lasciare Yom Kippur – con il suo bagaglio di terrori ed ossequi per un Dio patrigno – ed abbeverarci alla fonte greco-romana, laddove l’espiazione non era un processo penitente, bensì un atto positivo, per ingraziarsi una divinità e portarla al nostro fianco. In sostanza: non chiedere perdono, bensì aiuto, benevolenza.
E perché mai dovremmo farlo? A dire il vero non lo so con precisione: me lo ha sussurrato il vento e basta, proprio mentre aprivo la portiera dell’auto. Come la piuma di Forrest Gump.

La prima persona che incontro, nel tragitto, è un attacchino che gratta con il raschietto un manifesto pubblicitario: l’icona di una potente catena distributiva se ne va, scivola lentamente nel secchio dove galleggiano motti di carta, sopra l’acqua sporca di colla e solventi.
Sic transit gloria mundi…no, troppo semplice…però, il manifestarsi degli eventi non può trascendere i sensi…e l’impressione che ho colto è stata proprio quella dell’annullamento, dell’inarrestabile lisi.
Basta, Bertani, piantala con queste elucubrazioni da scemo: a quel messaggio se ne sostituirà un altro, l’attacchino tornerà con nuova carta, altra colla, e così per sempre, nei secoli dei secoli. A dire il vero, “in saecula saeculorum”, riferito al business pubblicitario, mi fa sorridere, ma c’è una rotonda da doppiare e devo stare attento a non sbattere. Istanti, altro che secoli.
In fin dei conti è solo economia: l’economia sancisce l’ascesa e la caduta di quei rettangoli di carta sulle piattaforme di metallo, e l’attacchino esegue e basta. Fine.

Già, ma il termine “economia” significava originariamente “conduzione della casa” e, se l’economia diventa un fatto planetario, essa assume il significato (per ora, solo etimologico) di “conduzione del pianeta”.
Fin troppo facile conclusione: per come lo stiamo “conducendo”…
La seconda, ed ultima icona che osservo prima di giungere a scuola, è il prato dell’antica tenuta che confina con l’altrettanto antico liceo: diligentemente, ai primi sentori d’Autunno, un contadino ha collocato, ad intervalli regolari, mucchi di letame per concimare il prato. Ovvio, terminata la fienagione, è tempo di preparare la terra per una nuova stagione di raccolti. In saecula saeculorum.
Ciascuno partecipa come può e come deve: Brahma, Vishnu e Shiva s’infondono nell’attacchino che incolla, controlla e poi stacca i manifesti. O nel contadino che concima, accarezza l’erba con il rastrello ed infine la falcia. Tutto ha un senso, economico.

Giunto a scuola, precipito nei riti d’inizio anno: dai giovani da conoscere ai “vecchi”, che ti vorrebbero far sentire giovane come loro e, invece, ti ricordano solo il peso di una nuova Primavera sulle spalle.
Ho però un’ora libera (evento oramai raro…) e leggo il giornale sul Web.
Credevo che la notizia di testa fosse Alitalia, che è invece scesa nella classifica: in alto, c’è la novità che Lehman Brothers è fallita. Mi chiedo cosa possa significare.
Si tratta di una banca: una banca che fallisce, vuol dire che non ha più soldi, altrimenti non fallirebbe. Lo raccontava già Mary Poppins…

La banca Lehman Brothers ha “bruciato in Borsa” 900 miliardi di dollari (Repubblica, 15/9/08): sembra una quantità impressionante di beni, se corrispondessero a qualcosa. 900 miliardi di dollari corrispondono, all’incirca, a 45 milioni d’autovetture di media cilindrata, a 900 milioni di computer, a 3 miliardi di sacchi di patate da un quintale.
Da oggi in avanti, “mancheranno” beni corrispondenti al mercato europeo dell’auto, a quello USA dei PC, a decine di navi cariche di patate?
Non sono un economista – e, per cos’è diventata l’economia, ringrazio il Cielo di non esserlo – ma non penso che, da oggi in poi, non ci saranno più auto in Europa e computer negli USA, ed ho anche la ragionevole speranza di non dovermi privare, dopodomani, delle amate patatine fritte.
Semplicemente perché, un contadino che ben conosco, continuerà a seminarle ed a rifornire il negozio sotto casa.

Poi, c’è la vicenda Alitalia. Ma, Alitalia – se non sbaglio – non è quella “cosa” composta da aerei, piloti, hostess e personale di terra che porta la gente a spasso per il cielo? Se, poniamo, domani o fra cinque anni, Alitalia si dovesse chiamare Alinostra, Alipizza od Alicozza, se avesse gli stessi dipendenti ed aerei e continuasse a fare il suo mestiere, non sarebbe la stessa cosa?
Ora, qualcuno più “furbetto” dirà che manca il piano industriale, ci sono i debiti, eccetera eccetera…
Qualunque sia il futuro dell’universale imputato oggi come “Alitalia”, scommettiamo che – dopodomani, oppure il mese prossimo – ci sarà gente che rileverà quegli aerei, farà nuovi contratti con il personale e porterà gli italiani in cielo? Chiariamo: è una scommessa da bar, mica roba seria, da Lehman Brothers.
In realtà, il problema non è il destino di Alitalia, ma solo del piatto di poker che i “cordatari” hanno deciso di giocare. Sulle spalle dei lavoratori? E dai, non fare il menagramo…chi se ne frega di quelli…rilancio di 20 milioni…

Il dilemma, cui pochi sembrano interessarsi perché siamo oramai subissati di cattiva informazione, è che un conto è l’economia reale, un altro quella virtuale. Le quali sono, attualmente, in rotta di collisione.
In lontani tempi storici, vi furono avvenimenti almeno un poco paragonabili, ma l’oggi è qualcosa di veramente diverso e nuovo: non dal punto di vista concettuale, bensì per le forze dei numeri in gioco.
I Romani, imposero all’Egitto la canalizzazione delle acque e di smetterla con il tradizionale allagamento che il Nilo operava sulla pianura egiziana: fu una presa di posizione ideologica e dogmatica, ed il crollo della produzione di cereali in Egitto fu uno dei prodromi della successiva caduta di Roma. Siamo però, ancora, nel mondo reale: meno navi di grano per Roma, meno legioni in giro per l’Europa.

Un altro esempio fu l’immissione dell’oro americano in Europa nel XVI secolo, che causò il primo “terremoto” nel prezzo delle derrate alimentari: le conseguenze furono forse (storicamente) meno traumatiche, ma si protrassero per molto tempo, e fu probabilmente il primo “campanello” d’allarme.
In sostanza: quando s’interviene con mezzi finanziari e monetari, non sono le perdite od i guadagni finanziari ad essere “interiorizzati” nella storia del pianeta, ma solo i riflessi sull’economia reale. I “grandi”, sembrano non imparare nulla dagli errori del passato: solo quando una devastante guerra od una carestia li obbliga – timorosi dei forconi dietro la porta dei poveracci – a prenderne coscienza della realtà, abbandonano per un istante i loro giochetti. Pronti, però, a riprenderli alla minima disattenzione del popolino: pronti a fare “orecchie da mercante”, appunto.

Cosa rappresentano, allora, quei 900 miliardi di dollari “lasciati sul terreno” da Lehman Brothers?
E’ bene dire “lasciati sul terreno” poiché – non trattandosi ovviamente del terreno di una battaglia – si tratta di un terreno di gioco. Una confraternita di banchieri e di loro lacché – i broker – decisero d’iniziare a giocare una partita a Monopoli, oppure – se preferite – come Robin Williams aprirono il più pericoloso Jumanji, e lanciarono i dadi. Dopo, non ci si può più ritirare.
Le regole del gioco sono complesse e variano continuamente, ma è soltanto un gioco: ci sono autorevoli esperti, sul Web, che lo spiegano compiutamente.
In sintesi, i giocatori che siedono al tavolo iniziano una catena di scommesse su tutto, dall’estrazione di petrolio al consumo di preservativi. Poi, assegnano un valore ad una scommessa e la rivendono ad altri – se si correrà di meno in macchina o si scoperà di più, oppure se si scoperà in macchina (nel caso, un mercato “incrociato”, più scommesse!) – scommettendo che il valore di quella scommessa lieviterà fra sei mesi, e via con la catena delle scommesse e dei cosiddetti “derivati”, o scommesse sulle scommesse delle scommesse.
Non si tratta, ovviamente, di una cosa seria: quando mai, il Totocalcio è stato ritenuto un fondamentale dell’economia? E’ solo una scommessa…un piccolo divertimento del sabato…

Tutto questo frullar per l’aria di timori, catastrofi imminenti, cassandre ed ottimisti – da quelli che considerano il pianeta oramai definitivamente fottuto a causa di Lehman Brothers e compagnia varia, a coloro i quali tranquillizzano, affermando che l’Europa è protetta da un preservativo di bronzo contro le avventure americane – nasconde e quasi mai affronta i problemi dell’economia reale.
Ad esempio, nessuno – di qua e di là dell’Atlantico – ha preso in seria considerazione gli effetti della produzione di biocarburanti.

I calcoli eseguiti dall’Università di Berkeley (Altieri) mostrano una realtà desolante: mettendo a coltura tutti i terreni coltivabili a soia e granturco degli USA, si giungerebbe a soddisfare l’attuale richiesta statunitense per il solo 12% della benzina e del 6% per il gasolio. Trasformando l’intero consumo di cereali europeo (e, dopo, cosa mangeremmo?), giungeremmo pressappoco a soddisfare la metà del fabbisogno energetico per autotrazione (Coldiretti). Nonostante gli avvertimenti di serissimi istituti, la “bufala” dei biocarburanti deve proseguire, giacché alcuni grandi petrolieri, uniti a potenti lobby agrarie ed ai produttori di sementi OGM, hanno decretato che domani si dovranno chiamare “bio-petrolieri”. “Fa fine”, e nuovi guadagni, sui quali intessere nuove scommesse.

Conosciamo da tempo la motivazione di queste scelte: trattandosi di un pianeta con dimensioni finite, le quantità prodotte sarebbero finite, come per gli idrocarburi, e quindi ci sarebbe un mercato finito sul quale giocare, per poi scommettere sulla scommessa…
Sull’infinito delle energie rinnovabili, chi potrebbe scommettere qualcosa?
Eppure, la perversa meretrice dei biocarburanti ha causato effetti nell’economia reale ben più gravi di cosa potranno combinare quattro miliardari che scommettono se, domani, avranno un miliardo in più od in meno.
Quanti poveracci sono già morti, o moriranno a breve, per l’aumento dei prezzi dei cereali? 75 milioni in più dello scorso anno (FAO, 17/9/2008), testimoniano che siamo diventati bravissimi nel prevedere addirittura quanti moriranno di fame nel breve, medio e lungo periodo. Chi va in giro per hard discount, avrà notato che, anche qui da noi, i pensionati a “pane e latte” non stanno tanto bene.
Ovviamente, qualche pretoriano statunitense della Lehman Brothers – un povero broker – tirerà fuori dal cassetto la Smith & Wesson, la accarezzerà, bacerà la foto con la moglie ed i figli e si sparerà un colpo alla tempia, per incassare per tempo il premio dell’assicurazione sulla vita. Per loro, non è Monopoli: è Jumanji.

D’altro canto, anche i pretoriani di Roma morirono a causa delle mancate inondazioni del Nilo, ma gli antichi erano più attenti nell’osservare la natura, i suoi cicli, le sue bizzarrie, i pericoli.
Avevano l’ossessione di conoscerla per comprenderla – pensiamo (soltanto) al De Rerum Natura di Lucrezio Caro ed ai mille commentari che ne sono discesi – e, quando decidevano di giocare d’azzardo, lo facevano allegramente alle terme, mica pretendevano di governare l’impero con un lancio di dadi!
I cinesi, a loro volta, furono i più raffinati scrutatori del cielo e redassero il più antico compendio – tuttora molto consultato – che cerca d’interpretare la natura mediante il calcolo binario, ossia l’I Ching.
Di là degli aspetti divinatori, la raffinatezza di un testo come l’I Ching ci pone di fronte ad una riflessione metodologica: quanto può essere benefico, per l’uomo, comprendere la natura nel suo sfaccettato mutare, oppure chiudersi in un microcosmo al trentesimo piano di un grattacielo, cercando d’interpretare – e di piegare! – la natura per delle semplici scommesse?
Inoltre, snobbare l’essenza della natura, ci conduce a non comprenderne i fondamentali aspetti ciclici: tutto, in natura, ha una fine ed un inizio. Ma, la fine, è un nuovo inizio, ed allora non c’è più nascita e morte, ma solo ri-nascita e ri-morte.
Come agiamo, invece, noi – esseri intrisi di certezze intonse – che non osserviamo più niente e pontifichiamo? Sotterriamo rifiuti, celandoli alla vista, e crediamo così che la nostra azione li sottragga al volgere naturale degli eventi. Solo dopo aver trovato diossina nelle mozzarelle ci domandiamo qualcosa, ma la domanda è spesso retorica, perché immediatamente ricoperta da una rinnovata glassa di certezze, sbobinate all’istante dal funambolico clown dell’informazione.
Possiamo dunque affermare, così come per la merda nascosta e dunque per noi inesistente, che il denaro possa impennarsi in un pazzo salire al cielo, per riflettersi in dorati echi di cornucopie, fino a divenire un’iperbole senza limiti? Dalla quale ricavare ricchezza infinita per sempre, per eoni, per interi universi?
Tutto ciò, per dirla in termini giudaico-cristiani, è “privo di peccato”?

Ciò che il vento tentava di narrarmi – il bisogno di un’espiazione – sorge forse dalla violenza che operiamo sulla natura e su noi stessi, perché abbiamo ridotto le nostre attività di creazione a lavoro parcellizzato e spersonalizzante. Per reggere questa primitiva violenza, siamo dovuti ricorrere ad una seconda mistificazione: “aggiustare” una serie di mediocri principi per costruire intorno ad essi una inconcludente teoria del valore, delle monete e delle merci, la quale ci ha condotti a considerare creazione di ricchezza una semplice serie di scommesse. Una partita ai dadi, un tempo semplice divertimento, ha rubato il proscenio alla riflessione analitica, ipnotizzando le platee con un perfido inganno.

Oggi, lo scenario tecnologico è rapidamente mutato e, per la prima volta nella nostra Storia, non siamo soltanto in grado d’assegnare a muscoli meccanici le attività più faticose, bensì possiamo anche contare su affidabili sistemi d’intelligenza artificiale.
Una nuova alba potrebbe quindi apparire all’orizzonte dell’umanità, ma si frappone ad un futuro – che potrebbe essere senz’altro migliore – la mistificazione, e finiamo sempre nei trabocchetti senza ritorno, negli angoli più oscuri di un orizzonte evanescente.
E’ possibile trovare soluzioni? Una nuova teoria del valore e, di conseguenza, forme di lavoro più appaganti e, soprattutto, più elastiche e meno affaticanti?
Non si tratta certo di un percorso facile: per questa ragione, ho introdotto la trattazione iniziando dal tema dell’espiazione. Senza rimuovere prima le macerie, è impossibile ricostruire.

Non saranno certo queste poche righe a modificare il maleodorante scenario che c’accompagna: è però altrettanto vero – per l’infallibile interdipendenza dei fenomeni – che qualsiasi azione (karman) gettata nell’evolversi degli eventi è destinata a modificare l’orizzonte degli stessi, ovvero la catena di cause ed effetti che ne discendono. Impercettibilmente, ma inesorabilmente.
Immaginiamo, per pochi attimi, d’aver espiato questo tempo della cancrena e dell’inganno – nel positivo approccio greco/romano, non come inconcludente “mea culpa” – ed osserviamo se possiamo almeno porre limitate basi.

Anzitutto, è del tutto evidente che una nuova teoria del valore deve tornare ad assegnare alle monete un valore che sia quanto meno coerente con la realtà: l’oro è oramai improponibile, le conchiglie nemmeno.
Il gruppo “Etleboro” – che già si occupò di questi problemi – ritiene che si potrebbe assegnare ad una futura moneta un valore reale, calcolato sulla base della ricchezza effettivamente prodotta in un’ora di lavoro da un lavoratore medio.
Il tentativo è lodevole, saltano però agli occhi alcune difficoltà che sembrano difficilmente superabili: “ricchezza” può dar adito a diverse interpretazioni, mentre “lavoratore” (per di più, “medio”…) sembra un universale troppo ampio, e quindi di laboriosa definizione.

Un secondo approccio potrebbe nascere dalle necessità primarie dell’uomo: la prima, è nutrirsi.
Una nuova moneta, potrebbe essere valutata partendo dall’alimento base prevalente nell’alimentazione umana, ossia i cereali (ovviamente, “depurati” dalla “bestemmia” di trasformarli in energia): una media fra i valori dei principali cereali, potrebbe condurre – questo vuol essere solo un semplice esempio – ad assegnare ad un ipotetico “Grano” il valore di un kg di frumento, oppure di 800 grammi di riso, orzo, sorgo, mais…utilizzando fattori di conversione su base scientifica, tratti dal potere nutrizionale, ecc.
Ovviamente, non si tratterebbe di un valore stabilissimo, poiché differenti annate agricole provocano diversi raccolti, ma – se consideriamo almeno il medio periodo – la produzione cerealicola è abbastanza costante, con un trend in leggera crescita, progressivo da molti anni.
Sarebbe una moneta forse un po’ “naif” – e vedo già qualcuno storcere il naso – ma il suo valore sarebbe ancorato a qualcosa di tangibile, reale e diffuso: non come l’oro che è raro, e dunque catalizzatore dei monopoli. Meno che mai, l’assurda credenza (dopo la fine di Bretton Wood) che il “metro” con il quale misuriamo gli scambi economici possa essere oggetto – anch’esso! – di scommesse. Scommettiamo che il metro di platino di Sèvres è più lungo di due centimetri? Che la mia bilancia, domani, peserà due etti in più della tua? Un po’ di serietà.

L’aumento costante della produzione cerealicola, che avviene da parecchi decenni, per mantenersi avrebbe bisogno di due presupposti: il primo, già citato, è la preclusione alla conversione energetica delle derrate alimentari. Il secondo – meno dibattuto – è la riconversione alle energie rinnovabili poiché, senza nuovi carburanti in grado di muovere le macchine agricole del futuro, non sarà possibile – quando il petrolio scarseggerà – mantenere l’attuale produttività in campo agricolo.
Inoltre, la variazione della massa monetaria, corrisponderebbe esattamente alla quantità del bene primario necessario alla sopravvivenza: non è certo la perfezione, ma è già qualcosa.
Può apparire una soluzione puerile, ma sarebbe una moneta più stabile (nonostante le variazioni della produttività agricola) di tutto il bailamme che ci ammansiscono come un compendio di “cose” e “valori” “stabili ed incontrovertibili”. Cosa c’è di più “serio”, fra un campo di frumento che occhieggia al sole ed una banca che vive di scommesse?

Se volessimo strafare, ossia compiere un volo pindarico, potremmo ipotizzare che l’aumento costante di produttività, generato dall’incremento tecnologico, vada a costituire parte del fondo per un reddito di cittadinanza, affidando la quantità di sopravvivenza di “Grano” a chi non desidera lavorare. Una seconda, importantissima fonte per redditi di cittadinanza, sarebbe lo smantellamento dell’inutile apparato di controllo burocratico: oggi, costa di più controllare se hai diritto ad un servizio piuttosto che fornire il servizio stesso. Mi viene alla mente quante persone devo interpellare – le quali devono a loro volta controllare! – per ottenere un’ecografia quando, l’atto in sé, si risolve in una decina di minuti.
La via verso il reddito di cittadinanza trova subito un ostacolo nel pensiero: oh, mio Dio, e tutta questa gente che non lavorerà più, chi la manterrà?

La perversione degli “scommettitori” istituzionali è accompagnata – grazie alla quisquilia che “occupano” le istituzioni ed i media – dal messaggio, palese o subliminale, che l’uomo sia un animale perverso, incapace d’evolvere le sue pulsioni in attività creative.
La Storia, c’insegna invece che gran parte del sapere (e dunque della conoscenza, della competenza, della tecnologia…) è stato conquistato da persone che non avevano nessun legame economico o finanziario con le attività che svolgevano: o erano benestanti perché nobili, oppure erano sorretti da qualche mecenate. Due esempi: Volta ed Edison.
L’inversione, catastrofica, avvenne intorno al 1930 quando – per la prima volta nella storia dell’umanità (J.D. Bernal, Storia della scienza) – gli investimenti per la ricerca militare superarono quelli per la ricerca civile: fu l’effetto del riarmo americano, tedesco, britannico, ecc.
Durante la guerra fredda, il rapporto giunse ad essere di dieci ad uno in favore delle armi, e non ci vengano a raccontare pretesi e felici “fall out” nel comparto civile, che esistono, ma sono briciole al confronto di quel che si spende per le armi.

Questo mondo oramai iper-militarizzato, ha condotto all’estinzione della figura del mecenate – sia esso un munifico protettore oppure lo Stato – prosciugando proprio le risorse per chi voleva semplicemente studiare per conoscere. E, dalla pura conoscenza, è nata l’interpretazione del mondo naturale. Sempre cicli che s’intersecano, in un solo, infinito logos.
Dimenticando il legame con il mondo naturale, non interiorizzando più i suoi messaggi, allontanando il piacere di conoscere semplicemente per curiosità, abbiamo costruito intorno a noi una gabbia nella quale, l’unico divertimento rimasto, sembra essere quello di scommettere su come si muoveranno delle montagne di biglietti di banca. Oltretutto, virtuali, poiché sono soltanto tracce elettroniche sui monitor: almeno, lo zio Paperone provava la gioia del tuffo nel famoso deposito! Noi, manco quella.
La tendenza ad ignorare il vero piacere della conoscenza – per come trattiamo la scuola appare evidente – non ci regala “tempo libero”: ci assegna solo un posto in una gabbia d’allevamento. E, tutte le istituzioni, sono lì apposta per ricordarcelo.
Possiamo trovare esempi spiccioli di questa miserrima tendenza negli impianti giuridici ed economici: la proibizione (UE) dei cosiddetti “aiuti di Stato” (e che la ricerca si fotta), oppure le potenti campagne (dis)informative attuate dalle influenti lobby dei combustibili fossili e dell’Uranio contro le energie rinnovabili. Possiamo spiegare altrimenti perché, nel Paese che ha inventato il solare termodinamico con Rubbia, non esiste una sola centrale?

Chi ha avuto la pazienza di seguirmi fino a questo punto, si chiederà quale sia la morale, la soluzione, la riscossa dopo tante chiacchiere. La risposta non può esistere, per ora, perché abbiamo scordato l’assioma di partenza: l’espiazione.
E’ già qualcosa, però, immaginare d’aver scapolato gli scogli dell’espiazione per gettare lo sguardo oltre l’ostacolo: per ora, solo per tracciare qualche timida ipotesi.
Senza le quali, però, rimarremo ancorati a cose serissime, come le scommesse delle banche, i piatti di poker chiamati Alitalia, le esternazioni senza contraddittorio di Berlusconi nell’alveare dell’Insetto, le sfiorite obiezioni di ex ministri veltroniani, le fiorettiste che affermano di “lasciarsi toccare”, le ministre che, invece…

A scelta: io, preferisco oramai ascoltare le rime del vento. Lui, non annoia mai.

18 settembre 2008

Duro scontro con la realtà

La vicenda di Alitalia ci porta a fare non una, bensì una serie di considerazioni che s’incrociano e s’accavallano, e si può quindi partire da uno dei tanti bandoli della matassa.
La prima considerazione è che la compagnia italiana, sola soletta in un pianeta dove le compagnie annaspano sempre di più, non aveva e non avrebbe avuto nessun futuro, CAI o non CAI. Se grandi compagnie come Lufthansa od Air France si fondono con altre, una ragione ci sarà pure.
Ad essere sinceri, ci sono più aspetti che rendono grottesca la vicenda: non solo l’assurda pretesa di mantenere “nazionale” la compagnia – una scelta che sa tanto d’autarchia vecchia e datata – ma anche quella, presuntuosa, di sdoppiare gli hub (Fiumicino e Malpensa) quando si stava a malapena a galla con uno.
Le responsabilità del governo ci sono quindi tutte, per non aver saputo prevedere un finale scontato: anche la piccola “Alitalia nazionale”, che sarebbe nata, non avrebbe avuto vita facile con i colossi dell’aria europei, ed il contribuente – di riffa o di raffa – avrebbe continuato a pagarne le carenze.
Nello svolgersi della vicenda, però, abbiamo annusato più “arie”: una, che ci porta dalle parti dei 16 “capitani coraggiosi”, sapeva tanto di una rinuncia annunciata. E qui ci spieghiamo.
La lunga e sofferta odissea che ha accompagnato la nascita della cosiddetta “cordata” – quel segreto che nascondeva trattative febbrili – sembra narrare un grande impegno di Berlusconi per un successo personale nella vicenda, al quale, però, non corrispondeva pari entusiasmo.
L’aria che pareva di respirare, più di un’avventura imprenditoriale, era quella di un “debito elettorale” che andava comunque pagato al Cavaliere, ed al quale i vari soggetti – per svariati motivi che non ci verranno mai a raccontare – sembravano dovere qualcosa. Della serie: “se prendo Alitalia mi hai fatto un piacere, se invece non me la devo prendere, me ne hai fatti due”.
Ciò spiegherebbe le strane “chiusure”, gli “aut aut”, la preclusione a sigle sindacali delle quali si sapeva benissimo che controllavano la gran parte del personale specializzato (piloti, ecc). Eppure, non potevano essere così fessi da non saperlo. Credo che, dalle parti della (ex) CAI, più di una persona, stasera, abbia stappato una bottiglia di champagne.
Una speciale attenzione merita – più che i sindacati autonomi – il comportamento della CGIL. Qualcuno potrebbe notare analogie con la rottura sindacale che avvenne con il “Piano per l’Italia” del precedente governo Berlusconi: a mio avviso, la questione è più complicata, perché fra i due eventi c’è stato il famoso “scippo” del 23 Luglio 2007, precariato e pensioni, il gran regalo di Damiano & soci alla finanza ed all’imprenditoria italiana.
Ci sarà stata senz’altro aria di rivalsa contro il Cavaliere – Epifanio è legato a filo doppio con le burocrazie del PD – ma qui c’entra forse più un pizzico di realismo.
Per come s’è svolta la vicenda – quel cedimento repentino delle altre sigle confederali, l’intransigenza di SdL e della altre sigle – la CGIL ha iniziato a temere di rischiare grosso. Della serie: posso rischiare il suicidio sindacale qualche volta – nei confronti dei governi “amici” – ma, alla lunga, i COBAS e tutti gli altri finiranno per accendermi il fuoco sulla coda. E se prendesse piede una sorta di Solidarnosc italiana? Nei luoghi di lavoro, ancora si ricorda la truffa del referendum sulle pensioni, con i “bonzi” sindacali che giravano tutto il giorno a votare in più sedi, mentre nelle sedi potenzialmente “ostili” (verificato di persona nella mia scuola), non si vide uno straccio di seggio.
Un atteggiamento più rigido, quindi, serviva alla CGIL per tentare di rifarsi una verginità perduta mentre, sul fronte della CAI, era tutta manna dal cielo per poter dire a Berlusconi: «Hai visto? Ci abbiamo provato…»
Infine, i lavoratori.
Bisogna onestamente riconoscere che i lavoratori di Alitalia hanno fornito una prova di dignità che da tempo non s’osservava in una lotta sindacale, al pari dei metalmeccanici FIOM di Rinaldini.
Sull’altro piatto della bilancia, però, i dipendenti Alitalia non sono salariati agricoli o tessili: sanno di far parte di una realtà imprenditoriale che è appetita. Anche se in Europa pare regnare il silenzio, c’è senz’altro già qualcuno che beve caffé e macina conti sul computer: il mercato italiano dell’aria è pur sempre un mercato che vale.
Una lotta sindacale portata avanti con fermezza e dignità – che ha condotto alla bruciante sconfitta i “rottami” della ex “triplice” sindacale, CISL ed UIL, più i parvenu dell’UGL – ma condotta sapendo che, dopo l’uscita di scena di CAI, si farà avanti qualcun altro che, bene o male, confermerà i loro redditi.
Vedremo se, i piloti e gli assistenti di volo, sapranno usare identica “nobiltà” quando ci sarà da contrattare per la plebe, ossia per il personale di terra, per il settore cargo, la manutenzione, i precari, ecc.
Ovviamente, il nuovo potenziale acquirente estero non accetterà più di farsi carico dei debiti di Alitalia (come nella precedente trattativa con Air France), e l’asticella sarà alzata di qualche tacca, a tutto discapito del contribuente italiano, che dovrà ancora una volta farsi carico dei debiti della compagnia.
La grande sconfitta, perché un vero sconfitto c’è, riguarda il governo e soprattutto l’immagine di Berlusconi, oramai offuscata. Come è arrivato a farsi buggerare in tal modo? Una spiegazione c’è.
Dopo la vittoria elettorale, il governo ha creduto d’aver vinto il Paese al Lotto: cosa che, a dire il vero, non sembrerebbe una gran vittoria, viste le condizioni economiche italiane. Ma tant’è: chi s’accontenta gode.
L’errore malsano è stato credere – come più esponenti del governo hanno affermato – che la “luna di miele” con gli italiani fosse imperitura, giacché sorretta (ed i meno sciocchi lo sanno) dal gran battage pubblicitario che Rai/Mediaset regala al Cavaliere.
Ora, un conto è usare gli strumenti di comunicazione come momento d’ipnosi collettiva – che può anche riuscire – un altro finire per rimanere auto-ipnotizzati. A sentire certe dichiarazioni di Brunetta, della Gelmini e d’altri (il Cavaliere non fa testo, è caduto nella pozione chiamata “mania di grandezza” da piccolo), sembra non si siano accorti d’essere finiti, scorrazzando qui e là, sotto la lente dell’ipnotizzatore.
Mai credere ai sogni che s’inventano per imbonire le masse – nemmeno Mussolini ci cascò – perché al primo manifestarsi della realtà per quel che è – propizia, nefasta, inconcludente, insignificante, tragica, esaltante – essa frantuma le bolle di sapone auto-create con tanto impegno. E ci si sveglia dai sogni.

11 settembre 2008

L’inutile Bucintoro

Il recente articolo di Antonella Randazzo, “Un cuore umano”, ha ben tratteggiato alcuni aspetti poco noti e che, spesso, nemmeno immaginiamo del mondo militare, talvolta presentato – a torto – come una legione assetata di sangue nemico.
Sulle prime – parlando di militari – molti pensano subito agli ufficiali infedeli quali De Lorenzo, Miceli, Maletti…e la gran compagnia che fece parte di Gladio, della P2 e dei cosiddetti “servizi deviati”: dimentichiamo che fra i militari c’è tanta gente onesta, che vorrebbe fare il suo mestiere nel rispetto della democrazia e della Costituzione.
A ben vedere, i primi a perderci qualcosa quando si devono usare le armi sono proprio i soldati: rischiano di perdere una cosetta da nulla, ossia la vita. La Randazzo ha quindi compiuto un lavoro encomiabile, perché la vicenda dei due aviatori dell’Esercito, che si sono rifiutati di sparare contro dei civili afgani, rende giustizia ad un mondo che, spesso, viene tenuto in disparte dal vivere comune, quasi una casta d’innominabili, come i macellai nella Lhasa buddista.
Inoltre, ha dimostrato che la piccola cannoniera del Web ha proiettili ben forgiati e sparati con precisione, a differenza delle terribili bordate delle corazzate di regime: potenti sì, ma sempre più imprecise e smascherabili.
In passato, ci sono già stati episodi del genere: ricordiamo, uno per tutti, il caso di un alto ufficiale di Marina italiano in comando nel Golfo il quale, durante la Guerra del Golfo del 1991, si lasciò andare, in un’intervista, a considerazioni non troppo in linea con il pensiero dominante. A quel tempo, era ancora possibile che simili faccende fossero rese note in TV: l’ufficiale, fu rimpatriato immediatamente e sollevato dal comando.

Se gli uomini hanno dei dubbi, molto dipende anche dai mezzi che hanno a disposizione; un elicottero Mangusta, con il suo cannone anticarro, razzi e missili non è certo l’arma più indicata per combattere in aree abitate da civili: la carneficina è inevitabile.
La pianificazione dello strumento militare dovrebbe quindi derivare dall’impostazione generale della Difesa, la quale è faccenda più politica che tecnica. Difatti, è il potere politico a decidere le collaborazioni internazionali, gli acquisti d’armi o la loro produzione in Patria. E, qui, ce n’è da raccontare.
Il potere politico non può prescindere dalla carta costituzionale la quale, all’art. 11, così recita:

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla liberta degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Non staremo qui a discutere – per esigenze di tempo, null’altro – quante e quali volte la Costituzione è stata calpestata negli scorsi decenni, perché c’interessa di più dimostrare che lo strumento militare italiano è forgiato ed ottimizzato esattamente all’opposto rispetto ai dettami costituzionali.

Il problema della Difesa, oggi, non coincide più con la protezione dei confini, poiché quando forze aeree e navali assumono il controllo delle periferie, oramai, la sorte è segnata.
Oggi, si considera più coerente la “difesa d’area”, ossia la preclusione a potenziali assalitori d’entrare nello spazio aereo e marittimo nazionale, che non coincide precisamente con i confini stabiliti dai trattati.
In altre parole, può essere considerato ostile un velivolo che sta dirigendosi ad alta velocità verso lo spazio aereo nazionale quando è ancora in aree internazionali se è – facciamo un esempio – nel Canale di Sicilia: se, invece, lo stesso velivolo si trova nel golfo della Sirte, non può essere considerato ostile. Ciò non significa, però, che nel primo caso si spari immediatamente.
Per la difesa marittima, ovviamente (date le diverse velocità) questo margine si riduce, ma diventa assai più arduo definire ed individuare minacce nascoste (tipicamente, un sommergibile).
La carta costituzionale, però, non ammette operazioni di guerra all’esterno di tali confini (…strumento di offesa…), forse con una sola eccezione: la scorta dei convogli marittimi (che fa parte della difesa) in periodi di forte tensione internazionale o di guerra attuata/dichiarata da altro Paese. A margine, notiamo che nessun iracheno od afgano ha mai attentato allo spazio aereo o marittimo italiano: la Costituzione è la Costituzione, mica balle, e tutte le altre interpretazioni – la “difesa degli interessi nazionali anche a grande distanza” o panzane del genere – non reggono, se analizzate alla luce dell’art. 11.

Le forze terrestri richiedono un diverso approccio: è chiaro che, quando si perdono cieli e mari, la loro sorte è segnata. Per questa ragione si è passati dagli eserciti di leva a quelli professionali: i grandi numeri degli eserciti napoleonici non servono più, soprattutto nelle nazioni meno estese territorialmente.
Sul loro uso – sempre nell’ottica dell’art. 11 della Costituzione – oramai è chiaro che sono diventate forze mercenarie al servizio d’altri paesi: vorremmo che qualcuno ci spiegasse – cinicamente – quali sono stati e quali sono i vantaggi per l’Italia nelle missioni in Iraq ed Afghanistan.
I nostri principali fornitori d’energia sono la Russia, la Libia e l’Algeria: sotto Saddam, avevamo in gestione alcuni pozzi presso Nassirya, ma questo modesto “interesse” non giustifica il sangue versato. E in Afghanistan? Perché i nostri soldati devono sorreggere inutilmente (inglesi e russi ne sanno qualcosa di quel paese) gli sforzi americani per continuare nella “dottrina Brezinsky”, che prevedeva lo smembramento della Russia in tre parti, con quella centrale assegnata all’egemonia statunitense?
La vicenda di una Russia ripartita fra UE, USA e Cina/Giappone fa oramai parte dei sogni americani, e non serve a nulla continuare a rischiare la pelle dei nostri soldati nelle pietraie afgane.
Quando, nel 2006, fu chiesto all’Italia d’impegnarsi nella missione in Libano, si scoprì che non c’erano quasi effettivi disponibili: i militari italiani (considerando la rotazione dei reparti) erano quasi tutti all’estero! E cosa c’entra, tutto ciò, con il dettato costituzionale?

E, se qualcuno attentasse veramente allo spazio aereo e marittimo italiano, quali mezzi avremmo per difenderci?
La prima obiezione che si può porre è ovvia: l’Italia fa parte di un’alleanza, e quindi la difesa sarebbe garantita da…
Tutto vero, ma le Forze Armate italiane, con che cosa potrebbero partecipare alla difesa?

Ad oggi, gli aerei destinati alla nostra difesa sono 34 F-16, usati, presi in leasing dagli USA: 34 aerei per difendere lo spazio aereo del Mediterraneo centrale, del Tirreno e dell’Adriatico. Una bubbola.
Se visiterete i siti ufficiali dell’Aeronautica Militare, potrete essere contagiati dal fervore con il quale s’attende il prestigioso Eurofighter “Tifone” – i primi aerei sono stati consegnati a due reparti di volo – il quale nacque, come progetto, nel 1983. Sì, avete letto bene: venticinque anni fa. Direte: adesso è finito. Balle, osservate la scansione del programma:

Il programma, diviso in tre tranche, è così ripartito[1]:
1° Tranche: 148 aerei in produzione nel periodo 2003/2007
2° Tranche: 236 aerei in produzione nel periodo 2007/2012
3° Tranche:236 aerei in produzione nel periodo 2012/2017

L’Italia aveva preso l’impegno d’acquistare in tutto 121 velivoli ma, ad oggi, ne sono giunte solo poche unità. La ragione? Ritardi, problemi, compromessi difficilissimi (ed onerosi) fra le nazioni che hanno partecipato al programma – Gran Bretagna, Germania, Italia e Spagna (c’era anche la Francia ma, nel 1985, quando comprese l’andazzo, se ne andò e costruì da sola il Rafale) – e la frittata è compiuta. A complicare la faccenda, nel 2012 gli USA inizieranno le consegne dei primi F-35 (più moderni rispetto al Tifone), e negli stessi anni dovrebbe venire alla luce un nuovo caccia di V generazione, made in Russia con collaborazione indiana.
Di fatto, l’ultimo Tifone vedrà la luce quando da anni voleranno velivoli di V generazione, mentre il Tifone è ancora un aereo di IV generazione: forse con un “più”, ma sempre di quarta.
Per intenderci: il Tifone è un velivolo che se la potrà giocare ad armi quasi pari con F-16, F-15, Mig-29 e Su-27 nelle loro ultime versioni. Il problema è che i velivoli sopraccitati – russi o americani – entrarono in servizio proprio negli anni nel quale il Tifone veniva appena disegnato sulla carta: un ritardo epocale.
Difatti, sono già previsti (per gli aerei appena consegnati!) interventi di retrofit per ammodernarli: non dovrebbe essere roba nuovissima?
Il tutto al “modesto” costo di 100 milioni di euro il pezzo: fatevi due conti, quando il futuro F-35 ne costerà circa un terzo in meno.
Già nel 2004, la Corte dei Conti aveva “annusato” aria viziata in quel progetto, giungendo a relazionare[2]:

«sullo stato di avanzamento del Programma Efa/Eurofighter 2000, e sulle misure adottate dall'Amministrazione della Difesa per ovviare al ritardo nella sua esecuzione…difficoltà di vario genere (tecniche, dovute alla complessità e difficoltà del compito, ma soprattutto di ordine politico-finanziario, conseguenti al mutamento dello scenario nell'Europa dell'Est ed alla crisi economica generale dei primi anni '90) hanno, tuttavia, causato pesanti ritardi rispetto alle previsioni iniziali»

Anche dal punto di vista industriale, il programma si è rivelato poco convincente: circa 700 velivoli in previsione, contro i 5-6000 previsti dell’F-35[3]. Tutto ciò è comprensibile, se si crede di poter vendere impunemente un velivolo degli anni ’90 del XX secolo nel secondo decennio del XXI.

E, nel frattempo, chi difendeva i cieli italiani?
Un’accozzaglia d’aerei vecchissimi – gli F-104 nati negli anni ’50, più volte rimodernati, ma di fatto inutilizzabili – oppure bombardieri (velivoli da strike[4]) come il Tornado, adattati per fare il caccia quando erano stati progettati per tutt’altre missioni. Per capirci: adattare un Tornado per la caccia, è come installare un motore Porsche su un furgoncino e poi andare a correre a Monza[5].
Infine, la soluzione intermedia: prendere in leasing 34 F-16 ex Guardia Nazionale USA e tirare a campare. Sperando che appaia il Tifone (subito da aggiornare).

Se, per come hanno pianificato la difesa aerea, la classe politica ed i vertici militari potrebbero essere accusati d’attentato alla Costituzione (se la Costituzione prevede che qualcuno debba provvedere alla difesa nazionale, e poi non lo fa, qual è il reato?), molto hanno fatto in altri campi.
L’Italia è stata per decenni la “terra dei bombardieri”: non avevamo uno straccio d’aereo per difenderci, ma per andar a piazzar bombe lontano sì…ne avevamo di roba! Serbia ed Iraq ringraziano.

Si partì con il programma Tornado negli anni ’70, e venne alla luce un potente bimotore da strike, in grado di volare bassissimo ad elevata velocità, per “depositare” bombe, missili e razzi a centinaia di chilometri dalla propria base. Proprio quel che indica la Costituzione.
Siccome il Tornado era un po’ “pesantuccio” – e ‘sta mania delle bombe non demordeva – nacque l’esigenza d’avere un bombardiere più leggero e meno costoso (si fa per dire, 39 milioni di euro l’uno…[6]), e nacque l’AMX. Nacque male e, al primo collaudo, perse la vita il comandante Quarantelli – pilota collaudatore – all’aeroporto di Caselle (TO).
Il piccolo monoreattore – una joint venture italo-brasiliana – ha chiesto sangue, tanto sangue per volare: ad oggi, ci sono stati 700 (settecento!) incidenti di volo – più o meno gravi – che hanno condotto alla perdita di 12 velivoli (sui circa 130 in servizio, quasi il 10%!) e di cinque piloti (secondo l’AMI), di ben 15 piloti e 17 velivoli secondo altre fonti. La differenza nei dati si spiega se riflettiamo che, in Iraq, un militare USA viene considerato “ferito o ucciso in battaglia” soltanto se offeso direttamente dal fuoco nemico: se, invece, il suo mezzo si rovescia perché salta su una mina, viene considerato un “incidente stradale”. Per questa ragione citiamo questa differenza nei dati, che si spiega solo con il “basso stato” dell’informazione italiana, sulla quale è difficile fare affidamento, anche per la semplice conta dei morti e degli incidenti.

La ragione del fallimento appare chiara, se si analizzano le specifiche del velivolo.
Per prima cosa la scelta di un solo reattore: in panne quello, la sorte è segnata.
Per seconda la natura del reattore: il Rolls Royce Fiat Avio RB168-807 “Spey” è un propulsore civile, che ha equipaggiato per molti anni velivoli non militari. Perché installare un simile reattore su un aereo da guerra? Mistero. Mica troppo, però, conoscendo come vanno le cose quando girano tanti soldi.
La terza ragione è il peso del velivolo al decollo. Il peso a vuoto è di 6.700 kg, mentre quello massimo è di ben 13.000 kg: una differenza di 6300 kg!
Cosa significa tutto ciò?
Che abbiamo costruito un furgoncino poi, per risparmiare, lo abbiamo motorizzato con il propulsore di una cinquecento: infine, siccome le specifiche di progetto richiedevano un forte carico utile, lo abbiamo irrobustito per poter caricare anche un elefante. Ovvio che, alla prima “salita”, si “siede”. E cade.
Queste sono soltanto nostre elucubrazioni?
No! A più riprese, la Magistratura ha addirittura cercato di sequestrare gli aerei residui (oramai una settantina, fra incidenti mortali, incidenti non mortali e rotture non rimediabili) e lo ha anche fatto, temporaneamente (nel 2002): è l’unico caso nella storia e nell’intero pianeta di un velivolo militare sequestrato perché non sta in volo! Eppure, stanno facendo di tutto per salvare le apparenze.
L’ultimo magistrato a provarci è stato il Procuratore della Repubblica di Cagliari, Mauro Mura – il 5 Gennaio 2008 – dopo l’ennesimo incidente (per fortuna non mortale), dopo che l’AMX in questione era precipitato in un campo di carciofi. La giustificazione del magistrato fa rizzare i capelli[7]:

«Le indagini proseguono, per ora abbiamo chiesto solo il sequestro cautelativo per ottenere il fermo degli aerei: il presupposto dell'inchiesta, infatti, è la pericolosità di questi caccia e gli elementi raccolti finora ci portano in questa direzione…ci sono elementi per ritenere che i caccia AMX siano pericolosi, quindi non idonei al volo.»

“Non idonei al volo”! E’ una frase che fa rizzare i capelli, soprattutto se consideriamo che dei 135 velivoli iniziali ne sono rimasti 70, e che sul sito dell’AMI la scheda tecnica dell’AMX è in costante “aggiornamento”. Oppure in “demolizione”?
Si potrà obiettare che il rivolgimento causato dalla caduta del Muro di Berlino abbia causato difficoltà di programmazione: certo, non avere un velivolo da caccia per decenni, però, ci sembra un po’ troppo, ma vediamo cos’ha fatto la Marina, prima e dopo il Muro.

Prima della caduta dell’URSS (anni ’70), la Marina iniziò a progettare un “incrociatore portaelicotteri” il quale, in fase di completamento del progetto, fu dotato di sky-jump per il decollo di aerei come il Sea Harrier (modalità STOVL).
Perché la Marina non poteva dire a chiare lettere che voleva costruire una piccola portaerei?
Poiché è tuttora in vigore la normativa (di Italo Balbo!) che assegna alla sola Aeronautica la gestione del cielo, e quindi la Marina non può avere aerei e piloti. Soprattutto, non aveva mezzi per addestrare i piloti.
La querelle durò parecchi anni: finalmente risolta con un compromesso, nel 1983 scendeva in mare la “Garibaldi”, che prendeva servizio nel 1985 (con i soli elicotteri, però).
La Garibaldi, se consideriamo che l’Italia deve provvedere alla scorta dei convogli marittimi, ha un senso anche alla luce dell’art. 11. Si tratta di una nave che può imbarcare 18 velivoli (un mix di Sea Harrier e di elicotteri) ed è dotata d’armamento antiaereo ed antinave.
Il dislocamento è modesto – 13.370 t – se paragonato ai compiti che la nave deve affrontare: tutto sommato, un progetto ben riuscito.

La scorta dei convogli mercantili richiede due tipi di naviglio: corvette e fregate per la scorta diretta, ossia le navi che navigano nei pressi del convoglio, e la scorta d’altura (che comprende, tipicamente, una portaerei) per la difesa a distanza da minacce (soprattutto) aeree. Insomma, la scorta d’altura ha il compito di “ripulire” la rotta del convoglio, mentre la scorta diretta deve verificare se tutto è stato ben “ripulito”.
Nave Garibaldi, in questo contesto, fu una buona realizzazione: l’unico problema è che era una sola e, con una sola nave (e quando è ai lavori di manutenzione?), si fa poco.

Detto fatto, fu progettata la “gemella” Cavour (varata nel 2004, non ancora in servizio), che è evidentemente una gemella eterozigote, poiché non le assomiglia per niente[8].
Il dislocamento a pieno carico passa da 13.370 t a 27.100: quasi il doppio! L’enorme aumento del dislocamento e delle dimensioni, a cosa serve?
Il numero dei velivoli imbarcati incrementa sì, ma da 18 a 20: per aumentare la componente di volo di due miseri aerei, era necessario raddoppiare il dislocamento?
No, perché – dalla scheda tecnica – si evince che Nave Cavour potrà imbarcare anche 24 carri armati Ariete da 60 tonnellate, più i marines del Reggimento “San Marco” ed altre facezie del genere.
In definitiva, il “passaggio” dalla Garibaldi alla Cavour segna un’inversione di 180 gradi: non più una nave utile alla scorta dei convogli (e, quindi, più segnata da un’ottica difensiva), bensì una nave d’assalto anfibio, che serve soltanto se si devono sbarcare (con un po’ di fortuna, se è sola…) marines su una spiaggia nemica. Il che, rientra appieno nel dettato costituzionale, ovvio.

Non deve sfuggire che la portaerei Cavour è stata pensata in un diverso periodo storico, il che – se teniamo presente il dettato costituzionale – conduce ad un paradosso.
Quando c’era il Patto di Varsavia, costruivamo navi per la difesa dei convogli – ben sapendo che sarebbe stato difficile, con quel poco, sfuggire ai sottomarini russi – mentre quando quello spettro si è volatilizzato costruiamo una nave per l’assalto anfibio!
Cosa significa?
Vuol dire, semplicemente, che la nave sarà integrata in una delle tante task force euro-americane che dovranno far rispettare l’ordine neocoloniale nel pianeta: altro che Costituzione, siamo tornati alle avventure delle “quarte sponde”!
In altre parole, forniremo agli USA (e non solo, visto che siamo presenti in gran copia in Libano, ma sotto comando francese) la “carne da cannone” necessaria per le agognate “avventure” del grande “amico” Bush (domani, del suo successore)!

E la Costituzione? Che ci va a fare, per i mari, una nave italiana che ha come compito precipuo quello di sbarcare tank su una spiaggia “nemica”?
E la difesa delle acque italiane?
Quella è affidata soprattutto ai sommergibili (sui mezzi aerei, abbiamo già “dato”), ma i sommergibili italiani non sono in grado di lanciare missili, nemmeno i più moderni classe U-212. Perché? Non si sa, è così e basta.
La differenza non è di poco conto: un missile colpisce a 50-100 chilometri di distanza, un siluro ad una decina o poco più, esponendo il battello a notevoli rischi.
Il nome dei battelli – quel “U”[9] – richiama l’origine tedesca dei sommergibili: difatti, si tratta di una collaborazione italo-tedesca.
Nemmeno i più recenti battelli della classe U-212 saranno dotati di missili, mentre la piccola Grecia ha optato per i tipi U-214, che hanno questa possibilità.

Vorremmo sfatare subito una perplessità: chi scrive, ritiene che non dovremmo spendere nemmeno un centesimo in armi, se il mondo non fosse quel che è.
Anche nazioni dichiaratamente o praticamente neutrali – Svizzera, Austria, Svezia, ecc – mantengono forze armate, modeste, ma efficienti.
Cercando d’essere realisti, possedere uno strumento militare modesto, ma efficiente e moderno, allontana e non avvicina i rischi di un conflitto. Proprio quello che i costituzionalisti italiani intendevano affermare: siamo pronti a difenderci (e, aggiungo, meglio si è pronti e più decrescono i rischi), ma non consideriamo la guerra un mezzo per la soluzione dei problemi internazionali. L’esatto opposto delle note tesi “anni ‘30”, sulla “prosecuzione” della politica estera con la guerra.
Per questa ragione, la piccola Grecia si comporta come una nazione che intende difendersi e nulla più: volete rischiare? Sappiate che possiamo colpirvi a distanza con i nostri sommergibili.
Uno strumento militare enormemente più costoso, ma meno efficiente come quello italiano, invece, conduce a spendere tanto per poi dover sempre rimanere all’ombra di qualche “santo protettore”. Il quale, in cambio, chiederà sempre di sorreggerlo nelle sue mire imperiali. La Grecia (paese NATO), durante la guerra del Kosovo, si permise il lusso di negare agli USA il porto di Patrasso, e non partecipò in alcun modo alle operazioni.

Chi afferma che l’Italia è tuttora una nazione colonizzata, quindi, ha elementi per confermarlo anche sul piano squisitamente “tecnico” (che, poi, solo tecnico non è), poiché le scelte sopraccitate, nell’ottica di soddisfare i requisiti costituzionali in ambito di difesa, sono semplicemente sciagurate ed anticostituzionali.
Costituzione calpestata, spese inconcludenti e sudditanza totale alle scelte di potenti paesi esteri: è quello che accade da decenni.

[1] Fonte: Pagine di Difesa, 18 dicembre 2004. Ovviamente, i numeri sono riferiti a tutte le aeronautiche europee (e non) interessate al velivolo.
[2] Fonte: Giovanni Scafuro, La denuncia della Corte dei Conti dall'86 a oggi per l'Eurofighter ritardi sprechi e altri aerei in affitto – Rete italiana per il disarmo – 27 settembre 2004. La relazione della Corte dei Conti fu pubblicata su Avvenire il 25 settembre 2004.
[3] Fonte: Saverio Zuccotti – Pagine Difesa – 8 gennaio 2007.
[4] Gli aerei da strike, sono la ri-proposizione odierna dei vecchi “bombardieri leggeri”. Sono, praticamente, velivoli più grandi dei comuni caccia, che possono portare parecchio peso (armamento di lancio) a grande distanza e ad elevata velocità. Ovviamente, non hanno l’agilità dei caccia ed hanno una diversa impostazione della piattaforma di combattimento.
[5] I Tornado F3 della RAF, erano concepiti come velivoli a lunga autonomia per pattugliare le aree settentrionali dell’Atlantico. La minaccia che dovevano contrastare erano i bombardieri supersonici Tu-22 russi, non aerei da caccia: in un combattimento manovrato con un caccia (F-16 o Mig-29, ad esempio), il Tornado F3 ha scarse probabilità di sopravvivenza.
[6] Fonte: Commissione Difesa Senato, 17/02/2000.
[7] Fonte: Controlarmi, rete italiana per il disarmo.
[8] Per una più completa comparazione fra le due portaerei, vedi: http://digilander.libero.it/shinano/Italia/Conte%20di%20Cavour/confronti/Garibaldi.htm.
[9] Unterseeboot, sottomarino in tedesco.

02 settembre 2008

La nave dei folli

Devo ammettere che premo assai di rado il tasto del telecomando, e quasi sempre lo faccio – la Domenica – per leggere i risultati delle partite di calcio. Mi rifiuto di fare abbonamenti vari per guardare le partite, ed i talk show serali del pallone mi disgustano: forse perché figlio di un calciatore, sono abituato ad osservare più il gioco, che gli “acuti” di qualche miliardario che corre dietro al pallone. Perciò, mi reco ogni tanto a vedere una partita vera: quelle delle giovanili di provincia, dove ancora il pallone è qualcosa che suscita sogni estetici per un assist o per uno stop eseguito a perfezione.

Appena compaiono le prime immagini, però, mi rendo conto che l’argomento “calcio” inizia da una stazione, nella quale sciami di giovani corrono all’impazzata intonando canti e slogan belluini. Poi prendono d’assalto un treno, menano quattro agenti e le Ferrovie “consigliano” ai viaggiatori “comuni” di scendere: l’assalto alla diligenza è compiuto.
Giunti a destinazione, non contenti, ripetono l’identico copione, fino a sera.
L’estatica giornalista del TG definisce gli incidenti “non gravi”, perché c’è “solo” stato un ferito lieve per una coltellata. Forse, la “scaletta” è questa: una dozzina di teste fracassate al Pronto Soccorso porta il livello ad incidenti “seri”, mentre per quelli “gravi” ci deve scappare il morto. Altrimenti, la notizia scivola via fra un servizio e l’altro.
Cosa volete che siano poche ore di guerriglia urbana, qualche macchina fracassata, un treno devastato…in fondo sono “bravi ragazzi”…sì…solo un po’ “tifosi”…

La notte porta consiglio, e dimentico presto la solita gazzarra domenicale nella quale – in pieno stile panem et circenses – tutto deve essere tollerato: addirittura che, chi ha acquistato regolarmente un biglietto ferroviario per recarsi a Roma – per futili motivi, ovvio, mica per una partita di calcio – sia obbligato a scendere poiché il treno è stato assaltato.
La politica? Chi era costui – ripetono centinaia d’insignificanti don Abbondio – cosa c’entra il calcio con la politica? Basta che non scassino i maroni a noi: se se la prendono con un treno, o sfasciano tutto allo stadio, non passerà mai loro per la mente di venire a Montecitorio!

La mattina seguente c’è il solito rito d’inizio anno scolastico…il primo collegio docenti, le assegnazioni alle classi e compagnia varia…nel quale, l’unico aspetto interessante è incontrare qualche collega con il quale si hanno rapporti d’amicizia e di stima.
Come sempre, il Preside (oggi Dirigente Scolastico) non può glissare totalmente sugli sfasci che la classe politica sta realizzando nella scuola. I “risparmi” del D.M. 112 (divenuto, nel frattempo, legge n. 133), che qualcuno s’ostina a definire tali, sono in realtà il requiem per la scuola pubblica: tanto è vero che solo il 30% dei “risparmi” sarà reinvestito nella scuola, mentre il restante 70% “saranno resi disponibili in gestione con decreto del Ministero dell'economia e delle finanze[1].
Quindi, il piano che taglierà circa il 10% fra docenti e personale ATA (addirittura il 17% fra gli ATA!) e che condurrà ad un “risparmio” di quasi 8 miliardi di euro, servirà a finanziare la contabilità generale dello Stato, non altro. Magari, per iniziare a pagare – da Gennaio – la salatissima “multa” europea per la permanenza di Rete4 in chiaro e non confinarla sul satellite, laddove la giurisprudenza europea aveva definito che dovesse migrare.

Ad una diretta domanda dello scrivente – ovvero se la retribuzione professionale docenti facesse parte del salario accessorio – il preside non ha potuto glissare: sì – quindi – per ogni giorno di malattia, un docente lascerà nelle casse dello Stato circa 10 euro.
Siccome la media delle assenze per malattia nella scuola è di 9,66 giorni/anno[2], lo Stato farà una “cresta” di un centinaio di euro a lavoratore: beninteso, su chi si ammala, che deve anche – visto che la Sanità pubblica è oramai una bubbola – provvedere di tasca propria per medicine e ticket.
Tutto questo fa parte di una campagna mediatica ben congegnata, che partì con la pubblicazione su il “Sole 24 ore” – giornale di Confindustria – di dati palesemente e sfacciatamente falsi sulle assenze nel pubblico impiego.

Della stessa campagna, fanno parte gli attuali provvedimenti sulla scuola: tutti tesi a fornire un’immagine d’efficienza e di sereno amore materno nei confronti dei nostri piccini. Una pura e semplice vicenda d’immagine.
Vogliamo re-introdurre il grembiulino per la scuola elementare? Benissimo, almeno non si sporcheranno con i colori, ma il ricco continuerà a sfoggiare scarpe da 100 euro, il povero dovrà acquistare, in più, il grembiulino.

La gran parte degli italiani gradisce che si torni a valutare la condotta nel computo del profitto complessivo, credendo – con questa bella trovata – di liberarsi degli scomodi video che compaiono su Youtube, vera ossessione del precedente Ministro.
Qualcuno, però, riflette su chi sono i ragazzi che compiono queste pessime azioni?
Appartengono ai ceti meno abbienti, tanto è vero che il comportamento è un problema gravissimo soprattutto negli istituti Professionali, poi nei Tecnici, mentre decresce nei Licei. Inoltre, decresce dalla grande città al piccolo centro. Qualcuno si è chiesto il perché?
Questi giovani – probabilmente gli stessi che prendono d’assalto i treni – sono le nostre banlieue, le periferie disastrate dove ragazzi che sanno di non avere un futuro – che non parteciperanno mai alla distribuzione della ricchezza[3] – inviano un segnale. Violento, disgustoso, ma non irricevibile, poiché non “riceverlo” sarebbe come nascondere la testa sotto la sabbia.

Se Maria Stella Gelmini ha preferito l’icona della “Maestrina della Penna Rossa”, di deamicisiana memoria – una scelta ovviamente dettata dai creatori d’immagine della politica/spettacolo/spazzatura – potremmo ricordare che la nostra società non assomiglia molto al libro “Cuore”. Si legga, piuttosto, “L’elogio di Franti” di Umberto Eco[4], laddove il “monello” – decretato archetipo di tutte le nefandezze giovanili – si rivela per quel che è: un giovane dell’epoca che non approva l'ideologia militaristica e nazionalistica espressa da De Amicis.
Se, i termini della non accettazione della scuola e delle sue regole, derivano da un precedente e più radicato sentimento di rivalsa per l’ingiustizia sociale, se questi giovani – assaltando un treno – urlano in realtà la loro rabbia d’esclusi, pensiamo veramente che un 5 in condotta li spaventerà? Oppure radicherà ancor più la loro percezione d’esclusi?

Infine, la “chicca” tanto agognata, preannunciata da un noto pedagogista (!) – Vittorio Feltri, direttore di “Libero” – in un’intervista televisiva: il ritorno al “maestro unico” nella scuola elementare. Rammento che quella sera, in TV, c’erano almeno un altro paio di noti ed “esperti” pedagogisti: se ben ricordo, Tremonti e Fini.
Nessuno può affermare che la scuola elementare non possa funzionare come 50 anni fa, con il maestro unico dalla prima alla quinta: tanti sono “sopravvissuti” a quell’impostazione, me compreso, senza mostrare evidenti danni cerebrali.
C’è, però, in tutta la querelle, un dato curioso: s’interviene più pesantemente nel “segmento” scolastico che meglio funziona – le periodiche rilevazioni internazionali lo confermano, la nostra Scuola Elementare è fra le migliori in Europa – mentre si tace sul resto, ovvero su una Scuola Media che ha smarrito il suo senso d’esistere ed una Superiore che mostra ogni giorno che passa il peso degli anni.
Ricordiamo che l’attuale struttura della nostra Scuola Superiore è ancora quella di Gentile del 1923 (che riformò la precedente “Casati” del 1859) il quale, pur essendo egli stesso filosofo e pedagogista, ritenne di chiedere aiuto e consiglio a Giuseppe Lombardo Radice, insigne pedagogista dell’epoca.
Siamo quindi passati dai Gentile, Lombardo Radice – ma anche dai Tullio De Mauro, stimato linguista e pedagogista – alla “nouvelle pédagogie” della Gelmini, dei Pizza, Tremonti, Feltri e Bossi. Andèm bèn, per dirla in padano.

Purtroppo, molti lettori di quotidiani e di Internet conoscono poco i problemi della scuola e ne sottovalutano l’importanza: chi ci è già passato pensa “l’ho scampata”, chi la frequenta legge poco e s’interessa (giustamente, per l’età) ad altro, chi ci vive è oramai annichilito dall’insipienza delle recenti riforme e controriforme, le quali – altro non sono – che un pasticciato pour parler sul nulla. Un esempio?
Si giubila sul ritorno al voto numerico: qualcuno potrebbe spiegarmi la differenza che c’è fra un “più che sufficiente” ed un 6 più? Oppure fra un “ampiamente sufficiente” ed un sei e mezzo? Ancora: un “quasi buono” ed un 7 meno?
Eppure, la valutazione – ne sanno qualcosa gli studenti che in questi giorni affrontano i rinnovati esami di riparazione – è un problema spinoso: non per la scala di valori che si usa per valutare – numeri, giudizi od altro – ma per i parametri di valutazione, che sono il vero problema.
Si deve valutare per conoscenze o per competenze? Come armonizzare l’omogeneità del giudizio con le inevitabili differenze – culturali, caratteriali, professionali – dei docenti? Quale finalità assegnare alla scuola, la preparazione “operativa” destinata al lavoro o quella più “generalista”, di stampo educativo? Entrambe? E in quale misura? E come valutare le due componenti?
Scommetto mezzo cosiddetto che, se interpellassimo questi signori che blaterano proposte pedagogiche, non saprebbero nemmeno identificare di cosa si sta parlando. Non la risposta: almeno capire la domanda.

Tutto ciò avviene – scuola o treni sfasciati, poco importa – poiché non solo la politica (questo l’abbiamo capito da tempo), bensì l’approccio culturale e metodologico ai problemi – sociali, economici, culturali, ecc – nel Bel Paese è profondamente malato. E, quando non si riesce più ad interpretare la realtà, le uniche vie d’uscita sono la disinformazione (prassi oramai comune in TV), la “Reductio ad Hitlerum[5] per chi propone soluzioni rivoluzionarie, oppure la pura e semplice repressione, modello Genova o voto in condotta.
La situazione italiana è quindi – metaforicamente – quella di una barca in mediocri condizioni che naviga su un mare di m…e, pur sapendo che dovrà prima o dopo fare i conti con il “liquido”, se ne astiene, tira a campare e finge che la m…sia acqua di rose.

Ogni settore della vita pubblica lo dimostra: l’assurdo approccio al problema energetico – centrali nucleari quando nessuno o quasi dei paesi industrializzati ne costruisce – l’istruzione carente e, quindi – visto che è “carente” – meglio l’eutanasia. Il lavoro che non c’è, perché manca la ricerca e la classe imprenditoriale non muove foglia se non sa d’avere a disposizione le prebende dello Stato? De-rubrichiamo il lavoro ad occupazione saltuaria, diamo loro ogni tanto quattro soldi, finché dura. Le risorse mancano? Portiamo l’età della pensione a 70 anni.
Gli esempi si moltiplicano e quasi s’accavallano. Mandano l’Esercito nelle città: nel frattempo, avvengono (proprio nelle città!) eventi drammatici, gravi violenze a danno di turisti stranieri. Risultato? Mandiamo ancor più soldati nelle strade! Scopriamo che la corruzione è ancor più diffusa rispetto ai tempi di Mani Pulite? Prendiamo la Forleo e De Magistris e li cacciamo.

Tutto è semplice, parola di Vittorio Feltri, Renato Brunetta e Giulio Tremonti: gli altri, son lì per figura. Fin quando non s’aprirà una falla e la pompa di sentina andrà in tilt: chissà se, in quel momento, con il “liquido” che arriverà oramai alla falchetta, qualcuno inizierà a distinguere la m…dall’acqua di rose?


[1] Fonte: Altalex, D.M. n. 112, art. 64, comma 9.
[2] Fonte: CGIA di Mestre, su dati ufficiali forniti dalla Ragioneria Generale dello Stato.
[3] Parecchie fonti di dati statistici (ISTAT; EURISPES, ecc) indicano che il 10% circa della popolazione italiana possiede il 45% circa della ricchezza nazionale. Questi dati sono spesso confermati dagli indici dei consumi sui beni di lusso, sulla spesa per le vacanze, ecc.
[4] Umberto Eco – Diario Minimo – Fabbri Editore, 1963.
[5] La “Reductio ad Hitlerum” è una perversa e fallace pratica usata nella lotta politica, creata e sostanziata da Leo Strass negli anni ’50. Compiendo un errato sillogismo fra un aspetto (anche secondario) del dittatore tedesco e la persona in questione – ed utilizzando a dovere il potere mediatico – si giunge a confutare tutte le posizioni politiche della persona presa di mira senza doverle, in definitiva, discutere ed affrontare.

19 agosto 2008

E adesso?

Ci siamo addormentati con ancora negli occhi la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi – trionfo di suoni e colori della millenaria Cina – e ci siamo risvegliati fra le montagne del Caucaso, nella polvere sporca, macinata dai cingoli dei tank.
Subito dopo, è partito il coro delle lamentazioni da parte del cosiddetto Occidente, e delle affermazioni da parte russa. Il risultato: fiumi di parole avvelenate, sentor di tradimenti nell’aria, rivolgimenti delle cancellerie europee ed una sola, nitida realtà.
Sopra il clamore delle minacce velate ed esplicite, rimangono quei carri armati russi placidamente adagiati nei pressi della città di Stalin, quei posti di blocco a poche decine di chilometri dalla capitale, Tblisi, gestiti da giovani soldati russi che sembrano quasi partecipare ad un’esercitazione.

Ce ne dobbiamo andare? – sembrano raccontare i loro visi – sì, forse…anzi no, ce ne andremo…ma il colonnello non ha ancora dato l’ordine, i generali ammiccano, i grandi capi esternano…
Intanto, i tank continuano ad osservare la calura dell’estate georgiana dai sistemi di puntamento dei loro cannoni, i soldati dall’ombra di qualche rachitico arbusto, forse qualche pilota dall’abitacolo del suo Mig.
La realtà, che il cosiddetto Occidente sembra non comprendere, è che i russi – per la prima volta dopo il 1945 – sono usciti dai loro confini per attaccare forze armate a loro nemiche e le hanno annientate.
Che una faccenda chiamata “Saakashvili” non potesse continuare così all’infinito – era iniziata con un presidente regolarmente eletto spintonato fuori dal Parlamento – c’era da aspettarselo: oggi un campo d’addestramento in Kosovo, domani qualche radar sui confini russi, dopodomani rampe di missili nell’Europa orientale, al termine hanno fatto tracimare la pazienza dei russi.

Così, l’Occidente, scopre un giorno d’estate d’essere impegolato in una faccenda molto seria – che rammenta la crucialità storica del Caucaso, il delicato crocevia che rappresenta – senza avere un gran che da dire.
A parole, certo: fiumi di parole, centinaia di dichiarazioni, migliaia “d’avvertimenti” alla riottosa Russia, la quale mostra di non voler capire che noi siamo i più forti e, di conseguenza, usiamo il diritto internazionale come tutte le altre carte. Anche igienica, all’occorrenza, quando si tratta di lanciare un attacco notturno sulla popolazione civile a suon di cannoni e lanciarazzi.
Terminate le minacce e gli “avvertimenti”, però, rimane la realtà di quei carri placidamente adagiati nei campi, e gli ospedali georgiani zeppi di feriti, quasi tutti piagati – nel corpo e nello spirito – dall’inferno scatenato dagli aerei russi.
Perché, la realtà poco evidenziata, è che i russi non hanno poi fatto molto: hanno semplicemente scatenato l’aviazione su un esercito raccogliticcio, mal armato ed equipaggiato, privo di copertura aerea, che s’era immaginato di scorrazzare per l’Ossezia come gli aggradava, aizzato dal “patriottismo” di una sorta di Noriega caucasico, finanziato ed addestrato direttamente a Washington.
Si possono fare molte ipotesi sui retroscena politici che hanno condotto Saakashvili ad osare, su chi lo abbia convinto che sarebbe stato supportato, su chi gli abbia fornito “notizie certe” che i russi sarebbero rimasti alla finestra: oggi, poco importa, tutto è sopravanzato dagli eventi. Senza accorgercene, siamo già al domani.Quale?

Le ipotesi che circolano sono per lo più improntate al catastrofismo: tutti stanno già correndo a riaprire arsenali e si preparano alla guerra totale, magari atomica. Gli oleodotti dettano l’agenda politica e militare: domani – è ovvio – s’andrà a morire per Tblisi.
L’edizione che va per la maggiore è che, un Occidente ricco ed armato, farà un sol boccone di una Russia con le pezze al sedere, piazzando qualche portaerei di fronte al porto di Poti, qualche centinaio di jet negli aeroporti georgiani e qualche migliaio di super-addestrati fantaccini a ridosso dell’Ossezia e dell’Abkazia. Tutto da copione, come in Kosovo.
La Georgia entrerà nella NATO e nell’UE, si convertirà all’euro, “darà una mano” alla Turchia per la questione curda ed a Washington per quella irachena, e tutti vivranno felici e contenti. I russi, ovviamente, si dovranno accontentare della solita pippa.
L’unica nota stonata sono quei carri armati nella calura georgiana…che non dovrebbero essere lì, dovrebbero stare tutti ben riuniti nelle loro caserme per essere diligentemente bombardati dai nostri stealth…perché i russi con capiscono? O, forse, sono altri a non capire?

La prima cosa che l’Occidente dovrebbe cercare di capire – se mai sono ancora capaci di un minimo d’analisi – è che in Kosovo le cose non andarono proprio in quel modo. L’Occidente, non vinse nulla: bombardò per 78 giorni la Serbia ed il Montenegro – talvolta il Kosovo – giungendo, con lo strapotere dei suoi mezzi aerei, a distruggere circa il 40% dell’aeronautica serba ed una ventina di mezzi corazzati e blindati.
Nessun “g-man” super tecnologico mise piede nel Kosovo: lo fecero soltanto quando la Terza Armata serba s’era ritirata oltre Mitrovitza.
Quella guerra fu vinta – se così si può dire – sui cieli di Belgrado, di Nis e di Novi Sad, a colpi di bombe da 250 libbre sganciate – quasi “seminate”, verrebbe da dire – su tutto quello che si poteva colpire, civili o militari che fossero: la solita teoria di far cedere il “fronte interno”. Prima delle elezioni europee, ovviamente, costi quel che costi.
Se qualcuno ancora ritiene quella guerra una “fattiva” e “volonterosa” collaborazione fra 19 forze armate nazionali, dovrà spiegare perché i francesi – piccati per non essere stati avvertiti del bombardamento dell’ambasciata cinese – pensarono bene di “passare” ai serbi i piani di volo. Nessuna “gola profonda” né documenti super-segreti: ammissioni dei piloti statunitensi di fronte alle telecamere[1]: «O non trovavamo niente, o trovavamo “troppo” ad attenderci».

Il petrolio, però, metterà tutti d’accordo: Tblisi val bene una messa!
L’Occidente, però, non ha buona memoria: dimentica quel 90% delle concessioni petrolifere irachene – in mano a Francia e Russia – che passarono, appena abbattuto Saddam, alle compagnie statunitensi. Francia e Russia sbraitarono non poco e – sarà un caso – ma Sarkozy è volato a Mosca per far firmare ai russi un semplice “cessate il fuoco” che al Cremlino hanno subito accettato, tanto era loro favorevole. Sarà un caso che Saakashvili è giunto a mangiarsi la cravatta dalla rabbia?[2]
E’ dovuta scendere dal cielo Santa Condoleeza degli Affranti, per far digerire a Tblisi un cessate il fuoco che assomiglia tanto ad una resa. Arbusto da Crawford tuonava che “la pazienza aveva un limite”: intanto, i tank russi continuavano a sudare nella calura e le noccioline, probabilmente, ad andargli di traverso.
Dopo altri giorni[3], il ministro degli esteri francese Kouchner continua ad affermare che “senza dialogo, non vi sono possibilità di fermare il conflitto tra Georgia e Russia”: insomma, se qualcuno aveva tolto la sicura alla pistola, s’affretti a rimetterla.

Madame Merkel da Amburgo – ma laureata a Lipsia, nella DDR – intanto, assicurava che la Georgia sarebbe entrata nella NATO: prima o poi, ovviamente. Vorremmo sapere se l’ingresso della Georgia nella NATO coinciderà con l’inaugurazione del nuovo gasdotto – società mista russo-tedesca ed ex premier germanico Schroeder chiamato a dirigerla – che dovrebbe avvenire nel 2010. Un paio d’anni al massimo.
Quel gasdotto taglierà fuori completamente Ucraina, Polonia e Bielorussia dal percorso del gas siberiano, trasformando la faccenda in un affare quasi privato fra Russia e Germania. Sicura, frau Merkel, di non voler precisare meglio la sua posizione?
Perché, vede, ci torna alla mente che russi e cinesi hanno recentemente stilato un accordo per stendere definitivamente la carta dei loro confini in Asia – scontri nei pressi dell’Amur e dell’Ussuri, ricorda? Eravamo ragazzi… – e fa parte dell’accordo, ovviamente, la fornitura di gas russo.
Ora, metaforicamente, se Vladimir Putin è seduto nei pressi di due rubinetti del metano, uno con scritto “Europa” e l’altro “Cina” – e può aprirli e chiuderli a piacimento per il prossimo mezzo secolo – …abbiamo capito…era stata fraintesa.

La nuova geopolitica del gasdotto baltico – più che qualche intercettore[4] in Polonia – sembra scuotere parecchio le classi dirigenti dell’Europa orientale, “arancioni” e non.
Nella “arancione” Ucraina, il premier Yushenko ha pensato bene d’accusare di “alto tradimento” – una personale interpretazione del diritto – Julia Tymoschenko, l’eterna alleata/rivale, perché – a suo dire – stava facendo pappa e ciccia con i russi. Molto probabile, visto che l’Ucraina è in una situazione delicata: all’est, regione mineraria ed industriale, la maggior parte della popolazione è di etnia e lingua russa, e tantissimi hanno un passaporto russo in tasca.
Cosa succederebbe, se Kiev decidesse d’entrare nella NATO? Una scissione, oppure scenari ancora peggiori: forse, la Tymoschenko ha messo a frutto il suo intuito femminile, e s’è messa “al vento”. O, forse, ha buona memoria e non ha scordato i “discreti” movimenti di corazzati russi in concomitanza di quella che fu definita la “guerra del gas” fra Mosca e Kiev, negli ultimi giorni del 2005: ho sempre ritenuto che le donne siano dotate di maggior buon senso rispetto agli uomini.
Novità sorprendenti anche dalla “fedelissima” Bielorussia, dove l’inossidabile Lukachenko ha deciso di liberare il capo dell’opposizione, Vintsuk Vyachorka, così, per le ferie d’Agosto. Un desiderio di Mosca (facciamo vedere che siamo democratici…)? Oppure un avvertimento al Cremlino, poiché i tank russi e gli oleodotti che ti tagliano fuori non piacciono proprio a nessuno?

E veniamo al grande monolite europeo, quello che dovrebbe reggere lo scontro con l’orso russo.
Cementata dal Trattato di Lisbona – che le popolazioni hanno acclamato con feste di piazza e referendum confermativi dai risultati “bulgari” (!) – la Grande Europa s’appresta a varcare i confini orientali, per definire finalmente chi comanda in questo pezzo di pianeta.
Sì…qualcuno s’è lanciato così avanti da proporre addirittura l’invio di una ventina di “caschi blu” – rigorosamente sotto l’egida dell’ONU – ma solo venti, perché al ventunesimo scatterebbe il veto di Mosca.
Non ci sembra d’udire assordanti tintinnii di baionette, da Lisbona a Berlino: forse a Varsavia ed a Vilnius, ma ci sembrano baionette spuntate ed un po’ rugginose. E, ad onor del vero, sono “baionette” che in sede europea hanno più volte irritato Parigi e Berlino, con una serie di bastoni fra le ruote che fanno pensare più a dei “Quisling” statunitensi in terra europea.
Addirittura, si paventano ritorsioni di natura nucleare: città russe cancellate da una vampa atomica, nel perfetto copione di Hiroshima. Ovviamente, Tblisi vale tutto ciò, ossia Francoforte, Berlino, Parigi, Roma…rese in cenere dagli ICBM di Mosca. Uno scenario veramente da crederci. Ad occhi chiusi, appunto.

Su tutto, la grande “regia” americana che tutto puote, con l’importante ausilio della finanza e dell’intelligence israeliana. Qui, non mettiamo in dubbio le intenzioni, ma George W. Bush (ed accoliti vari) dovrebbe per prima cosa ristudiare due argomenti: i verbi al condizionale (potrebbe, vorrebbe, sarebbe…) e la costituzione americana. Perché?
Poiché, se il suo ardire è quello di condurre la nazione in guerra per avere un terzo mandato, dovrebbe ricordare che siamo alla fine d’Agosto e gli rimane poco tempo per agire: il Congresso potrebbe concederglielo, ma a fronte di una vera guerra – dichiarata e di notevole importanza – non certo per qualche “pasticcio” di peacekeeping, “polizia internazionale” o roba del genere. Ci sembra, francamente, fuori tempo e fuori luogo: per il futuro, stia piuttosto attento alle noccioline di traverso.

Tutto sembra quindi rinviato al prossimo inquilino della Casa Bianca, il quale dovrà per prima cosa cercare di far scemare il numero degli americani che sono oramai ridotti all’elemosina, dare una casa a quelli che vivono nei camper, poi d’uscire dal pantano iracheno (magari con una re-distribuzione delle concessioni petrolifere) e cercare non nuovi scenari di scontro, bensì accordi per salvare il salvabile. La situazione economia americana, non consente più di rimandare oltre.
Libano, Iran, adesso la Georgia…è tutto un fiorire di roboanti affermazioni, bilanciate – però – da altrettanti fiaschi militari e strategici. Obama va a lezione da Brezinsky? Bene, ma dovrà stare attento, perché il vecchio marpione non s’è mostrato quell’aquila che si credeva: c’è riuscito in Afghanistan, ma quella era un’altra epoca…
Mc Cain vuole portare i marines in Georgia? Benissimo: e dove li trova? Ha anch’egli le armate di terracotta cinesi? Perché, ci sembra, che non trovino nemmeno sufficienti effettivi da inviare in Iraq: la Russia ha ancora la coscrizione obbligatoria, gli USA ne parlano, ne parlano e basta, appunto.

Mosca si ritirerà dalla Georgia – con tutto comodo, ovviamente – perché ogni giorno che passa dimostra che, pur non avendo più il “pedigree” di potenza “planetaria”, è sufficientemente coesa ed ha forze in grado d’impedire simili avventure ad un passo dai suoi confini.
I georgiani scorderanno presto l’Ossezia del Sud e l’Abkazia: del resto, hanno spumanti di produzione nazionale che possono, alla bisogna, aiutarli nell’oblio.
Bush andrà a brindare con loro, ricordando i vecchi tempi. Condoleeza, finalmente, convolerà a nozze con qualche ex pugile od ex agente CIA. Il gas fluirà potente sotto il Baltico ed i missili rimarranno inoperosi – come lo sono da decenni – nei loro silos.
Il resto? Parole, parole, parole…Tblisi: chi era costui?

[1] Dichiarazioni filmate proposte a tardissima ora da Canale5, intorno al 19 Marzo del 2000, per “fare il punto” ad un anno di distanza dal conflitto.
[2] Youtube ha pubblicato un divertente filmato al riguardo.
[3] La Repubblica, 19 Agosto 2008.
[4] La rotta dei missili balistici fra Russia ed USA è una rotta artica: di conseguenza, gli eventuali missili in Polonia avrebbero più che altro valore di pura propaganda. A meno di pensare che una decina di missili intercettori potrebbero arrestare un attacco missilistico sull’Europa, con una dozzina di veicoli di rientro per missile. Molti analisti sollevano dubbi sulla reale efficacia del sistema statunitense.

08 agosto 2008

Attenzione: il giocattolo sta per rompersi!

Nella calura agostana, verrebbe la voglia d’abbandonarsi a buoni romanzi o stuzzicanti saggi, al fresco di un pino o al riparo dell’ombrellone. Già, perché Agosto è una sorta di sospensione del tempo, per tutti.
Per chi è in vacanza, che – al mare, ai monti o semplicemente nella quiete di casa – cerca refrigerio e si domanda “come sarà” la ripresa dell’attività a Settembre e per la classe politica, la quale ha terminato il duro “tour de force” di Luglio, e s’appresta a lasciare alle “seconde linee” i palazzi del potere per la gestione della “normale amministrazione”.

Riflettiamo che, oramai, i “frutti” della politica prendono forma soltanto a Luglio – centro destra o centro sinistra, PD +/– L – perché è il momento nel quale possono contare sul maggior disinteresse degli italiani.
Non è certo un caso che la controriforma Damiano sulle pensioni sia stata varata il 23 Luglio del 2007, o che il parossistico DM 112 del 2008 sia stato emanato pressappoco nello stesso periodo. La presentazione della manovra economica triennale il 6 di Agosto del 2008 – nella nuova deontologia del politico italiano – è praticamente perfetta.
Lor signori hanno a disposizione fior di sondaggisti, sociologi, analisti, pennivendoli e quant’altro, i quali hanno un solo e preciso obiettivo: sapere per tempo quale sarà il momento nel quale coglieranno gli italiani con le mutande abbassate. Luglio e Agosto, con il caldo e le vacanze, sono perfetti.
Dopo, tutto diventa uno scherzetto e si può tirare il fiato per un altro anno, nel quale i fancazzisti al potere, mascherati da indefessi lavoratori (ricordiamo che Brunetta è stato uno dei più assenteisti parlamentari europei italiani…), si divertiranno con le solite passeggiate sui loro media, sui loro panfili, nelle discrete “case” di coca & “veline”. Sarebbe meglio stendere un pietoso velario sulla loro pochezza, se i frutti delle loro inconsulte ed irragionevoli azioni non precipitassero nella realtà, in questa realtà – la nostra – che nemmeno conoscono e che pretendono di governare.
Perciò, ho chiuso il bel romanzo che stavo leggendo e mi sono proiettato nel futuro: nel 200…chissà quando?
No, al prossimo Settembre: basta ed avanza.

Questo andazzo a dir poco schizoide – per il quale, oramai, in Europa ci considerano dei fessi o degli ignavi – va avanti perché milioni d’italiani, nonostante il malaugurio che ci precipitano addosso, tentano, provano, continuano a credere che le cose possano andare avanti applicando il vecchio buon senso. Ossia, cercano ancora di metterci una pezza, e si mettono pure d’impegno. Fino a quando ce la faranno?
Da dieci anni a questa parte – almeno per la scuola, che un po’ conosco – siamo precipitati in un tourbillon di riforme gattopardesche, circolari che negavano quanto affermato l’anno prima, innovazioni ed abrogazioni assurde e repentine: il tutto, ha il liquido sapore del nulla. Perché?
Mi torna allora alla mente che si pecca in pensieri, parole, opere ed omissioni: ora, sulle prime tre, non penso che ci siano dubbi. In ogni modo, qualche esempio è necessario segnalarlo.

Il “pensiero” che il “nano” Alitalia – se messo a confronto con le grandi compagnie planetarie – potesse permettersi il lusso di due “hub”, Fiumicino e Malpensa, è stato alla base del tracollo della compagnia, inutile girarci attorno. Proprio un bel “pensiero”.
Mentre le altre compagnie cercano di ridurre i costi utilizzando magari lo stesso, grande aeroporto, Alitalia – per soddisfare interessi di bottega “padani” – si è svenata con la duplicazione delle strutture. Una “pensata” da Pico della Mirandola. Difatti, oggi sono nella m…e non sanno come cavarsela. Ci salverà ALIgresti.

Le “parole” di Maria Stella Gelmini – che “90 Conservatori, in Italia, sono davvero troppi” – sono un’esternazione che riteniamo solo frutto di un colpo di sole: perciò, non ne faremo colpa alla ragazza. Si sa: i ragazzi vanno alla spiaggia con la gran voglia di un tuffo ristoratore, e dimenticano il cappellino di paglia a casa. Comprendiamo.
90 Conservatori sono, in media, meno di uno per Provincia: già seguire le lezioni – riflettiamo che la stragrande maggioranza degli allievi frequenta in parallelo un istituto superiore – avendo il Conservatorio a decine di chilometri, non è uno scherzo. Qualora le decine iniziassero a superare il centinaio, addio violinisti e clarinettisti. Nel Paese della musica, che ha come prima fonte di reddito il turismo, non tutti abitano nei pressi di Santa Cecilia.
Nella pianificazione “organica” delle varie riforme e controriforme, qualcuno aveva pensato di far iniziare il percorso musicale dopo la maturità: bellissima idea. A 19 anni, s’inizia a studiare pianoforte o trombone, così in 3-6 anni tutto è concluso e li mettiamo in orchestra. Insomma, come all’Università, oppure – se hai i soldi – studia privatamente.
Chissà perché, invece, generazioni di pedagogisti e musicisti avevano pianificato – da decenni se non da secoli – un percorso più consono all’età degli studenti, i quali iniziano spesso presto perché attratti dalla passione per la musica, per uno strumento musicale. Non sappiamo cosa risponda Maria Stella: forse, non ci aveva mai pensato, oppure ci sta meditando adesso, che ha finalmente trovato il cappellino.
E veniamo infine alle opere.

Le “opere” sono in gran parte contenute nel DM 112 – chi s’aspetta il “ritorno” del Tremonti “gran giustiziere di poveri e derelitti” può, a mio avviso, darsi appuntamento alle calende greche – perché questo decreto è la vera Finanziaria in pectore.
Lo ha ammesso anche il Gran Capo del PD + L, e solo qualche sparuto leghista lobotomizzato s’ostina ancora a credere alla Robin Tax, giacché anche gli allievi delle Elementari hanno compreso che si tratta di una penosa partita di giro: da ENEL ed ENI, a forte partecipazione statale, di nuovo allo Stato. Il solito trucco di Tremonti.
E poi: lo “spezzatino” di precedenti leggi e decreti di spesa (tipico il caso dell’edilizia), con lo scopo di non prevedere un euro in più di quanto già c’era, ma di presentarlo sulle reti nazionali con la novità eccelsa. E, gli italiani, la bevono.
In quel decreto, non ci sono soltanto gli arresti domiciliari per i pubblici dipendenti malati, i pre-pensionamenti ad personam (cosa sono, un “premio fedeltà” elettorale?), le ampie previsioni di spesa per nuove “consulenze” (per gli “amici degli amici”, ovvio), l’esercito nelle strade (a fare che?!? Siamo diventati la Colombia? Ma allora ditelo…), la sottrazione al giudice del lavoro della potestà di decidere se un dipendente, dopo le innumerevoli “forche caudine” della legge Biagi/30, abbia finalmente diritto ad un lavoro stabile…in quel decreto c’è di più.

C’è la sostanziale affermazione, da parte di un ceto politico, di voler sopravvivere a se stesso, costi quel che costi: non importa se Atene cadrà in rovina, ciò che conta è che non si metta in dubbio la sua oligarchia.

Ciò che invece manca completamente – ecco il peccato d’omissione – è l’analisi della situazione italiana per quello che è, e qualche timida – per carità, di più non potremmo aspettarci dai +/- L – proposta. Suggeriremmo, a fronte della comunicazione del Presidente del Consiglio che il “gettito IVA è calato del 7%”, di prender atto di cosa significa questo dato.
Vuol dire che, proprio nel periodo delle vacanze estive, gli italiani consumano soltanto più lo stretto necessario, come la maggior parte delle famiglie sta attuando, con aumenti dell’inflazione che iniziano a farci temere una deriva Argentina. Presto arriveranno i “conti” della stagione turistica e saranno – come avviene da anni – muri del pianto: Spagna e Croazia ringraziano.
L’aumento dell’inflazione in presenza di un calo dei consumi ha un nome: stagflazione, la tanto temuta “bestia nera” degli economisti. Significa che l’aumento dei prezzi non è più legato alla domanda, bensì sopravviene per altre cause: energia, ma anche improduttività/irrazionalità degli apparati produttivi e fatiscenza delle amministrazioni (e della classe politica).

La stagflazione è un fenomeno che non si governa più con le alchimie finanziarie – siano esse i pessimi decreti o le “rassicurazioni” della BCE – poiché significa che il male non è più limitato ai corollari dell’economia, bensì si è sostanziato – come un’aggressiva metastasi – nel corpo sociale.
D’altro canto, la pessima “pezza” degli accordi salariali del 1993 – la bella trovata della cosiddetta “inflazione programmata” – che consentirono al duopolio classe politica/imprenditoriale di gestire l’aumento dell’inflazione come più loro aggradava, sta esalando il “canto del cigno”.
Se l’inflazione ufficiale sale oltre il 4%, se quella “percepita” – che non è il frutto di una anomala “percezione”, bensì è l’inflazione calcolata sui beni di prima necessità – raggiunge e supera oramai il 6%, come si possono rinnovare dei contratti (e le pensioni) con valori intorno al 2%?
Il risultato è ovvio: contrazione dei consumi e maggior povertà. Quello che “preoccupava” Berlusconi prima della partenza per l’amata Sardegna: meno male che lui si “preoccupa” per noi. E, finite le “angustie”, cosa farà? Ah, saperlo…

Per venire a capo di una tale situazione, servirebbero riforme che lor signori definiscono “strutturali” ma che – guarda a caso – nel loro lessico significano ancor più “tagli” nei confronti degli italiani e maggiori prebende per loro, +/- L che siano. Le quali, produrranno solo maggior povertà per noi.
Se, da almeno 15 anni, non si fa che spostare ricchezza dal lavoro alla finanza, se, per sostenere questa perversione è necessario avere un ceto politico/imprenditoriale ed un’informazione completamente affidabile, se, per garantire la fedeltà assoluta bisogna concedere ampi privilegi a questi ceti, dove prendere le risorse?
Impoverendo tutti i lavoratori, siano essi pubblici o privati: uno alla volta, secondo se governa un +/- L, oppure seguendo le opportunità del momento.
Vogliamo raccontarci, fuori dei denti, qual è il macigno che pesa sull’economia italiana? E’ un macigno “bifronte”, come il dio Giano dell’antichità.

La faccia più facilmente percepibile è quella di una società stanca e demotivata – tante volte emersa dalle analisi dell’ISTAT, dell’EURISPES, del CENSIS, ecc – ossia di un corpo sociale frammentato da anni di continue, insulse riforme del nulla, le quali altro non sono state che privazioni di diritti. Salvo per i pochi che continuano ad incrementare il mercato di Ferrari e Lamborghini: il 10% della popolazione italiana, possiede il 45% della ricchezza nazionale. Siamo diventati un popolo di mezzadri.
La frammentazione nasce da decenni d’addestramento mediatico, nel quale ciascuno è stato messo di fronte a quella che propagandavano come l’unica soluzione praticabile: essere tutti contro tutti, ovvero avrai di più solo se troveremo il modo di toglierlo a qualcun altro.
In questo modo, hanno fregato per bene i lavoratori dipendenti additandoli come privilegiati, mentre gli autonomi sono stati “messi in riga” con gli studi di settore. Quindi, la bagarre delle categorie: tassisti da “liberalizzare”, notai da “inutilizzare”, dipendenti pubblici “fannulloni”, autonomi “evasori”, ecc. Un gioco al massacro.

Poi, le menzogne: la vera “emergenza” è la criminalità, di qui la soluzione “di facciata” d’inviare l’esercito nelle strade, senza riflettere che i militari non sono certo addestrati per quei compiti. Una modesta “pensata” post-elettorale di La Russa: niente di serio, verrebbe da pensare. La decisione di Alemanno d’armare i Vigili Urbani (che, peraltro, in gran parte già lo sono) va nella stessa direzione: solo “pensate” post elettorali, o il tentativo di militarizzare l’Italia per prevenire proteste e disordini? Un colpo di stato strisciante e non dichiarato?
Riflettiamo che, con l’approvazione “elitaria” del trattato di Lisbona, potranno sparare in caso di “sommossa”. E chi definisce cos’è una “sommossa”? Un corteo che protesta? Se non avessimo già visto i pessimi risultati della Legge Reale, potremmo anche fidarci, ma c’è chi non ha memoria corta, e ricorda le centinaia di morti ammazzati dalle “Forze dell’Ordine” nelle piazze italiane. Gente che non aveva nulla a che fare con il terrorismo, sia chiaro.

Se c’è un’emergenza, in Italia, è quella degli infortuni sul lavoro: perché abbiamo centinaia di morti l’anno in più di Francia e Germania? Se gli incidenti sul lavoro superano – per numero – le vittime della criminalità, perché solo questa è da ritenere un pericolo? Poiché, in questo modo, si fa credere che il “nemico” sia un altro, non la protervia dei ritmi ossessivi della produzione. Confindustria ringrazia, ed invia un fiore ai soldatini nelle strade: per i “normali”, rimane il dubbio di sapere non a che ora si torna dal lavoro, bensì se si torna.

Anni di questo pessimo andazzo ci hanno ridotti ad una pletora di penosi tele-dipendenti, curiosi solo di sapere qual è stata l’ultima “velina” approdata sul divano del potente di turno. Intanto, ci portavano via anche le mutande.
Oggi, questa umanità dolente non fa che guardarsi in cagnesco: al Nord sperano in una riforma federale che li arricchisca a scapito del Sud, mentre il Sud s’affida sempre di più ai circuiti del malaffare controllati dalla criminalità organizzata, in un perfido gioco del “tanto peggio, tanto meglio.”
Sgombriamo anche il campo da salvezze “federali”, poiché uno spostamento di ricchezza del 10% circa, dal Sud verso il Nord (conforme al PIL delle varie aree), non sarebbe tollerabile e scatenerebbe scenari balcanici. Questi non sono “miraggi” agostani: quando il sen. Miglio prefigurò una soluzione del genere, gli fu risposto che “l’esercito italiano è composto in larga parte da meridionali”. Perciò, la Lega s’accontenterà del solito piatto di lenticchie: ben “venduto” sui media, ovviamente.
Riflettiamo, però, che appena un anno prima della “disgrazia” che s’abbatté sui Balcani, la gente continuava a non credere possibile quello che sarebbe avvenuto: a Sarajevo e Mostar la vita procedeva come sempre, solo con sempre meno soldi in tasca. Particolare agghiacciante.

La faccia nascosta del macigno – che si guardano bene dall’evidenziare – è che la struttura politico/amministrativa italiana è fra le più costose del pianeta; se si tocca questo tasto, hanno già pronta la contromisura: “qualunquismo”.
Non è qualunquismo e nemmeno anti-politica chiedere conto dei costi di una struttura inutilmente replicata su ben cinque livelli – Stato, Regioni, Province, Comuni, Comunità Montane/Circoscrizioni – più tutti gli apparatcik collegati, i “consulenti”, i “gestori” degli enti, i propinqui, ecc: questa, signori miei, è soltanto politica. Quella vera.
Perché siamo fra i pochi ad avere un sistema bicamerale? Non ce l’hanno la Francia, la Spagna e la Germania. Ce l’hanno Gran Bretagna, USA e Russia, ma con altri numeri, compensi e finalità rispetto alla perfetta duplicazione dei compiti del Parlamento italiano. Non potrebbe bastare la sola Camera?
Abbiamo poi 20 “parlamentini” regionali e circa 110 provinciali: quanto costano? Qui, le cifre sono difficili da valutare: sono molto bravi a stendere bilanci, soprattutto se ricchi di “pieghe”.
I “parlamentari” regionali hanno stipendi di poco inferiori a quelli nazionali, ma sono almeno un altro migliaio. Quelli provinciali guadagnano un po’ di meno, ma sono ancor più. Cosa ci danno in cambio, di reale, Regioni e Province? E’ migliorata o peggiorata la situazione con la riforma regionale del 1970?
Esistono oramai Comuni con 200 o meno abitanti, ma anche i comuni sotto i 2000 abitanti hanno poco senso: non sarebbe meglio accorpare queste realtà per dotarle di una struttura più “esile”, e di maggiori mezzi per le esigenze della popolazione?
Qui, bisogna fare un distinguo.

La rabbia, contro l’incongruità dell’apparato amministrativo, finisce spesso per accomunare dipendenti e politici: è pur vero che esistono sacche di nepotismo, ma è altrettanto vero che negli uffici giudiziari e negli ospedali c’è scarsità di personale. E chi ha gonfiato a dismisura gli apparati amministrativi, a scapito di quelli tecnico/operativi? Sempre loro, che dovevano piazzare qualcuno in cambio del voto: si vedano, ad esempio, i “cognomi” dei dipendenti RAI. Adesso, ai loro accoliti, regalano anche 5 anni di prepensionamento.

Non serve sparare nel mucchio, come fa Brunetta, per mera audience (non è un mistero che si tratta oramai di una guerra aperta contro Tremonti, per soffiargli domani il posto): se si vuole iniziare a risistemare l’apparato dello Stato e delle autonomie locali, è da loro che bisogna partire, non dai bidelli o dagli uscieri.
Aggiungendo al danno la beffa di definire “fannulloni” persone che lavorano, mica fancazzisti come loro.
Se le sole comunità montane costano – un semplice calcolo effettuato sulle imposte che le finanziano, ossia quelle sull’acqua potabile – all’incirca 200-300 milioni di euro l’anno, a quanto ammonta il “prelievo” di grandi enti come le Regioni? Miliardi di euro l’anno?
Per la sola sanità “regionale” si stimano circa 100 miliardi di euro: se è credibile (e molte, recenti inchieste lo confermano) il noto “teorema di Craxi” – ovvero il 30% in tangenti – a quanto ammonta il fiume carsico che inghiottono? Vogliamo ricordare gli strapuntini colmi di lingotti d’oro – frutto di tangenti – trovati a casa di Duilio Poggiolini, direttore generale del servizio farmaceutico nazionale del Ministero della Sanità?
Poi, attenzione, si “fanno le unghie” con le riforme pensionistiche che risparmiano un miliardo l’anno, strombazzando ai quattro venti la non “ineludibilità” dei provvedimenti – con il risultato di mantenere i vecchietti al lavoro ed i giovani a casa – ma nessuno ricorda che si tratta pressappoco della cifra che ogni anno elargiscono alla stampa, da loro sovvenzionata e controllata.

E’ inutile continuare a fare mille ipotesi sulla “specificità” italiana, sul perché abbiamo un debito pubblico colossale: ci saranno pure le truffe sulla moneta, ma senza una cura da cavallo – questa volta per lor signori – non se ne esce.
Dobbiamo smetterla di litigare come i polli di Renzo fra chi dispone di 1000 e chi di 2000 euro, per scatenare inutili rabbie che sollazzano lor signori, i quali se la ridono di noi che litighiamo e ci tosano ancor più: dobbiamo tornare a scoprire i nostri legami comunitari, ed affermare che non si può campare con meno di 2000 euro a famiglia. Se c’è da dimagrire, che dimagriscano loro.

C’è poco da sperare anche dalla cosiddetta “economia reale”, poiché abbiamo già perso chimica ed elettronica (Gardini e De Benedetti) e, con la vendita di STET (controllata Telecom, Tronchetti Provera) a Lehman Brother, siamo fuori anche dal settore dei satelliti commerciali quando, agli albori di quel mondo, l’Italia era dietro solo ad USA ed URSS: oggi, hanno satelliti commerciali quasi tutti, Egitto e Turchia compresi[1].
Nel settore delle nuove tecnologie energetiche non siamo mai entrati: ci dilettiamo con l’antiquariato e le cavolate che spara Scajola, ovvero le centrali nucleari.
Il calo della produzione industriale del 4,4% su base annua, e la crescita zero del recente trimestre, confermano in pieno la crisi: produciamo sempre di meno beni innovativi, richiesti sui mercati internazionali.
Qualcuno non scambi il dato per una auspicabile decrescita: siamo semplicemente un Paese che si sta fermando, senza menti pensanti in cabina di regia. Non un treno che decide, scientemente, di rallentare per viaggiar meglio, bensì un convoglio che s’arresta in piena campagna.
Fuori da tutti i settori tecnologici che contano, con la ricerca dimenticata – ricordiamo la penosa nomina come sottosegretario (non bastava la “ragazzina” Gelmini) di un certo Pizza all’Istruzione, Università e Ricerca, ossia di un uomo che ha avuto il solo merito di mettere nel cassetto il simbolo della DC e di regalarlo a Berlusconi – non ci rimarrà che far concorrenza al Bangladesh sui beni di “largo consumo”. Una battaglia persa in partenza: ci consoleremo con ‘sta “Pizza”.

A Settembre, apriremo gli occhi su una nuova realtà: iniziamo a considerare tassi d’inflazione superiori al 5% e governi che, non potendo negare le oligarchie, dovranno ulteriormente tagliare servizi e stipendi, oppure aumentare la pressione fiscale. Di là delle opportunità di facciata, perseguiranno entrambe le vie, +/- L che siano, ma s’inizierà ad incidere nella carne, non sulla pelle: l’Argentina è vicina.
Noi – di là delle opportunità di facciata – dovremo tirare ancor più la cinghia: +/- un altro buco, fin quando non decideremo di spararli tutti su Marte (tanto, c’è acqua, afferma la NASA!) con un calcio ben assestato.
Alternative, non ne esistono: o iniziamo a riflettere sul come organizzarci – smettendo le inutili gazzarre che ci oppongono strumentalmente gli uni agli altri – oppure un futuro da “cartoneros” attende i nostri figli.

[1] Fonte: Repubblica, 30 Luglio 2008.