13 ottobre 2015

Cari amici di casa Pound



Sono una persona che, un tempo, si definiva “di sinistra”: oggi, quella che viene definita “sinistra” è in gran parte un’accozzaglia di ladri impuniti, che spesso s’accompagnano in quegli ignobili rastrellamenti di denari pubblici con persone di destra.
Qualcuno fa ancora riferimento ai valori tradizionali della sinistra e della destra, e per questo vale la pena parlare: altrimenti, com’era un tempo, si tornerebbe a cazzotti e pallottole. Un capitolo, spero, chiuso perché mentre noi ci scazzottavamo sulle piazze, i “democratici” si sono mangiati lo Stato come primo, la Patria come secondo e la Nazione come contorno.
Non sono d’accordo sulla vostra posizione nei confronti dei due marò – Massimiliano Latorre e Salvatore Girone – non perché sono di sinistra (o non di destra), ma perché m’intendo un poco di storie di mare e, credetemi, questa è solo una triste storia, la vicenda di uno sbaglio (o di troppo nervosismo, “grilletto facile”) che è costata la vita a due pescatori indiani.

Per prima cosa osservate bene l’immagine (una delle tante, di repertorio) del battello da pesca coinvolto nella vicenda, il Saint Antomy. Verrebbe da dire: comprereste una barca usata dal comandante di questa unità? Oppure, accettereste un passaggio – anche gratis! – su una simile bagnarola?
Nei luoghi “classici” della pirateria – la Malacca, ad esempio – le imbarcazioni usate dai pirati sono i pronipoti dei “praho” di salgariana memoria: spinti da grossi motori da camion (che esprimono 400 Cv ed oltre) si posizionano a prua della possibile preda, tendendo una cima fra due imbarcazioni pirata. E’ la prua stessa della vittima – incocciando nella cima – a tirarsele sottobordo.

Il Saint Antony poteva (oggi è affondato, non c’è da meravigliarsi!) esprimere una velocità massima di 8-9 nodi (1). La Enrica Lexie senza dubbio di più: la velocità commerciale media è di circa 8 nodi, ma la macchina può senz’altro portarla fino a 12 nodi, questa è la velocità di una media petroliera/portacontainer di quella stazza.
Le due imbarcazioni procedevano quasi su rotta di collisione per 180° circa l’una nei confronti dell’altra, in pratica prua contro prua, al punto che – quando vi furono gli spari –  il Saint Antony sfilava di controbordo a circa 100 metri dalla Enrica Lexie. Una delle vittime – il timoniere – fu trovato morto “appeso” al timone: s’ipotizzò addirittura che dormisse all’atto dei luttuosi eventi.

Domanda: perché il comandante mercantile – Vitelli – se era in dubbio riguardo alle intenzioni del peschereccio, non ha fatto bloccare il timone ed aumentare la velocità, richiamando il personale dalla plancia (è tutta a vetri, e se si spara possono essere colpiti), per metterlo al riparo da ogni rischio? Se il peschereccio fosse stato una nave “pirata”, avrebbe dovuto necessariamente lasciare sfilare la nave, poi invertire la rotta di 180° ed inseguire la Enrica Lexie (senza nessuna speranza di raggiungerla).
Dopo pochi attimi, si sarebbe tornati in plancia e la navigazione sarebbe proseguita come di consueto: non v’erano altri bersagli sul radar, almeno a breve termine (1). Qualora il peschereccio avesse messo il “turbo” (cosa risultata a posteriori impossibile, perché era solo una vecchia carretta da pesca), a quel punto si poteva prendere in esame la risposta armata. Quando ho parlato di “grilletto facile” non ho blaterato a vanvera.

Non addentriamoci sull’analisi delle differenti versioni, perché la fantasia è sempre tanta, ma limitiamoci ad asserire, confermato da prove, che i due morti sul Saint Antony furono colpiti da munizionamento NATO (presenti i Carabinieri italiani all’autopsia), che la barca era ridotta ad un colabrodo mentre nessun colpo aveva raggiunto la Enrica Lexie. Anche perché gli indiani erano disarmati. Dove avvenne lo scontro?

Secondo la perizia del Collegio Capitani (in nota) a circa 20,5 miglia nautiche dalla costa, all’esterno delle acque territoriali, ma all’interno della Zona Contigua, che l’India ha ratificato con la convenzione di Montago Bay:

La zona contigua si estende dal mare territoriale non oltre le 24 miglia nautiche dalla linea di base. In quest'area lo Stato costiero può sia punire le violazioni commesse all'interno del proprio territorio o mare territoriale sia prevenire le violazioni alle proprie leggi o regolamenti in materia doganale, fiscale, sanitario e di immigrazione. Ciò rende la zona contigua una hot pursuit area.” (2)

L’India aveva dunque pieno diritto ad effettuare l’arresto: si è fatto molto chiasso su questa vicenda, cercando d’aggrovigliare le miglia marine come fossero capelli, ma ci si dimentica che gli israeliani assalirono la Mavi Marmara (mercantile della Freedom Flotilla) a 40 miglia dalle loro coste, in piene acque internazionali, e nessuno mosse un baffo. Quello fu, a tutti gli effetti, un vero atto di pirateria.

La vicenda è intricatissima, perché in India vige la pena di morte: più volte, però, magistrati e politici indiani hanno precisato che “per quel tipo di reato non è prevista la pena di morte”.

25 marzo 2013 - Viene costituita a Nuova Delhi la Corte Speciale che dovrà giudicare i due marò e che sarà presieduta da un "magistrato capo metropolitano" il quale, in base ai commi 1 e 4 dell'articolo 29 del Codice di procedura penale indiano, può infliggere "ogni sentenza consentita dalla legge eccetto la pena di morte, l'ergastolo e l'imprigionamento per un periodo eccedente sette anni".

Più chiaro di così...insomma, il massimo (per due omicidi, secondo gli indiani) sono 7 anni di reclusione. Quasi come in Italia.

C’è da dire che la pazienza indiana è stata più volte messa a dura prova, dalle intemperanze dell’allora Presidente Napolitano – che ricevette i due marines come se fossero stati due eroi – e dalle “scommesse” dell’allora Ministro degli Esteri Terzi, il quale dichiarò che i due militari non sarebbero più tornati in India, dopo uno dei molti “permessi” che l’India concesse (senza esser tenuta a farlo). Obbligando gli indiani a limitare la libertà del nostro ambasciatore, e facendo fare agli italiani la figura degli scugnizzi che se la fanno sotto.

Poi, sulle Tv indiane passarono le immagini delle manifestazioni a favore dei due militari, una delle quali con un colossale striscione che rappresentava la portaerei Conte di Cavour. Signori, spero che qualcuno abbia voluto scherzare: inviare la nave – non si sa bene perché – con i suoi 12 Sea Harrier contro i Mig-29 ed i Sukhoi-30 indiani? Contro le loro portaerei? Sì, scherzavano: l’India, oltre ad essere la più grande democrazia del pianeta, ricordiamo che ha l’atomica.

Tutta la vicenda, ricorda un poco una canzonetta “Tu vo’ fa l’ammericano, ‘mmericano, ‘mmericano...me sei nato in Italy...” e la cosa stupefacente è che l’Italia ha voluto giocare il ruolo imperiale degli USA, uscendone con le ossa rotte. Un proverbio tibetano recita “La volpe che vuole imitare la tigre, finisce per spezzarsi la schiena”.

Eppure tutti abbiamo sofferto e mugugnato parecchio per la vicenda del Cermis (4): una scommessa, la scommessa di passare sotto i cavi di una funivia costata la vita a 20 persone. La commissione d’inchiesta si stupì parecchio per i pochissimi danni subiti dall’impennaggio verticale dell’A-6 Intruder: praticamente, solo una modesta “intaccatura” del piano verticale. La faccenda fu spiegata con le confessioni dell’equipaggio e di altri membri dello staff americano ed italiano: era stata una scommessa. Per questa ragione l’impennaggio soffrì così lievi danni: essendo l’aereo già in fase di cabrata, “tagliò” la cima d’acciaio della funivia come la lama di un coltello.
Eppure, in quella vicenda, non ci fu un solo giorno di prigione per i militari americani, che si appellarono alla famosa convenzione che regola le missioni USA all’estero: giudicati in patria, dove diedero loro un buffetto. Tutto il personale dell’A-6 tornò a volare in breve tempo, appena le acque si furono chetate; chi chiede il giudizio in Italia per i due marò, dimentica un piccolo particolare: l’India non è un Paese NATO!

Quella sentenza, quel modo di trattare degli statunitensi, ci sta bene? Ne siamo soddisfatti?

A ben vedere, l’India non ha fatto altro che chiedere un’equanimità di giudizio (pur in presenza di sistemi giuridici diversi), comprendendo che fu un tragico incidente dovuto alla paura ed alla carenza di comando e controllo del personale militare imbarcato: l’ufficiale più vicino alla Enrica Lexie era a Gibuti!
Altrimenti, cosa vi sembra una richiesta di 7 anni di reclusione, peraltro da scontare in ambasciata?!?

Piuttosto, gli italiani dovrebbero indagare e punire chi lasciò soli nelle loro mortale decisione i due fucilieri: il sergente che comandava la squadra? Il comandante Vitelli? Un ufficiale distante tremila miglia marine? Siamo dei veri specialisti nel creare procedure fumose, le quali finiscono per lasciare il cerino in mano all’ultima ruota del carro.
Quello può anche essere compreso in Italia (oramai, in termini di diritto, siamo dei veri pervertiti, al punto che siamo governati da anni da una classe dirigente dichiarata fasulla dalle corti Costituzionale e di Cassazione!) ma non si può chiedere che sia capito in India, Paese dal solido impianto giuridico, mutuato dal sistema britannico.

In fondo, cos’ha fatto l’India? Ha chiesto quello che dovevamo chiedere, noi italiani, all’indomani della tragedia del Cermis: si è comportata da Paese sovrano.
Siamo noi che ci comportiamo da Paese subalterno agli USA: e desideriamo che le nostre scelte (opinabili) valgano erga omnes?

Un altro capitolo è, invece, la questione generale della pirateria in mare, tornata a farsi sentire nel recente ventennio: prede “succose” e disarmate, una povertà apocalittica, e la facile disponibilità d’armi portatili sono il mix che ha generato questa situazione.
Dimentichiamo che, fino a metà Ottocento (praticamente, nel periodo d’affermazione degli Stati nazionali) non c’era distinzione fra marina militare e mercantile: gli ultimi a “disarmare” sono stati i russi, con la fine dell’URSS. Mentre un tempo, su qualsiasi nave, il comandante aveva in tasca le chiavi dell’armadietto delle armi – solo pistole, i sovietici avevano i Kalashnikov – oggi le navi sono completamente disarmate, gli ufficiali mercantili non vogliono saperne.
Può darsi che qualche marineria sia ancora armata, soprattutto ai confini del mondo, ma in Europa no, non se ne fa nulla, perché gli equipaggi affermano che sono pagati per portare le navi, per difenderle nei fortunali, non per fare la guerra all’Olonese.

Per eliminare totalmente la pirateria basterebbe installare un cannoncino a tiro rapido (30 mm, ad es.) automatico, che consentirebbe di avvertire il bersaglio con una raffica davanti alla prua. Come si faceva un tempo. Poiché dei pirati armati con fucili mitragliatori o, al più, lanciarazzi nulla potrebbero contro un’arma del genere. E, si noti, tali armi potrebbero anche essere manovrate dal personale mercantile, senza costi ulteriori per gli armatori, giacché sono completamente automatizzate per la condotta del tiro: della serie, punto a 200 metri dalla prora e l’arma non sgarra di un solo metro.

Ma, qui, ci si scontra con notevoli questioni giuridiche: possesso d’armi nei porti, codifica della nave (mercantile o militare?), riluttanza del personale mercantile...se volete (5), c’è in nota una buona disanima sull’argomento.
L’unica cosa da non fare è trasformare un evento luttuoso, uno sbaglio in una questione internazionale d’orgoglio patriottico, peraltro incomprensibile in simili frangenti: lasciamo che i due marò trascorrano la loro pena in ambasciata, in India (ciò che resterà da scontare dei 7 anni), e faremo una figura onorevole. Siamo ancora in tempo per rimediare, ricordando che l’India poteva comportarsi in ben altra maniera: altro che 7 anni!





6 commenti:

Hanns A. Hoefer ha detto...

Questo servizio è veramente molto utile per capire questa 'strana storia'.
Forse c'era ancora da dire che in quella zona, cioè davanti alle coste del Kerala, finora non si è mai registrato nessun tentativo di pirateria.
Cordiali saluti.
Hanns A. Hoefer
Venezia

antonio licciardi ha detto...

Ho letto con interesse il suo articolo, che pone sicuramente quesiti e spunti interessanti. Tuttavia non concordo con alcune sue affermazioni.
In particolare, lei sostiene:"ma limitiamoci ad asserire, confermato da prove, che i due morti sul Saint Antony furono colpiti da munizionamento NATO (presenti i Carabinieri italiani all’autopsia), che la barca era ridotta ad un colabrodo mentre nessun colpo aveva raggiunto la Enrica Lexie."
Con riferimento al munizionamento che ha colpito i due poveri pescatori indiani, lei saprà perfettamente che tra i documenti presentati dall'India all'ITLOS (Annex 4) c'è l'autopsia effettuata sui corpi delle vittime che indica un calibro che NON è in dotazione ai militari italiani.
Quanto alla sua affermazione che la barca (il St Antony) fosse ridotto ad un colabrodo, le segnalo questo link della BBC dove è presente il video girato dalla BBC stessa da cui si evince in maniera inequivocabile che il peschereccio sia stato colpito da pochi singoli colpi (mi pare 4 in tutto), con i vetri tutti intatti e certamente non ridotto ad un colabrodo come da lei sostenuto:
http://www.bbc.com/news/world-asia-17196458
Un cordiale saluto

Antonio Licciardi



Eli ha detto...


Questa volta hai toccato un argomento davvero spinoso.
Con competenza e buon senso, davvero merce rara di questi tempi.

In questa storia risaltano la lentezza indiana nel non decidere, e gli incredibili favoritismi che hanno ricevuto i due presunti sparatori.
Non si è mai sentito di detenzioni in ambasciata, e di viaggi-premio per Natale e Pasqua degli imputati per consentire loro la vicinanza con le famiglie.
Quando qualche connazionale è stato beccato a trafficare in oro o droga, con accuse ben inferiori a quella di omicidio, è stato sbattuto in galere indiane per sei o dieci anni, senza tanti complimenti. E nessun presidente ha levato la sua voce per difenderli, si trattava di contrabbando, perbacco, mica di "effetti collaterali" del business!

Per farsi un'idea -vaga- di cosa sia una galera indiana, si può sempre leggere lo stupendo libro Shantaram, di Gregory David Roberts, un rapinatore australiano evaso dal carcere di Pentridge e rifugiato in India. Uno che la galera indiana l'ha conosciuta davvero, non come i due coccioloni mercenari a $467.00 al giorno. Evidentemente costoro avevano un pesante karma in India, potrebbero approfondire, mentre passeggiano nei saloni e nei giardini dell'ambasciata di New Delhi, che peraltro conosco.

E i due pescatori sono sicuramente morti di raffreddore.

Carissimi saluti.
E.

Carlo Bertani ha detto...

Voglio dare qualche informazione aggiuntiva:

Il peschereccio non era iscritto come tale, nel senso che questi lavoravano in nero. Per quel che si sa, non avevano dotazioni elettroniche di rilevamento attivo/passivo (se lavoravano in nero...) insomma, poveracci che pescavano qualche tonno per campare ed evadevano le tasse. Al momento dei colpi, pare che tutti dormissero - lo so che sembra una follia, però la stanchezza in mare fa questi scherzi - compreso il timoniere. Questo spiega la strana rotta dell'imbarcazione.

La perizia autoptica (e balistica) è stata eseguita alla presenza dei Carabinieri italiani. Successivamente è comparsa una seconda perizia (contrassegnata come "Di Stefano", che scagionava i militari, ma alla quale è stato dato poco credito anche in Italia.

Gli altri militari italiani furono rilasciati sotto promessa di tornare in India per eventuali interrogatori. Quando si manifestò questa necessità, risposero che non sarebbero andati. L'India s'accontentò di una videoconferenza. La parola d'onore, evidentemente, ha diversi significati secondo il Paese che s'impegna (sic!).
Saluti a tutti

Roberto ha detto...

Ciao a tutti.

Le prime informazioni sul fatto le ebbi da un mio amico
ex consigliere comunale della ex forza italia.

Mi disse che la cosa migliore era quella di lasciare fare
ai tribunali Indiani, stare zitti zitti visto che i marò
erano già alloggiati comodi e non in prigione e tutto si
sarebbe risolto con la lentezza tipica degli indiani ma
senza danni per nessuno a parte una vacanza un po' forzata
di qualche tempo.

E' tornato recentemente sull'argomento e mi ha detto che se l'Italia
avesse fatto così i marò, oggi, sarebbero stati già a casa.

Lui non è partenopeo ma in pratica consigliava la pratica
del "lassa fà" che è molto praticata anche in Italia.

Per me non è giusto che vengano prese difese 'presidenziali'
a due scapestrati che hanno fatto un grosso errore.

Io come persona e come cristiano sono disposto a comprenderli
e perdonarli ma chiederei loro un minimo di coerenza se non
proprio di pentimento. Diciamo un minimo di assunzione di
responsabilità, cosa peraltro rarissima in Italia.

A questo proposito ci sta bene questa citazione:
"siamo uomini o caporali?"

Infatti, come dici anche tu, molta della responsabilità
dell'accaduto è proprio sulla testa di chi questa cosa
l'ha voluta, gestita, guidata e comandata.
Di queste persone o personaggi si tace e la gente
sente solo dire "poveri marò lontani da casa"
ma mai "perché i marò erano lì abbandonati alle loro
paure e con armi in mano?"

saluti

RA

Lanzo ha detto...

Ma non stanno in una prigione indiana (che non augurerei a nessuno) bensi' presso la residenza dell'Ambasciatore italiano continuando ad essere pagati, non so se paga normale o quella triplicata. Pare che l'"ambasciatrice" con la puzza sotto il naso, fosse pure scocciata di trovarseli fra i piedi sti due terruncelli, fossero almeno stati "baroni" nel sud c'e' un'abbondanza anomala di conti e baroni.