15 febbraio 2009

Ma cos’è questa crisi?

L’aria che si respira, durante la riunione sindacale della CGIL, è pesante. Non si parla solo della frattura sindacale con CISL ed UIL, dei contratti di carta straccia, di leggi e leggine, le quali piovono sulla scuola come coriandoli in uno scenario che, di Carnevale, non ha nulla.
C’è il segretario provinciale, che tratteggia la situazione e sciorina dati: la cassa integrazione è triplicata in breve tempo, ed anche coloro i quali sono privi di qualsiasi protezione sociale aumentano, compresi i precari della scuola che rimarranno a spasso. Un camposanto.
Anche le frecciate sul piccolo ministro della Funzione Pubblica rimangono sullo sfondo, poiché la domanda che aleggia nell’aria – inespressa ma presente sui volti – è la stessa: dove andremo a finire?

I dati sul reale impatto della crisi economica si susseguono e s’accavallano: ciascuno cita una cifra più alta di quella del giorno prima, mentre il governo ha scelto la strada d’urlare più forte per tacitare i brusii. Se non basta proclamare urbi et orbi che esiste il traffico d’organi, si monta subito una bella disfida di Barletta su Eluana. Domani? Speriamo che il solito rumeno ne combini qualcuna, altrimenti siamo spiazzati. Ci salverà il Grande Fratello, ma è un’ancora di salvezza poco affidabile.
L’impressione che si ricava da questa crisi finanziaria è quella di una spada di Damocle sospesa, che non si sa con precisione quanto incombe e quando calerà con fragore.
Si scomodano, allora, i precedenti storici e, ovviamente, la crisi del ’29 la fa da padrone. Sarà sufficiente?
Gli aggettivi si sprecano: “epocale”, “imprevedibili effetti”, “catastrofica”…ma…le ragioni?
Certo, quelle più evidenti sono state chiarite: la creazione di ricchezza fasulla, di una montagna di carta straccia timbrata come moneta o certificato di credito, poi rivenduto, ecc. Perché è stato permesso? Qui, la cosa si complica, perché esiste un legame fra le guerre degli ultimi decenni e la cosiddetta “crisi finanziaria”.

Per capire le ragioni profonde ed importantissime di questa crisi – di questa punta dell’iceberg – potremmo partire all’incirca dall’anno di Grazia 1500, quando Cabral sbarca sulle coste del Mozambico e fonda le prime colonie portoghesi. Ho scritto “potremmo”, poiché le colonie oltre il Capo furono solo il seguito di quelle create ad Occidente del Capo di Buona Speranza, già nel XV secolo. Qual era la ragione di tanto ardire? Giungere alle isole delle spezie per mare, senza dover sottostare alle esose richieste dei mercanti arabi.
Quei piccoli borghi medievali fortificati sulle coste dell’Africa, rappresentarono un crinale della Storia: prima, Oriente ed Occidente erano appena consci della presenza, l’uno, dell’altro. Pochi anni dopo, iniziavano a confrontarsi.
Fino a quel momento, la Cina godeva d’alcuni primati tecnologici, soprattutto nella costruzione d’altiforni e nella chimica: la polvere da sparo fu una loro invenzione, anche se non ci sono prove storiche così certe.
In pochi anni, però, il primato passò all’Occidente: perché? Poiché era Cristiano.

Superiorità religiosa? No, più prosaicamente, una questione metallurgica: i Cristiani fabbricano campane, gli orientali i gong.
Se “allungate” un gong potrete ottenere al massimo un catino, mentre se “snellite” una campana otterrete un cannone: i primi fabbricanti di cannoni, già nel XIV secolo, erano tutti ex fonditori di campane.
Anche i cinesi usarono la polvere da sparo per la propulsione di lancio, ma utilizzarono i bambù come recipienti e – si comprende facilmente – un cilindro di ferro, più capiente e robusto di uno di bambù, lancerà più lontano un proiettile più pesante.
Ecco la "chiave”, una prima risposta per capire come mai l’Oriente diventò “territorio di caccia” per gli occidentali e non il contrario.
Le cronache riportano una lunga sequenza di “accordi commerciali” e “protettorati”, nati e cresciuti all’ombra di un vascello o di una cannoniera ancorati di fronte alle coste altrui.

I secoli seguenti vedono l’affermazione dapprima commerciale, poi decisamente coloniale, dell’Occidente: le Compagnie delle Indie ed i viceré nelle colonie sono carte dell’identico mazzo.
Ancora nell’800, le cannoniere americane di Perry (1854) “aprirono” le porte del Giappone, mentre quelle francesi servirono identica “portata” (con la battaglia navale di Fu-Chan, nel 1884) alla Cina.
La prima metà del ‘900 non muta lo scenario, mentre la seconda inizia con qualche sussulto: nel 1953, per convincere il riottoso Primo Ministro iraniano Mossadeq ad accettare le “generose” offerte delle compagnie petrolifere occidentali (il 6% agli iraniani, il 94% alla BP & soci), Eisenhower invia un emissario “speciale” – il generale Norman Schwarzkopf sr, ricordate questo nome? – il quale riesce, con un colpo di stato abilmente diretto da Washington, a cancellare ogni anelito d’equità nella ripartizione delle risorse iraniane.
Nel 1948 nasce Israele, il quale – oltre ad una serie di ragioni ben note relative al sionismo – ha il compito di “sentinella” per il Canale di Suez e per gli sviluppi del sistema d’approvvigionamento petrolifero, in questo coadiuvato dalla famiglia regnante degli Al Saud.
Il sistema neocoloniale ancora tiene: le piccole caravelle di Cabral continuano a segnare il tempo ed a riproporre la prassi dell’appropriazione, spesso truffaldina, delle risorse altrui. Ma i giorni passano.

La lunga guerra in Vietnam rivela, per la prima volta, che gli USA non sono invincibili, ma non è questo il “giro di boa”. Lentamente, l’Oriente si risveglia: in Occidente si ride, alla comparsa sulle bancarelle dei mercati rionali, delle bamboline in legno e pezza “made in China”. Ma guarda ‘sti cinesi…riusciranno a farle così bene perché hanno le mani piccole…
Nel 1991, un altro Norman Schwarzkoft (jr, il figlio del precedente “inviato” in Iran, buon sangue non mente) guida la “Felicissima Armada” che convince Saddam Hussein a “mollare” il Kuwait, e tutto sembra continuare come sempre: se alzi la testa, l’Occidente – unito – spara ad alzo zero.
Verrebbe da dire “e arriva l’11 Settembre”, ed invece non lo affermiamo proprio, perché c’entra poco o nulla.
Arrivano, invece, computer dalla Cina e software house dall’India: poi, tutto precipita. Dal Brasile all’Iran, dalla Malesia alla Russia, il “non-Occidente” si mette a fabbricare ed a commercializzare di tutto: elettronica, energia, meccanica, chimica…
Le caravelle di Cabral s’arenano e, con esse, cinque secoli di predominio mercantile e militare sul Pianeta.
La risposta?
Secondo copione, partono le cannoniere, ma ottengono ben poco: per comprendere in qual basso stato siano giunte le armi occidentali, basti pensare che, pochi giorni or sono, a Kabul hanno dato l’assalto al palazzo presidenziale. Karzai s’è salvato per miracolo, mentre l’Iraq è oramai un affare chiuso: un fallimento che attende solo l’Ufficiale Giudiziario.
La forza dell’Occidente, per questi cinque secoli, è stata sorretta da due aspetti: denaro e cannoni. I quali, se manca il denaro, servono a poco. E allora? Se non possiamo più stampare vagoni di carta moneta a ufo…creiamo ricchezza finanziaria fasulla!
Nel volgere di mezzo secolo, gli USA sono passati dal controllare il 50% del commercio mondiale al 20%, oggi forse ancora meno, e l’Europa non ha certo colmato quei vuoti.
Li stanno colmando legioni di uomini d’affari cinesi, indiani, brasiliani…che vendono di tutto, di tutto di più. Vendono perché fabbricano, fabbricano perché progettano, progettano perché studiano: noi, siamo ridotti a creare truffe.
Domandiamoci, allora, la natura di questa crisi partendo da tre ipotesi di “scuola” marxista:

1) Una crisi ciclica del capitalismo.
2) La crisi terminale del capitalismo.
3) Una crisi d’assestamento verso nuovi equilibri internazionali.

Abbiamo distinto le ipotesi 1 e 3, anche se presentano molti punti in comune, sulla base delle cause: endogene, ossia crisi di ristrutturazione degli apparati produttivi nel primo caso (modello anni ’70 del ‘900, ad esempio, oppure le grandi trasformazioni della seconda metà dell’Ottocento, ecc) e cause geopolitiche nel terzo, pur rendendoci conto che esistono parecchi aspetti interdipendenti fra i due fenomeni.

Un secondo aspetto, da approfondire, concerne l’analisi “tecnica” degli eventi, ossia le evoluzioni parallele dei fenomeni in atto, se confrontate con altri sconquassi economici del passato.
La crisi del 1929 ben si presta perché è vicina a noi – gli “attori” portano, a volte, quasi gli stessi nomi, gli Stati coinvolti pure, ecc – e, soprattutto, poiché consente d’analizzare gli eventi utilizzando i parametri dell’economia contemporanea.
Ci sono, ovviamente, delle differenze: ad esempio, all’epoca era ancora in vigore l’ancoraggio all’oro di parecchie monete, ma non è questo il fatto saliente.
Una crisi, se analizzata partendo dagli effetti puramente economici (parametri, ecc), può condurre a parallelismi che non hanno ragion d’essere poiché, come avviene per la diagnosi di una malattia, effetti simili od addirittura perfettamente sovrapponibili possono derivare da cause molto diverse. E’ questo il caso.

La crisi del 1929 non fu minimamente catalizzata da eventi esterni all’Occidente: nessuno, all’epoca, era in grado d’impensierire il commercio internazionale gestito dalle potenze dell’epoca. Tutti i Paesi, oggi emergenti, erano colonizzati od asserviti oppure, come l’URSS, alle prese con infiniti guai interni. Grandi Paesi come la Cina od il Brasile, nel commercio mondiale, valevano pressoché zero.
La crisi del 1929 rivelò i rischi di un capitalismo lasciato galoppare senza freni – le “bolle finanziarie” spadroneggiarono anche allora – ma era il contesto economico reale (la cosiddetta “Main Street”), ossia la potenzialità di ricchezza, la possibilità d’espansione economica ad essere diversa rispetto all’oggi.
Per questa ragione, ebbero successo le politiche keynesiane: la “Tennessee Valley” fu possibile perché lo Stato (per nulla indebitato) varò il deficit spending per incentivare l’agricoltura ed i trasporti negli stati del Sud.
Oggi, un ipotetico “piano” per “Silicon Valley” sarebbe improponibile perché Silicon Valley, nel nostro tempo, è in Cina, India, Malesia…
Queste premesse, ci portano a concludere che l’attuale crisi del capitalismo non è una crisi “terminale”, proprio perché – da qualche parte – esistono aree che possono ricevere nuova industrializzazione, incrementare i consumi, ecc.
Sull’altro versante, un simile spostamento di ricchezza, produzione, conoscenza, ricerca…non può “transitare” senza scossoni epocali: perdere cinque secoli di predominio, è un trauma equivalente alla caduta di un impero dell’antichità.

La fiaba, raccontata in tutte le salse, della produzione “diversificata” e globalizzata e, dall’altra, di una finanza accentrata in poche mani occidentali, sta svanendo come neve al sole.
L’opulenza della piazza finanziaria di Londra si consuma nell’evidenza dei licenziamenti, nelle banche salvate dalla mano pubblica, ossia in una partita di giro che vede caricare sulle spalle dei cittadini le perdite del sistema finanziario. Un partita di giro truccata, poiché a soffrire dei disastri finanziari è prevalentemente la parte più ricca della popolazione, mentre a subirne gli effetti saranno – con l’estinguersi dello stato sociale – i settori meno abbienti.
Mentre metà del Pianeta s’interroga su dilemmi di natura espansiva – finanziari, tecnologici, ambientali, ma sempre espansivi, poiché ci sono secoli di domanda interna da colmare – l’altra metà non trova risposte, perché quelle risposte esigerebbero proprio la presa di coscienza di un mondo non più “eurocentrico” oppure “amerocentrico”.
Al più, dopo i fallimenti della politica unilaterale di Bush, si torna a parlare di “multipolarismo”, ma il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU rimane solidamente ancorato nelle mani di cinque attori, tre dei quali sono potenze un tempo coloniali o neocoloniali: si stenta a comprendere che un “G20”, oggi, deve prender forma su piani d’assoluta parità.
Ancor più drammatico, è capire quale potrà essere il futuro di vecchie ed azzimate signore – un tempo padrone del pianeta – che oggi si ritrovano con le pezze al sedere. Premere sull’acceleratore dell’innovazione tecnologica?

Non si può certo rifiutare lo sforzo per la conoscenza, ma aspettarci grandi frutti da queste politiche è incerto, giacché bisogna fare i conti con la novità: non siamo più in testa, stiamo inseguendo.
Anche nel nuovo comparto energetico – l’unico che, forse, consente all’Occidente il vantaggio di un’incollatura – dobbiamo considerare che le potenzialità dell’Oriente – ricerca, finanza, produzione – crescono con numeri a due cifre, non con i nostri asfittici “0,…%”. Se i cinesi si mettessero a costruire pannelli solari, c’è da giurarci che in breve tempo li costruirebbero migliori ed a minor costo rispetto ai nostri.
L’unica sfida che l’Occidente dovrebbe accettare non è nella corsa economica o tecnologica: la presa di coscienza della propria condizione di “poveri in divenire”, dovrebbe accelerare il dibattito sulla distribuzione della ricchezza, sul valore stesso di “ricchezza”, sulla necessità d’essere “ricchi”.
In fin dei conti, restiamo Paesi “ricchi”: non ci mancano certo i beni primari e la protezione sociale, e siamo in grado d’avere anche un po’ di superfluo; ciò che non ci potremo più permettere, è di vivere credendoci nababbi hollywoodiani.

Roma fu invincibile e padrona assoluta per secoli: eppure Roma lasciò poco, mucchi di macerie che oggi chiamiamo “ruderi”. Atene non dominò quasi nulla, però i suoi fondamenti sono, ancora oggi, le basi della nostra conoscenza.
Diventa allora essenziale riportare il dibattito sui valori fondanti del nostro vivere: aspetti giuridici ed economici, difesa e rivalutazione dei grandi principi costituenti da un lato, serrato dibattito per riportare alla collettività le leve dell’economia.
Recentemente, un uomo politico italiano (poco importa chi è, la pensano quasi tutti così) ha dichiarato “di non essere attratto dalla decrescita”: “decrescita” non potrà più essere un vago concetto sul quale decidere “quoto” o “non quoto”, poiché ai cinesi frega assai di cosa “quotiamo”. E, se lasceremo fare al “mercato”, non otterremo mai risposte perché il “mercato” non prende in considerazione aspetti culturali: valuta l’incremento, o il decremento, e su quella base decide.
La decrescita, invece, non può fare a meno di una profonda rivisitazione – su basi culturali – del nostro vivere: solo dopo si potrà decidere se costruire autostrade od incrementare la ferrovia, se passare ad un sistema di produzione/consumo d’energia su piccola scala, se intervenire sull’obsolescenza dei beni, ecc.
La politica, insomma, senza valori culturali di riferimento, si riduce ad un mero esercizio di calcolo: di soldi, di voti, di favori.

Voglio portare un esempio che può sembrare provocatorio, e che non lo è per niente.
L’Italia è un Paese fortunato, fortunatissimo. Non abbiamo quasi petrolio, ed abbiamo industrie che anche altri hanno, spesso più solide delle nostre.
La Francia ha Versailles, la Spagna il Prado, la Russia l’Hermitage, la Germania i castelli del Reno…ma nessuno ha la reggia di Caserta, gli Uffizi, Venezia irripetibile, Roma mozzafiato, antichità greche, rinascimentali…anche il più sperduto borgo ha qualcosa che all’estero si sognano. Viviamo in un grande museo a cielo aperto.
E’ mai possibile che dobbiamo perdere terreno nei confronti d’altri Paesi europei proprio sul turismo?!? Ogni anno che passa, quando si fanno i conti sulla stagione turistica, è un fazzoletto di lacrime in più rispetto a quello precedente.
Eppure, gli studi sul turismo evidenziano che l’unico settore che “tiene” è quello dell’arte, soprattutto per i milioni di “nuovi ricchi” orientali. Non potremo mai fare concorrenza alle spiagge tropicali, mettiamocelo in testa: non riusciamo nemmeno a reggere il confronto con Spagna e Croazia.
Osserviamo, allora, l’importanza che l’Italia assegna al suo patrimonio artistico – il suo petrolio! – dai nomi dei ministri chiamati ad amministrarlo. Buio pesto, che più pesto non si può.
Dai palesi incompetenti – Bondi, Urbani – a quelli in altre faccende affaccendati, Veltroni e Rutelli: non uno che abbia fatto qualcosa, che abbia varato consistenti investimenti per la manutenzione e per il restauro d’altri, enormi patrimoni ancora sotterra o nei sotterranei dei musei.
Questi patrimoni, domani – se affiancati da una politica d’investimenti nei settori di supporto (alberghiero, ricettivo, ecc) – si potrebbero trasformare in milioni di posti di lavoro per tutti quegli italiani che non possono fare concorrenza ai cinesi nel produrre magliette e computer.
Perché non viene attuato nulla? Un caso? No, troppo semplice.

La ricchezza che si creerebbe, mettendo finalmente a frutto il nostro patrimonio artistico, sarebbe diffusa sul territorio, ne godrebbero milioni di “signori nessuno”, giovani senza lavoro, gente di mezza età che lo perde. In altre parole: noi. E’ lo stesso, perverso meccanismo che mette bastoni fra le ruote alla produzione energetica diffusa.
Ancora una volta, l’ostacolo è di natura culturale: la ricchezza diffusa (anche modesta) genera cittadini, quella dispensata dall’alto per non cadere in miseria, produce sudditi.
E, non sia mai, che ciò comporti una perdita di potere da parte di quel milione d’italiani che vive di politica, di mala politica, d’affari legati alla politica, poiché entrerebbe in contraddizione con il primo, vero articolo della nostra Costituzione:

Art. 1 bis: L’Italia è una repubblica oligarchica, fondata sul conflitto d’interesse e sul potere delle Caste.

Perciò, partendo da questo semplice esempio, possiamo capire ciò che c’attende per la cosiddetta “crisi economica” – che di strettamente economico ha ben poco – poiché l’economia (“governo della casa”) non è un dogma e tutti dovremmo parteciparvi. Non è accettabile dover sottostare ad imposizioni dettate da personaggi che fanno parte dello stesso mondo che fabbrica ricchezza fasulla! Perché un signore in doppiopetto di un’agenzia di rating – spesso collusa con le banche truffaldine – può decidere il futuro dei miei figli?
Per imbonirci, i politici nostrani usano strategie diversificate: si nasconde la testa sotto la sabbia (centro destra), oppure si vagheggiano astrusi parallelismi con la (per ora, tutta da verificare) politica di Obama (centro sinistra). In definitiva, ci raccontano solo un mare di frottole.
Nel primo caso, servono potenti anestetici (c’è il traffico d’organi! Eluana! Grande Fratello forever!) per tentare d’addormentare la popolazione sempre più stanca ed avvilita, mentre nel secondo si mesta nel torbido, perché è facile promettere una politica d’innovazione, soprattutto energetica, senza affrontare il nodo della gestione. A che servono, auto elettriche “targate” ENEL od ENI? A cambiare cappio, per strozzarci in un altro modo?

Non perdiamo altro tempo per analizzare, per spaccare il capello in quattro e conoscere finalmente il nome di colui che stampava carta straccia, e nemmeno se può essere più affidabile del suo socio: domani, potrebbero semplicemente scambiarsi la scrivania. Il passaggio storico è di quelli da far rizzare i capelli – questo è da tenere in primo piano! – e non sono stati i trucchi di quattro banchieri a generare il disastro: c’era già prima.
Ciò che la Storia c’insegna, è che questi enormi mutamenti richiedono la nostra attiva partecipazione: nuove idee, nuovi stili, nuovi obiettivi.
Ci arriveremo? Senza dubbio, ma la Storia ci racconta anche qual è il discrimine, il crinale che separa l’accettazione supina dalla fattiva elaborazione: milioni di morti.

10 commenti:

marco03 ha detto...

Caro Carlo hai toccato veramenete un bel tasto: Che cosa è la crisi? COsa possiamo fare per contrastarla? Quale deve essere il nostro atteggiamento al mutare degli eventi? Tu hai parlato di un settore ( turismo ) dove io lavoro e che quindi a me sta molto a cuore.Lavoro a Roma in un hotel a 4stelle in una delle principali vie turistiche (Via Veneto).Ho visto da 12 anni ad oggi profondi mutamenti in questa area, da terra di attori attrici e illustri politici a terra di nessuno.Hanno creato vari Gazebi su strada per e attrarrei passanti depauperando i marciapiedi..Ora che c'è poco passaggio e che i politici cercano di farsi vedere poco nei loro sfarzi i gazebi sono vuoti, rimasti soli con i loro prezzi da 100 euro a menu.Gli hotel romani mantengono sempre il loro fascino antico e datato ma entrando dentro si troveranno portieri occupati a parlare al telefono e ad affrontare un check-in di 20 greci assatanati ,un facchino con un vagone di bagagli che ha lasciato in sospeso la pulizia di una camera ed un cameriere che mentre fa un caffè al bar sta preparando un room service e sta ricevendo una chiamata della cucina che lo avvisa chè i primi piatti del tavolo 7 ( 6 spagnoli che divideranno tre pizze) sono pronti. Ora è arrivata la crisi gli alberghi sono semivuoti e si sta pensando di affrontarla al solito modo italiano: tagliamo un camerire la,un cuoco di la un facchino ecc. Si pensa all' introduzione di coperative, alle quali affidarsi all' occorenza.Caro Carlo è tutto vero quello che dici, noi non dovremmo più accettare tutto ciò e alzare la testa ma la domanda è sempre la stessaa: Se tutto ciò è legalizzato dal governo e se non esiste più ( o quasi) una forma di tutela giuridica cosa dovrebbe fare un povero cittadino? La mia umile risposta è ANDARSENE!!Un caro saluto ciao.

giorgio g ha detto...

Caro Carlo sono circa tre mesi che ti ho "scoperto" e seguo il tuo blog in silenzio condividendo quasi sempre le tue analisi ed i tuoi commenti. Ti ho scoperto per caso perchè, disgustato dalla situazione politica italiana e fermamente convinto delle enormi potenzialità che il nostro "bel paese" ci offre(quando dici che siamo fortunati non provochi,dici solo una verità),ho deciso che era finito per me il tempo delle lamentele e che avrei dovuto mettermi in moto per cercare di fare qualcosa per cambiare l'Italia. Megalomane? Pazzo esaltato? Forse, ma iniziando a cercare su internet(unico mezzo democratico che ancora ci è permesso di fruire)ho trovato persone,associazioni ed altre realtà che vivono lo stesso mio disagio, trattano argomenti da me pienamente condivisi come nel tuo caso,studiano e propongono finanziarie alternative e cercano di fare informazione non allineata con i poteri economici dominanti. L'unico neo è che nessuno cerca di fare un salto di qualità tale da proporsi come una forza in grado di dare una svolta a questo paese. Scusate la presunzione ma io ci provo! Caro Carlo perchè non proviamo a fondare un partito? Possiamo utilizzare internet come mezzo di diffusione, e non è poco! Questo blog di certo non può essere il luogo, nè ora il momento di parlare di programmi, proposte etc etc ma io ho diverse idee e se tu ne hai voglia potremmo incontrarci una volta(potrei venire io dalle tue parti) e discuterne insieme. Avrei potuto mandarti una mail ma preferisco rendere pubblica questa lettera per vedere le reazioni un po di tutti i frequentatori del tuo blog. Non sono nè un economista nè un uomo dotto, faccio l'idraulico ed ho la terza media, ma sono un bambino che sogna e che vorrebbe vedere i suoi sogni diventare realtà. Grazie a tutti Giorgio

Greciudd ha detto...

Ho scoperto per caso il tuo blog dal sito disinformazione.it, da allora ho letto tutti i tuoi post.
Anche questo è ottimo, complimenti.

PS: Ti sto facendo pubblicità tra i blog che seguo come Crisis, Petrolio, ASPO Italia, Ecoblog ecc..

Carlo Bertani ha detto...

La situazione che descrivi, Marco, è quella di una nazione che non ha una politica per il turismo.
Qui da me, restaurano i castelli medievali e poi non sanno che farsene: se vuoi attrarre il turismo straniero, devi offrire. Cosa?
Li devi far vivere nel castello, proporre cene medievali, giri a cavallo, tiro con l'arco, ecc.
Dovranno "immergersi" nell'atmosfera, e torneranno, oppure consiglieranno altri a venire.
Questa è la politica del turismo, che deve essere gestita da vere cooperative di giovani, gente che ci crede, non dalle fasulle cooperative con paghe da fame.
Il dilemma - andarsene o cambiare - è riproposto da Giorgio: la questione è complessa, e sarebbe meglio, se sei interessato ad un progetto politico, che mi scrivessi alla info@carlobertani.it
Ti conforto: non sei l'unico, e l'invito è aperto a chiunque si riconosca nei valori di questo e di tanti altri siti e blog.
Grazie a Greciudd: l'opera di divulgazione (non solo dei miei articoli) è importantissima per creare un "plafond" di nuova cultura e democrazia.
Un saluto a tutti
Carlo Bertani

Dario Lesca ha detto...

Grande Carlo!

Analisi impeccabile.
E poi che non vengano a dirci (dirti in questo caso) che siamo solo bravi a criticare!
Di soluzioni sul Web se ne trovano a iosa!.
Tu quì ne descrivi una fattibile e che mi è piaciuta molto.

"Non c'e' miglior sordo di chi non vuole sentire"

Colgo l'occassione per segnalare a te e a tutti i lettori 2 interessanti web-articoli:

1) Perchè non riusciamo a ribellarci
2) Il partito unico dell'informazione

Ciao e Grazie.

Roberto ha detto...

"Sempre caro mi fu quell'ermo colle", è la frase che mi è balzata alla mente leggendo questo tuo post.

Ciao Carlone, buona giornata.

Io, sulla crisi, ho una idea sicura:
pochissimi ci hanno guadagnato moltissimo.
Dalla quale deriva una 'corollario':
forse non a caso quei pochissimi ci hanno guadagnato così tanto.
Quindi, vorrei parafrasare il mio "maestro di dietrologia": ci hanno fregato...ancora una volta.

Secondo il mio modesto parere non ci conviene comunque reagire in modo forte, così come ci converrà -ancora una volta- farci ri-fregare in futuro, perché?
La risposta l'hai data tu stesso: milioni di morti.

Tutte le volte che mi trovo in mezzo ad un discorso 'prede' e 'predatori' mi viene in mente la frase: "se le gazzelle se ne andassero, i leoni morirebbero...ma le gazzelle amano i leoni, per cui rimangono".

Ma, forse ("sempre: forse" come ho scritto in questi giorni sul blog di leonardo che è sempre -invece- pieno di certezze...anche se lui parla di 'dubbio'), non è proprio amore, forse è sopravvivenza.

Io non so quanto filosofico o religioso o reale sia il mio ragionamento (che mi sembra invero assurdo): le 'masse' hanno una grande tendenza a farsi 'predare' dai leoni (perlopiù, in realtà, sono iene) perché sanno, inconsciamente, che "cambiare pascolo" aumenterebbe i morti.
Dai bufali americani agli gnu africani la storia delle 'grandi migrazioni' ha lasciato sul terreno milioni di morti per fame, freddo, stenti, guadi impossibili e predatori locali dei terreni attraversati.
Meglio, allora, agire come le gazzelle, essere perlopiù stanziali, farsi 'mangiucchiare' a piccole dosi ma rimanere nelle verdi e comode valli.

Ci 'conviene' farci predare per non lasciarci de-predare.
MA -ogni tanto- anche le gazzelle migrano in massa ed allora sono dolori 'anche' per i leoni.

Speriamo che la prossima 'migrazione' lasci sul campo solo predatori senza cibo.

Io vivo in romagna e di turismo ne ho mangiato abbastanza. Me ne sono -in realtà- tenuto alla larga ma per vari motivi 'contingenti', ho prima abitato 6 anni a Cattolica e poi dovuto fare i conti con albergatori e ristoratori ed anche con spettacoli e musei ecc...

Non è vero che la romagna è solo riviera anche se dalla riviera si è mosso un po' tutto.
Mio padre ha scritto un paio di libri sulle storie dell'"Altra romagna" e questo è proprio il titolo del suo primo libro: "l'Altra Romagna".
Abito in un paesino bi-millenario che ha visto i fasti dei romani. Ogni volta che si scava per costruire qualcosa saltano fuori mosaici (bellissimi) fognature (ancora efficienti), tombe, lapidi, monumenti, statue...fino agli utensili da cucina ecc...

La riviera è vissuta di 'rendita' fino ad un decennio fa ed ha fagocitato per annullamento tutto un patrimonio di arte millenaria, presente nell'entroterra.

Adesso si stanno risvegliando dal 'sonno', molti alberghi offrono pacchetti che comprendono visite all'interno, ai paesi, ai monumenti ai musei, ai teatri estivi, alle rocche, ai paesaggi che hanno formato la romagna...essendo al riviera usata per secoli solo dai contadini e da qualche pescatore, visto che ai tempi dei romani era perlopiù una palude malsana.

La riviera romagnola non ha una storia antica, al massimo alto-medioevale...l'entroterra nasce con gli etruschi...

L'esempio straziante dell'uso sbagliato turisticamente del territorio romagnolo, che ha dedicato propaganda ed investimenti solo alla riviera, per decenni (anche se questa rendeva e parecchio), tralasciando interi paesi ricchissimi di storia ed arte che rimaneva seppellita dalle nuove costruzioni, e dall'altra parte la nuova consapevolezza del 'bello' che c'è;
è forse una chiave di lettura di quello che dovranno fare gli amministratori italiani per risollevarci dalla crisi...
Ma a livello nazionale mi sembra chi siamo solo alla fase A quella che fece costruire in riviera tantissime piscine. Noi abbiamo cominciato a capire che le 'piscine' erano solo un palliativo, abbiamo cominciato a guardare alla Storia della romagna, siamo agli inizi ma -forse- arriveremo ancora una volta primi... Vi prego: imitateci.

Io vado a messa tutte le domeniche in una cattedrale 'romanica' antichissima. Spesso vi sono pellegrini o semplici turisti che la visitano. A volte mi fermo, dopo la messa, a parlare con qualcuno di loro (faccio il servizio di amplificazione della messa e spesso mi fermo a sistemare i microfoni, ed i turisti, a chiesa vuota, mi chiedono informazioni) e gli narro un po' di storia della cattedrale, i vari momenti storici i vari restauri ecc
dopo queste mie semplici 'storielle' (mi sono preparato non gli racconto balle, ho un amico, storico ed archeologo, dal quale mi documento) mi chiedono immancabilmente: "dove si mangia bene?".

Se ci pensate, basta poco.

ciao

RA

Bruno Fontanesi ha detto...

Va bene Carlo, ma insomma è sempre il solito problema del gatto che si morde la coda ... Come pensare e proporre il nuovo, se il sistema è ( ottusamente sì, ma pur sempre "lucrosamente" ) assolutamente chiuso e persecutorio nei confronti di tutto quanto non sia controllabile e vantaggioso al perpetuarsi del sistema stesso ??? Decrescita ? Certo, ma solo in un sistema che avrà già dovuto rinnovarsi, in questo è impossibile ... o meglio, sarà possibile solo farsi nuovamente derubare dell' "Archetipo" di decrescita, che sarà astutamente cavalcato e deragliato verso i soliti interessi ... che cambieranno il pelo, la maschera, non i sistemi ... perchè ben sanno che la crisi è opera loro, ma proprio ad essa puntano, non alla sua soluzione ! Siamo sempre lì: il comune "Buonsenso" suggerirebbe decine di possibili direzioni ... ma non c'è spazio, semplicemente, perchè TUTTO funziona secondo un' unica IDEA FORTE ( e di spartizione mafiosa di ogni possibile risorsa ).
La via è sempre quella di NON FARCI PORTATORI di questa idea forte, ma questo non si potrà realizzare nel tempo breve. La mia personale esperienza nel Settore Turistico riassume emblematicamente ( se ti serve un esempio vivente chiamami ) quanto affermi nel post: "tagliato fuori" a 45 anni da un mercato troppo "privatizzato e clientelare", cerco di mettere la mia esperienza a girare su un livello più "basso", più schietto, su quello che dovrebbe essere il "territorio" ed un progetto, se non di decrescita, di "Rivalutazione del piccolo". Ecco: con questa ottica mando in giro una serie di mail a piccoli operatori e associazioni: e per tutta risposta proprio una "Pro Loco" mi "diffida ufficialmente" dall' inviare altre proposte ...!!! ... Al che non resta altro da pensare che forse sia proprio la spada, molto più della parola, a poter risolvere qualcosa.

LucaCec ha detto...

Interessante e ampiamente condivisibile la panoramica storica, anche se come sai meglio di me non si può pensare che tutte le rogne italiane possano risolversi con il rilancio del turismo (parliamo di un'industria di soli servizi, e non di beni, più vicina al terziario che all'industria in senso stretto).
Il pensiero della decrescita è interessante per le sue analisi, specialmente riguardo agli effetti ecologici di uno sviluppo illimitato, e specialmente se confrontato con le fandonie sullo "sviluppo sostenibile" di tanti sedicenti ambientalisti. Sulla "pars costruens" tuttavia è carente: può dare indicazioni che si prestano bene ad accorgimenti sul proprio stile di vita, ma riguardo a proposte generali di politica economica mi pare che ancora scarseggi.
Ci sarebbero tante cose da dire, ma è meglio che chiudo perché mi sento l'influenza, i brividi e credo di avere una febbre piuttosto alta.
Ecco cosa succede, Carlo, a venirti a trovare: tu abiti in una terra splendida ma troppo vicina alle Alpi!
Luca

Carlo Bertani ha detto...

Cari amici,
torno da un tour familiare, per riportare mia madre al suo eremo. Sapete come sono: un po' con i figli...poi, "sempre caro mi fu quest'ermo colle", appunto.
Di cose da dire ce ne sarebbero, sensate come i vostri commenti: cerco di trovare il denominatore, e mi salta in mente un solo termine "dibattito".
Certo chesul turismo, sulla decrescita, su xyz non si possono trovare soluzioni con gli articoli.
Ci vorrebbe tempo, spazio, riflessione, ma come si fa?
La politica/spazzatura copre tutti gli spazi.
Il Web? Ci ho provato con Italianova: 9 mesi di lavoro ed una sonora delusione.
Io potrei anche starci di nuovo, però riflettiamo che per fare cose del genere bisogna essere veramente molto determinati, professionali e coscienti di quel che si va a fare. Non è un gioco.
Altrimenti...come tanti altri, andrò avanti a scrivere fin che ne avrò voglia poi, quando andrò in pensione, lascerò l'Italia.
Quale altra soluzione?
Grazie a tutti
Carlo Bertani

Bruno Fontanesi ha detto...

Ci mancherebbe altro che adesso smettessi di scrivere, parbleu !!!
( Quello rimarrà sempre l' imput primario al pensiero e all' eventuale azione, benchè di quest' ultima non si riesca ancora a delinerare una direzione precisa ! E visto che siamo tra parentesi: quale la meta ideale, nel tuo immaginario, dove potersi rifugiare ??? )

Due riflessioni ancora, visto che siamo in vena di autoanalisi.

1) TROVARSI, nel senso di trovarsi anche "fisicamente", non sarebbe una cattiva idea. Il principale difetto del Web è quello di non fornire quell' "emozionalità" in cui potersi identificare, emozionalità che sta alla base di ogni azione. Forse è proprio per questo motivo che "non si muove foglia" ... E ci riallacciamo alla potenza dell' Archetipo: la nostra mente ha bisogno di un' "Immagine" in cui potersi individuare. Da questo punto di vista il web è assolutamente inutile se non dannoso, in quanto non fornisce nè un' archetipo, nè tantomeno un' identità.

2) COROLLARIO: La seconda considerazione è un corollario alla prima: il web non è uno strumento utile ad essere usato come "volano", proprio perchè manca di emozionalità: tutto "raziocinio", che serve in fase di analisi, ma non in fase di "alzare le chiappe".
( E' la stessa cosa che ho dovuto riscontrare, professionalmente parlando, sull' inutilità dei siti internet a "smuovere" ... possono andar bene in una fase successiva, come punto di organizzazione ed incontro, ma non per partire. Col web, secondo il sottoscritto, non si va oltre lo stallo attuale ).

3) IMMAGINARE UNA REALTA' PARALLELA: è la miglior tattica che possiamo adottare a livello individuale. Inutile sprecare forze ad attaccare l' esistente, che è stato strutturato in modo da essere inattaccabile frontalmente ...
Ciononostante ha un punto debole: per realizzarsi ha costantemente bisogno di tutta la nostra attenzione, e di tutta la nostra energia mentale ... dovrebbe ormai essere chiaro a tutti il fondamentale meccanismo "parassitario" con cui il sistema si alimenta, in ogni suo aspetto.

Togliere benzina al parassita è la miglior tattica al momento perseguibile. Torno a ribadire l' importanza di "Incontri e Dibattiti", con la gente reale, cui far entrare ben in crapa questo fondamentale concetto.

Ciao,
Bruno.