10 gennaio 2008

Nel paese dei monnezzari

Bande di teppisti senza una strategia complessiva”, ecco come un Ministro dell’Interno ex socialista, e nominato da un governo di centro-sinistra, definisce il malessere degli abitanti del napoletano. E, questo, dopo aver “sentito” il Capo della Polizia Manganelli (basta il nome…) ed aver nominato De Gennaro (Genova 2001?) Commissario Straordinario per la Monnezza.
L’Italia è un “paese fotocopia”. Ogni anno che passa, potremmo “riciclare” le notizie di quello precedente: come nel 2007, 2006, 2005…anche quest’anno è scoppiata “l’emergenza rifiuti”. Anche le notizie fanno monnezza.
Come andrà a finire? Come tutte le “emergenze” italiane: dapprima si criminalizza chi protesta per il sacrosanto diritto alla propria salute (le cifre sull’incidenza dei tumori riportate da Saviano parlano chiaro), poi partirà una strategia formata da promesse (tante), soldi (a chi di dovere), tanto per rientrare in quell’ordinaria “normalità” che, a Napoli, significa non avere la monnezza che arriva al primo piano. Poi, spegneranno i riflettori delle TV, e tutto tornerà “normale”. Fino alla prossima emergenza.

Intanto, montagne di rifiuti s’accumulano nelle strade, mentre colonne di camion cariche di spazzatura s’avventurano – scortate dalla Polizia – fra paesi in guerra e popolazioni al limite della sopportazione. Dove vanno? Tentano di raggiungere l’ennesima discarica “temporanea”, nell’attesa che si trovi l’ennesimo “sito” per l’interramento definitivo: ovviamente, nell’attesa che sia definito dove e se costruire un inceneritore, un termovalorizzatore o comunque lo si voglia chiamare. Intervistati dai solerti TG nazionali, sudaticci funzionari affermano di “lottare contro il tempo”, “contro gli immobilismi”, “contro le eco-mafie”, contro…insomma, un’emergenza apocalittica!
Ora, “un’emergenza” deriva – per definizione – da un evento straordinario ed imprevisto: nessuno prevedeva che, anche quest’anno, avremmo gettato nella spazzatura le bucce dei mandarini e i cartocci del latte?
Negli altri paesi europei, si nominano commissari straordinari per i terremoti e per le alluvioni; nel Bel Paese, alti funzionari dello Stato sono insigniti dell’ambita carica: Commissario per la Monnezza. L’ultimo ad essere insignito dell’Alta Carica fu Bertolaso. Adesso tocca a De Gennaro. La prossima volta, toccherà ad un Ammiraglio poi, a rotazione, Esercito ed Aeronautica.

Tutto l’andazzo è finalizzato ad un solo scopo: trovare qualcuno disposto ad accettare sul suo territorio una discarica, un’amena valletta (meglio se un po’ nascosta) da riempire di spazzatura. Almeno, per quest’anno “tiriamo il fiato”. Le riunioni “politiche” si sprecano: sindaci di quel partito incontrano governatori dell’altro, ma c’è di mezzo qualche “potente” dell’opposto schieramento, e si torna da capo. S’interpella Roma, ma Roma ha ben altro cui pensare…elezioni, fusioni di partiti, grandi riforme istituzionali…no, Roma nomina il Gran Commissario e…che se la sbucci lui, fra le bucce delle patate e delle arance!
Se riduciamo all’osso la questione, siamo come un gatto che deve “farla” ed osserva con circospezione il terreno: dietro a quel cespuglio? Sotto l’albero? Sì, sotto l’albero va bene: un po’ di lavoro con le zampe anteriori – quindi l’atto – e lo zampettare con quelle posteriori per ricoprire il tutto. Anche per oggi, il problema è risolto. Nel terzo millennio del silicio e delle tecnologie spaziali, il Gran Commissario osserva il gatto. E impara.

Proviamo a salire di un misero scalino ed osservare altre soluzioni?
Per prima cosa dobbiamo sfatare il mito che la spazzatura, in discarica, non inquini: inquina pesantemente e definitivamente il terreno, e non solo.
Nonostante ci raccontino che sono state seguite alla lettera le “norme”, e prese tutte le opportune “precauzioni”, vorremmo sapere cosa genereranno montagne di spazzatura interrate dopo decenni di piogge. Nessuno può fermare l’acqua, che s’intrufola, scava, scende: gutta cavat lapidem – affermavano i latini, la goccia scava la pietra – figuriamoci la monnezza.
Risultato: dopo qualche anno, metalli pesanti e molecole d’ogni forma s’espandono ben oltre i confini della discarica e vanno ad inquinare le falde acquifere. La preziosa, e sempre più scarsa acqua che abbiamo a disposizione, dobbiamo prelevarla sempre più lontano dalle città, perché le falde più vicine sono inquinate da Cromo, Mercurio, Piombo e molecole d’ogni tipo sparse a pioggia. Addio agricoltura biologica. Finito? Manco per idea.
Le molecole organiche (carta, legno, residui alimentari, materie plastiche, ecc) sono costituite da lunghissime catene formate da atomi di Carbonio. Tutto cambia – panta rei, affermavano già i Greci – ed il Carbonio può seguire due strade per “mutare”: l’unica cosa che non può assolutamente fare è rimanere così com’è, perché la chimica è un continuo mutare, trasformare, rinnovare.
Se il Carbonio si lega con l’Ossigeno (tipicamente, una combustione) forma l’anidride carbonica – responsabile dell’effetto serra – mentre se è interrato cambia per fermentazione anaerobica. I batteri, sempre presenti, spezzano le lunghe catene di atomi e formano metano: a prima vista, sembrerebbe una buona soluzione.
Invece no, perché il metano che si forma è difficile da recuperare ed è – per gli usi energetici – di scarsissima entità, mentre – se liberato nell’atmosfera – inquina, e parecchio. Una molecola di metano riflette una quantità di radiazione infrarossa (l’effetto serra) pari a 21 volte quella riflessa da una molecola d’anidride carbonica! Quindi, dal punto di vista dell’inquinamento, le discariche sono la peggior soluzione: incrementano enormemente l’effetto serra ed inquinano definitivamente terreni e falde acquifere.

L’altra soluzione è bruciare i rifiuti in appositi impianti, per ottenere la miglior combustione possibile e ridurre il rilascio di prodotti di combustione indesiderati.
Qui bisogna sfatare un mito: i termovalorizzatori producono sì energia elettrica, ma è sbagliato pensare ad essi come ad un metodo di produzione energetica. Più seriamente, dovrebbe essere chiarito che sono mezzi per eliminare i rifiuti, dai quali è possibile recuperare un po’ d’energia.
La distinzione è importante perché, se pensassimo ad essi come al toccasana della produzione energetica, potremmo cadere nell’errore di generare più rifiuti: tanto ci penseranno i termovalorizzatori!
I termovalorizzatori, però, bruciano il materiale più composito che possiamo immaginare: pur trasformando preventivamente i rifiuti nel CDR (Combustibile Da Rifiuti) mediante complesse operazioni chimico-fisiche, rimane un composto formato da legno, plastica, coloranti, vernici, ecc.
All’estero, la tecnologia per bruciare i rifiuti è più avanzata che in Italia, e si riescono ad ottenere rilasci molto contenuti di sostanze inquinanti, tanto che gli impianti sorgono anche in aree urbane.
In Italia – e questo è un altro mistero che dovrebbero spiegarci – anche i più moderni impianti sono almeno un paio di “generazioni” indietro rispetto a quelli d’oltralpe.
I timori delle popolazioni – quindi – sono pienamente giustificati: perché un sindaco dovrebbe concedere la costruzione di un termovalorizzatore, quando non ha garanzie sul futuro inquinamento?
Discariche e termovalorizzatori sono mezzucci per risolvere il breve ed il medio periodo ma, se vogliamo veramente salire un ulteriore “scalino” e cercare soluzioni radicali, non possiamo che partire dalla “catena” del rifiuto: in definitiva, si brucia ciò che s’immette nella “filiera” del rifiuto.

I rifiuti organici naturali (scarti di cucina, ad esempio) non producono inquinanti: il vero problema sono i materiali prodotti dall’uomo mediante la manipolazione chimica. Una cassetta di legno può bruciare tranquillamente: la stessa cassetta, costituita da materiale plastico, è un problema.
Qui nasce il problema dei rifiuti: quando s’arriva al cassonetto, la frittata oramai è fatta.
La raccolta differenziata dei rifiuti è ottima cosa, ma è lenta ad affermarsi e sembra non riuscire a superare la metà, forse il 60% della produzione di rifiuti, anche nelle migliori condizioni.
Le proposte sono molte: dalla raccolta “porta a porta” (molto costosa) ad un generale abbattimento della quantità d’imballaggi, che formano gran parte dei rifiuti.
Dobbiamo, però, sfatare un mito, ovvero il ritorno al trasporto dei materiali sfusi: chi ha vissuto nel mondo dove si rifornivano i negozi con i sacchi di pasta, sa benissimo che quel metodo necessitava di tanta mano d’opera in più per realizzare la distribuzione.
In questo senso, la grande distribuzione è un passo in avanti, non indietro: in termini d’efficienza – sia energetica, sia per le ore di lavoro necessarie – il mondo “polverizzato” dei piccoli esercenti condurrebbe a nuovi rincari delle merci. Già oggi è possibile, non ovunque, ordinare direttamente le merci via Internet, e questo è un altro progresso: risparmi di tempo e carburanti.
Va da sé che, se si devono rifornire i supermercati con merci imballate (giacché chi acquista compra una confezione, mentre un tempo c’era un addetto che confezionare i pacchi), aumenterà la massa degli imballaggi.

Gli imballaggi sono dunque i materiali che generano più problemi per un loro eventuale uso energetico: enormi masse di materie plastiche, nylon, coloranti. E’ proprio necessario costruirli con queste sostanze?
Se i contenitori per il trasporto e l’imballaggio delle merci vengono recuperati, allora possiamo costruirli con qualsiasi materiale, ma se vanno a finire nel cassonetto – quante volte abbiamo notato cataste di cassette per la frutta in plastica accanto ai cassonetti? – sarebbe meglio farli di legno. E per gli imballaggi, non sarebbe meglio utilizzare il cartone? Ancora: è proprio necessario colorare il cartone, cosicché rimane intriso di coloranti chimici che inquinano pesantemente?
I sacchetti potrebbero essere di carta, oppure fabbricati con polimeri dell’amido di mais, i coloranti usati potrebbero essere d’origine naturale: certo, forse non si riuscirebbe ad ottenere quel meraviglioso rosa shocking, ma val bene la pena se dopo non si genera diossina!
Ci sono milioni d’interventi per intervenire nella “filiera” del rifiuto: perché non viene proibita la vendita delle batterie (pile) tradizionali, così utilizziamo solo quelle ricaricabili? Se si possono ricaricare anche solo 200 volte, significa ridurre allo 0,5% la quantità di batterie esauste! Idem per le lampadine.

Il 5% del petrolio che importiamo non viene usato per generare energia, bensì per usi petrolchimici: sono circa 10 milioni di tonnellate l’anno, il carico di 25 superpetroliere. Con quel petrolio saranno sintetizzati medicinali, materie plastiche, gomme, fibre tessili, coloranti, inchiostri, ecc.
Questo mare di composti, in gran parte, finirà in discarica nel volgere di pochi anni. Perché?
Poiché la monnezza sta diventando il terminale d’ogni attività umana: senza monnezza, il capitalismo non ha futuro!

Mi sono piaciuti parecchio alcuni passaggi di un articolo comparso sul Web, dal titolo “L'impero della rumenta” di Gianluca Freda, perché metteva il dito proprio sulla genesi della monnezza, sul mal primigenio del problema.
Citando Maurizio Pallante in “La decrescita felice” – laddove afferma che “La produzione è un’attività finalizzata a trasformare le risorse in rifiuti attraverso un passaggio intermedio, sempre più breve, allo stato di merci” – Freda conclude che “La merce, in quest’accezione, non è altro che monnezza grezza che va raffinata al più presto, affinché si possano ricavare dal prodotto finito i meritati e lucrosi profitti imprenditoriali.
Correttamente, Freda identifica nella monnezza il prodotto finito del lavoro capitalista, perché soltanto dalla distruzione del bene sarà possibile ottenere la vendita di un nuovo bene! Tragico, ma è così.

Se spicchiamo un salto nel tempo di parecchi secoli, troviamo artigiani tessili preoccupati: per i prezzi? Per trovare un acquirente ad una camicia in ruvida lana?
No, il problema era avere la lana per filare, per tessere, per confezionare la camicia! Dopo, c’erano stuoli di pretendenti, pronti a scucire monete d’oro oppure a barattare il proprio lavoro in cambio.
Per avere più lana, s’iniziò ad acquistarla in posti sempre più lontani, in quantità crescenti, con l’impiego di sempre più risorse, i capitali.
Il capitale – e tutto la panoplia dei primi mezzi finanziari, lettere di credito, cambiali, ecc – aveva il precipuo scopo di soddisfare una impellente necessità umana: non crepare di polmonite.
L’interesse bancario, richiesto su ogni prestito, aumentò a dismisura le dimensioni dei capitali originari, tanto che – alla fine del ‘400 – i banchieri fiorentini si permettevano di finanziare le spedizioni nel Nuovo Mondo. Mica per interesse filantropico: per trovare altra lana e spezie, che erano necessarie giacché non erano solo il pepe e la cannella, bensì tutta la chimica e la farmacopea dell’epoca.
Finché il lavoro rimase manuale, la quantità d’energia che il “sistema” poteva gestire era limitata dalle masse muscolari di uomini ed animali, ma con l’avvento del vapore aumentò esponenzialmente. Più camicie, più soldi: il problema è che ogni persona può indossare una sola camicia la volta. Ne potrà tenere 50 in un armadio, ma oltre le 50 non si sa più dove metterle.
Ecco, allora, che la camicia – per continuare ad incrementare il capitale – deve durare di meno: non c’è altra soluzione.

La scrivania sulla quale ho appoggiato il computer è una scrivania “da soci” (probabilmente da architetto) degli anni ’20: è costruita in quercia, con incastri a coda di rondine e pochi inserti metallici. La pagai 100.000 lire da un rigattiere, la restaurai e la sto usando da molti anni: quando me ne sarò andato, potrà rendere gli stessi servigi a mio figlio, ai miei nipoti, bisnipoti, ecc. Basterà una mano di vernice e un po’ di cera ogni tanto: la mia scrivania è un minuscolo soldatino del movimento anti-capitalista.
Se avessi acquistato, ad un prezzo certo maggiore, una moderna scrivania in truciolato, oggi l’impiallacciatura inizierebbe a staccarsi, le gambe ad indebolirsi, i cassetti a perdere i fondi. Accanto ai cassonetti, ci sono spesso cataste di mobili in truciolato: il truciolato è un grande alleato del capitalismo.
Un enorme quantitativo di rifiuti è costituito la mobili: anzi, ex mobili. Per costruire i mobili, deforestiamo immense aree, scacciamo con la forza popolazioni che vi abitano da millenni, trituriamo il legno e lo ricomponiamo con colle sintetiche. Con i pannelli, quindi, costruiamo i mobili.
I mobili moderni saranno pure lisci e senza la minima fessura, ma dopo qualche decennio – inevitabilmente – le colle si de-polimerizzano ed i pannelli di truciolato vanno letteralmente in polvere: perché non usare il legno?
Un mobile in legno – se protetto dai tarli – può durare alcuni secoli: ne sono testimoni i mobili antichi giunti sino a noi. Curandoli con della semplice cera d’api, i nostri progenitori hanno usato gli stessi mobili per generazioni: certo, ci sono preferenze dovute alle mode od agli stili, ma tutto questo cela soltanto la nostra ansia del dover cambiare tutto ciò che ci circonda, frequentemente, per mascherare la nostra incapacità di cambiare il nostro pessimo stile di vita. Dalla produzione al consumo, tutto deve vorticare celermente per donarci l’illusione della felicità. Effimera.

Ovviamente, il capitalismo alimenta ad arte – grazie alla pubblicità – la sete di mutamento: sei depresso? Comprati un paio di scarpe nuove: per un paio d’ore scaccerai il male ai piedi, osservando le tue nuove zampe sontuosamente calzate.
La stessa molla del consumo inconsapevole ci spinge ad acquistare il cartoccio dei pomodori che ha la confezione più appariscente e colorata: nastrini dorati, nylon che riflettono la luce, scritte accattivanti che richiamano paradisi della natura.
In realtà, quei pomodori sono probabilmente cresciuti sotto una cappa di concimi chimici e diserbanti, e sono stati raccolti da uno schiavo nero – che oggi chiamiamo “extracomunitario” – per pochi centesimi: nell’estate del 2006, le Forze dell’Ordine scoprirono – in Puglia – una vera holding della schiavitù, con tanto di “caporali” armati che sorvegliavano i “lavoratori extracomunitari”. Peggio dei campi di cotone dell’Alabama.
Se fossimo consapevoli dell’abisso d’infelicità nel quale siamo precipitati, probabilmente acquisteremmo la metà dei prodotti che compriamo: perché non si costruiscono automobili che durano trent’anni? Sarebbe possibile e vantaggioso, sia economicamente e sia per gli aspetti energetici ed ambientali.
La risposta è: perché nessuno si terrebbe la stessa auto per trent’anni! Vorrebbe cambiare, non entrare nella stessa “forma” per tre decenni. Ci chiediamo perché ci disturba tanto? Perché quel “cambiare” acquieta la nostra sete di mutamento interiore, perché ci rendiamo conto che stiamo costruendo un mondo alla rovescia: campagne spopolate e città invivibili, ricchi straricchi e poveri strapoveri, felicità effimere e depressioni dilaganti.

Difficile stabilire dove sia iniziato questo circolo vizioso: possiamo soltanto affermare che è perfettamente coerente con i desideri di chi guadagna un euro a camicia, e pare acquietare le ansie di coloro che – se non acquistano una camicia nuova ogni mese – cadono in depressione.
Ora, qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra tutto ciò con la politica spicciola: possiamo discutere all’infinito sulla convenienza della raccolta differenziata, sugli inceneritori, sul riciclo dei materiali – ed è giusto farlo – ma se non mutiamo le nostre abitudini – ovvero se non diminuiamo la colossale quantità di beni che consumiamo nei paesi ricchi, senza trovare felicità – saranno soltanto pannicelli caldi per curare un tumore.
Siamo così fessi, stupidi, inconsapevoli? No: c’è chi alimenta ad arte questa tendenza e ci campa allegramente. Ovviamente, chi produce un bene vorrà produrne di più per arricchirsi: la nota teoria dello “sviluppo senza limiti”, che rischia seriamente di mettere in crisi l’intera specie umana, ma c’è chi ha trasformato il rifiuto in un cespite di ricchezza e di potere.
Tutti paghiamo la tassa sulla spazzatura. Quanto? Dipende, ma una cifra vicina ai 200 euro a famiglia è vicina alla realtà.
Questa tassa (le sole famiglie) genera annualmente un capitale pari a circa 5 miliardi di euro (altri forniscono cifre ben maggiori, ma non ha soverchia importanza). Chi lo gestisce? Gli assessori incaricati di gestire i rifiuti, che si servono d’aziende municipalizzate o private per “risolvere” il problema.
Qui entrano in gioco le cosiddette “eco-mafie”, che non sono eserciti d’individui con coppola e lupara: più semplicemente, sono distinti signori in doppiopetto che ricevono appalti per la gestione della spazzatura i quali, a loro volta, li re-distribuiscono in una jungla di subappalti.
Sulla monnezza campa un esercito di camionisti, raccoglitori, funzionari…e su tutti, come un sovrano, regna il nostro assessore che, con una delibera, può cambiare il destino di centinaia di persone. Le quali, ovviamente, mostreranno riconoscenza alle elezioni. Proviamo a riflettere su qualche milione di euro da gestire per raccogliere voti: la spazzatura può anche fare tre volte il giro dello Stivale (difatti, la spediscono in Sardegna, che è proprio dietro l’angolo), basta che alla scadenza elettorale caschi tutta sullo stesso nome!
Perché, soprattutto al Sud, la raccolta differenziata non decolla? Poiché manderebbe in crisi il sistema, “l’affare monnezza”. Del resto, la politica-spazzatura, la TV-spazzatura e l’informazione-spazzatura, su cosa potrebbero reggersi?

C’è modo d’uscirne?
Senza uno Stato che si riappropri di quei poteri che la cosiddetta “deregulation” ha generato, potremo discutere all’infinito su discariche e termovalorizzatori, ma rimarremo sempre nella m…pardon nella monnezza. E non si venga a raccontare che il problema è solo napoletano; ho visto personalmente intere vallette, al Nord, riempite di spazzatura, che non hanno ripari a valle: prima o dopo, quella monnezza finirà inevitabilmente sulla testa di chi sta sotto. Magari fra cent’anni: e chi se ne frega di cosa avverrà fra cent’anni! Nomineranno un Commissario per le Monnezze Cadenti.
Un primo passo verso la decrescita, passa proprio per uno Stato che torni a difendere la salute ed il buon livello di vita della popolazione. Come? Stabilendo, per legge, più tutele sulla produzione dei beni.

Mia suocera ha un frigorifero Bosh che acquistò nei primi anni ’60: funziona tuttora, ed è costruito con un acciaio che ci potreste fare una lama di Toledo. Una cara amica ha ancora un monumentale frigorifero FIAT, che ha attraversato tutte le stagioni della tecnologia ed oggi ha già valore nel mercato del modernariato. E funziona.
Ovvio che, quando la concorrenza scivola nel monopolismo, nel cartello dei produttori e lo Stato si estingue, l’interesse generale sarebbe quello di darvi un frigorifero che dura due mesi.
Perché, un’auto, deve avere soltanto due anni di garanzia?
Se, ipoteticamente (ma conosco situazioni che si avvicinano parecchio all’esempio), dopo due anni ed un giorno si rompe la pompa dell’acqua e si “fonde” il motore? Oppure, il parabrezza – inspiegabilmente – si fessura (“cancro del vetro”, lo chiamano, ma facessero il piacere…), una gomma scoppia dopo poche migliaia di chilometri – eh sì, “capita” – chi vi risarcisce?
L’auto che avete acquistato – quei 20.000 euro, poniamo – per quanto tempo deve durare?
Se dopo pochi anni inizia ad andare letteralmente in pezzi (qualcuno ricorda le Alfasud che lasciavano una scia di ruggine dopo pochi anni?), questa è truffa, soltanto che le leggi non la riconoscono come tale.
Ovvio, perché andrebbe ad intaccare il comma numero uno: tutto deve essere funzionale all’accumulazione del capitale. Il comma due, invece, recita: qualsiasi legge che contrasta con il comma uno è automaticamente abrogata, e deve essere immediatamente gettata nella monnezza. Fine.

06 gennaio 2008

Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?

Scorrendo sul monitor le immagini di Barak Obama, viene da chiedersi cosa cerchino gli americani in questo giovane avvocato dell’Illinois. Oppure, cosa intravedano in lui i grandi potentati internazionali, palesi ed occulti: forse, quasi le stesse cose. Il che, non significa che domani gli statunitensi saranno felici d’esser governati da Obama. Sempre che vinca, ovviamente. Anche se non vincerà, vale la pena ugualmente di soffermarsi sulla vicenda di questo astro nascente della politica USA che non è, d’altro canto, una scoperta dell’ultima ora.

Che gli Stati Uniti siano oramai giunti al redde rationem con se stessi, lo indicano un’infinità di fattori: la crisi di una moneta che è stata per mezzo secolo sicuro ancoraggio per qualsiasi operazione finanziaria, oppure la perdita di gran parte dell’apparato industriale a favore dei paesi orientali. Ancora: lo sberleffo d’osservare il nemico di un tempo – ieri l’URSS, oggi la Russia – risollevarsi dalla polvere e camminare diritta, ed il grande fallimento delle operazioni militari in Medio Oriente.
C’è sempre la “spina nel fianco” dell’Iraq, ma nella campagna elettorale pare ci sia stato quasi un gentleman agreement per non trascinarlo nella mischia. Le notizie che giungono dall’Oriente sono abilmente “anestetizzate” dai media: pare quasi che, l’interesse delle varie fazioni irachene, sia più puntato sulla campagna elettorale americana che sul contrasto interno alle forze d’occupazione. D’altro canto, nessuno spreca cartucce se sa che potrebbero essere – appena dopodomani – risparmiate.
L’aria di smobilitazione s’avverte oramai ovunque, dalla Baghdad angosciata dopo anni d’inferno, fino alla Virginia, dove la depressione ha un diverso codice: quello dell’inevitabile sconfitta, di un secondo dopo-Vietnam da gestire.

Curioso che, molti cittadini statunitensi, vorrebbero affidare questa eredità da brivido proprio ad un giovane nero, che fa di nome Barak, Hussein, Obama. Il nome dell’ultimo negoziatore israeliano, quello dell’uomo che impiccarono un anno or sono nella prigione di Baghdad e, per una sola consonante di differenza, il nome del famoso “sceicco del terrore”: che strani scherzi fa la Storia!
Pur appartenente ad una chiesa cristiana, il giovane Obama è cresciuto in Indonesia e, pare, abbia addirittura frequentato una scuola coranica. Ottima preparazione per fare, oggi, il Presidente USA!
Se le vicende internazionali sono più avvertite all’estero, negli USA ha un considerevole peso (com’è ovvio che sia) la politica interna: a ben vedere, s’incontrano parecchie difficoltà nel trovare differenze fra i programmi dei candidati democratici e, con appena qualche “limatina” di unghie, anche con quelli di Mc Cain e di Giuliani. Mormoni e predicatori vari eccettuati, ovviamente.
La battaglia è dunque un confronto d’immagine e nulla più: nessuno crede veramente nelle promesse sulla sanità per tutti e su un nuovo gold rush, oppure che lo strapotere tecnologico ed economico cinese svanisca come una Fata Morgana. Gli americani avvertono, sentono il momento di pericolo e cercano – probabilmente – di fare una cosa che ritengono sensata: non affidarsi più alla vecchia via, cambiare radicalmente, a new way. E’ nello spirito della “frontiera”.
In altre parole, sembrano quasi coscienti che il nuovo Cesare non sarà più un Cesare (l’ultimo che hanno provato, non ha dato gran prova di sé): è tardi anche per le alchimie dei Churchill – o forse no – ma di certo non del Churchill del 1940. Quello del ’45, forse.
Serve pazienza, tanta pazienza per cercare almeno un atterraggio “morbido”, in un paese che ha giocato troppo con il Monopoli, creando bolle finanziarie e speculative che sono passate da un’amministrazione ad un’altra, che ha visto i salari minimi sindacali (6,5 $ l’ora circa) dilagare ovunque, un paese dove il lavoro lo trovi, ma a fare il lavapiatti o la cameriera in un fast-food.
Un decennio infernale ha visto gli statunitensi pagare l’energia dieci volte tanto (per noi europei, circa sei volte tanto), perdere talvolta la possibilità di pagare l’assicurazione sanitaria e, ciliegina sulla torta, essere infinocchiati con la speculazione dei subprime.

Ce n’è abbastanza per avere poca fiducia nel futuro, ed in questi casi non si cercano più le soluzioni “ragionevoli” dei Clinton o dei Giuliani, bensì maghi, taumaturghi e predicatori – oppure, senza sbilanciarsi troppo – giovani avvocati neri dell’Illinois.
Ci sono, inoltre, altri fattori interni che sembrano convogliare consensi su Obama, che a noi europei sembrano meno importanti, ma che negli USA sono – stelle o stalle che siano – di prima grandezza.
Leggevo recentemente un articolo di Carpentier de Gourdon dove – con grande sagacia ed approfondita conoscenza storica – narra l’eterno abbraccio/contrasto fra le due Americhe, quella a Nord del Rio Grande e quella a Sud, che pare interminabile, fino al lontanissimo Capo Horn.
Eppure, entrambe sono Americhe, anche se quando la citiamo al singolare intendiamo – quasi sempre – gli Stati Uniti.
L’ultimo decennio ha visto grandi rivolgimenti a Sud del Rio Grande: una piccola isola dimenticata, nello sprofondare del socialismo reale, ha gettato un pollone che ha attecchito in terraferma e, paradossalmente, in uno dei luoghi più ricchi di petrolio della terra. La pipeline fra Caracas e La Habana è, forse, la più importante arteria per Chavez.
Non basta: le alchimie finanziarie di un ministro economico argentino – un tal Cavallo: ma, la finiamo di non prestar attenzione ai nomi? Voi, pronipoti di Caligola, affidereste le vostre fortune a un cavallo? – che sognava di far volare il dollaro fra la Pampa ed il Chaco, portò l’Argentina al collasso economico. L’unica soluzione che a Buenos Aires ritennero sensata, quando si presentarono gli ispettori del Fondo Monetario Internazionale, fu quella d’accoglierli con un caloroso “vaffa”, affermando che palanche per ottemperare ai debiti non ce n’erano. Se avevano già il biglietto per il ritorno, bene: altrimenti, si facessero venire a prendere.
E poi, Evo Morales, Lula da Silva…la Bachelet…insomma, a parte la Colombia, non c’è più nessuno che ci dia ascolto a Sud del Rio Grande, nessuno che voglia più sentir parlare dei gringo. C’è toccato pure di “ritoccare” un poco le elezioni messicane, altrimenti vinceva quel maledetto castrista di Obrador, e la partita finiva ancor prima di cominciare.

Per osservare il mutamento dell’America Latina, possiamo fare una semplice constatazione: l’11 settembre 1973, quando fu ucciso Allende, l’unico paese che non aveva un governo pienamente supino ai desideri statunitensi (a parte la solita Cuba…) era il Cile. Con la mentalità e gli schemi della guerra fredda, il legittimo governo cileno fu liquidato in un amen, bombardato – ironia della sorte – proprio da quei Mig-21 che l’URSS aveva prontamente fornito alle forze aeree cilene, per renderle indipendenti dalle forniture USA.
Trentacinque anni dopo, solo Bogotá continua ad inviare i suoi ufficiali ad addestrarsi nei campus militari statunitensi, e la presenza militare di Washington è praticamente sparita a Sud del Rio Grande.
Così, al NAFTA (l’accordo di cooperazione economica guidato dagli USA) s’è sostituito il MERCOSUR, gestito direttamente dai paesi centro e sudamericani. Anche qui, notiamo che la scelta del nome fu infelice: quale auspicio trarre da un simile acronimo, con i prezzi odierni del gasolio?

Tutto ciò parrebbe appartenere soltanto alla sfera della politica estera, e invece ha degli importanti risvolti interni, che toccano – in qualche modo – il candidato Barak Hussein Obama.
La tradizionale suddivisione, che è sempre stata proposta per gli USA, è quella dei paesi ad Est o ad Ovest delle Montagne Rocciose, oppure le “cinture” agricole del grano, del mais e del tabacco, seguendo i paralleli. Mai nessuno avrebbe pensato ad una suddivisione diagonale: eppure, se osserviamo la composizione sociologica degli USA, oggi potremmo suddividere il paese fra chi sta a Sud-Ovest di una immaginaria linea che collega la Florida all’Oregon (sopra San Francisco) e chi, invece, abita la parte a Nord-Est.
Man mano che ci si avvicina al vertice di San Diego, oppure ci si allontana, cresce o decresce la percentuale di popolazione d’origine ispanica che vive oramai stabilmente nel Paese. Si tratta di un fenomeno migratorio che ha caratteristiche assai diverse da quelli europei: emigranti che vanno a vivere in città “yankee”, le quali portano nomi come San Diego, Los Angeles, San Antonio, San Francisco, Corpus Christi, Mesa, Las Vegas…
Nell’ultimo secolo, la concomitanza fra la potenza economico/militare degli USA, ed una demografia in espansione, fermarono al Rio Grande la sempre presente pressione demografica che giunge dal Sud, causata dalla maggior prolificità latina.
Oggi, entrambi questi presupposti non esistono più: l’America WASP (White Anglo Saxon Protestant) è sempre meno reale. Certamente la si ritrova nel Massachusetts o nel Rhode Island, ma in California le due etnie sono oramai equipollenti, considerando anche una notevole immigrazione asiatica. E un governatore austriaco.
La politica di Bush si è dimostrata fallimentare anche in questo settore: inutile costruire muri lunghi migliaia di chilometri, che finiscono per “fare acqua” da tutte le parti. I grandi flussi migratori – la Storia insegna – sono inarrestabili ed incomprimibili, e questa è una lezione anche per la vecchia Europa. I maggiori network statunitensi – più pragmatici – hanno semplicemente creato molti canali espressamente dedicati alla popolazione ispanica.
Così, paradosso dei paradossi, città che portano nomi latini tornano ad essere colorate da lingue latine, proprio nei luoghi dove, la superiorità della cavalleria USA e degli obici Dahlgren, s’imposero sulle truppe del generale di Santa Ana.

Come intercettare i consensi della parte ispanica della popolazione statunitense, oramai stabilmente residente nel paese, che lentamente acquisisce la cittadinanza e che, domani, potrà diventare l’ago della bilancia negli equilibri interni?
Non esistono politici di prima grandezza d’origine ispanica, e forse sarebbe azzardato (e controproducente) presentare un simile candidato. D’altro canto, nel melting pot statunitense, non è assolutamente certo che gli italiani votino un italiano, i neri un nero, ecc.
La figura di Obama sembra incarnare una sorta di american dream “cucito” per i neri: senza ricorrere a penose operazioni di lifting – come Michel Jackson – il nerissimo avvocato dell’Illinois si presenta così com’è, con la sua strana vita trascorsa prevalentemente all’estero, ma anche con la sua laurea ad Harvard.
Ecco allora che la figura del giovane nero vincente può, nell’immaginario dei nuovi immigrati, rappresentare una sorta di possibile, futuro punto d’arrivo per tutti: la riedizione dell’american dream, nella versione per i diseredati. Siano essi neri, asiatici od ispanici.
Obama gioca poi, contemporaneamente, su due tavoli e li sa interpretare bene: se, da un lato, ha saputo raccogliere più fondi elettorali di Hillary (che gli consentono una “macchina elettorale” tradizionale), dall’altra è un candidato – se non proprio “tutto Web” – almeno “prevalentemente Web”. E, questo, è un dato che dovrebbe far riflettere anche in Italia.
Inoltre, Barak non appartiene alle grandi dinastie della politica USA – paradossalmente, la Clinton potrebbe pagare il legame troppo stretto con l’establishment, ed essere (ricordiamo che, là, stanno giocandosi quasi tutto sull’immagine) “accomunata” alla dinastia Bush – e questo apre ad Obama una serie di “porte” che altri non possono aprire. Ricordiamo quanto poco giovò, a “mollaccione” Kerry, gloriarsi di quelle iniziali – J.F.K. – quasi fossero un mantra da recitare per sconfiggere Bush. Di là dei brogli e del potere del Presidente in carica, quelle iniziali gli preclusero di contendere a Bush gli stati delle pianure centrali, quelli più tradizionalmente repubblicani.

Sappiamo, però, che il sistema elettorale statunitense è facilmente “permeabile” alle intrusioni esterne: sin dalle primarie, dove contano soprattutto soldi, appoggi ed alleanze, fino allo scontro finale, dove entrano in gioco le infernali macchinette della Diebold.
E’ però altrettanto vero che gli Stati Uniti non possono essere paragonati all’Ucraina o alla Georgia: un risultato elettorale può essere abilmente pilotato, anche ribaltato, ma quando la situazione è abbastanza vicina all’equilibrio. Inoltre, questa volta hanno poche possibilità di rientrare in gioco le grandi “dinastie”: in un certo senso, anche i poteri forti (e, talvolta, occulti) devono fare i conti con quel che passa il convento.

Sul potere dei grandi gruppi economici, sui vari think tank statunitensi, si è parlato molto: dalle abili regie del vecchio Kissinger – il cosiddetto “gruppo” di Havard – fino agli agrarians del Sud.
E’ indubbio che importanti personaggi del sistema abbiano appoggiato i neocon – pensiamo a Samuel Huntington – ma non confondiamo quei gruppi con i neocon stessi.
New American Century – la “madre” dei neocon – era ed è un gruppo di pressione politica, ma non è perfettamente sovrapponibile agli interessi dei Nashville Agrarians o della lobby delle armi.
Possiamo, risalendo la storia dei neocon, giungere fino a Leo Strass ed ai legami con i residui del Terzo Reich (la nota vicenda Thyssen-Bush…), ma, proprio la spregiudicatezza di fare affari con il nemico in guerra, ci dovrebbe far riflettere che – a quella gente – assai poco importa di nomi, gruppi o sigle. In altre parole, se i neocon sono un cavallo perdente, chi se ne frega dei neocon.
Il che, sembrerebbe confermato dalla strana “defenestrazione” di Wolfowitz dalla Banca Mondiale: quando mai, un potente, viene accusato di una misera questione di raccomandazioni per una collaboratrice (o amante che fosse), fino a cadere nella polvere?
Ancora: le pressioni dei militari, al Pentagono, furono così potenti da “disarcionare” Rumsfeld? Oppure, qualcuno assicurò quei militari – che non volevano finire dalla padella nella brace con una guerra all’Iran – che sarebbero stati in ogni modo garantiti?
Una sotterranea guerra è andata in scena, almeno dal 2004 in poi, fra la Casa Bianca ed il Pentagono: non si contano quasi i generali deposti (con succose pensioni e posti sicuri in altrettanto redditizie organizzazioni), il tourbillon di cariche ai vertici delle Forze Armate, i frequenti “cambi della guardia” in Iraq, fino alle dimissioni di Rumsfeld, ufficialmente “dovute” per la sconfitta nelle elezioni di mezzo termine del 2006.
L’ultima “cambiale” concessa ai neocon fu la sostituzione di Powell con Condoleeza Rice agli Esteri: dopo, il silenzio dei grandi gruppi di pressione è diventato assordante.
Non si poteva far nulla, per un’anatra zoppa che non era riuscita a volare nemmeno quando aveva avuto il controllo d’entrambe le ali ed il vento in poppa: non c’era niente da fare perché non ci si improvvisa grandi statisti, nemmeno se hai alle spalle tutto l’apparato di Nixon/Reagan/Bush Primo Il Vecchio.

Oggi, stranamente, emerge un giovane avvocato democratico – che, però, ha studiato ad Harvard – e che raccoglie più fondi elettorali della “patentata” Clinton. Potenza del Web o dei grandi gruppi?
Si può credere che gli USA vogliano voltar pagina – e lo dovranno fare in ogni modo, vista la disperata situazione economica nella quale si trovano – e, probabilmente, anche i grandi gruppi di pressione si sono accorti che è necessaria una sferzata.
Ovviamente, questo non migliora le condizioni economiche e strategiche degli USA nel mondo: la guerra in Iraq è sempre una ferita aperta, l’indebitamento – pubblico e delle famiglie – rimane una voragine alla quale è difficile trovare soluzioni. Il dollaro è in picchiata da anni, e la FED non sa più quali pesci pigliare.
In una prospettiva di graduale ritiro dai grandi scenari internazionali – che sono costati, in questi anni, una montagna di soldi all’amministrazione USA – lo scenario di un “atterraggio morbido” si può, per lo meno, intravedere.

Tutto ciò costerà, e parecchio: dalla redistribuzione dei contratti petroliferi in Iraq – lo strano “riavvicinamento” di Parigi di qualche mese fa? – alla cessazione degli appoggi “arancione” alle repubbliche ex-sovietiche, fino alle velleità degli Scudi Stellari e dei viaggi su Marte.
In altre parole, il ritorno ad una fase isolazionista potrebbe essere necessario per distrarre risorse – finora dedicate ai ruoli internazionali – al fine d’irrobustire gli interventi interni: senza i quali, gran parte degli americani rischieranno, nel prossimo decennio, la povertà vera, quella delle grandi recessioni economiche.

La figura di Barak Hussein Obama potrebbe essere proprio quel necessario compromesso d’immagine, fra la continuità dell’establishment e le esigenze, pragmatiche ed oramai non eludibili, di un ritorno al sostegno della domanda interna. Dopo un trentennio di politiche liberiste, una nuova fase rooseveltiana.
Una re-interpretazione di Roosevelt, non una riedizione, giacché qui si tratta di gestire (con ben minori risorse!) una fase di contrazione della politica estera, e non un’espansione, come avvenne dopo la Grande Depressione: insomma, finita la fase imperiale, si tenterebbe di “scendere” ad un più credibile Commonwealth di marca statunitense. Cosa, peraltro, che non è assolutamente facile da gestire e, per alcuni aspetti, è persino difficile immaginare.
Ma, tant’è, altre vie – per il gigante statunitense – non sembrano essercene: se un vecchio Churchill non è presente nella politica USA, un giovane promettente, abile oratore, preparato ed in grado di coalizzare fra di loro etnie apparentemente lontane e dagli interessi stridenti, può essere l’unica soluzione praticabile.
Forse non è l’optimum al quale aspiravano generazioni di statunitensi, ma è ciò che passa il convento: dovendo proprio trovare, fra i vari candidati, quello che meglio potrebbe ricoprire questo ruolo, egli corrisponde proprio al ritratto di Barak Hussein Obama. Sia per l’immaginario popolare, sia per i poteri forti, abbacchiati e delusi dagli sproloqui di New American Century: fare di necessità virtù è, nei periodi bui, il massimo che ci si può concedere.

Ricordo una frase del primo San Francesco della Cavani. Quando Francesco riuscì finalmente a farsi ricevere dal Pontefice, gli spiattellò tutte le sue rimostranze per la corruzione del clero dell’epoca. Un cardinale, chiese allora al Papa se lo dovesse imprigionare, ma il Pontefice rispose, tranquillo: «No, lasciatelo andare fra la gente: riporterà i poveri a noi.»

02 gennaio 2008

Nella terra dei Pinocchi

Cortigiani, vil razza dannata…”
dal Rigoletto, di Giuseppe Verdi

Dev’essere stata dura, si capisce subito, appena si legge il testo del messaggio agli italiani del Presidente della Repubblica per il 2008. Non sappiamo chi abbia lavorato al documento, se il Presidente stesso o altri collaboratori, ma il risultato è veramente apprezzabile: con i “chiari di luna” che circolano, era veramente difficile far di meglio.
In questi casi – quando la realtà che ci circonda è a dir poco agghiacciante – si richiamano i buoni sentimenti, gli “aspetti eloquenti dell’Italia che vuole crescere”, i “centri di eccellenza”. Tutte cose che esistono, nulla da eccepire. Un po’ meno quando si citano non meglio precisate “realtà di istituzioni indubbiamente vitali”: cos’avranno mostrato al Presidente Napolitano?
Viene da chiedersi quale Italia mostrino al Presidente, oppure quale Italia Napolitano desideri vedere: il risultato mediatico del messaggio raggiunge sì la sufficienza, ma è drammaticamente avulso dalla realtà che tutti viviamo. Si fa qualche concessione: “l’allarme per l’aumento del costo della vita…l’incertezza del lavoro…l’insufficiente tutela del lavoro…”: vogliamo ben credere, con una città (Torino) che ha visto l’Avvento del Natale scandito dalle morti dei suoi figli in un rogo in fabbrica. C’è veramente poca “trippa per gatti” per chi deve scrivere discorsi.
Il Presidente può permettersi il lusso di sorvolare sull’attività politica – è un limite che deve rispettare – ed è la sua fortuna: guai se dovesse farlo. Cosa potrebbe raccontare?

Potrebbe iniziare a raccontarci come mai un governo, che ha una risicata maggioranza al Senato, sia tenuto in ostaggio da un’esigua pattuglia di senatori, capeggiati da un tal Lamberto Dini, ex FMI, ex Banca d’Italia, ex berlusconiano di Forza Italia, ex ministro degli Esteri, attuale marito di Donatella Zingone, condannata – lo scorso 3 Dicembre 2007 – in primo grado a due anni e quattro mesi di reclusione per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio. Poi condonati, ovviamente, con l’indulto voluto da Mastella.
Ora, che nella famiglia Dini la mano destra non sappia cosa fa la sinistra, non riusciamo proprio a crederlo: il continuo “alzare la posta” di Dini su questo o su quello, non ci sembra dovuto al suo sfrenato desiderio di prendere il posto di Prodi in un governo “tecnico”, quanto alle vicende personali. Sulle quali, ad onor del vero, non riusciamo proprio a dar torto marcio al povero Lamberto.
Eh sì, perché se è stata rimossa la Forleo per non “andar giù” pesante su Consorte (D’Alema & Fassino?), se De Magistris sarà inviato ad indagare solo più sugli incidenti stradali (quelli veri, ovviamente, non quelli di “dubbia” fonte) – per non colpire certe logge di San Marino (Prodi & Mastella?) – non si capisce proprio perché si debbano fare figli e figliastri.
Ma – mi chiedo – non era possibile richiamare il giudice di Roma, che ha condannato la signora Dini, ed inviarlo ad indagare sul prossimo Carnevale di Venezia? Anche là, magari, qualche reato ci sarà…
Bisogna riconoscere che il buon Lamberto ha ragione da vendere: perché solo io non ho le tutele che abbondano per altri – sembra affermare – forse perché sono piccolo e nero?
Non sappiamo se il nostro Calimero sia proprio nero o – come il simpatico pennuto della pubblicità di un tempo – solo un po’ sporco ma, al suo posto, chiunque di noi, in cambio dell’appoggio al governo, avrebbe perlomeno chiesto l’annessione delle Canarie all’Italia, la vendita delle Tremiti alla Baviera e il divieto per qualsiasi parlamentare di fare festini alla cocaina. Altro che abolizione delle Province.
Si percepisce chiaramente che il buon Dini è stato colto da un po’ di stizza, perché ha steso una “lista della spesa” che comprende provvedimenti eterogenei, come la valutazione scolastica unica su base nazionale: ne avrà parlato con Fioroni? Lì non c’è problema, perché basterebbe una circolare del Ministero, mica usa più passare per il Parlamento, come la Costituzione raccomanda: la vicenda degli esami di riparazione insegna…
Se la nostra solidarietà a Dini è quindi fuori discussione (!) – e ci aspettiamo quindi che Mastella intervenga in fretta per sanare l’ingiustizia – non comprendiamo certe intemperanze della cosiddetta “sinistra radicale”.
Qui, bisogna fare una premessa.

E’ chiaro a tutti che, “scapolata” la Finanziaria e le altre leggi-capestro (pensioni, welfare, ecc), per i nostri parlamentari si apre una lunga stagione di riposo, praticamente fin quasi alla prossima Finanziaria, sempre che non ci siano provvedimenti urgenti da varare, ai quali è dedicata, in genere, l’ultima decade di Luglio e la prima di Agosto. Così, gli italiani – soprattutto quelli che “soffrono” (a detta dello stesso Presidente…) – non s’accorgono di niente e non s’aggiunge sofferenza alla sofferenza. La pietas, anzitutto.
Il prossimo Autunno raggiungeranno finalmente la metà della legislatura, così avranno pieno diritto alla futura pensione senza dover mettere mano al portafogli, con fastidiosi versamenti di tasca propria.
Il problema è giungere all’Autunno: come attrezzarsi per superare la piovosa Primavera e la canicola estiva?

Normalmente, in casi come questi, tornano molto utili le cosiddette “verifiche” dell’attività di governo: cosa sono?
Una serie di riunioni dove si cerca di contentare chi, per qualche disguido, non ha ricevuto abbastanza: si consulta la lista delle cariche in scadenza nelle varie società dove lo Stato ha uno o più zampini, si cancella con il pennarello chi può andarsene per età e chi deve andarsene perché inviso all’uno o all’altro.
Talvolta, siccome non si sa mai chi governerà dopodomani, conviene mantenere al loro posto anche personaggi dell’opposizione: l’8 settembre 1943 è la regola, mica l’eccezione.
La fase di “verifica”, quindi, a forza di pennarelli, evidenziatori, cartelle triturate perché oramai inservibili, nuove fotocopie, altro lavoro di pennarello e matita copiativa, non è una fase né corta e né semplice dell’attività di governo. Bene che vada, qualche mese se lo prende.
Quello che non comprendiamo – soprattutto riferendoci ai “rossi” rivoluzionari come Giordano, Diliberto & compagnia cantante – è cosa c’entriamo noi. Siccome tutte le nefandezze che questo governo doveva compiere le ha già concluse nel 2007, a cosa serve chiedere dell’altro? Prodi ha già detto che dei PACS non se ne farà nulla, tanto meno si può sognare la tassazione delle rendite: in quanto al problema “salariale”, già ringraziamo adesso per i (probabili, futuri, speriamo) 20,57 euro lordi che troveremo in busta paga, che “passeremo” subito al benzinaio per gli aumenti dei carburanti.

Sinceramente, con tutto i fastidi che già abbiamo per sbarcare il lunario, non abbiamo tempo da perdere per scervellarci con pennarelli ed evidenziatori. Per loro, però, è importante guadagnare tempo.
Tornano utili allora i mille argomenti da tirar fuori dal cappello a cilindro, per litigare un po’ e raggiungere l’autunno: con il nucleare si possono innescare discrete liti e l’aborto può sempre tener banco. Si passerà quindi alle liti su chi dovrà eleggere il Presidente del Consiglio, quello della RAI, il Gran Mogol delle Giovani Marmotte e l’arbitro per Milan – Inter. E qualche rivelazione “inedita” su Togliatti o Mussolini? Eh, tutto serve…
Se proprio non sapranno come trascorrere il tempo, ci sono sempre dei simpatici nobilastri di nome Savoia che, per pochi spiccioli, sono disponibili a dare spettacolo in Italia e all’estero. Si rivolgano a loro, all’occorrenza.
I due compari, sono in grado di presentare in breve tempo una serie di rappresentazioni tragicomiche di prima grandezza: si va dalle puttane alle truffe, dai risarcimenti (e per che cosa?) ai casinò. Ed ai casini.
Con l’aiuto di un professionista dell’informazione – un tal Vespone – si potranno portare in scena altre 58 puntate del processo di Cogne: tutti i misteri d’Italia – meno quelli che devono rimanere tali – potranno essere indagati dalla coppia vincente Augias/Lucarelli, che sono oramai ampiamente attrezzati in materia. Ci raccontassero, una volta e per davvero, chi ha buttato giù l’aero di Ustica: altrimenti – signori miei – non cazzeggiate sui misteri dell’acqua calda.
Ci piacerebbe tanto conoscere i retroscena delle mille logge segrete che hanno condotto la politica italiana per decenni, dei loro trait d’union con i grandi finanzieri e con i boiardi di regime. Non raccontateci i segreti di Pulcinella: li conosciamo da anni.
In alternativa, quando la bisaccia rischierà d’esser troppo leggera, potranno sempre ricorrere ai collaudati dibattiti fra Coscialunga Santanché è la musulmana velata di turno: arbitra Vladimir Luxuria.

Con questo ed altro, riusciranno a scapolare la Primavera: ah, dimenticavo, per Marzo-Aprile è prevista una rappresentazione straordinaria all’estero. Difatti, il Presidente richiama:

L’interesse generale esige un pieno sostegno all’azione internazionale dell’Italia, al suo impegno, innanzitutto, nell’Unione europea per favorirne il rilancio e l’iniziativa comune sui temi cruciali della pace e della sicurezza internazionale.”

Per chi non lo sapesse ancora, per la Primavera è stata decisa la definitiva indipendenza del Kosovo, che farà saltare per aria ancora una volta i Balcani, dacché anche le repubbliche serbe di Bosnia – e forse la parte “croata” dell’Erzegovina – se ne andranno, per ricongiungersi alle “case madri”.
La cosa è oramai certa ed inserita nei palinsesti: d’altro canto, D’Alema – come Bush – è uno che “vuol finire il lavoro”.
Non sappiamo quali saranno i “risvolti” dell’avventura – l’ultima volta costò 127.000 morti – ma sappiamo che è in programma per la prossima Primavera, fuori dunque dai “ricatti” energetici di Putin: noi, le guerre possiamo permettercele solo nella buona stagione, quando non dobbiamo scaldare il bagno per fare la doccia. Altrimenti: niente guerra, oppure doccia fredda.

Forse, con questa rappresentazione fuori programma, potranno arrivare all’estate, quando la situazione si farà più delicata: a causa della crisi economica americana (Napolitano non dice nulla al riguardo, eppure è appena stato a Washington…), si dovrà mettere mano ai conti per il DPF e programmare come spartirsi i futuri “tesoretti”. A proposito, qualcuno sa dov’è finito quello del 2007? Noi, del pubblico impiego, non abbiamo ancora visto un soldo per i contratti scaduti il 1° Gennaio 2006 (sì, due anni fa!): se qualcuno lo avvista, per favore, faccia un fischio.
Tornerà all’uopo, allora, la canicola estiva: fra un tuffo in mare – rigorosamente dalle poche “spiagge libere”, perché gli italiani non possono più permettersi cabina ed ombrellone – e lo scialacquio di una pizza per il compleanno del figlio, gli italiani – stufi d’ascoltare cazzate e mestizie – spegneranno la TV.
Ne approfitteranno, allora, per “limare” alcuni provvedimenti finanziari e “risparmiare” qualche soldo da destinare – bisogna pensarci per tempo – alla prossima campagna elettorale.

Eh sì, perché un comitato di “saggi”, nel frattempo, avrà steso una nuova legge elettorale, nella quale ci saranno elementi tedeschi – un bello sbarramento, se a qualcuno saltasse in mente d’intromettersi nei loro equilibri – e spagnoli, per salvaguardare i territori d’oltremare. Che, in Italia, non sono le isole, bensì la terra dei Sanniti – che ha come capitale Ceppaloni – e quella degli Apuli e dei Bruzzi – che ha come centro Montenero di Bisaccia.
Ci saranno, ovviamente, “interpretazioni” nazionali: un bel ritorno alla preferenza, così – con il consueto trucco della combinazione di numeri e nomi – potranno controllare anche l’ultima scheda elettorale. La mafia ringrazia.

Con quest’ultimo provvedimento, s’arriverà a Settembre: qui, le avanguardie rivoluzionarie rifondarole e comunisto-democratiche, diranno basta. E’ ora di finirla d’appoggiare i governi delle borghesie liberiste! E’ ora di tornare all’opposizione e di gridare il nostro, ostinato “No” a tutte le proposte liberal borghesi! Dopo aver detto di “Sì” a tutte le nefandezze di questo governo per due anni.
Così, avranno compiuto con dovizia il loro compito: dire di sì quando arriva il comando da via Nazionale, e ritirarsi in buon ordine quando potrebbero infastidire la pennichella dei banchieri.
Il Presidente se n’è accorto del pessimo andazzo, e conclude con un avvertimento, quasi un ammonimento, che le forze politiche terranno sicuramente (!) in considerazione:

“…dobbiamo risolutamente ancorarci ai suoi principi (della Costituzione, N.d. A.), anche e non da ultimo ai suoi valori morali, e in special modo a quei suoi indirizzi che non vediamo abbastanza perseguiti e tradotti in atto.”

“Perseguiti e tradotti”. Mamma mia: ci vuole veramente un gran coraggio. Buon 2008 a tutti.

26 dicembre 2007

Una sola vocale

Qualcuno afferma che non si dovrebbe scrivere nei giorni delle feste comandate, tanto meno a Natale, ma è pomeriggio, ho pranzato abbondantemente ed ho un bel peso sullo stomaco. Il cibo ingurgitato? No, ho ancora “sullo stomaco” l’articolo che il Times ha dedicato all’Italia pochi giorno or sono. A dire il vero, non ho sullo stomaco l’articolo in sé, ma la risposta che lei ha dato – presidente Prodi – a quelle righe.
Alcune frasi – riportate dai media nazionali – mi hanno colpito non perché raccontassero chissà quali novelle, ma per la capacità – in poche righe – di tratteggiare la nostra realtà. Pare quasi che, su una nave che affonda, gli ultimi ad accorgersene siano proprio quelli che ci stanno sopra.
Che la “Perfida Albione” non sia tenera con l’Italia lo sappiamo, che i tedeschi non aspettino altro che un fatto di sangue per gettare sui rotocalchi una pizza con una pistola nel mezzo, è altrettanto vero, ma le parole del Times sono pietosamente, intrinsecamente, ferocemente vere. Di là delle possibili interpretazioni e dietrologie.

"Gli italiani sono i meno felici d'Europa" afferma il quotidiano inglese. Sentenza dura: gettata con troppa approssimazione?

L’imprecisione è intrinseca in ogni universale, in quanto generalizzazione di un’entità composita – tutti lo sanno – ma ci sono dati che è difficile “dribblare” perché riportano a realtà comuni, espanse nella società che si esamina.
La prima è la natalità: che piaccia o non piaccia, il trend demografico è un numero che qualcosa indica. Gli italiani sono i meno prolifici d’Europa, e si “salvano” soltanto per la maggior prolificità degli immigrati: il 10% dei nuovi nati, secondo l’ISTAT, ha genitori stranieri, quando gli immigrati sono il 5% della popolazione. Esattamente il doppio.
La natalità è un indice da “prendere con le molle”, ma da non sottovalutare: proviamo ad “incrociare” il dato con altri, questa volta pubblicati dalla rivista RIZA psicosomatica.

La forza di volontà si spegne a 30 anni: ben 6 giovani su 10 confessano di non sentirsi abbastanza coraggiosi e volitivi…Secondo i dati della ricerca, ben il 62% degli intervistati ritiene di non essere abbastanza dotato di forza di volontà…E a ben vedere è proprio la fascia che va dai 25 ai 40 anni a dare maggiori segni di cedimento…”

Se riflettiamo che la fascia d’età compresa fra i 25 ed i 40 anni è proprio quella che dovrebbe “reggere” la natalità, il dato si spiega da sé: quando mai, persone sfiduciate e dalla volontà appannata, fanno figli con ardore?
Interessante è anche la risposta – in qualche modo autocritica – che gli italiani forniscono: quel 62% che affermano di non aver sufficiente volontà, sembrano volerci raccontare la loro inadeguatezza, il non sentirsi all’altezza dei compiti richiesti.
La stessa rivista approfondisce le motivazioni della sfiducia:

Per i più giovani gli insuccessi negli studi (22%), genitori incapaci di incoraggiare (20%) e i fallimenti con l'altro sesso (18%). Fra i 30 e i 40 anni a falciare la forza di volontà ci pensano l'insoddisfazione sul lavoro (27%), un matrimonio rivelatosi troppo presto sbagliato (24%) o l'ambiente di lavoro troppo competitivo (23%).”

La principale causa di guai – si evince da questi dati – è da ricercare nell’ambiente esterno, ossia nei rapporti sociali, soprattutto sul lavoro.
Qui, gli italiani, compiono una troppo frettolosa autocritica: sono proprio così certi d’essere intrinsecamente “inadeguati”?

A volte mi giungono alle orecchie storie di ex allievi. Altre di conoscenti, lontani parenti, amici.
Il denominatore comune di queste storie è l’incertezza: sento raccontare di “posti di lavoro” nei quali si “lavora”, nella stessa settimana, due giorni nel profondo Sud e tre a Milano. Oppure si fanno turni obbligatori (pena il licenziamento) e continuativi di 12 ore, alla faccia della legge 626 e di tutte le normative sulla sicurezza: poi ci stupiamo dei poveri morti della Thyssen-Krupp. Anche trascorrere due notti la settimana sul treno, dormendo in cuccetta per presentarsi al lavoro il giorno seguente, non è proprio uno scherzetto.
Sarebbe giusto sentirsi “adeguati” al confronto di simili trattamenti? L’unica persona che si sente “adeguata” a simili violenze, si fa presto a definirla: lo schiavo.
Ma ritorniamo al Times.

Il problema non riguarda solo prezzi e salari, con un 'mood' che raggiunge il cuore del dibattito dell'Italia con se stessa sulla propria anima e identità

La frase – un po’ contorta (dove sono finiti i buoni traduttori?) – sembrerebbe affermare che gli italiani sono afflitti oltre misura, anche rispetto al cattivo andamento economico. Qui, c’è una percezione diversa fra realtà ed aspettative.
Oggi è Natale e credo che quasi tutti l’abbiano trascorso in famiglia: di là delle diverse tradizioni, s’è cucinato parecchio, s’è riempito il frigorifero d’avanzi e in qualche angolo della cucina sono rimasti “fondi” di vino nelle bottiglie.
Apparentemente, siamo ancora benestanti: rispetto a gran parte del pianeta, è senz’altro vero.

Il problema inizierà domani: Adusbef, Codacons, Adoc e Federconsumatori hanno già stilato la “tabella di marcia” dei rincari per il prossimo anno. Considerando generi alimentari, energia, mutui e quant’altro, per ogni nucleo familiare è previsto un aumento di spesa di circa 800 euro. Una mazzata.
Mi passano nella memoria le immagini delle tante “nonnine” italiane, pensionate fra i 500 ed i 700 euro il mese: come faranno? Già oggi fanno i salti mortali e, talvolta, campano a caffelatte. Eppure, forse perché nella vita hanno visto di peggio, si fanno forza e cercano ancora – come possono – di rendersi utili per figli e nipoti.
Anche “figli e nipoti”, però, non se la passano certo allegra: per tantissimi giovani che – per amore o per forza – vivono da soli, l’aumento di 800 euro di bollette varie rappresenta circa una mensilità. Hai voglia di metterti a fare figli.

Anch’io – che sono un “privilegiato”, con stipendio fisso e ruolo a tempo indeterminato – inizio a sentire il “peso” di quei 60 euro circa che ogni mese si prendono Regioni, Province e Comuni, sullo stipendio o nella bolletta dell’ENEL: 720 euro l’anno per che cosa? Per fare una carta d’identità che potrei ricevere on-line? Per realizzare opere pubbliche, nelle quali la metà dei costi sono tangenti mascherate? Per mantenere in vita evanescenti “progetti di avviamento” al lavoro?
I fattori economici non sono, da soli, determinanti (come si sopravvive alle guerre?) ma contribuiscono ad acuire i naturali problemi familiari: se, quando c’è “maretta”, ci sono i soldi per “staccare” un momento e prendersi un pausa – magari una semplice vacanza in un fine settimana – ci sono più possibilità di capire la persona che vive con noi, di comprendere, anche di perdonare se ci sembra d’aver subito un torto.
Se, invece, il “forcing” del lavoro è costante, martellante e senza gratificazioni (bassi stipendi) si generano sempre più tensioni interne alla famiglia: nei casi “limite”, assistiamo alle tragedie. Cosa che, peraltro, ci viene “passata” oramai come un fatto comune: è “normale” sgozzare il cane, uccidere a martellate la moglie e poi impiccarsi. E’ “comune” sparare a moglie e figli nei loro letti, per poi puntare il fucile sotto il mento e premere il grilletto. Questa è oramai la cronaca di un giorno qualsiasi: siamo diventati “inadeguati” alla vita? Svegliamoci dal sogno, anzi: dall’incubo.

Le ragioni che il Times indica come i “mali” dell’Italia sono fotografati con impietosa precisione:

Il passato é la gloria dell'Italia, ma ne è anche la sua prigione, con la politica e l'economia dominate da una gerontocrazia, mentre gli imprenditori e i politici più giovani sono tenuti a freno…Sebbene ci siano buoni registi, non c'é nessuno che possa essere paragonato a Fellini o Visconti…

A parte il fatto che in Italia ci sono tuttora ottimi attori e registi – Giovanna Mezzogiorno, Margherita Buy, Stefano Lo Cascio, Sergio Rubini, la Archibugi, Soldini (svizzero-italiano), ecc – e che la critica è quindi errata alla base, ossia scambia la presunta mancanza d’artisti con le carenze della classe politica nei confronti dell’arte, il resto è quasi drammaticamente vero. Quasi perché la differenza non è tanto fra giovani e vecchi imprenditori, ma fra coloro che vivono all’ombra della Casta e quelli che credono, coraggiosamente, di vivere in un paese normale.
Sulla gerontocrazia esistente, nulla da eccepire: dal Quirinale fino ai consigli comunali.
Laddove il Times sbaglia (?) clamorosamente è nell’affidare il “controcanto” a Lucherino da Montezemolo, che si lancia in una ricetta, a suo dire, vincente per il nostro paese:

Il nostro paese non si è solo fermato, ma sta andando indietro…Siamo un paese pieno di eccellenze e di energie positive. Possiamo invertire questo declino aprendo il paese al mercato, sbarazzandoci della burocrazia e liberando il talento dei giovani…”

Insomma, la ricetta è sempre la stessa: meno Stato e più mercato. Il che, potrebbe essere discusso ed approfondito, se non fosse clamorosamente inaffidabile il pulpito dal quale viene la predica.
Vogliamo ricordare i tanti “salvataggi” della FIAT, pagati con i soldi dell’aborrito Stato? Oppure, scivolando nel tempo, le tante vite di giovani piloti italiani, morti sbucazzati dagli Spitfire mentre combattevano su antiquati biplani CR-42 FIAT? Ancora indietro: le colossali e marcescenti commesse di guerra della Prima Guerra Mondiale, quando gli Agnelli s’arricchirono consegnando autocarri che si rompevano ad ogni passo? Peccato che l’autiere che “abbandonava il mezzo” – all’epoca – fosse immediatamente fucilato: così, durante la ritirata di Caporetto, tanti poveri autieri italiani pagarono con la vita le “combine” fra lo Stato e gli Agnelli.
Decenza, Montezemolo, decenza.

Da ultimo, il quotidiano inglese cita il “sorpasso” che la Spagna ha compiuto nel PIL pro-capite nei confronti dell’Italia. Non che questi arzigogoli dei banchieri c’impressionino più di tanto: basta essere passati per la Spagna negli ultimi anni per rendersi conto che laggiù campano meglio.

E, questo, è ciò che l’ha fatta inalberare – presidente Prodi – che non le è proprio andato giù: non il resto, non prendere coscienza dell’infelicità degli italiani, della vostra pochezza, che siete diventati oramai un inutile peso. Voi, compresa quella massa informe che oggi si ritiene “opposizione”: in realtà, siete gli uni i supplenti degli altri.
Lei non si è limitato a minimizzare, bensì ha contrattaccato:

E' singolare che questo articolo esca proprio quando i dati sull'export evidenziano come l'Italia avrebbe superato la Gran Bretagna.”

Per prima cosa – lei m’insegna – sui condizionali non si gioca manco un’unghia: l’Italia “avrebbe” superato nell’export la Gran Bretagna? Cos’è, una nuova moda? Dopo le “scommesse” sui future, scommettiamo anche sui dati macroeconomici?
Anche scambiando quel condizionale con un più rassicurante indicativo presente, la risposta non c’azzecca per niente. Lo sa che, nel 1914, la Russia zarista superò la Gran Bretagna imperiale nella produzione di ghisa?
A quel tempo, le produzioni di ghisa e d’acido solforico erano considerate – con qualche approssimazione – una sorta di “PIL” dell’epoca. Eppure, come la storia ha evidenziato, la Russia del 1914 – per citare Marx (non Karl) – “non stava troppo bene”, tanto che precipitò nel volgere di pochi anni.
Anche la sua ostinata sicumera nel propagandare come riesca a governare con un solo voto di maggioranza – al suo posto – la risparmierei: e questo, vale anche per i divertenti “saltafossi” come Fini, Casini e Veltroni che stanno confezionando le strenne per il nuovo anno, ossia una sorta di legge elettorale/pateracchio per “blindare” ancor più la Casta al potere. Presentandola, ovviamente, come il non plus ultra della democrazia.

Il problema centrale di una classe politica è l’identificare correttamente la propria funzione, ossia stabilire con certezza gli obiettivi da raggiungere, i mezzi per attuarli ed i tempi. Questa è la vera politica, che non si sottrae con dei mezzucci al giudizio degli elettori, scrivendo ogni giorno che passa una nuova legge elettorale per fregarli, oppure medita di tappare la bocca alla gente con il Decreto Levi. Peggio ancora, la tappa a due magistrati coraggiosi come la Forleo e De Magistris.
Quando una classe politica smette di svolgere queste funzioni, si trasforma nel vuoto simulacro di se stessa, diventa un carapace senza cuore e cervello, un inutile orpello. Invece di svolgere una funzione, inizia a praticare la finzione della sua realtà, di ciò che dovrebbe essere e dovrebbe fare. Finisce per avvitarsi tragicamente su se stessa, per chiudersi a tutte le critiche, per incensarsi negli agoni televisivi, per essere – sintetizzando – completamente auto-referente. E boriosa.

Stupisce osservare che, nel nostro idioma, le due realtà siano separate da una sola vocale: funzione e finzione. Curioso, vero? Una vocale che finisce per essere la maledizione di noi tutti.
Mi torna allora alla mente cosa rispose Luigi XVI, quando gli fu comunicato che Parigi era in rivolta: «Che problema c’è: schierate il reggimento delle Fiandre!»
Poco tempo dopo, cercava lui stesso di raggiungere le Fiandre, camuffato, su una carrozza: tutti sappiamo cosa successe a Varennes.
La Storia è allo stesso tempo prodiga ed avara, poiché ci racconta come le situazioni, giunte al loro limite, trovino in qualche modo soluzione. A volte in modo cruento, altre con passo più lieve, ma ci racconta che gli equilibri divenuti troppo instabili hanno già in sé il seme dell’evoluzione. Esempi a decine: da Cesare all’URSS. L’avarizia della Storia è che non ci può dire quando, ma la Storia è Storia, non profezia.
Chissà che nome avrà, quale sarà il luogo della vostra Varennes: magari una sola vocale, o una consonante, faranno la differenza. Chissà.

19 dicembre 2007

Ma chi credono di prendere in giro?

«Sogno o son desto?» mi viene da pensare mentre scorro le pagine di Televideo del 16/12/2007, quando TERNA (la società che gestisce la rete elettrica) comunica l’ultimo “record” dei consumi elettrici nazionali: 56.810 MW, registrato nella medesima giornata.
Per chi non è abituato a valutare questi dati, si può spiegare – con qualche approssimazione – che la rete elettrica è come la rete idrica: se spilliamo una determinata quantità d’acqua, altrettanta deve essere immessa negli acquedotti.
A differenza della rete idrica, però, la rete elettrica non può rimanere “a secco”, poiché subirebbe gravi danneggiamenti: in tal caso, vengono staccati segmenti di rete per mantenere in tensione il resto della rete, oppure viene immessa più energia dalle centrali, sia italiane sia estere, poiché la rete elettrica europea è interconnessa.
Gli ultimi “record” di richiesta energetica erano avvenuti in estate: 56.450 MW il 19-7-2007; precedentemente, nel 2005 s’era raggiunto un massimo di 54.100 MW e nel 2004 di 53.600 MW, ma sempre nei mesi di Giugno e di Luglio.
La ragione di tali alte richieste estive è in gran parte da addurre ai climatizzatori, sempre più diffusi, che consumano parecchia energia. Quello che non era atteso era un picco invernale.
Ciò che mi ha fatto sobbalzare è stata la giustificazione addotta da TERNA: “è colpa degli addobbi natalizi”. Signori: spegnete gli Alberi di Natale, altrimenti mandate in rovina la rete nazionale!
Questa non è disinformazione: questa è bieca disinformazione. False comunicazioni sociali: è addirittura un reato.
La prima obiezione da muovere a TERNA è che tutti gli inverni, gli italiani, addobbano case e giardini con collane di luci, e mai era successo che la richiesta fosse così alta. La seconda obiezione è che queste luminarie sono accese per lo più di notte, quando i consumi elettrici scendono al 15% rispetto ai massimi diurni (secondo i dati che TERNA stessa comunica alla Borsa Energetica).
La terza obiezione è che, per quanto s’accendano Alberi di Natale, non si tratta di consumi che incidono un gran che: sono le applicazioni in campo termico dell’energia elettrica ad essere le vere sanguisughe del sistema, come i climatizzatori.
Cosa non ci vogliono raccontare?
Non ci vogliono dire che, da anni, viviamo oramai in una continua emergenza: la richiesta aumenta e facciamo fatica a “tenere il passo”. Come mai questa anomala richiesta invernale?
Alberi di Natale a parte, a nessuno è venuto in mente che un’ondata di freddo s’è abbattuta sull’Italia? Niente di così eccezionale, data la stagione.
Il freddo, però, ha colpito di più le regioni meridionali che quelle settentrionali, più la parte adriatica che quella tirrenica. E qui è la differenza.
Durante la stagione invernale, che faccia più o meno freddo, al Centro-Nord sono in funzione gli impianti di riscaldamento: metano, gasolio, legna o pellets, sono sistemi che bruciano in loco il combustibile, senza coinvolgere la rete elettrica.
Al centro-Sud, invece, la situazione è un po’ diversa: a differenza del Nord, al Sud non tutte le case sono provviste d’impianto di riscaldamento, giacché la stagione è meno fredda.
C’è differenza dalle aree interne a quelle costiere, ma moltissime grandi città del Sud sono sprovviste d’impianti di riscaldamento centralizzati, e spesso non c’è nemmeno una stufa a metano in casa.
I climatizzatori – che al Sud, d’estate, sono quasi indispensabili – possono anche fungere da riscaldatori: semplicemente, tantissime persone hanno acceso i climatizzatori per riscaldare gli ambienti.
Non è priva di senso la rinuncia ad un costoso impianto di riscaldamento (per condominio o singola abitazione), poiché è raro che al Sud si raggiungano temperature così fredde, ma quando accade la rete elettrica è sottoposta ad un superlavoro, e tutte le centrali devono fornire il massimo, più le importazioni.
Ciò che non c’azzecca proprio niente è la puerile giustificazione addotta da TERNA: gli Alberi di Natale!
Non si tratta, in questa sede, di ritornare ancora una volta sugli abissali ritardi italiani in campo energetico: basti pensare che il termodinamico – nato in Italia dagli studi di Rubbia e realizzato dall’ENEA – non ha avuto la sua prima applicazione nel nostro paese, bensì in Spagna.
E’ bastata la permanenza in Spagna di Rubbia per due anni (2004-2006, quando lo cacciarono dall’ENEA) e la collaborazione con Juan Antonio Rubio – direttore generale del CIEMAT, il principale centro di ricerche energetiche, ambientali e tecnologiche spagnolo, dipendente dal Ministero dell’Educazione e della Scienza, già collega di Rubbia al CERN – perché la Spagna riuscisse ad avere il suo primo impianto operativo dal Giugno 2007 (10 MW), mentre l’Italia “pensa” d’iniziare l’attività dell’impianto sperimentale di Priolo Gargallo (5 MW) nel 2009. Forse.
Da noi si “parla” di nuovi impianti in Calabria ed in Sardegna, in Spagna ci sono già 40 progetti approvati o in costruzione. Solo la Spagna? No, anche in Israele. Solo nei paesi ricchi? No, anche in Algeria e Marocco.
Siccome stiamo diventando sempre più poveri (proprio in questi giorni la Spagna ci ha superati per PIL pro-capite), può darsi che ci arriveremo dopo l’Algeria e il Marocco.
Non manca nemmeno la querelle sugli aerogeneratori: le mappe che il CESI sta stendendo (il primo studio sistemico della ventosità italiana per l’utilizzo energetico) stanno fornendo risultati confortanti. Non avremo le 2.200 ore annue dell’Olanda, ma abbiamo moltissimi siti che superano le 1.500 ore annue, che rendono competitivi gli aerogeneratori.
Da noi vanno di moda gli “esteti” come Sgarbi – che s’oppongono agli aerogeneratori perché rovinano il paesaggio – oppure elucubrate considerazioni sulle speculazioni basate sui Certificati Verdi.
Osservo la lunga catena alpino/appenninica che si stende da La Spezia a Ventimiglia – 250 Km di crinali deserti e privi (salvo alcune eccezioni) di bellezze artistiche – e mi chiedo perché non installano lì i mulini, lontano dalle spiagge e dalle città.
Certamente il paesaggio non sarebbe più quello di prima, ma – dalla costa – sarebbe addirittura difficile scorgere gli aerogeneratori. Qualcosa mi dice che – la stessa gente che spende fiumi d’inchiostro per salvare il paesaggio – non si scompone allo stesso modo per le centrali a carbone. Io, almeno, non li sento mai urlare di sconcerto per il carbone come fanno, invece, per i mulini a vento.
Inoltre, mi piacerebbe tanto sapere chi compra l’inchiostro a questa gente, visto che Scaroni – presidente dell’ENI – ebbe a dire che “per fortuna, l’Italia non ha venti costanti come il Nord Europa”. Bella fortuna.
Il gioco è oramai chiaro e scontato: a parte questo rumore di fondo, il tentativo dei “poteri forti” è un altro.
A forza d’accendere Alberi di Natale – cari italiani – verrà il giorno che capiterà un bel black-out, magari d’inverno, così si fermeranno anche gli impianti di riscaldamento a gas (le pompe di circolazione sono elettriche).
Milioni di caldaie in blocco: tanta paura, consenso facile.
Forse non riusciranno ad imporci le centrali nucleari – anche se tanti finti ambientalisti ci contano ancora – ma un bel po’ di carbone per molti anni sì, ce lo dovremo beccare.
L’unica cosa da non fare è seguire l’esempio spagnolo, laddove le società iberiche hanno iniziato ad “intaccare” la colossale bolletta energetica che spendiamo ogni anno – 46 miliardi, in Italia, nel 2007 – per dirottare una parte di quei soldi sulla produzione nazionale, arricchendo la propria popolazione, non impoverendola come fanno – d’amore e d’accordo – Prodi, Berlusconi & soci.
Perché? Perché il sole e il vento sono di tutti, il carbone no. Non pensavo però – nel fondo che sta toccando questo paese di sapienti baldracche – che riuscissero ad inventarsi anche quella degli Alberi di Natale. Non c’è proprio mai fondo al fondo.

15 dicembre 2007

Le autostrade dei sogni (mancati)

Gentile Ministro Bianchi,
è con gran pena che mi rivolgo a lei, così canuto e all’apparenza saggio, perché l’essere ministro – quel ministerium che sa di servizio – ci dovrebbe consentire di rivolgerci a lei come in confessione, nel pubblico confessionale del Web.
Ho dovuto per forza scriverle perché sono stato colpito da due eventi, nella medesima sera, che la riguardano: come supremo gestore dei trasporti italiani e come comunista. Almeno, così dicono di lei.

E’ notte, la buia notte di dicembre che ottenebra le strade dell’Appennino, quando nel fascio dei fari m’appare un conoscente. Non fa l’autostop, non fa nulla: attende nella notte. Come non fermarsi per chiedere se ha bisogno d’aiuto?
Vuole conoscere il tenore dei miei pensieri mentre guidavo? Presto fatto.
Ronzava ancora nelle orecchie l’omelia dell’arcivescovo di Torino, durante le esequie dei quattro operai morti alle acciaierie Thyssen-Krupp (i “fabbri” di Hitler, ricorda?), che scagliavano nell’etere – urbi et orbis – il messaggio ripetuto da tutti i cantori di regime: «Mai più, mai più esseri umani bruciati, carbonizzati, resi cenere dal fuoco della fabbrica!» Memento, homo.
Finalmente, verrebbe da dire.
M’arresto: «Successo qualcosa?»
«No, aspetto la corriera.»
«Qui?»
«Sì, dovrebbe passare fra tre quarti d’ora.» Tre quarti d’ora nella notte a due sotto zero. Verrebbe quasi la voglia di raccontarlo al Ministro dei Trasporti.
«Sali, dai, che si va a casa.»
«Come va?» i soliti convenevoli. «Hai finito di lavorare a quest’ora?»
«Sì». «Ma che orario fai?»
Ancora lo ricordo, ragazzo, sui banchi di scuola. Non so che titolo di studio ha e che scelte fece, ma ora lo ritrovo solo, nella notte, che aspetta una corriera più evanescente di quelle che portano da Kabul a Mazar–I–Sharif.
«L’orario di lavoro è dalle 7 del mattino alle 19, continuato: l’altro turno» – ci vuole tanto ad indovinarlo? – «è dalle 19 alle 7.» Settore? Edile, grandi costruzioni.
E così scopro che, quel ragazzo che osservavo giocare sul campo di calcio, ora manovra per 12 ore continuative qualche marchingegno che scava, trita, carica, stende, liscia, batte terra o cemento, asfalto o ghiaia. Per dodici ore, continuate.
«Lo hai scelto tu di fare 12 ore il giorno?»
«No: è così, oppure non lavori.»
Questa è la strategia della "sicurezza" dopo i morti di Torino.

Verrebbe la voglia di raccontarlo al ministro del lavoro, ma è troppo occupato a gustare il frutto delle sue alchimie strategiche che riguardano lavoro e pensioni, e allora m’avvicino al confessionale, scosto la tenda e lo racconto ad un ministro comunista. Almeno, così mi hanno raccontato: un tizio che è docente d’Economia dei Trasporti, che è stato messo lì da un altro accademico che fa di nome – per mostrare d’essersi affrancato dalla schiavitù – Diliberto.

Ascolteranno, questi libertari comunisti? Non lo so: se non ascolteranno loro, udranno gli italiani.
Mentre si celebrano sante messe – con le liturgia della Chiesa, dei partiti e dei media di regime – sui poveri morti di Torino, nell’indifferenza di tutti c’è chi continua a lavorare per dodici ore filate con delle pericolose macchine operatrici. E poi si grida all’incidente.
Ci arrabbiamo – giustamente – per i giovani laureati sottoccupati nei call-centre, e ci dimentichiamo dei dannati della terra, di quelli che per strappare un tozzo di pane devono giocarsi brandelli di vita.
Verrebbe la voglia d’urlarlo in faccia ad un ministro comunista. L’unico che si riesce a trovare: l’altro, è sempre occupato a tradurre, dal latino che giunge da Oltretevere, il nuovo verbo della “solidarietà sociale”.

Non faccio in tempo a salutarlo ed a salire le scale di casa che giunge un’altra sorpresa: è proprio la tua sera, Ministro Bianchi.
E’ arrivata una bella multa di 160 euro per eccesso di velocità, più cinque punti in meno sulla patente. La data è “solo” del 10 di Agosto, ma non fa nulla: anche i treni non arrivano mai in orario.
“Ha raggiunto la velocità di 93 Km orari nel comune di Cassine…” per una attimo, mi tornano alla mente Tenco e gli anni della mia gioventù.
Ma, quel tratto di strada, non è la tanto osannata “superstrada” Acqui-Alessandria?!?
Eccome! Eh, lo ricordo bene: fine dei problemi di traffico nell’alessandrino: c’è la superstrada! Ricordo suoi colleghi – per carità, inferiori per censo, “solo” sindaci e amministratori provinciali – che tagliavano nastri e si davano gioiose pacche sulle spalle: ce l’abbiamo fatta, finalmente abbiamo la superstrada!

Io, ingenuamente, credevo che su una superstrada si potesse raggiungere la folle velocità di 93 Km orari, ma ho scoperto il tranello e qui – nella quiete del confessionale – glielo voglio raccontare. Così, nell’attesa di traslare la salma di Lenin nella casa di Diliberto, potrete colpire questi sordidi controrivoluzionari.
All’insaputa di tutti (!), certi oscuri nemici del popolo – amministratori comunali, forse vigili urbani ligi al dovere, chi mai lo saprà? – hanno posizionato cartelli con il divieto di superare i 70 Km orari in alcuni punti – deserti come la ridotta dei Tartari – della superstrada e così, quando il settore vinicolo non va tanto bene, “vignano” lo stesso grazie alla tecnologia dell’autovelox. E voi potete, appagati e garruli, tagliare ogni anno le risorse finanziarie per gli Enti Locali. Tanto, paghiamo noi.
Forse, se volessimo aumentare la sicurezza sulle strade, non sarebbe meglio pensare a forme di segnaletica attiva, oppure non consegnare ai neo-patentati auto che corrono a 160 Km/h? Come dice? La FIAT ha storto il naso? Beh, ma lei è un ministro comunista...

Ora, caro Ministro Bianchi (onomatopeico), non m’adombra il pensiero di quei cinque punti: siccome ho quasi 40 anni di patente e non ho mai – forse per mia fortuna – avuto un incidente ritengo che, se la fortuna continuerà ad arridermi, potrò assommare tanti punti da vincere una lavatrice.
I soldi? Anche quelli non sono importanti: “vanno e vengono”. Vanno da noi, per giungere a voi.
Ciò che mi deprime è il ricordo. Sì, ha ragione: un figlio dei fiori non pensa al domani. E io penso a ieri. Lei ha appena scapolato il gran tranello dello “fermo” dei TIR, e starà senz’altro confortandosi per lo scampato pericolo con robuste dosi di coramina.

Era appena l’altro ieri, quando lei fu incaricato di sovrintendere allo scassato regno delle mulattiere nazionali: ancora ricordo cosa affermò come suo indirizzo, la Stella Polare che l’avrebbe guidata nel suo ministerium.
«Finalmente, darò il via alle “autostrade del mare.”» Aspetti, ministro, non scappi dal confessionale: ci sono i filmati RAI e le ANSA dell’epoca che la inchiodano. La prego, non si nasconda dietro l’altar maggiore…
Non voglio tediarla – queste cose lei le sa benissimo – ma voglio confortarla: aveva ragione da vendere!

Il modello di trasporto italiano – fino all’avvento ferroviario – fu un modello marittimo e fluviale: per la forma stessa dell’Italia, anche i bambini comprendono che, le merci che si spostano dal Nord al Sud, è meglio se occupano spazi in mare che nelle autostrade. Oltretutto, una modesta nave con 2.000 tonnellate di portata utile, “toglie” dalle strade 85 TIR, quei maledetti che stavano per farle la festa. Quei poveracci, quei dannati del volante che devono correre come matti, altrimenti rischiano il posto.
L’altro segmento di trasporto era rappresentato dalla rete dei canali veneti e dal Po. Posso ricordarle che, nel 1819, l’arciduca Ranieri d’Austria inaugurava la rete di canali che, dalla Svizzera, portava a Venezia via Lago Maggiore, Ticino, Naviglio Grande, Naviglio Pavese e Po? Già, ma lei insegna economia dei trasporti, mica storia…
Eppure, tutti i nostri problemi nascono da quella negazione. Come dice? Nessuno lo chiede, dall’Europa non è giunto nulla…
No, ministro: adesso non mi faccia arrabbiare, altrimenti – al posto dell’assoluzione – le arriverà un cazzottone.
Non mi dica che non lo ha letto. Non ha letto il Libro Bianco “La politica europea dei trasporti fino al 2010: il momento delle scelte”? Lo so, sono 138 pagine fitte fitte, e nelle tiepide sere romane viene voglia di far dell’altro.
Lì, l’UE ci tirava le orecchie proprio per la scarsa attenzione posta alla navigazione interna, per la nostra scellerata disattenzione per la navigazione marittima. Qui da noi, pare che tutto ciò che esula dalle autostrade non esista.
E la TAV? Ma, Buon Dio, era l’UE stessa che le raccomandava cosa fare: “…il trasporto via mare fra porti europei, che avrebbe potuto alleggerire la congestione nella Comunità, in particolare quella attorno alle Alpi e ai Pirenei, non ha conosciuto lo stesso sviluppo…(rispetto alla ferrovia N. d. A.).
Il trasporto marittimo intracomunitario e il trasporto fluviale sono due elementi chiave dell'intermodalità che devono permettere di far fronte alla congestione crescente delle infrastrutture stradali e ferroviarie…Il loro rilancio presuppone la creazione di autostrade del mare…(pag. 44).

Insomma, Ministro, aveva visto giusto! Domanda: perché non ha fatto niente?
Mancavano i soldi?
Non mi sembra, visto che la stessa UE era disposta a finanziare il 50% delle spese di progetto, ed il 10% di quelle di realizzazione, per il collegamento fluviale di Milano via Cremona, Po, con i porti adriatici. Qual era la stima dei lavori?
Il Consorzio Navigare sul Po li stimò, nel 2001, in 400 miliardi di vecchie lire: mettiamoci un po’ di rivalutazione – e i contributi europei – e forse la spesa sarebbe inferiore ai 200 milioni di euro. Troppo poco? Eh, lo so: è una miseria…

Poi, prima dei tre rituali Pater, Ave e Gloria, voglio ricordarle che sono un po’ stufo di ricevere sempre posta che – ad onor del vero – dovrebbe sbrigare lei.
Come quella del signor Albert Mairhofer – un simpatico altoatesino – che ha fondato a Londra una società, la Tirol-Adria, che si propone di creare un collegamento fluviale fra le valli dell’Adige e dell’Inn. So che ha capito: qui si parla di mettere in collegamento il Mediterraneo con il Danubio, mica roba da ridere. Piatto ricco: già ci pensava Franz Josef.
La prego, intervenga: non so più cosa rispondere ad Herr Mairhofer, perché ha già ricevuto risposte – per ora solo interlocutorie – dal governo federale tedesco e da quello austriaco, da quelli regionali del Tirolo e della Baviera.

Recentemente mi ha fatto sapere che anche la regione Veneto si è mossa ed il progetto verrà presentato a Berlino: “Gentile dott. Albert Mairhofer…sono ad informarla che sarò io a rappresentare la Regione Veneto al convegno di Berlino, e che nel corso dell’intervento provvederò ad accennare la possibilità di realizzare il collegamento fluviale in oggetto…Cordialmente, Paolo Menegazzo.
Ma, è possibile che lei non ne sappia proprio nulla? Qui fanno convegni, fondano società ed associazioni, siti Web: lei, dov’è nel frattempo?
Mairhofer continua a chiedermi perché “Herr Prodi” non gli risponde: magari Herr Prodi ha passato una “velina” ad "Herr Bianchi", ed era così velina che è volata via nel ponentino. Faccia qualcosa, perché lo sa come sono questi italiani di lingua tedesca: sono gente seria, d’altri tempi: ritengono che, quando si scrive al proprio governo, s’abbia da ottener risposta. Per loro, non c’è differenza fra il governo di Roma (!) e quello di Berlino.
Insomma, io mi pento e mi dolgo per quei 93 Km l’ora, ma lei non mi faccia fare – gratis – il supplente!

Ora la saluto, e le confesso che sono moderatamente ottimista per il vostro futuro. Dopo tanti mesi di tentennamenti – nei quali avete lasciato passare riforme che nemmeno il centro-destra si sarebbe immaginato di fare, come lavoro e pensioni, RAI, sicurezza, scuola e tutto il resto – ho visto che oggi state risollevando la schiena per protestare. Finalmente.
Come dice? Sono solo proteste per una legge elettorale che vi vedrebbe svantaggiati? Allora siete solo capaci a protestare per salvare le vostre poltrone! E le “autostrade del mare”? Erano solo un sogno del giovane Werther?
Grazie, Ministro Bianchi: no, non fa nulla per l’assoluzione. Faccio a meno. Saluti “comunisti” (sic!).
P.S. La storia dei turni di 12 ore è tutta vera e sacrosanta: ho dovuto solo – nell’Italia dei diritti sanciti dai partiti “amici” dei lavoratori e dai sindacati rampanti – confondere un po’ le acque per non rendere riconoscibili luoghi e situazioni. Non per me, che non rischio nulla, ma per chi me l’ha raccontata. Capirà: c’è l’Italia dei ministerium, e c’è quella di chi “tiene famiglia”.

07 dicembre 2007

Poveri noi

Dimenticata e negletta, la nostra povera scuola torna a far parlare di sé soltanto in due occasioni: quando vengono pubblicati sul Web filmati di dubbia provenienza e liceità, oppure quando arrivano le “pagelle” europee. Il discorso, come vedremo in seguito, tocca sì la scuola, ma varca il portone di tutti gli istituti dello Stivale e s’espande nelle strade.
Quando giungono le “pagelle” dall’Europa, ogni Ministro della (Pubblica) Istruzione trema, come se si trovasse – imberbe diciannovenne – di fronte alla commissione di maturità.
Purtroppo, il nostro candidato sa di non aver studiato molto e dunque spera, tremante, nella Dea Bendata e nella benevolenza (o distrazione) della commissione.
I risultati, però, sono sempre deludenti: 33° nella lettura, 26° nelle scienze, 38° nella matematica…
A fronte di una simile débacle, l’attuale inquilino di Viale Trastevere ha escogitato di ripristinare i vecchi esami di riparazione, poiché – a suo dire – la situazione era intollerabile. Mi sa che, se non prenderà presto altri provvedimenti, fra pochi anni sarà ancora peggio.
Non è questo però l’aspetto che mi ha colpito nell’azione di Fioroni – ossia la questione di merito, pur discutibile – ma il metodo.
Con una circolare ministeriale, sono stati surrettiziamente reintrodotti gli esami di riparazione, che il ministro D’Onofrio aveva abolito nel 1994.
Non entriamo, per ora, nel merito del provvedimento ma fermiamoci al metodo, perché la forma è anche sostanza.
La riforma D’Onofrio ebbe un regolare passaggio parlamentare, mentre l’opposto percorso è stato attuato con una semplice circolare: a sua giustificazione, il Ministro Fioroni ha opposto l’argomentazione giuridica che non si trattava di reintrodurre gli esami di riparazione, bensì di modificare soltanto il sistema di recupero dei debiti scolastici. Il tutto – chi ha seguito un poco gli interventi dell’attuale governo sulla scuola lo sa – fa parte della cosiddetta “strategia del cacciavite”, tesa a cambiare le cose senza chiedere nulla al Parlamento perché – questo Fioroni lo sa benissimo – su molti provvedimenti l’attuale governo non avrebbe una maggioranza sufficiente per approvarli.
Ora, se per un solo debito non saldato si dovrà ripetere l’anno scolastico, chi ancora ha vissuto la stagione degli esami di riparazione non trova sostanziali differenze. Un bel ritorno al passato.
L’aspetto più curioso, nelle giustificazioni addotte da Fioroni per l’insolita via giuridica scelta, consentirebbe, ad un ipotetico governo che volesse ripristinare la pena di morte, d’usare il medesimo approccio.
Basterebbe cambiare il regolamento carcerario con una circolare interna del Ministero di Grazia e Giustizia, nella quale s’afferma che i condannati per omicidio – primo del loro ingresso in carcere – dovranno essere allineati di fronte ad un muro ed un plotone di guardie dovrà collaudare i mitragliatori in dotazione sparando loro nel petto. Fra l’altro, era il metodo usato nel Giappone medievale per collaudare le migliori spade.
Come si potrà notare, nessuno menziona la pena di morte. E gli esami di riparazione.
Ora, uscendo di metafora, rimane il problema di decisioni prese senza l’intervento del Parlamento, passate dall’Esecutivo e giunte sulle nostre teste senza il minimo controllo. E, in aggiunta, spesso alcuni ministri non partecipano nemmeno ai lavori di preparazione di tali provvedimenti: i ministri della sinistra radicale, ad esempio, non furono mai “invitati” alle trattative che sfociarono nell’accordo del 23 Luglio sul welfare. Una “dimenticanza” provvidenziale? Oppure consapevole?
Ecco, allora, che una decisione (ripeto: non stiamo parlando di merito) così importante per milioni di studenti, è stata partorita da un ristretto numero di persone (il Ministro, il Consiglio Superiore d’Istruzione e qualcuno del suo staff, presumiamo), è transitata in Consiglio dei Ministri praticamente “sulla fiducia” ed è giunta a modificare profondamente la scuola italiana. Senza discussione, senza confronto, senza dibattito né approvazione: questa è democrazia?
Ritorniamo allora per qualche istante ad analizzare come sono partorite le leggi: se hai una solida maggioranza parlamentare – come Berlusconi nella scorsa legislatura – ti puoi permettere il lusso del passaggio parlamentare. Non dimentichiamo, però, che la maggioranza di Berlusconi viveva in un Parlamento coatto, reso schiavo dai diktat di un padre-padrone che poteva – in qualsiasi momento – rovinarti vita e reputazione agendo su ben sei reti televisive, come le recenti inchieste hanno dimostrato. Solo poche settimane or sono, le reti Mediaste partirono all’attacco di Fini e Casini, tirando in ballo le loro vite private per screditarli e cercare di ricattarli sotto l’aspetto politico.
Se, invece, la maggioranza è risicata o – ancor peggio – divisa al suo interno, ecco che lo strumento principe per legiferare diventa il decreto, splendida “scorciatoia” istituzionale.
Si parla poco di questo aspetto, ma è molto, molto importante.
La Costituente, nella stesura della massima carta giuridica, previde come mezzo principe per legiferare il percorso ordinario, ossia l’approvazione da parte d’entrambi i rami del Parlamento. Oggi, possiamo discutere se sia ancora attuale avere due Camere “fotocopia”, ma dal punto di vista giuridico l’approvazione di una legge in Parlamento garantisce (almeno, dovrebbe…) che i rappresentanti eletti ne prendano visione, discutano, modifichino, approvino.
Siccome i Costituenti erano persone di grande equilibrio, compresero che – in particolari situazioni – quel percorso sarebbe stato troppo lungo: fu affiancato quindi dal Decreto Presidenziale e dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, previa approvazione del Parlamento entro (se ben ricordo) 60 giorni.
La ragione di tale impostazione è chiara: se devo stanziare delle risorse per un terremoto od un’alluvione, lo farò immediatamente ed il Parlamento – trattandosi di norme di buon senso – approverà.
La Decretazione, nella Costituzione Italiana, prevede l’esistenza di un’urgenza, ossia che lo stesso provvedimento – con il normale passaggio parlamentare – giungerebbe “fuori tempo massimo”.
Notiamo che, oramai, si legifera quasi esclusivamente per decreto, e se non giunge in tempo l’approvazione del decreto si reitera lo stesso, fino all’approvazione. Alcuni decreti legge, si trascinano da una legislatura a quella successiva.
Così, provvedimenti come il riassetto del welfare e delle pensioni, nascono con un decreto, un collegato alla Finanziaria, e vengono approvati senza discussione, con un semplice voto di fiducia.
Tutti usano ed hanno usato, da decenni, questo metodo, soprattutto dopo il 1994. In quale democrazia viviamo, allora?
Viviamo da molto tempo in una sorta di “Colpo di Stato” strisciante, nel quale i rappresentanti eletti non hanno voce in capitolo e, talvolta, non sono nemmeno chiamati a votare. Secondo Fioroni, un aspetto importante come la valutazione di milioni di studenti non vale nemmeno una discussione.
Per questa (ed altre) ragioni – non sussistendo mai una vera discussione di merito – viviamo una continua stagione di “riforme” laddove, in realtà, non si cambia mai nulla o molto poco, per tornare domani all’altro ieri.
Ecco perché le leggi appena emanate iniziano quasi sempre con “Visto il Regio Decreto numero…”: altro che futuro, altro che democrazia. Regi Decreti: accontentati e corri.

03 dicembre 2007

Invidiosi?

La notizia – una novità annunciata – che il partito del Presidente russo Vladimir Putin ha conquistato il 64% dei voti, e quindi la maggioranza assoluta alla Duma, ha squassato le cancellerie europee, come se non se lo aspettassero da tempo. O sono degli sciocchi, oppure – qualificandosi come “diplomatici” – possono da domani cambiare mestiere.
Pare quasi – da una sponda all’altra dell’Atlantico – che se delle elezioni non finiscono sul filo di lana, con un pugno di voti (quelli non sono mai comprati, chiaro?) a fare la differenza, oppure con interminabili strascichi sulla correttezza del voto, non siano elezioni democratiche. Da quali pulpiti vengono le prediche!
Alle ultime elezioni politiche italiane, tutti gridarono ai brogli, ma furono considerate pienamente democratiche: peccato che, nei cassonetti dei rifiuti della capitale, furono ritrovati scatoloni di schede. «Tutto normale, tutto sotto controllo» affermarono subito le autorità preposte, che nemmeno spiegarono come mai – a notte fonda – il ministro dell’Interno (Pisanu) di un governo dimissionario si recò a casa del Presidente del Consiglio. Era in programma una partita a scopone scientifico? A rubamazzetto? No, perché sia Berlusconi e sia Pisanu non fornirono nessuna spiegazione: e le “stranezze” dei comuni dov’erano sparite centinaia di schede bianche?
Saltiamo di là dell’Atlantico, e sollazziamoci dalle risate: laggiù, utilizzarono per votare nel 2004 le macchinette della Diebold, il cui software fu curato da un certo Jeff Dean – pregiudicato per 23 capi d’accusa legati al furto – e nelle cui mani fu lasciata la macchina elettorale che – come quattro anni prima in Florida – “lavorò” per il Presidente, invalidando d’autorità almeno 200.000 voti in Ohio, lo stato di Michael Moore.
La Diebold – la società che s’occupava (insieme alla ES&S) della macchina elettorale, per la quale lavorò Jeff Dean – aveva sede, guarda a caso, in Ohio. Inoltre, il vice presidente della Diebold ed il presidente della ES&S erano fratelli, e Dean fu proprio colui che stese il software di gestione del sistema elettorale – che non lasciava copia cartacea dei voti – cosicché qualsiasi controllo successivo sarebbe stato inutile.
Un fatto casuale? No; negli stessi anni, gli USA gestivano le elezioni-farsa in Iraq, distribuendo i certificati elettorali insieme alle tessere annonarie per l’acquisto del pane: c’è altro di cui meravigliarsi?
Sì, perché furono invalidate anche 100.000 schede in Alaska e, quando i Democratici chiesero conto di quelle invalidazioni – ossia di poter prendere visione del sistema elettronico che aveva condotto a quelle scelte – fu loro risposto che non era possibile, giacché si trattava di una questione di “sicurezza nazionale”. Niet.
Possibile che le nostre classi politiche non si siano ancora rese conto che, a fronte della loro inconsistenza, la Russia ha una dirigenza con i fiocchi?
Intendiamoci: ci sarà corruzione anche in Russia, non è certo tutto oro quello che luccica, ma gli atti politici non sono fumo e sogni, e li possiamo verificare.
Appena eletto, Vladimir Putin si ritrovò un paese a pezzi: nessuno avrebbe giocato mezzo centesimo sull’ex colonnello del KGB, di soli 47 anni, un pivello!
Il “pivello”, per prima cosa, fece un lungo tour – fra il 2001 ed il 2002 – nelle capitali dove sapeva d’essere ancora ascoltato: Tripoli, Damasco, Hanoi, Pechino…ossia, le vecchie alleanze dell’URSS.
Aveva pochissimo da offrire, ma lo offrì: 12 caccia Sukhoi-27 non cambiano certo la faccia del pianeta, ma il Vietnam li ricevette. Non si fece impressionare dagli ayatollah iraniani, e procurò loro avioniche derivate dal Mig-29. Quel poco che aveva.
Nella sua smisurata insipienza, George Bush non si rese conto che ogni dollaro d’aumento del greggio corrispondeva ad un parallelo incremento di prezzo del gas siberiano: fece spallucce e continuò a mangiare noccioline.
Fu a Mosca, però, che avvenne la mossa vincente: a fronte della scelta di privatizzazione del sistema energetico – propugnata da Eltsin – Putin compì un’inversione a 180 gradi, ripartendo dal concetto che la proprietà mineraria è dello Stato.
Potremo giudicare poco ortodossi i metodi usati – come se in Occidente s’usasse sempre il tappeto rosso! – ma oggi Gazprom è il secondo colosso economico mondiale, dietro solo a Microsoft (fino a quando?).
Già nel 2003, Putin reinvestiva il 50% del surplus derivante dagli introiti energetici nell’industria aerospaziale: oggi, la Russia ha in previsione un caccia di V° generazione per il 2012 (in collaborazione con l’India) ed una miriade di nuovi prodotti, aeronautici e missilistici, militari e civili.
Risultato: l’economia va meglio, al punto che Putin ha creato un “fondo di compensazione”, vale a dire una “cassa” da riempire nei periodi di vacche grasse, per non dover soffrire in caso di vacche magre. Lo facevano già nell’Antico Egitto.
Il tenore di vita della popolazione è migliorato, l’industria ha commesse e produce alta tecnologia, il sistema energetico produrrà utili per molti decenni, e non saranno pochi oligarchi a goderne i frutti, bensì lo Stato e la popolazione.
Si potrà criticare questo strano connubio fra ortodossia clericale e vecchi metodi da falce e martello, però in Russia ha condotto ad un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita e, soprattutto, alla consapevolezza che alla guida della nazione c’è qualcuno che lo sa fare. Come Presidente? Come Primo Ministro? Dal punto di vista costituzionale, Putin non ha infranto assolutamente nulla.
Come risponde l’Europa? Ah, la risposta c’è stata, siate sicuri!
Da Tirana, Romano Prodi – un po’ premier italiano, un po’ ex Presidente europeo – ha risposto per le rime: vogliamo l’Albania nell’UE e nella NATO!
Bene – viene da dire – aggiungiamo anche l’Albania alla Bulgaria ed alla Romania – paesi che non erano e non sono pronti per gli standard europei – continuiamo ad estendere la “cittadinanza romana” fino ai confini dell’impero. Fin quando, avremo una guardia pretoriana composta da soli Ostrogoti, che si mangeranno anche l’ultimo imperatore. Serbia e Croazia no: noi vogliamo l’Albania per fare uno “sgarro” ai russi. I quali, se vorranno, ci faranno passare i sorci verdi in Kosovo e ci chiuderanno (un pochino, tanto per farci soffrire un po’…) il rubinetto del gas.
I metodi di Putin sono veramente esecrabili – parola dei nostri politici – che nella stessa giornata hanno assistito alla condanna a due anni e quattro mesi di reclusione, per bancarotta fraudolenta mediante falso in bilancio, di Donatella Pasquali Zingone, moglie del “fustigatore di costumi” Lamberto Dini. Ovviamente, la signora non vedrà mai le patrie galere: ci ha già pensato l’indulto di Mastella.
Oppure vogliamo chiedere com’è finita la vicenda di Previti? Con il medesimo indulto.
Forse, i tantissimi “fregati” dai bond Parmalat, da quelli argentini, fino ai milioni di cassintegrati e disoccupati, che generazioni di boiardi di regime, i quali hanno sciacallato l’Italia, hanno creato in questi anni, non si farebbero problemi se – un Putin locale – ne mandasse qualcuno al fresco. Anzi, notizia fresca di giornata: ci sarà anche la “rottamazione” in Finanziaria, tanto per non scontentare Lucherino da Montezemolo. La tradizione, anzitutto.
Se la Russia fa fortuna con le commesse energetiche, cos’hanno fatto i nostri governi per contrastare quella tendenza, ovvero per “intercettare” qualcosa dei 48 miliardi di euro (esborso 2006) che spendiamo per l’energia?
Hanno creato holding, catalizzato la produzione locale con ampi e generalizzati “conti energia”, mandato avanti il piccolo e micro idroelettrico, l’eolico, il solare termodinamico…insomma, hanno fatto qualcosa?
No, criticano Putin. Poco democratico: ci dispiace, venga a “ripetizione” da noi.
Da Mosca, un “marameo” lungo 5.000 miglia.